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mercoledì 14 maggio 2014

LA SINISTRA SPAGNOLA E IL TABÚ DELL'EURO

14 maggio. RESOCONTO DEL CONVEGNO DEL FRENTE CIVICO.

A Valencia dal 9 al 11 maggio, si è svolto il convegno "Uscire dall'euro, recuperare la sovranità", promosso FRENTE CIVICO-Somos Mayoria.
Il FRENTE CIVICO ha appena compiuto un anno di vita, nacque infatti nel maggio del 2013, sull'onda del manifesto Uscire dall'euro, di cui noi demmo notizia, tanto più perché il suo primo firmatario era Julio Anguita (nella foto), storico leader del Partito comunista e quindi di Izquierda Unida.

Il FRENTE raggruppa, oltre alla minoranza di sinistra del partito comunista spagnolo, diversi gruppi politici e associazioni, sia interni che esterni alla coalizione Izquierda Unida. Ha una notevole ramificazione nello stato spagnolo, dall'Andalusia alla Paesi baschi, dalla Catalogna alla Galizia. Degno di nota che l'adesione al FRENTE avviene esclusivamente a titolo individuale. Pur annoverando tra le sue fila tra i migliori cervelli della sinistra ispanica, il FRENTE non si considera, almeno fino ad oggi, come l'embrione di un nuovo soggetto politico, quanto, piuttosto, come uno strumento per far avanzare, sia nei partiti che nei movimento sociali, una posizione anti-euro.
Battaglia nient'affatto in discesa.

Avendo partecipato al Convegno —come delegati del Coordinamento nazionale della sinistra contro l'euro— quindi discusso a lungo, non solo con gli oratori ma con diversi dei partecipanti, è emerso un dato che ci ha francamente sorpreso. Malgrado anche in Spagna impazzi la campagna elettorale delle europee, l'euro non è, contrariamente agli altri paesi, oggetto di dibattito pubblico. E' anzi un tabù, così che la proposta di uscita dall'euro, non trova posto né nelle televisioni, né nella carta stampata. Ciò si riverbera nella campagna elettorale, dove non c'è nessuna forza politica consistente, né di sinistra né di destra, che proponga l'uscita della Spagna dalla gabbia dell'euro. Delle trenta e passa liste elettorali che gareggiano per ottenere seggi al Parlamento europeo (in Spagna sono sufficienti 15mila firme per presentare una lista) solo un paio di piccoli gruppi di estrema sinistra sono anti-euro. E Izquierda Unida? Data a circa il 10% dei voti, è sulla linea degli tsiprioti: condanna dei Trattati come liberisti, ma richiesta esplicita di "più Europa", con tanto di scongiuri verso ritorni alla sovranità nazionale e uscite dall'eurozona. Alla domanda: ma c'è qualche candidato del FRENTE o no-euro nelle liste di Izquierda Unida? la risposta è stata un secco no.
Pedro Montes (a sinistra) e Alberto Montero

Un dato, che ci ha stupito anche questo, visto che il FRENTE CIVICO, oltre ad una discreta presenza nei movimenti sociali (compresa la Marcha por la dignidad svoltasi il 22 marzo scorso) annovera tra le sue file compagni e intellettuali di grande prestigio.

Alcuni di questi compagni e intellettuali erano tra gli oratori del convegno di Valencia. Stiamo parlando di economisti come Pedro Montes e Alberto Montero, che hanno svolto prolusioni lucidissime sul come la moneta unica è stato il principale arnese del quale le classi dominanti spagnole si sono servite per scardinare conquiste sociali e diritti, e sul perché il ritorno alla sovranità monetaria è una necessità inderogabile e un elemento imprescindibile della battaglia democratica e rivoluzionaria.
Di straordinario interesse le prolusioni di Joann Tafalla e Ramon Franquesa, che si sono soffermati sugli aspetti geopolitici del progetto di integrazione europea, qualificato come imperialistico, anche alla luce della crisi russo-ucraina. Franquesa in particolare ha sottolineato come l'Unione europea ha impattato pesantemente sulla Spagna, approfondendo gli attriti tra le diverse nazionalità iberiche. Il caso più evidente è l'avanzata del movimento nazionalista catalano, che rivendica apertamente la secessione da Madrid nella prospettiva di una più profonda incorporazione nell'Unione europea.

Di grande spessore gli interventi di Enric Llops e Manuel Monereo, che hanno presentato il loro libro Per l'europa, contro l'euro. In particolare ci ha colpito la prolusione di Monoreo, che ha portato un attacco a tutto campo all'Unione europea e alla moneta unica, non solo alla luce del carattere sistemico della crisi attuale, ma dentro sguardo ampio alla storia mondiale contemporanea. Monereo ha quindi denunciato il patto tra le principali borghesie ispaniche (castillana, basca, catalana, andalusa), le quali hanno deliberatamente ceduto sovranità all'euro-germania per istituire un regime di colpo di stato permanente e piegare il proletariato. Ha sottolineato, citando Gramsci, che la classe operaia o diventa "classe nazionale" o resta solo una "classe in sé", e per diventarlo deve farsi campione dello sganciamento della Spagna dall'Unione e dalla globalizzazione. Monereo ha quindi concluso polemizzando con certa sinistra globalista che si rifiuta di comprendere le ragioni per cui proprio il popolo lavoratore, venute meno le sue organizzazioni difensive, abbia oggi più che mai bisogno dello Stato, di uno Stato che protegga dalle scorribande liberiste.


Dopo una sessione i cui protagonisti sono stati alcuni militanti dei movimenti sociali (anzitutto quelli per il diritto alla casa e contro gli espropri bancari) in video-collegamento da Madrid, ha portato i suoi saluti Julio Anguita, un uomo che ha avuto il coraggio di rompere con una tradizione, spesso opportunistica, della sinistra spagnola.

Avendo registrato una sostanziale sintonia tra le idee e le posizioni del FRENTE e quelle nostre, abbiamo quindi invitato i compagni a partecipare al Forum europeo Oltre l'euro. L'alternativa c'è che si svolgerà ad Assisi dal 20 al 24 agosto prossimi.


mercoledì 23 aprile 2014

SPAGNA: LA SINISTRA CONTRO L'EURO AVANZA

23 aprile. Nel maggio dell'anno passato pubblicammo il Manifesto per l'uscita dall'euro sottoscritto, oltreché da Julio Anguita, storico dirigente comunista, da una serie di noti intellettuali spagnoli. Gran parte della sinistra italiana mise in atto una vera e propria congiura del silenzio. Quell'omertà era un sintomo. Mentre più della metà degli italiani pare abbia compreso che l'euro è stata una fregatura e ben un terzo ritenga che l'uscita sarebbe salutare la sinistra italiana, compresa quella "radicale" continua a tacere e se parla, farfuglia a difesa dell'euro, condanna ogni discorso sulla sovranità come "reazionario". Chi voglia avere la misura del colpevole ritardo sugli eventi e della autolesionistica stupidità della sinistra italiana, guardi ai passi avanti compiuti da quella spagnola. Si svolgerà a Valenza, dal 9 all'11 maggio un importante convegno, al quale andremo, qui sotto il testo del Frente Civico che lo convoca.

«Il Fronte Civico discute del recupero della sovranità e dell’uscita dall’euro

Il Fronte Civico ha iniziato una campagna per trovare un’uscita sociale dallo stato d’eccezione nel quale si trova il Paese, uscita impossibile sotto la dipendenza delle politiche dell'UE e dei suoi governi.

Fin dalla sua Assemblea Costituente del luglio 2013, il Fronte Civico "Siamo Maggioranza" (FCSM) ha sostenuto che la società spagnola ha bisogno di discutere l'architettura politica ed economica della zona euro e l’influenza che esercita sulla situazione d’emergenza sociale che stiamo affrontando, ciò al fine di decidere davanti al bivio di fronte al quale ci troviamo: restare dentro al "sogno europeo" o riacquistare la sovranità politica ed economica.


A quel tempo noi esortammo a risolvere «la questione dell'euro e del suo impatto sulla nostra situazione economica e sociale. Il dibattito circa l’uscita della Spagna della moneta unica non è solo una questione spagnola, ma riguarda molti altri paesi. Come Fronte Civico dobbiamo affrontare con decisione e volontà di comprendere questa questione, che è fondamentale e deve diventare elemento costante della nostra preoccupazione e del nostro impegno».

In questo momento in cui si assiste ad una massiccia campagna di marketing politico a favore delle attuali istituzioni europee, riteniamo necessario avvertire che il sogno di integrazione europea è diventato un incubo che impone un duro presente e preannuncia un futuro cupo.
Julio Anguita


L'euro è un sistema di potere che concentra e riassume il tipo di Unione europea che è stata costruita: un sistema che sancisce politiche di austerità, il controllo dei deficit pubblici, l'indipendenza della BCE e, soprattutto, l'immenso potere del capitale finanziario in Europa. Inoltre, le tendenze strutturali alla divisione dell'Europa tra centro e periferia si sono intensificate con l'euro, alimentando uno sviluppo ineguale che aggrava e approfondisce le disparità dell'economia europea.

Questa Europa di Maastricht, del tutto estranea ai principi di coesione e collaborazione solidale, richiede un dibattito pubblico che ponga in una maniera motivata la necessità di lasciare l'euro per evitare il collasso finale del paese. E’ a questo obiettivo che il FCSM concentrerà i suoi sforzi su nelle prossime settimane attraverso una campagna pubblica che, con il titolo "Per il recupero della sovranità: Uscire dall'euro", affronti la questione in profondità e tutte quelle che possono sorgere nel suo sviluppo .

La campagna inizierà con una serie di articoli di opinione in cui diverse personalità di riconosciuto prestigio condivideranno le loro opinioni sui possibili percorsi di recupero della sovranità nazionale e, dopo conferenze nelle diverse città, si concluderà con le giornate che si concluderanno a Valenza il 9, 10 e 11 maggio».

* Fonte: Frente Civico
** Traduzione a cura della Redazione

venerdì 11 aprile 2014

NO ALL'EURO-MARCO di Julio Anguita

11 aprile. La Spinelli, tra i demiurghi della Lista Tsipras, non perde occasione per ricordare che se vogliamo salvare l'Unione europea, occorre difendere la moneta unica. E' fedele alla linea di Syriza e ai desiderata del suo leader. Difendere l'euro, "rifondare democraticamente la zona euro", questo Tsipras afferma ad ogni occasione, e affermò con estrema chiarezza il 3 febbraio a Parigi. Un'altra musica si suona in Spagna, dopo che nel maggio 2013 venne lanciato il Manifesto per l'abbandono della zona euro, Julio Anguita (nella foto) tra i primi firmatari. Una posizione che come ha dimostrato l'enorme Marcia della dignità del 22 marzo scorso, si va facendo largo nella sinistra spagnola.

«La storia ci insegna che tutti i processi di costruzione di nuove nazioni, stati o alleanze stabili di carattere strategico, hanno sempre avuto un elemento costitutivo che ha goduto di maggiore importanza rispetto ad altri. Questo non significa che gli altri elementi non abbiano svolto una parte anche molto significativa nella progettazione e realizzazione del progetto condiviso.

La storia della UE è segnata da un riduzionismo permanente, dalle aspirazioni iperboliche degli anni Ottanta all'attuale stato di cose. Nel corso del tempo sono caduti nel dimenticatoio l'unità politica, la politica estera comune, la coesione economica e sociale, la fiscalità comune, un bilancio comunitario degno di questo nome e, naturalmente, la validità e l'applicazione della Carta sociale europea. E come onnipresente risultato di questo slittamento abbiamo invece avuto le regole di ferro della Germania.

Nessun capo di Stato o di governo si azzarda a presentare una proposta per il futuro senza sapere in anticipo quale sia la posizione del governo tedesco. Il progetto di Unione bancaria è l'ennesima manifestazione di ciò che andiamo dicendo. In ultima istanza L'Unione Europea si riduce all'Eurozona e questa non è niente altro che il regno dell'euro, del tutto funzionale ai disegni del sistema bancario tedesco.

In parole povere l'euro si è venuto costituendo come euromarco. La creazione del fondo di garanzia comune per far fronte alle crisi bancarie è rinviata al 2026. Nel frattempo, i governi nazionali dovranno risolvere come prima, con soldi pubblici, i problemi delle banche in ogni paese.

Dopo tredici anni, dopo essere state adeguatamente igienizzate, esse sono state messe a disposizione del potere bancario con sede reale a Berlino. Per questo è causa di allarme l'inconsistenza del discorso europeista ufficiale e la mancanza di volontà politica di aprire un dibattito sul modo per uscire da questa situazione di impotenza. Tenersi l'euro o tenendoselo sulle spalle, sempre più si assomiglia alla storia della rana e dello scorpione.
** Traduzione a cura della redazione

domenica 19 maggio 2013

LA FINE DI UN TABÙ... LA MORTE DI UN ALIBI di Leonardo Mazzei

19 maggio. 

L'importanza dell'appello anti-euro che arriva dalla Spagna.

Sorpresa! Graditissima sorpresa! Buone notizie dalla penisola iberica, in attesa che qualcosa si smuova anche in quella italica.

L'appello per l'uscita dall'euro, promosso da importanti personaggi della sinistra spagnola - primo firmatario Julio Anguita ex coordinatore di Izquieda Unida (foto) - può segnare una vera svolta.

Due settimane fa era stato Oskar Lafontaine, ex presidente dell'Spd e fondatore della Linke, a cominciare ad incrinare il muro delle certezze euriste, così forte nella sinistra del continente. Un pronunciamento importante il suo, ma assai poco raccolto dai suoi compagni di partito. Ben diverso il peso che potrà avere, invece, l'appello che arriva dalla Spagna.

Quello spagnolo è infatti un vero manifesto anti-euro, basato su un'analisi seria della situazione e volto a proporre un altrettanto serio programma per la fuoriuscita dalla moneta unica. Un manifesto che affronta la questione del debito, della necessità di un suo abbattimento (default), ma che indica anche le altre misure da prendere:  nazionalizzazione del sistema bancario, controllo del movimento dei capitali, riforme sociali, ricostruzione dell'economia nazionale, processo costituente per una nuova democrazia. Sembra quasi la fotocopia del nostro programma!

Quel che colpisce, a confronto con la penosa sinistra italiana, è la lucidità del testo spagnolo su alcune questioni dirimenti.

Innanzitutto, è chiaro ai promotori il fallimento del progetto europeo, come pure la non riformabilità dello stesso. Basta dunque con la storiella dell'«altra Europa»: «Per desiderabile che sia un’altra Europa, per ora non è percorribile, richiede basi molto diverse su cui fondarsi e la sovranità perduta di ciascuno Stato».

Occorre dunque la riconquista della sovranità nazionale, senza infingimento alcuno. Così si pronunciano, infatti, gli estensori del manifesto: «Affermiamo pure che il nostro paese non può uscire dalla crisi nel quadro dell’euro. Senza moneta propria e senza autonomia monetaria è impossibile far fronte al dramma sociale ed economico, tanto più che pure la politica fiscale è stata annullata dal Patto di Stabilità, proditoriamente costituzionalizzato».

La sovranità nazionale (di cui la moneta nazionale è parte) viene così rivendicata da sinistra: ecco la rottura di un bel tabù per tanti sinistrati di casa nostra.

Anche l'inquadramento del problema euro ci sembra alquanto corretto: «Una crisi di questa portata ha cause complesse e multiple, dalla crisi generale del capitalismo finanziario agli sprechi e alla corruzione, passando per un sistema fiscale tanto regressivo quanto ingiustamente applicato, ma, anche a rischio di semplificare l’analisi per scoprire le soluzioni, bisogna attribuire all’entrata del nostro paese nella moneta unica la principale ragione di questa desolante situazione».

Correttamente, l'euro non è l'unica causa della crisi, anzi la sua emersione come decisivo fattore di aggravamento si manifesta all'interno della crisi globale del capitalismo finanziarizzato, ma nel concreto contesto europeo (e nello specifico dei paesi della periferia sud) l'euro è il principale fattore di crisi. Ed è da qui che si deve partire.

Di più: l'euro non è soltanto il principale fattore di crisi, esso è anche lo strumento decisivo per una sua gestione draconianamente classista da parte del blocco dominante. Un aspetto che non sfugge al manifesto spagnolo.

Dunque il sacro dogma dell'euro è stato infranto. Ed ora non ci sono più alibi per nessuno, a sinistra. Vedremo quali contraccolpi sortirà in Italia il segnale proveniente dalla Spagna. Certo nessuno potrà più dire, come amano fare molti sinistrati di vario orientamento, che la rivendicazione della sovranità nazionale è di per se una cosa di destra.

Il manifesto spagnolo è stato davvero una graditissima sorpresa, perché anche in Spagna il tema della sovranità nazionale sembrava un tabù. Vedremo ora chi si farà avanti in Italia, paese dove fino ad oggi i passi avanti non sono stati molti. E quelli compiuti sono stati sempre troppo timidi e impacciati, in nome di un internazionalismo formale quanto mai utile al globalismo del capitale ed agli interessi oligarchici che dettano le danze in Europa.

Ma la crisi ha una sua forza oggettiva e le cose possono dunque cambiare. Non necessariamente cambierà un certo infantilismo di sinistra, ma forse sarà più facile abbandonarlo a se stesso. Non sarebbe poco.

sabato 18 maggio 2013

SPAGNA: LA SINISTRA CHE DICE NO ALL'EURO E RIVENDICA LA SOVRANITÀ MONETARIA


18 maggio. E' di grande importanza questo Manifesto appena lanciato in Spagna. Molti dei nostri lettori potrebbero dire che è la scoperta dell'acqua calda. L'importanza sta nel fatto che esso è sottoscritto da esponenti di spicco della sinistra radicale spagnola come Julio Anguita (ex coordinatore di Izquiera Unida - nella foto) e Manuel Monereo, nonchè da altri noti intellettuali del calibro di Miguel Riera. Ci auguriamo che il manifesto ottenga il massimo numero di adesioni in Spagna e che, in Italia, contribuisca ad aiutare tanti compagni a liberarsi dal tabù per cui difendere la sovranità nazionale sarebbe... di destra.

USCIRE DALL’EURO*

La drammatica situazione sociale ed economica in cui è sprofondata la nostra società esige una politica capace di creare le condizioni per uscire dalla crisi. È una necessità urgente. Il tempo è un dato primario per i rischi di aggravamento e degradazione che esistono, per l’enorme sofferenza sociale provocata dal persistere delle politiche di tagli, austerità e privatizzazione del pubblico.

La rete in cui siamo presi è fatta da un livello di disoccupazione catastrofico, da un indebitamento del paese con l’estero impossibile da affrontare e da un’evoluzione dei conti pubblici che porta al fallimento economico dello Stato. Oltre 6 milioni di disoccupati, oltre 2.300 miliardi di euro di passivo lordi con l’estero, e un debito pubblico crescente di quasi mille miliardi di euro e che si avvicina al 100% del PIL,. Sono dati che definiscono un disastro inimmaginabile, mettono in pericolo la convivenza e distruggono diritti sociali fondamentali.

Una crisi di questa portata ha cause complesse e multiple, dalla crisi generale del capitalismo finanziario agli sprechi e alla corruzione, passando per un sistema fiscale tanto regressivo quanto ingiustamente applicato, ma, anche a rischio di semplificare l’analisi per scoprire le soluzioni, bisogna attribuire all’entrata del nostro paese nella moneta unica la principale ragione di questa desolante situazione.

Come ora si riconosce, non c’erano le condizioni per stabilire una moneta unica tra paesi tanto disuguali economicamente senza accompagnarle con una fiscalità comune. La sua creazione implicava, d’altra parte, un quadro propizio all’instaurazione di politiche regressive e antisociali di tutti i tipi secondo i dettami della dottrina neoliberista, che ha avuto nella costruzione dell’Europa di Maastricht la sua massima espressione. Come si è valutato a suo tempo, lo Stato del welfare non è compatibile con l’Europa di Maastricht.

Con l’entrata nell’euro, il nostro paese ha perso uno strumento essenziale per competere e mantenere un ragionevole equilibrio negli scambi economici con l’estero, quale era il controllo e la gestione del tipo di cambio rispetto al resto delle monete. D’altra parte, c’è stata una cessione di sovranità a favore della BCE in quanto a liquidità e applicazione della politica monetaria, un’istituzione dominata fin dalle origini dagli interessi del capitalismo tedesco.

Come non poteva essere diversamente, l’arretratezza e la debolezza dell’economia spagnola rispetto ad altri paesi e la rigidità assoluta imposta dall’euro hanno condotto durante gli anni 2000 a un deficit della bilancia dei pagamenti a causa di una spesa corrente opprimente. Si sono registrati squilibri insostenibili, come pure è accaduto ad altri paesi come la Grecia e il Portogallo, catturati nella stessa trappola. Nei 14 anni trascorsi dalla creazione dell’euro nel 1999 fino alla fine del 2012, il deficit estero accumulato è stato di quasi 700 miliardi di euro, che si è dovuto finanziare indebitandosi con l’estero. Gli enti creditizi e le imprese spagnole hanno chiesto più di altri mille miliardi di euro di risorse per i propri piani d’investimento all’estero, specie in America Latina.

Fino all’anno 2008, in cui si è manifestata la crisi finanziaria internazionale, a causa delle agevolazioni straordinarie dei finanziamenti, il paese ha vissuto un sogno, come drogato, alimentando la bolla immobiliare e estraneo ai problemi che si erano generati. In quell’anno, tutto è cambiato radicalmente, i mercati finanziari di sono chiusi, dai canali non fluiva liquidità e la situazione di ciascun debitore è stata esaminata con rigore. Con il brusco cambiamento nella posizione debitoria della nostra economia nei confronti dell’estero, i passivi lordi sono passati da 540 miliardi a fine del 1998 a 2.200 miliardi nel 2008, il paese è entrato in fallimento ed è sopravvenuta una profonda recessione che a tutti gli effetti è ancora vigente.


Il settore pubblico ne ha risentito profondamente da allora, incorrendo in un deficit esorbitante a causa della drastica caduta delle entrate, rafforzata dall’esplosione della bolla immobiliare. Lo Stato, sul quale finiscono per scaricarsi tutte le tensioni delle amministrazioni pubbliche, ha avuto necessità di centinaia di milioni di euro, ottenuti con l’emissione di debito pubblico nei mercati interni ed esterni, di fronte all’impossibilità di finanziare direttamente per mezzo delle propria autorità monetaria. Alla fine del 2007, il debito circolante dello Stato era di 307 miliardi di euro, il 37% del PIL. Alla fine del 2012 era salito a 688 miliardi, il 65% del PIL, e continua ad aumentare in corrispondenza dell’evoluzione deficitaria dei conti pubblici.

Da quando è stata ammessa la crisi, la politica economica ha mantenuto alcuni tratti di base inamovibili. La perdita di competitività dell’economia spagnola è servita come scusa per applicare rigorosamente le ricette neoliberiste e si è cercato di compensare con il cosiddetto “aggiustamento interno”, un processo diretto a diminuire i salari e favorire i licenziamenti per diminuire il prezzo delle merci e dei servizi spagnoli, dal momento che la via naturale e storica della svalutazione della moneta è impedita dall’euro. Restrizioni, controriforme del lavoro e tagli continui marcano la politica degli ultimi anni. D’altro canto, la cosiddetta austerità si è imposta brutalmente nella politica fiscale, come esigenza dei poteri economici, facendo della lotta contro il deficit pubblico il talismano ingannevole della soluzione alla crisi.

Questa politica ha prodotto una retrocessione sociale molto dolorosa, ha dato un impulso incontenibile alla crescita della disoccupazione e, cosa fondamentale, è inutile. Il paese scivola senza freni e precipita in un baratro profondo. Gli agenti determinanti della crisi continuano intatti, quando non peggiorano. I passivi esteri non possono diminuire senza che si registri un eccedente nella bilancia di pagamento, cosa praticamente irraggiungibile per un’economia abbastanza demolita e scarsamente competitiva, e il pesante carico di debito pubblico non smetterà di crescere fino a quando non si diluisca il deficit pubblico, cosa che lo stesso governo non riesce a scorgere. La sfiducia è generale.

La società è ad un crocevia
Manuel Monereo


Come superare il disastro? L’alternativa alla crisi difesa dalla Troika e apertamente dal PP passa per l’inasprimento dei tagli, per l’austerità e la distruzione del pubblico. L’economia spagnola, come è già successo in Grecia e Portogallo, cade nel precipizio e sprofonderà nell’abisso, con conseguenze sociali drammatiche e rischi politici di ogni segno.

Il PSOE, compartecipe attivo nell’attuale disegno economico e sociale, finge ora un disaccordo con il PP e critica la sua politica suicida, ma continua ad essere legato al criterio che l’euro è irreversibile.

Le direttive dei sindacati maggioritari, una volta appurato l’errore di calcolo commesso con il consenso critico a Maastricht, denunciano ora l’attuale stato di cose, ma non sono in condizione di proporre misure anticrisi realmente efficaci dal momento che non mettono in discussione con coerenza l’Europa costruita.

Altre forze, organizzazioni e autori di sinistra criticano l’Europa attuale e propongono cambiamenti abbastanza utopistici e progetti senza fondamento, dato il carattere non riformabile dell’Europa sorta, soprattutto dopo l’ampliamento della zona euro all’Est. Alle carenze originali della moneta unica si aggiunge il peso che esige la Germania come paese egemone e la realtà di una scomposizione dell’Europa, imprigionando alcuni paesi con debiti impagabili. L’imprescindibile e urgente necessità di rompere i vincoli dei Trattati europei non può paralizzarsi né nascondersi dietro progetti di altra natura. Per desiderabile che sia un’altra Europa, per ora non è percorribile, richiede basi molto diverse su cui fondarsi e la sovranità perduta di ciascuno Stato.

Il fallimento del progetto di costruzione dell’Europa è inoccultabile, e non è possibile determinare quando e come rovinerà l’insostenibile situazione esistente.

A noi firmatari di questo manifesto sembra chiaro che l’Europa di Maastricht non potrà sopravvivere con la sua attuale configurazione, dopo i disastri e le sofferenze che ha causato, oltre ad aver svuotato di contenuto la democrazia ed aver sottratto la sovranità popolare.

Affermiamo pure che il nostro paese non può uscire dalla crisi nel quadro dell’euro. Senza moneta propria e senza autonomia monetaria è impossibile far fronte al dramma sociale ed economico, tanto più che pure la politica fiscale è stata annullata dal Patto di Stabilità, proditoriamente costituzionalizzato.

È necessaria una moneta propria per competere e una politica monetaria sovrana per somministrare liquidità al sistema e stimolare una domanda ragionevole. E questo come prima condizione ineludibile, però non sufficiente, per poter sviluppare una politica avanzata di controllo pubblico dei settori strategici dell’economia, di nazionalizzazione delle banche, di ricostruzione del tessuto industriale e agricolo, di difesa e potenziamento dei servizi pubblici fondamentali con un potente e progressivo sistema fiscale, di ammortizzamento delle disuguaglianze e distribuzione della ricchezza, di ripartizione del lavoro per combattere la disoccupazione, di deroga delle controriforme del lavoro e delle pensioni, di rispetto vero verso l’ambiente, ecc…, e di affrontare un processo costituente che permetta di recuperare e approfondire la democrazia. Per tutto ciò bisogna lasciare da parte transitoriamente il deficit pubblico, dimenticarsi di fare proposte impossibili alla BCE e smetterla di avere nostalgia della Riserva Federale o della Banca d’Inghilterra quando si può disporre della Banca di Spagna come istituzione equivalente.

L’ammontare del debito estero è insolvibile. La maggior parte è debito del settore privato, e tocca a chi l’ha contratto risolvere i problemi che si presentino, incluso il settore finanziario, molto compromesso. Perciò rifiutiamo qualsiasi operazione di “riscatto” del nostro paese e per la stessa ragione consideriamo come debito completamente illegittimo quello contratto dallo Stato per distribuire fondi di salvezza per gli enti creditizi che non siano stati nazionalizzati.

Rispetto al debito pubblico, lo Stato deve fare una profonda ristrutturazione dello stesso (abbandono, moratoria, conversione in moneta nazionale) che allevi la pressione schiacciante che subiscono i conti pubblici. Agendo diversamente, può considerarsi come irrimediabile il fallimento del Settore pubblico.

Non ci sfuggono i problemi e la complessità dei passi che proponiamo, tra gli altri limitare la libera circolazione di capitali. E la nostra analisi non ci impedisce nemmeno di collaborare con azioni, proposte e mobilitazioni con quella parte della cittadinanza e le sue organizzazioni che, sotto effetto del bombardamento mediatico cui siamo sottoposti o per altri motivi, ancora non condivide la nostra opzione di fronte al crocevia in cui ci troviamo e la necessità di rompere il nodo gordiano dell’euro. Senza dubbio, di fronte al disastro che ci coinvolge e di fronte alle cause profonde che lo promuovono ed acutizzano, non possiamo restare zitti né evasivi. A nostro modo d’intendere, oggi la società spagnola, che è entrata in una agonia prolungata e senza speranza, non dispone di altra scelta che uscire dall’euro per impedire lo sprofondamento definitivo del paese.

Recuperare la sovranità perduta, rendere effettiva la sovranità popolare, richiede di venire fuori dai capestri che ci paralizzano, affrontare la dura realtà e dotarsi dei mezzi per tracciare un progetto di sopravvivenza che, con tutte le difficoltà, può rappresentare anche una grande opportunità per creare una società sovrana, prospera, solidale, democratica, ecologicamente responsabile e libera.

Primi firmatari:

Julio Anguita/ Sebastián Martin Recio/ Diosdado Toledano/ Héctor Illueca/ Salvador López Arnal/ Joaquín Miras/ Juan Rivera/ Miguel Riera/ Andrés Piqueras/ Miguel Candel/ Alberto Herbera/ Isabel de la Cruz/ Rodrigo Vázquez de Prada/ Manuel Muela/ Rosario Segura/ Juan Montero/ Leonel Basso/ Joan Tafalla/ Manuel Monereo/ Antonio Gil/ Manuel Cañada/ Santiago Fernández Vecilla/ Carlos Martínez/ Pedro Montes

* Fonte: controlacrisi.org
(traduzione di Rosamaria Coppolino)

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