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mercoledì 19 giugno 2019

LIBRA SÌ MINIBOT NO?

[ mercoledì 19 giugno 2019 ]

Pierangelo Soldavini su IL SOLE 24 ORE di ieri, ci spiega le fantasmagoriche potenzialità di LIBRA, "la nuova moneta globale che facebook metterà in circolazione nel 2020". 
«Facebook vuole creare un nuovo sistema finanziario globale che sfrutti la blockchain per creare un sistema che sia economico, efficiente, accessibile a tutti e proprio per questo inclusivo, per cercare di includere quella fetta di popolazione mondiale che è esclusa dai servizi bancari e dai servizi finanziari».
Avete capito bene: LIBRA, la moneta di facebook è un'opera caritatevole, con cui si va in soccorso dei poveri del pianeta. Niente di nuovo sotto il sole: ogni porcata capitalistica, affinché sia accettata, dev'essere cosmeticamente e ideologicamente mascherata come un'opera pia.

Chi voglia capire le tecnicalità di LIBRA può sbizzarsi leggendo questa scheda
Mentre, per svelare i misteri della Blockchain si legga attentamente quanto scrisse Bazaar su questo blog
LIBRA conferma l'enunciato di Bazaar: 
«La tecnica non è neutrale: nasce sociopoliticamente orientata per raggiungere gli obiettivi di chi ne finanzia lo sviluppo e la diffusione».
Torneremo sull'argomento. Qui serve sottolineare che mentre il mondo capitalistico italiano ed europeo tesse le lodi della moneta parallela globale che facebook si appresta a lanciare sul mercato — si parla di un affare di migliaia di miliardi l'anno —, esso scomunica e condanna come fosse una minaccia sciagurata i MiniBoT, e li condanna proprio perché potrebbero diventare una moneta parallela all'euro — leggere per credere la condanna della Confindustria.

Un paradosso? No, qui c'è la quint'essenza stessa del capitalismo casinò, o del neoliberismo iperfinanziarizzzato, e cioè: mentre viene considerato lecito che una multinazionale, in queso caso facebook, crei una sua propria moneta, è ritenuto illegale (Draghi docet) che uno Stato, ancora formalmente sovrano, possa fare altrettanto.

Quando l'ingiustizia è legge, violarla è un dovere. 
Lo tengano bene a mente Salvini e Di Maio



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domenica 19 agosto 2018

SILICON VALLEY: DAL NEOLIBERISMO AL NEOFASCISMO di Elliott Gabriel

[ 19 agosto 2018 ]



Presentiamo ai lettori quella che consideriamo la migliore analisi-denuncia della potenza raggiunta dalle grandi multinazionali della Silicon Valley, del loro uso oligarchico di internet e dell' Information and Communication Technology (ICT) del loro sodalizio organico con gli apparati di intelligence dello stato nordamericano. Questo saggio è stato pubblicato il 29 giugno su MINTPRESSNEWS. In Italia è apparso su Voci dall'Estero e quindi su Sinistra in Rete. Ottima la traduzione di Margherita Russo, salvo l'errore di aver scambiato le "potenti corporation" della Silicon Valley con "potenze corporative". Saggio che deve far riflettere sulle implicazioni della cosiddetta "terza rivoluzione industriale", comunemente nota come rivoluzione digitale. Proprio l'altro giorno pubblicavamo LA CYBORG-SINISTRA di Jorge Aleman, in critica a chi a sinistra immagina che avremo "comunismo", ovvero la l'emancipazione dal capitalismo, proprio grazie al pieno dispiegamento di questa "rivoluzione". Si parlava degli accelerazionisti, quindi della corrente di pensiero più inquietante, quella che va sotto il nome di transumanesimo
Temi dirimenti, su cui come rivoluzionari siamo obbligati a capire, giudicare ... e decidere. 


*  *  *

LA FUSIONE DI AMAZON CON LO STATO MOSTRA 
LA DERIVA DAL NEOLIBERISMO AL NEOFASCISMO

Mintpress parla con Yasha Levine, l'autore di SURVEILLANCE VALLEY, e con l'editore di MONTHLY REVIEW John Bellamy Foster sull'ascesa dell'impero Amazon e sulla fusione tra Big Data, il capitalismo finanziario e gli appartai statali statunitensi.

di Elliott Gabriel 


Quest’anno potrebbe passare alla storia come un punto di svolta, in cui il mondo ha finalmente preso coscienza del lato oscuro dell’onnipresenza dei colossi della Silicon Valley nella nostra vita quotidiana. O almeno, così si spera.

Da Amazon a Facebook, Apple, Google, Microsoft e PayPal – tra le altre – sono trapelate rivelazioni che confermano il continuo abuso dei dati degli utenti da parte di società monopolistiche, nonché il loro crescente ruolo come fornitori di tecnologia di sorveglianza per lo stato di polizia, i militari e le agenzie di detenzione per migranti degli Stati Uniti.

A marzo è scoppiato lo scandalo dei dati degli utenti di Facebook raccolti da Cambridge Analytica, che utilizzava le informazioni personali per creare milioni di “profili psicologici” dettagliati per la campagna presidenziale di Trump. Appena due settimane dopo, lo staff di Google è andato in subbuglio sulla questione del “Progetto Maven”, una piattaforma di intelligenza artificiale che potenzierà enormemente le capacità della flotta mondiale di droni militari degli Stati Uniti di raggiungere i bersagli automaticamente. Di fronte allo sdegno pubblico e al dissenso interno, l’azienda ha ritirato la sua candidatura a rinnovare il contratto col Pentagono, che scade il prossimo anno.

Adesso i dipendenti e gli azionisti di Amazon.com – il più grande operatore di marketing online e cloud computing del mondo – chiedono che l’amministratore delegato Jeff Bezos interrompa la vendita del suo servizio di riconoscimento facciale – Rekognition di Amazon Web Services (AWS) – alle forze dell’ordine degli Stati Uniti, incluso il Dipartimento per la sicurezza interna – Immigrazione e dogane (DHS-ICE).

“Come dipendenti eticamente impegnati, chiediamo di poter scegliere ciò che costruiamo e di aver voce in capitolo sul modo in cui viene utilizzato”, si legge nella lettera. “La storia ci insegna che i sistemi IBM furono impiegati negli anni ’40 per aiutare Hitler.

“All’epoca IBM non si assunse alcuna responsabilità e, quando il loro ruolo divenne chiaro, era troppo tardi”, con riferimento alle collusioni con la messa in operatività dei campi di sterminio nazista durante la seconda guerra mondiale. “Non permetteremo che accada di nuovo. È arrivato il momento di agire.”

Presentato a novembre 2016 come parte della suite di cloud AWS, Rekognition analizza immagini e filmati per riconoscere gli oggetti fornendo al contempo analisi agli utenti. Permette inoltre agli utenti di “identificare persone sospette tramite una collezione di milioni di immagini facciali quasi in tempo reale, consentendone l’utilizzo per una tempestiva e accurata prevenzione del crimine”, come si legge nel materiale promozionale. Le forze dell’ordine, come l’ufficio dello sceriffo della Contea di Washington, pagano da $6 a $12 al mese per l’accesso alla piattaforma, che mette gli agenti in condizione di confrontare in tempo reale il database di foto segnaletiche con delle riprese dal vivo.

I dipendenti di Amazon hanno citato un rapporto dell’ACLU in cui si rileva che Rekognition dell’AWS “solleva profonde preoccupazioni per le libertà e i diritti civili” poiché è “suscettibile di abusi”. Tra gli utilizzi potrebbero essere inclusi il monitoraggio del dissenso, oltre al possibile impiego della tecnologia da parte dell’ICE per sorvegliare costantemente gli immigranti nell’ambito della sua politica di “tolleranza zero” di detenzione di famiglie e bambini migranti al confine tra Stati Uniti e Messico.

In una lettera distribuita sulla mailing list “non lo costruiremo”, i dipendenti di Amazon espongono la loro opposizione alla collusione del loro datore di lavoro con le operazioni di arresto e di incarcerazione di massa dei migranti da parte della polizia e del DHS-ICE:

“Non c’è bisogno di attendere per scoprire come verranno utilizzate queste tecnologie. Sappiamo già che in un clima di militarizzazione senza precedenti della polizia, di rinnovati attacchi agli attivisti neri e di ampliamento di una forza di deportazione federale colpevole di violazioni dei diritti umani – questo sarà un altro potente strumento per lo stato di sorveglianza, e in ultima analisi danneggerà i più emarginati.”

Per il giornalista Yasha Levine, lo scalpore sollevato da AWS Rekognition non è certo una novità.

Come nel caso di Google e di altre aziende di punta che lavorano per Washington, si tratta solo di un altro capitolo nella lunga integrazione della Silicon Valley con l’apparato statale di repressione.

“Questa non è una pietra miliare di un’ipotetica ‘Apocalisse della Sorveglianza’, è solo il segno di dove siamo ormai da tempo giunti”, ha dichiarato Levine a MintPress News.
In questo caso l’indignazione dei lavoratori di Amazon è stata probabilmente provocata dalle recenti polemiche sulle separazioni di famiglie migranti dell’America Centrale nei campi di concentramento al confine sud degli USA, insieme al ruolo chiave svolto da Amazon nell’”ecosistema” dei dati dell’ICE, fondamentale per il funzionamento delle operazioni di controllo, detenzione di massa e respingimento degli immigrati da parte dell’ICE.

Nella loro lettera, i dipendenti di Amazon criticano il ruolo dell’azienda nella piattaforma Palantir in dotazione all’ICE:

“Sappiamo anche che Palantir opera su AWS. E sappiamo che l’ICE si affida a Palantir per gestire i suoi programmi di detenzione e deportazione. Insieme al resto del mondo, abbiamo recentemente assistito con orrore mentre le autorità degli Stati Uniti strappavano i bambini ai loro genitori. Dal 19 aprile 2018 il Dipartimento della Sicurezza Nazionale ha inviato quasi 2000 bambini ai centri di detenzione di massa…Di fronte a questa immorale politica americana e al trattamento sempre più disumano di rifugiati e immigrati negli Stati Uniti anche al di là di queste politiche specifiche, siamo profondamente preoccupati dal coinvolgimento di Amazon, che fornisce infrastrutture e servizi a ICE e DHS.”

Nel 2014, ICE ha concesso a Palantir un contratto da 41 milioni di dollari per il sistema Investigative Case Management (ICM), che ha notevolmente ampliato la capacità di condividere le informazioni tra l’agenzia ed altre banche dati, tra i quali quelle dell’FBI, l’agenzia federale antidroga e l’Ente contro il traffico di Alcol, Tabacco e Armi da fuoco. Il contratto ha permesso ad ICE di aumentare significativamente gli arresti e le incarcerazioni di clandestini, sulla base dei diversi dati raccolti da Palantir e salvati sui server di Amazon Web Services
“Su Amazon è possibile per chiunque noleggiare le funzionalità [di Rekognition] con la stessa facilità con cui si può affittare uno spazio web, o sottoscrivere un piano di pagamenti con Amazon”, ha commentato Levine.

Nel suo nuovo libro, Surveillance Valley: The Hidden History of the Internet, Levine descrive la stretta relazione tra i Big Data e lo stato di polizia americano. Nell’introduzione al suo libro si legge:

“Da Amazon a eBay a Facebook – la maggior parte dei servizi Internet che utilizziamo ogni giorno sono divenute aziende onnipotenti che tracciano e profilano gli utenti, perseguendo contemporaneamente partnership e rapporti commerciali con le principali agenzie militari e di intelligence degli Stati Uniti. Alcune parti di queste società sono così strettamente intrecciate con i servizi di sicurezza americani che è difficile dire dove finisce il privato e dove inizia lo stato”.

Dopo aver conquistato la vendita al dettaglio e online, il prossimo obiettivo di Amazon è lo stato

Concepito dal fondatore Jeff Bezos come un “negozio universale”, che vende prodotti dai libri ai DVD e alla musica, Amazon ha a lungo rappresentato una grave minaccia per il mercato tradizionale dei punti vendita, poiché tra la fine degli anni ’90 e gli anni 2000 ha spazzato via grandi e piccoli librerie in un mucchio di cenere del commercio al dettaglio.

“Amazon è ormai diventato di fatto il negozio universale in America – è scioccante pensare al giro di affari e di denaro che controlla”, ha detto Levine, aggiungendo che il potere dell’azienda “è abbastanza deprimente.”

L’azienda è diventata anche la più grande società di hosting Internet al mondo, attraverso la sua piattaforma di cloud computing Amazon Web Services. A partire dal 2006, AWS ha svolto un ruolo analogo alla piattaforma di vendita di Amazon.com nel sostituirsi ai tradizionali provider di data center e alle piattaforme professionali IT, raggiungendo un livello di centralizzazione inimmaginabile in termini di archiviazione dei dati e funzionalità informatiche a basso costo. Per un certo periodo persino Dropbox è stata ospitata nel cloud AWS.

Il successo dell’azienda come principale rivenditore e servizio di cloud computing al mondo è strettamente correlato ai livelli di sorveglianza di Amazon non solo nei confronti dei consumatori, ma soprattutto su una forza lavoro dipendente enorme e fortemente sfruttata. Come Levine spiega nel suo libro:

“[Amazon] archivia le abitudini di acquisto delle persone, le loro preferenze sui film, i libri a cui sono interessati, la velocità con cui leggono i libri sui loro Kindle, e le sottolineature e note a margine. Inoltre tiene sotto controllo i suoi magazzinieri, monitorando i loro movimenti e cronometrando le loro prestazioni.

Per gestire una tale mole di dati Amazon ha bisogno di un’incredibile potenza di elaborazione, e questa esigenza ha generato il redditizio business collaterale di noleggio di archiviazione sui suoi enormi server ad altre società”.

Durante le elezioni presidenziali americane del 2012, il software AWS ha fornito quasi tutti gli aspetti dell’analisi dei big data della campagna di rielezione del presidente Barack Obama, dalla gestione web alla gestione delle mailing list, alla raccolta dei dati, assegnazione dei volontari, manutenzione del database di informazioni sugli elettori e “elaborazione in blocco delle transazioni” per le donazioni.

All’inizio del 2013, un accordo segreto ha assegnato ad Amazon un contratto da 10 anni e 600 milioni di dollari per fornire servizi cloud alla Central Intelligence Agency e alle 17 agenzie di intelligence.

Il contratto di Langley con una società così orientata al commercio come Amazon, piuttosto che all’offerente rivale IBM, ha provocato onde d’urto nel settore tecnologico, ma l’azienda si è vantata del fatto che ciò fosse dovuto al fatto di poter fornire alla CIA una “piattaforma tecnologica superiore”, oltre alla sua capacità di fornire “la sicurezza ed affidabilità necessarie per sistemi che presentano criticità di obiettivo”.

La piattaforma di Amazon sarà presto sede di un importante progetto di intelligence della CIA soprannominato “Mesa Verde”, che utilizzerà il software cloud C2S dell’agenzia costruito su AWS in più esperimenti volti ad analizzare migliaia di terabyte di dati, inclusi dati internet pubblici, utilizzando strumenti di elaborazione del linguaggio naturale, analisi del clima di fiducia e visualizzazione dei dati.

Secondo un rapporto di Bloomberg Government di maggio, AWS è l’unica piattaforma cloud privata a cui è stata concessa l’autorizzazione a immagazzinare informazioni dell’agenzia contrassegnate come “Segrete”.

La partnership CIA-Amazon: capitalismo di sorveglianza in azione

La partnership tra Amazon e Langley è solo un esempio di capitalismo di sorveglianza in azione, secondo il professore e studioso di sociologia John Bellamy Foster, redattore del venerabile giornale socialista indipendente Monthly Review.

Parlando a MintPress News, Foster ha spiegato:

“Attualmente Amazon sembra concludere un contratto dopo l’altro con i settori militare e dell’intelligence americani…[Il cloud della CIA] è custodito nei locali di un’azienda privata, una specie di “castello fortificato” per le comunicazioni dell’intelligence [spionaggio], pur separato dal resto di Internet, ma fondamentalmente gestito da una società a scopo di lucro. Amazon ha anche un contratto da 1 miliardo di dollari con la Security and Exchange Commission, collabora con la NASA, la Food and Drug Administration e altre agenzie governative.”

In un saggio del 2014 per Monthly Review, Foster e Robert W. McChesney hanno introdotto il termine capitalismo di sorveglianza in riferimento al processo di capitalizzazione monetaria dei dati estratti attraverso operazioni di sorveglianza condotte in collusione con l’apparato statale. I due individuano le radici politico-economiche dell’era dell’informazione digitale nelle prime fasi del complesso militare-industriale, attraverso l’identificazione negli anni Cinquanta del capitalismo consumistico – corporazioni, agenzie pubblicitarie e media – con lo stato di guerra permanente, che ha infine catalizzato la nascita della tecnologia satellitare, di Internet e il dominio di un ristretto gruppo di imprese tecnologiche monopoliste nell’attuale era della globalizzazione neoliberale.

Dal ruolo del settore tecnologico nelle operazioni dello stato di polizia all’espansione di tecnologie “intelligenti” come Alexa di Amazon nelle nostre case, all’utilizzo dei droni e dell’intelligenza artificiale per tenere d’occhio l’intera popolazione e la manipolazione dei dati degli utenti di Facebook nella partnership tra la campagna di Trump e Cambridge Analytica, il giudizio di Foster sulla crescita metastatizzante del capitalismo di sorveglianza e sul suo ruolo onnisciente nella nostra vita quotidiana è inequivocabile:

“Le implicazioni per il futuro sono sconcertanti.”

Non tutti condividono il pessimismo di Foster. Per l’ex ricercatore della sicurezza informatica della CIA John Pirc, il contratto dell’agenzia con Amazon rappresenta la caduta dello stigma di “giudizio annebbiato” che affliggerebbe la sicurezza del cloud computing. Parlando con The Atlantic, Pirc ha commentato:

“C’è molto interesse per il cloud ma tanta gente è ancora titubante, quindi vedere la CIA che lo adotta, e lo fa in modo così dirompente, è un messaggio molto forte”.

Il sacro caos e la “forza burrascosa della distruzione creativa”

Creazione, epifania, genesi, profezia, rapimento, sacrificio, ira; sono queste le parole dal significato sacro sparse per tutto l’Antico e il Nuovo Testamento, ancora cariche di significato divino per i credenti. Amati dal clero e riveriti dai fedeli, questi termini consacrati sono difficilmente associati al logo della mela morsicata di Apple o alla secolarmente profana voce robotica di Alexa.

Ma nel culto odierno dell’alta tecnologia e di Internet – dove imprenditori come Steve Jobs e Mark Zuckerberg sono stati elevati al livello di profeti o faraoni, e le start-up vengono evangelizzate ai TED Talks come la panacea per problemi che spaziano dal tenersi in forma alla crisi dei rifugiati – un nuovo lessico ecclesiastico si sta facendo strada. Il concetto chiave di questa pseudo-religione dei Big Data è quello di rottura, un termine spesso evocato che indica la sostituzione di vecchi mercati e modelli di business con le nuove innovazioni tecnologiche.

Come il pioniere della Silicon Valley, informatico e studioso Jaron Lanier ha evidenziato nel suo libro del 2013 Who Owns the Future?:

“Al termine “rottura” è stato attribuito uno status quasi sacro nei circoli tecnologici del business…Rompere è il risultato più celebrato. Nella Silicon Valley, si sente sempre che questo o quel settore è maturo per la rottura. Ci piace illuderci che la rottura implichi maggiore creatività. Ma non è così. È sempre la stessa storia.”

Per Lanier – un fervente difensore del capitalismo – la parola viene usata impropriamente per esprimere il potenziale liberatorio della nuova tecnologia, quando in realtà il predominio delle grandi aziende tecnologiche ha portato a un mercato ristretto dominato da “un numero limitato di agenzie di spionaggio in posizioni pervasive”. Il panorama digitale è quindi diventato il feudo delle imprese monopolistiche che esercitano un pugno di ferro sui concorrenti e sulle merci principali dei Big Data: gli utenti di Internet e le loro informazioni personali.

Per Foster, questo processo è assimilabile al neoliberismo – l’ideologia capitalista prevalente che impone il controllo senza ostacoli su tutti gli aspetti della vita pubblica da parte del capitale finanziario e del mercato. Foster osserva che l’ortodossia neoliberale è radicata nel concetto di distruzione creativa, idea associata alla parola d’ordine “rottura”.

Il concetto di distruzione creativa fu introdotto nel 1942 dall’economista austriaco-americano Joseph Schumpeter per descrivere un processo di costante cambiamento insito nel capitalismo, in cui imprenditori emergenti agiscono come “forze innovative” tramite una “perenne tempesta di distruzione creativa” che disorganizza e sposta gli equilibri della concorrenza, rimodella i mercati globali e apre la strada per l’emergenza di nuovi monopoli come, ad esempio, le aziende leader della Silicon Valley.
“Una delle componenti chiave dell’ideologia neoliberista è l’apertura del sistema alla crescita senza restrizioni delle corporation e delle potenze monopolistiche ”, ha detto Foster a MintPress News, aggiungendo:

“L’era neoliberale ha quindi visto uno dei più grandi periodi di crescita di sempre nel potere monopolistico, in particolare nei settori cibernetico e digitale. Si consideri che né Google, né Amazon né Facebook esistevano 25 anni fa e Facebook non esisteva neanche 15 anni fa. Tra il 2016 e il 2017, Amazon ha registrato un aumento del 51% della capitalizzazione di mercato. Queste sono gigantesche imprese monopolistiche”.

Foster ha continuato spiegando:

“In generale, il capitalismo è un sistema che cerca di superare tutti i limiti nella sua produzione e vendita di merci, mercificando ogni cosa esistente – e oggi, nell’era del capitalismo monopolistico-finanziario e del capitalismo di sorveglianza, questo significa intromettersi in ogni aspetto dell’esistenza allo scopo di manipolare non solo il mondo fisico, ma anche le menti e le vite di tutti. È questo il nucleo centrale del capitalismo di sorveglianza.

Ma questo stesso capitale finanziario monopolistico ha come contropartita la crescente centralizzazione del potere e della ricchezza, l’aumento del controllo sul monopolio, l’espansione del militarismo e dell’imperialismo e sempre maggior potere alla polizia. È ciò che il teorico politico Sheldon Wolin ha definito “totalitarismo invertito”, in cui il crescente controllo totalizzante della popolazione e la distruzione delle libertà dell’uomo sono mascherate da un’ideologia individualistica”.

Ora che Amazon si avvicina al suo venticinquesimo anniversario, Foster fa notare che è diventato “un vasto impero della mercificazione culturale (o anti-culturale)” – e il fatto che sia l’editore del Washington Post rende evidente la fusione dell’impresa monopolista con l’apparato statale dell’imperialismo USA .

Amazon si impossessa del “giornale dei record”, ovvero “la democrazia muore nelle tenebre”

Da quando Jeff Bezos ha acquistato il Washington Post nel 2013 per $250 milioni, il principale quotidiano della capitale americana si è trasformato nel baluardo della Fortezza Amazon. Al di là di qualsiasi squadrone d’élite di lobbisti o dei contratti con l’Homeland Security o la National Security State, il ruolo influente del giornale che plasma l’opinione pubblica e che è il principale organo d’informazione della classe politica dà a Jeff Bezos e ai suoi colleghi un accesso senza precedenti alle sale del potere imperiale.

“Ovviamente è un problema quando un business potente e monopolistico come questo con un proprietario così autoritario è anche nel settore dei media”, ha commentato Yasha Levine, aggiungendo:

“La situazione è questa: Amazon è un importante appaltatore della CIA, e questo importante appaltatore possiede anche uno dei giornali più importanti del paese – che guarda caso dovrebbe investigare sulla CIA e su questioni di sicurezza nazionale.”

Da quando Donald Trump è salito al potere lo scorso gennaio, “Amazon Washington Post” è stato l’obiettivo delle ire del presidente come esempio supremo di “spacciatore di fake news”. Se è vero che alcuni attacchi di Trump al Post possono sembrare semplici sfoghi su Twitter contro un legittimo scrutinio giornalistico, bisogna riconoscere che il giornale, una volta celebrato per la pubblicazione dei rivoluzionari Pentagon Papers del 1971, serve oggi prepotentemente da pulpito per i detrattori del presidente nella cosiddetta “resistenza” liberale, e da portavoce di un’ala aggressivamente neoliberista negli Stati Uniti.

“Il Washington Post è sempre stato un giornale liberal-capitalista, un arbitro dell’ideologia capitalista e un difensore dell’impero degli Stati Uniti, [ma] ora è diventato, come parte dell’impero Bezos, qualcosa di peggio”, osserva Foster.

Non passa un giorno senza che il Post pubblichi una sfilza di storie che cercano di smascherare “interferenze russe”, che avrebbero favorito Trump attraverso i social media o le “fake news”. Sulla base di pareri “esperti” del centro studi sui media “indipendente” PropOrNot, il Post ha accusato MintPress e pubblicazioni come Black Agenda ReportCounterPunch e Truthout di essere piattaforme di propaganda legate al Cremlino, senza mai citare uno straccio di prova. Nella sua lista nera il gruppo ha affiancato indistintamente siti di informazione indipendenti e eterogenei ad outlet più dichiaratamente estremiste come Infowars di Alex Jones e il sito web neo-nazista The Daily Stormer.

Il Washington Post sembra avere intrapreso una sorta di guerra ideologica contro basilari istanze progressiste, ha spiegato Foster:

“Di recente ha pubblicato un articolo che descrive come ideali di “estrema sinistra” l’assistenza sanitaria universale o la protezione dei parchi nazionali, come se anche queste tradizionali cause della sinistra liberale fossero ora ben al di fuori della portata di un panorama politico accettabile – una posizione chiaramente concepita per spostare il dibattito politico sempre più a destra. Bezos e Amazon sono semplicemente i simboli di questa regressione sociale, al pari dell’attuale occupante della Casa Bianca”.

Per Levine, questa tendenza – si pensi il sito scandalistico The Intercept che è stato acquistato dall’imprenditore miliardario della Silicon Valley e co-fondatore di eBay Pierre Omidyar – va oltre il solo Post. Levine ha commentato:

“Si tratta della questione più ampia della strada imboccata dalla Silicon Valley, con le sue aziende costruite sulla sponda delle attività dominanti su Internet; e se si dominano gli affari, si domina la narrazione della società e dei media – così funzionano le cose”.

Foster è d’accordo e non usa mezze parole per descrivere il pericolo rappresentato dal crescente potere di Amazon nella società americana:

“La democrazia può essere definita in vari modi, ma nessuna definizione di democrazia – non importa quanto speciosa – è coerente con una società in cui esiste un potere così vasto e monopolistico di una sola classe, e dove l’infrastruttura della vera democrazia (educazione, comunicazione, scienza, cultura, dibattito pubblico, canali di pubblico dissenso) è stata demolita.

Per questo ed altri motivi, la società americana e gran parte del mondo capitalista si sta spostando dal neoliberismo verso ciò che si potrebbe meglio definire come neofascismo”.






giovedì 9 agosto 2018

FUORI DAL MONDO di Micaela Bartolucci

[ 9 agosto 2018 ]

Disse Umberto Eco che «I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar, dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività…mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un premio Nobel. E’ l’invasione degli imbecilli».
Con l'arrivo del governo giallo-verde in tanti a sinistra sembrano avere perso la testa. Purtroppo non si tratta solo di "imbecilli", ma anche di intellettuali e dirigenti politici e sindacali, che sono quindi considerati punti di riferimento culturale e modelli di riferimento. Uno di questi casi è, ahinoi, quello di Giorgio Cremaschi, che nella sua pagina facebook, in preda a convulsioni isteriche, si è lasciato andare a invettive scomposte a dir poco deliranti

*  *  *


E’ definitivo, ineluttabile, impossibile non rendersene conto. Una marea sempre crescente di anime salve ha buttato il cervello all’ammasso. Non è questione di società liquida o gassosa, non è questione, semplicemente, di seguire pedissequamente il pensiero dominante; qui la cosa è molto più seria, più profonda: è in atto un rincoglionimento progressivo ed assoluto di una parte che, per comodità, definisco sinistra e che copre un arco che va dai centri sociali al PD e risparmia solo pochi soggetti politici o politicizzati. A quest’ultimi, pur con tutte le differenziazioni del caso, va tutta la mia stima.

Il marxismo è, fondamentalmente, interpretazione della realtà, delle dinamiche politiche, economiche e sociali che intervengono in una data fase storica, è quindi, anche ma certamente non solo, studio e comprensione dell’oggi. Ecco. Dov’è tra questi soggetti sinistrati dal terremoto della fine dell’ideologia, che ci hanno sparato in faccia le élites neoliberiste (bontà loro!), lo studio della realtà? A che punto sono nella loro elaborazione teorica che possa spiegare le dinamiche sopracitate? Come espongono tali elaborazioni? Il nulla cosmico! questa è la risposta.

I vari sinistrati ormai non elaborano più alcun pensiero, non formulano alcuna analisi compiuta, ormai si va di slogan! Ma attenzione, anche qui, non parliamo neanche lontanamente di slogan originali, no, essi sono diventati megafono del becero servilismo al grande disegno ordoliberista. Totalmente incapaci di intendere, di capire e di volere…sono un’eco avvilente, immobile, banale, ridondante, scontata, ridicola, patetica del luogo comune: la sua santificazione! “…per chi non è abituato, pensare è sconsigliato” cantava Guccini.

Non pensano ma si esprimono; legandosi con un filo sottile a formare un unico coro di indignati cialtroni da circo mediatico: urlanti, sprezzanti, rancorosi, irosi… ma, come gli ignavi di dantesca memoria, seguono un vuoto vessillo “e io, che riguardai, vidi una insegna che girando correva tanto ratta, che d’ogni posa mi parea indegna; e dietro le venia sì lunga tratta” cit. Inferno, c. lll Parafrasando il Sommo, direi che di viltà hanno fatto il gran rifiuto!

Lasciandosi totalmente accadere la realtà, non elaborano, seguono il disegno preciso di un demiurgo intelligente che dai tempi dei romani sa cosa vuol dire il motto “divide et impera” cioè separa e domina. Allora eccoli pronti, come novelli crociati, a farsi paladini delle cause più disparate, secondo quello che il mercato delle idee offre loro. Gli esempi più recenti? Il gioco di specchi Salvini-governo-migranti… totalmente debussolati si sono esibiti in un patetico can can di prese di posizione surreali, da coro da stadio: profondità zero, brodo primordiale senza ritegno, cito qui alcune perle non rare! Prese da Fb, per rispetto alla loro stupidità o, nei migliori dei casi, alla loro incapacità elaborativa, copro le fonti…

Stessa cosa per i diversi argomenti che, armi geniali di distrazione di massa, vengono introdotti sui media: dal lancio di uova (che ha mandato all’ospedale anche italiani non di colore ma per i quali nulla si è detto) trasformato da gesto imbecille a complotto antimigranti, al dibattito sui vaccini che, lungi dall’essere scientifico-economico, è diventato sterile ed idiota o su caporalato e sfruttamento, assurto alle cronache con l’ennesima tragedia annunciata, ma trattato con la banale pochezza d venditori di grattachecche. A questo aggiungo i variegati volti dell’indignazione massmediatica, come i diversi “Je suis…” (profondo rispetto di chi scrive per la strage a Charlie Hebdo), gli indossatori selfieisti di magliettine rosse, i “qui ci abita un antifascista” (ed un profondo ignorante della lingua italiana che non sa che la frase, ridicola, contiene anche un errore grammaticale!)…tutti dietro a questi luoghi comuni feroci, in un unico colorato calderone.

Insomma, riassumendo cosa salta agli occhi di un alieno che si imbatta nei post contenuti in questa cloaca che sono i social-media? Che la colpa, la responsabilità di tutto quel che accade nell’universo è, chiaramente, di Salvini e di questo governo! Ormai qualsiasi cosa succeda, qualsiasi fatto, qualunque tragedia, per questi utili idioti autodecerebratesi, la colpa è di questo governo Cinquesvastiche e fascioleghista (affermazione da TSO, ma transeat…). Siamo al parossismo ed è grave.

Se è vero che il sonno della ragione genera mostri, Goya docet!, qui siamo in un serraglio, nel dietro le quinte del circo Barnum, in un film di Carpenter….

U.Eco, durante una Lectio magistrali all’università di Torino nel 2015 disse: “I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar, dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività…mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un premio Nobel. E’ l’invasione degli imbecilli” Allora certo che l’imbecillità è sempre esistita, certo che una certa sinistra ha sempre seguito i facili precetti del qualunquismo militante, certo che questa corsa al movimentismo ed alla lotta infantile non ideologica (arcobaleni, unicorni, no tav, no tap, no racism, stay human, no fascism, no discriminazione, sentinelli, not in my name, si ius soli…) è una malattia di questi tempi moderni che colpisce chi non ha una solida formazione politico-teorica, ma lasciar correre senza spendere una parola di critica politica, non è sano. E’ obbligatorio combatterla, vitale debellarla. Lasciarla proliferare senza cercare di arginarla, facendo finta di niente pensando che sia normale, è estremamente pericoloso per chi fa militanza, non attivismo, che c’è un’enorme differenza!

E’ assolutamente necessario fare seriamente il punto della situazione, chi vuole occuparsi di politica e vuole essere preso sul serio deve prendere coscienza delle dinamiche della realtà, deve slegarsi da questa parata di buffoni acritici, deve smarcarsi dal pressapochismo inculcato ad arte... Occorre riappropriarsi delle proprie capacità intellettive, occorre studiare per poter comprendere, occorre lottare contro la superficialità acritica e banalizzante, aprire orecchie e occhi per sentire e vedere senza i filtri del pensiero dominante.

Per scegliere da che parte stare e come, occorre conoscere, non basta leggere quattro cazzate su internet, conoscere vuol dire studiare, aprire quelle cose fatte di fogli di carta che, comunemente, chiamiamo libri e confrontarsi ma per farlo occorre avere gli strumenti necessari. Non si combatte con la clava contro chi usa un M16. Farlo non è eroismo, è stupidità.

Studiare è tempo e fatica, è far lavorare il cervello, sottolineare, cercare di capire, approfondire… Chi non lo fa è votato all’ammasso, all’ignoranza, è utile come lo furono i pezzenti a papa Urbano ll, usa il proprio pensiero come chi impugna la forchetta per assaporare il brodo, è convinto di fare politica mentre corre all’impazzata dietro ai fattarelli, crede di sapere mentre ignora profondamente, parla e pontifica su tutto senza aver compreso un cazzo, ha un’opinione su ogni accadimento ma è totalmente analfabeta e quindi non può leggere la realtà. Ignora l’umiltà, il sapere di non sapere, unica possibile fonte di conoscenza, si unisce a legioni di egocentrici, pavidi, segamentalisti combattenti per le cause più assurde ed improbabili, in prima linea senza linea…

Ancora peggio, diventa un combattente da tastiera o scende in piazza come singolo, un gregge di pecore acritiche senza pastore ma circondati dai cani da guardia del potere, che sa bene, sempre, da che parte stare e come sfruttare i mezzi di propaganda di massa che possiede. Allora, eccoli lì, schierati, tutti avanti lancia in resta verso i mulini a vento costruiti ad hoc nelle fabbriche del grande capitale, ma senza la dignità di Don Chisciotte, incoerenti Sancho Panza destinati al macello. Hic sunt leones? No, nessun leone, qui abbiamo, in prevalenza, solo inutili imbecilli acefali, voce del padrone, che ignorano i più semplici poliorceti ma pensano di combattere per il bene dell’umanità.


sabato 23 giugno 2018

VENITE FUORI DAI "SOCIAL"

[ 23 giugno 2018 ]

Quello nella foto accanto è Jaron Lanier, vero e proprio guru della "rivoluzione digitale", un'autorità indiscussa della Silicon Valley.

E' uscito anche in Italia, per i tipi de Il saggiatore, il suo ultimo libro. Il titolo è inequivocabile: Dieci ragioni per cancellare subito i tuoi account social.

Tesi: i cosiddetti social network sono un'arma di distrazione e di distruzione di massa.

«I social ti limitano la libertà di scelta, sono il principale catalizzatore della follia contemporanea, ci stanno trasformando in una manica di stronzi — sempre parole di Lanier —, stanno minando la verità, la nostra capacità di provare empatia, la nostra possibilità di essere felici, di vivere dignitosamente e persino di mantenere in piedi le nostre democrazia». 
Lanier, che certo conosce bene ciò di cui parla, denuncia che gli algoritmi su cui si basano i "social" non sono innocenti, non sono neutrali, ma costruiti in base a cinici modelli di business che non solo sono manipolatori ma creano una dipendenza di massa.


Uscire dai "social" è quindi l'unico modo per fuggire dalla gabbia, per non farsi fregare. «Devi farlo per la tua integrità, non solo per salvare il mondo», scrive Lanier, che quindi ricorre ad una metafora. L'umanità, sostiene il Nostro, si divide tra cani e gatti, tra chi è obbediente e prevedibile e chi invece è autonomo e imprevedibile: 

«Questo libro spiega come diventare gatti. Come restare autonomi in un mondo in cui siamo costantemente sorvegliati e sollecitati da algoritmi gestiti dalle più ricche corporation della storia, la cui unica fonte di guadagno consiste nel farsi pagare per manipolare il nostro comportamento».
Ricordate lo scandalo Facebook-Cambridge Analytica? Per Lanier è solo la punta di un iceberg.

Quanto afferma Lanier, in un certo senso, ci consola. Non perché siamo trinariciuti, o luddisti rispetto ad internet. Noi siamo stati sempre molto scettici sul fatto che i cosiddetti "social" fossero buoni strumenti di comunicazione e di sensibilizzazione politica e sociale. Se ci fate caso l'esplosione dei "social" è il risultato della distruzione della vera e propria comunicazione sociale, della distruzione delle tradizionali connessioni comunitarie, Facebook le ha rimpiazzate infatti, sostituendole con quelle virtuali, che per loro natura si fondano sull'atomizzazione e l'individualismo.

Una cosa è usare i "social" come strumenti secondari e collaterali di comunicazione e mobilitazione, un'altra è farne il luogo principale, prioritario, se non addirittura esclusivo. 

Non si tratta solo di smettere di aiutare grandi multinazionali a fregarci e fare profitti stellari; si tratta smettere di alimentare processi colossali di manipolazione a auto-manipolazione; si tratta di rifiutare una specie di autoreclusione nel virtuale che è funzionale a chi ci vuole impotenti, e che contribuisce a farci sentire tali. 



venerdì 23 marzo 2018

IO NON STO SU FACEBOOK, MA NON DITE CAZZATE! di Piemme

[ 23 marzo 2018 ]


IO NON STO SU FACEBOOK, MA NON DITE CAZZATE! 
Le anime belle liberali piangono lacrime di coccodrillo per lo scandalo che sta travolgendo Facebook e il suo padrone Mark Zuckerberg a causa del furto di dati operato dalla Cambridge Analytica.

Scoprono, pensate un po', che con le nuove tecnologie sarebbe in gioco "il bene assoluto della libertà individuale". Uno di questi rispettabili liberali scopre che come cittadini 
«Siamo nudi dinanzi al mondo, in un angolo del quale c'è qualcuno che in realtà sa tutto di noi. E il paradosso è che forniamo noi stessi, più o meno volontariamente, le informazioni essenziali, anche personalissime, che opportunamente assemblate ci stanno trasformando da utenti o fruitori di un servizio in merce: dati raffinati da mettere in vendita». [Alessandro Campi, il messagero del 22 marzo]
Saremo pedanti ma vorremmo ricordare al nostro compunto liberale che scopre l'acqua calda, e che gli uomini sono merce da un bel pezzo, almeno da quando esiste il capitalismo. Lo sono anzitutto i lavoratori salariati che sul mercato sono appunto la merce più preziosa in quanto producendo valore nel processo di produzione aggiungono valore al capitale. La mercificazione degli uomini come cose, fenomeno che Marx chiamava reificazione. E con la mercificazione la libertà può solo essere formale e non sostanziale, privilegio dei dominanti.
Per cui Facebook non ha fatto altro che portare questo processo di mercificazione e reificazione fuori dal processo produttivo, trasferendolo nella sfera delle relazioni sociali, che oggi, come sappiamo, vivono anzitutto nel mondo della virtualità. Spingendo quindi al massimo grado l'alienazione di Sé.


Il liberale esprime dunque la sua angoscia perché è
«innaturale che un'oligarchia non sottoposta ad alcun controllo possieda e gestisca, secondo criteri di puro tornaconto commerciale e sulla base di procedure che rappresentano un segreto inaccessibile a qualunque autorità pubblica, miliardi di dati personali accumulati all'insaputa dei diretti interessati. Ancora più grave è che costoro non siano in grado di tenere riservati questi dati, o che siano rubati...». 
En passant: il Nostro piagnucola ma si guarda bene dal trarne la conclusione, che è una sola come scrisse Sandokan su questo blog, che certi mostri internettari andrebbero espropriati e posti sotto controllo pubblico.

Innaturale?!?  E' forse "naturale" che il sistema mediatico, televisivo, della carta stampata e anche del web, sia controllato da gruppi non meno oligarchici (liberali)? E non è forse vero che questi gruppi oligarchici agiscono, anche loro, per tornaconto commerciale, ovvero agiscano in nome del profitto quasi sempre a spese della verità? 

Il liberale spara quindi l'ultima cazzata. Lo scandalo facebook sarebbe
«Utilizzando i profili psico-sociali degli utenti... si sarebbero indirizzati a milioni di elettori  messaggi personalizzati, costruiti ad arte per orientarne il voto finale in una precisa direzione. Una truffa a danno della democrazia, una manipolazione, un'alterazione delle volontà popolare». 
Oddio! Il Nostro precipita dal pero. E che c'era bisogno che nascesse Facebook per scoprire che il mondo dell'informazione, monopolio delle élite capitalistiche, private e pubbliche, lavora ogni giorno a pieno regime per "manipolare" l'opinione pubblica e quindi "orientare il voto finale" del cittadini?

Sorge dunque il sospetto che la ragione di tanto disappunto per questa vicenda non sia la vicenda in quanto tale, ma per il fatto che in questa occasione la manipolazione abbia favorito, non le élite liberali, ma quelle populiste (Brexit,Trump). Noterete che infatti viene fatta circolare ad arte l'indiscrezione che qualche diavolo (Steve Bannon, Putin...) abbiano interferito sulle elezioni italiane per far vincere M5S e Lega.

Qui il Nostro ha uno slancio di ragionevolezza, dal momento che dice ai suoi sodali che le ragioni della loro sconfitta sono profonde e non si possono spiegare coi complotti e le cospirazioni. 

Per concludere. E' singolare che oggi le élite ricorrano, per giustificare la loro débâcle, alla teoria del complotto, cosa per cui han sempre deriso i complottisti. Hanno preso dei tali ceffoni, la loro egemonia è talmente traballante, che gli gira la testa e non sanno a che santo votarsi. E' infine sintomatico: le teorie complottiste sono sempre tipiche di minoranze marginali, che tentano di giustificare la loro debolezza con spiegazioni diaboliche e non razionali. 

Si può addirittura azzardare una legge: il complottismo riconcilia gli sconfitti con il loro senso di impotenza davanti ai potenti processi sociali





mercoledì 20 dicembre 2017

NAZIONALIZZARE FACEBOOK di Sandokan

[ 20 dicembre 2017 ]

Lo so, ora mi prenderete per matto. Ma io vi dico che uno stato sovrano, certo nel pieno rispetto dell'art.21 della Costituzione — «Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure»— dovrebbe assumere il pieno controllo della rete. 

Non dico che devono diventare di proprietà pubblica tutti i server, dico che lo dovrebbero diventare tutti i diversi provider che rifiutano di attenersi all'art. 41 della Carta:

«L'iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l'attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali». 
Qui sta il punto con internet: che grandi monopolisti a stelle e strisce (anzitutto Facebook, Google, Twitter e Amazon per altri versi) svolgono la loro attività violando la Costituzione in quanto contrastano "con l'utilità sociale e recano danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana". Aggiungo: alla salute ed alle capacità cognitive ed intellettuali dei cittadini.
Sui danni letali, psicologi, biologici e antropologici che questi mostri americani di internet stanno causando alle nuove generazioni, vi consiglio di leggere con molta attenzione quanto scriveva ieri in un editoriale sul Corriere della sera  l'insospettabile Massimo Gaggi.


*   *   *


INTERNET SOTTO ACCUSA
I pentiti dell’utopia digitale

di Massimo Gaggi


La missione fallita di Twitter nelle parole del cofondatore, Evan Williams: «Credevo che dare più libertà alla gente di scambiare idee e informazioni in rete bastasse di per sé a creare un mondo migliore. Sbagliavo, Internet è a pezzi». Poi l’ex presidente di Facebook, Sean Parker, che si definisce obiettore di coscienza dei social media dopo aver visto come «Facebook e gli altri hanno costruito il loro successo sullo sfruttamento della vulnerabilità della psicologia umana: Dio solo sa cosa stanno facendo al cervello dei nostri figli».

In mezzo pentimenti e denunce di molti manager che hanno partecipato alla costruzione del mondo digitale nel quale viviamo: da Tristan Harris, ex design ethicist di Google («i tecnici che hanno creato la tecnologia che ti spinge a consultare in continuazione il cellulare tra loro la chiamano brain hacking », hackeraggio del cervello) a Roger McNamee: «Ho investito e guadagnato molto con Google e Facebook nei primi anni, ma oggi mi rendo conto che, come nel caso del gioco d’azzardo, della nicotina, dell’alcol e dell’eroina, Facebook e Google (quest’ultima soprattutto attraverso YouTube) producono felicità di breve periodo con pesanti conseguenze negative nel lungo termine: gli utenti non si accorgono dei segnali di dipendenza fino a quando non è troppo tardi. La giornata ha solo 24 ore e queste compagnie competono per conquistarne la maggior parte possibile. Il capo di Netflix dichiara che il suo principale concorrente «non è Amazon ma il sonno dei suoi spettatori».


Poi Antonio Garcia Martinez che confessa: «Per due anni ho avuto l’incarico di trasformare i dati di Facebook in denaro, usando qualunque strumento legale. Se fate ricerche su Internet o comprate oggetti in un negozio e poi trovate su Facebook delle pubblicità legate alle vostre ricerche e ai vostri acquisti, prendetevela con me: ho partecipato alla creazione di questa tecnologia». Oggi si dice pentito e legge con angoscia le notizie che arrivano dall’Australia: Facebook in una riunione con gli inserzionisti pubblicitari che doveva restare riservata ha detto di avere la capacità di individuare i teenager più vulnerabili «perché tristi, stressati, depressi, insicuri, sconfitti».

Ultimo, qualche giorno fa, Chamath Palihapitiya, ex vicepresidente di Facebook per la crescita degli utenti: ha confessato di sentirsi «tremendamente in colpa» per aver sviluppato le tecnologie che «stanno distruggendo il tessuto sociale». Per essere più chiari: a forza di like e pollici all’insù, «abbiamo creato un sistema di feedback alimentato dalla dopamina che distrugge il funzionamento della società. Niente più discorso civico, niente cooperazione. Invece disinformazione. E stravolgimento della realtà».

Denunce ormai numerose e impressionanti che non vengono da esterni con gli occhi rivolti al passato, ma dagli stessi protagonisti di una rivoluzione digitale che ha regalato progressi e novità entusiasmanti a tutti noi, ma dotata, al suo interno, di un enorme potenziale distruttivo: una materia da gestire con una saggezza che fin qui è mancata. Accuse a raffica che fanno riflettere, ma non vanno prese a scatola chiusa: vengono da «pentiti» che, dopo aver lasciato la Silicon Valley, si sono messi a fare altro e possono avere interesse a ripudiare le loro esperienze precedenti. Come il Palihapitiya della riscoperta della dimensione etica: le sue riflessioni morali trasformate in sonori atti d’accusa sembrano sincere, ma forse servono anche a dare lustro a Social Capital, la sua nuova società d’investimenti «dal volto umano».

C’è dell’altro, però: le prime risposte di Big Tech. Dopo aver opposto per anni un ostinato silenzio alle accuse degli scienziati e dei media, Facebook è uscita allo scoperto riconoscendo le sue responsabilità politiche e promettendo un’efficace autoregolamentazione solo quando, nel clamore del Russiagate, ha temuto che le regole arrivassero per legge. Poi un sorprendente comunicato per rispondere al suo ex vicepresidente nel quale la società non sostiene che Palihapitiya dica il falso. Solo che «quando Chamath era con noi eravamo un’azienda focalizzata sulla crescita. Allora eravamo una compagnia diversa. Ma lui è andato via sei anni fa. Oggi siamo cresciuti e siamo consapevoli delle nostre responsabilità». Insomma: errori di gioventù, siamo cambiati, fidatevi di noi.

E i danni sociali fatti finora? Anche qui, dopo un lungo silenzio, quattro giorni fa da Facebook è venuta un’ammissione attraverso un post del capo della ricerca del gruppo, David Ginsberg e della ricercatrice Moira Burke: passare troppo tempo sui social media fa male. Per i maliziosi è solo una finta ammissione: i due poi spiegano che a far male è l’uso passivo dei social, mentre se uno è attivo, se interagisce con like, cuoricini e commenti, i danni non ci sono. Ma intanto il muro è stato infranto: si riconosce il valore di studi scientifici fin qui ignorati.

E la ricerca delle debolezze psicologiche dei ragazzi australiani che non è storia di 6 anni fa ma di oggi? In un’altra nota Facebook non nega, ma dice che le notizie pubblicate sono fuorvianti: «Non offriamo (agli inserzionisti) strumenti per bersagliare gli utenti sulla base del loro stato emotivo». Controreplica di Martinez: e allora perché «offrite sistemi di targeting basati su tecniche psicometriche per delimitare, nell’audience, dei sottoinsiemi più suscettibili al messaggio di un inserzionista?». Per la prima volta, dunque, qualcosa si muove nella Silicon Valley, ma è difficile che queste società, tenute a puntare soprattutto al profitto, riescano a trasformare i social in prodotti dotati di una coscienza. L’esempio più significativo della «sbadataggine etica» arriva dal fondatore di LinkedIn, Reid Hoffman. I social media creano dipendenza? Bè, sì, un pò, ammette.

E poi minimizza: «È già successo altre volte, ad esempio con lo zucchero». Hoffman dimentica (o forse non sa) che mezzo secolo fa, ai tempi dell’esplosione del consumo dello zucchero negli Usa, media e scienziati che ne sottolineavano i pericoli furono messi a tacere dalla lobby dei dolciumi e delle bibite. Risultato: oggi l’America è un Paese di obesi con un’epidemia di diabete, anche infantile, senza precedenti. Aspetteremo passivamente anche l’arrivo di un’epidemia di diabete digitale?


* Fonte: CORRIERE DELLA SERA del 19 dicembre

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