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sabato 29 ottobre 2016

LA SINISTRA SDENTATA di Sergio Cesaratto

[ 29 ottobre ]

Micromega ha pubblicato con bella evidenza (non era ovvio nei giorni del referendum) la nostra recensione al libro di Barba e Pivetti. Libro e recensione sono molto duri. Ma la sinistra deve fare i conti duramente con se stessa. Ha fatto bene D'Attorre a cominciare con l'euro qualche giorno fa. Massimo sforzo di condivisione per dare risonanza al libro di Barba e Pivetti. (Sergio Cesaratto)






Il tradimento della sinistra


Il volume di Aldo Barba e Massimo Pivetti [La scomparsa della sinistra in Europa] è di gran lunga la più importante provocazione intellettuale alla sinistra degli ultimi anni. 

Pivetti, il più senior della coppia e ben noto economista eterodosso (con fondamentali contributi di analisi economica), non è certo nuovo a queste provocazioni, tanto da meritarsi nel lontano 1976 l’appellativo di “simbionese” (più o meno sinonimo di “terrorista”) da parte di Giancarlo Pajetta. La sinistra avrà tre possibilità di fronte a questo libro: ignorarlo del tutto; criticarlo sulla base degli aspetti più “coloriti” del volume - quelli in cui gli autori s’indignano per certe posizioni della sinistra antagonista; discuterlo a fondo. E’ facile pronosticare che gran parte della sinistra italiana, troppo intellettualmente pigra o troppo radical-chic per entrare seriamente nel merito, sceglierà le prime due strade (ah, sono solo aridi economisti se non peggio). Ma il volume è ora lì come un macigno a pesare su una sinistra che ha perso, in Italia ma non solo, ogni reale contatto con le classi che rappresentavano un tempo la propria ragione sociale. Una sinistra che non solo ha perduto questo contatto, ma che è ormai da tempo considerata dai ceti popolari come propria nemica. Raccontano gli autori che pare che François Hollande in privato si riferisca ai ceti popolari come agli “sdentati”. Siamo anche convinti che, tuttavia, il volume rappresenterà occasione di dibattito e un randello da usare in ogni occorrenza per quel che resta di una sinistra intellettualmente solida e che delle ragioni di ampi strati della popolazione fa la propria ragion d’essere.

La tesi

La tesi centrale del libro è così riassumibile: gli anni gloriosi del capitalismo (1949-1978) videro la centralità degli Stati nazionali nel perseguire politiche di pieno impiego e di sostegno della domanda aggregata attraverso elevati salari reali diretti e indiretti (stato sociale), godendo di significativi margini di autonomia nella conduzione delle proprie politiche economiche (nei soli Stati Uniti la spesa militare sostituì in parte il sostegno al welfare state). Questi margini si esplicavano nel controllo dei movimenti di capitale e di merci, ma anche dei flussi migratori. La sinistra non ebbe una parte preminente nel disegno di questo modello, anche se talvolta lo gestì. Ruolo centrale ebbe piuttosto la risposta che il capitalismo fu costretto ad avanzare alla sfida del socialismo reale. Col successivo indebolimento di questa sfida, il capitalismo liberista riprese vigore. La sinistra, a quel punto, non solo si mostrò nel complesso incapace di rispondere, ma si incaricò di gestire il progressivo smantellamento delle istituzioni e degli avanzamenti conseguiti negli anni gloriosi. 

L’ala più anarcoide e anti-statuale della sinistra, frutto dell’anti-autoritarismo studentesco del 1968, prevalse su un’ispirazione più statalista —operazione facilitata dal fatto che in fondo le istituzioni degli anni gloriosi non furono un frutto di un’elaborazione della sinistra, lo statalismo di sinistra essendo più collegato all’esperienza sovietica in discredito presso la sinistra anti-autoritaria. 

Centrale nella capitolazione della sinistra al neo-liberismo fu l’episodio della Presidenza Mitterrand. Eletto nel 1981, e dotato di una grande maggioranza parlamentare, Mitterrand cominciò a eseguire il programma delle sinistre che comunisti e socialisti avevano elaborato sin dal 1972. Questo era un programma molto avanzato di nazionalizzazioni e misure redistributive, oltre che di riduzione dell’orario di lavoro. Le nazionalizzazioni di banche e imprese dovevano essere funzionali a una politica industriale volta a rafforzare l’apparato produttivo allo scopo di ridurre la dipendenza del paese dalle importazioni dall’estero, e rendere perciò possibili politiche espansive interne senza incorrere nel vincolo della bilancia dei pagamenti. 

Barba e Pivetti ritengono che già nella preparazione del programma la sinistra compì l’errore esiziale di trascurare l’impellenza del vincolo estero alla crescita tenuto conto sia di lentezza degli effetti della politica industriale, che del mutato clima internazionale segnato dall’avvento delle politiche deflazionistiche di Reagan e Thatcher. Né la sinistra francese fece tesoro del dibattito nel Labour inglese su come affrontare il vincolo esterno e di come l’accettazione supina di quest’ultimo avesse portato il governo laburista a misure deflazionistiche impopolari e alla successiva storica sconfitta del 1979. Invece, dal 1983 prevalsero nel Partito Socialista francese gli esponenti più neoliberisti alla Rocard e soprattutto alla Delors che si incaricarono di disegnare la nuova Europa cosmopolita e anti-statalista come nuovo spazio entro cui la “sinistra” si doveva muovere. 

L’intellighenzia francese più à la page assecondò l’operazione, sin dalla riscoperta da parte di Michel Foucault delle virtù dell’ordoliberismo.
Questo complesso ragionamento si dipana su sette capitoli, gli ultimi due dei quali dedicati rispettivamente ai comunisti italiani e alla cosiddetta sinistra radicale o antagonista, come la chiamano gli autori.

Il ragionamento

I primi due capitoli del v
olume sono dedicati al progressivo smantellamento delle istituzioni statuali che avevano assicurato margini di indipendenza delle politiche economiche nazionali, in particolare il controllo dei movimenti di capitale, segnando così il passaggio dagli “anni gloriosi” a quelli “pietosi”: 
«La liberalizzazione valutaria fu dunque in Europa la madre di tutte le riforme liberiste, in quanto minò alla base la capacità dello Stato di esprimere un indirizzo di politica economica autonomo, sia al suo esterno (ossia nei confronti degli altri Stati), che al suo interno (ossia nei confronti degli interessi dominanti)». (p. 33; se non altrimenti specificato, i riferimenti di pagina sono al volume qui recensito). La verve polemica del lavoro entra nel vivo nel capitolo 3 in cui viene illustrata l’esperienza del governo Mitterrand. Le realizzazioni sociali e le nazionalizzazioni attuate nel 1981-82 furono invero significative, ma l’esperienza incontrò presto il vincolo dei conti con l’estero, portati in rosso dalle politiche di sostegno della domanda interna conseguenti all’aumento dei salari e della spesa sociale. A quel punto, sostengono gli autori, si sarebbe dovuto mostrare adeguato coraggio politico:
«Nel breve-medio periodo … l’allentamento dei vincoli di bilancia dei pagamenti alla realizzazione del programma della sinistra avrebbe richiesto il ricorso a restrizioni quantitative delle importazioni e restrizioni delle esportazioni di capitali, le une e le altre tanto più estese e severe quanto maggiormente deflazionistico-recessivo si fosse rivelato l’orientamento della politica economica perseguita dai principali partner della Francia. Il fatto è, però, che la coalizione di sinistra era ben lungi dall’essere unanime al suo interno circa il ruolo delle nazionalizzazioni, e, più in generale, circa la gestione del vincolo esterno». (p. 97)
Gli autori non discutono della possibilità di svalutare il tasso di cambio a cui il governo francese apparentemente rinunciò. Il mancato approfondimento delle ragioni di questa scelta fa trasparire lo scetticismo degli autori verso questo strumento, convinti dell’importanza di riuscire a preservare il valore esterno della moneta nell’ambito del perseguimento di politiche di pieno impiego. E’ quella del sostegno di cambi fissi una posizione tradizionalmente condivisa a sinistra, sia per gli effetti negativi delle
svalutazioni sui salari reali, che per la connessa possibilità di effetti recessivi, laddove la caduta del potere d’acquisto dei lavoratori abbia effetti negativi sulla domanda interna. Affidare tuttavia alla fissità del tasso di cambio un primario ruolo nello stabilizzare la distribuzione del reddito può avere controindicazioni, se la perdita di competitività dovuta a un tasso di cambio reale forte incide sulla bilancia commerciale e da ultimo, attraverso la necessità di contenere la domanda interna, su occupazione e salari reali diretti e indiretti. Inoltre, l’esperienza storica suggerisce che sistemi di cambio fissi sono volti a contenere il conflitto distributivo – è l’esperienza italiana con lo SME e con l’euro, mentre negli anni settanta la politica del cambio accomodava il conflitto. Ciò detto, le forme di protezionismo proposte dagli autori fanno parte del bagaglio di strumenti noto agli economisti e sono solo superficialmente avverse al commercio internazionale. Anzi, combattendo la deflazione come modalità di aggiustamento dei conti nei paesi deficitari, o come strumento del mercantilismo economico per i paesi in avanzo, il protezionismo favorisce il mantenimento del commercio internazionale almeno sui livelli raggiunti. Gli eredi del perbenismo economico del PCI (che certamente ancora allignano nella sinistra PD) non mancheranno di attaccare il volume su questo. Ma basti qui ricordare che a dar man forte agli autori vi sono le esplicite prese di posizione di Federico Caffè che introducendo un famoso studio sulle politiche di pieno impiego steso ad Oxford nel 1944 con al centro la figura di Michael Kalecki, scriveva:
«Non può escludersi che, tra le concause della diffusione dell’odio che rattrista i tempi in cui viviamo, non rientri l’aver, con ingiustificato ottimismo alimentato anche illusorie forme di collaborazione internazionale, trascurato a lungo il messaggio essenziale di questa raccolta di saggi: "l’alternativa ai controlli resi necessari dal pieno impiego non è qualche situazione ideale di pieno impiego senza controlli, ma la disoccupazione e il succedersi di fluttuazioni economiche”» (Caffè 1979).
Comunque sia, nel 1982-83 il governo francese operò una svolta rigorista senza apparenti opposizioni, neppure dal Pcf, e nel 1986 la destra tornò al potere. Il j’accuse degli autori è netto:
«Si può in definitiva affermare che la svolta rigorista del 1982-1983 non fu imposta a Mitterrand e al governo Mauroy né dall’esterno della coalizione di sinistra né dall’esterno della Francia. Si trattò di una scelta in senso liberista e filo-capitalista autonomamente compiuta in piena coscienza dalla maggioranza della sinistra francese —una scelta gradualmente maturata nel corso del precedente quindicennio, lasciata a covare sotto la cenere in vista delle contese elettorali del 1981 e che a partire dal 1983 non fu mai più abbandonata». (p. 102)
La cenere che covava era, secondo gli autori, principalmente rappresentata da Jacques Delors, ispiratore e artefice della svolta “liberista e filo-capitalista” (ma altro eroe della sinistra che lo ritiene keynesiano). Il disegno di Delors era che:
«La libertà di circolazione dei capitali in Europa sarebbe stata il primo indispensabile passo di un percorso che avrebbe portato all’unione monetaria; più in generale, la libera circolazione internazionale dei capitali, proprio perché perseguita con determinazione da un Paese ad essa tradizionalmente ostile come la Francia, avrebbe contribuito a diffondere dappertutto la convinzione che il contesto nazionale non era più quello rilevante per la politica economica, che il tempo delle soluzioni nazionali ai problemi economici era ormai tramontato». (p. 104).
Insomma:
«L’unificazione politica del continente … avrebbe alla fine compensato le singole nazioni della perdita della loro sovranità monetaria, fiscale, eccetera». (pp. 105-6)
Le due sinistre

In verità, sostengono gli autori, a cavallo fra gli anni sessanta e settanta si delineano in Francia due sinistre: quella operaia, “statalista e sovranista” (Pcf e la sinistra Ps rappresentata dal Ceres di Chevènenment) e quella studentesca “dell’insofferenza verso ogni forma di autorità e di potere, dell’individualismo anarcoide, dell’autogestionismo antistatalista” (e dell’anti-sovietismo) (pp. 110-11). La prima sinistra riuscì effettivamente a influenzare la stesura del programma comune mentre la seconda si tenne “in disparte, coltivando però con cura i suoi rapporti con l’intellighenzia del Paese” (p. 111).

La seconda sinistra fu così pronta a balzar fuori alle prime difficoltà economiche del programma comune, proponendo un progetto opposto basato sullo svuotamento dello Stato-nazionale sostituito col progetto europeo, un esito “sostanzialmente autoritario” (p. 108). Del resto, sferzano gli autori citando un famoso passaggio di Gramsci, i figli della borghesia si fanno talvolta capi delle classi lavoratrici, pronti però a tornare all’ovile alle prime difficoltà —ma non senza aver lasciato macerie intellettuali nel movimento operaio sembrano far capire gli autori. L’abbandono della tradizione interventista francese e la riscoperta del mercato diventa caratteristica dell’intellighenzia di sinistra francese, da Claude Lévi-Strauss, a Foucault, Deridda e Lacan. Foucault il più influente, il quale conosce poco Marx e certamente ignora Keynes o Sraffa, viene però affascinato dall’ordo-liberismo.
Derrida, Foucault e Lacan

L’accusa che gli autori muovono alla sinistra, con cui si apre il capitolo 4 è di non aver subito il cambiamento politico, ma di averlo “deciso e gestito” (p. 125). Sul punto più dolente, quello dell’immigrazione, essi sono molto espliciti: “l’ostilità del lavoro dipendente indigeno all’immigrazione, la dimensione più immediatamente e “fisicamente” percepita della mondializzazione, ha di fatto determinato il suo distacco definitivo dalla cosiddetta sinistra del continente.” (p. 137). 

Barba e Pivetti ricordano l’attacco mediatico mosso al Pcf nel 1981, quando quel partito cercò di evitare questo distacco —col risultato che la classe operaia francese fece poi armi e bagagli spostandosi stabilmente nel Front National. Naturalmente gli autori non mancano di denunciare le devastazioni del Washington Consensus come una delle cause dell’esplosione dei flussi migratori —a cui si sono aggiunte le aggressioni militari ai regimi medio-orientali. E al fondo, chiosiamo, v’è sempre l’intento di distruggere gli Stati nazionali e la possibilità di vie nazionali allo sviluppo, cosa che può richiedere nei contesti di società instabili e culturalmente disomogenee la presenza di regimi autoritari. Con lucidità gli autori riassumono quello che finì per unire, nelle sue diverse sfaccettature, la gauche plurielle, come si pavoneggiava a definirla da noi il leader frivolo:
«Nel corso dell’ultimo trentennio, non solo per la sinistra modernista ma anche per la sinistra cosiddetta antagonista la difesa della sovranità nazionale in campo economico, più in generale della sovranità popolare, ha cessato di essere bussola di azione politica. Essa rigetta con orgoglio ogni forma di nazionalismo. La sua ideologia è ormai essenzialmente costituita da una miscela di antirazzismo e multiculturalismo, una sorta di cosmopolitismo intriso di marxismo volgare, visto cioè come un aspetto ineluttabile di quella forza continuamente sovvertitrice del capitalismo che sarebbe reazionario oltre che insensato cercare di contrastare ed alla quale conviene invece adattarsi come ad una "opportunità”». (p. 142).
Il pericolo che gli autori paventano è che la sostanziale paralisi della sinistra di fronte alla questione immigrazione, questione drammatica e lacerante —lasci il campo aperto a soluzioni di stampo fascista, che molti ritengono inevitabili (tralasciando gli antagonisti che ritengono di poter cavalcare la tigre, l’”opportunità” di cui parla il volume). In ogni caso, il mio invito al lettore è di dare il giusto peso al tema dell’immigrazione, per non farlo diventare un ulteriore elemento di lacerazione e impotenza a sinistra. Il tema chiave è lo Stato, la riappropriazione della libertà economica dei popoli. Con politiche nazionali diverse anche il problema dell’immigrazione potrebbe essere affrontato con maggiori strumenti e risorse, da noi e nei paesi di provenienza.

I sinistrati

Mentre il capito 5 descrive i mutamenti (peggiorativi) occorsi nel mercato del lavoro e nello stato sociale e i processi di privatizzazione dell’industria pubblica, la verve polemica del volume si riaccende negli ultimi due capitoli dedicati, rispettivamente al PCI e alla sinistra radicale. Quello che ne esce è il tremendo vuoto culturale della sinistra italiana accompagnato dalla condivisione da parte del Pci delle scelte liberiste. A rileggere i passi degli esponenti comunisti nel corso degli anni settanta, pur concedendo loro l’attenuante di circostanze come la strategia della tensione e il golpe cileno, o lo shock petrolifero, si è colti da un fremito di indignazione. 

Il leitmotive dei vari Peggio, Lama, Napolitano, Berlinguer, Trentin e compagnia cantando è uno e uno solo: il riequilibrio dei conti con l’estero deve ricadere sulle spalle dei lavoratori: “Ora bisogna battersi per i sacrifici!” dichiara nel 1976 un presunto eroe della sinistra, Bruno Trentin, che a un famoso convegno del Cespe (una sorta di ufficio studi economico del Pci), in maniera “surreale” chiosano gli autori, precisa che la contropartita consisterà “nella possibilità offerta alla classe operaia di partecipare alla gestione dei suoi sacrifici”. Cornuti e mazziati, insomma. Il sentimento che suscitano quei passi è che costoro fossero oggettivi avversari del popolo, altro che loro rappresentanti. Da notare come a quel convegno Lama attaccò per nome Massimo Pivetti, reo di aver proposto la strada alternativa dei controlli —strada difesa invece, l’anno successivo, da Federico Caffè (1977). La Troika era peraltro rappresentata in quegli anni dall’economista, naturalizzato americano, Franco Modigliani che nella sua visita annuale in Italia non mancava di impartire lezioni di liberismo a destra e a manca, presenziando come star al convegno del Cespe. Gli altri due dissenzienti a quel convegno, accanto a Pivetti, furono Domenico Mario Nuti e Bob Rowthorn. Nuti ha da poco firmato con noi più “giovani” la risposta a Lunghini su il manifesto.

Il Pci e i sindacati mai più si ripresero da tale distacco dalle masse popolari, concludono gli autori, e il Pci era già finito ben dieci anni prima della Bolognina. (Forse uno scatto di reni si ebbe sull’adesione allo SME nel 1979, ma si trattò di un gesto presto dimenticato).

Ma cosa ci fu dietro tanta pochezza del Pci? L’unico punto di riferimento solido del togliattismo, sostengono gli autori, era l’esperienza sovietica che aveva assicurato in un paese retrogrado, insieme alla piena occupazione, “un alloggio caldo … una buona istruzione… una distribuzione molto ugualitaria …una marcata parità effettiva tra uomini e donne” (p. 201). Il riferimento al socialismo reale fu frettolosamente cancellato da Berlinguer, il quale fu invece in continuità con il secondo aspetto del togliattismo, la subalternità alla cultura economica laico-liberale. L’intellighenzia organica del Pci brillò, infatti, per l’assenza della principale scienza sociale, rispetto a discipline più umanistiche, un partito crociano verrebbe da dire. L’unica eccezione fu il Piano del lavoro presentato dalla CGIL nel 1951, di chiara impronta keynesiana. Le sole parole di apprezzamento nel libro per un esponente comunista sono infatti per Di Vittorio. Fu quella una proposta riformista in linea con quanto accadeva al di sopra delle Alpi, che rimase però isolata, mentre la cultura del Pci restò profondamente succube di idee mutuate da Einaudi o dalla borghesia laico-liberale, come l’ossessione della lotta ai monopoli (un mantra simile a quello odierno della lotta alla corruzione). Del resto Togliatti si disinteressava di economia e già nell’elaborazione gramsciana la cultura economica appare come un dente dolente dei comunisti italiani – nonostante qualche sforzo di Sraffa di indirizzare Gramsci su sentieri più solidi. Croce ed Einaudi (o Ernesto Rossi e più tardi Spinelli) furono le stelle polari del Pci, più che Marx o Keynes o Sraffa. Al riguardo mi sembra doveroso notare come il volume è forse ingiusto nei confronti delle socialdemocrazie nordiche che non subirono passivamente l’esperienza degli anni gloriosi in quanto risposta capitalistica alla sfida sovietica, ma la disegnarono anche sulla base di una propria elaborazione teorica. Con Myrdal, questa muoveva dalla negazione di una distribuzione “di equilibrio” (o naturale) del reddito e dunque di “interessi nazionali” che sovrastassero quelli di classe – “interessi” che il Pci considerava invece sovversivo toccare - promuovendo il controllo dello Stato nazionale da parte dei partiti operai, con uno spostamento stabile delle quote distributive e la creazione di uno spazio “demercificato” coincidente con lo stato sociale. (Fu proprio Myrdal a proporre la medaglia speciale della Corte di Svezia per l’economia a Sraffa, onore che questi condivide con Keynes e assimilabile a un genuino premio Nobel).


Della sinistra antagonista Barba e Pivetti denunciano “lo spostamento della sua attenzione dalla sfera dei diritti sociali a quella dei diritti civili” (p. 225). Temi come la decrescita, il femminismo della differenza biologica, il multiculturalismo, i beni comuni (visti in funzione anti-statalista), l’altra economia e altre amenità (fino alla difesa fascista dell’utero in affitto da parte di una macchietta, ex leader di una formazione di sinistra —gli aggettivi sono miei) diventano i temi centrali di questa “sinistra”, a cui nulla perdonano gli autori. In particolare non le perdonano l’istigazione “all’odio verso se stessi”, inteso come odio per la cultura occidentale e il benessere conseguito da milioni di lavoratori. Al fondo v’è l’idea che questi avanzamenti culturali e materiali siano il frutto di uno sfruttamento verso il terzo mondo di cui si deve ora pagare pegno. E’ quest’ultima una tesi molto diffusa “a sinistra” sui cui gli autori avrebbero potuto spendere qualche parola di più, ci auguriamo lo facciano in successivi interventi. Personalmente credo che non ci si possa colpevolizzare per processi storici di sfruttamento, accaduti nel nord come nel sud del mondo, lasciando demolire ciò che può essere di guida per i mezzogiorno del mondo, ovvero la difesa di politiche pubbliche progressiste e i valori di tolleranza democratica - come è stato almeno in certa misura negli anni cinquanta e sessanta sino a che la furia economica e militare liberista (con al seguito il flagello connivente delle ONG) non si abbattesse su quei paesi distruggendo le vie nazionali e socialiste allo sviluppo.

Il futuro

In questo quadro sconfortante gli autori chiudono con una nota di ottimismo, indicando l’occasione storica offerta alla sinistra dalla diffusa protesta popolare contro banche e finanza, per la difesa del lavoro e dello stato sociale, contro una classe politica asservita agli interessi dei pochi, della riconquista degli spazi nazionali di democrazia e di intervento pubblico, quello che noi abbiamo altrove definito “Polany moment”, mentre solo la parte “più disorientata della gioventù” difende i temi del cosmopolitismo (p. 246). Un Polany moment può avere, com’è noto, anche un connotato di destra, come le vicende della Brexit per esempio suggeriscono.

Come abbiamo detto all’inizio, la sinistra potrà ignorare questo volume, o potrà entrare in polemica solo sui temi più caldi dell’immigrazione o del multiculturalismo, dimostrando in questo precisamente i limiti culturali denunciati nel libro. Potrà invece discutere la tesi centrale del volume: il necessario recupero delle politiche nazionali d’intervento pubblico come asse della sinistra. Ci aspettiamo che qualche grillo saccente contrapponga questa prospettiva alla presunta tradizione internazionalista della sinistra. Non avrebbe capito nulla, naturalmente. Lo spazio delle politiche di sinistra è, nelle circostanze storiche date, lo Stato nazionale, e solo una sinistra che operi in questa direzione potrà essere stimolo per l’emulazione a livello internazionale sì da costruire un 
internazionalismo dei fatti e non delle parole. Chi ha letto il mio libro (numerosi a quanto pare!) riconoscerà l’influenza che l’insegnamento teorico e politico di Pivetti, accanto a quello di Sraffa e Garegnani, ha avuto sulla mia formazione. Mi piace pensare che i due volumi giochino di squadra nel contribuire a una seria rifondazione della sinistra.


* Fonte: Politica economia

Riferimenti

Aldo Barba, Massimo Pivetti, La scomparsa della sinistra, Reggio Emilia, Imprimatur, 2016.
Federico Caffè, Introduzione a AAVV., L'economia della piena occupazione, a cura di F. Caffè, Torino, Rosenberg e Sellier, 1979
Federico Caffè, E’ consentito discutere di protezionismo economico?, in ID, La solitudine del riformista (a cura di N.Acocella e M.Franzini), Torino, Boringhieri, 1990 (originariamente pubblicato in: L’astrolabio, vol. 15 (12), 1977).
Sergio Cesaratto, Sei lezioni di economia - Conoscenze necessarie per capire la crisi più lunga (e come uscirne), Reggio Emilia, Imprimatur, 2016.

giovedì 26 febbraio 2015

SINISTRA, NAZIONE, INTERNAZIONALISMO (l'errore di Marx) di Sergio Cesaratto

[ 26 febbraio ]

Riteniamo necessario ripubblicare questo breve saggio del compagno Sergio Cesaratto. 

Si tratta di una fine critica teorica alle due sinistre sulla questione dello Stato-nazione. La prima, quella che in nome di un malinteso "internazionalismo" ritiene reazionaria ogni forma di nazionalismo; la seconda, quella sistemica, la quale, in nome dell'europeismo e del "vincolo esterno", perora come salvifica l'abbandono di ogni sovranità nazionale. Entrambe unite da quella che si può chiamare "visione multiculturalista".

Cesaratto rivela come alla radice di entrambi vi sia un grave errore di Marx, quello di essere caduto nella "trappola di Adam Smith". Lo fa rileggendo la critica di Marx all'economista tedesco Frierich List. Questo testo fu la traccia del contributo di Cesaratto al grande Convegno 
«OLTRE L'EURO. La sinistra. La crisi. L'alternativa», svoltosi a Chianciano Terme nel gennaio 2014.
«Proletari di tutti i paesi, unitevi!» (K.Marx, F.Engels)

«Fra l’individuo e l’umanità si colloca la nazione» (F.List)


Abstract. In questo breve saggio esaminiamo l’importanza attribuita da Friedrich List allo Stato nazionale nell’emancipazione economica di un paese a fronte della visione cosmopolita del capitalismo e degli interessi dei lavoratori che Marx gli contrappone. Rifacendoci a uno spunto di Massimo Pivetti sosteniamo che lo Stato nazionale sia lo spazio più prossimo in cui una classe lavoratrice nazionale può legittimamente sperare di modificare a proprio vantaggio i rapporti di forza. Nell'aver sostenuto lo svuotamento della sovranità nazionale in nome di un europeismo tanto ingenuo quanto superficiale, la sinistra ha contribuito a far mancare a sé stessa e ai propri ceti di riferimento il terreno su cui espletare efficacemente l’azione politica contribuendo in tal modo allo sbandamento democratico del paese.

Introduzione


Se il tema che ci siamo assegnati è da un lato un classico della riflessione politica della sinistra, dall’altro esso continua a essere un argomento imbarazzante. La teoria marxista e gli ideali del socialismo ci portano, infatti, verso un giudizio piuttosto liquidatorio, sia storico che politico, dell’idea di nazione. 

La problematica nazionale pur tuttavia testardamente continua a riemergere. 

Vengono qui presentate alcune riflessioni del tutto inadeguate rispetto a una letteratura immensa (marxista, sociologica, politica ecc.) e solamente volte a porre alcuni termini di un dibattito che è molto attuale in una fase in cui la sinistra italiana guarda con sospetto alle critiche di “eccesso di europeismo” e di mancata valorizzazione degli interessi nazionali nelle scelte politiche prevalenti. Ça va sans dire che tali interessi nazionali non vanno assolutamente confusi con ideali di sopraffazione di altri paesi: siamo qui interessati al nazionalismo economico come spazio di democrazia sociale, non ad altri significati. Anche un approfondimento delle origini dell’“eccesso di europeismo” e della marginalizzazione dell’idea di interesse nazionale, in particolare nella sinistra italiana, esce dalle nostre capacità analitiche. La sinistra è in questo probabilmente parte di una storia culturale del nostro paese in cui l’identità nazionale è debole e frazionata per cui l’avvento di un papa straniero è visto come salvifico e portatore di una capacità di governo che il paese appare incapace di darsi. 
Concluderemo che lo svuotamento della sovranità nazionale in nome di “ideali” sovranazionali e di un papa straniero (l’Europa) disinteressato ai nostri destini sta comportando, novello 8 settembre, lo sfaldamento del già fragile tessuto socio-politico del paese.

Va infine qui ricordato che i termini nazione e Stato, com’è noto, non coincidono. Nazione è inoltre un termine per certi versi sfuggente, ma sufficientemente definito per i nostri scopi per esempio come “complesso delle persone che hanno comunanza di origine, di lingua, di storia e che di tale unità hanno coscienza, anche indipendentemente dalla sua realizzazione in unità politica”.[1] Gli Stati possono essere sovranazionali, ma ciò è spesso fucina di guerre civili dovute proprio al conflitto fra le differenti etnie per il controllo dell’apparato pubblico, o per costituire entità statuali indipendenti, se ciò è possibile. Si parla di Stati nazionali quando essi o sono sufficientemente omogenei etnicamente, o presentano una consolidata convivenza fra le etnie.

1. Marx e List

L'economista tedesco Friedrich List

Il locus classicus dove le concezioni cosmopolite del marxismo e quelle del nazionalismo (economico) si confrontano è nella controversia – purtroppo non “live” - fra List (1789-1846) e Marx (1818-83).[2] L’opera più importante di List è del 1841. Marx ne scrive un commento nel 1845 risultato inedito sino al 1971.


Com’è noto List contrappone l’economia politica o nazionale all’economia cosmopolitica o universale. La prima muove “dal concetto e dalla natura della nazionalità, [e] insegna come una determinata nazione, nelle attuali condizioni mondiali e nelle sue speciali condizioni nazionali, può mantenere e migliorare le sue condizioni economiche”; mentre la seconda (definita la “scuola”) “parte dal presupposto che tutte le nazioni del mondo formino un’unica società, vivente in un regime di pace perpetua” (List 1841 [1972]: 151-2). 

Per List la seconda condizione è idealmente desiderabile, ma la scuola confonde “come effettivamente esistente uno stato di cose che ancora deve realizzarsi” (ibid: 154). Infatti «nelle attuali condizioni mondiali, la libertà commerciale universale non porterebbe ad una repubblica universale, ma all’universale soggezione delle nazioni meno progredite alla supremazia della potenza preponderante nell’industria, nel commercio e nella navigazione» (ibid: 155). List considera dunque la teoria di Smith dei vantaggi del libero commercio internazionale un «regresso …per gettare polvere negli occhi alle altre nazioni in vantaggio dell’Inghilterra» (ibid: 28), un «cavallo di Troia …per indurci ad abbattere con le nostre stesse mani le mura che ci proteggono» (ibid: 35).[3]

Le prescrizioni dell’economia politica nazionale non si limitano per List al protezionismo (ibid: 159; 169-72 epassim), ma riguardano la visione dello sviluppo economico nazionale come un interesse pubblico al quale l’interesse privato è soggiogato: «soltanto là dove l’interesse privato è stato subordinato all’interesse pubblico e dove molte generazioni hanno avuto di mira un unico e medesimo scopo, le nazioni hanno raggiunto uno sviluppo armonico delle loro forze produttive» (ibid: 184). La concezione di Adam Smith – il campione della scuola a cui List si contrappone – secondo cui la società è la somma degli interessi individuali, regolati dalla mano invisibile della concorrenza, è per List assolutamente limitativa: «E’ forse nella natura dell’individuo – egli si domanda – preoccuparsi dei bisogni delle generazioni future, come fanno invece per natura la nazione e lo stato?» (ibid: 185-86). Caratteristica del mio sistema, scrive List, «è di essere un edificio basato sull’idea di nazione come intermediaria fra individuo e umanità» (ibid: 29). 


Va osservato come, tuttavia, il nazionalismo di List sia assolutamente democratico e come egli non rinunci all’obiettivo cosmopolita fra nazioni giunte a un medesimo grado di sviluppo. In questo, come alla priorità attribuita allo sviluppo industriale, egli si differenzia dagli ideali nazionalistici dei romantici tedeschi (Szporluk 1988: 101-9, 117-18).

Le concezioni di List apparirono a Marx come mere mistificazioni ideologiche, falsa coscienza, al pari della religione, o al massimo ideologie volte a mascherare gli interessi della borghesia tedesca. Nel suo commento a List, Marx (1845) rifiuta le sue concezioni in una maniera efficacemente riassunta da Szporluk (1988: 4-5):

Karl Marx

«Marx claimed that his theory, while the result of his own intellectual endeavour, was also the reflection of objectively working historical forces and would therefore be carried out as a predestined outcome of historical development. Marx further thought that the proletariat was that ‘material force’ whose historical task was to realise his philosophy. When one bears all of this in mind, it is easy to see why Marx found the theories of List, particularly his view of history and his program for the future, not only objectionable but aberrant … It was axiomatic to Marx that industrial progress intensified and sharpened the antagonism between the bourgeoisie and the proletariat, an antagonism that would in the immediate future explode in a violent revolution. List, in the meantime, preached class cooperation and solidarity in the building of a nation's power. Marx thought that the Industrial Revolution, and the concomitant rule of the bourgeoisie, promoted the unification of the world and obliterated national differences. (Communism, he thought, would abolish nations themselves.) List claimed that the same phenomenon, the Industrial Revolution, intensified national differences and exacerbated conflicts among nations. While Marx saw the necessity of workers uniting across nations against the bourgeoisie, List called for the unification of all segments of a nation against other nations».[4]
Marx vede in List un arretramento rispetto all’economia politica classica (Szporluk 1988: 37) e lo accusa (con la borghesia tedesca) di appellarsi ad argomenti “spiritualisti” (la nazione) a fronte di quelli “profane” dell’economia classica: 
«[List] creates for himself an “idealising” political economy, which has nothing in common with profane French and English political economy, in order to justify to himself and the world that he, too, wants to become wealthy». (Marx 1845: 3). 
Marx (1845: 4)[5] si fa così beffe della de-costruzione che List fa della teoria di Smith dei vantaggi del libero commercio quale sostegno alle convenienze commerciali dell’Inghilterra: 
«Since his own work (theory) conceals a secret aim, he suspects secret aims everywhere. Being a true German philistine, Herr List, instead of studying real history, looks for the secret, bad aims of individuals, and, owing to his cunning, he is very well able to discover them (puzzle them out). He makes great discoveries, such as that Adam Smith wanted to deceive the world by his theory….!
La posizione di Marx appare tuttavia curiosa proprio dal punto di vista della critica marxista alle ideologie, ma chiaramente Marx ritiene che Smith stia mettendo in luce l’aspetto cosmopolita e liberatorio del capitalismo globale che attraverso il libero commercio si diffonde e impone le sue leggi, ed attraverso questo getta i semi – il conflitto di classe – della sua dissoluzione. Sebbene vantaggioso per l’Inghilterra, questo paese è il tramite attraverso cui la forza devastante ma rinnovatrice del capitalismo si fa strada. Il nazionalismo col suo tentativo di cooptare le classi lavoratrici attorno a obiettivi particolari costituirebbe dunque un rallentamento del processo di liberazione dell’umanità. Marx vede dunque nell’individualismo smithiano una lettura materialista del capitalismo di cui, evidentemente, la ricerca del massimo profitto individuale è l’essenza. Ma invece di contestare questo, List contesterebbe la sua espressione teorica in Smith: 
«It can never occur to Herr List that the real organisation of society is a soulless materialism, an individual spiritualism, individualism. It can never occur to him that the political economists have only given this social state of affairs a corresponding theoretical expression. Otherwise, he would have to direct his criticism against the present organisation of society instead of against the political economists.» (Marx 1845: 18).
E’ chiaro che da un punto di vista metodologico sia List che Marx sono critici dell’individualismo smithiano come elemento costitutivo dell’analisi politico-sociale, l’idea che si possa capire la società muovendo dalla considerazione dell’individuo isolato. Ma mentre per List l’elemento sociale a cui l’individuo fa naturalmente riferimento è la nazione, per Marx è la classe. Per Marx, tuttavia, che gli economisti classici abbiano enfatizzato l’elemento individualistico (le “robinsonate”) non solo dei capitalisti, in perenne lotta fra loro, ma anche dei singoli lavoratori che si presentano in un certo senso nudi e isolati nel mercato del lavoro, non è un peccato, neppure veniale, in quanto mette in luce la cruda spoliazione che il capitalismo fa dei precedenti legami religiosi o feudali.[6] Marx imputa a List di non aver compreso questa natura del capitalismo - che a loro modo Smith e Ricardo avevano invece inteso sebbene si debba andare oltre la loro analisi nello smascherare il carattere puramente formale dell’uguaglianza degli individui nel mercato - in nome di un’appartenenza nazionale che il capitalismo e la crudeltà del libero commercio si erano appunto incaricati di spazzar via come falsa coscienza.

In questo senso Marx ritiene non-ideologica la difesa di Smith del laissez faire, mentre vede 

Adam Smith
come mistificatoria e ipocrita l’idealizzazione dell’elemento nazionale in List volta a mascherare gli interessi della borghesia tedesca:
«The bourgeois [Bürger] wants to become rich, to make money; but at the same time he must come to terms with the present idealism of the German public and with his own conscience. Therefore he tries to prove that he does not strive for unrighteous material goods, but for a spiritual essence, for an infinite productive force, instead of bad, finite exchange values.(1845: 16, corsivo nell’originale).
We German bourgeois do not want to be exploited by the English bourgeois in the way that you German proletarians are exploited by us and that we exploit one another. We do not want to subject ourselves to the same laws of exchange value as those to which we subject you. We do not want any longer to recognise outside the country the economic laws which we recognise inside the country (ibid: 22).
However much the individual bourgeois fights against the others, as a class the bourgeois have a common interest, and this community of interest, which is directed against the proletariat inside the country, is directed against the bourgeois of other nations outside the country. This the bourgeois calls his nationality». (ibid: 23).
Per Marx, dunque, il luogo in cui si fa la storia è quello del conflitto fra le classi sociali, e tale conflitto è sovranazionale in quanto né gli interessi del capitale né quelli del lavoro hanno una dimensione nazionale:
«The nationality of the worker is neither French, nor English, nor German, it is labourfree slavery, self-huckstering. His government is neither French, nor English, nor German, it is capital. His native air is neither French, nor German, nor English, it is factory air». (1845: 22, corsivi nell’originale).
In questo senso l’idea di nazione è una “aberrazione”,  falsa coscienza al pari della religione
Di qui i famosi passi in cui Marx, tre anni più tardi, si esprime a difesa del commercio internazionale. Dopo aver spezzato una lancia a giustificazione del protezionismo – forse più di quanto avesse fatto nel saggio del 1845, Marx (1948) si lancia nei passi finali del discorso a favore del libero commercio individuando nel protezionismo un rallentamento al pieno disvelarsi della crudeltà del capitalismo:

«The protectionist system is nothing but a means of establishing large-scale industry in any given country, that is to say, of making it dependent upon the world market, and from the moment that dependence upon the world market is established, there is already more or less dependence upon free trade. Besides this, the protective system helps to develop free trade competition within a country. Hence we see that in countries where the bourgeoisie is beginning to make itself felt as a class, in Germany for example, it makes great efforts to obtain protective duties. They serve the bourgeoisie as weapons against feudalism and absolute government, as a means for the concentration of its own powers and for the realization of free trade within the same country.
But, in general, the protective system of our day is conservative, while the free trade system is destructive. It breaks up old nationalities and pushes the antagonism of the proletariat and the bourgeoisie to the extreme point. In a word, the free trade system hastens the social revolution. It is in this revolutionary sense alone, gentlemen, that I vote in favor of free trade».
Marx sembra fondamentalmente ritenere che non sia necessario per ciascun paese raggiungere determinate fasi di sviluppo: 
«To hold that every nation goes through this development internally would be as absurd as the idea that every nation is bound to go through the political development of France or the philosophical development of Germany. What the nations have done as nations, they have done for human society; their whole value consists only in the fact that each single nation has accomplished for the benefit of other nations one of the main historical aspects (one of the main determinations) in the framework of which mankind has accomplished its development, and therefore after industry in England, politics in France and philosophy in Germany have been developed, they have been developed for the world, and their world-historic significance, as also that of these nations, has thereby come to an end». (1845: 23).
Questo appare un passaggio chiave per spiegare perché Marx vede non necessario lo sviluppo dei capitalismi nazionali (Szporluk (1988:32).

2. Lo stato come playing field
Sergio Cesaratto


Cimentiamoci a questo punto a enumerare i termini della questione fra Marx e List.


▶ Marx si affida all’idea che la forza liberatrice del capitalismo si sarebbe diffusa dall’Inghilterra ai paesi in ritardo economico senza la necessità per questi ultimi di ripercorrere tutte le tappe dello sviluppo capitalistico. Per Marx non è necessario che tutti i paesi raggiungano un medesimo grado di sviluppo perché il conflitto fra lavoro e capitali si dispieghi; evidentemente ritiene che esista una solidarietà potenziale – se non deviata, appunto, da sordità nazionalistiche – della classe operaia dei centri nevralgici del capitalismo verso i lavoratori della “periferia”.
In via ideale Marx non ha torto. La critica che gli si può forse muovere è di sopravvalutare la spinta emancipatrice globale che poteva provenire da una singola classe operaia vittoriosa – tanto più se nel suo cammino tale classe lavoratrice finisce per cedere alle lusinghe del proprio capitalismo nel condividere almeno parte dei frutti della posizione di leadership economica. Una prospettiva più concreta appare invece quella di guardare con favore allo sviluppo capitalistico nazionale, e dunque delle classi operaie nazionali, nel maggior numero possibile di paesi, e su questa base porre in termini più solidi la questione dell’internazionalismo della classe lavoratrice. Per parafrasare List, fra le classi sociali e l’umanità vi sarebbe lo Stato-nazione. List dà l’idea di maggiore concretezza anche dal punto di vista dei movimenti operai nazionali in luogo dell’astrattezza un po’ utopica di Marx (ovvio, in List non vi sono le classi sociali e questo è un limite tradizionale in un economista borghese).


▶ Marx sottovaluta il ruolo dello Stato nello sviluppo economico che è invece il tema decisivo per List. Per quest’ultimo lo Stato è l’unico organismo in grado di mobilitare le risorse necessarie allo sviluppo economico nei paesi in ritardo. Per List l’individualismo e il libero commercio smithiani sono argomenti pretestuosi a vantaggio dell’Inghilterra. Per Marx sono invece indicativi della forza selvaggia, ma liberatrice, del capitalismo. E’ come se Marx fosse caduto nella trappola tesagli da Adam Smith. Alla luce della storia economica, anche della recente affermazione del capitalismo globale in particolare in Asia, si vede infatti come il nazionalismo economico sia stato necessario proprio per l’affermazione di quel capitalismo globale che Marx vede come forza potenzialmente liberatrice.

▶ Marx sembra vedere poco il ruolo che lo Stato-nazionale svolge come il playing field più prossimo con riguardo al controllo e distribuzione di potere e risorse sia fra le classi sociali, all’interno, che nei confronti di altre etnie o Stati nazionali.[7] Il cammino di emancipazione della classe lavoratrice non può dunque che cominciare nel farsi Stato della loro unità di aggregazione più prossima costituita dalla comunità etnica di appartenenza intesa come un’aggregazione di individui che insiste su un ammontare di risorse.[8]L’appartenenza alla nazione non esclude l’esistenza di un conflitto distributivo al suo interno, anzi in un certo senso lo presuppone, come diremo.

In questa chiave si può dunque concludere che sebbene gli interessi della classe lavoratrice per la giustizia sociale non coincidano necessariamente con gli “interessi della nazione” – tanto meno in contrapposizione a quelli di un’altra nazione -, lo Stato nazionale costituisce il playing field in cui si articola la battaglia per la giustizia ed in questo senso l’autonomia nazionale è un obiettivo per la classe lavoratrice.[9]
Ma può esistere anche un interesse sovranazionale, un playing field globale? Vi possono certamente essere notevoli convergenze fra governi progressisti, basti pensare al Keynesismo internazionale (che è una necessità per la crescita comune), ma la sinistra dovrebbe essere gelosa della garanzia ai singoli popoli che solo può provenire dalla perdurante esistenza di Stati nazionali sovrani. Un principio di sussidiarietà nella cooperazione internazionale, o meglio un principio alla Gugliemo Tell di gelosia della propria autonomia nazionale dovrebbe essere fatto proprio dalla sinistra.

3. L’europeismo come errore storico della sinistra

Massimo Pivetti lucidamente individua nello svuotamento delle sovranità nazionali lo strumento con cui si è esplicitato in Europa l’attacco ai diritti sociali:

«mentre in Inghilterra e negli Stati Uniti l’attacco alle conquiste del lavoro dipendente e alle sue condizioni materiali di vita è avvenuto apertamente e frontalmente tra la fine degli anni Settanta e la prima metà degli anni Ottanta, nell’Europa continentale esso si è sviluppato in modo più graduale e indiretto, passando per il progressivo svuotamento delle sovranità nazionali» (Pivetti 2011: 45)
In questo modo alle classi lavoratrici nazionali è stato sottratto il playing field:
«Riformismo e sociademocrazia… sono inconcepibili se alla forza del denaro non può essere contrapposta quella dello Stato – dunque se viene meno la sovranità dello Stato-nazione in campo economico ed essa non è sostituita da nuove forme di potere politico sovranazionale, capaci di regolare i processi produttivi e distributivi. Questo è proprio quello che è avvenuto con la costituzione dell’Unione Europea e dell’Eurosistema al suo interno» (ibid: 46)
Le classi lavoratrici sono state dunque private della possibilità di condizionare le leve produttive e distributive nazionali e in particolare la politica monetaria che è tratto decisivo della sovranità nazionale in quanto da essa dipende il potere ultimo di spesa dello Stato e la possibilità di regolare i rapporti di cambio con le altre monete. In tal modo non solo la democrazia economica interna ne esce mortificata, ma si trova anche ad essere alla mercé di interessi nazionali stranieri. Questo è naturalmente dovuto al fatto che
«[n]essun processo di unificazione politica e di connessa centralizzazione dell’intera politica economica – finalizzata al sostegno della crescita dell’Unione nel suo complesso e al contenimento delle diseguaglianze al suo interno – ha accompagnato, compensandola, la perdita di sovranità subita da ciascuno Stato membro». (ibid: 46).
Non sorprende dunque la crisi della democrazia che alcuni paesi europei vivono, intesa come senso di impotenza che la politica trasmette ai propri cittadini. Questo senso di impotenza nulla ha a che vedere (se non in superficie) con scandali e ruberie, ma con l’impossibilità dei politici democraticamente eletti di poter seriamente affrontare i grandi problemi, anche se lo volessero, una volta privi degli strumenti sovrani per farlo. Ecco l’origine dell’anti-politica. Conclude Pivetti:
«Supponiamo allora che in un contesto così poco promettente vi sia un paese intenzionato, o costretto, a fare i conti con gravi problemi di coesione sociale e/o territoriale. Non mi sembra che tale paese avrebbe oggi un’alternativa credibile rispetto a quella di cercare di recuperare la propria sovranità in campo economico e, con essa, la capacità di contenere le divisioni sociali e territoriali esistenti al suo interno» (ibid: 57).
Ecco dunque il tragico errore che la sinistra italiana ha compiuto negli ultimi trent’anni: quello della resa all’Europa della sovranità nazionale. Ancora Pivetti:
«Il problema è che da parte della sinistra e dei sindacati dei lavoratori non vi è stata in Italia nel corso degli ultimi trent’anni alcuna riflessione sul processo di ridimensionamento dei poteri dello Stato-nazione nel controllo dell’attività economica come possibile base di un processo di crisi della nostra unità nazionale. Nella sinistra continua a prevalere l’idea che non vi sia alcuna alternativa al continuare ad assumere fino in fondo l’orizzonte politico dell’Europa, coûte que coûte. Si ragiona come se l’influenza esercitata nell’ultimo trentennio da monetarismo e neoliberismo sul progetto d’integrazione europeo potrebbe dopo tutto finire per dissolversi; dall’Europa dei vincoli si potrebbe finire per passare all’Europa della crescita e l’integrazione monetaria potrebbe dopo tutto finire per tradursi effettivamente in vera e propria integrazione politica. Eppure, i continui allargamenti dei ‘confini europei’ dovrebbero aver reso a tutti evidente come quello dell’unificazione politica sia sempre stato solo uno specchietto per le allodole, avente lo scopo di facilitare l’accettazione da parte dei popoli europei degli svantaggi derivanti dalla rinuncia alla sovranità monetaria e a buona parte di quella fiscale da parte dei rispettivi governi. E poi …la reazione dei governi alla crisi economico-finanziaria ha reso evidente che perfino un semplice coordinamento delle politiche fiscali e di bilancio, finalizzato alla difesa dei redditi e dell’occupazione, è di fatto fuori gioco in Europa». (ibid: 58).
Eppure versioni “di sinistra” dell’europeismo sopravvivono in (rari) economisti radicali secondo i quali:
«Più facile, senz’altro, sognare il mondo di ieri: il discorso della svalutazione dentro un ritorno all’economia nazionale … Quello di cui vi sarebbe bisogno sono piuttosto lotte coordinate e proposte politiche uniche della sinistra su scala europea, a partire dai conflitti del lavoro e dei soggetti sociali, una spinta dal basso che c’è ma non è adeguatamente organizzata e neanche pensata, nell’orizzonte o di un drastico cambio del disegno della moneta unica ... (Bellofiore e Garibaldo 2013)

“Lotte transazionali” dunque. A me sembra che tale volonteroso internazionalismo pan-europeo faccia da contraltare all’europeismo volenteroso di alcuni economisti vicini al PD (Cesaratto 2013B): entrambi utopistici e forse pericolosi proprio in quanto disconoscono il ruolo di tutela degli spazi democratici costituito dalla piena sovranità nazionale. Tuttavia la riconquista dello spazio di democrazia economica nazionale – che faccia da base naturalmente a una libera cooperazione internazionale in particolare in Europa – è assai difficile allo stato di cose presenti, e non si è lontani dal vero se si ammette che le prospettive di crescita e giustizia sociale nel nostro paese sono in una trappola esiziale, quella della moneta unica (Cesaratto e Pivetti 2012). 

Ma che salto intellettuale e politico se la sinistra lo cominciasse a capire![10]

Appendice – Alcune posizioni nella letteratura “mainstream”


Una veloce incursione nella letteratura “mainstream” sull’origine dell’appartenenza etnica porta a individuare alcune posizioni più influenti (in particolare Caselli & Coleman e Alesina & Spolaore). Caselli e Coleman (2006) mettono in luce come i tratti distintivi delle etnie (lingua, colore) permettono di escludere altri gruppi dall’accesso alle risorse controllate da un gruppo etnico: 

«if the population is ethnically heterogeneous, coalitions can be formed along ethnic lines, and ethnic identity can therefore be used as a marker to recognize potential infiltrators. By lowering the cost of enforcing membership in the winning coalition, ethnic diversity makes it less susceptible to ex-post infiltration by members of the losing one. Hence, from the perspective of a “strong” ethnic group, i.e. a group that is likely to prevail in a conflict, a bid for a country’s resources is an ex-ante more profitable proposition than it would be for an equally strong group of agents in an ethnically homogeneous country. Without the distinguishing marks of ethnicity, this group would be porous and more subject to infiltration. Ceteris paribus, then, we should observe more conflict over resources in ethnically heterogeneous societies, which is the fact we set out to explain. …An important implication of this idea is that not all ethnic distinctions are equally effective ways of enforcing coalition membership. … one key piece of information is the distance among the potential contenders. Virtually all of the empirical work on conflict stresses the relative size of the groups present in a country’s territory. As we discuss below, size does play an important role in our theory. One of our contributions, however, is to stress that a second dimension, distance, or the cost of distinguishing members from non-members of the dominant group, is also critical. … our theory of conflict among geographically separated groups is isomorphic to our theory of ethnically distant groups, and one may therefore be able to use our model, together with the relevant state variables as explained in the next paragraph, to explain changes over time in the intensity of inter-regional (and perhaps even international) conflict». (2006: 1-2).

Michalopoulos enfatizza invece il ruolo di fattori oggettivi nel determinare le distinzioni etniche, in particolare l’omogeneità geografica del territorio; su questa causa possono successivamente intervenire altri fattori storici quali l’invasione di popolazioni straniere, per esempio il colonialismo: 

«the analysis shows that contemporary ethnic diversity displays a natural component and a man-made one. The natural component is driven by the diversity in land quality and elevation across regions, whereas the man-made one captures the idiosyncratic state histories of existing countries, reflecting primarily their colonial experience. The evidence supports the proposed theory according to which, heterogeneous land endowments generated region specific human capital, limiting population mobility and leading to the formation of localized ethnicities and languages». (2008: 1).
L’analisi di Alesina e Spolaore (1995) è volta a stabilire il numero e dimensione ottimi delle nazioni attraverso un’analisi dei benefici apportati da una più grande dimensione del paese e i costi attribuiti a una maggiore eterogeneità in grandi popolazioni. I benefici sono attribuiti alle economie di scala nella produzione dei beni pubblici – benefici moderati dal manifestarsi di fenomeni di congestione e difficoltà di coordinamento quando la dimensione si faccia troppo ampia. Per contro il costo di aggregati troppo ampi è nella più grande “distanza media culturale o delle preferenze fra gli individui … In piccoli, relativamente più omogenei paesi, le scelte pubbliche sono più vicine alle preferenze dei singoli individui che in paesi più grandi e più eterogenei” (1: 4-5). 

In altri lavori Alesina sostiene che l’omogeneità etnica favorisce la condivisione di beni pubblici e forme di redistribuzione del reddito (per cui l’eterogeneità etnica indebolisce il consenso allo stato sociale) (Alesina et al. 2001). La tesi è provocatoria, ma è una sfida al facile multiculturalismo della sinistra.

* Sergio Cesaratto: professore ordinario di Economia della crescita e dello sviluppo e di Politica monetaria e fiscale nell'Unione Monetaria Europea. Dipartimento di Economia Politica e Statistica (DEPS), Università di Siena. e-mail: Sergio.Cesaratto@unisi.it; web page: http://www.econ-pol.unisi.it/cesaratto/; blog: http://politicaeconomiablog.blogspot.com/. 

Sergio segnala: "Questo contributo ha lo scopo di aprire una riflessione su argomenti assai delicati, per cui i commenti sono benvenuti. Ringrazio Giancarlo Bergamini per avermi aiutato a migliorare l’esposizione. Questa versione 8 gennaio 2014".


NOTE

[1] http://www.treccani.it/enciclopedia/nazione/


[2] Curiosamente nel 1841 a List fu offerta la direzione della Rheinische Zeitung che dovette rifiutare per motivi di salute. Marx ne prese il posto.


[3] V. anche Joan Robinson (1966). Una discussione delle teorie di List nel dibattito sulle teorie del commercio internazionale alla luce della critica Sraffiana e del Realismo Politico è in Cesaratto (2013)


[4] Come rassegne del dibattito marxista sul nazionalismo si vedano l’ottimo volume di Szporluk (1988), la cui prima parte è dedicata al confronto Marx-List e che è utile anche per verificare l’evoluzione del pensiero di Marx di cui non si rende certo giustizia in questo contributo; e il libro di Gallissot (1979) dedicato al dibattito nel movimento socialista. Questo si è costantemente trovato di fronte all’intreccio di questioni nazionali e lotta per il socialismo, dalla questione irlandese all’intreccio di etnie nell’Europa dell’est e in Russia, dalle le scelte drammatiche a fronte del primo conflitto mondiale all’intreccio della lotta anti-colonialista con quella per il socialismo. Il dibattito ha sempre visto da un lato posizioni in un certo senso più vicine a quelle di Marx volte a ritenere fuorviante il nazionalismo, da tollerare al massimo come elemento tattico, e quelle di chi al nazionalismo assegnava un significato liberatorio più pregnante.


[5] Citazioni e riferimenti di pagina dall’edizione on line delle opere di Marx-Engels.


[6] I passi di Marx dell’Introduzione all’economia politica del 1857 sono ben noti: 

“In this [civil] society of free competition, the individual appears detached from the natural bonds etc. which in earlier historical periods make him the accessory of a definite and limited human conglomerate. Smith and Ricardo still stand with both feet on the shoulders of the eighteenth-century prophets, in whose imaginations this eighteenth-century individual – the product on one side of the dissolution of the feudal forms of society, on the other side of the new forces of production developed since the sixteenth century – appears as an ideal, whose existence they project into the past.” 
L'individuo isolato e astoricizzato da cui muovono Smith e Ricardo non è mai esistito, naturalmente (“Production by an isolated individual outside society … is as much of an absurdity as is the development of language without individuals living together and talking to each other”), ma è il prototipo dell’individuo della società borghese che si vuole spiegare e nella quale, appunto, i contratti si svolgono (apparentemente) tra individui liberi.

[7] In Cesaratto (2007 A/B) ho analizzato il ruolo dello Stato nella distribuzione del reddito alla luce del dibattito marxista e dei contributi di alcuni studiosi socialdemocratici scandinavi.


[8] Questo non esclude che più etnie possano allearsi nel costituire uno Stato nazionale con eguali diritti.


[9] La necessità del consenso della classe lavoratrice alla costruzione dello Stato nazionale ha storicamente portato le borghesie nazionali a prendere l’iniziativa nella creazione delle istituzioni dello stato sociale. Il caso di scuola è quello della Germania di Bismarck.


[10] Si veda al riguardo anche quanto Marcello De Cecco (2013) ha recentemente scritto: “Di fronte al perdurare della crisi più grave degli ultimi centoventi anni, in mancanza di soluzioni innovative suggerite dai teorici agli attori politici, la tendenza più forte sembra purtroppo essere quella a ricorrere a vecchie soluzioni che, a lungo tempo screditate, tornano a un tratto di moda e suggeriscono misure affrettate e pesanti perché prese in ritardo e senza accordo anche tra paesi appartenenti a unioni di Stati, come i paesi europei. Nazionalismo, protezionismo, regolamentazione dei mercati sono i nomi di queste soluzioni. Averle screditate e messe da parte per più di un cinquantennio come se si trattasse di pulsioni peccaminose e indegne di una nuova e superiore organizzazione internazionale è stato colpevole e persino stupido, perché in forma blanda esse dovevano rimanere in voga, persino il nazionalismo, mentre ora ci si trova a prenderle velocemente e in dosi assai maggiori, senza usufruire dei vantaggi che sarebbero derivati da dosi moderate, e correndo in pieno il pericolo di precipitare il mondo intero in un nuovo disordine internazionale con conseguenze economiche e politiche simili a quelle che indussero le due guerre mondiali e il marasma degli anni venti e trenta del Novecento.”


Riferimenti

Alesina, A., Glaeser, E., e Sacerdote, B. (2001) Why Doesn't the United States Have a European-Style Welfare State?. Brookings Paper on Economics Activity Fall: 187-278
Alesina, A. e Spolaore, E. (1995) On the Number and Size of Nations, NBER WP n. 5050, http://www.nber.org/papers/w5050 (pubblicato in Quarterly Journal of Economics, 1997;112:1027-56).
Bellofiore, R. e Garibaldo, F. (2013) Euro al capolinea? http://www.sinistrainrete.info/europa/3076-riccardo-bellofiore-francesco-garibaldo-euro-al-capolinea.html
Caselli, F. e Coleman, W.J. II (2006), On the Theory of Ethnic Conflict,
http://www.nber.org/papers/w12125
Cesaratto, S. (2007A), The Classical ‘Surplus’ Approach and the Theory of the Welfare State and Public Pensions, in: G.Chiodi e L.Ditta (a cura di), Sraffa or An Alternative Economics, Palgrave Macmillan.
Cesaratto, S. (2007B), Stato sociale e teoria ‘classica’ della distribuzione: note a margine del libro di Cavallaro, Critica Marxista, n. 1. http://www.econ-pol.unisi.it/cesaratto/Critica%20Marxista%20Cesaratto%202.doc)
Cesaratto, S. (2013A). Harmonic and Conflict Views in International Economic Relations: a Sraffian view. Forthcoming in Levrero E.S., Palumbo A. and Stirati A., Sraffa and the Reconstruction of Economic Theory, vol. II, Aggregate Demand, Policy Analysis and Growth, Palgrave Macmillan, 2013. Versione working paper: http://www.econ-pol.unisi.it/dipartimento/it/node/1693
Cesaratto ,S. (2013B), L’Europa è sfinita - recensione a D'Antoni e Mazzocchi, http://politicaeconomiablog.blogspot.it/2013/09/leuropa-e-sfinita-recensione-dantoni-e_7408.html
Cesaratto, S. e Pivetti, M. (a cura di) (2012), Oltre l'austerità, download gratuito da: http://temi.repubblica.it/micromega-online/oltre-lausterita-un-ebook-gratuito-per-capire-la-crisi/
De Cecco M. (2013), Ma che cos'è questa crisi, Donzelli (introduzione: http://www.sinistrainrete.info/crisi-mondiale/3240-marcello-de-cecco-ma-che-cose-questa-crisi.html).
Gallissot, R. (1979), Nazione e nazionalità nei dibattiti del movimento operaio, in Storia del marxismo, vol. 2, Einaudi, Torino.
List, F. (1841), Il sistema nazionale di economia politica, a cura di G.Mori, Isedi, Milano 1972 (free download in inglese http://socserv2.socsci.mcmaster.ca/~econ/ugcm/3ll3/list/national.html)
Marx ,K. (1845) Draft of an Article on Friedrich List’s book: Das Nationale System der Politischen Oekonomie, Source: MECW Volume 4, p. 265, First published: in Russian in Voprosy Istorii K.P.S.S. No. 12, 1971, http://www.marxists.org/archive/marx/works/1845/03/list.htm
Marx, K. (1848), On the Question of Free Trade - Speech to the Democratic Association of Brussels at its public meeting of January 9, 1848, Source, MECW Volume 6, p. 450; Written: 9 January 1848; first published: as a pamphlet in Brussels, February 1848.
http://www.marxists.org/archive/marx/works/1848/01/09ft.htm
Marx, K. (1957) Outline of the Critique of Political Economy, http://www.marxists.org/archive/marx/works/1857/grundrisse/ch01.htm
Michalopoulos, S. (2008) The Origins of Ethnolinguistic Diversity: Theory and Evidence
Tufts University, MPRA Paper No. 11531, http://mpra.ub.uni-muenchen.de/11531/
Pivetti, M. (2011), Le strategie dell’integrazione europea e il loro impatto sull'Italia, in Un’altra Italia in un’altra Europa – Mercato e interesse nazionale, a cura di L.Paggi, Carocci, Firenze.
Robinson, J. (1966) The New Mercantilism, Cambridge: Cambridge University Press.
Szporluk, R. (1988) Communism and Nationalism: Karl Marx Versus Friedrich List, Oxford: Oxford University Press.

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