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domenica 29 ottobre 2017

ELEZIONI IN AUSTRIA: SETTE PUNTI PER CAPIRE di Wilhelm Langthaler

[ 29 0ttobre 2017]

1. La mobilitazione identitaria contro gli immigrati quale leva principale per poter garantire una maggioranza al regime neoliberale
2. Il declino del Partito Sociademocratico in quanto partito dei lavoratori è stato bloccato grazie ai voti dei Verdi
3. Un FPÖ moderato come appendice (quasi) dell’ÖVP
4. Il fenomeno Kurz come bolla mediatica
5. Il sistema politico resta sostanzialmente stabile
6. Pilz nel ruolo di opposizione sociale?
7. I falliti: Düringer e il KPÖ

La mobilitazione sciovinista-identitaria


Lo sciovinismo contro gli immigrati poveri, i culturalmente diversi e soprattutto quelli con marcate caratteristiche esteriori è diventato una costante. Il fatto che parti del sistema lo usino politicamente a loro favore anche. Con queste elezioni è stato tuttavia raggiunto un nuovo livello. Da un lato, l’accoglienza in un anno di circa un 1% di rifugiati (in rapporto alla popolazione totale) ha rappresentato un cambiamento effettivo del regime migratorio a lungo termine. Dall’altro, l’ÖVP (Partito Popolare Austriaco, ndr), e fino ad un certo punto anche Pilz, hanno preso parte alla campagna sciovinista identitaria, fatto che fino ad ora era riservato essenzialmente all’FPÖ (Partito della Libertà Austriaco, ndr).

Questo cambiamento ha portato i media di sistema, uno dei principali strumenti di potere, a muoversi sulla stessa lunghezza d’onda. In precedenza i media si erano auto-incensati con la cultura dell’accoglienza. Ma ecco improvvisamente sparire le immagini dei bambini siriani annegati e le notizie sulle capacità d’integrazione dell’educata classe media araba, e riapparire le immagini del vecchio nemico, il violentatore dalla pelle scura e il terrorista islamico.

Kurz ha riconosciuto in questo cambiamento la sua opportunità ed è saltato sul carro dell’FPÖ. I resti della caritas, dell’amore cristiano per il prossimo sono stati abortiti e sostituiti dall’odio identitario contro l’islam. In un certo senso è il ritorno alle radici antisemite dei Cristiano Sociali, almeno per quanto concerne la sua struttura. La classe media piagata da paure esistenziali richiede un nemico e questi sono ora i musulmani. Kurz ha reso questa posizione accettabile anche agli strati superiori della società.

Su questo tema l’SPÖ (Partito Socialdemocratico d'Austria, ndr) non ha una posizione chiara. Da un lato, la corrente della classe media viennese (erroneamente definita dai media di sinistra in quanto è disposta ad una coalizione solo con l’ÖVP e non con l’FPÖ) non è pronta cedere; dall’altro, scalpitano soprattutto quelle parti dell’SPÖ che sono vicine agli apparati repressivi e che desiderano una nuova partecipazione al governo. Preso tra queste due posizioni l’SPÖ era come paralizzato. Ha cercato vergognosamente di mantenere le misure sociali per assicurare l’immigrazione, pur senza difenderla in modo attivo. E molte volte ha ceduto, come sulla legge che ridefinisce per l’Islam le regole per l’esercizio del diritto di professione religiosa, il divieto di indossare una copertura totale del viso (legge nota come “legge anti-Burka”) o l’appello in favore di uno stato di polizia contro una presunta minaccia rappresentata dai migranti.

Il cuore del problema, cioè il fatto che il regime del libero mercato lascia il movimento dei fattori produttivi unicamente in mano al mercato (cioè ai proprietari), non è stato ovviamente affrontato da nessuno. Una posizione d’opposizione può solo essere quella di richiedere la fine del libero mercato e della globalizzazione. Di ridare al sud globale le sue possibilità di sviluppo. Di regolare l’economia attraverso lo stato nell’interesse della maggioranza. Ciò vuol dire anche limitare la migrazione economica in modo da impedire che i salari scendano ancora. Contemporaneamente è però anche necessario adottare misure per far risalire socialmente coloro che già si trovano qui e consentirne l’integrazione nell’opposizione socio-democratica attraverso l’autodeterminazione culturale.

Il collasso dell’SPÖ è stato evitato?

Molti pensavano che l’SPÖ, seguendo il trend europeo, avrebbe subito un sostanziale collasso. Considerando che la sua clientela storica è tra quelle maggiormente colpite dalla contro riforma in atto, sarebbe anche stato logico. La dismissione graduale del compromesso sociale viene moderato e amministrato dall’SPÖ. Ciò ovviamente logora la base.

Ed effettivamente l’SPÖ ha perso consensi nei distretti operai. Secondo il giornale Der Standard, l’FPÖ ha tra i lavoratori una maggioranza assoluta ed è passata da un terzo dei voti dell’ultima volta ai due terzi attuali. Tuttavia, l’SPÖ ha potuto compensare tale perdita cannibalizzando i voti dei Verdi della classe media liberale cittadina. Nelle fortezze radical chic viennesi ha addirittura registrato una crescita a due cifre.

La classe media cittadina è affetta da un’incontrollabile paura socio-culturale nei confronti di un governo Nero-Blu [ÖVP-FPÖ]. Essa è convinta che soltanto l’SPÖ possa porre un freno all’ascesa dei Blu. Si tratta di un’illusione della classe media, un’illusione dai tratti reazionari in quanto lega l’SPÖ ad una grande coalizione con l’ÖVP. Questa posizione, che di fatto rappresenta la sola moderazione della controriforma, è tra l’altro proprio il motivo che ha permesso all’FPÖ di ottenere l’aggancio con gli strati subalterni della popolazione.

In base a queste considerazioni è da temere che l’SPÖ non sia né pronto né capace di svolgere un ruolo di opposizione, così come non lo fu un decennio fa sotto il precedente governo Nero-Blu. Se Kurz e Strache, contrariamente a quanto preannunciato, lasceranno intatti i benefici del partenariato sociale dell’apparato dell’SPÖ e continueranno con uno smantellamento lento, non ci sarà alcuna resistenza sociale. Non è tuttavia da escludere che i Nero-Blu nell’euforia della vittoria decidano di ignorare la consolidata prassi politica austriaca e di aggredire l’apparato dell’SPÖ ed è possibile che questo provochi una certa resistenza. Non è tuttavia certo che l’SPÖ sappia come fronteggiare l’attacco.

L’FPÖ come apportatore di maggioranza per l’ÖVP?

Rispetto agli anni precedenti, l’FPÖ ha ammorbidito in questa campagna elettorale l’elemento sociale che aveva ripetutamente usato soprattutto a Vienna. Simbolicamente questo cambiamento è rappresentato dal rifiuto di una tassa sull’eredità. Va inoltre considerata la coalizione Nero-Blu nell’Alta Austria che governa con un programma completamente neoliberale. Tutto ciò è un chiaro segnale all’ÖVP che si è pronti a sottomettersi.

Strache deve avere tuttavia ancora in mente il disastro della prima coalizione nero-blu che portò ad una divisione e al declino dell’FPÖ. Allora, come ricompensa per aver dato la maggioranza all’ÖVP, i Blu poterono servirsi a piene mani (vedi l’affare Grasser). Stavolta Strache vuole però aumentare il prezzo politico in modo da non apparire come il burattino della Raiffeisen & Co. E il modo più semplice è sul piano della simbologia politica identitaria contro i mussulmani e i migranti. Per quanto tempo potrà andare avanti così?

A parte un certo effetto frenante le classi subalterne cittadine hanno sicuramente anche delle aspettative sociali nei confronti dell’FPÖ. In pochi anni, le aspettative deluse potrebbero portare alla perdita del sostegno plebiscitario. Strache non è Grasser né Riess-Passer. Egli s’inventerà una qualche bolla di sapone in modo da distanziarsi da Kurz e in ultima istanza potrebbe anche tirare il freno.

Il fenomeno Kurz

Il successo elettorale di Kurz con un netto 7,5% in più è effettivamente stupefacente. Non soltanto perché da decenni l’ÖVP è partito di governo, ma anche perché ormai mostrava evidenti segni di usura. Una prima interpretazione del fenomeno Kurz è certamente l’ininterrotto potere mediatico con il quale è stato messo in scena come se si trattasse di un vento fresco di rinnovamento. Questa spiegazione non è però sufficiente.
Una seconda spiegazione è la già accennata campagna identitaria anti-islamica, che ha trovato terreno fertile nelle classi medie cittadine e soprattutto in quelle della provincia.
Terzo, Kurz non è particolarmente conservatore. Il vecchio ÖVP era per la società austriaca troppo reazionario. Anche per questo motivo è stato possibile riguadagnare consensi nelle città.
A parte questo non c’è molta nuova sostanza per il vecchio regime neoliberale. Se Kurz dovesse incontrare difficoltà o addirittura resistenza, potrebbe addirittura perdere il sostegno all’interno del proprio partito. Egli ha infatti scavalcato il tradizionale sistema dell’equilibrio di potere legato ai reciproci ricatti e ha imposto il suo dominio personale. Alcuni vorranno vendicarsi quando il tempo sarà maturo.

Stabilità

Nonostante tutte le apparenze di crisi dobbiamo tuttavia riconoscere che i risultati elettorali documentano in ultima istanza la stabilità del sistema. Non soltanto è aumentata la partecipazione elettorale, ma addirittura i due terzi dei votanti hanno sostenuto i partiti del sistema neoliberale. Se consideriamo l’FPÖ anch’esso come un partito di regime, anche se in modo indiretto, i consensi totali raggiungo oltre il 90%. Con un po’ d’indulgenza si può considerare Pilz come il salvatore dell’onore socialdemocratico. Tuttavia anche lui è un fervente sostenitore dell’Unione Europea. Di fatto da eleggere non c’era nessuna opposizione al regime.

Pilz

Pilz merita comunque uno sguardo più attento. Egli ha avuto il ruolo del secondo becchino dei Verdi. Il primo è stato l’SPÖ.

Egli aveva concepito per i verdi una via d’uscita di tipo populista di sinistra dal ghetto del benessere urbano della sinistra liberale. Questa via d’uscita aveva due componenti. Primo: richieste socialdemocratiche simili a quelle dell’SPÖ, assolutamente compatibili per lui, come anche per l’SPÖ, con l’Unione Europea. Secondo: attacchi continui a Erdogan e all’islam politico. Questo secondo aspetto raccoglie in modo raffinato, senza essere apertamente sciovinista, un effettivo malumore di base anti-islamico e antiturco. Lo sciovinismo culturale di destra ha così trovato un suo corrispettivo secolare, liberale di sinistra. Nelle città l’esperimento ha ben funzionato.

Poiché l’SPÖ e l’ambito liberale di sinistra urbano (quello che si identifica nello slogan “Contro i fascisti dell’FPÖ”) non sono capaci di fare una resistenza sociale, questo ruolo poté essere impersonato da Pilz. Non che questo possa avere un influsso significativo sugli apparati del movimento operaio istituzionalizzato o che abbia un radicamento organico negli strati sociali subalterni. Tuttavia Pilz ha buon naso nel captare gli umori popolari. Se si dovesse sviluppare una latente prontezza alla resistenza, egli potrebbe allora tentare di riempire questo vuoto. Pilz ha accesso ai media e un discreto apparato organizzativo. Non bisogna aspettarsi troppo, ma potrebbe essere più che niente.

Düringer e il KPÖ

In generale i piccoli partiti e altri vari tentativi organizzativi rappresentano un importante metro di misura della situazione politica.

La lista elettorale di Düriger, la GILT [“Meine Stimme GILT” – Il mio voto conta] è stato un interessante esperimento che è possibile definire, in senso largo, populista di sinistra. Düringer si è però rifiutato di presentare una vera alternativa politica. Il rifiuto dei partiti e della politica in generale è stato preso alla lettera e non interpretato come espressione del rifiuto dei partiti di regime tipico degli ambienti di opposizione. La lista non ha perciò presentato alcun programma politico, ma ha tenuto un atteggiamento neutrale per non spaventare potenziali elettori. Alla fine non è stato altro che un calcio in culo cabarettistico al liberismo di sinistra. Decisamente troppo poco. Con un programma politico socialdemocratico elaborato in un processo costitutivo il risultato sarebbe stato migliore, anche se Pilz gli avrebbe comunque rubato la scena.

Considerando la totale mancanza di una sinistra d’opposizione e una situazione sociale che gli stessi media hanno tematizzato e descritto come incrinata, sarebbe stato logico aspettarsi una avanzata del KPÖ (Partito Comunista d'Austria, ndr). È successo il contrario. Condividendo lo stesso tipo di ambito dei Verdi, ne ha subito lo stesso effetto frenante. Meglio sostenere l’SPÖ o Pilz per non disperdere i voti. A parte il nome, il KPÖ non si differenzia in alcun modo dal liberismo di sinistra. La sua sopravvivenza è dovuta unicamente al mantenimento del nome, una sorta di imbroglio di marca.

domenica 8 maggio 2016

AUSTRIA: LA VALANGA REAZIONARIA E LE SUE CAUSE di Wilhelm Langthaler*

[ 8 maggio ]

Elezioni presidenziali: lavoratori di destra contro borghesia di sinistra?

Sulla perdita di consenso del regime neoliberale

Il primo turno delle elezioni presidenziali è stato, nelle dimensioni in cui è avvenuto, uno shock inaspettato per la Grande Coalizione di governo composta da socialdemocratici (SPÖ, Partito Socialdemocratico d’Austria) e democristiani (ÖVP, Partito Popolare Austriaco). A questa formula, che dalla seconda metà degli anni Ottanta rappresenta la forma organizzativa politica del neoliberismo, le masse popolari stanno sempre più voltando le spalle. Il punto di rottura si sta avvicinando. Tuttavia, l’opposizione dal basso contro il regime liberale si articola nella sua maggioranza come un rifiuto cultural-sciovinista della migrazione islamica ed è guidato dalle forze storiche di destra.

Nuova ascesa del FPÖ (Partito della Libertà Austriaco)
Protesta socio-culturale dal basso

Il travolgente successo del candidato del FPÖ Hofer è innanzitutto espressione della protesta delle classi subalterne. 
Volendo dar credito alle analisi dei flussi elettorali, hanno votato blu [N.d.T: blu è il colore del FPÖ] due terzi dei lavoratori salariati. Lo schema era già noto nelle precedenti elezioni: nelle città più grandi e in quelle tradizionalmente industriali, il segmento inferiore della tradizionale base elettorale del Partito Socialdemocratico è passata al FPÖ. Con la formula della Grande coalizione il partito Socialdemocratico si è legato organicamente al partito del grande capitale, l’ÖVP, sostituendolo addirittura nella guida politico-culturale del blocco neo-liberale. 
Espressione parlamentare di questo amalgama è l’esplicita esclusione del FPÖ da ogni forma di partecipazione al governo. Tuttavia, soltanto lasciando aperta la porta per una sua possibile partecipazione al governo sarebbe forse stato possibile, se il Partito Socialdemocratico l’avesse voluto, una mitigazione del programma neoliberale. Almeno ciò è quanto si sarebbe aspettata la base elettorale delle classi subalterne del FPÖ. Non è un caso che le forze ultra-liberali definiscano il FPÖ come un partito di sinistra in termini di politiche socio-economiche.

Nel corso delle ultime elezioni, il FPÖ non soltanto si è espresso contro il TIPP (posizione con la quale stanno flirtando diversi partiti, considerando il grande sentimento di rifiuto presente nel popolo) ma è stato l’unico partito a criticare l’Unione Europea.

Il nemico numero uno: l'Islam
Il candidato del FPÖ Norbert Hofer


Anche se il FPÖ è l’unico partito a mettere in discussione le istituzioni neoliberali sovranazionali, bisogna sempre tenere in mente che ciò è inestricabilmente legato al rifiuto dell’immigrazione in generale e in particolare nell’identificazione della migrazione islamica come nemico interno. Mentre è ovvio che la migrazione ha un impatto socioeconomico, in quanto esercita una ulteriore pressione al ribasso dei salari nei segmenti più bassi della classe dei lavoratori specialmente in tempi di austerità, di disoccupazione generalizzata e di depressione salariale, il FPÖ ne scarica la colpa direttamente sui migranti ignorando il contesto sistemico.

In tal senso esso conduce una vera e propria campagna cultural-sciovinista contro l’islam e una presunta islamizzazione del paese, contribuendo a creare una nuova narrativa su una presunta identità europea ebreo-cristiana.

Tale campagna si accompagna ad una svolta pro-sionista avviata già alcuni anni orsono che ha visto rimpiazzare il nemico ebreo col nemico musulmano. Pur provenendo esso stesso dall’antisemitismo storico, il partito si è unito alle campagne contro l’antisionismo di sinistra, etichettando la critica allo stato di Israele come antisemita, allo stesso modo in cui lo fa il mainstream liberale.

L’allentamento del controllo delle frontiere dell’Unione Europea da parte di Berlino nell’estate 2015, con la successiva ondata di rifugiati, ha aiutato in modo determinante la crescita del FPÖ che può anche vantarsi del successo di una graduale restaurazione delle restrizioni d’accesso.

Composizione di classe trasversale
Il FPÖ non ha guadagnato consensi solo nelle roccaforti operaie, ma anche nella periferia suburbana tra la classe media. Esso stesso nato dal nazionalismo germanico/tedesco della classe media, ne sta ora nuovamente raccogliendo le correnti cultural-scioviniste, modernizzandone il razzismo biologico e rendendolo più digeribile ad un più ampio strato di popolazione. In questo ambito manca tuttavia, come anche in Germania con l’AfD (Alternative für Deutschland) e Pegida (Patriotische Europäer gegen die Islamisierung des Abendlandes - “Patrioti Europei contro l’Islamizzazione dei Paesi Occidentali), l’elemento sociale, mentre prevale quello reazionario economico liberale.

In alcune regioni l’influsso del 
FPÖ raggiunge addirittura il blocco dominante. Tra questi spicca il caso particolare della Carinzia dove non si è mai imposta un’egemonia cristiana-sociale e la decisa ascesa di un FPÖ con connotazioni nazional-germaniche in senso anti-sloveno si è fin dall’inizio nutrita dei voti degli elettori provenienti dal SPÖ. E ancora il Burgenland socialdemocratico dove il SPÖ ha formato un’alleanza di governo con il FPÖ per proteggere le frontiere contro il flusso dei rifugiati. L’alleanza più importante è tuttavia quella tra l’ÖVP e il FPÖ nel cuore industriale dell’Alta Austria (Oberösterreich) dove i blu sono stati integrati senza alcuna rottura sistemica come partner minoritario, come già era accaduto alcuni decenni prima al livello federale con Jörg Haider, nel blocco dominante.

Ci sono quindi alcune rotture storiche ma anche molti casi di continuità: il FPÖ ha iniziato raccogliendo i frantumi nazisti, per poi passare all’amministrazione del nazionalismo germanico in dissoluzione fino a fornire la maggioranza parlamentare per la riforma sociale di Kreisky nei primi anni ‘70. Con il prevalere delle tendenze neoliberali durante gli anni ‘80, il partito, sotto la guida del neoeletto segretario Jörg Haider, fece una svolta plebea. Haider sostituì il nazionalismo germanico con un più popolare patriottismo austriaco e iniziò a rivolgersi alle classi operaie e subalterne, mitigando il liberalismo economico. L’attuale segretario Strache sta portando avanti con successo questo corso. E non si tratta soltanto di una maschera come crede molta sinistra.


Allo stesso tempo ciò non significa che il partito sia pronto per una rottura con le classi dominanti. La retorica contro l’Unione Europea si limita a allusioni, stereotipi e invettive. Il partito non si è mai espresso apertamente per una fuoriuscita dall’UE.

Il partito ha due anime e Haider riuscì a capire in modo virtuoso come accontentare entrambe. Strache può continuare il gioco, fintanto che tale coesistenza non sarà messa alla prova dei fatti. Basti ricordare come la partecipazione del FPÖ di Haider al governo ultraliberale guidato dall’ÖVP portò l’elettorato plebeo a voltargli le spalle. All’ultimo momento Haider riconobbe il pericolo e cercò di cambiare corso, causando la rottura con l’ala più borghese del partito (BZÖ, Alleanza per il Futuro dell’Austria). Tuttavia, l’impatto di una nuova partecipazione governativa dipende dal contesto sociale generale, la profondità della crisi sociale e dal possibile collasso dell’Euro.

La denuncia da parte della sinistra del FPÖ come radicale avanguardia neoliberale non è plausibile e conduce alla giustificazione del centro liberale che appare in questo modo come male minore non soltanto in termini politico-culturali ma anche socio-economici. Dall’altro canto occorre anche tener presente che l’elettorato operaio del FPÖ non è molto radicale e che i legami storici con l’élite sono ancora intatti e probabilmente prevarranno. In ogni caso, una possibile adozione del FPÖ da parte delle oligarchie non avverrà in modo così indolore come lo fu con Haider.



La fine della Grande Coalizione si avvicina
I recenti risultati elettorali mostrano chiaramente che: il regime dell’ultimo quarto di secolo si sta avvicinando alla fine. È vero che il ruolo costituzionale puramente rappresentativo del presidente dona alle elezioni un carattere di protesta simile a quello delle elezioni per il parlamento Europeo, e tuttavia la tendenza è chiara e alla fine la Grande Coalizione perderà la maggioranza rendendo la partecipazione al governo del FPÖ indispensabile. All’interno del SPÖ le voci che chiedono la fine dell’esclusione del FPÖ si stanno facendo più forti. 

Due varianti sono possibili:

Formazione di un governo con i democristiani: la coalizione sarebbe in questo caso a guida FPÖ, ma a dare il passo sarebbe l’ÖVP con la sua oligarchia capitalista. Il rischio per il FPÖ è di perdere nuovamente e rapidamente il suo credito presso le classi popolari creando un nuovo vuoto politico.

La variante più favorevole per il FPÖ sarebbe pertanto un’alleanza con i socialdemocratici anche eventualmente come partner minoritario. Si tratterebbe di un vero esperimento con un esito difficile da prevedere specialmente se ciò dovesse coincidere con il collasso dell’Euro.

Anche uno scenario alla spagnola sarebbe possibile, con un governo instabile: una costellazione da decenni sconosciuta in Austria.

L’Antiberlusconismo della sinistra

La sinistra storica, che a differenza di altri paesi europei è sempre rimasta nell’orbita della socialdemocrazia, continua a sostsnere il centro (neo)liberale. Per questa sinistra il FPÖ rappresenta il male assoluto che bisogna evitare ad ogni costo. E il prezzo è l’abbraccio rosso-verde del neoliberalismo e dell’Unione Europea. La cultura di sinistra è stata capovolta. Tipici elementi ideologici quali l’internazionalismo sono stati cooptati nel programma dell’élite. Non si vuole vedere che l’abito cultural-sciovinista delle proteste è anche dovuto al fatto che la Sinistra, dal canto suo, abbellisce giustificandolo il programma delle classi dominanti di governo.



In queste elezioni presidenziali quasi l’intera sinistra chiama al voto per il verde liberale di sinistra Van der Bellen. Si rimproverano a Hofer tendenze autoritarie (il giornale “Die Zeit” si chiede in modo suggestivo se non si tratterebbe di un nuovo Hindenburg), mentre si trascura il fatto che Van der Bellen abbia dichiarato che non accetterebbe un governo di cui faccia parte il FPÖ. Si tratta di una minaccia presidenzialista della pratica costituzionale, fortemente parlamentaristica, della seconda repubblica molto più concreta rispetto alle vaghe dichiarazioni senza reale sostanza di Hofer. Spiegando la sua posizione Van der Bellen afferma che un governo con il FPÖ potrebbe non rispettare le istituzioni europee, mentre in realtà si è visto che sono proprio queste istituzioni sovranazionali non elette ad abrogare decisioni nazionali prese dai governi eletti.

Vuoto a sinistra

La partecipazione di fatto della sinistra al dominante blocco neoliberale lascia la protesta delle classi subalterne interamente alla leadership delle forze di destra. Non esiste, a parte l’eccezione locale del Partito Comunista di Stiria, una forza indipendente di sinistra che perlomeno provi a farsi portavoce delle classi subalterne. Il quadro si presenta ancora più drammatico se si considerano le posizioni rispetto alle istituzioni europee. A sinistra troviamo solo il Comitato euroexit, con i suoi membri, che osa definire chiaramente il regime eurista e l’Unione Europea come strumenti organici delle élites neoliberali e che conseguentemente fa appello al loro superamento. Attualmente non esistono voci critiche né nella sinistra istituzionale, né tra gli intellettuali o gli artisti, né tantomeno negli apparati delle Università, dei mezzi di comunicazione o dei sindacati. Per questo motivo la destra può guadagnare punti anche con posizioni molto vaghe e ambigue.

Tutto ciò è anche più paradossale in quanto i sondaggi europei mostrano che l’Austria appare in modo continuo e consistente tra i paesi dove lo scetticismo nei confronti del TTIP, delle operazioni di salvataggio dell’Euro e dell’Unione Europea in generale è molto sviluppato e che già lo era quando ancora i paesi del Sud Europa erano ammaliati dall’europeismo.

Come si può quindi spiegare l’abbraccio del centro liberale e della sua Unione Europea da parte della "società civile"? (La nozione di società civile è utilizzata in questo contesto nel
senso originale inteso da Gramsci, come apparato di mediazione indiretto del dominio borghese). In merito si possono individuare sia ragioni socio-economiche che politico-culturali.

L’industria austriaca, in quanto appendice della macchina d’esportazione tedesca, può essere senza alcun dubbio annoverata tra i vincenti dell’Euroregime e della globalizzazione in generale. La crisi è stata pertanto sentita meno che nei paesi della periferia dell’Euro. A differenza della Germania, l’attacco allo stato sociale e ai segmenti più bassi dei salari è stato più moderato. In particolare, la precarizzazione della società civile, l’apparato ideologico del regime, sono ben lontani dal raggiungere le dimensioni assunte nei paesi del Sud Europa. Gli intellettuali hanno ancora qualcosa da perdere.

Non meno importante è la paura irrazionale nei confronti del tradizionale nazionalismo di destra filo-tedesco che viene interpretato fuori dal suo contesto storico.

La sinistra non fu capace di sconfiggere il Nazional Socialismo con le proprie forze ma rimase ausiliaria all’Unione Sovietica e agli Stati Uniti. Con la scomparsa della Guerra Fredda la socialdemocrazia ha addomesticato l’antifascismo di sinistra elevandolo ad una sorta di ideologia di stato. La debole sinistra indipendente è stata assorbita dal SPÖ o marginalizzata. La sua insignificanza, i suoi dubbi e il suo conseguente pessimismo in combinazione con la persistente speranza della classe media che il sistema postbellico sia eterno hanno portato a considerare l’Unione Europea come garante di civilizzazione e ad accettarne le regole di dominio come il male minore.

Programma popolare sociale e democratico di rottura
Le linee sulle quali un’alternativa politica di sinistra può essere costruita sono chiare: la fine della degradazione sociale delle classi popolari e la riconquista della democrazia può essere raggiunta solo preparando la rottura con l’oligarchia neoliberale e le sue istituzioni sovra e internazionali, prime fra tutte l’Unione Europea. La riappropriazione della sovranità nazionale deve essere concepita come riconquista di sovranità popolare contro la crescente dittatura dell’élite capitalista, un processo attraverso il quale l’apparato produttivo è posto al servizio della maggioranza.

Ciò non ha niente a che vedere con un presunto etno-nazionalismo. Al contrario: è dietro la globalizzazione che si nascondono gli interessi delle oligarchie nazionali dominanti. Lo dimostrano gli Stati Uniti ma anche l’Unione Europea e la sua risposta alla crisi dell’Euro dettata dalla classe dominante tedesca. L’internazionalismo delle élite richiede giustamente l’autodifesa nazionale. Tale autodifesa può assumere un carattere democratico o reazionario.

La storia dello Stato Austriaco e la sua neutralità iscritta nella Costituzione sono emerse nella difesa contro e nella sfida all’imperialismo tedesco. Esse offrono un punto di riferimento sia nazionale sia internazionale. Interno, in quanto rappresentano il concetto di integrazione di una nazione costituita su criteri politico-culturali e non etnico-nazionali, a dispetto della lingua comune con il più potente vicino. Benché una nazione sovrana debba controllare i flussi dei fattori produttivi (forza lavoro, merce e capitali), tale concezione offre anche la possibilità di affrontare democraticamente l’arrivo di identità differenti e di combattere l’islamofobia. Per quanto riguarda la politica estera, la neutralità può essere interpretata nel senso di un globale riequilibrio sociale, per la pace e l’antimperialismo.


Wilhelm Langthaler, tra i fondatori e portavoce internazionale del Campo Antimperialista. Autore di numerosi saggi. Oggi fa parte della coalizione Euroexit.

mercoledì 9 ottobre 2013

AUSTRIA: «NEL SEGNO DELLA STABILITÀ» di Wilhelm Langthaler*

9 ottobre. Si sono svolte nei giorni scorsi le elezioni parlamentari in Austria. Cosa è emerso dalle une? Le classi subalterne rafforzano l’opposizione sociale, ma purtroppo in senso sciovinista.

«Primo: il sistema dominante tiene ma perde consensi.
Secondo: la protesta elettorale, che pur c’è stata, rimane entro il recinto sistemico.
Terzo: uno slancio anti-sistemico, sociale e rivoluzionario, continua ad essere un pio desiderio.

Per decenni l'Austria è stata governata, tranne poche eccezioni, da quella che viene chiamata "Grande Coalizione", quella tra i socialdemocratici (SPOe) ed il Partito cristiano-democratico del Popolo (OeVP). Entrambe queste due componenti del regime hanno tentato di rivendicare a sé la travolgente vittoria elettorale della Merkel. In un certo senso entrambi hanno detto il vero, ma non hanno ottenuto la stessa vittoria.

Il SPOe, per due generazioni il partito più forte, è il pilastro della (presunta) stabilità. Dal punto di vista culturale, della composizione sociale, oltre che da quello della politica sociale, la socialdemocrazia rappresenta il centro. Sebbene questo comporti eseguire i dettami neoliberisti dell'oligarchia europea (salvare il capitale bancario, imporre l'austerità), essa cerca di farlo in un modo cosiddetto “equilibrato”. Se si compara la socialdemocrazia austriaca a quella degli altri paesi essa sta certamente più a destra. Werner Faymann, il cancelliere uscente e molto probabilmente anche quello nuovo, ricordava all'OeVP che il sistema fiscale della Merkel è più di sinistra di quello austriaco. Il lavoro è pesantemente tassato, mentre la ricchezza e i patrimoni non lo sono quasi. Se la Germania è già molto favorevole ai ricchi, l’Austria è in realtà vicina ad essere un paese off-shore, un paradiso fiscale per i ricchi. La proposta Faymann di riforma fiscale ha una sua razionalità tenuto conto della situazione: diminuire le tasse sui salari e sulle classi di reddito più basso, aumentando quelle sui patrimoni e le classi alte.

Questo è stato il principale bene di consumo per la pubblica opinione durante la campagna elettorale. Per quanto i socialdemocratici abbiano legato il loro destino a quello dell'OeVP nessuna di queste misure sarà sostanzialmente applicata. I vincoli imposti dalla coalizione con la OeVP sono un pretesto molto comodo. Dopo tutto il sistema fiscale vigente è stato introdotto nel corso degli ultimi decenni dalla stessa SPOe.

Ma c'è un’altra importante differenza con la Germania: non c’è stato niente simile a Hartz IV (costo del lavoro a buon mercato per gli strati sociali più bassi imposti dallo smantellamento dello stato sociale), né è stato praticato lo stesso dumping salariale. Pertanto le partite correnti sono abbastanza equilibrate e la domanda dei consumatori non è stata compressa come in Germania. Dopo tutto il surplus commerciale della Germania non consiste in nient'altro che salari non pagati.

Il SPOe è il partito delle classi medie impiegatizie, degli addetti all'amministrazione pubblica e degli operai benestanti. Gli strati inferiori dei lavoratori nella loro maggioranza sono passati all'FPOe [Partito liberale austriaco, fondato a suo tempo da Jorg Haider, NdR]. Poi c'è l'esercito di pensionati che vuole mantenere le cose come sono. I votanti del SPOe vogliono difendere il sistema così com'è.

Storicamente l'OeVP è omologo dei democristiani della Merkel. I capitalisti e gli imprenditori sono con loro (vedi i banchieri Raiffeisen). Ma culturalmente l'OeVP assomiglia più alla CSU bavarese che alla Cdu della Merkel. Questa piccola differenza è tuttavia importante. L'OeVP è culturalmente troppo conservatore per rappresentare il centro della società austriaca, che dopo l’89/91 è in sostanza liberale. La loro richiesta di un sistema di segregazione classista per quanto concerne il sistema dell’istruzione corrisponde al modello di educazione borghese tedesca del XIX. secolo. Sezioni significative degli imprenditori e dei liberali temono che questo pregiudichi la qualità della forza lavoro. Demenziale è la campagna contro quello che hanno chiamato "scuola materna forzata" mentre l’assistenza pubblica all’infanzia è insufficiente, tanto più in una città come Vienna. Il modello dominante, anche delle donne delle classe superiore è cambiato. Ora la donna vuole impegnarsi nella carriera professionale e non rimanere a casa come negli anni '50 o '60.


Ancora più importante: gli ideologi neo-liberali cavalcano continui attacchi contro il clientelismo. Così, mentre la narrazione sostiene che tutti devono accettare i tagli perché mai i dipendenti statali democristiani dovrebbero essere esentati? Anche l'abbraccio storico coi socialdemocratici è contestato dai settori delle classi medie urbana e da quelle più alte. E qui si spiegano i successi elettorali di certe elite ribelli — fenomeno inverso a quello della Merkel, che ha assorbito totalmente gli ambienti liberali.

Tutto sommato questo doppio centro (SPOe e dell'OeVP) ha mantenuto la sua maggioranza anche se appannata. In parte ciò si spiega col fatto che l'Austria rimane ancora estranea al disastro sociale che sta attraversando il continente. Dall'altro lato l’Austria si comporta come gregaria di Berlino. Il bonus sciovinista della Merkel che fa essere la Germania dominatore d’Europa non si applica pertanto all'Austria. L'Euro e la crisi europea è stata quasi completamente assente dalla campagna elettorale. Circa i due terzi delle società sta con questo doppio-centro e accetta il regime dell’euro come una necessità, come una specie di male minore. Pertanto la maggioranza degli austriaci ha scelto di tacere, di chiudere gli occhi sperando che non accadrà nulla. Ciò è razionalmente comprensibile per coloro che hanno qualcosa da perdere dato il primato austriaco dell’ultimo mezzo secolo.

Per quanto riguarda la maggiore opposizione elettorale c'è poca sostanza. Socio-economicamente i Verdi fanno comunque parte del centro. La loro differenza è solo culturale. Rappresentano ciò che a volte viene chiamato borghesismo bohémien. La nuova formazione entrata in Parlamento, chiamata Neos, rappresenta strati sociali ancor più elevati. I loro predecessori provengono dalla destra liberale e finora non erano riusciti ad ottenere seggi. Solo sbarazzandosi del loro sapore di destra potevano avere successo, e ciò è stato simboleggiato dal colore che hanno scelto: il rosa. Per non dimenticare i soldi di uno dei più grandi capitalisti austriaci, il palazzinaro Hans-Peter Haselsteiner di Strabag. Staremo a vedere se sopravviveranno ad una legislatura.

Il miliardario industriale austro-canadese Frank Stronach, non è riuscito a realizzare le sue aspettative megalomani che, nonostante i milioni sborsati miscelando il sogno americano, il neoliberismo, il conservatorismo con la critica morbida per l'Euro non ha portato a casa alcun risultato, se non confusione e senilità. Ha strampalatamente parlato di "euro separati per ogni paese" (sic!); oppure ha chiesto la pena di morte, cosa che andando fortemente contro il senso comune ha obbligato anche i suoi ben retribuiti scagnozzi a rivoltarsi contro il loro padrone.

Il BZOe [Alleanza per il futuro dell’Austria, partito fondato da Jorg Haider nel 2005 come scissione dal Partito della libertà. Nel 2008 ottenne il 10,7% dei voti e 21 seggi, NdR] non è riuscito a entrare in parlamento. Essi sono stati incapaci di trasformarsi da nostalgici di Haider in un liberalismo di destra che pretendevano di incarnare. I ricchi hanno votato per Neos o forse Stronach. L'incantesimo per BZOe si è spezzato anche in Carinzia, dove hanno avuto origine.

Tutte queste formazioni formalmente classificate come opposizione in realtà possono essere considerate anche come parte del centro dominante anche se più amorfe, e meno affidabili.

L'unico partito che gioca a stare sul bordo del sistema è l'FPOe comunemente considerato populista di destra. Dal puro e semplice punto di vista socio-economico è molto vicino ai socialdemocratici. Il loro motto è: “sì a welfare, ma solo per gli austriaci”. Sono diventati il principale partito delle classi subalterne fondendo organicamente le istanze sociali con lo sciovinismo. Non è un caso che il partito chiede incessantemente ai socialdemocratici di rompere coi democristiani e di formare un governo comune.

Molto significativo, a proposito del loro sciovinismo, è che l'FPOe ha rivisto il suo approccio nei confronti dell'Unione europea, dell'euro e delle banche. La loro opposizione non è più all’euro, ma alla assunzione di rischi per il Sud Europa, tutto qui. Dietro questa moderazione non ci possono essere che due motivi: da un lato anche la loro base sociale sa che l'economia austriaca ha beneficiato dell'euro. D'altra parte hanno voluto segnalare alle classi dominanti che sono finalmente pronti a far parte di un governo.

Le due usuali prove del fuoco per poter accedere al governo passano, la prima sulla politica estera e l’altra sulla politica interna. Nonostante la loro storia antisemita sostengono Israele contro i palestinesi, così come l'Islam è stato proclamato come il nemico principale. Infine il sostegno al regime Euro/Ue.

Chi aveva sperato in una piccola ma seria opposizione sociale e democratica come la "Linke" in Germania è rimasto deluso. Il partito comunista ha ottenuto l’1% , ma anch’essi sono parte del sistema, se si prende ad esempio la loro posizione su Israele ed euro. Essi non sono altro che un'appendice dei Verdi. Mentre i Verdi sono nel sottobosco del regime al potere, il Partito comunista è a sua volta una sub-sub-appendice di queste classi medie di sinistra liberale.

Una opposizione sociale rivoluzionaria deve essere diretta contro entrambi, sia il regime al potere nonché alle varie forme di opposizione sistemica ed al loro sciovinismo sociale. La difficoltà consiste nel separare lo slancio reazionario sciovinista dalla protesta sociale. Al centro di un progetto anti-sistemico si trova la lotta contro il regime Euro/ Ue. Sebbene elementi della sinistra storica saranno necessari in questa direzione non si potrà fare affidamento sulla sinistra sistemica liberale».

* Wilhelm Langthaler, portavoce internazionale del Campo Antimperialista
** Traduzione a cura della redazione

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