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giovedì 14 gennaio 2016

ORDOLIBERISMO E NAZISMO: L'INGANNO DELLA "ECONOMIA SOCIALE DI MERCATO" di Alessandro Somma

[ 14 gennaio ]
La Legge fondamentale tedesca dispone il divieto dei partiti «che per i loro fini o per il comportamento dei loro sostenitori mirano a pregiudicare o sovvertire l’ordine liberale e democratico» (art. 21). Questa disposizione realizza ciò che nel corso degli anni Trenta venne definita in termini di «democrazia militante», ovvero impegnata a difendersi attraverso il contrasto delle forze che mirano a reprimere le libertà politiche, in particolare quelle di ispirazione fascista[1].
A ben vedere, però, la repressione delle libertà politiche è solo una manifestazione del fenomeno fascista, che si è altresì connotato per un particolare modo di intendere il rapporto tra capitalismo e democrazia. Questo aspetto viene però trascurato nel dibattito politico tedesco, recentemente polarizzato dall’intensificarsi di episodi da cui ricavare una reviviscenza della violenza nazista o neonazista. In tal modo si impedisce la comprensione delle dinamiche, riconducibili anch’esse a un particolare rapporto tra capitalismo e democrazia, che presiedono allo sviluppo del processo di integrazione europea.
I partiti neonazisti agiscono indisturbati
Secondo quanto prevede la Legge fondamentale tedesca, il divieto dei partiti antidemocratici viene disposto da un giudice molto particolare, la Corte costituzionale, su istanza di un ramo del Parlamento, o dell’esecutivo federale o di uno regionale. E’ dunque richiesta una procedura piuttosto complessa, che non a caso è stato iniziata e portata a termine in un numero limitato di casi. I primi si ebbero nel corso degli anni Cinquanta, quanto si dichiarò l’incostituzionalità del Partito socialista del Reich (Sozialistische Reichspartei, Srp), una formazione neonazista, e del Partito comunista tedesco (Kommunistische Partei Deutschlands, Kpd). Vi fu poi un lungo silenzio, sino al tentativo di ottenere il divieto del Partito nazionaldemocratico tedesco (Nationaldemokratischen Partei Deutschlands, Npd), una formazione anch’essa neonazista che conta attualmente circa cinquemila iscritti, un eletto al Parlamento europeo e cinque al Parlamento regionale del Meclemburgo-Pomerania Anteriore.
Il primo tentativo di ottenerne il divieto venne intrapreso dal Cancelliere Gerhard Schröder nel 2001, ma le cose andarono male: per raccogliere informazioni vennero infiltrati alcuni agenti che divennero dirigenti della Npd, e questo condusse la Corte costituzionale a ritenere l’intero procedimento viziato nella forma, dunque a non decidere sul merito. Un secondo tentativo è attualmente in corso, senza però godere dell’appoggio della Cancelliera Angela Merkel: l’iniziativa si deve al Bundesrat, la Camera del Parlamento tedesco in cui sono rappresentate le Regioni. La Corte costituzionale tedesca ha appena fissato la data delle udienze nel corso delle quali valuterà la richiesta: si terranno al principio del marzo prossimo.
Se tuttavia si dovesse giungere a un divieto della Npd, non per questo i tedeschi avranno risolto il loro problema con il neonazismo. A fine 2014 l’Ufficio federale per la tutela della costituzione (Bundesamt für Verfassungsschutz) ha stimato in 21.000 il numero degli estremisti di destra, la metà circa inquadrati in organizzazioni che hanno dato vita ad almeno 225 manifestazioni di piazza nel corso dell’anno. Tra queste si annoverano, oltre alla Npd, altri due partiti: La destra (Die Rechte) e La terza via (Der III Weg)[2].
Esplode la violenza contro i richiedenti asilo
Quando vennero pubblicati questi dati, l’estremismo di destra era reduce da alcune sconfitte nel corso di tornate elettorali a livello regionale. Questo ha autorizzato alcuni ad azzardare un’ipotesi: il neonazismo, per quanto preoccupante, era un fenomeno in calo lento ma costante, indice di una sua rinuncia a combattere per conquistare visibilità politica. L’ipotesi si è pero rivelata del tutto infondata: il notevole afflusso di richiedenti asilo dell’ultimo anno ha fornito l’occasione per una netta e preoccupante inversione di una tendenza purtroppo rivelatasi illusoria.
A essere mutato è innanzi tutto il clima generale, di complessivo sostegno alle politiche xenofobe, in qualche modo rappresentate come resistenza più o meno pacifica di persone comuni allo snaturamento della tradizione e dello stile di vita tedesco. È questa l’autorappresentazione di un movimento, chiamato «Patrioti europei contro l’islamizzazione dell’occidente» (Patriotische Europäer gegen die Islamisierung des Abendlandes, Pegida), che negli ultimi tempi ha fatto molto parlare di sé. Il movimento è nato a Dresda, dove ha finora tenuto più di cinquanta manifestazioni, con una partecipazione crescente, da ultimo tra le cinquemila e le diecimila persone, con punte di ventimila. Sono però sempre più numerose le iniziative sparse su tutto il territorio federale, e persino all’estero, nonostante siano sempre più evidenti i riferimenti culturali di Pegida, in particolare quelli esibiti dal leader Lutz Bachmann: un estimatore di Hilter e della Npd, contro cui pendono procedimenti penali per istigazione all’odio razziale.
In questo clima è maturato l’odio all’origine del numero drammatico di reati contro richiedenti asilo commessi dall’inizio del 2015 sino a fine novembre: 1610 tra danneggiamenti, incitamenti all’odio, lesioni personali, anche ai danni di tedeschi impegnati nell’assistenza ai migranti. Tra questi anche la neo-sindaco di Colonia, ferita gravemente con una coltellata alla gola durante la campagna elettorale da un uomo conosciuto negli ambienti neonazisti, che con il suo gesto aveva voluto punirla per la sua politica di accoglienza dei richiedenti asilo.
Il numero dei reati è impressionante, anche considerando che sono ben distribuiti su tutto il territorio federale, e non concentrati all’est: dove si è soliti ritenere che la presenza neonazista sia più radicata. E’ impressionante che sia un numero doppio rispetto a quello relativo al 2014, e addirittura quadruplo se riferito alle azioni che hanno preso di mira direttamente i luoghi in cui sono ospitati i richiedenti asilo, sempre più spesso messi a ferro e fuoco[3]. E ancora più impressionante è quanto è stato messo in luce dai media tedeschi, ovvero che solo in minima parte questi reati vengono perseguiti dalla giustizia, anche a causa del clima di omertà che circonda la loro commissione[4].
Non solo politica: l’economia nazista
Anche al principio degli anni Novanta la Germania si era trovata a fronteggiare un rigurgito neonazista alimentato dalla medesima xenofobia che agita oggi la vita politica tedesca. Allora, però, i più macabri episodi di violenza erano concentrati all’est, dove avvenne quello che più trovò eco sui media internazionali: l’incendio, nell’agosto del 1992, di un edificio di Rostock nel quale si trovavano un centinaio di vietnamiti da parte di alcune centinaia di neonazisti. Un vero e proprio pogrom, reso possibile anche dalla presenza di migliaia di persone per così dire comuni, impegnate ad applaudire e soprattutto a ostacolare sino a impedire l’intervento di forze dell’ordine e pompieri.
Ora come allora si è dibattuto sulla natura dei tedeschi, sulla loro capacità di assumere l’ordine democratico come dato immutabile, sulla mancanza di un leader neonazista presentabile come unica, e provvisoria, ragione della tenuta repubblicana. Ora come allora si compie un errore fondamentale: ridurre il nazismo alla cancellazione delle libertà politiche, ovvero a quanto drammaticamente esemplificato dagli episodi di violenza ai danni dei richiedenti asilo.
È sicuramente vero che il nazismo, e il fenomeno fascista in genere, ha cancellato la democrazia, ma è altrettanto vero che lo ha fatto per una finalità ben precisa: pacificare il mercato, condizione indispensabile per ottenere la collaborazione dei lavoratori al processo produttivo, nell’ambito di un ordine incentrato sui fondamenti del capitalismo. Il fascismo è insomma descrivibile come il sistema di potere che ha pervertito il liberalismo politico ma solo riformato quello economico, a patto però che si riconosca il nesso inscindibile tra questi due momenti[5]. Che si identifichino gli estremi, oltre che dell’ordine politico fascista, anche dell’ordine economia fascista, tale in quanto votato a imporre il mercato calpestando la democrazia.
Notoriamente il pensiero interprete di questo punto di vista è l’ordoliberalismo, non a caso messo a punto in Germania durante il nazismo e poi ripreso al suo crollo ricorrendo alla formula «economia sociale di mercato»: scelta ad arte per occultare, con la sua ambiguità, le continuità con il regime hitleriano, e dunque, se non l’avversione, almeno l’indifferenza rispetto alle sorti della democrazia[6]. Ebbene, l’opera di occultamento venne favorita dalla riduzione del nazismo all’Olocausto, esempio estremo di compressione delle libertà politiche, buona per far dimenticare che quest’ultima era avvenuta anche e soprattutto per consentire la riforma delle libertà economiche: la stessa che si riproponeva dopo il crollo del nazismo sotto le mentite spoglie di una formula mistificatoria come «economia sociale di mercato».
Ma non è tutto. Diversi ordoliberali avevano collaborato con la dittatura nazista, primo fra tutti colui il quale coniò la formula «economia sociale di mercato»: quell’Alfred Müller-Armack, braccio destro di Ludwig Erhard, distintosi anche come estimatore di Mussolini e del suo sistema di potere[7]. Di qui la necessità di ripulirsi la biografia, operazione che ben poteva essere aiutata proprio alimentando la riduzione del nazismo all’Olocausto. Molti tra gli ordoliberali, infatti, cessarono di professare la loro fede nazista sul finire degli anni Trenta, quando era oramai chiaro l’esito finale della politica razziale del regime. Di qui l’utilità di puntare i riflettori su questa sorta di formale conversione, che pure non aveva modificato nulla nella sostanziale collaborazione con il regime, in particolare nell’amministrazione dell’economia di guerra, oltre che nell’elaborazione dei fondamenti dell’ordine economico da instaurare dopo la vittoria nazista.
È stato grazie a queste ciniche manipolazioni, se personaggi celebrati come i padri dell’economia sociale di mercato, e dunque come artefici della rinata democrazia tedesca, hanno potuto far dimenticare innanzi tutto il loro contributo al crollo, non del nazismo, ma della Repubblica di Weimar: denigrata in quanto vittima della «democratizzazione dei partiti e delle masse da essi organizzate»[8], da combattere con una «dittatura entro i confini della democrazia»[9], affinché «il liberalismo non sia sopraffatto dalla democrazia»[10].
Per non dire di quanto altri padri dell’economia sociale di mercato, poi celebrati come personalità che vollero tutt’al più limitare i danni provocati dalla dittatura, ebbero ad affermare durante la dittatura nazista: quando non si trattava più di teorizzare e auspicare un’involuzione autoritaria, bensì di scegliere se appoggiare e contrastare la deriva totalitaria imposta da Hitler. Emblematico il caso del giurista forse più celebrato per le sue doti di autentico democratico, che però, anche sul finire degli anni Trenta, voleva «gettare un ponte tra la politica economica e la complessiva politica nazionale», esattamente come era opportuno fare rispetto alla politica demografica e alla biologia razziale[11]. 
Merkel, Hitler e l’umiliazione dei popoli europei
Che l’Europa sia una costruzione ordoliberale è evidente a tutti, al più tardi da quando ha formalizzato il riferimento all’economia sociale di mercato[12], e a partire da esso definito il modo di affrontare la cosiddetta crisi del debito. Lì ha dimostrato che, sebbene non vi sia un’ostilità preconcetta nei confronti della democrazia, vi è quantomeno un’indifferenza rispetto alle sue sorti, e dunque una disponibilità assoluta a sacrificarla ove ritenuto necessario per salvare il mercato. Il tutto secondo un copione già scritto proprio negli anni in cui prese corpo l’ordoliberalismo: quando il fascismo, celebrato come miracolosa terza via tra il liberalismo tradizionale e il socialismo, fu la strada individuata per uscire dalla Grande depressione provocata dal crollo di Wall street del 1929.
Devono aver pensato a questo i greci che oramai da anni si riversano nelle strade per protestare contro l’austerità voluta da Berlino e prescritta dalla Troika, agitando l’effige di Angela Merkel con tanto di baffetti a spazzolino. Del resto non mancano gli episodi che portano a esprimersi in modo così colorito, a partire da quando la Troika fece dimettere l’esecutivo guidato da George Papandreou, reo di aver solo pensato di sottoporre a referendum il piano di riforme strutturali richiesto come condizione per la concessione dell’assistenza finanziaria internazionale. Da allora le occasioni per alimentare quell’iconografia decisamente poco politicamente corretta si sono presentate in rapida successione, riguardando prima i governi cosiddetti tecnici presieduti da personalità variamente prone ai voleri della finanza internazionale, e poi l’esecutivo presieduto da Alexis Tsipras: che ha promosso e vinto un referendum contro le richieste della Troika, salvo poi finire ciò nonostante per piegarsi ai suoi diktat.
Peraltro il popolo greco non è il solo a subire la rottura del meccanismo democratico. Le modalità scelte per salvare i mercati si fondano sul rovesciamento del compromesso keynesiano e dunque su una gigantesca operazione di redistribuzione della ricchezza dal basso verso l’alto. Queste soluzioni non potrebbero mai essere sostenute dalla maggioranza dei popoli europei, motivo per cui sono imposte attraverso svolte, per ora solo autoritarie, che sono diffuse in tutti Paesi europei.
È in questo meccanismo perverso che si nasconde l’insidia del nazismo, che sicuramente rivive nelle azioni xenofobe che tormentano la vita di centinaia di migliaia di migranti in fuga dalla guerra e dalla povertà. Ma che altrettanto sicuramente ispira la politica economica europea, non a caso definita a immagine e somiglianza di quella elaborata dalla Germania: patria del nazismo politico, ma anche e soprattutto di quello economico.

* Fonte: Micromega
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Note
[1] K. Loewenstein, Militant Democracy and the Fundamental Rights, in «The American Political Science Review», 31, 937, pp. 417 ss. e 638 ss.
[2] Cfr. Verfassungsschutzbericht 2014, in www.verfassungsschutz.de.
[3] Cfr. Mehr als 1600 Delikte: Zahl rechter Gewalttaten gegen Flüchtlinge steigt dramatisch (15 dicembre 2015), in www.spiegel.de.
[4] V. Es brennt in Deutschland (3 dicembre 201), in www.zeit.de.
[5] Sulla scia di K. Polanyi, La grande trasformazione. Le origini economiche e politiche della nostra epoca(1944), Torino, 2000.
[6] V. P. Pini e A. Somma, È l’Europa, bellezza! (29 luglio 2015), in questa Rivista.
[7] A. Müller-Armack, Entwicklungsgesetze des Kapitalismus. Ökonomische, geschichtstheoretische und soziologische Studien zur modernen Wirtschaftsverfassung, Berlin, 1932.
[8] W. Eucken, Staatliche Strukturwandlungen und die Krisis des Kapitalismus, in «Weltwirtschaftliches Archiv», 36, 1932, pp. 303 ss.
[9] A. Rüstow, Diktatur innerhalb der Grenzen der Demokratie (1929), in «Vierteljahreshefte für Zeitgeschichte», 7, 1959, p. 98 s.
[10] W. Röpke, Epochenwende (1933), in Id., Wirrnis und Wahrheit, Erlenbach e Stuttgart 1962, pp. 113 e 124.
[11] F. Böhm, Die Ordnung der Wirtschaft als geschichtliche Aufgabe und rechtsschöpferische Leistung, Stuttgart e Berlin 1937, p. 9 ss.
[12] Cfr. art. 3 Trattato Ue, così come modificato dal Trattato di Lisbona del 2007.

DISOCCUPAZIONE E AUSTERITÀ (NON L'INFLAZIONE) FAVORIRONO L'ASCESA AL POTERE DI HITLER di Primo Gonzaga

[ 14 gennaio ]
Austerità e la deflazione portarono al potere Hitler nel 33'. L'inflazione termino 10 anni prima. Non c’è alcuna correlazione tra l’iper-inflazione in Germania e l’ascesa di Hitler. E' importante conoscere la storia per evitare gli stessi errori. 

La storia della Germania dal '23 al '33 ha un'importanza fondamentale per capire e risolvere anche l’attuale situazione economica della Ue, ripercorriamola nei suoi momenti cruciali:

L’Iperinflazione terminò nel 1923 quando l’allora cancelliere Gustav Stresemann introdusse (15 novembre 1923) una nuova moneta, il Rentenmark, al posto delle vecchie banconote con tagli da 100 bilioni di Marchi. Nel giro di un anno la fiducia verso la nuova moneta ritornò e la situazione fu totalmente stabilizzata a partire dal gennaio 1924. Da allora nacque la famosa fobia dei tedeschi verso l’inflazione e si incorse nell’errore contrario di vietare tassativamente la stampa di moneta per nessuna ragione;

La crisi del ‘29 colse la Germania impreparata e con strumenti di politica economica assolutamente non adeguati (ricordo che la crisi del ‘29 fu principalmente una grande crisi del credito, con conseguente mancanza di moneta);

La crisi del  29 portò ad una fortissima deflazione in Germania (vedi grafico sotto) che toccò punte di -8 % e -10% nel '31 e '32. Il tutto portò ad un drammatico cedimento del Pil tedesco (circa -20% in 3 anni);

Mentre l’inflazione scendeva e la scarsità di moneta e di credito strozzava l’economia tedesca i governi che si alternavano continuavano a vietare qualsiasi manovra espansiva per paura dell’inflazione di 10 anni prima;

La recessione, la mancanza di manovre anticicliche e la mancanza di moneta e credito nel ’30, ’31 e ’32 portarono ad una crisi mostruosa con chiusure di imprese e licenziamenti in massa. Una delle ultime manovre dei governi democratici fu quella di ridurre o azzerare i sussidi ai disoccupati (sempre per paura di riavviare l’inflazione);

In quel contesto i governi cadevano a ripetizione e in 2 anni furono fatte 3 elezioni anticipate. Ad ogni elezione il partito di Hitler si rafforzava e nel 1933 (con un paese stremato e 6 milioni di disoccupati disperati) i Nationalsozialistische Deutsche Arbeiterpartei (Nazisti presieduti da Hitler) raggiunsero il 43% (maggioranza relativa) dei voti e il vecchio presidente Hindemburg fu costretto a chiamare Hitler a formare il governo [questo non è esatto: Hindenburg accettò di buon grado di dare l'incarico di cancelliere ad Hitler. Ndr]. La depressione e la disoccupazione misero le premesse per la dittatura, non l’inflazione finita 10 anni prima.
Poi Hitler, preso il potere, approvò un piano geniale dell’allora presidente della Bundesbank, il banchiere ebreo Hjalmar Schacht [lo stesso banchiere di scuola monetaristache nel 1923, fu nominato responsabile economico della Repubblica di

Weimar, lo stesso che, con politiche deflattive durissime, ridusse l'iper-inflazione postbellica e stabilizzò il marco tedesco. Schacht [nella foto] venne quindi promosso presidente della Reichsbank nel 1924. Ndr]. Il piano concorse in modo fondamentale a riassorbire la disoccupazione e a consolidare la popolarità di Hitler (sic!), ma non bisogna confondere l’economia di Shacht con le tesi politiche aberranti di Hitler.

Il banchiere si inventò un certificato di credito (chiamato Metallurgiche Forschungsgesellschaft - Me.Fo).

I Me.Fo. erano un circolante parallelo garantito dallo Stato tedesco, che il grande pubblico non vedeva e dunque privo di effetti psicologici, con cui la BundesBank pagava le imprese per sostenere le commesse pubbliche. In seguito Schacht (che fu processato a Norimberga e ritenuto non colpevole) spiegò d'aver pensato che, “se la recessione manteneva inutilizzato lavoro, officine, materie prime, doveva esserci anche del capitale parimenti inutilizzato nelle casse delle imprese; i suoi effetti Mefo non avrebbero fatto che mobilitare quei fondi dormienti. In realtà erano proprio i fondi a mancare nelle casse, non l'energia, la voglia di lavorare, la capacità attiva del popolo” (su questa storia esiste un bellissimo articolo di Stefano Sylos Labini che già molti anni fa riprese l’idea e la rilanciò come contributo per risolvere la crisi evidenziando gli aspetti economici/monetari che sono assolutamente distinti dalle teorie politiche di Hitler).

Schacht di fatto aveva creato moneta e con questa moneta aveva riavviato il ciclo positivo dell’economia (in quel periodo fu avviato un gigantesco piano per la costruzione di autostrade e altre infrastrutture e per l’edilizia popolare). In seguito Hitler utilizzò la rinata forza dell’economia tedesca per produrre armi e munizioni che portò al disastro della II Guerra Mondiale, di questo sì che bisogna avere paura.

Ora ci ritroviamo nella stessa situazione: depressione economica (in Italia la produzione industriale dal 2008 è calata del 25%); disoccupazione che in Spagna è al 25% e in Italia è in costante crescita; imprese che chiudono e interi pezzi dell’economia che rischiano di scomparire per sempre.

In queste condizioni la Ue dovrebbe attivare risorse (qualcuno li chiama Eurobond ma ci torneremo) per riavviare il ciclo virtuoso e riportare produzione industriale e occupazione vicino al loro corretto potenziale.

La mia preghiera è di attivare ora tutti gli strumenti macroeconomici per riavviare il ciclo. Facciamolo subito sotto il controllo di governi democratici che indirizzino le risorse verso una economia di pace. Evitiamo che la depressione e la disoccupazione ricreino le condizioni per la dittatura. L’intelligenza dell’uomo e l’economia vanno utilizzati per favorire l’occupazione e la democrazia. Ricreiamo le premesse per un’Europa che cresce.

Usiamo la storia in modo corretto, non usiamo lo spauracchio della Repubblica di Weimar per ostacolare manovre di sviluppo.

La storia ci dice che l’inflazione finì nel 1923 mentre nel '32 l’inflazione era -10% mentre la disoccupazione era di 6 milioni di persone. Lo ripeto fino alla noia. Questi sono i dati reali su cui basare la storia e su cui riflettere per uscire dal dramma della crisi della Ue di oggi. La politica delle grandi democrazie riprenda il sopravvento.

NB: La mia condanna per il Nazismo e le sue aberrazioni è totale e questo articolo ha il solo fine di spiegare manovre monetarie che la storia ha voluto fossero attuate proprio in Germania, Paese ora egemone della Ue. Naturalmente il mio intento è assolutamente contrario: utilizzare macroeconomia e moneta per evitare governi dittatoriali. 

* Fonte: Creare sviluppo






* Fonte: Creare sviluppo

martedì 11 agosto 2015

ECONOMIA SOCIALE DI MERCATO: LE ORIGINI E L'INGANNO di Paolo Pini e Alessandro Somma

[ 11 agosto ]

«Se l’ordoliberalismo poté conquistare la maggioranza dei tedeschi, poco prima in massima parte convinta della responsabilità del capitalismo nell’avvento del nazismo, fu anche grazie a una imponente campagna di marketing condotta tutta nel segno della Guerra fredda. 
La democrazia economica venne infatti denigrata come variante dello stalinismo, mentre per l’ordoliberalismo, dottrina perfezionatasi durante il nazismo, si trovò un nuovo nome: economia sociale di mercato»


Il Trattato di Lisbona del 2007, nella parte in cui elenca i fondamenti dell’Unione europea, menziona una formula carica di ambiguità: economia sociale di mercato. Molti ritengono che sia un richiamo al capitalismo dal volto umano, quindi a un ordine economico incompatibile con lo sconcertante epilogo della crisi del debito greco. Non è così: quella formula ha una lunga storia, tutta tedesca e tutta in linea con quanto avviene ad Atene. 

Come si sa, il nazismo esattamente come il fascismo affossarono la democrazia ma non anche il capitalismo: la prima venne anzi sacrificata sull’altare del secondo, fatto che alla conclusione del secondo conflitto mondiale era considerato pacifico dai più. Tanto che nello scontro sulla costituzione economica della rinata democrazia tedesca era nettamente prevalente l’opzione per la democrazia economica: la situazione in cui lo Stato disciplina il mercato per renderlo un luogo nel quale le persone possono emanciparsi, se del caso contro il principio di concorrenza. 

Gli oppositori della democrazia economica, detti ordoliberali, ritenevano invece che un mercato retto dalla concorrenza consentisse la migliore distribuzione della ricchezza, e che a queste condizioni l’inclusione sociale coincidesse con l’inclusione nel mercato. Per questo lo Stato doveva limitarsi a imporre la concorrenza per legge, spoliticizzando il mercato e dunque azzerando le concentrazioni di potere: i cartelli tra imprese ma anche e soprattutto i sindacati dei lavoratori. 

Gli ordoliberali, però, erano in minoranza: il loro credo era sponsorizzato solo dall’ala dei Cristianodemocratici vicina al mondo imprenditoriale, quella capeggiata da Konrad Adenauer. Peraltro anche gli Statunitensi, ansiosi di ancorare la Germania all’occidente capitalista, sostenevano l’opzione ordoliberale, che anche per questo finì per prevalere assieme al suo principale sponsor: Adenauer, che divenne Cancelliere nel 1949 e conservò la carica sino al 1963. 

Se l’ordoliberalismo poté conquistare la maggioranza dei tedeschi, poco prima in massima parte convinta della responsabilità del capitalismo nell’avvento del nazismo, fu anche grazie a una imponente campagna di marketing condotta tutta nel segno della Guerra fredda. 
La democrazia economica venne infatti denigrata come variante dello stalinismo, mentre per l’ordoliberalismo, dottrina perfezionatasi durante il nazismo, si trovò un nuovo nome: economia sociale di mercato. 

È significativo che a trovarlo fu Alfred Müller-Armack, braccio destro di Adenauer, iscritto al Partito nazista dal 1933 al 1939. Altrettanto significativo è che il suo intento era proprio quello di ingannare i tedeschi: il riferimento al “sociale” significava per un verso che il mercato era un’istituzione sociale in quanto tale, e per un altro che le prestazioni sociali erano ammesse, tuttavia in assenza di diritti sociali e nella misura necessaria e sufficiente a produrre cooperazione tra capitale e lavoro. 

Nel tempo l’economia sociale di mercato è divenuta il punto di riferimento, oltre che per i Cristianodemocratici, anche per i Socialdemocratici e i Verdi tedeschi. E recentemente è stata richiamata come fondamento per l’unificazione tedesca: nel Trattato sull’unione economica, monetaria e sociale tra le due Germanie, infatti, l’economia sociale di mercato viene richiamata come punto di riferimento per la Germania unita, e definita come ordine fondato su «proprietà privata, libera concorrenza, libera formazione dei prezzi e circolazione fondamentalmente libera di lavoro, capitali, beni e servizi». Tutto il contrario di un capitalismo dal volto umano, un capitalismo sociale fatto di inclusione piuttosto che di esclusione, e nulla di più vicino alla tragedia umana, che l’Europa a immagine e somiglianza della Germania ha provocato, e continua a provocare in Grecia. 

Il dibattito sulle criticità presenti nell’ormai lontano Rapporto Delors del 1989, sull’integrazione economica e monetaria lungo il processo di adozione della moneta unica, appare come un lascito utile a chi scrive di storia su ciò che “avrebbe potuto essere e non è stato”. Ed oggi proprio il Rapporto Completing Europe’s Economic and Monetary Union[2], a cura di Juncker, Tusk, Dijsselbloem, Draghi, Schulz, a capo delle istituzioni europee, evidenzia come il connubio tra rigore fiscale, riforme strutturali e sostenibilità dell’euro sia l’agenda dell’Europa che abbiamo da qui al prossimo futuro. 

Certo, l’evoluzione dell’Unione Europea non è stata un processo lineare all’insegna dell’ordoliberalismo. Ad una Europa costruita sull’idea cardine della supremazia del mercato e della concorrenza è stata affiancata una Europa delle regole sociali e delle grandi visioni di crescita, inclusione, piena occupazione, della Costituzione fondante un progetto che cercava di tenere assieme un numero sempre maggiore di Paesi su principi non solo economici, ma anche sociali e politici. La Costituzione europea non è però mai stata approvata, anzi è stata bocciata da singoli paesi, e si è ripiegati su Trattati ed Accordi, ad iniziare da quello di Maastricht del 1992 sulla moneta comune, l’Euro, per poi approdare a quello di Lisbona del 2007, l’accordo strategico[3]. L’Europa delle grandi visioni politiche è stata relegata al lunghissimo periodo, mentre le istituzioni europee procedevano con il progetto One money, one market del 1990 che ha rilanciato il tema dell’unione economica in un contesto di moneta unica ove il principio della concorrenza era il pilastro portante. 

Non vi è dubbio che sono state sviluppate due visioni, antagoniste più che complementari: da un lato, quella che è rintracciabile ancora oggi in alcuni tratti dell’Agenda 2020, con le ambizioni di giustizia sociale[4], ambientale ed energetica, dei diritti sociali dei cittadini; dall’altro, quella dei Trattati e degli Accordi intergovernativi con i quali viene determinata la politica economica e finanziaria dell’Unione Europea, e nello specifico dell’Eurozona. Le due visioni non si sono confrontate molto, ma nei fatti la seconda ha nettamente prevalso sulla prima. 

Questo progetto, One money, One market, invece di farci volare alto, ha costruito le basi per una Europa in gabbia, nella trappola dell’Euro. La convergenza economica che intendeva realizzare e con essa la spinta per una convergenza pure politica, ha prodotto crescente divergenza, ha favorito i paesi forti e relegato ai margini quelli deboli. Per tenere assieme gli uni agli altri, si è poi pensato bene di procedere a strappi con il metodo intergovernativo, l’opposto di quello costituzionale che prevedeva invece la centralità del Parlamento europeo. Il metodo intergovernativo ha ridotto ulteriormente la legittimità democratica delle decisioni, e dei quasi Trattati e Patti che ne son seguiti. Questi hanno istituzionalizzato un metodo di politica economica europea, con il quale le prescrizioni dell’austerità e delle riforme strutturali hanno caricato a fronte della crisi tutto il costo dell’aggiustamento sui paesi deboli, rafforzando i paesi forti, svalutando il lavoro e premiando il capitale finanziario. 

L’Europa è oggi in una gabbia perché intrappolata dall’Euro per la cui sostenibilità si impongono cure a base di fanatismo ordoliberale. Il rifiuto di negoziare superando le politiche di austerità può essere interpretata come la prova che esiste un connubio quasi inscindibile tra la moneta unica e l’austerità fiscale; questo è ciò che peraltro è stato dichiarato dai sostenitori delle politiche tedesche più oltranziste. Qualora alle presenti condizioni si passasse da una unione monetaria ad una unione fiscale come viene auspicato da coloro che domandano oggi “più Europa” come soluzione della crisi dell’Eurozona, il rischio è che tutto ciò venga istituzionalizzato, con ulteriori cessioni di sovranità alle attuali istituzioni europee che risulteranno rafforzate senza peraltro un effettivo controllo democratico. 

Se questo rischio apparisse fondato, allora l’epilogo che è stato scritto per la Grecia[5]dovrebbe indurre molti anche a sinistra a interrogarsi su quanto poco e come sia oggi difficilmente riformabile l’Europa della moneta unica o quanto addirittura sia preferibile una opzione Exit, se quella della Voice viene negata. 

PS. Gli autori consigliano una lettura, pur consapevoli di peccare di autoreferenzialità: Alessandro Somma, La dittatura dello spread. Germania, Europa e crisi del debito, Derive Approdi, 2014 (23 Luglio 2015) 

* Paolo Pini è professore di Economia Politica, Alessandro Somma è professore di Diritto Privato Comparato, entrambi all’Università di Ferrara. 
** Fonte: Micromega

NOTE
[1] Gli autori ringraziano Annaflavia Bianchi e Roberto Romano per i commenti ad una prima versione del presente testo. 

[2] Completing Europe’s Economic and Monetary Union, report by Jean-Claude Juncker in close cooperation with Donald Tusk, Jeroen Dijsselbloem, Mario Draghi, and Martin Schulz, European Commission, Bruxelles, 22 giugno 2015:http://ec.europa.eu/priorities/economic-monetary-union/index_en.htm 

[3] Per una ricostruzione si veda Paolo Pini, “What Europe Needs to Be European”,Economia Politica, vol.30, n.1, pp.3-12, 2013. 

[4] Che viene declinata spesso ed in modo riduttivo in termini di integrazione sociale e di prestazioni sociali. Temi quali reddito di cittadinanza rimarranno fuori dall’agenda, mentre è stata aperta la discussione su un sussidio di disoccupazione europeo come primo strumento per realizzare trasferimenti di reddito tra paesi. 

[5] Si veda Paolo Pini su questa rivista “Quali prospettive per la Grecia e per l’Europa”: 

http://temi.repubblica.it/micromega-online/quali-prospettive-per-la-grecia-e-per-l%E2%80%99europa/ 

e su Economia e Politica, “La Grecia si salverà? E l’Europa è riformabile?”: 

http://www.economiaepolitica.it/politiche-economiche/europa-e-mondo/grecia-verso-una-lenta-agonia-ma-leuropa-e-ancora-riformabile/. 

mercoledì 22 luglio 2015

L'IDEOLOGIA EUROPEISTA E CERTE SUE RADICI NAZISTE di Chiaberge Riccardo


[ 22 luglio ]

Era il 14 maggio del 1997. L'euro ancora non circolava ma l'Unione europea era sorta. Erano gli anni in cui Ciampi, Prodi e tutto il centro-sinistra spinsero l'Italia ad entrare a tappe forzate nella moneta unica. Sul Corriere della Sera apparve una recensione ad un libro dell'inglese John Laughland il quale, sulla base di una documentazione inoppugnabile, segnalava le radici naziste dell'ideologia europeista, nonché della tesi che la moneta unica doveva essere il vettore del grande amalgama. Laughland metteva in guardia dai rischi dell'involuzione autoritaria e neo-imperiale dell'Unione europea. Rischi che si sono puntualmente realizzati —come la tragica vicenda greca dimostra. Certo, avremo anche la versione più nobile, quella liberal-democratica dell'europeismo, di Altiero Spinelli e del Manifesto di Ventotene. Ciò che si è storicamente realizzato, è una ibridazione dei due europeismi, in versione bancocratica e tecnocratica. Unico appunto al libro di Laughland, il suo giudizio sommario sulla filosofia personalista di Emmanuel Mounier, fatto quest'ultimo ingiustamente passare per un simpatizzante del fascismo. Era il contrario.
Qui sotto la recensione.

E se il sogno europeo strangolasse la democrazia? Se i tecnocrati di Bruxelles si preparassero a sospendere le libertà costituzionali, come hanno fatto a suo tempo i militari algerini? E' il sospetto angoscioso che avanza Barbara Spinelli dalle colonne della Stampa. Un'ipotesi neanche tanto "fantapolitica", viste le difficoltà di far quadrare i parametri della Moneta Unica.
 
Del resto, questi rischi di involuzione illiberale sono stati più volte denunciati anche da un'autorità come Ralf Dahrendorf. Ma nessuno finora, neppure tra gli euroscettici più inveterati, si era mai azzardato a mettere in dubbio i sacri principi, l'ispirazione democratica del processo di integrazione. A infrangere quest'ultimo tabù provvede ora lo storico John Laughland con un libro documentato e feroce appena uscito in Gran Bretagna, The Tainted Source (La sorgente infetta), editore Little, Brown and Company. Sottotitolo: le origini antidemocratiche dell'idea europea. 

Capovolgendo uno dei luoghi comuni più tenaci della vulgata federalista, Laughland cerca di dimostrare che il progetto di un'Europa unificata non è figlio del pensiero liberale, ma delle ideologie totalitarie, naziste e fasciste, nelle loro molteplici varianti. E che lungi dal rappresentare una conquista di libertà, il superamento della sovranità nazionale mina alla base lo Stato di diritto e le garanzie fondamentali del cittadino. 
Laughland, un intellettuale di idee thatcheriane che collabora al Wall Street Journal e al Sunday Telegraph, non è nuovo a simili provocazioni. Tre anni fa il suo pamphlet The Death of Politics (La morte della politica) aveva fatto infuriare gli europeisti bigotti. Ma questa volta l'impatto potrebbe essere ancora più devastante. Proprio mentre Tony Blair riapre il dialogo con Bruxelles e rivendica per il suo paese un ruolo-guida nella Ue al fianco di Francia e Germania, un suo concittadino getta una bomba ad altissimo potenziale contro il mausoleo dei padri fondatori. 

Staccate dalla parete i ritratti di Adenauer, di Schuman o di Jean Monnet —ci dice Laughland— e sostituiteli con quelli di Hitler, di Mussolini o di Petain. Sono loro i veri apostoli dell'idea europea. E' dai loro cromosomi che discendono, senza saperlo, i "ragionieri" di Maastricht, quelli che danno pagelle ai governi e decidono chi dev'essere promosso e chi bocciato. 
Verrebbe spontaneo liquidare queste affermazioni come semplici boutade dettate da pregiudizi antitedeschi, un po' come quel filmaccio hollywoodiano nel quale i capi della Bundesbank portano la svastica al braccio: se non fosse che l'autore ha corredato il suo atto di accusa con un poderoso apparato di note. E allora visitiamo insieme questa galleria degli antenati. 

Cominciamo da Joseph Goebbels. Fu il ministro della Propaganda del Terzo Reich, un personaggio che viene di solito associato a iniziative poco simpatiche, come il rogo dei libri "proibiti" o la campagna contro gli ebrei. Bene, se riascoltassimo oggi i discorsi di questo signore a proposito dell'Europa, potremmo scambiarlo per Helmut Kohl. La tecnologia dei trasporti e delle telecomunicazioni sta accorciando le distanze tra i popoli - diceva Goebbels nel 1940 - e questo condurrà inevitabilmente all'integrazione europea. «I popoli dell'Europa stanno rendendosi sempre più conto che molte delle controversie che ci dividono sono semplici baruffe famigliari in confronto alle grandi questioni che devono essere risolte tra i continenti». Circa il modo di riportare la pace in famiglia, sappiamo bene che cosa il nostro avesse in mente. Ma con le buone o con le cattive, il risultato che si prefiggeva era l'abolizione delle frontiere tra gli Stati nazionali, che è per l'appunto l'obiettivo del trattato di Maastricht. «Voi siete già membri di un grande Reich che si prepara a riorganizzare l'Europa, abbattendo le barriere che ancora dividono i popoli europei e rendendo più facile per loro lo stare assieme». Goebbels non e' propriamente un modello per i giovani d'oggi, ma bisogna riconoscere che aveva la vista lunga: «Tempo cinquant'anni —disse— e la gente non penserà più in termini di nazione». 

Sortite propagandistiche, si dirà, la classica foglia di fico per nobilitare una politica di aggressione. Obiezione respinta. Laughland ci spiega che in realtà Hitler la pensava così ben prima di scatenare le sue panzerdivisionen. Parlando all'adunanza del partito nazista a Norimberga, nel 1937, il Führer disse testualmente: «Noi siamo più interessati all'Europa di qualsiasi altro paese. La nostra nazione, la nostra cultura, la nostra economia, sono cresciute entro un più ampio contesto europeo. Pertanto dobbiamo essere i nemici di ogni tentativo di introdurre elementi di discordia e distruzione in questa famiglia di popoli». 
Nell'agosto 1941, un comunicato congiunto italo-tedesco, controfirmato dall'alleato Mussolini, avrebbe ribadito in termini più bellicosi un concetto analogo: «La distruzione del pericolo bolscevico e dello sfruttamento plutocratico renderà possibile una pacifica, armoniosa e proficua collaborazione tra tutti i popoli del continente europeo, nel campo politico come in quello economico e culturale». 
L'espansione della NATO verso Est. Si faccia il confronto con l'immagine sotto

Ma la più articolata riflessione nazista sull'argomento sarebbe venuta l'anno successivo, con la grande conferenza organizzata dagli imprenditori berlinesi sul tema Europaische Wirtschaftsgemeinschaft (letteralmente: Comunità economica europea), con la partecipazione di autorevoli esponenti del regime. Il ministro dell'economia del Reich, Walter Funk, che era anche presidente della Banca centrale, sostenne in quell'occasione che la costruzione di aree economiche «... segue una naturale legge di sviluppo», e ricordò che quando la Germania era frazionata in tanti staterelli ciascuno con la sua moneta, il Paese non era in grado di fare fronte alla concorrenza di Francia e Inghilterra. Pur ammettendo che l'integrazione del continente sarebbe stata più difficile da realizzare della Zollverein, l'unione doganale tedesca, il ministro concludeva che si sarebbe dovuta comunque fare, «perché il suo momento è venuto». 

Un mercato unico, con il Reichsmark come valuta di riferimento: questo il sogno degli economisti nazisti. Non molto diverso, dopotutto, da quello degli gnomi della Bundesbank degli anni Novanta. Ma il dibattito non si ferma a Berlino, coinvolge anche l'Italia fascista. 
Europa nazificata: la situazione nel 1942

Alberto de Stefani, che fu ministro delle Finanze di Mussolini dal '22 al '25, scrive nel 1941: «Le nazionalità non costituiscono una solida base per il progettato nuovo ordine, a causa della loro molteplicità e della loro tradizionale intransigenza... Un'unione europea potrebbe non essere soggetta alle oscillazioni di politica interna che sono caratteristiche dei regimi liberali». Gli fa eco il direttore di Civiltà Fascista, Camillo Pellizzi: «Una nuova Europa: questo è il punto, e questa la missione che abbiamo di fronte a noi. Il che non significa che Italiani, Tedeschi e le altre nazioni della famiglia europea debbano... diventare irriconoscibili... Sarà una nuova Europa per la nuova ispirazione e il principio determinante che emergerà tra tutti questi popoli». 

L'anello mancante, il trait-d'union tra fascismo e federalismo, secondo Laughland, è una corrente filosofica alla quale dice di ispirarsi uno dei più grandi eurocrati, Jacques Delors: il personalismo di Emmanuel Mounier. Una dottrina "nebulosa" nella quale tendenze ecumeniche e comunitarie si mescolano, soprattutto negli anni Trenta, a forti dosi di anticapitalismo e di antiparlamentarismo. Intorno a Esprit e a Ordre Nouveau, le due riviste del gruppo, dirette rispettivamente da Mounier e da Denis de Rougemont, si aggregano diversi intellettuali che guardano almeno inizialmente con favore all'esperimento nazionalsocialista. E lo stesso Mounier partecipa nel 1935 a un convegno a Roma sullo Stato corporativo, al termine del quale loda lo "slancio costruttivo" degli studiosi in camicia nera. C'e' dunque una continuità tra l'europeismo totalitario degli anni Trenta e Quaranta e quello "democratico" del dopoguerra. Entrambi hanno un avversario comune: lo Stato nazionale, in cui vedono una minaccia per la pace e un recinto troppo angusto per un'economia di dimensioni planetarie. Per entrambi, «la molteplicità implica disordine e l'ordine richiede uniformità».
 

Intorno a questi concetti, nell'Europa di oggi, si realizza una inedita convergenza tra liberali tecnocratici alla Leon Brittan e socialisti alla Delors. «A differenza dei conservatori, i liberali tecnocratici pensano di poter avere la ciliegina dell'ordine liberale senza la torta della nazionalità, della legge e della politica che dovrebbero sottostare a esso». 

Niente di più sbagliato, sostiene l'autore. Fin dall'antichità, la cittadinanza è strettamente legata all'esistenza di confini. Lo stesso termine greco polis, come il latino urbs, rimanda al concetto di cerchio, di mura perimetrali. E il vocabolo inglese town (città) ha la stessa radice etimologica del tedesco zaun, che vuol dire appunto recinto. «La chiarezza territoriale —dice Laughland— è un prerequisito essenziale per l'organizzazione non tribale" delle società umane. «E' per questo che la storia dello Stato di diritto e quella dell'idea nazionale sono inseparabili... Lungi dall'essere una minaccia per l'ordine liberale, la nazione ne costituisce il fondamentale presupposto». 

Ubbie di un thatcheriano nostalgico? Puo' darsi. Ma se qualcuno pensa di riesumare dopo due secoli la Serenissima Repubblica, forse un po' di colpa ce l'hanno anche i tiranni della Moneta Unica. 

sabato 21 febbraio 2015

DA HITLER ALLA MERKEL: LE COSTANTI DELLA GEOPOLITICA TEDESCA di Moreno Pasquinelli

[ 20 febbraio]

LEGGENDO LE CONVERSAZIONI SEGRETE DI HITLER SI PUÒ CAPIRE DOVE ANDRÀ A PARARE LA GERMANIA ODIERNA.

I regimi cambiano ma le linee di fondo geopolitiche degli stati restano quasi sempre le stesse.

La tracotanza delle classi dominanti tedesche al tavolo negoziale di Bruxelles sulla questione greca non si spiega solo ricorrendo alle origini luterane della loro cultura. Si può comprendere piuttosto alla luce delle costanti della politica di potenza tedesca. Da Federico II il Grande alla cancelliera Merkel, passando per Bismarck prima e per Hitler poi, sono evidenti e medesime le tendenze espansionistiche.

Com'è ovvio nessun regime confessa i suoi appetiti, tanto più se sono imperialistici. Sono di norma le guerre la cartina al tornasole attraverso cui l'implicito diventa esplicito, ciò che è latente si disvela e viene alla luce. Il fatto che la Germania odierna sviluppi la sua politica di potenza non facendo ricorso alle armi ma facendo leva sulla sua supremazia economica e una aggressiva politica mercantilistica, trae in inganno i più. 
Federico II il Grande, Re di Prussia (1712-1786)


Da Bismarck in poi, in effetti, l'espansionismo militare germanico ha sempre fatto seguito ad una strategia economica mercantilistica. Oggi l'ordine dei fattori sembra invertito. E' tuttavia un dato di fatto storico che se una potenza imperialistica viene contrastata, se i suoi mercati di sbocco tendono a sfuggirgli, essa prima o poi sviluppa la sua potenza bellica e s'incammina sul sentiero della guerra guerreggiata.

La posizione punitiva e oltranzista di Berlino verso la Grecia non dev'essere fraintesa. Oggi come ieri non è il Mediterraneo il boccone succulento che brama davvero l'imperialismo tedesco, ma le praterie euroasiatiche, Russia in primis —e di cui Polonia, baltici e Ucraina sono solo dei ponti. Ma per lanciarsi ad Est Berlino deve oggi, come il Terzo Reich ieri, non avere nemici né ad Ovest né a Sud. Hitler prima di marciare su Mosca dovette coprirsi le spalle ad Occidente, e lo fece —non senza prima essersi assicurata la benevolenza russa col Patto Ribbentrop-Molotov— annientando militarmente la Francia.
Otto Von Bismarck (1815-1898)


Allora perché la Merkel tiene duro contro i greci, fino al punto di spingerla fuori dall'eurozona? Berlino deve "spezzare le reni" alla piccola Grecia per ribadire, anzi irrobustire, la sua supremazia, non più solo economica ma politica, sull'Europa occidentale, ed avere quindi mani libere ad Est. 

Oggigiorno l'Unione europea e la moneta unica sono i ferri con i quali la Germania soggioga e incatena a sé la Francia e tutti i suoi alleati. Non è di poco conto che, proprio in virtù della acquisita supremazia ad Occidente, all'altro e strategicamente più importante tavolo negoziale, quello di Minsk sul conflitto ucraino-russo, la Merkel (accompagnata dal vassallo Hollande) e non Obama sia stata, assieme a Putin, il vero dominus.

Dicevamo che nessuno Stato-potenza svela, nei tempi di pace, ovvero quelli tra un conflitto e l'altro, i propri appetiti espansionistici. Hitler, contrariamente a quanto si pensa, fu un maestro nell'arte dell'occultamento dei suoi piani di aggressione. La famigerata Conferenza di Monaco del settembre 1938, con la quale ottenne da inglesi, francesi e italiani l'autorizzazione ad annettersi (dopo l'Austria) la Cecoslovacchia, fu anche il frutto della sua memorabile abilità nell'ingannare i suoi interlocutori.
Adolf Hitler (1889-1945)


I tedeschi sono notoriamente scrupolosi. Con maniacale meticolosità Hitler e i gerarchi nazisti vollero rubricare e verbalizzare anche le discussioni informali tra di loro. Grazie a queste sappiamo non solo che tutti i piani di aggressione erano stati pensati e e preparati fin nei dettagli molti anni prima dello scoppio della seconda guerra mondiale; abbiamo un'immagine icastica di quale fosse realmente il disegno strategico del grande capitalismo tedesco che sosteneva il regime nezista.

Chi trova esagerato quanto noi affermiamo, che cioè esista una linea di continuità tra l'attuale geopolitica tedesca e quella nazista, dovrebbe leggere con attenzione quanto affermò Hitler nelle sue conversazioni coi suoi più stretti collaboratori. Al netto delle farneticazioni razziali (Herrenvolk) e dei deliri di onnipotenza hitleriani, questa linea di continuità ed una certa peculiare "essenza" del capitalismo tedesco, emergono con chiarezza.

Vi lasciamo alla lettura di questi brevi estratti ricavati dalle Conversazioni segrete di Hilter, non senza prima segnalare che questa "essenza peculiare" consiste, messi da parte certi luoghi comuni europeisti, proprio in un sostrato nazionalista che sfocia nell'esterofobia e nello sciovinismo conclamato. Questo sostrato, certo, si manifestava nell'hitlerismo in forme parossistiche se non addirittura paranoiche (vedi il viscerale antisemitismo). Tuttavia, per comprendere quanto conti, nella psicologia dell'élite tedesca l'amorevole adesione dei propri sudditi —quanto quindi pesi per la Merkel il sostegno dei suoi connazionali, la cui dimensione è direttamente proporzionale alla spietata durezza che ostenta col popolo greco— vale la pena riportare quanto Hitler affermò nel marzo del 1942:
«...l'ultimo degli apprendisti, il più modesto dei carrettieri tedeschi, è più vicino a me che non il più importante dei lord inglesi». [1]
Sarebbe sbagliato sottovalutare, malgrado i reiterati proclami di fede globalistici e coosmopolitici delle classi dominanti tedesche, quanto insomma pesi, nella psicologia di quelle élite, il Deutschtum, la germanitudine.
Angela Merkel


Se si va alle radici di certo pensiero politico nazionalistico tedesco non c'è solo il reazionario Carl Schmitt col suo concetto geopolitico di Grossraum, che egli non a caso declinava come "comunità pluralistica di liberi popoli". 
C'è Herbert Backe, che enunciò la tesi del Grossraumordung, come premessa del predominio imperialistico tedesco non solo ad Est ma anche ad Ovest (Nahrungsfreiheit). 
E come dimenticare F.A. Six, uno dei massimi e più arguti teorici della politica estera nazista? Egli vedeva nella "nella concentrazione delle forze economiche europee sotto l'egida del Reich l'attuazione del principio della solidarietà europea".

Appunto. Europeismo si può declinare in modi molto diversi, quello nazista compreso, che è la versione estrema ed in tempi asprissimi, della politica egemonica tedesca. Una politica egemonica connaturata a quello che riteniamo sia il Quarto Reich, quello che ha avuto i suoi natali con il crollo del Muro di Berlino e quindi l'annessione della Germania orientale.

Ed ecco cosa affermava Hitler....
«Lo spazio russo è la nostra India. Come gli inglesi, noi domineremo questo impero con un pugno di uomini» [2] «la sicurezza dell'Europa non sarà assicurata se non quando avremo ricacciato l'Asia dietro agli Urali». [3]
«La Romania farebbe bene a rinunciare nei limiti del possibile ad avere un'industria propria. A questo modo dirigerebbe le sue ricchezze del suo suolo e, specialmente il grano, verso il mercato tedesco. In cambio riceverebbe da noi i prodotti manifatturati di cui ha bisogno. La Bessarabia è un vero granaio. Così scomparirebbe quel proletariato [industriale, Ndr] romeno che è contaminato dal bolscevismo». [4]
L’11 aprile 1942, nell'euforia delle prime folgoranti vittorie, Hitler, sintetizzò la politica tedesca in questi termini:


«Per dominare i popoli che abbiamo sottomessi nei territori a est del Reich, dovremo di conseguenza rispondere nella misura del possibile ai desideri di libertà individuale che essi potranno manifestare, privarli dunque di qualsiasi organizzazione di Stato e mantenerli così a un livello culturale il più basso possibile.
Bisogna partire dal concetto che questi popoli non hanno dovere che servirci sul piano economico. Il nostro sforzo deve dunque consistere nel trarre dai territori che essi occupano tutto quanto se ne può trarre. Per impegnarli a consegnarci i loro prodotti agricoli, a lavorare nelle nostre miniere e nelle nostre fabbriche d’armi, li adescheremo aprendo un po’ dappertutto spacci di vendita nei quali potranno procurarsi i prodotti manifatturati dei quali abbisognano.
Se vogliamo preoccuparci del benessere individuale di ognuno, non otterremo alcun risultato imponendo loro un’organizzazione sul modello della nostra amministrazione. In tal modo non faremmo che attirarci il loro odio. Infatti, quanto più gli uomini sono primitivi, tanto più avvertono come una costrizione insopportabile qualsiasi limitazione della loro libertà personale. Dal nostro punto di vista, l’altro difetto di una tale organizzazione sarebbe di fonderli in un blocco unico, di dar loro una forza di cui si servirebbero contro di noi. In fatto di organizzazione amministrativa, il massimo che si possa loro concedere è un’amministrazione comunale, e unicamente nella misura in cui ciò è necessario al mantenimento di un determinato potenziale di lavoro, ossia il potenziale indispensabile ad assicurare i bisogni elementari dell’individuo.

Ma, nel creare tali comunità di villaggi, dovremo procedere in modo che delle comunità vicine non possano fondersi tra loro. Per esempio, avremo cura di evitare che una chiesa unica serva un ampio territorio. Insomma il nostro interesse sarebbe che ogni villaggio avesse la propria setta, che coltivasse la propria nozione di Dio. E se, come gli indiani e i negri, alcuni avessero a celebrare culti magici, non ci dispiacerebbe affatto. Dobbiamo moltiplicare, nello spazio russo, tutte le cause di divisione.

Solo ai nostri commissari spetterà di sorvegliare e dirigere l’economia dei paesi conquistati – e ciò che ho detto deve applicarsi a tutte le forme di organizzazione. E, soprattutto, che non si veda spuntare la ferula dei nostri pedagoghi, con la loro mania di educare i popoli inferiori e la loro mistica della scuola obbligatoria! Tutto quanto i russi, gli ucraini, i kirghisi potessero imparare a scuola (non fosse altro che a leggere e scrivere) finirebbe per volgersi contro di noi. Un cervello illuminato da alcune nozioni di storia giungerebbe a concepire alcune idee politiche, e questo non andrebbe mai a nostro vantaggio. Meglio installare un altoparlante in ogni villaggio: dare alcune notizie alla popolazione, e soprattutto distrarla. A che servirebbe darle la possibilità di acquisire cognizione nel campo della politica, dell’economia? La radio non dovrà impicciarsi di offrire ai popoli sottomessi conversazioni sul loro passato storico. No, musica, e ancora musica! La musica leggera provoca l’euforia del lavoro. Forniamo a quella gente l’occasione di ballare molto, e ce ne sarà riconoscente. Da noi, l’esperimento è stato fatto al tempo della Repubblica di Weimar: è dimostrativo (…)
La sciocchezza più grande che potremmo fare sarebbe di distribuire armi in quei territori. La storia insegna che tutti i popoli conquistatori sono finiti male per aver dato armi ai popoli che avevano sottomesso». [5]

NOTE

[1] Adolf Hitler, Conversazioni segrete, Napoli 1954, pp. 155-156.
[2] Adolf Hitler, Conversazioni segrete, Napoli 1954, p. 37.
[3] Adolf Hitler, Conversazioni segrete, Napoli 1954, p. 44.
[4] Adolf Hitler, Conversazioni segrete, Napoli 1954, p. 16.
[5] Adolf Hitler, Conversazioni segrete, Napoli 1954, pp. 450-453








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