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lunedì 22 agosto 2016

CHE CAZZO CI FATE A VENTOTENE? di Piemme

[ 22 agosto ]

«Un giorno, che prima verrà meglio sarà per i popoli europei, occorrerà riportare Merkel, Hollande e Renzi, proprio a Ventotene, ma quando ne avremo fatto nuovamente una colonia penale —ovviamente nel pieno rispetto dei diritti del prigioniero».

«Una nuova spinta per riaffermare la necessità di rilanciare l'Unione europea dopo le Brexit». Così il Corriere della Sera di oggi presenta il vertice trilaterale tra la Merkel, Hollande e Renzi. Aggiungiamo noi: un summit pensato dai Renzi per sorreggere se stesso mentre traballa.


Siamo pronti a scommettere che non verrà da questo vertice alcuna "spinta per rilanciare l'Unione europea". Giunti a questo punto del marasma per "spinta deve intendersi infatti una cosa sola: un salto effettivo, strategico, verso uno stato europeo unico per quanto federale, quindi con ben più forti e definitive cessioni di sovranità degli stati nazionali, a cominciare da quello che di prerogative sovrane ne ha cedute di meno: la Germania. Ben al contrario! La crisi sistemica produce una contro-spinta oggettiva più potente di ogni desiderata europeista: quella alla riappropriazione, da parte degli stati nazionali, della loro sovranità politica ed economica.

Lo abbiamo detto più volte ma repetita juvant: il destino dell'Unione europea è segnato, essa imploderà presto sotto il peso delle contraddizioni economiche, sociali e politiche. E poi? E poi, crollata la sovrastruttura dell'edificio euro-unionista, resteranno le fondamenta, quella appunto degli stati nazionali.
«La politica imperiale europea era comunque fallita: contro la Francia; contro la Germania che rifiutava l'imposizione d'un accentramento monarchico; contro la ripresa turca e contro gli altri infiniti particolari problemi europei e coloniali, che avevano reso la sua politica così complessa, a volte perfino contraddittoria, egli mostrò ormai una sua tetra stanchezza. Aveva tentato d'imporsi, animato da volontà tenace e da un profondo senso del dovere, quasi di una missione, all'Europa, le cui sorti il destino gli aveva affidato: ma i particolarismi e la varietà delle condizioni religiose, nazionali, economiche gli avevano opposto difficoltà insormontabili; né sempre, del resto, egli si era reso conto della complessità dei varî problemi».
Parole che sembrano scritte oggi, invece QUI si parla del fallimento del primo tentativo moderno di unificare l'Europa, quello compiuto dall'imperatore Carlo V. Di fallimenti di unificazione europea ce ne furono altri due, e naufragarono anche questi. Parliamo del grande disegno napoleonico e quindi di quello hitleriano. Il quarto tentativo farà la medesima fine degli altri, malgrado esso abbia preteso di unificarci con la moneta (pecunia regina mundi) e con un esercito di economisti liberisti piuttosto che di soldati armati di tutto punto.

Questi giurati nemici dei popoli si ritrovano oggi pomeriggio a Ventotene, nel luogo dove antifascisti e sinceri democratici del calibro di Altiero Spinelli e Ernesto Rossi concepirono il famoso Manifesto. Come spesso accaduto nella storia, nani e criminali politici, maestri dell'inganno, debbono nascondere le loro malefatte alla spalle di nobili disegni ideologici.
Non avremmo condiviso allora, non condividiamo oggi —non fosse che per l'errata diagnosi delle cause della crisi europea e della fumosa astrattezza della proposta politica— l'idea dello Stato federale europeo. Ciò non ci impedisce tuttavia di sottolineare lo spirito libertario, anticapitalista e apertamente socialista di chi quel Manifesto scrisse.
Altiero Spinelli

Di questo spirito (che i seguaci di Spinelli si son persi miseramente per strada per diventare zimbelli delle oligarchie dominanti) si sono fatti scudo le élite neoliberiste e ordo-liberiste che hanno progettato ed infine costruito questo mostro che è l'Unione europea. Un caso da manuale di parassitazione ideologica. Non a Spinelli si sono infatti ispirate queste élité bensì a Richard Coudenhove Kalergi sul piano geopolitico e ad August Von Hayek sul piano filosofico ed economico.

Un giorno, che prima verrà meglio sarà per i popoli europei, occorrerà riportare Merkel, Hollande e Renzi, proprio a Ventotene, ma quando ne avremo fatto nuovamente una colonia penale —ovviamente nel pieno rispetto dei diritti del prigioniero.

sabato 26 marzo 2016

ALLE RADICI DEL NEOLIBERISMO: LA SCUOLA AUSTRIACA DI VON MISES E VON HAJYEK

[ 26 marzo ]

Giorni addietro abbiamo pubblicato una scheda sull'Ordoliberalismo tedesco (Scuola di Friburgo).
Come promesso passiamo ora alla Scuola Austriaca, quella di Von Mises e Von Hayek, ovvero la corrente liberista più intransigente, che poi diventerà maggioritaria nelle facoltà di economia anglosassoni, anzitutto negli Usa, infine anche da noi . Lo scritto fa l'apologia del liberismo, ma per capire il liberismo meglio risalire alla fonte
.

[Nella foto: Von Mises, a destra, e Von Hayek]

La storia della Scuola Austriaca comincia nel quindicesimo secolo, quando i seguaci di San Tommaso d’Aquino, scrivendo e insegnando all’Università di Salamanca in Spagna, cercano di spiegare l’intera gamma dell’azione umana e dell’organizzazione sociale. Questi tardo Scolastici notarono l’esistenza di leggi economiche, di inesorabili forze di causa – effetto che operavano proprio come le altre leggi naturali. Per diverse generazioni, essi scoprirono e spiegarono le leggi della domanda e dell’offerta, le cause dell’inflazione, il funzionamento dei tassi di cambio e la natura soggettiva del valore economico – tutte ragioni per cui Joseph Schumpeter li definì come i primi veri economisti.

Gli Scolastici di Salamanca erano sostenitori dei diritti di proprietà e della libertà commerciale e contrattuale. Celebrarono il contributo del mercato alla società, opponendosi ostinatamente all’imposizione fiscale, al controllo dei prezzi e alle regolamentazioni che inibivano l’attività imprenditoriale. Come teologi morali, essi invitarono i governi ad obbedire ad un’etica rigorosa, che si opponeva al furto e all’assassinio. Ed essi vissero seguendo la regola di Ludwig von Mises: il primo compito di un economista è quello di dire ai governi ciò che non possono fare.
Il primo trattato generale sull’economia, Saggio sulla natura del Commercio in generale, fu scritto nel 1730 da Richard Cantillon, un uomo istruitosi secondo la tradizione scolastica. Nato in Irlanda, emigrò poi in Francia. Egli considerava l’economia un’area di ricerca indipendente e spiegò la formazione dei prezzi usando l’”esperimento mentale”, cioè il metodo dell’astrazione; capì il mercato come processo imprenditoriale e aderiva ad una visione Austriaca della creazione di moneta: il denaro entra nell’economia reale gradualmente, distorcendo i prezzi lungo la via.
Cantillon fu seguito da Anne Robert Jacques Turgot, l’aristocratico pro mercato francese e ministro delle finanze durante l’ancien régime. I suoi scritti economici furono pochi ma profondi. Il suo saggio “Valore e moneta” enunciò le origini della moneta e la natura delle scelte economiche: esse riflettono la posizione soggettiva delle preferenze individuali. Turgot risolse il famoso paradosso dell’acqua e del diamante che sconcertò gli economisti successivi, articolò la legge dei rendimenti decrescenti, criticò le leggi sull’usura (un punto d’attrito, questo, con i tardo Scolastici) e favorì un approccio liberale classico alla politica economica, raccomandando l’abolizione di tutti i privilegi garantiti alle industrie connesse col settore pubblico.
Turgot fu il padre intellettuale di una lunga serie di grandi economisti Francesi del diciottesimo e diciannovesimo secolo, in particolare Jean Baptiste Say e Claude – Frédéric Bastiat. Say fu il primo economista ad interrogarsi profondamente sul metodo. Capì che l’economia non riguarda l’accumulazione di informazioni e dati, ma la comprensione di fatti e assunti universali (ad esempio, i bisogni sono illimitati, le risorse sono scarse) e le loro logiche implicazioni.
Say scoprì la teoria della determinazione dei prezzi delle risorse, il ruolo del capitale nella divisione del lavoro e la “Legge di Say”: non può esservi prolungata “sovrapproduzione” o “sottoconsumo” sul libero mercato se ai prezzi è consentito di aggiustarsi in modo naturale; era un difensore del laissez – faire e della rivoluzione industriale, proprio come Bastiat. Da giornalista pro mercato, Bastiat sosteneva anche che i servizi non materiali erano soggetti alle stesse leggi economiche di quelli materiali. In una delle sue numerose allegorie economiche, Bastiat enunciò la “fallacia della finestra rotta”, resa popolare, più tardi, da Henry Hazlitt.
Nonostante la raffinatezza teorica di questa tradizione pre – Austriaca, la scuola Inglese del tardo diciottesimo e inizi del diciannovesimo secolo vinse la sfida, soprattutto per ragioni politiche. Questa tradizione (basata sull’oggettività e sulla teoria del valore – lavoro) portò allo sviluppo della dottrina Marxista dello sfruttamento capitalistico.
La tradizione Britannica dominante ricevette la sua prima vera sfida in molti anni quando iPrincipi di Economia di Carl Menger furono pubblicati nel 1871. Menger, il fondatore della Scuola Austriaca, riutilizzò l’approccio Scolastico – Francese all’economia, fondandolo su basi più solide.
Insieme agli scritti contemporanei di Leon Walras e Stanley Jevons, Menger diffuse la teoria soggettiva del valore e spiegò chiaramente, per la prima volta, la legge dell’utilità marginale (maggiore è il numero di unità di un bene che un individuo possiede, minore sarà il valore che egli attribuirà ad ogni data unità). Inoltre, Menger spiegò come la moneta nasca in condizioni di libero mercato, nel momento in cui la merce più commerciabile è desiderata non per il consumo, ma per la sua funzione di mezzo di scambio verso altri beni.
Il libro di Menger fu il pilastro della “rivoluzione marginalista” nella storia della scienza economica. Quando Mises disse che il libro “lo aveva reso economista”, non si riferiva solo alla teoria della moneta e dei prezzi di Menger, ma anche al suo approccio alla disciplina. Come i suoi predecessori nella tradizione, Menger era un liberale classico e individualista metodologico che considerava l’economia come scienza della scelta individuale. Le sueIndagini, apparse dodici anni dopo, si opponevano alla Scuola Storia Tedesca, la quale vedeva l’economia come l’accumulazione di informazioni al servizio dello stato.
Come professore di economia all’Università di Vienna, poi tutore del giovane ma sfortunato Principe ereditario Rudolf d’Asburgo, Menger restaurò l’economia come scienza dell’azione umana basata sulla logica deduttiva, preparando la via ai successivi studiosi per contrastare l’ascesa dell’ideologia socialista. Effettivamente, il suo allievo Friedrich von Wieser influenzò tantissimo gli scritti successivi di Friedrich von Hayek. L’opera di Menger rimane un’eccellente introduzione al metodo della scienza economica. Per certi versi, ogni Austriaco può dirsi allievo di Menger.
Il seguace e ammiratore di Menger all’Università di Innsbruck, Eugen von Böhm-Bawerk, si avvalse del pensiero di Menger, riformulandolo e applicandolo ad una serie di nuove problematiche, comprendenti il valore, il prezzo, il capitale e l’interesse. La sua Storia e Critica delle Teorie dell’Interesse, apparsa nel 1884, è un’opera di correzione degli errori della storia economica, nonché un’appassionata difesa dell’idea per cui il tasso di interesse corrisponda non ad una costruzione artificiale e data, ma sia parte integrante del mercato stesso. Esso riflette la “preferenza temporale”, cioè la tendenza delle persone a preferire la soddisfazione di bisogni nel presente piuttosto che nel futuro (una teoria ulteriormente sviluppata e difesa da Frank Fetter).
La Teoria Positiva del Capitale di Böhm-Bawerk dimostrò che il tasso “normale” di profitto è il tasso di interesse. I capitalisti risparmiano, pagano i lavoratori e attendono la vendita del prodotto finale per ricevere il loro profitto. Inoltre, spiegò che il capitale non rappresenta una struttura omogenea, ma un’intricata e diversificata struttura con una dimensione temporale. Un’economia in crescita non è solo conseguenza di un aumento del capitale investito, ma anche di sempre più lunghi processi di produzione.
Böhm-Bawerk ingaggiò una lunga battaglia intellettuale, con i Marxisti, sulla teoria dello sfruttamento capitalistico, rifiutando la dottrina socialista del capitale e dei salari molto prima che i comunisti giungano al potere in Russia. Egli condusse anche un seminario che, più tardi, sarebbe diventato il modello per il seminario Viennese di Mises.
Favorì, inoltre, politiche coerenti con la onnipresente realtà della legge economica. Considerava l’interventismo come un attacco alle forze di mercato, che non poteva avere successo nel lungo periodo. Negli ultimi anni della Monarchia Asburgica, fu tre volte ministro delle finanze, impegnandosi per bilanci in pareggio, moneta sana e gold standard, libero mercato ed eliminazione dei sussidi all’esportazione e altri privilegi monopolistici.
Fu la sua opera che irrobustì ed unificò il metodo economico della Scuola Austriaca, aprendo la via alla grande diffusione nelle zone di lingua inglese. Ma un’area in cui Böhm-Bawerk non sviluppò l’analisi partita da Menger fu quello della moneta, l’intersezione istituzionale tra l’approccio “micro” e quello “macro”. Un giovane Mises, consulente economico alla Camera di Commercio Austriaca, accettò la sfida.
Il risultato della ricerca Misesiana fu Teoria della Moneta e del Credito, pubblicato nel 1912. Enunciò l’applicazione della legge dell’utilità marginale alla moneta, configurando il “teorema regressivo” e rendendo palese come il denaro non solo ha origine dal mercato, ma deve sempre farlo. Attingendo dalla British Currency School, dalla teoria dei tassi di interesse di Knut Wicksell e dalla teoria della struttura della produzione di Böhm-Bawerk, Mises presentò le linee generali della teoria Austriaca del ciclo economico. Un anno dopo, si aggregò alla facoltà dell’Università di Vienna e il seminario Böhm-Bawerk si concentrò per due semestri sul libro di Mises.
La sua carriera si interruppe per quattro anni a causa della Prima Guerra Mondiale. Passò tre anni come ufficiale d’artiglieria e uno come funzionario ufficiale dei servizi segreti. Alla fine della guerra pubblicò Nation, State and Economy (1919), sostenendo le libertà economiche e culturali delle minoranze del disastrato impero e mettendo a punto una teoria sull’economia di guerra. Nel frattempo, la teoria monetaria Misesiana attirò l’attenzione degli Stati Uniti attraverso il lavoro di Benjamin M. Anderson jr., un economista della Chase National Bank (il libro di Mises fu stroncato da John Maynard Keynes, che in seguito ammise di non essere in grado di leggere e comprendere il tedesco).
Nel caos politico post Guerra, il principale teorico dell’allora socialista governo Austriaco fu il Marxista Otto Bauer. Avendo conosciuto Bauer al seminario di Böhm-Bawerk, Mises lo istruì, notte dopo notte, sulla scienza economica, convincendolo ad abbandonare le sue politiche e vedute Bolsceviche. I socialisti Austriaci non perdonarono mai questo a Mises, scatenando, contro di lui, una guerra accademica che non gli permise di ottenere una cattedra retribuita presso l’università.
Imperterrito, Mises si dedicò al problema del socialismo stesso, scrivendo un saggio di grande successo nel 1921, che trasformò nel libro Socialismo nei due anni successivi. Il socialismo non consente proprietà privata o scambi di beni capitali, quindi non c’è modo, per le risorse, di essere allocate nel modo migliore. Una economia pianificata avrebbe condotto, secondo la previsione di Mises, al caos totale e alla fine della stessa civiltà.
Mises sfidò i socialisti a spiegare, in termini economici precisi, come il loro sistema avrebbe funzionato, un compito che i socialisti avevano finora evitato. Il dibattito tra gli Austriaci e i socialisti continuò negli anni successivi e, fino al collasso del socialismo nel 1989, gli studiosi pensarono che il dibattito fosse risolto in favore dei secondi.
Intanto gli argomenti di Mises sul libero mercato attrassero un gruppo di ex socialisti, tra cui Hayek, Wilhelm Roepke e Lionel Robbins. Mises iniziò a tenere un seminario privato nei suoi uffici alla Camera di Commercio; esso fu seguito da Fritz Machlup, Oskar Morgenstern, Gottfried von Haberler, Alfred Schultz, Richard Von Strigl, Eric Voegelin, Paul Rosenstein-Rodan e molti altri intellettuali da tutta Europa.
Oltre a ciò, durante gli anni ’20 e ’30, Mises era impegnato su altri due fronti accademici. Diede il colpo di grazia alla Scuola Storica Tedesca con una serie di saggi in difesa del metodo deduttivo in economia, che egli più tardi ribattezzò “prasseologia” o “logica dell’azione”; fondò anche l’Istituto Austriaco per la Ricerca sul Ciclo Economico, mettendovi Hayek alla guida.
In questi anni, Hayek e Mises produssero molti lavori sul ciclo economico, avvisando dei pericoli dell’espansione creditizia e prevedendo la crisi monetaria incombente. Questo lavoro fu citato dal comitato del Premio Nobel nel 1974, quando Hayek ricevette il prestigioso riconoscimento in economia. Lavorando in Inghilterra e in America, Hayek diventò poi l’avversario principale del Keynesismo con i suoi libri sui tassi di cambio, sulla teoria del capitale e sulla riforma monetaria. Il suo popolare Road to Serfdom (it.: La via della schiavitù),aiutò a rivitalizzare il movimento liberale classico in America dopo il New Deal e la Seconda Guerra Mondiale; elaborò la sua serie Legge, Legislazione e Libertà basandosi sull’approccio tardo Scolastico al diritto, applicandolo per criticare l’egalitarismo e altri miti come la “giustizia sociale”.
Verso la fine degli anni ’30, dopo aver sofferto della depressione mondiale, l’Austria fu minacciata dai Nazisti. Hayek si era già trasferito a Londra nel 1931 su sollecitazione di Mises e, nel 1934, Mises stesso si trasferì a Ginevra per insegnare e scrivere all’International Institute for Graduate Studies, emigrando poi negli Stati Uniti. Conoscendo Mises come nemico giurato del socialnazionalismo, i Nazisti confiscarono gli scritti di Mises nel suo appartamento, nascondendoli durante la guerra. Ironia della sorte, furono proprio le idee di Mises, filtrate attraverso il lavoro di Roepke e la saggezza politica di Erhard, che condussero la Germania postguerra alle riforme economiche che avrebbero aiutato a ricostruire il paese. Successivamente, nel 1992, gli arcivhisti Austriaci ritrovarono gli scritti rubati a Mises in un archivio riaperto a Mosca.
A Ginevra Mises scrisse il suo capolavoro, Nationalokonmie, e, dopo l’arrivo negli Stati Uniti, rivide ed espanse il lavoro ne L’Azione Umana, pubblicato nel 1949. Il suo studente Murray N. Rothbard lo definì “la grande impresa di Mises e uno dei migliori prodotti della mente umana nel nostro secolo. C’è tutta l’economia”. La comparsa di questo lavoro fu il compimento dell’intera storia della Scuola Austriaca e quest’opera rimane il trattato economico che definisce la Scuola. Nonostante questo, non fu ben accolto nel settore, che aveva già ampiamente abbracciato la dottrina Keynesiana.
Sebbene Mises non ottenne mai il posto accademico meritato, egli raccolse studenti intorno a lui all’Università di New York, come aveva fatto a Vienna. Anche prima della sua emigrazione, Henry Hazlitt era diventato il rappresentante di spicco, recensendo i suoi libri nel New York Times Newsweek, e diffondendo le sue idee in classici come L’economia in una Lezione. Hazlitt apportò anche contributi originali alla Scuola Austriaca. Scrisse una critica riga per riga dellaTeoria Generale di Keynes, difendendo gli scritti di Say e restituendogli un posto centrale nella teoria macroeconomica Austriaca. Hazlitt seguì l’esempio di intransigente aderenza ai principi Misesiano e come risultato ottenne l’emarginazione dal giornalismo che conta.
Il seminario di Mises di New York continuò fino a due anni prima della sua morte, nel 1973. Durante quegli anni, Rothbard fu suo studente. Effettivamente, il suo Man, Economy and State(1963) fu composto secondo lo schema de L’Azione Umana e in determinate aree – teoria del monopolio, utility e welfare, teoria dello stato – rafforzò e completò le visioni Misesiane. L’approccio di Rothbard alla Scuola Austriaca si inseriva nella linea di pensiero tardo Scolastica, applicando la scienza economica in un contesto di diritti naturali di proprietà. Il risultato fu una piena e completa difesa di un ordine sociale capitalistico e privo di stato, basato sulla proprietà e la libertà di associazione e contrattuale.
Rothbard, dopo questo trattato, si dedicò ad un lavoro di investigazione della grande depressione, alla quale applicò la teoria Austriaca del ciclo economico per spiegare che il crollo del mercato azionario e la crisi economica furono causati da una precedente espansione creditizia bancaria. Successivamente, in una serie di studi sulle politiche del governo, mise a punto la struttura teorica necessaria ad esaminare tutti i tipi di intervento del governo e dello stato nel mercato.
Negli ultimi anni, Mises vide l’inizio della rinascita della Scuola Austriaca, che ha origine dalla pubblicazione di Man, Economy and State e continua fino ai giorni nostri. Fu Rothbard ad impostare coerentemente la Scuola Austriaca e la dottrina liberale classica negli Stati Uniti, in particolare con Conceived in Liberty, la sua serie di quattro volumi dedicata alla storia dell’America coloniale e alla secessione dalla Gran Bretagna. L’unione del giusnaturalismo Rothbardiano e della Scuola Austriaca giunge a compimento nel suo lavoro filosofico, L’etica della libertà; il tutto mentre scriveva una serie di articoli economici accademici raccolti in Logic of Action, pubblicato in due volumi nella serie “Economisti del Secolo” di Edward Elgar.
Queste opere seminali fungono da collegamento principale tra la generazione Mises – Hayek e gli Austriaci ora attivi per espandere la tradizione. In effetti, senza la volontà di Rothbard di sfidare le tendenze intellettuali del suo tempo, il progresso, nella tradizione Austriaca, avrebbe potuto accusare una battuta d’arresto. La sua saggezza e profonda cultura, personalità gioiosa, conoscenza enciclopedica e il suo ottimismo hanno ispirato innumerevoli studenti a rivolgere la loro attenzione alla causa della libertà.
Anche se gli Austriaci sono, oggi, in una posizione migliore rispetto a quella degli anni ’30, Rothbard, come Mises prima di lui, non venne ben trattato dal mondo accademico. Sebbene avesse occupato una cattedra, negli ultimi anni, presso l’Università del Nevada, Las Vegas, non ottenne mai una posizione tale da permettergli di dirigere dissertazioni o tesi. Ciò nonostante, riuscì a reclutare un ampio, attivo ed interdisciplinare seguito per la Scuola Austriaca.
La fondazione del Ludwig Von Mises Institute nel 1982, con l’aiuto di Margit von Mises come pure di Hayek ed Hazlitt, fornì un’ampia gamma di nuove opportunità a Rothbard e alla Scuola Austriaca.
Attraverso un flusso costante di conferenze accademiche, seminari didattici, libri, monografie, newsletter, studi e anche films, Rothbard e il Mises Institute hanno accompagnato la Scuola Austriaca verso l’era post socialista.
Il primo numero della Rivista di Economia Austriaca, diretto da Rothbard, apparve nel 1987, diventando semestrale nel 1991 e trimestrale nel 1998, The Quarterly Journal of Austrian Economics. Le scuole estive del Mises Institute si tengono ogni anno dal 1984. Per molti di questi anni, Rothbard presentò le sue ricerche nel campo della storia del pensiero economico. Queste culminarono nell’opera Una visione Austriaca sulla Storia del Pensiero Economico, due volumi che allargano la storia della disciplina fino a comprendere ed analizzare scritti di secoli addietro.
Grazie alle borse di studio, guide dello studente, bibliografie e conferenze del Mises Institute, la Scuola Austriaca ha permeato, in qualche modo, praticamente ogni dipartimento di economia e scienze sociali in America e in molti paesi esteri. La Conferenza annuale degli Studiosi Austriaci, all’Università di Auburn, attira esperti da tutto il mondo per discutere, dibattere ed applicare l’intera tradizione Austriaca.
L’affascinante storia di questa grande scuola di pensiero, attraverso i suoi alti e bassi, è la storia di come grandi menti possono far progredire la scienza e opporsi al male con creatività e coraggio. Ora la Scuola Austriaca entra nel nuovo millennio come portabandiera intellettuale della società libera. Se può fare questo, è grazie alle eroiche e brillanti menti che costituiscono la storia familiare della Scuola e a quelli che portano avanti questa eredità insieme al Ludwig von Mises Institute.
Tutti gli argomenti trattati qui sono discussi in maggior dettaglio nella corposa letteratura della Scuola austriaca. La Study Guide è un buon inizio. Il catalogo dispone anche di una biblioteca essenziale.
* Fonte: VonMises in Italia
Vedi anche “Capire la Scuola Austriaca” di Henry Hazlitt
Traduzione di Luigi Pirri

mercoledì 23 marzo 2016

CHE COS'È L' ORDOLIBERALISMO TEDESCO (o l'economia sociale di mercato) di Lorenzo Mesini*

[ 23 marzo ]

Si fa troppo spesso confusione, anche nel mondo degli amici "sovranisti", tra liberismo classico (Smith), il neoliberismo della Scuola austriaca (Von Hayek) e l'ordoliberalismo tedesco della Scuola di Friburgo. Pubblichiamo questa scheda sull'ordoliberalismo tedesco, ovvero la teoria della economia sociale di mercato. Opposte alle teorie socialiste e keynesiane, le tesi ordiliberiste non solo hanno educato le élite tedesche (sia democristiane che socialdemocratiche) ma hanno gettato i pilastri su cui sono state costruite l'Unione europea ad egemonia tedesca e la moneta unica. Da segnalare come in Germania l'avanzata dell'opposizione di destra al governo della Merkel (AfD), quindi l'avversione all'Unione ed all'euro, poggiando sulle tesi neoliberiste vonhayekiane, segni la crisi di egemonia dell'ordoliberalismo. Uno scontro che ci riguarda, in barba a chi stupidamente ci irride quando mettiamo in guardia da un'uscita da destra neoliberista dall'euro .
Prossimamente una seconda scheda sulla Scuola austriaca o il liberismo di Von Hayek (su cui rimandiamo intanto all'articolo di Luciano Gallino). 
[I corsivi ed i grassetti e le note tra parentesi quadra sono della Redazione]


«Questa mia relazione avrà come suo oggetto l’ordoliberalismo tedesco, una complessa corrente di pensiero economico e istituzionale, insieme a cui deve essere considerato quell’insieme organico di politiche ispirate dagli autori della Scuola di Friburgo tra gli anni Quaranta e Cinquanta del secolo scorso. 
Questa relazione avrà un carattere prettamente introduttivo, per via della complessità e dell’articolazione del suo oggetto irriducibile a una singola relazione. Il mio intervento vorrebbe fornire una serie di spunti ed elementi a partire dai quali leggere i testi degli autori in questione oppure approfondire e riflettere sulle vicende politiche dell’ordoliberalismo in Europa. L’esposizione e la ricostruzione dei tratti salienti del pensiero ordoliberale che cercherò di svolgere cercherà di coniugare due esigenze. In primo luogo quella della comprensione dell’origine e delle finalità storico-politiche della scuola neoliberale tedesca. In secondo luogo quella di delineare alcuni dei concetti principali propri dell’ordoliberalismo tedesco, riferendomi in particolare alla formulazione fornita da Wilhelm Röpke. Muoverò quindi da un’esposizione delle coordinate spazio-temporale della Scuola di Friburgo, soffermandomi sull’orientamento politico delle sue teorie socio-economiche per poi passare ad analizzare in seconda battuta i tratti caratteristici del suo sistema concettuale.

Gli studiosi membri della cosiddetta Scuola di Friburgo appartengono a quella generazione di tedeschi che ha vissuto in maniera particolarmente drammatica la dissoluzione violenta del proprio mondo e più in generale della Vecchia Europa. Possono essere tranquillamente compresi nel novero di quei pensatori che vivono dolorosamente la “crisi” del proprio tempo e sentono la necessità di pensare e comprendere i processi politici ed economici che a partire dalla Grande Guerra ha stravolto il volto dell’Europa e del mondo insieme alla vita di milioni di uomini. Così come i membri della Scuola di Francoforte e lo stesso Edmund Husserl, gli autori della Scuola di Friburgo sono pensatori della “crisi”. Come ha osservato Michel Foucault tutti loro, specialmente i francofortesi e gli ordoliberali, prendono le mosse dalla constatazione di quella che Max Weber aveva definito come l’irrazionale razionalità mostrata dal capitalismo. 
I primi, attraverso la faticosa e travagliata elaborazione di una teoria critica, hanno cercato di elaborare una nuova forma di razionalità sociale capace di eliminare i risultati e gli effetti irrazionali propri della razionalità economica. 
I membri della Scuola di Friburgo, invece, si sono posti il problema della possibilità di una razionalità economica che sia capace di annullare o quanto meno neutralizzare l’irrazionalità del capitalismo. Gran parte di membri delle due scuole ha fatto inoltre l’esperienza dell’esilio, abbandonando la Germania nazionalsocialista, o della resistenza interna al regime. Tuttavia, mentre gli economisti ordoliberali definiranno il quadro concettuale e giuridico della costituzione della Repubblica Federale Tedesca tra il 1945 e il 1947 ponendo le basi per la rinascita economica del loro paese, la parabola ascendente dei francofortesi tornati in Germania dopo la fine della guerra si concluse simbolicamente nelle aule sgomberate dell’Università di Francoforte nel 1968.

Prima di delineare l’orientamento politico delle dottrine ordoliberali ossia a partire da cosa e contro chi pensano e scrivono gli autori della Scuola di Friburgo vorrei spendere qualche parola in merito alla storia dei suoi membri principali. Walter Eucken (1891-1950), professore di economia politica a Friburgo dal 1927 dove conosce Husserl, fonda nel 1936 la rivista “Ordo”, da cui “ordoliberalalismo” trasse il nome. 
Attorno a tale rivista si riunirono tutti quei giuristi ed economisti che durante gli ultimi anni della Repubblica di Weimar si erano opposti all’adozione misure di tipo keynesiano e durante il Terzo Reich alla politica economica di Hjalmar Schact. 
Eucken non scelse la strada dell’esilio e rimase silenzioso in Germania continuando ad insegnare a Friburgo fino a quando nel 1948 divenne il più importante dei consiglieri scientifici riuniti attorno a sé da Ludwig Erhard
Quest’ultimo era un economista che durante gli anni del regime nazista aveva tenuto un profilo molto modesto e si era dedicato a ricerche di carattere economico per poi diventare nel 1948 Direttore dell’amministrazione dell’economia per il settore anglo-americano nella Germania occupata. Il consiglio scientifico (Wissenschaftlicher Beirat) da lui radunato delineò i principali orientamenti della politica economica della futura Germania, la cosiddetta “economia sociale di mercato” [Soziale Marktwirtschaft] —primato della politica monetaria e della politica di sviluppo, allineamento dei prezzi sull’offerta delle merci, ripartizione equa e graduale dell’aumento del benessere. 
Deputato cristiano-democratico per la CDU, nel 1951 Adenauer lo scelse come Ministro dell’Economia. Erhrad verrà considerato negli anni seguenti il padre del miracolo economico (Wirtschaftswunder) tedesco. Nella commissione scientifica riunita da Erhard figurano anche Franz Böhm (1895-1977), giurista e docente a Friburgo e allievo di Husserl, Alfred Müller-Armack (1901-1978) storico dell’economia, anch’egli professore a Friburgo, segretario di stato di Ludwig Erhard e uno dei negoziatorie del trattato di Roma nel 1957. Tra gli altri Alexander Rüstow (1885-1963) e soprattutto Wilhelm Röpke

Tutti questi studiosi e professori, riuniti attorno alla rivista “Ordo” e nel consiglio scientifico voluto da Erhard, non solo svilupparono i concetti principali di quella corrente di pensiero che noi oggi chiamiamo “Ordoliberalismo” ma su tali basi posero le fondamenta della costituzione economica prima della Repubblica Federale Tedesca. Non solo, ma a partire della concezione ordoliberale dell’economia, della società e del loro governa è stato delineato e pensato il quadro giuridico proprio dell’Unione Europea. Ma procediamo con ordine.

Partiamo dal periodo che ha visto la formazione e poi l’insegnamento e la ricerca universitaria (anni Venti e Trenta) condotta da questi autori. Quali sono i problemi che muovono il loro pensiero? A partire da quale conflitto trae forza e si sviluppa la riflessione che accomuna i collaboratori della rivista “Ordo”? Qual è il “campo di avversità”, per usare la terminologia foucaultiana, entro cui prende corpo il pensiero ordoliberale durante gli anni precedenti la caduta del nazionalsocialismo? Tra i diversi elementi che possiamo citare, quello politicamente più pregnante e decisivo, quello che accomuna e spinge e quella che in molti hanno definito “Paura” o Fobia di stato”. 
Di cosa si tratta? Che cosa indica? La Scuola di Friburgo prende le mosse da quelle che considera le cattive risposte alla crisi del capitalismo internazionale seguente la Prima Guerra Mondiale: la Rivoluzione bolscevica e la politica dirigista propria del sistema totalitario sovietico, la crisi del 1929 e le misure di tipo keynesiano in Europa e negli adottate degli USA con il New Deal e soprattutto la risposta totalitaria fornita dal nazionalsocialismo al fallimento della Repubblica di Weimar nel 1933. 

In che senso gli ordoliberali considerano le politiche keynesiane come quelle totalitarie delle risposte cattive alla crisi, ponendole sullo stesso piano? In che modo e in che termini è loro possibile tale operazione? Attraverso quella che si può definire l’individuazione di un’invariante economico politica che nel caso in questione si tratta di una invariante antiliberale che vede legati tra loro i seguenti elementi: economia protetta, economia pianificata, economia assistenziale, economia keynesiana. Lo sviluppo anche di solo uno o più di questi elementi comporterà necessariamente lo sviluppo degli altri, secondo gradi diversi. 
La distinzione caratteristica da prendere in considerazione non è quella tra regimi totalitari e regimi liberal-democratici ma tra sistemi che adottano politiche liberali e quelli ad economica pianificata. I membri della Scuola di Friburgo, insieme ai loro colleghi austriaci (tra tutti von Mises e von Hayek) si sono occupati nel corso degli anni Venti e la Secondo Guerra Mondiale delle diverse politiche economiche e sociali elaborate per fronteggiare la crisi. Tra tutti segnalo gli studi di Hayek sul New Deal e quelli di Röpke sul Piano Beveridge durante la guerra. 
La conclusione a cui giungono è la non sostanziale differenza tra le politiche laburiste in Inghilterra e quelle della Germania nazista, o tra quelle di Roosevelt e i piani quinquennali di Stalin. Secondo la logica interna di questa invariante anti-liberale, il nazismo come regime totalitario rappresenta il caso dell’aumento indefinito del potere di stato. Ogni genere di politica economica interventista (economia protetta, pianificata, assistenziale e keyensiana) ha come presupposto e risultato la crescita del potere di stato e l’erosione degli spazi di libertà individuale. Ognuno di tali elementi comporta la presenza o lo sviluppo futuro degli altri. 
Gli ordoliberali, insieme ai loro colleghi della scuola austriaca [von Mises e von Hayek], criticano e rigettano come poco pregnante la distinzione allora in voga tra socialismo e capitalismo, tra totalitarismo e liberalismo. Per loro il nazionalsocialismo e l’Unione sovietica non rappresentano delle mostruosità per via della violazione totalitaria di ogni libertà e diritto individuale e democratico ma costituiscono il punto terminale ed estremo di un processo internazionale di crisi economica e politica che ha elaborato come unica soluzione lo sciagurato aumento del potere statale. Il nazionalsocialismo rappresenta la verità della crisi, il punto più chiaro ed estremo a cui giungeranno anche tutti quei paesi che hanno scelto di rispondere alla crisi con l’aumento del potere e dell’azione statale nell’economia e nella società.

Per comprendere un po’ meglio le ragioni di questa interpretazione politica delle vicende europee occorre fare un passo indietro e andare a vedere alcuni dei concetti politici che stanno alla base delle analisi ordoliberali e che Wilhelm Röpke (soprattutto insieme ad Hayek) ha sviluppato ed espresso con maggiore chiarezza. Il concetto attorno cui ruota l’analisi e la progetto politico ordoliberale secondo Röpke è quello di “Terza via” (che non ha nulla a che vedere con quella di Tony Blair). Il concetto di “Terza via” viene delineato a partire dall’interpretazione e dalla valutazione fornita da Röpke delle vicende del pensiero politico moderno. 

Rispetto a cosa si presenta come alternativa? Da un lato rispetto alle risposte più o meno totalitarie alla crisi e dall’altro rispetto a quello che viene definito il “cattivo pluralismo”. Responsabile del primo genere di risposta (quella che vede nell’intervento statale la soluzione) è il cosiddetto “razionalismo costruttivista”, di matrice hobbesiana. Questo vede come principali attori della politica moderna gli individui e lo Stato costruito mediante il dispositivo razionale del contratto. Tale versione hobbesiana del razionalismo sfocia negli esiti assolutistici prima e in quelli totalitari poi, per via di una serie di errori di valutazioni compiuti dalla ragione moderna che, nel suo afflato costruttivista pretende di poter costruire un ordine determinista. 

Dall’altro lato abbiamo invece il “cattivo pluralismo” come risultato anarchico e caotico proprio delle tendenze liberali: laddove gli individui sono abbandonati al liberismo selvaggio del mercato il risultato non potrà che essere disastroso. Per riassumere, il concetto di “Terza via” prende corpo a partire da una precisa valutazione politica delle logiche di cui sono portatori i due attori principali individuati dal pensiero politico moderno: l’individuo e lo Stato. Quest’ultimo se privo di controlli e limiti produce totalitarismo nelle sue molteplici declinazioni. Quando invece sono gli individui a disporre di infinita libertà, i risultati catastrofici saranno altrettanto inevitabili. 

A questo punto interviene la “terza via” [tra il liberalismo nella versione del laissez faire e il collettivismo socialista, Ndr] che delinea la possibilità di ordine sociale che si sviluppi all’insegna di quello che Röpke chiama un “pluralismo sano”. Questo concetto si basa su una teoria della società articolata in cerchie diverse (giuridica, politica ed economica) ognuna delle quali è inestricabilmente connessa alle altre. La pluralità di ambiti in cui si articola l’esistenza sociale dell’uomo è portata ad unità mediante il concetto di sussidiarietà (mutuato dall’enciclica sociale Quadragesimo anno promulgata da Pio XI nel 1931) che non assegna un ordine gerarchico alla relazione tra tali cerchie. L’articolazione sociale è data da un lato dalla connessione reciproca dell’ambito economico, politico e giuridico e dall’altro dall’assenza di un primato assiologico e ontologico di una cerchia sulle altre. Sfere non sovrapponibili, non riducibili ad una sfera fondamentale e decisiva (elemento antimarxista dell’ordoliberalismo) e in constante relazione reciproca.

Come si configura quindi l’azione di governo all’interno della concezione della società che è alla base dalla “terza via”? Mediante la nozione di interventismo liberale
Lo Stato si impegna a fornire un quadro giuridico, ossia un ordine di regole originarie attraverso cui l’economia di mercato (ossia il regime dei prezzi) possa funzionare secondo giustizia e in modo conforme alla natura umana (Röpke, Eucken). Lo Stato non interviene, in senso stretto, nella sfera economica. Non si può dire che la costituzione giuridico-politica guidi il mercato, perché in tal caso si ricadrebbe nelle svariate forme di dirigismo e interventismo economico. Non si può nemmeno optare per il disinteresse verso la sfera economica, impossibile tra l’altro visto e considerato il rapporto che lega le tre sfere. La politica, sostengono gli ordoliberali, deve influenzare l’economia istituendo uno spazio giuridico di regole, un ordine appunto, in cui il mercato possa evolvere secondo natura (regime di perfetta concorrenza e stabilità monetaria) e giustizia. Il giuridico non è determinato come sovrastruttura dall’economico. Il giuridico da invece forma all’economico che non sarebbe ciò che è senza il giuridico. La dimensione economica si caratterizza quindi come insieme di attività regolate. A questo punto gli ordoliberali possono dire che il mercato non è un dato naturale, in natura non troveremo mai un mercato in cui vige un regime concorrenziale sano e scevro di monopoli. Sarebbe un’ingenuità naturalista credere nella sua esistenza. L’ordine giuridico-economico, l’ordo che lo Stato deve istituire, gestire e proteggere, svolge la cruciale funzione di rendere possibile un’economia di mercato ed insieme ad essa lo spazio adeguato all’esercizio della libertà economica. Il governo deve essere quindi attivo e vigile.

Non avendo tempo e spazio a sufficienza per analizzare i diversi ambiti e modalità in cui si declina l’azione di governo ordoliberale (come i monopoli e la politica sociale) mi soffermerò solo su quello che ritengo particolarmente esemplificativo nell’economia di questa relazione ossia la teoria delle azioni conformi

Questa si trova formulata in un testo di Walter Eucken intitolato Grunsätze der Wirtschaftspolitik (1952) che rappresenta a suo modo il contraltare pratico di un altro suo testo più teorico Die Grundlagen der Nationalökonomie (1939). Cosa sostiene la teoria in questione? Che il governo deve essere vigile e attivo in due modi: mediante due generi di azioni: azioni regolatrici e azioni ordinatrici. Partiamo dalle prime. Le azioni regolatrici, sostiene Eucken, non avranno come loro oggetto i meccanismi e le dinamiche dell’economia di mercato bensì le condizioni di possibilità del mercato. In questo passo emerge chiaramente la formazione neokantiana di Eucken. Cosa significa agire sulle condizioni del mercato? Significa individuare, accettare e lasciar funzionare le tre tendenze fondamentali del mercato allo scopo favorirle e farle agire al meglio. Le azioni regolatrici si faranno carico quindi della tendenza alla riduzione dei costi, alla riduzione del profitto d’impresa, alla riduzione dei prezzi mediante miglioramento della produzione. In sintesi, per Eucken questo genere di azioni di governo avrà come obiettivo la stabilità dei prezzi intesa non come fissità ma come controllo dell’inflazione. Tutti gli obiettivi diversi da questo non potranno che essere secondari. Il mantenimento del pieno impiego, la conservazione del potere d’acquisto o l’equilibrio nella bilancia dei pagamenti non dovranno diventare obiettivi primari. 

Di quale genere di mezzi si posso avvalere le azioni regolatrici
Principalmente della politica del credito (tasso di sconto*) e dell’abbassamento moderato della fiscalità evitando accuratamente misure come fissazione dei prezzi, sostegno a precisi settori di mercato, creazione sistematica di posti di lavoro e investimenti pubblici. Obiettivo primario è la stabilità dei prezzi. 

Passiamo ora al secondo tipo di azioni di governo delineato da Eucken, le azioni ordinatrici. Queste intervengo sulle condizioni strutturali del mercato, sulle sue condizioni di esistenza ossia le sue condizioni “quadro”. Come vi avevo detto per gli ordoliberali il mercato è un meccanismo complesso e sicuro a condizione che funzioni a dovere senza che dinamiche estranee intervengano a turbarlo inceppandone il funzionamento. Le azioni ordinatrici definiscono quella che Eucken definisce una politica di quadro
Per illustrarvi cosa sia una politica di quadro userò l’esempio adottato da Michel Foucault nelle sue lezioni che mi sembra particolarmente adatto al riguardo e ci permette anche di osservare all’opera la teorie ordoliberale nel processo di integrazione europea. 

Nel 1952 Eucken si chiese come far funzionare secondo i termini dell’economia di mercato l’agricoltura europea, fino ad allora caratterizzata da una serie di spazi più o meno protetti da dazi doganali. Cosa deve fare in tal caso una politica di quadro? Non agire sui prezzi o determinati settori. Per far nascere un’agricolture europea di mercato occorre agire non su dati immediatamente economici ma su elementi di quadro come la popolazione (troppo elevata la quota impegnata in agricoltura), il livello e la diffusione di nuove tecniche e strumenti, la formazione degli agricoltori, il regime giuridico e la disponibilità del terreno. Al limite sarebbe necessario agire anche sul clima. Queste sono per Eucken le condizioni quadro per lo sviluppo di un’agricoltura europea di mercato. Come vedete gli elementi quadro non sono direttamente economici ma rappresentano condizioni affinché un’economia di mercato con le sue leggi, le sue dinamiche possa instaurarsi e funzionare a dovere. Quanto più l’intervento sarà lieve e discreto a livello dei processi economici occorrerà intervenire, modificare e difendere quelle condizioni quadro (che abbiamo visto essere elementi tecnici, scientifici, giuridici, demografici) che saranno sempre più oggetto dell’azione del governo. Quello delineato da Eucken rappresentava a livello embrionale il piano Mansholt per il Mercato agricolo comune (1953 e 1968). Per riassumere: l’azione di governo si articola mediante azione regolatrici e conformi al fine di costruire un ordine concorrenziale di mercato che sia regolatore dell’economia.

A questo punto mi avvio alla fine della relazione. 
In conclusione vorrei tornare sull’orientamento politico dell’ordoliberalismo cercando di capire qual è stata la posta in gioco politica della sfida che l’ordoliberalismo si è trova ad affrontare sul piano teorico prima e sul piano pratico poi tra gli anni Trenta e gli anni Sessanta. Seguendo Foucault, possiamo sostenere che la Scuola di Friburgo ha giocato una duplice partita. Da un punto di vista più generale, che possiamo ragionevolmente dire “epocale”, gli ordoliberali si sono confrontati con il problema della sopravvivenza del capitalismo, insorto dopo la Prima Guerra mondiale e le crisi economiche seguenti. Questa problema ha interessato in un modo o nell’altro tutti gli economisti, politici, filosofi e sociologi che si sono trovati a fare i conti con il proprio tempo tra i due conflitti mondiali. Gli ordoliberali si sono impegnati nello specifico a dimostrare come la logica economica propria del capitalismo non fosse intrinsecamente contraddittoria o irrazionale nel suo complesso ma che la crisi riguardava una particolare declinazione storica e istituzionale del capitalismo. Questi autori hanno voluto dimostrare che il capitalismo poteva sopravvivere a patto di elaborare una nuova forma economico-istituzionale che mostrasse come la logica del mercato, la concorrenza fosse possibile e non contraddittoria all’interno di nuovo un quadro istituzionale e giuridico. 

In secondo luogo ha pensato le condizioni affinché la Germania uscita dalla Seconda Guerra mondiale potesse legittimarsi come nuovo stato davanti al mondo e ai suoi futuri cittadini. A partire da cosa edificare un nuovo stato partendo dalla situazione di uni stato inesistente, da ricostruire e che aveva perso i suoi storici diritti politici? Gli ordoliberali che collaborano con Adenauer ed Erhard risposero o meglio resero possibile l’elaborazione della soluzione che verrà adottata: il nuovo stato tedesco fonderà la sua legittimità a partire dall’economia di mercato e dalla sua crescita. La Repubblica Federale Tedesca si legittima come quello stato che produce, riconosce e difende la libertà economica. Solo uno stato che lascia spazio alla libertà e alla responsabilità dei suoi cittadini può parlare a nome del popolo. Il nuovo stato parlerà e si baserà sul consenso di imprenditori, investitori e sindacalisti, soggetti che nella misura in cui accettano di giocare il gioco economico del mercato e della libertà producono consenso e legittimità politica».

* Fonte: Pandora

giovedì 17 marzo 2016

VON HAYEK E LE ORIGINI DEL NEOLIBERISMO di Luciano Gallino

[ 17 marzo ]

Nella foto: Reagan e Von Hayek

«Quando apro le finestre al mattino, di questi giorni, lo sguardo mi cade inevitabilmente sul Mont Pélerin, al di là del lago. È una montagnola svizzera a pochi chilometri da Montreux, nota sin dagli anni Venti per i buoni alberghi e il clima mite. È anche il luogo da cui ha avuto inizio, con la fondazione della Mont Pélerin Society (Mps) nel 1947, la lunga marcia che ha portato il neoliberalismo a conquistare un’egemonia totalitaria sull’economia e la politica dell’intera Europa. Con le drammatiche conseguenze di cui facciamo ancor oggi esperienza. 

Gramsci avrebbe trovato di grande interesse la strategia adottata dalla Mps per conquistare l’egemonia, intesa nel suo pensiero come un potere esercitato con il consenso di coloro che vi sono sottoposti. Anziché costituire l’ennesima fondazione o un think tank specializzato nel promuovere questo o quel ramo dell’economia, Mps scelse di costruire su larga scala un “intellettuale collettivo”.

Quando Friedrich von Hayek nel 1947 chiamò a raccolta un piccolo gruppo di economisti e altri intellettuali (tra cui Maurice Allais, Walter Eucken, Ludwig von Mises, Milton Friedman, Karl Popper) per fondare la Mps, i convenuti erano soltanto 38, per la maggior parte europei. Alla fine degli anni ‘90 erano diventati più di mille, sparsi in tutto il mondo, sebbene la maggioranza continuasse a provenire dall’Europa.


Radicato per lo più nell’accademia, questo intellettuale collettivo non redasse ambiziosi manifesti programmatici (gli “intenti” formulati nel ’47 al momento della fondazione sono una paginetta piuttosto banale, che si può leggere anche oggi identica sul sito della Mps), o grandi progetti di riforme istituzionali. Produsse invece migliaia di saggi e di libri, non pochi di notevole livello, che ruotano tutti intorno ai temi che per i soci della Mps erano e sono l’essenza del neoliberalismo: la liberalizzazione dei movimenti di capitale; la superiorità fuor di discussione del libero mercato; la categorica riduzione del ruolo dello Stato a costruttore e guardiano delle condizioni che permettono la massima diffusione dell’uno e dell’altro.

Grazie a questo immenso e capillare lavoro, verso il 1980 le dottrine economiche e politiche neoliberali avevano occupato tutti gli spazi essenziali nelle università e nei governi. Non è stata ovviamente soltanto la Mps a spendersi a tal fine, ma il suo ruolo è stato soverchiante. Non esagerava uno storico del pensiero neo-liberale (Dieter Plehwe) quando definì la Mps, anni fa, «uno dei più potenti corpi di conoscenza della nostra epoca».


Peraltro i soci non si sono limitati a pubblicare articoli e libri. Molti di loro sono giunti a occupare posizioni centrali nell’apparato governativo dei maggiori paesi. Ai tempi della presidenza Reagan ( 1981-88), su una ottantina di consiglieri economici del presidente più di un quarto erano della Mps. Le liberalizzazioni finanziarie decise dal governo Thatcher nella prima metà degli anni ‘80, che hanno cambiato il volto dell’economia britannica, furono elaborate in gran parte dall’Institute of Economic Affairs, una filiazione della Mps fondata e diretta da due soci, Antony Fisher e Ralph Harris. I vertici dell’industria francese e tedesca sono sempre stati numerosi nelle fila della Mps, intrattenendo stretti rapporti con i soci provenienti dal mondo politico.

Di rilievo è stata la partecipazione italiana alla Mps. Tra i suoi primi soci vi è stato Luigi Einaudi. Due italiani sono stati presidenti: Bruno Leoni (1967-68) e Antonio Martino (1988-1990) che figura tuttora fra i soci, accanto a (salvo errore), Domenico da Empoli, Alberto Mingardi, Angelo Maria Petroni, Sergio Ricossa.

Due caratteristiche segnano fortemente l’egemonia della Mps sulla cultura e la prassi economico-politica degli Stati europei a partire dagli anni ’80. 

La prima è la dismisura della vittoria su ogni altra corrente di pensiero —specie in economia. Il keynesismo, fin dalle origini l’arcinemico dalla Mps, è stato ridotto all’insignificanza, e con esso quello di Schumpeter, di Graziani, di Minsky. Sopravvivono qui e là in qualche dipartimento universitario, ma nella politica economica della UE contano zero. A forza di liberalizzazioni ispirate dalla cultura Mps, il sistema finanziario domina la politica non meno dell’economia — come ha dimostrato per l’ennesima volta il caso greco. I sistemi pubblici di protezione sociale sono in corso di avanzata demolizione: non servono, anzi sono nocivi, poiché ciascun individuo, secondo la cultura neoliberale, è responsabile del suo destino. La scuola e l’università sono state riformate, a partire dalla Germania per finire con l’Italia, in modo da funzionare come aziende. Wilhelm von Humboldt si starà rivoltando nella tomba.

La seconda caratteristica della cultura economica neoliberale formato Mps è la sua inverosimile resistenza alle pesanti confutazioni che la realtà le infligge da almeno 15 anni. I primi anni 2000 hanno visto il crollo delle imprese dot.com, glorificate dagli economisti neolib, che in nove casi su dieci erano trovatine su cui le borse, in nome dell’ipotesi che i mercati sono sempre efficienti, scommettevano miliardi di dollari. I secondi anni 2000 hanno invece assistito al quasi crollo dell’economia mondiale, minata dalla finanza basata deliberatamente su milioni di mutui ipotecari che le famiglie non avevano i mezzi per ripagare.

Dopo il 2010, gli economisti neoliberali e i politici da loro indottrinati hanno imposto alle popolazioni della UE le politiche di austerità, rivelatesi un fallimento totale a giudizio dei loro stessi promotori. In sintesi, gli economisti formato Mps hanno predisposto i dispositivi che hanno prodotto la grande crisi; non l’hanno vista arrivare; non hanno saputo spiegarla, e hanno proposto rimedi che hanno peggiorato la situazione. Ad onta di tutto ciò, continuano a occupare il ponte di comando delle politiche economiche della UE.

Se uno potesse chiedere a Gramsci come mai le sinistre europee comunque denominate, a cominciare da quelle italiane, sono state travolte senza opporre resistenza dall’offensiva egemonica del neoliberismo partita nel 1947 dal Mont Pélerin, forse risponderebbe «perché non li avete saputi imitare». Al fiume di pubblicazioni volte ad affermare l’idea dei mercati efficienti non avete saputo opporre niente di simile per dimostrare con solidi argomenti che i modelli con cui si vorrebbe comprovare tale idea si fondano su presupposti del tutto inconsistenti.

Inoltre, proseguirebbe Gramsci, dove sono i vostri articoli e libri che rivolgendosi sia agli esperti che ai politici e al largo pubblico si cimentano a provare ogni giorno, con solidi argomenti, la superiorità tecnica, economica, civile, morale della sanità pubblica su quella privata; delle pensioni pubbliche su quelle private, a fronte degli attacchi quotidiani alle prime dei media e dei politici, basati in genere su dati scorretti; dello Stato sulle imprese private per produrre innovazione e sviluppo, oggi come in tutta la seconda metà del Novecento; dell’importanza economica e politica dei beni comuni sull’assurdità della privatizzazioni?

Poiché la natura ha orrore del vuoto, il vuoto culturale, politico, morale delle sinistre è stato via via riempito dalle successive leve di lettori, elettori, docenti, funzionari di partito e delle istituzioni europee, istruite dall’intellettuale collettivo sortito dalla Mps. Il consenso bisogna costruirlo, e la MPS ha dimostrato di saperlo fare. Le sinistre non ci hanno nemmeno provato».


* Fonte: MicroMega

venerdì 2 ottobre 2015

DICONO: "USCIRE DALLA GABBIA DELL'EURO DA SOLI NON SI PUÒ", BEH, ALLORA LASCIAMO PERDERE di Sergio Cesaratto

[ 2 ottobre ]

«Mitterand stesso ebbe a dichiarare: “In economia ci sono due soluzioni. O sei un Leninista. O tu non cambierai nulla”».

Consigliamo i nostri lettori di leggere, anzi di studiare, con tutta l'attenzione che merita, questo contributo di Cesaratto, una delle menti più lucide che possiede la sinistra italiana. La denuncia dell'Europa vonhayekiana e liberista, una critica sferzante all'utopia di "un'altra Europa è possibile", ma anche una frustata al "Piano B" di quella che abbiamo amichevolmente chiamato "Banda dei quattro"  (Varoufakis, Lafontaine, Melanchon e Fassina), per cui "nessun paese può salvarsi da solo". Una tesi quest'ultima, che finisce per disarmare le opposizioni popolari e democratiche. Una tesi che ha due succedanei: la proposta di "Alba Mediterranea" (Vasapollo), nonché dell'altra che "non è possibile il keynesismo in un solo paese" (vedi l'intervento Screpanti al nostro seminario di Castiglione del Lago). Siamo d'accordo con Sergio Cesaratto: i perimetri politici nazionali sono i soli in cui, realisticamente, i popoli possono riscattare la loro sovranità e liberarsi dal gabbia dell'euro e del capitalismo-casinò.


C’è vita a sinistra, afferma (non si domanda) perentorio il manifesto aprendo uno stanco dibattito dominato dal pensiero unico di un gruppo di soliti noti —lo dico con il rammarico dell’antico militante di quel gruppo e quotidiano. Fuori dal coro solo l’intervento di Stefano Fassina e quello del prof. Luciano Canfora che si è posto grandi e importanti domande. Gli altri contributi non varrebbe neppure la pena discutere.

L’astuto Hayek e l’europeismo ingenuo
Von Hayek


La maggior parte si crogiola tenacemente nell’idea della riformabilità dell’Europa mentre si indigna al solo sentir parlare di riconquista della sovranità democratica nazionale. Riferendosi a un saggio dell’iperliberista (ma astuto) Friedrich Hayek, Oskar Lafontaine ha spiegato poche settimane fa perché un’Europa politica e dunque solidale non può esistere:

«Già nel 1976 [sic, 1939 in realtà] il maestro di questa ideologia, Friedrich August von Hayek, ha dimostrato in un suo articolo che ha avuto una profonda influenza che il trasferimento di autorità sul piano internazionale apre chiaramente la strada per il neoliberismo. Ed è per questo che l’Europa del libero mercato e di scambio non regolamentato dei capitali non è mai stato un progetto di sinistra».
Ci piace pensare che quanto avevamo scritto poche settimane prima (anche in inglese) abbia avuto un’influenza su questa opinione.
Scrivevamo infatti che un argomento dirimente per dimostrare che un’Europa politica è pur possibile, ma solo con uno Stato minimale, viene da un vecchio saggio di Hayek del 1939. La sua argomentazione è che una federazione fra nazioni economicamente e culturalmente disomogenee (si potrà poi ragionare sull’importanza relativa dei due aggettivi) e che controlli un cospicuo ammontare di risorse, non potrà durare a lungo. Essa si fratturerà presto sui criteri di distribuzione delle risorse e/o del potere di allocarle. La fine dell’ex-Yugoslavia è l’esempio più evidente. E basti guardare a quello che succede in questi giorni (luglio 2015). Che legittimazione avrebbe un’autorità federale europea di andare contro la volontà di molti paesi di non aiutare la Grecia a sollevarsi? Non sarebbe neppure troppo democratico, a ben vedere. Questo pone la parola fine al sogno dei più tenaci europeisti per cui il problema dell’euro si risolverebbe completando l’unione monetaria con l’unione politica. Dalla padella nella brace verrebbe da dire.

L’astuto Hayek precisa che politicamente sostenibile sarebbe invece uno Stato federale “leggero”, che abbia poco o nessun potere redistributivo e che si occupi solo di regolamentare i mercati e poco altro. Esso sarebbe non solo possibile, ma desiderabile. Per un liberista, naturalmente, non certo per un socialista. Non sorprende che, tanto per fare un esempio nostrano, i più ostinati federalisti italiani siano i radicali
[Pannella-Bonino, Ndr] tenaci liberisti in economia. E non è un caso che il Rapporto dei 5 Presidenti (Draghi, Junker ecc.) sulla riforma politica dell’UE si rifaccia fondamentalmente al modello Hayek: nessuna funzione fiscale perequativa a Bruxelles, banca centrale monetarista e limitazione all’autonomia degli Stati nazionali.
In tal modo si completerebbe il disegno hayekiano che svuota del tutto gli Stati nazionali dei poteri monetari e fiscali, privando le classi lavoratrici nazionali del loro terreno naturale di conflitto: il proprio Stato nazionale. La democrazia si riduce così alle lotte per le libertà civili, coerentemente ritenute centrali dai radicali (il resto la fa il mercato). Si completa così anche la globalizzazione: non solo il capitale si sottrae al conflitto delocalizzando, ma anche lo Stato si fa evanescente —di esso rimane solo il sorriso beffardo del gatto di Alice lassù da Bruxelles.
Naturalmente l’indefesso internazionalista ci dirà che a fronte della globalizzazione di Stato e capitale, anche il lavoro si deve internazionalizzare e creare fronti sovra-nazionali. La storia è tuttavia parca di esempi in questa direzione. L’intreccio fra lotte per l’indipendenza nazionale e per il socialismo è invece un classico della storia del movimento operaio.

L’indefesso keynesiano di sinistra (utopista o liberal-socialista) ci dirà che, potenzialmente, i lavoratori dei diversi paesi hanno tutti interesse a politiche espansive, in particolare quelli tedeschi a politiche di sostegno ai salari, sì da far svolgere a quel paese un ruolo di traino della domanda aggregata in Europa. Questo allevierebbe le problematiche della moneta unica. Potenzialmente, appunto. Come vedremo più avanti, già negli anni 1970 la sinistra del Labour inglese criticava posizioni che facevano leva su congiunzioni astrali per cui governi progressisti e keynesiani si trovano al potere allo stesso tempo. Su questo non si può fare affidamento —ammesso e non concesso che difficoltà non possano scaturire anche fra governi progressisti di paesi disomogenei.
La vicenda greca impone che la sinistra prenda coscienza delle ragioni profonde della crisi europea, e smetta di attribuirla a una generica tecnocrazia neoliberista. Vi sono ragioni materiali per cui questa è l’unica Europa possibile ed è quella che le élite desiderano, avvantaggiandosi anche dell’ingenuo europeismo della sinistra. Come Hayek aveva ben colto, il federalismo è la Mecca dei liberisti (e dovrebbe essere anatema per i socialisti). Questo non implica l’abbandono dell’idea della fratellanza fra i popoli. Attenzione però al fondamentalismo utopico: è di un vecchio e colto amico de il manifesto (quando non ospitava gli zombie), Danilo Zolo, ricordare la massima di Proudhon, “Chi dice umanità cerca di ingannarti” —questo ce lo dobbiamo ricordare anche sulla questione immigrazione, basti pensare il cinismo con cui si è parlato di allentamento dei vincoli fiscali europei per i paesi europei che avessero accolto un congruo ammontare di migranti, un segno di disprezzo per i milioni di disoccupati dell’Europa periferica.

L’affermazione di Corbyn: l’ennesima illusione?


Queste cose ce le siamo dette, ma qual è l’alternativa che proponiamo? Certamente la vittoria di Corbyn alla leadership del Labour Party dimostra che a sinistra c’è vita, peraltro chi ha mai dubitato che le “idee di rivolta non muoiono mai”? Il quesito che si pone alla sinistra laddove abbia prospettive di governo —ça va sans dire che in Italia siamo anni luce da questo— è “per fare cosa?”

Al riguardo, un recente bel saggio su ottima rivista della sinistra americana articola un confronto fra la capitolazione di Tsipras e quella di Mitterand nel 1981-82, ambedue guarda caso alla Germania. Ora la Francia non è la piccola e disgraziata Grecia, ma a maggior ragione il parallelo si fa interessante. Mitterand andò al potere su un programma molto avanzato di nazionalizzazioni, redistribuzione e sostegno alla domanda aggregata. Un programma keynesiano insomma, ma con delle ambizioni socialiste. La mancata cooperazione economica da parte dei partner, Germania in primis, che perseguivano politiche di rigore, pose fine all’esperimento. La questione è semplice: qualunque paese che autonomamente decidesse di crescere di più sostenendo la domanda interna, per esempio accrescendo salari e spesa sociale, incorrerebbe rapidamente in problemi di bilancia dei pagamenti. Questo puntualmente accadde in Francia. Con una delle innumerevoli giravolte che lo contraddistinsero, il Presidente francese si convertì al rigueur decidendo di mantenere la partecipazione della Francia al Sistema Monetario Europeo (l’antesignano dell’euro) e da allora quel paese è diventato la dama di compagnia di Fraulein Deutschland che conosciamo. Se il coraggio di andare per la propria strada mancò alla orgogliosa e avanzata Francia, certo le cose sono state ben più difficili per la povera Grecia. 

Si dice che il leader inglese Corbyn provenga dalla tradizione della sinistra labour che fu di Tony Benn, Michael Foot, Ken Livingstone (qui). Anche quella sinistra, con Tony Benn ministro dell’industria, si trovò al governo. Le difficoltà al suo programma radicale di politica industriale (qui) provennero allora dalla stessa destra laburista. L’Alternative Economic Strategy (AES) è fatta di controlli, in primis sui movimenti di capitale (ma qui persino il FMI accondiscende in certe condizioni), ma anche e soprattutto delle importazioni.[2]

L’Alternative Economic Strategy
Bob Rowthorn

Bob Rowthorn (università di Cambridge), uno dei più influenti economisti eterodossi degli anni 1980, membro del Partito comunista inglese, in due attualissimi articoli (1980 e 1981) spiega e difende la AES rivendicandone il carattere nazionale sulla base dell'argomento di buon senso che giustizia, lavoro e benessere nel proprio paese non possono attendere che governi di sinistra si instaurino anche in altri paesi. Questo dimostra anche che la sovranità sul tuo proprio Stato è pregiudiziale a qualsiasi speranza di cambiamento, alla faccia degli europeisti di sinistra che inflazionano il pensiero unico de il manifesto.[3] Osservando preliminarmente come la AES prevedesse l’uscita del Regno Unito da quello che allora si chiamava Mercato Comune Europeo (che ostacola l’intervento pubblico nell’industria) (1981: 1), Rowthorn ci sembra ben anticipare i termini del dibattito corrente, un de te fabula narratur:

«The crisis which is affecting millions of British people is upon us now. If the left is to exploit the present situation, it must have a programme which offers these people some hope, and it must think in terms of something more practical than a European or world revolution. Those who attack a national strategy for socialism in Britain as doomed to failure, and call for a European or world revolution, may sound very revolutionary. But in fact theirs is a doctrine of despair, and however much their views may inspire a small vanguard of sympathisers, they can only breed demoralisation amongst the mass of workers to whom they offer nothing». (1980: 3).
Più crudo di così…

Fra Mitterand e Lenin
Francois Mitterand

Che tutto questo sia difficile, forse ancor più difficile oggi che alcuni decenni fa, siamo d’accordo.[4] Il perseguimento di strade nazionali si scontra sia col capitale nazionale che con quello internazionale, e necessita un sostegno ampio delle masse popolari (si vedano le belle conclusioni del saggio su Mitterand e anche analoghe riflessioni di Rowthorn 1980 e 1981). Ma ci sono alternative? 
Che in nome di utopie internazionaliste senza alcun fondamento ci si rifiuti persino di intraprendere una difficile strada di ricerca di strade alternative è colpevole (oltre che stupido). Mitterand stesso ebbe a dichiarare: “In economia ci sono due soluzioni. O sei un Leninista. O tu non cambierai nulla”. 

Oggi non si tratta di dividersi se Tsipras sia o no un traditore o un opportunista o quello che si vuole. Questo è irrilevante. La questione è constatare freddamente la sfida enorme che un governo di sinistra si trova di fronte, l’altro ieri Mitterand, ieri Tsipras, domani Corbyn (o Fassina)?

La mancata determinazione a percorrere una strada radicale non può non essere stata negativamente influenzata dal fallimento del socialismo reale su cui non v’è riflessione alcuna e su cui a sinistra si è steso un telo, non pietoso ma pavido. La crisi della sinistra si identifica per molti versi con la crisi dell’idea stessa di socialismo, dopo il crollo del socialismo reale.[5] Per contro v’è un “capitalismo scatenato”, come lo definì un altro indimenticato economista inglese Andrew Glyn, che, sebbene ben lungi dal funzionare senza problemi —basti ricordare la problematica della stagnazione secolare—, appare dominare incontrastato con una crescente, disgustosa e spudorata diseguaglianza accompagnata dall’abbattimento dei diritti sociali e politici.[6] La violenza del capitalismo si manifesta sfacciatamente anche verso l’ambiente. Si presti attenzione che il “capitalismo scatenato” si contrappone al capitalismo regolato degli anni d’oro 1950-1970 quando la sfida socialista era ben viva imponendo al capitalismo un comportamento più improntato alla giustizia sociale, come anche la sinistra buonista con ritardo riconosce nelle proprie riviste. Piaccia o non piaccia, si è trattato dell’epoca più felice e piena di speranze per interi popoli mai verificatasi nella storia umana, sia da noi che nei paesi più poveri.[7] Ora abbiamo un capitalismo al contempo in crisi perenne e clamorosamente vittorioso.[8]

Il crollo del socialismo reale ha dunque al contempo consentito lo scatenamento di un capitalismo barbaro e l’indebolimento delle capacità di reazione della sinistra.
E tempo che la sinistra riprenda la sfida alla barbarie del capitalismo iperliberista. Comprendere che le istituzioni sovranazionali sono spesso un suo strumento per svuotare le democrazie nazionali (qui) è un primo passo, il più banale peraltro. 

C’è una reticenza, al riguardo, nel noto e meritorio documento Piano B sottoscritto a Parigi anche da Fassina, anzi in un certo senso un passo indietro rispetto a quanto qui argomentato laddove si afferma che: “Nessun paese europeo può operare per la propria liberazione in modo isolato. La nostra visione è internazionalista”. A me sembra che ciò che degli autentici internazionalisti devono sottoscrivere è una dichiarazione di sostegno a governi di sinistra che si vedessero costretti, com’è probabile, a muoversi in autonomia avendo contro il capitale nazionale e internazionale.[9] Ma questi sono problemi relativamente semplici a risolversi, una volta compresi.

Così come non mi fascerei la testa di fronte alla difficoltà di determinare come potrebbe avvenire una dissoluzione dell’euro o una uscita unilaterale. Questa può avvenire solo in seguito a una radicalizzazione della situazione, ovvero a una rivolta popolare contro politiche che non danno prospettive di lavoro e benessere. Queste fasi sono drammatiche per definizione, il punto è la volontà popolare di affrontarle. Il referendum greco ha dimostrato come una stragrande maggioranza della popolazione possa essere pronta a farlo (e per un paese povero le cose sono ben più difficili). Il nostro compito è portarla a questo grado di consapevolezza ed esasperazione. “Loro” cercheranno in tutti i modi di evitare questa drammatizzazione.

Costruire una alternativa è la vera sfida. Credo che la priorità sia il tema dell’occupazione, della piena occupazione, tema su cui bisogna battere senza sosta prima e sopra ogni altro (come tipicamente non fa la sinistra). Solo così si può conquistare il consenso. Poi va impostata una ricerca sistematica sulla problematica del socialismo. Sia il capitalismo di Stato, sperimentato in occidente, che il socialismo reale, hanno incontrato seri problemi di inefficienza, corruzione e quant’altro. Quelli della pianificazione o, nella versione occidentale, della programmazione sono tematiche abbandonate da tempo. Il capitalismo scatenato rivendica una propria vittoria sul piano dell’innovazione tecnologica: è proprio così? E se è così, è davvero una battaglia perduta? 

Ma su tutte v’è la domanda se un paese può davvero oggi andare per proprio conto, date le relazioni economiche con l’estero diventate sempre più complesse e l’assenza di un blocco economico socialista su cui l’AES faceva per esempio affidamento. Se non è così, beh allora lasciamo perdere.

Personalmente credo che solo se la sinistra decide di affrontare a viso aperto queste sfide, che sono inscindibilmente politiche e intellettuali, potrà dimostrarsi viva. Sennò rimarrà una agglomerato marginale di anime belle votato a presunte nobili battaglie, a cui la maggioranza dei suoi concittadini sono in genere estranei, e ad altrettanto ignominiose sconfitte. Inutile polvere di storia.

Principali riferimenti bibliografici

Birch, J. (2015) https://www.jacobinmag.com/2015/08/francois-mitterrand-socialist-party-common-program-communist-pcf-1981-elections-austerity/
Cesaratto, S. (2014) http://www.asimmetrie.org/working-papers/wp-201502-fra-marx-e-list-sinistra-nazione-e-solidarieta-internazionale/
Cesaratto, S. (2015) http://www.asimmetrie.org/working-papers/wp-201508-alternative-interpretations-of-a-stateless-currency-crisis/
Panitch, L. (2015) https://www.jacobinmag.com/2015/09/jeremy-corbyn-benn-miliband-leadership-election/
Pivetti, M. 1978. "Il controllo delle importazioni nell'impostazione del Cambridge Economic Policy Group", Note Economiche, n. 4, 1978.
Ramanan (2013) http://www.concertedaction.com/2013/04/25/nicholas-kaldor-on-floating-exchange-rates/
Rowthorn, R. (1980)https://www.marxists.org/history/etol/newspape/isj2/1980/no2-008/rowthorn.html
Rowthorn, R. (1981)http://www.amielandmelburn.org.uk/collections/mt/pdf/81_01_04.pdf
Sundaram, J.K. e Popov V. (2015) http://wpfdc.org/blog/economics/19430-income-inequalities-in-perspective

NOTE

[1] Ho preparato queste note per un dibattito con Giorgio Cremaschi a una festa anti-fascista a Brescia il 18 settembre 2015. Non avrei mai scritto queste cose se non avessi avuto dei grandi maestri. Pierangelo Garegnani (1930-2011) che da subito ci fece studiare l’esperienza del governo Mitterand, più sotto ricordata, oltre ad incitarci a occuparci di temi concreti, lui il massimo dei teorici economici. E Massimo Pivetti, fra i primi allievi di Garegnani, l’esponente italiano dell’Alternative Economic Strategy (Pivetti 1978) più sotto richiamata, oltre che fra i più noti e rigorosi economisti eterodossi del mondo. Da loro ho appreso che fu la sfida del socialismo reale a rendere il capitalismo più umano, sino a che durò, e che la disoccupazione è il maggiore fattore disciplinante dell’economia di mercato. L’ho appreso 35 anni fa. Ringrazio G. Bergamini, M. D’Antoni e L. Turci per alcuni puntuali commenti.
[2] Gli estensori dell’AES ritenevano, presumibilmente, che la flessibilità del cambio non sarebbe stata sufficiente ad assicurare il pareggio dei conti esteri a fronte di politiche interne espansive e che, inoltre, un deprezzamento del cambio avrebbe avuto effetti negativi sui salari deprimendo sia i consumi interni che il consenso popolare al governo di sinistra. Del resto anche Kaldor, l’economista più influente e prestigioso della sinistra labour era divenuto negli anni più scettico sugli effetti risolutivi di una svalutazione della sterlina (qui).
[3] (Rowthorn 1980: 2).
[4] L’AES faceva affidamento, per esempio, sul commercio col blocco socialista che avrebbe certamente guardato con interesse ad accordi con paesi tecnologicamente avanzati come Regno Unito e Francia. Il governo Tsipras, com’è noto, ha avvicinato i cosiddetti BRICS per un eventuale sostegno in caso di rottura con l’UE. Le versioni su questo come su altri aspetti della vicenda greca sono varie (la mossa fu solo strumentale senza crederci molto; sono stati i BRICS a defilarsi ecc.). Di certo i BRICS costituiscono un interlocutore meno affidabile dell’allora blocco socialista.
[5] La crisi del socialismo reale può essere fatta risalire ad almeno due importanti fattori: a) l’indisciplina e l’assenza di incentivi all’impegno lavorativa in società in cui il lavoro è garantito; e b) le difficoltà proprie alla pianificazione economica (a uno studio superficiale non sorprendono le inefficienze quanto che apparati così dirigistici potessero addirittura marciare).
[6] Una costante banalità “di sinistra” è che il capitalismo sia in crisi, e dunque stia sul procinto di crollare. Se prendete un volantino dell’estrema sinistra di qualunque decennio (1950, 1960, ecc), il capitalismo è definito in crisi, non c’è mese o giorno in cui non sia stato definito in una crisi esiziale. In effetti non è sbagliato dire che il capitalismo sia costantemente in crisi: non può che essere in così in un sistema in cui domina la diseguaglianza che ha per conseguenza un problema di domanda aggregata, di sbocchi per la produzione. Questo è vero anche oggi, soprattutto oggi che la diseguaglianza è aumentata drammaticamente, tant’è che gli economisti borghesi parlano di “stagnazione secolare” (dov’è la domanda?). Ma gridare al capitalismo in crisi quasi stesse per crollare è dir nulla. Il punto è capire come il capitalismo di volta in volta reagisca al problema ella domanda aggregata (con le guerre, facendo indebitare il ceto medio o i paesi periferici e quant’altro).
[7] E’ vero che il “capitalismo scatenato” ha tirato fuori dalla povertà milioni di individui creando una classe media nei BRICS e persino nell’Africa subshariana, ma l’ha fatto senza creare quelle istituzioni di democrazia sociale e stabilità economica che avevano caratterizzato lo sviluppo europeo nel secondo dopoguerra, e anzi in buona misura al prezzo dello smantellamento del modello europeo sottoposto alla pressione della concorrenza della globalizzazione. I danni ambientali sono stati impressionanti.
[8] Come è stato notato: “Today, capitalism is the only ‘show in town’, and the main choice and debate is among varieties of capitalism, rather than between capitalism and some alternatives” (Sundaram e Popov 2015: 10). Mi sembra nostro compito cambiare questa situazione deprimente.
[9] Come mi ha fatto notare Massimo D’Antoni, l'idea che nessun paese si possa salvare da solo affermata nel documento di Parigi offre il fianco alla facile critica: se trovi le risorse di cooperazione per uscire bene dall'euro, troverai anche quelle per correggere l'unione monetaria senza uscire.  E in ogni caso solo una improbabile congiunzione astrale farà trovare governi di sinistra radicale al potere contemporaneamente nei grandi paesi.

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