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mercoledì 7 dicembre 2016

REFERENDUM: UN TERREMOTO DI CLASSE (e chi invece a sinistra continua come prima) di Michele Berti

[ 8 dicembre ]

Fiumi di inchiostro e bit stanno fluendo in questi giorni per giustificare, commentare, interpretare i dati dell'affluenza e del netto voto di bocciatura della riforma renziana. Le TV parlano del 40% di Renzi come se il giochetto delle elezioni europee non avesse insegnato nulla, il 60 % di No invece viene dato alle forze politiche populiste brutte e cattive.

E' veramente così? Io credo di no, credo che il voto abbia evidenziato, a seguito della personalizzazione che il premier ha impresso alla consultazione, la presenza di un blocco sociale che ormai non crede più nella narrazione dominante perchè la realtà quotidiana è diventata incompatibile con i numeri a zero virgola con cui vogliono convincerci che va tutto bene.

Il voto referendario ha fatto quello che i partiti da decenni non fanno, una seria analisi di classe della società. Guardando i dati di chi ha votato questo è chiaro, la maggioranza dei pensionati (che ricordo in Italia su 50 milioni di elettori contano circa il 21%) ha detto si ad un cambiamento della Costituzione. All'interno di tutte le altre categorie la vittoria del no è stata a volte schiacciante. Studenti, casalinge, dipendenti, lavoratori autonomi. Cosa significa? Significa che consapevolmente o inconsapevolmente Renzi ha risvegliato gli anticorpi di questa Repubblica, che si sono messi a valutare le politiche governative e a confrontarle con i dettami costituzionali, che hanno riscoperto il piacere del dibattito e il senso della nostra Costituzione, che non hanno paura di affermare e difendere il proprio spazio democratico.

Questo è il vero valore di questo voto.

Passo successivo, davanti a questa nitida fotografia del paese, con i suoi problemi e le sue pieghe fatte di disagio, disuguaglianza e povertà, le forze di sinistra guidate da vecchi astri e da giovani vecchi cestinano tutto e si spaccano in due o tre tronconi alla ricerca di un nuovo e anacronistico centrosinistra. Più o meno centro. Più o meno sinistra.

Non hanno capito che questa vittoria ha tracciato si, uno spaccato del popolo italiano, ma che è in tutto e per tutto legata alla Costituzione?

Partono quindi gli appelli che invitano all'unione della sinistra e all'ennesima ripartenza di un cavallo ormai stremato, a cui Tex Willer riserverebbe un salvifico colpo di pistola.

Ciò che non hanno capito è che un idealizzato popolo aspetta qualcuno che prenda in mano la Carta Costituzionale e ne faccia programma di governo a prescindere dal fatto che a farlo siano forze di sinistra o destra o centro, grilline, cattoliche o marxiste. Un progetto che vada bene per tutti coloro che credono nella nostra Costituzione del 1948 e nella visone di paese che essa sottende.

Quelli usciti sono appelli che hanno già un destinatario, quel ceto medio semicolto che desidera la sinistra rosa, arancione, insomma sbiadita senza un vero progetto ideologico ma che mira ad alleanze anche senza una strada da percorrere e solo per poter "contare qualcosa".

Pisapia lancia il Campo Progressista, Fratoianni chiama a raccolta i suoi, la Castellina mette la lancia in resta. Mi dispiace ma non avete capito la forza dirompente che il referendum ha evocato. E' il desiderio di milioni di italiani, di sinistra ma soprattutto direi democratici, che vogliono e pretendono il riconoscimento di un patto sociale che ancora credono importante e fondamentale.

Volete fare le unioni della sinistra?

State tradendo questo slancio e sprecando questa forza a favore di personalismi ed autoreferenzialità che non portano da nessuna parte.

Il voto referendario ci ha messo in mano un'analisi di classe molto dettagliata, uno strumento che unisce e non divide, ovvero la Carta Costituzionale, che pare funzionare bene.

Perchè non rilanciare senza mettere steccati e limiti alla provvidenza?

Qui c'è da ragionare con altri paradigmi politici, se cerchiamo la solita unione della sinistra sarà la solita fusione a freddo e la conseguente deflagrazione in atomi sempre piccoli.

Ragioniamo sui comitati del No invece e mettiamoci al servizio di qualcosa di più grande di un partitino che al massimo può arrivare a qualche punto percentuale.

Lavoriamo sul blocco sociale referendario formato da tanti no che sono tornati ad esprimere un voto dopo anni di astensionismo.

Ma parliamone perchè è urgente, all'orizzonte coloro che volevano la riforma stanno studiando il modo di punire questo gesto d'orgoglio e stanno ammassando nubi nere e minacciose saette che presto si abbatteranno sul nostro paese sottoforma di manovre aggiuntive e nuova austerità.

Abbiamo bisogno di tutto il popolo che ha votato per ribadire il nostro NO anche ai saldi di democrazia che a Bruxelles stanno avvenendo sotto gli occhi di tutti in merito alla formazione del nuovo governo.

Abbiamo bisogno di ribadire il nostro NO pronti a rivendicare un progetto di paese aderente alla Costituzione a tutti i costi. Nelle istituzioni, nelle piazze, ma anche se necessario con "i bastoni e con le pietre" citando un vecchio aforisma di Sandro Pertini.



La storia si è rimessa a correre. La nostra Costituzione può essere verso, direzione e lievito di un grande processo di emancipazione ma dobbiamo agguantarne al più presto la consapevolezza.

martedì 16 febbraio 2016

COSTITUZIONE: LA PICCOLA STALINGRADO D'ITALIA di Michele Berti*

[ 16 febbraio ]



«Prima di tutto definiamo a chi ci rivolgiamo e come farlo. Non dobbiamo peccare di ingenuità.
I cittadini dopo oltre trent'anni di rimbecillimento collettivo da televisione generalista e 50 anni di consumismo, non sono più come prima. Pensare che il corpo elettorale che andrà a votare sia informato, preparato e coinvolto è per prima cosa sbagliato e poi certamente perdente. La Costituzione non è l'acqua».

Riforma costituzionale: la piccola Stalingrado italiana


Più si approfondisce l'analisi e lo studio della riforma e più appare chiaro come la sua approvazione prevista ad aprile ed il referendum confermativo che si svolgerà ad ottobre, a seguito dell'incapacità di Renzi di avere i 2/3 delle Camere, rappresentano un passaggio storico che, usando espressioni già note, ci traghetterà definitivamente nella Terza Repubblica.

La vittoria dei SI ci consegnerà una terza repubblica semipresidenziale, ovvero presidenziale nei poteri e semi distrutta negli equilibri e nelle garanzie.
Il sabotaggio della Costituzione sappiamo ormai da dove viene.
Un sistema economico cinico ed ingordo, quello neoliberista, ormai si sente così forte da poter togliere gli ultimi ostacoli che frenano il suo dispiegamento totale e l'asservimento degli Stati Nazione.

Quello che si delinea non è un regime autoritario in senso politico, ma in senso economico. La differenza tra i due regimi per il momento esiste, ma non tarderanno nei modi e negli effetti a convergere velocemente verso episodi di cruda repressione. Le immagini che arrivano dalla Grecia in queste ore ne sono la prova vivente, gli episodi di repressione delle lotte sindacali di questi mesi ne sono solo un assaggio.

Un parlamento eletto con una legge dichiarata incostituzionale, sta modificando la Costituzione in un modo illegale, ovvero non intervenendo puntualmente, ma mettendo le mani su quasi 50 articoli della Carta.


Un cittadino dovrebbe porsi infatti la domanda se questo non richieda un procedimento diverso che passi, per esempio, attraverso una nuova Assemblea Costituente.

Ricordiamo che dal punto di vista del diritto il potere costituente, come la sovranità del resto, è solamente del popolo e di nessun altro.

Le modifiche introdotte dalla riforma sono molteplici e scellerate, ma qui è necessario fare un un passo indietro per analizzare il problema referendum in modo approfondito andando a definire anche il suo contenuto politico che non è possibile trascurare e quali strategie comunicative individuare.

La sfida è grande. Tradurre in un discorso convincente per i cittadini una materia giuridica, e per questo ostica, come la Costituzione, necessita di competenze si, ma anche di una grande capacità di sintesi e di strategia comunicativa.
Mi perdoneranno coloro che credono queste questioni secondarie ma io invece credo fermamente che il referendum verrà vinto o perso proprio nel modo in cui ci si approccerà alla riforma.

Viviamo nel mondo della comunicazione, credere di vivere ancora le passioni civili di tempi andati è solo una maschera che nasconde la realtà impedendoci di camminare.

Prima di tutto definiamo a chi ci rivolgiamo e come farlo. Non dobbiamo peccare di ingenuità.
I cittadini dopo oltre trent'anni di rimbecillimento collettivo da televisione generalista e 50 anni di consumismo, non sono più come prima. Pensare che il corpo elettorale che andrà a votare sia informato, preparato e coinvolto è per prima cosa sbagliato e poi certamente perdente. La Costituzione non è l'acqua.

I cittadini sono per prima cosa consumatori, di merci e di servizi e si muovono spinti da desideri molte volte distorti dall'esterno. Se vogliamo essere efficaci nella comunicazione dovremo andare a porre l'attenzione primo, sui temi che mettono in difficoltà i bisogni di queste persone e secondo, sui temi che possono avere presa sulle singole emotività.

Individuare le questioni su cui i cittadini sono più sensibili non sarà comunque difficile. Si dovrà costruire un discorso che riesca a risvegliare dei valori, si dovrà far percepire un pericolo, si dovrà chiamare alla partecipazione per difendere i propri diritti e trasformare la diffusa rassegnazione in forza collettiva.

Dal punto di vista comunicativo, un primo tema su cui fondare un discorso in modo deciso è la sovranità popolare che, esplicitata nell'articolo 1, verrà profondamente limitata dalla Nuova Costituzione (incominciamo a chiamarla così, perchè non sarà più la stessa Costituzione).
Un ragionamento che parta dall'eliminazione del bicameralismo e  porti alla riduzione di sovranità popolare la gente riuscirà a capirlo e potrà essere il primo campanello di allarme per poi proseguire nel percorso di approfondimento. In questo ambito l'accentramento dei poteri legislativo, esecutivo e giudiziario e la fine del loro bilanciamento prodotto dalla riforma costituzionale è sicuramente un argomento da non trascurare.


Un secondo tema importante che tocca tutti nella quotidinità sono i servizi. La riforma del Titolo V porterà un accentramento di competenze dalle Regioni allo Stato andando a toccare una marea di settori essenziali quali la sanità, i trasporti, la scuola. La clausula di supremazia statale nelle mani del governo potrebbe essere un grimaldello per una nuova stagione di privatizzazioni che sono state fino ad oggi impedite dal decentramento amministrativo tra Stato e Regioni. Su questo anche le Regioni a Statuto speciale sono a rischio, soprattutto per quelle, come il Trentino Alto Adige,  che hanno già intrapreso un processo di revisione dello Statuto speciale.

I servizi che derivano dalle competenze su cui, "per tutelare l'unità giuridica ed economica del Paese", il governo potrebbe regolamentare a piacimento, sono ogni giorno utilizzati dalle persone e quindi sono sentiti vicini e ritenuti a volte essenziali.

Un altro tema che potrebbe risultare sentito è quello relativo all'art.78.
In questi tempi di guerra alle porte sapere che, una Camera eletta con una legge elettorale pesata da un premio di maggioranza del 40%, potrebbe dichiarare lo stato di guerra e far confluire al governo, espressione incontrastata della maggioranza della Camera stessa, tutti i poteri richiama a stagioni drammatiche della nostra storia.
E' un pericolo reale che si può facilmente spiegare e che tocca la sfera emotiva di molti vista anche la consueta applicazione creativa che si dà all'art.11 della Costituzione.

Ora però analizziamo quali saranno i punti forti della strategia comunicativa del SI che noi dovremo sistematicamente destrutturare.
La prima, banale e ovvia, si basa sulla riduzione dei costi. Dopo averci resi tutti aziendalisti, quando si toccano i soldi e le riduzioni di costi, pare si scateni una cieca furia furia da spending review (con l'inglese ci fottono).
La riduzione dei costi legata alla riduzione dei parlamentari sarà minima, ma vale la pena studiare i numeri per proporli in modo chiaro e circostanziato.

Il secondo aspetto è la riduzione dei tempi di approvazione delle leggi. Su questo ci sono dati inconfutabii della buona produzione del Parlamento che potrebbe essere migliore, ma è sicuramente in linea con i tempi e le esigenze della società. Dovremo essere pronti a fornirli questi dati.

Un ultimo aspetto che è il più critico a mio avviso.
Renzi ha dichiarato che se perderà il referendum lascerà la politica. E' l'evidente ricerca del plebiscito.

Domandiamoci il perchè di questa dichiarazione.
Il primo ragionamento riguarda Renzi e la sua sopravvivenza. Renzi giocherà non sulla sua forza, ma su quella che manca ai suoi avversari, quella mancanza di un'altenativa che è facilmente spendibile dal punto di vista comunicativo come un salto nel vuoto e che verrà sottolineata mille e mille volte nella campagna referendaria già affidata ad un team di esperti stranieri di comunicazione e alle corazzate mediatiche di regime.

Il secondo ragionamento riguarda il "lasciare" la politica, appello lanciato più verso l'interno del PD che all'esterno. E' un "o con me o contro di me" che in un momento critico del Partito Democratico, solcato da contraddizioni  politiche enormi, può ricompattare i ranghi anche se, Renzi ben sa, che l'opposizione interna al partito non ha ad oggi un'alternativa vera e spendibile  sia come leader che come programma.

Il primo aspetto è il pericolo maggiore, quello che può fare perdere il referendum. Io vedo proprio la possibilità che molti cittadini chiamati a votare, spinti da una campagna mediatica catastrofista, sceglieranno la continuità di governo e di partito sacrificando la Costituzione.

L'idea poi del partito-paese (parole di Alfano di ieri) o del Partito Nazione non si fermerà grazie ad un referendum perso, su questo ci scommetto. L'ennesimo grande bluff comunicativo di Renzi  sarà però uno degli strumenti più affilati nella mischia della campagna mediatica.

Come agire per arginare questo aspetto richiede due tipi di sforzi, uno di breve periodo e uno di ampio respiro.

Il primo sforzo è quello comunicativo nell'evidenziare come la Costituzione sia il nostro patto sociale e che non dovrebbe essere legato alle vicende di sopravvivenza di un governo.

Il secondo sforzo è immane e prevede la costruzione di un'alternativa politica e sociale legata alla Costituzione. Un fronte "costituzionalista" che costruito dal basso attraverso l'attività dei comitati per la costituzione, potrebbe rappresentare una svolta politica importante.
Chiaramente questo è un auspicio personale più che una possibilità che ritengo improbabile nei tempi e nelle modalità. Il referendum dell'acqua ha visto milioni di persone mobilitarsi per poi rientrare vincenti sulla carta nelle proprie case senza che questo risultato fosse  trasformato in qualcosa di solido.

Mai come oggi l'esigenza di riprendere ed attuare nei principi e nei contenuti la nostra Costituzione del 1948 richiede uno slancio politico e non storiografico.

La Costituzione non è un museo, è il progetto di un Paese in cui tutti possano vivere dignitosamente, lavorare, crescere ed educare i propri figli, avere la certezza di una vecchiaia serena.

Oggi abbiamo davanti una grande sfida, se mi concedete la metafora, una piccola Stalingrado tutta italiana, ovvero affossare la riforma costituzionale.


La storia poi ci insegna, che da Stalingrado si può arrivare a Berlino.

* Michele Berti è membro del Consiglio Nazionale di P101
** Fonte: Programma 101

giovedì 17 dicembre 2015

MONDO DIGITALE, (ANTI)SOCIAL NETWORK, E VALORIZZAZIONE DEL CAPITALE di Michele Berti*

[ 17 dicembre ]

Signori, allora vi farò un esempio...

Colletto bianco su vestito scuro, cravatta, segni particolari nessuno. Si muove sicuro, glaciale, distaccato. Così me lo immagino un Sir William Walker di oggi, in qualche sala riunioni della City. Rispetto all'avventuriero impersonato da Marlon Brando [vedi filmato più sotto, Ndr] quello che manca è  certo il fascino, ma in quanto a cinismo il cinematografico Sir William può essere considerato quasi un bravo ragazzo, un dilettante.


L'esempio sull'amore, il passaggio maestralmente diretto da Gillo Pontecorvo nel film Queimada, è una sintesi secca e cristallina di come la transizione dalla schiavitù al lavoro salariato ha rappresentato per il capitale una vantaggiosa necessità ed un passaggio evolutivo chiave in cui il processo di estrazione di valore dal lavoro si è ulteriormente sviluppato in seguito alle rivoluzioni industriali.
Il doppio paragone esplicato nel film tra matrimonio e schiavitù e quindi tra prostituzione e lavoro salariato è una perla che brillerà a lungo nelle menti di molti.

Ma cosa direbbe Sir William Walker nel 2015 alla sua ridotta platea di capitalisti moderni della piccola isola globale  chiamata pianeta Terra?
Quale grande salto evolutivo ha compiuto il sistema di estrazione di valore dal lavoro umano in questo ultimo mezzo secolo?


Fin dai tempi di Sir Walker, l'estrazione di valore per il capitale avviene attraverso il lavoro e fin dal XIX° secolo il procedimento di drenaggio di valore dalle persone è stato migliorato e reso sempre più efficiente e complesso anche attraverso un'intensa attività di sperimentazione durata generazioni e mai formalmente interrotta.

La massimizzazione del valore drenato avviene attraverso alcune condizioni che da sempre sono il pagare meno il tempo di lavoro effettivo, impiegare solo la quantità di lavoro che è necessaria, far lavorare consapevolmente o meno,  le persone senza retribuirle.

In ultimo minimizzare o cancellare qualsiasi appesantimento di costi del contesto lavorativo quali imposte, assicurazioni, spese previdenziali ecc.
Queste condizioni sono oggi perseguite a livello globale con meccanismi sempre più precisi e metodici.

La prima e l'ultima condizione sono state ottenute dal capitale attraverso la delocalizzazione delle attività produttive in paesi in cui il costo complessivo del lavoro risulta inferiore, a volte anche di dieci volte, a quello dei paesi sviluppati ottenendo in essi, come effetto desiderabile , anche una notevole pressione salariale al ribasso.

All'ingenua illusione di poter estendere i diritti del lavoro alle masse di sfruttati dei paesi emergenti e alla salvaguardia della competitività delle aziende nostrane è stata invece contrapposta la via del puro e semplice profitto, aumentando a dismisura i diritti del capitale rispetto ai diritti del lavoro.

Nei paesi sviluppati il processo di delocalizzazione e la  conseguente pressione salariale al ribasso ha portato all'impoverimento di interi ceti di lavoratori a livello nominale (guadagnano meno della paga media), reale (il lavoratore ci compra meno beni di prima) e relativo (aumenta il divario tra paga oraria e valore prodotto attraverso il lavoro in un'ora).

Quest'ultimo aspetto è fondamentale per capire che dietro ad una esasperata ricerca di produttività si nasconde anche un aumento continuo dello sfruttamento reale dei lavoratori.

La seconda condizione, ovvero l'impiego della quantità di lavoro strettamente necessaria per compiere un'operazione di determinata utilità produttiva,  è stata perseguita introducendo nella legislazione del mercato del lavoro forme di occupazione  sempre più flessibili e di breve durata.
E' l'idea del lavoro "a chiamata" e "just in time" cucita addosso ad un sistema produttivo sempre più frammentato, formato da una rete di fornitori e sub-fornitori che si muovono in un contesto sempre meno industriale e sempre più finanziario. 

Nel processo produttivo aziende grandi e piccole si trovano ad essere anelli all'interno di catene di  produzione esposte continuamente al ricatto del mercato, in termini di qualità, prezzo e tempi di consegna ma sempre dipendenti dal destino degli anelli vicini.

Basta che il rendimento economico complessivo dell'anello di produzione risulti inferiore a quello di qualche altro anello che si rischia di perdere repentinamente commesse e fatturati compromettendo anche gli anelli subalterni.  E' chiaro che in un'incertezza del genere non c'è nessun incentivo ad investire in lavoro  e si prediligono rapporti flessibili che siano facilmente revocabili al primo calo di produzione, al primo anello che salta.

Oltre alla flessibilità molte volte per aumentare la produttività si ricorre anche all'intensificazione dei ritmi di lavoro, togliendo pause che prima erano  garantite e aumentando la frequenza dei turni.
L'esempio dello stabilimento ex FIAT di Pomigliano è solo il più famoso.

E' la terza condizione, ovvero quella del lavoro non retribuito, la più interessante su cui riflettere.
L'estrazione di valore dal lavoro avviene senza che ci sia un compenso. Sembra impossibile ma è così.
Investimenti enormi sono stati fatti nelle tecnologie della comunicazione e dell'informatica che hanno portato alla massima filosofica non scritta "Sono connesso, dunque sono".

Un messaggio potente, veicolato attraverso pubblicità e mass-media, ha costruito l'idea che la qualità della vita dipenda da quanto siamo in grado di essere aggiornati, veloci, tecnologici e quindi connessi.

Wi-fi, cellulari, tablet, ogni genere di dispositivo ci consente in ogni momento di mostrare al mondo, oltre che a noi stessi, quanto siamo informati e quanto la nostra vita valga la pena di essere vissuta.

La realtà è un'altra. Essere connessi 24 ore al giorno significa lavorare per 24 ore al giorno per qualcun'altro. Ogni secondo che passa, flussi interminabili di byte e di informazioni vengono scambiate, molte volte a nostra insaputa e senza nessuna possibilità di intervento.
Diceva Luhmann: 
"Siamo diventati meri relais, passive centraline di rilancio delle comunicazioni che riceviamo. Siamo immersi in un processo autogenerativo di produzione di comunicazione per mezzo di comunicazione, sradicato da ogni riferimento a un sistema psichico."
Ecco quindi  che la connessione continua fa sembrare la risposta ad una mail di lavoro alla domenica o a un SMS notturno, una cosa normale anche quando la reperibilità è una voce che dovrebbe essere opportunamente remunerata. I gruppi whatsApp di lavoro da questo punto di vista sono trappole mortali.
Essere connessi H24, oltre ad essere un costo molto spesso piccolo ma iterato che va ad ingrassare grosse corporations del comparto telecomunicazioni, diventa un modo per diluire il tempo della nostra vita che trascorriamo al lavoro senza tirare fuori un cent di salario.

Ma in realtà, di cosa ci si lamenta? Siamo connessi, raggiungibili, possiamo inviare le foto del nostro tempo libero ad altri,   dal gatto di casa alle vacanze in Nepal, possiamo sentire i nostri famigliari, possiamo interagire con persone lontanissime.
Dietro tutto questo mondo virtuale e fittizio, la realtà è che il sistema ci desidera asserviti, connessi e alienati, dipendenti. Dipendenti in termini di rapporti di lavoro ma anche dipendenti da un apparato che sul nostro tempo di connessione crea profitto.


L'"utente" vive in una gabbia d'oro che non percepisce nella misura in cui i tempi dedicati a famiglia, tempo libero e lavoro confluiscono in uno stesso contenitore e  sono giustificati  dalla percezione che l'utilizzo di questi mezzi sia legato allo svago ed al divertimento.
Lo sviluppo più avanzato di questo tipo di processo è  nell'uso dei social network, dove inconsapevolemente  le persone impiegano il loro tempo di riposo dal lavoro, il proprio tempo libero e di svago, rimanendo ancora connessi.
Il tempo che gli utenti trascorrono sul social in realtà è lavoro e quindi profitto per chi, ammassando dati su dati, si segna ogni nostro piccolo desiderio, ogni nostra piccola tendenza, ogni nostra abitudine per poi rivenderla sotto forma di profili e statistiche all'apparato pubblicitario del marketing.

Tornando al concetto di dipendenza, sui social essa si esplicita al meglio. La dipendenza non è solo legame con il mezzo fisico, fonte molto spesso di alienazione, ma è un rapporto di lavoro vero e proprio in cui qualcuno, utilizzando il nostro tempo rigorosamente gratis, estrae e vende informazioni ricavandone profitto.

Questa è l'ultima frontiera dell'evoluzione dell'estrazione di valore dal lavoro, come ben sa il ministro Poletti che, in altri contesti, dichiara obsoleto l'orario di lavoro pensando a come inventarsi il cottimo del XXI° secolo.

Cosa direbbe quindi il nostro caro Sir William Walker?

Credo che dopo aver girato attorno al tavolo della lussuosa sala riunioni londinese avrebbe insegnato ai partecipanti che dopo aver soppiantato la moglie e fatto l'amore ad ore, la prostituta ormai, per qualche Gigabyte di traffico dati in regalo, a garanzia del suo ego virtuale e di un po' di svago, apre la porta e ti fa accomodare gratis.

* Michele Berti, membro del Consiglio nazionale di Ora-Costituente e tra i promotori di P101

mercoledì 7 ottobre 2015

LA RESPONSABILITÀ DI RIPARTIRE di Michele Berti*

[ 7 ottobre ]

CLASSI E BLOCCO SOCIALE NELLA SOCIETÀ ODIERNA

«Ogni soggetto politico che aspira ad essere maggioritario e ad ottenere un radicamento vero nella società, non può evitare di sviluppare ragionamenti e analisi su quali siano all'interno della comunità, gli individui che potrebbero formare un blocco sociale di riferimento.

Lo sviluppo dell'analisi di classe era pratica comune nella tradizione comunista ma anche tra i protagonisti dello scenario politico nella Prima Repubblica e per molti anni è stato un metodo con cui valutare i mutamenti e la composizione della società per poi estrarne strategie politiche ed indicazioni elettorali.

L'analisi di classe quindi è il metodo che permette di identificare il perimetro del blocco sociale di riferimento e lo strumento per interpretare le dinamiche di cambiamento della società ed i conflitti che queste innescano.

La fine della storia, il "there is no alternative" liberista urlato dopo la caduta del socialismo reale, hanno, per quasi venticinque anni, fatto sembrare la lotta di classe una questione anacronistica legata a tempi lontani. Nel tempo infinito dell'oggi-presente consumista dove il benessere a debito corrompe tutto, certi concetti non erano più attuali e applicabili perchè, riprendendo le parole della Thatcher: "La società non esiste".

La definizione di classe, quindi insieme di individui che hanno lo stesso posto nella produzione sociale e in conseguenza lo stesso rapporto con i mezzi della produzione, con il dispiegarsi incontrastato del liberismo è stata culturalmente rimossa e, di pari passo, si affievoliva anche la coscienza di classe, condizione propedeutica a qualsiasi dinamica di conflitto.

L'incapacità per il sistema capitalista finanziario di garantire una equa distribuzione di ricchezza e la sua tendenza all'accentramento del capitale resa evidente dalla crisi del 2007-2008 e dalle politiche economiche di austerità dispiegate come rimedio ad ogni male, ci conferma che una lotta di classe è stata combattuta ed è stata drammaticamente persa, avvantaggiando le classi capitaliste dominanti ormai apertamente definite oligarchiche.

I cambiamenti sociali avvenuti negli ultimi trent'anni hanno eroso un pezzo alla volta ogni relazione sociale e compromesso ogni organizzazione, coltivando il fiore del male dell'individualismo in ogni ambito della società.

Il concetto stesso di classe ha quindi subito una metamorfosi degenerativa in quanto l'omogeneità economica e culturale è stata sgretolata mediante il potere omologante e perverso della società dei consumi ormai armata con i nuovi strumenti comunicativi che la tecnologia informatica consente.

Gli attacchi mediatici-pubblicitari sono stati pesanti ed hanno istigato le masse a cambiare le abitudini al risparmio e al consumo facendo passare come vincente la visione di spesa a debito americana che fa compulsivamente corrispondere ad ogni bisogno indotto l'acquisto di beni di cui non si ha necessità, con i soldi che non si posseggono.

In questo tripudio di ebbrezza che senso ha parlare di classe? In un mondo in cui tutti sono proiettati a consumare, a costruire case con mutui ingannevoli, a spendere credendo di essere dalla parte del manico non ha senso porsi queste domande. L'idea di classe, di lotta di classe e di coscienza di classe era in quegli anni un bagaglio pesante di un passato che stava bene chiuso a doppia mandata in soffitta.

A distanza di decenni, incominciamo a percepire l'importanza di quel bagaglio, che aperto oggi ci può ridare alcuni strumenti per comprendere le contraddizioni di un sistema capitalista che ora più che mai dimostra in tutta evidenza, anche in Europa, di non essere più in grado di garantire il benessere dei popoli.

Ricominciare dall'analisi di classe è un primo passo per capire quali sono le mutazioni profonde e le tendenze che la società ha subito in questi lustri e come tenerne conto per formulare alternative politiche che come dice Gramsci devono riuscire a "fare affiorare il nuovo che è divenuto necessario e urge implacabilmente al limitare della storia".

Prima di tutto è necessario andare a ridefinire un insieme di partenza, che oggi non è più il nucleo classico formato dal lavoro salariato ma è un aggregato che si estende oltre e che, viste le mille nuove forme di rapporti di lavoro che tendono a nascondere la condizione effettiva di lavoratore salariato, può essere identificato come il lavoro dipendente direttamente dal capitale.

Per non confondere chi si vuole confondere, la lotta di classe possiamo anche non nominarla più, ma l'esistenza di sfruttati e sfruttatori e lo studio della lotta tra chi soffre e chi fa soffrire è necessaria e sempre attuale.

Le tendenze oggettive a cui abbiamo assisito negli anni e a cui assistiamo quotidianamente sono l'intreccio costante di numerosi fattori. Entrando nel merito si riportano di seguito alcune riflessioni sulle questioni che risultano determinanti nel valutare i contorni di un nuovo blocco sociale di riferimento e quali ostacoli si dovranno superare per riconquistare un'omogeneità culturale e la consapevolezza necessaria.

S
erve una nuova strategia d'attacco visto che da difendere non c'è rimasto più nulla.

  • I dati ISTAT usciti nel 2015 e relativi al 2014 mettono in risalto la presenza di tassi di disoccupazione ancora altissimi (12,7%) che diventano drammatici in ambito giovanile (42,7% dai 15 ai 24 anni).

  • Nei dati ISTAT si evidenzia la tendenza a partire dal 2004 ad una diminuzione dei lavoratori indipendenti ed una crescita di lavoratori dipendenti. Il panorama vede nel 2014 una percentuale del 75,3% di lavoro dipendente contro un 24,7% di lavoro indipendente altamente para-subordinato.

  • Si amplia sempre più il settore dei servizi ormai giunto al 69% (15,5 mln di persone) relegando primario [agricoltura, ndr] e secondario [industria, ndr] a rispettivamente il 3,6% (800.000 persone) e 26,9% (circa 6 mln di persone). La crescita del settore terziario oltrepassa i vecchi comparti bancario e pubblico per inglobare un'ampia fetta dei servizi all'industria e alla grande distribuzione. 

  • Il lavoro manuale e non manuale che in passato caratterizzavano la differenza tra industria e terziario oggi perde di significato ed infatti si assiste all'utilizzo di lavoro manuale diffuso in molti settori dei servizi basti pensare ancora all'esempio della grande distribuzione.

  • Il legame univoco tra qualificazione e stabilità è saltato e si assiste alla diffusione della stabilità tra lavoratori dequalificati e di età avanzata mentre giovani lavoratori qualificati subiscono la precarizzazione in ambiti come la scuola, la ricerca e l'università. La messa in campo, fin dai tempi del pacchetto Treu, di lavoro regolato da rapporti atipici ha creato una ormai incancrenita molteplicità di posizioni con condizioni molto spesso senza nessuna protezione. 

  • La crescita diffusa della precarietà rimane un elemento indispensabile per ottenere quell'aumento di flessibilità e produttività che sembra poter far ritornare il sorriso agli amanti del saggio di profitto. Il lavoro però è un diritto costituzionale e va garantito. Un disoccupato che non percepisce reddito non è un uomo libero di vivere e progettare serenamente la propria esistenza. La funzione sociale del capitale privato deve tornare ad essere reclamata a garanzia di un patto sociale che altrimenti non può tenere.

  • Molto spesso la condizione di precarietà induce anche la falsa percezione di essere "imprenditore di sè stessi" rendendo i lavoratori inconsapevoli della propia pesante subordinazione al capitale ed impedendone la sindacalizzazione.

  • La condizione della donna nel mondo del lavoro rimane discriminata in termini di precarietà, guadagno e carriera anche se la diffusa scolarizzazione e consapevolezza contribuisce ad intravvedere un costante miglioramento. 

  • La presenza sempre più numericamente importante di lavoratori immigrati senza diritti di cittadinanza, poco rivendicativi e discriminati rappresenta molto spesso un freno alla lotta sindacale. Esempi di rivendicazioni sindacali condotte da lavoratori immigrati sono comunque presenti e stanno aumentando negli ultimi anni. I cittadini stranieri regolarmente residenti in Italia hanno raggiunto il numero di quasi 5 milioni ad inizio 2015 di cui circa 3,8 milioni non comunitari.

  • In seguito alla crisi economica, la popolazione in condizioni di povertà effettiva è aumentata mettendo in risalto anche una variazione nella composizione delle fasce di povertà. 

  • L'assenza di ammortizzatori sociali in molti ambiti lavorativi e la flessibilità tante volte imposta vano a creare estese sacche di povertà spesso lasciate alla deriva. 

  • Nel 2014, 1 milione e 470 mila famiglie (5,7% di quelle residenti) sono in condizione di povertà assoluta. Questo significa che 4 milioni 102 mila persone (6,8% della popolazione residente) hanno difficoltà a reperire quotidianamente le risorse per il normale minimo sostentamento.

  • La povertà relativa, ovvero il parametro che esprime le difficoltà economiche delle persone in rapporto al livello economico medio di vita della nazione, risulta stabile e coinvolge nel 2014, il 10,3% delle famiglie e il 12,9% delle persone residenti, per un totale di 2 milioni 654 mila famiglie e 7 milioni 815 mila persone. 

  • La perdita di potere d'acquisto e di risparmio del comunemente detto "ceto medio" sta portano ad una convergenza di molti individui su standard di vita più bassi e ad una pressione verso la proletarizzazione.

  • Dal punto di vista demografico-elettorale, il paese Italia è un paese per vecchi. Su un corpo elettorale di circa 50 mln di elettori circa 11 mln hanno tra i 60 e i 75 anni per una parcentuale pari al 22%. La voglia di cambiamento, con le dovute eccezioni (mi piace ricordare Mario Monicelli) non è cosa da età troppo avanzata. 

Dal punto di vista dell'istruzione e della cultura i dati statistici sono allarmanti.

  • Una percentuale che oscilla tra il 50 e il 60% della popolazione non ha letto un libro nel 2014. 

  • Ogni informazione sulla realtà viene irradiata tramite televisione per il 92% degli italiani. Poco meno della metà (circa il 47%) legge quotidiani. Il 57,3% della popolazione con più di 6 anni naviga regolarmente su internet.

  • Nell'ambito dell'istruzione, calano del 9% le immatricolazioni alle Università e gli iscritti rilevati nel 2013 erano circa 1,7 milioni di persone. La percentuale di laureati è del 12,5% sulla popolazione con più di 15 anni, il 20% ha solo la licenza elementare, il 30% ha il diploma di maturità, il 32% la licenza media, il 5,5% un diploma di formazione.

Analizzando questi dati è chiaro come i ragionamenti di classe valevoli in passato sono assolutamente inadeguati a descrivere la mutazione che la società ha subito e nuovi criteri di valutazione devono essere utilizzati per caratterizzare la classe che subisce lo sfruttamento da parte del capitale.

  • Un elemento finale peggiorativo che va ad aggiungersi alle considerazioni sopra riportate, riguarda gli ultimi dati usciti relativi all'analfabetismo funzionale, ovvero la capacità di leggere e scrivere però senza saper comprendere un testo o risolvere semplici problemi matematici. A fronte di una scolarizzazione arrivata al 93%, prendendo le percentuali con le pinze perchè mai ben definite, si rileva in un'ampia base della popolazione l'incapacità di sviluppare strumenti cognitivi di comprensione e quindi di elaborazione sia delle informazioni ricevute dai media che della stessa realtà. Questo aspetto, insieme allo spiccato individualismo generato dall'ormai asfissiante clima di competizione funge sicuramente da freno alla costruzione di consapevolezza e di vicinanza collettiva ad una comune condizione.

In conclusione possiamo affermare che un blocco sociale colpito dallo sfruttamento esiste ed è ogni giorno più ampio. Tutti coloro che dipendono esclusivamente dal capitale sono oggi a rischio di subire un peggioramento delle condizioni di lavoro e di vita. Disoccupati, precari, salariati, piccoli imprenditori sono oggi i soggetti più esposti allo sfruttamento sia esso consapevole che inconsapevole che questo modello di sviluppo economico ci impone. La coscienza di appartenere ad un insieme di persone che condividono lo stesso problema, l'omogeneità culturale ed economica di questo blocco sociale non è oggi una realtà.

L'inizio di un percorso di sintesi di nuovi paradigmi e di nuove lotte organizzate che vadano a sottolineare ed amplificare le contraddizioni reali della società capitalistica odierna deve nascere e partire a tutti i costi. Noi, uomini e donne custodi dei valori democratici costituzionali con lo sguardo rivolto ad un mondo diverso da quello che viviamo, dobbiamo assumercene la responsabilità a tutti i livelli».


* Michele Berti, membro del Consiglio nazionale di Ora-Costituente

Di Michele Berti leggi anche: 

sabato 13 giugno 2015

L'INTOLLERABILE ED IL CORAGGIO DI PASSARE AI FATTI di Michele Berti*

[13 giugno ]

«Sanno che in Anatolia non c’è mai stato un inverno senza neve, né un’estate in cui gli animali non siano morti per la siccità, né un movimento dei lavoratori senza repressione. Le utopie esistono solo nelle discussioni. Sanno però anche che ciò che hanno dovuto subire nel corso delle loro vite è intollerabile. E nominare l’intollerabile è di per se un atto di speranza. Una volta che si è detto che qualcosa è intollerabile, non si può che passare ai fatti. I fatti sono soggetti a tutte le vicissitudini della vita. Ma la speranza allo stato puro sta innanzitutto nella capacità di dare all’intollerabile il suo nome; e questa capacità viene da lontano, dal passato e dal futuro. Ecco perché politica e coraggio sono inevitabili».
John Berger

L’intollerabile è un limite tra il sopportabile e l’insopportabile, che una volta oltrepassato impone uno scatto di livello, il passaggio dalla riflessione all’azione, dal lamento senza efficacia ai fatti concreti. Il dispiegarsi di una volontà di forzare un cambiamento reale e percepibile come traguardo di un processo migliorativo della nostra vita che prima non c’era.
Ogni forma di resistenza, intesa come opposizione attiva ad un sopruso, si basa infatti sul riconoscimento del sopruso stesso e l’elaborazione della situazione come oggettivamente e soggettivamente insostenibile che apre la via ad un nuovo momento di conflitto e spesso anche a nuovi ambiti di lotta.
Al giorno d’oggi la percezione dell’intollerabile è però portata sottotraccia, attutita dall’incapacità di condivisione, dalla mancanza di legami solidali, nascosta da una narrazione diversa che ci confonde. Mai come oggi infatti esiste una profonda divaricazione tra lo stato mentale delle persone e lo stato delle cose. La realtà che abbiamo sotto gli occhi pare avere meno importanza della sua narrazione che ci arriva rivestita della luce azzurra di un televisore.
L’intollerabile esiste ancora, ma non siamo più in grado di nominarlo, di circoscriverlo, di analizzarlo, di capirlo. Forse ci hanno sequestrato anche il linguaggio e condannato al silenzio. Ordine, Democrazia, Giustizia, Libertà oggi vengono usati nel loro significato contrario. Caos, Manipolazione, Regressione, interessi truccati e potere d’acquisto questi sono i significati reali di queste parole.
Senza parola e senza significato, tutto diventa passivo. Quando invece la prima parola dà forma alla nostra disobbedienza, ecco che tutto allora diventa chiaro ed improvvisamente davanti a noi si erge la sfida con un nemico ben definito, la causa del nostro sopruso e il nostro motivo di vita. L’atto di resistenza è rifiuto dell’assurdità dell’immagine del mondo che ci è offerta e la sua denuncia. Quando un inferno viene denunciato dall’interno, smette di essere inferno.
Quando si formarono le formazioni partigiane, l’intollerabile era la violenza fascista, la dittatura, gli invasori tedeschi. C’era un nemico chiaro e netto da affrontare con il mitra spianato, senza dubbi. C’era un nemico da combattere. Il concetto di intollerabile e nemico sono infatti intrecciati a doppia corda come passi di uno stesso cammino, ma l’evoluzione da un concetto all’altro può essere tanto rapida quanto lenta, veloce in presenza di avvenimenti violenti ma lenta invece in processi culturali più ampi.
Ricominciare a pensare in modo nuovo le dinamiche della lotta è uno dei compiti di qualsiasi forza politica abbia il desiderio di imporsi come alternativa. L’inizio del processo di ribellione individuale scaturisce quindi dal mormorio di un “Adesso Basta” che ci porta alla consapevolezza dell’azione. Viviamo tempi drammatici, tempi in cui l’erosione lenta di valori un tempo intoccabili stanno portando ad una deriva culturale e sociale senza precedenti con il pericolo sempre maggiore di scivolare in una post-democrazia dominata dalla dittatura del mercato in cui, ogni giorno sempre più, si confonde il concetto di consumatore e quello di cittadino. Ma cosa è oggi intollerabile?
Possiamo tollerare che un primo ministro mai eletto da nessuno, legato a poteri esterni al paese, attorniato da un manipolo di mediocri cortigiani, complice un parlamento eletto con una legge elettorale incostituzionale, possa decidere di manomettere la nostra Carta Costituzionale andando a distruggere i fragili equilibri che i nostri Padri Costituenti avevano finemente costruito?
La riforma costituzionale del titolo V e del Senato, permettendo “il superamento del bicameralismo paritario e la modifica della ripartizione delle competenze legislative tra Stato e Regioni allo scopo di aumentare la capacità decisionale della democrazia parlamentare” in realtà sarà una pugnalata mortale agli assetti istituzionali democratici come li abbiamo in mente fin dal 1948. Un nuovo abuso che renderà più agevole alle oligarchie controllare i vari livelli istituzionali e l’attività del Parlamento.
Possiamo tollerare che una legge elettorale come l’Italicum porti al ballottaggio due partiti e assegni un premio di maggioranza spropositato e tale da rendere la nostra democrazia monopartitica? La legge elettorale è il fondamento di ogni democrazia in quanto definisce le modalità con cui il popolo elegge i propri rappresentanti e non può essere quindi un modo per garantire il controllo di una maggioranza da parte di una minoranza. La politica è confronto e compromesso, non solo governabilità.
Possiamo tollerare il predominio della finanza e del denaro sulla vita delle persone, il proprio diritto al lavoro e ad un’esistenza dignitosa?
Possiamo tollerare che un governo filo-statunitense fino al midollo possa firmare un Accordo di Libero Scambio che ci lascerà alla mercede di normative al ribasso in molti ambiti (tra cui l’alimentazione) e vincolerà giuridicamente le decisioni di soggetti democratici agli interessi delle grandi multinazionali?
L’approvazione finale del TTIP sarà un’imposizione illegittima che, oltre a mettere a rischio i nostri diritti, metterà in discussione la legalità democratica, ovvero il sigillo ad un patto sociale ormai abusato e stuprato da ogni interesse dominante. Nessuno di noi potrà più parlare di rispetto della legge perché una nuova legalità dovrà essere ristabilita a tutti i costi e con tutti i mezzi a disposizione.
Ecco davanti a questa devastante triade formata da riforma costituzionale, Legge Elettorale e TTIP, io interrogo tutte le coscienze ad un momento di riflessione, affinché si percepisca la gravità della situazione e ognuno nel proprio profondo avverta quella voce sussurrare “Adesso Basta” per poi cercarla negli occhi di chi ci circonda. Saremo pochi, ma non siamo soli.
* Michele Berti è membro del Consiglio nazionale di "ora-costituente"
** Fonte: ora-costituente

martedì 23 settembre 2014

NON SI PARTE MAI DA ZERO di Michele Berti

23 settembre. L'UNIONE EUROPEA SI SCARDINA DA ROMA, NON DA BRUXELLES.

Maurizio Zaffarano, su Verità e Democrazia, il 10 agosto (Una critica al sovranismo) muove una serie di critiche a quello che ormai viene definito “sovranismo”, ovvero la visione politica che, rimettendo al centro la sovranità nazionale, è fortemente contraria al potere dell'Unione Europea e allo strumento monetario che essa esprime: l'euro. 

In un tentativo di classificazione mal riuscito, Zaffarano semplifica definendo i sovranisti dei nostalgici “dell'età dell'oro” (antecedente agli anni ottanta) che identificano nell'euro ed in questa Europa la madre di tutti i mali che attanagliano il nostro Paese. Un piccolo microcosmo di costruttori di macchine del tempo dunque? No di certo.

E' necessaria una riflessione importante sul mondo che ci circonda per poter rispondere ad una domanda precisa. Il mondo è unipolare o multipolare? La corsa all'egemonia culturale ed economica mondiale positivizzata con il termine ormai noto di “globalizzazione” è arrivata a termine, rivelando le contraddizioni del mondo del “the world will be as one”e mettendo in risalto le differenze dei mille mondi esistenti ed in continua interazione. Il tentativo di forzare il mondo e di uniformarlo all'unità si sta dimostrando totalitario e distruttivo, risvegliando forze e demoni che si credevano ormai sopiti. Quale struttura sociale oggi, in questa fase, è in grado di garantire i valori democratici a cui siamo così tanto affezionati? La risposta è lo stato-nazione. Da concetto da superare, lo Stato nazione è diventato oggi l'ultimo caposaldo democratico, in questo momento sotto attacco, capace di difendere la democrazia ed opporsi al desiderio di profitto infinito del turbocapitalismo internazionale a cui interessano solo le regioni di libero scambio. La nostra Carta Costituzionale, da questo punto di vista, con il suo impianto keynesiano e socialista rimane un faro ed uno strumento su cui impostare la nostra difesa.

Scrive Zaffarano:

«Le ultime dichiarazioni di Mario Draghi nelle quali 'auspica' che i Paesi dell'Eurozona cedano la propria sovranità all'Unione Europea anche sulle riforme strutturali (che in soldoni significherebbe il definitivo smantellamento della presenza del 'Pubblico' nell'economia, l'ulteriore riduzione della spesa sociale - sanità, pensioni, istruzioni, assistenza - e dei diritti dei lavoratori in termini di retribuzione e di stabilità dell'occupazione) rafforzano evidentemente le convinzioni dei sovranisti».
Le ultime dichiarazioni di Draghi oltre a “rafforzare” le convinzioni dei sovranisti (obiettivo di poco conto), dovrebbero rafforzare le convinzioni di ogni cittadino dotato di buonsenso poiché attraverso una sovrastruttura totalmente antidemocratica, non dotata di una Costituzione e quindi senza un vero potere costituente, si impone una politica economica da “neofeudalesimo” portando alla miseria milioni di persone. Il pareggio di bilancio è l'esempio lampante di come un principio neoliberista sia stato inoculato in Costituzione quasi senza dolore. I costi sociali devastanti provocati da questa piccola modifica genetica li vedremo nei prossimi anni.

Uscita dall'euro condizione necessaria e sufficiente? 
No, la sovranità monetaria e l'uscita dalla moneta unica rappresenta una condizione necessaria affinché il nostro paese esca dalla crisi nera in cui sta annegando. La condizione sufficiente è rappresentata da una classe dirigente che persegua attraverso la leva monetaria la piena occupazione e una serie di politiche economiche di ampio respiro, dall'energia al comparto tecnologico, che rendano quella moneta produttiva e che restituiscano alle nostre eccellenze la possibilità di esprimersi al meglio. Una classe dirigente che metta mano al sistema bancario, alla ricontrattazione del debito pubblico ormai accumulo di esorbitanti interessi usurai. L'età dell'oro è finita e non tornerà più, il sistema capitalista è in affanno ed inizia a mostrare il suo lato oscuro e niente ci vieta di pensare ad un sistema alternativo. Ripartendo dallo stato nazione recuperato dei suoi fondamenti democratici, fratello di altri stati nazione, si può ambire attraverso fasi successive alla creazione, per noi in una prospettiva socialista, di una nuova società.

All'interno della critica qui ripresa, trovano spazio comunque anche ambiti di ampia convergenza.

«L'Unione Europea non agisce in virtù di una sua forza intrinseca, non ha imposto il suo potere con le armi ma l'ha ricevuto dalle classi dominanti nazionali. E solo questo rende lo spread, la propaganda ideologica che essa diffonde, le sue direttive fatti cogenti nel nostro Paese. L'Unione Europea, così come è andata configurandosi, è conseguenza dell'evoluzione del capitalismo ed il suo ruolo va collocato nel quadro della globalizzazione e della finanziarizzazione dell'economia degli ultimi decenni.
La priorità dunque è rovesciare i rapporti di forza politici, sociali, economici in Italia e a livello internazionale: è questa la condizione indispensabile per cambiare o cancellare il ruolo dell'Unione Europea. [...] Peraltro in ogni tentativo in atto per costruire un'Alternativa politica vincente al sistema dominante resta oggi, a mio avviso, irrisolto il tema essenziale di come riuscire a mobilitare le grandi masse popolari. Che è questione che si connette alle strategie di comunicazione, di linguaggio, di incontro reale con le persone e con i loro bisogni, finalizzate a realizzare una presenza politica - alternativa al sistema - visibile e concreta, rompendo il muro innalzato dal pensiero unico dominante. E che deve fronteggiare i tanti fattori di distorsione della volontà popolare: non solo il grande capitale e la sudditanza alle potenze straniere ma anche mafie, Vaticano, le pratiche della corruzione e del voto di scambio, un sistema dell'informazione non pluralista e asservito ad interessi particolari. Mobilitare le masse popolari impone anzitutto di indicare un modello di società, di organizzazione economica che si propone e ci si ripropone di costruire. Da diffondere e testimoniare – ricostruendo una rete popolare mutualistica e solidale - casa per casa, strada per strada, borgo per borgo, città per città»
Zaffarano giustamente introduce la questione dei rapporti di forza che da sempre governano i cambiamenti. Ma l'UE non è riformabile e si scardina da Roma non da Bruxelles. E' all'interno dello Stato, coordinandosi anche con altre realtà europee ed internazionali, che dobbiamo riuscire a cambiare i rapporti di forza necessari ad avviare una nuova fase. La priorità è proprio questa, creare un'entità popolare, capace di pesare a sufficienza da esprimere un governo del paese che si incammini su un percorso difficile di costruzione di quella sovranità nazionale che, per questioni storiche e a causa degli “amici americani”, non abbiamo mai avuto.
Per contatti e adesioni: info@sinistracontroeuro.it


Pienamente d'accordo con l'analisi espressa in merito, non possiamo sorvolare sui grossi ostacoli che la creazione di un movimento di massa comporta. Aprire un confronto serio, urgente e trasversale su come ottenere la mobilitazione del Paese deve essere priorità per chiunque decida di contribuire politicamente alla nostra rinascita.

L'articolo si conclude portando ad esempio i movimenti politici di Le Pen, Farage e Orbàn come realtà in cui il sovranismo non esprime un'alternativa legata a valori di uguaglianza e giustizia sociale ma populismo di destra. Al Forum di Assisi organizzato in agosto dal Coordinamento della Sinistra contro l'euro erano presenti delegazioni da tutta Europa che esprimevano posizioni sovraniste ma legate fortemente ai valori storici della sinistra. Dal forum è nata una dichiarazione congiunta che persegue la “demondializzazione”, ovvero un recupero delle singole sovranità nazionali e democratiche attraverso la collaborazione di tutte le forze europee che vedono nella lotta alla sovrastruttura Europa e nelle sue politiche neoliberiste, la prima e decisiva battaglia da combattere.

Le parole d'ordine sovranità e lotta all'unione europea non sono parole d'ordine vincenti? Il sovranismo non porta a realizzare uguaglianza e giustizia sociale?

Il sovranismo di sinistra, legato alla realizzazione di una società alternativa fondata su giustizia, libertà ed uguaglianza esiste. E' antifascista, anticapitalista, anti NATO. Sovranità e lotta all'UE non sono solo parole d'ordine, sono priorità, sono battaglie. Non possiamo invocare il vincolo esterno anche per la lotta. Uniamoci attorno alla nostra Carta Costituzionale e in questo momento di grave emergenza per il nostro Paese incominciamo a creare convergenza, partecipazione e mobilitazione. Non si parte mai da zero.

giovedì 10 luglio 2014

«CUCIRE INSIEME. STRACCIO PER STRACCIO» di Michele Berti

10 luglio. CONTINUA IL DIBATTITO SULL'INTERVISTA DI EMILIANO BRANCACCIO.
Segnaliamo i due precedenti interventi di Beppe De Santis "Combattiamo invece di darci per vinti" del 4 luglio, e quello di Filippo Santarelli "Non tutti i reazionari vengono per nuocere" del 7 luglio.

Brancaccio, da sempre lucido nelle proprie analisi mi fornisce due spunti per alcune riflessioni. Una prima considerazione riguarda lo scenario "ambidestro" ipotizzato. 
Il mio parere è che tale analisi trovi già tenui conferme nella lettura della situazione politica odierna dove emerge sempre più nitidamente uno scontro, o meglio una contrapposizione, tra quella che si può definire la destra mondialista definita nell'intervista “europeista e tecnocratica” affascinata dal nuovo ordine mondiale, elitaria e caratterizzata dal disprezzo verso il ceto medio e lavoratore, con la destra nazionalista vecchia scuola di cui tutto già sappiamo. 

Questo scontro per ora solo promesso, tra il capitalismo multinazionale e la destra nazionalista, provinciale, razzista e xenofoba, può essere intelligentemente usato a fini politici dal soggetto che, consapevole della battaglia campale che si svolgerà nei prossimi mesi, riuscirà ad incunearsi in questo apparente conflitto. Impegnata tra due fuochi, ogni iniziativa dovrà giocarsi tutto sulla capacità di creare convergenza sui valori democratici espressi dalla nostra Carta Costituzionale. 

Non si riparte da zero, si riparte da ciò che unisce tutti, dalla nostra storia, da quei principi che i padri fondatori hanno scritto per noi dopo il periodo buio del regime fascista e che noi siamo obbligati a difendere fino alla fine. Un nuovo fronte popolare , di sinistra ovvero dalla parte del lavoro con intransigenza, dovrà nascere ed iniziare a “narrare”, riprendendo le parole di Brancaccio, la realtà del nostro Paese riprendendosi gli spazi che il pensiero unico ha occupato e colonizzato: le menti. 

E qui Brancaccio mette il dito nella piaga e mi porta ad una ulteriore riflessione. La differenza tra narrazione e realtà deve essere una delle chiavi su cui impostare un nuovo ragionamento che porti un effettivo cambiamento nella società italiana. Le ultime elezioni europee, tra le tante indesiderate conferme, ci hanno insegnato che la televisione nel nostro paese è ancora lo strumento principe nella costruzione dell'opinione pubblica e di conseguenza del voto. Per incidere sulla realtà in modo efficace dobbiamo essere consci che la battaglia che stiamo perdendo è quella che si combatte nelle menti delle persone mutandole antropologicamente, come dice Giovanni Sartori, da Homo Sapiens in Homo Videns. Se non comprendiamo che dobbiamo armarci per combattere questa disfida, per ora impari, con il potere e pensiero unico, non riusciremo a dare ampio respiro al nostro movimento di resistenza. 

Uniamo le forze mediatiche, creiamo un polo informativo resistente, una nuova Radio Londra che fornisca alle persone gli strumenti cognitivi per capire il mondo che ci circonda e quali sfide ci aspettano. Televisione digitale, web TV, web radio, blog e giornali online in un' unica realtà mediatica capace di veicolare contenuti alternativi fino ad arrivare alla maggioranza degli italiani. Anche qui non si parte da zero, tutti gli strumenti mediatici esistono già, ma non sono coordinati e supportati in modo coerente. Cucire insieme, straccio per straccio, un polo informativo alternativo è un' urgenza nazionale per tornare a narrare la realtà per ciò che è, ad esaminarla con il giusto senso critico e a trasformarla con scelte che mirino al benessere collettivo e alla giustizia sociale. Ci aspettano mesi ed anni difficili. Tutto l'arsenale mediatico di mistificazione e disinformazione verrà dispiegato a livello nazionale ed estero per attutire l'impatto del titanic neoliberista. Mi unisco alla voce di Beppe De Santis nel dire: organizziamoci, prepariamoci, organizziamoci.

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