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lunedì 21 gennaio 2019

IL GOVERNO, QUOTA 100 E RDC di Sollevazione

[ 21 gennaio 2019 ]

LE CRITICHE, LA NOSTRA RISPOSTA

L'articolo di Piemme sul "decretone" del governo ha suscitato diversi commenti critici, proviamo a rispondere come redazione

* * *

Le critiche che ci vengono rivolte sono fondamentalmente due. La prima riguarda il giudizio sulle due misure prese, "quota 100" e Reddito di cittadinanza (Rdc). La seconda, più politica, è una critica al "sostegno critico" al governo gialloverde ad 8 mesi dalla sua nascita.

Sul primo punto — "quota 100" e Reddito di cittadinanza (Rdc) — bisognerebbe innanzitutto distinguere tra la critica alle misure del governo e quella al nostro giudizio politico su di esse. I commentatori tendono a non operare questa distinzione, ma in ogni caso la sostanza delle critiche è chiara: "il Rdc così come uscito nel decreto è solo un intervento caritatevole ed assistenziale di cui pochi usufruiranno". Esso andrebbe perciò respinto sia per la sua inadeguatezza, sia per la sua natura liberista.

Si tratta di una critica fondata, che ha dalla sua diversi argomenti, fatta da persone (anche se talvolta anonime) che sappiamo non essere animate da visioni pregiudiziali, che arriva tuttavia a conclusioni politiche che consideriamo errate.

Entriamo dunque nel merito, notando però una curiosità, forse rivelatrice assai. Tutte le critiche sono rivolte al Rdc, nessuna a "quota 100". Ora, siccome non pensiamo che i commentatori siano dei leghisti, il problema sta probabilmente altrove. Dove, ci arriveremo con il ragionamento.

Ha scritto Piemme nell'articolo contestato:
«Non ci sfuggono di certo gli enormi limiti delle due misure simbolo dei "populisti". Dovessimo fare l'elenco delle loro evidenti criticità supereremmo forse l'armata dei detrattori. Tuttavia, al netto di questi enormi limiti, queste due misure vanno nel senso di invertire le politiche austeritarie che vengono avanti da quasi trent'anni in nome del dogma liberista del pareggio di bilancio».

Sembrerà strano, ma se diciamo "profondi limiti" intendiamo profondi limiti. Non abbiamo dunque nessuna difficoltà a concordare con diverse critiche. Due in particolare: i paletti per la concessione del Rdc sono davvero troppo stretti; la logica che muove ampi settori del governo è effettivamente di stampo liberista.

"VIVA L'ASSISTENZIALISMO"!

Sintetizziamo questi due aspetti chiarendo il nostro giudizio: il Rdc non è un vero Reddito di cittadinanza, ma un deciso (per quanto insufficiente) intervento di contrasto alla povertà. Ed è come tale che va giudicato.

Qui c'è un primo punto di dissenso con alcuni commenti. Noi non pensiamo che le misure assistenziali siano in sé sbagliate. Se così fosse dovremmo batterci, ad esempio, per l'abolizione delle pensioni di invalidità, per quelle al minimo, eccetera. Ovvio che sarebbe un'assurdità.

Certo, il cosiddetto Rdc non solo non risolve la questione occupazionale (ne parleremo più avanti), ma neppure — come detto improvvidamente da Di Maio a settembre — sconfigge la povertà. Magari fosse così facile sconfiggere la povertà... E, tuttavia, non si venga a dire, come fa ad esempio "Rosso Nera", che il Rdc lo prenderanno solo i senzatetto. O che, lo scrive Giovanni, che si tratta solo di un'estensione del Rei di Renzi.

Secondo le stime attuali, il Rdc dovrebbe essere percepito da circa un milione e 400mila famiglie, interessando circa 3 milioni e 700mila persone. Un milione di persone in meno (equivalente a circa 400mila famiglie) rispetto a quelle (4,7 milioni) considerate in condizione di "povertà assoluta" dall'Istat. Insomma, anche se la platea effettiva dei beneficiari la conosceremo solo tra qualche mese, l'insufficienza della misura è certa. Un frutto avvelenato dei tagli imposti dall'Ue. E tuttavia...

...Tuttavia, 3 milioni e 700mila persone non sono esattamente... i "senzatetto". Ed in quanto al raffronto col Rei ci limitiamo a far parlare le cifre. Cifre illuminanti, perché i paletti di Rdc e Rei sono praticamente gli stessi. Bene, un single che col Rei poteva arrivare ad un massimo di 187,50 euro mensili, con il Rdc avrà un massimale di 780 euro. Parlando sempre di importi massimi, una famiglia di due persone poteva arrivare col Rei a 294 euro, col Rdc a 980 euro; mentre una di quattro persone passa da 461 a 1.330 euro.

Suvvia, sono ancora cifre insufficienti, ma dire che si tratta di una banale estensione del Rei, quando gli importi saliranno da tre a quattro volte, ci pare proprio un insulto all'intelligenza. Lasciamo, per favore, questo "argomento" ai Renzi, ai Gentiloni ed al giornalistume che gli fa da grancassa.

In termini generali il Rdc porterà nelle tasche della fascia più povera della popolazione 8 miliardi all'anno. Per il 2019 solo 6 miliardi, perché la misura entrerà in vigore nel mese di aprile. E' poco. A regime sempre meno dello 0,5% del Pil. Ed è una vergogna che un Paese come l'Italia non riesca a destinare ad una misura di questo tipo almeno tre volte di più, che resterebbe sempre un misero 1,5% del Pil. E tuttavia...

...Tuttavia questo poco va raffrontato al nulla dell'oggi. Quel nulla che piace tanto a lorsignori. Perché allora non vedere la cosa in positivo? Perché non considerare il Rdc, pur mantenendo le giuste critiche, come una base da cui partire per nuove e più avanzate rivendicazioni.

Il contrasto alla povertà non è "assistenzialismo", esso dovrebbe essere invece un dovere di ogni società che si pretenda civile. E se è assistenzialismo - non possiamo certo pretendere che un settantenne con la minima vada a lavorare, ma non è certo questo un buon motivo per tenergli bassa la pensione - viva l'assistenzialismo!

Ma cos'è  poi questa storia dell'assistenzialismo? Non sarà forse che si è introiettata l'idea che dei poveri hanno i liberisti? Che se son poveri è colpa loro e tali devono rimanere!

Certo, noi siamo per il lavoro e per un reddito dignitoso. Ma se intanto il lavoro non c'è, cosa c'è di sbagliato nell'aiutare chi più soffre?

C'è poi un'altra critica che viene fatta al Rdc: che non funzionerà, che creerà solo una gran confusione. Siamo convinti anche noi che vi saranno problemi. Sappiamo come funziona la burocrazia, per non parlare dei Centri per l'impiego. Ma cosa dovremmo fare allora, rassegnarsi alla totale assenza dello Stato nel contrasto alla povertà ed alla disoccupazione? Meglio, a nostro avviso, che parta un meccanismo magari difettoso ma che si potrà sempre migliorare, che stare fermi a dire che nulla si può fare.

E' vero, questa critica al possibile malfunzionamento del Rdc non c'è in maniera esplicita nei commenti dei lettori. E però, come già segnalato, colpisce negli stessi l'assenza di critiche su "quota 100". Difficile sfuggire alla sensazione che quest'ultimo provvedimento (nonostante la sua temporaneità, le finestre, eccetera) venga giudicato più accettabile perché interviene in un campo noto, mentre obiettivamente il Rdc va ad occuparne uno che nel nostro Paese è nella sostanza ignoto.

Non sappiamo se sia veramente così. Ma se lo fosse, viva la novità! Avremo se non altro un nuovo terreno di azione. Magari, alla verifica dei fatti, dovremo criticare in maniera più dura di oggi il contenuto del decretone. Ma, come già detto, esso può essere la base per nuove rivendicazioni, a partire da una battaglia per un deciso aumento dei fondi necessari. Aumento legato in primo luogo ad un ampliamento della platea dei beneficiari, con una revisione ragionata dei paletti attuali.

Ma c'è una rivendicazione ancora più importante. Il vero punto debole del Rdc è che esso non potrà dare granché come strumento per ridurre la disoccupazione. Questo per una ragione molto semplice: il lavoro non lo creano né i corsi, né i Centri per l'impiego. Neppure lo creano le aziende, come dice Confindustria a dispetto di ogni evidenza.

Il lavoro, che insieme alla natura, è la fonte di ogni ricchezza, è legato a tante variabili. Il problema è che nel capitalismo il profitto comanda sul lavoro. Ed esso si nutre anche della distruzione della capacità di lavoro di milioni di persone, accrescendo così disoccupazione e precarietà. Anche per questo il socialismo è necessario.

Ma stiamo adesso all'oggi. Il Rdc potrà diventare una forma di passaggio dalla povertà e dalla disoccupazione ad un lavoro dignitoso e dignitosamente retribuito ad una sola condizione: che lo Stato entri con entrambi i piedi nel campo dell'economia. Che esso assuma un ruolo centrale nei settori strategici e nella programmazione economica. Che esso elabori un vero Piano del lavoro basato su un programma di investimenti socialmente utili (leggi qui).

E' questa la rivendicazione decisiva, insieme alle altre prima indicate, che dovrebbe essere assunta nei confronti del governo. Non la litania secondo cui il Rdc non serve a nulla, è uguale al Rei, è liberista, eccetera, eccetera. E, forse ci sbaglieremo, ma noi riteniamo che per sostenere queste rivendicazioni il Rdc è meglio averlo benché inadeguato, piuttosto che non averlo per poterne immaginare uno perfetto.

"ALL'INIZIO MA ORA NO..."

Passiamo ora all'altra critica, quella che attiene al giudizio sul governo gialloverde.

Questa critica è stata espressa nel modo più compiuto da Francesco F. Leggiamo:
«Sinceramente non riesco più a seguire la logica seguita da Sollevazione. Lo dico senza alcun intento polemico, intendiamoci. Potevo comprendere il "sostegno critico" al governo ALL'INIZIO... nei primi mesi...(...anch'io, pur non votandolo, riponevo molte speranze di un CAMBIAMENTO nel nuovo esecutivo... Speranze tradite...) MA adesso non lo comprendo più... Dopo la farsa della trattativa sul deficit... La farsa del reddito di cittadinanza riservato solo a chi sta in mutande e vive sotto i ponti... Dopo il progetto del federalismo portato avanti dalla Lega (...un progetto di chiara marca "EUROPEISTA"... Come Voi stessi avete sottolineato...)... Dopo le DISGUSTOSE PERFORMANCE di Salvini e C. (...PENTASTELLATI COMPRESI) in Italia e nel mondo (...da Ciampino a Gerusalemme...) Dopo tutto questo, è ancora giustificabile il "sostegno critico"?».

Caro Francesco, del Rdc abbiamo detto qui quel che pensiamo. Sul resto non abbiamo certo fatto mancare le nostre critiche al governo. Critiche espresse in tanti articoli, ed in maniera più compiuta in diverse risoluzioni di Programma 101 sulla trattativa con l'UE, sul regionalismo differenziato, contro il decreto sicurezza e su alcune uscite in campo internazionale.

Ora ci dirai, ma non è ancora venuto il momento di tirare le somme? Il fatto è che la nostra posizione si basa su due capisaldi:
1. La necessità, in questa fase storica, di posizionarsi nel campo populista proprio per impedire che esso diventi solo una sterminata prateria della destra. 2. Un'analisi sulla gravità della crisi dell'Unione Europea, che ci pare confermata dai fatti (vedi Brexit), e che ci fa intravvedere tempi di precipitazione ben più brevi rispetto a quelli previsti da altri.

Da qui la priorità assoluta della lotta alle èlite. Da qui quella di impedirne un recupero nella situazione italiana.

Dopo di che ogni cosa ha un limite. E — nel bene come nel male — la soglia decisiva sta nel ruolo oggettivo che il governo gialloverde, le aspettative che ha creato, le contraddizioni che genera, hanno oggi ed avranno nei prossimi mesi nel quadro europeo.

Al di là dei nostri pochi mezzi, il momento richiede grande lucidità. Consapevolezza di qual è il nemico principale — che resta il blocco sociale neoliberista ed eurocratico incarnato politicamente, anzitutto, dal PD —, di quali sono le priorità. 

Domani le valutazioni di oggi potrebbero cambiare. 
E se il governo gialloverde dovesse davvero diventare un elemento di stabilizzazione nel quadro europeo, piuttosto che di oggettiva destabilizzazione come è stato in questi mesi, saremo certamente i primi a prenderne atto.

venerdì 18 gennaio 2019

NOI NO di Piemme

[ 18 gennaio 2019 ]


Tutti, ma proprio tutti, contro il "decretone" legislativo con cui il governo giallo-verde avvia l'applicazione del cosiddetto "reddito di cittadinanza" e di "quota cento" sulle pensioni. Contro tutte le opposizioni parlamentari — con la Meloni che la spara grossa annunciando di raccogliere le firme per abolire la misura tanto voluta dai Cinque Stelle. Contro la Confindustria e la CGIL. Contro tutto il circo mediatico. Contro l'estrema sinistra. Contro i "sovranisti". Casa Pound e fascisteria varia non pervenuti...
Un vero e proprio mucchio selvaggio che fa gongolare l'élite: tutto fa brodo per sbarazzarsi del "governo populista" per riconquistare Palazzo Chigi mettendo al loro posto fantocci collaudati, magari proprio Mario Draghi.
Noi no.
Non ci sfuggono di certo gli enormi limiti delle due misure simbolo dei "populisti". Dovessimo fare l'elenco delle loro evidenti criticità supereremmo forse l'armata dei detrattori. Tuttavia, al netto di questi enormi limiti, queste due misure vanno nel senso di invertire le politiche austeritarie che vengono avanti da quasi trent'anni in nome del dogma liberista del pareggio di bilancio. Per la prima volta un governo tenta di applicare due misure che vanno nel senso di redistribuire la ricchezza sociale dall'alto verso il basso, ovvero andando incontro alle istanze di milioni di italiani vittime di una sistematica macelleria sociale.
Questa è la sostanza che non è solo simbolica perché incide infatti sul corpo vivo dei dimenticati, di chi la crisi economica ed i diktat dell'Unione europea hanno spinto sempre più in basso nella scala sociale.
Già l'Unione europea...
Tutti danno addosso al governo, ma pochi, anzi nessuno dice la cosa più importante ed oramai evidente ai più: che nell'Unione europea non sono possibili né giustizia sociale né dignità, né benessere per il popolo lavoratore. Detta in punto di dottrina: nell'Unione europea non è possibile per nessuno una politica economica keynesiana. Nella Ue non c'è spazio per la sovranità statuale, tanto più per paesi sotto ricatto debitorio come il nostro.
Da questo assunto alcuni ne ricavano una conclusione, come dire, disfattista: "che muoia Sansone con tutti i filistei!". Detto altrimenti: che crepino la Ue e con essa il governo che ha accettato il compromesso.
Dietro a questo disfattismo impotente e puerile c'è l'idea che ormai non ci sia più niente da fare, che l'Italia sia condannata come nazione e come stato.
Invece...
Invece la partita della sovranità popolare è solo all'inizio, è tutta aperta. Lo scontro decisivo con il blocco dominante anti-nazionale e liberista lo abbiamo davanti.
Primo, non è ancora detto che i populisti tradiranno l'enorme spinta al cambiamento che li hanno portati al governo. Secondo: nel caso crollino sotto il peso delle loro enormi responsabilità quella spinta potrebbe produrre sì una paralizzante disincanto, ma potrebbe suscitare una rivolta generalizzata in stile Gilet Gialli.
C'è ancora tempo, prepariamoci.

lunedì 22 ottobre 2018

FALSO IDEOLOGICO SU "QUOTA 100" di Leonardo Mazzei

[ 22 ottobre 2018 ]

I conti fasulli sulle pensioni del sig. Boeri Tito


Le uscite di Tito Boeri non si contano. "Uscite" nel senso più ampio del termine, dato che la sua principale attività non consiste nella gestione dell'Inps, come dovrebbe essere, ma nel mettere becco su ogni questione politica di pertinenza del parlamento. Essendo un uomo delle èlite per nascita, studi e collocazione ideologica, Boeri si permette da anni esternazioni di ogni tipo. Figuriamoci adesso, con il governo gialloverde che gli mette in pericolo il sacro dogma della Legge Fornero!
Nessuno stupore, dunque. Tanto più che lo strabordamento dal ruolo istituzionale di presidente dell'Inps è stato già consentito in passato al suo predecessore, l'indecente Antonio Mastrapasqua (2008-2014). Nessuno stupore, perché ci stiamo occupando dello stesso Boeri che il 19 luglio scorso è andato a sostenere alla Camera che il cosiddetto "Decreto Dignità" avrebbe provocato la perdita di 8mila posti di lavoro all'anno... Nessuno stupore, perché è evidente che il Boeri non è certo un tecnico super partes, bensì uno dei leader di fatto dell'opposizione sistemica al governo Conte. Nessuno stupore, ma davvero non se ne può più di esternazioni fondate su una presunta "autorità", certificata da media servili che mai vanno a scavare sull'attendibilità delle sparate di questo signore.

Dobbiamo dunque occuparcene, anche perché tante sono le bufale diffuse ad arte sul tema, tante le sciocchezze che circolano sia sulla stampa che sul web. E quasi tutte queste autentiche fake news hanno proprio come fonte primaria le apodittiche affermazioni del Boeri. Per farla breve, mettiamo a fuoco tre aspetti di quanto va dicendo il presidente dell'Inps: le sue contraddizioni, i suoi calcoli, le sue insinuazioni.

1. Le non lievi contraddizioni del prof. Boeri

Sembra che pochi se ne siano accorti, ma sulle modifiche della Fornero (la cosiddetta "quota 100") Boeri ha la faccia tosta di dire tutto ed il contrario di tutto. Ed il bello è che, stavolta con faccia tosta al cubo, ha avuto il coraggio di farlo nell'ambito della stessa audizione alla Camera lo scorso 17 ottobre.


In quella sede, stando a quanto riportato da La Stampa, egli ha parlato dei maggiori costi che: «gli interventi del Governo potrebbero causare al sistema previdenziale: 140 miliardi solo nei primi dieci anni». Boom! Boom! Triplo boom! Il governo (vedi il Dpb - Documento programmatico di bilancio) stima il costo di "quota 100" in 6,7 miliardi per il 2019, 6,9 miliardi per il 2020, 7,0 miliardi per il 2021. Da dove vengano fuori i 14 miliardi all'anno del Boeri proprio non si sa.

Il bello è che, nello stesso discorso, il presidente dell'Inps si è preoccupato di quanto perderebbero i lavoratori con "quota 100", andando in pensione prima delle scadenze dettate dalle regole della sacra Fornero. In maniera davvero commovente egli si è preoccupato di un tema solitamente ignorato dall'èlite, quello del valore delle pensioni. Lo ha fatto naturalmente pensando ai titoli dei giornali, metodo consueto degli "scienziati" della Bocconi. Ne è così venuta fuori l'assurda cifra di 500 euro in meno al mese, numero adatto agli strilloni del potere, al pari dell'altrettanto assurda diminuzione percentuale del 21% (per altri addirittura il 25%). 

Ci occuperemo di queste cifre, che non stanno né in cielo né in terra, al punto successivo. Qui vogliamo solo mettere in luce una contraddizione perfino comica. Come si fa a sostenere da un lato che i conti dell'Inps verrebbero fatti saltare da "quota 100", e dall'altro che i lavoratori ci rimetterebbero così pesantemente? Delle due una. Se i lavoratori ci rimettessero quel che dice Boeri, i conti dell'Inps non potrebbero che giovarsene, e viceversa. Lo può capire anche un piddino.

2. I calcoli lievemente imprecisi del ragionier Boeri

Vediamo allora il calcolo che porterebbe agli ormai famosi (ed inesistenti) 500 euro. Qui la disonestà intellettuale del bocconiano è pari solo all'arroganza sociale tipica del suo ambiente. Intanto, per sua comodità, egli prende in esame il caso di chi potrà anticipare la pensione di cinque anni, che non è il caso medio, bensì il caso massimo (67-62=5). Poi assume come "medio" (anche se solo per il pubblico impiego) un reddito di 40mila euro lordi all'anno. Cifra discutibile assai, dato che il reddito medio dei lavoratori dipendenti nel 2016 è stato quantificato dal Mef (Ministero dell'Economia e delle Finanze), in base alle dichiarazioni dei redditi del 2017, in 20.680 euro. E' vero, in questo dato medio confluiscono anche i redditi di chi lavora solo saltuariamente, ma non quelli di chi è sotto alla soglia minima degli 8mila euro annui. Prendiamo allora altre stime, come quella di JP Salary Outlook 2018, ed arriviamo ad un lordo di 29.380 euro annui. D'accordo, la media di chi arriva al pensionamento sarà un po' più alta, ma di certo ben al di sotto dei 40mila euro ipotizzati dal nostro ragioniere. 

Ma lasciamo perdere queste considerazioni, e restiamo al caso del dipendente pubblico con un reddito di 40mila euro che decidesse di anticipare la pensione di cinque anni. Secondo Boeri (vedi l'articolo già citato), uscendo con "quota 100" nel 2019 egli avrebbe una pensione pari a 30mila euro lordi, mentre rimanendo fino al 2024 ne otterrebbe una pari a 36.500. Avremmo dunque una differenza di 6.500 euro, che diviso per 13 mensilità fa appunto 500 euro al mese. Eh, la bellezza delle cifre tonde! Peccato che a noi questo conto proprio non torni. E per diversi motivi.

Ora, è vero che il calcolo pensionistico è reso complesso da diversi fattori, primo tra tutti lo sviluppo nel tempo della progressione retributiva del pensionando, ma non è su questo che si possono fondare stime come quelle del Boeri. Stiamo dunque ai fondamentali. Come tutti sanno un'annualità contributiva pesa nel calcolo della pensione nella misura del 2%. Se con una retribuzione di 40mila euro lordi si ottiene una pensione di 30mila euro, questo vuol dire che si ha un tasso di sostituzione del 75%, grosso modo coincidente con il valore dei contributi (38 x 2% = 76%). Non conosciamo le modalità del calcolo del Boeri, ma probabilmente il suo è stato solo un arrotondamento (guarda caso sempre a favore della tesi che egli sostiene), perché il valore preciso è esattamente di 30.400 euro.

Restando a lavorare, dunque raggiungendo i 43 anni di contributi, il lavoratore in questione arriverebbe invece a 34.400 euro (40mila x 86% = 34.400), non i 36.500 sparati alla Camera. Egli guadagnerebbe dunque 4mila euro lordi in più, non 6.500. Ma notoriamente i conti si fanno sul netto, non sul lordo. E siccome l'aliquota marginale in cui ricadrebbero i 4mila euro in più è del 38%, ecco che il netto scenderebbe a 2.480 euro, cioè a 190 euro al mese per tredici mensilità. Ora 190 (centonovanta) non è esattamente 500 (cinquecento). E per gli amanti delle percentuali (non sto a riportarvi tutti i calcoli)  l'incremento al netto sarebbe esattamente dell'11%. Non c'è dunque traccia né del 21% di Boeri, né tantomeno del 25% sparato da alcuni giornali.

Naturalmente, poi, la differenza del valore della pensione tra uscita per vecchiaia e "quota 100" si riduce con il diminuire del reddito, così come essa calerà con il calare degli anni di anticipo del pensionamento. I 190 euro reali del caso portato da Boeri, diventeranno così 114 con un anticipo di tre anni, 76 con un anticipo di due, eccetera.

3. Le insinuazioni del propagandista Boeri

Finiamola adesso con i calcoli, che qualche volta sono però utili. Se non altro per mostrare il livello di disonestà intellettuale tipico di lorsignori. Quando si diffondono certe cose è ovvio che è la propaganda a comandare. E la propaganda è fatta anche di insinuazioni. E qual è l'insinuazione che si vuole introdurre nelle menti dei semplici? Ma ovvio, che "quota 100" è una fregatura, che a dispetto delle rassicurazioni essa contiene delle penalità.


Come noto la Legge di bilancio non è stata ancora formalmente varata, ma - a differenza di quelle previste nella Legge Fornero per chi esce con il canale della pensione di anzianità - stavolta penalità non sono annunciate. Tant'è che lo stesso Boeri non le cita affatto, limitandosi ad un calcolo - come abbiamo visto non casualmente impreciso - di quel che uno guadagnerebbe restando a lavorare cinque anni di più.

Ma qui, non si offenda l'esimio prof. Boeri, né la sua amata università, né il genio di Rignano sull'Arno che lo mise nel 2014 laddove si trova, siamo davvero alla scoperta dell'acqua calda! Non c'è lavoratore che non sappia che il valore della pensione è in rapporto agli anni dei contributi versati. Ma ugualmente essi sanno che si vive una volta sola, e che andare in pensione a 62 anni piuttosto che a 67 non è esattamente la stessa cosa, specie se non si "lavora" alla Bocconi. Altrimenti, con quella logica, perché fermarsi a 67 e non lavorare tutta la vita? 

Dispiacerà ai propagandisti del sistema ma, salvo sorprese che mi sentirei di escludere, non ci sarà alcuna penalità in "quota 100". Che poi, ricordiamocelo, "quota 100" è solo un terzo canale di pensionamento, che non inficia né sostituisce gli altri due già esistenti (la pensione di vecchiaia e quella di anzianità, detta anche "anticipata"). Dunque, chi preferirà restare a lavorare potrà farlo senza problema alcuno.

Noi ci auguriamo invece che "quota 100" venga utilizzata dai più. Nell'aumento della disoccupazione giovanile, l'accelerazione registrata nel 2012 (vedi grafico sotto) si spiega essenzialmente con l'entrata in vigore della Legge Fornero. Certo, non è stata questa l'unica causa, quella principale però sì. Se ora alcune centinaia di migliaia di lavoratori potranno uscire dal lavoro prima, il beneficio in termini occupazionali (anche se ovviamente non in maniera meccanica) si vedrà eccome. 

Se i calcoli sistematicamente inattendibili di Boeri configurano una sorta di "falso ideologico continuato", i conti politici con Boeri andranno fatti al più presto. Il 15 luglio scorso così si espresse Di Maio: «Non possiamo rimuovere Boeri ora: quando scadrà terremo conto che è un presidente dell'Inps che non è minimamente in linea con le idee del governo». Penso che sarebbe invece stato meglio rimuoverlo subito, ma prima avverrà meglio sarà. Non si vede perché tenere a capo dell'Inps un leader dell'opposizione oligarchica. 

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