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venerdì 8 aprile 2016

IL PASTICCIACCIO EUROPEISTA DI VAROUFAKIS

[ 8 aprile ]

Il 5 aprile scorso l'inglese THE GUARDIAN ha pubblicato un lungo saggio di Yanis Varoufakis dal titolo stentoreo e inequivocabile: Perché dobbiamo salvare l'Unione europea? 
Ne pubblichiamo gli ultimi e significativi paragrafi.
Che se ne deduce? Che L'Unione europea va salvata a qualsiasi costo. Perché? Perché altrimenti una nuova ondata di nazionalismi fascisti sarà inevitabile. Un discorso tutto politico, brutalmente ideologico, in perfetta sintonia con la narrazione delle élite oligarchiche —che agitano lo spauracchio del peggio che certamente verrebbe in caso di dissoluzione della Ue per legittimare l'esistente, ovvero il loro dominio. 
Un discorso che noi ci permettiamo di rovesciare: i tentativi di democratizzare questa Unione sono utopistici (Varoufakis stesso lo ammette candidamente). E' proprio l'ostinazione a voler tenere artificialmente in vita questa Unione, con i suoi costi sociali tremendi, che rischia di spingere le masse ed i popoli nelle braccia della reazione. Quest'Unione va smantellata prima possibile, prima è meglio è.


«La nostra Unione europea si sta disintegrando. Dobbiamo accelerare la disgregazione di una confederazione fallito? Se si insiste sul fatto che anche i paesi piccoli possono conservare la loro sovranità, come ho fatto io, questo significa che la Brexit è la logica conseguenza? La mia risposta è un enfatico "No!"

Ecco perché: se la Gran Bretagna e la Grecia non fossero già in Europa, dovrebbero certamente restarne fuori. Ma, una volta dentro, è fondamentale prendere in considerazione le conseguenze di una decisione di uscita. Che ci piaccia o no, l'Unione europea è il nostro ambiente —ed è diventato un ambiente terribilmente instabile, che si disintegrerà, anche se un piccolo paese depresso come la Grecia uscisse, per non parlare di una grande economia come la Gran Bretagna. Dovrebbero i greci o gli inglesi avere a cuore la disintegrazione di questa UE esasperante? Sì, naturalmente! E dovremmo preoccuparci molto, perché la disintegrazione di questa alleanza frustrante creerà un vortice che trascinerà —una ripetizione postmoderna degli anni ‘30.

E’ un grave errore assumere, sia se si vuole restare o se ci si vuole congedare, che l'Unione europea sia qualcosa di stabile "là fuori", di cui si può o non può decidere di far parte. L’esistenza stessa dell'Unione europea dipende dalla permanenza della Gran Bretagna. Sia la Grecia che la Gran Bretagna si trovano ad affrontare le stesse tre opzioni. Le prime due sono rappresentate dalle due fazioni in lotta all'interno del partito Tory: ubbidienza a Bruxelles e uscita. Sono opzioni ugualmente disastrose. Entrambi conducono allo stesso futuro distopico: un'Europa adatta solo per coloro che fioriscono in tempi di una grande depressione —gli xenofobi, gli ultra-nazionalisti, i nemici della sovranità democratica. La terza opzione è l'unica che vale la pena perseguire: restare nella UE per formare un'alleanza transfrontaliera dei democratici, ciò che gli europei non riuscirono a fare negli anni ’30 —la nostra generazione deve ora cercare di evitare che la storia si ripeta.

Questo è esattamente ciò per cui alcuni di noi stanno lavorando con la creazione di DiEM25 —la Democrazia in Europa in ovimento, allo scopo di suscitare un risveglio democratico in Europa, una comune identità europea, una sovranità europea autentica, un baluardo internazionalista sia contro la sottomissione a Bruxelles che la reazione iper-nazionalista.

Non è questo utopistico? Ovviamente lo è! Ma non di più dell’idea che possa sopravvivere l'attuale arrogante e antidemocratica Unione europea, con la grave incompetenza alimentata dalla sua irresponsabilità. Non è più utopistica dell'idea che le democrazie inglese o greca possano essere fatte rivivere nel seno di uno Stati-nazione le cui sovranità non saranno mai restaurate all'interno di un mercato unico controllato da Bruxelles.

Proprio come nei primi anni ‘30, la Gran Bretagna e la Grecia non possono sfuggire all'Europa con la costruzione di un muro mentale o legislativo dietro cui nascondersi. O ci uniamo insieme per democratizzare, oppure soffriremo le conseguenze di un incubo paneuropeo da cui nessun confine può tenerci fuori».


* Traduzione a cura della redazione 

giovedì 11 febbraio 2016

VAROUFAKIS A BERLINO (video della conferenza stampa del 9 febbraio)

[ 11 febbraio ]

Il 30 gennaio scorso davamo conto, esprimendo il nostro dissenso, della nuova impresa politica di Yanis Varoufakis, il lancio di DieM2025 ovvero il “Movimento Democrazia in Europa 2025”.


La prima uscita pubblica di DieM2025 è avvenuta a Berlino l'altro ieri, con una conferenza stampa, la cui registrazione riportiamo qui sotto. La lingua usata in questa conferenza è l'inglese. Sappiamo che molti nostri lettori faranno fatica a comprendere il tutto. Riteniamo tuttavia doveroso segnalare l'evento di Berlino per, come dire, metterlo agli atti.

Varoufakis conferma quel che sapevamo già: che questa sua creatura (DieM2025) è un movimento "per la ri-democratizzazione dell'Unione europea", per superare le divisioni e le sovranità nazionali, per procedere quindi verso una vera e propria federazione europea. Il Nostro, prendendo giustamente atto che è in atto un processo di disintegrazione dell'Unione, di ri-nazionalizzazione della politica, si pone dunque come paldino dell'unionismo, come sentinella per scongiurare ogni "deriva nazionalistica". Afferma apertamente che i "demos nazionali" debbono essere rimpiazzati da un unico "demos europeo".

Si spinge oltre, sostenendo che la sinistra, già vittima di una sconfitta storica, potrà risorgere solo se si riuscirà nell'impresa di salvare l'Unione democratizzandola.

Riguardo alla natura della sua creatura politica Varoufakis ha sottolineato che essa è "aperta a tutti i democratici, quale che sia la loro ideologia, la loro affiliazione politica o la loro concezione di quale sia una buona società", senza escludere gli stessi neoliberisti.

Vedremo chi saranno i compagni di viaggio di Varoufakis, in Europa ed in Italia —da noi di sicuro Stefano Fassina, con lui pezzi del Prc, di Sinistra italiana. 

Come segnalavamo raccontando dell'incontro svoltosi a Parigi a fine gennaio della sinistra del "Piano B" l'operazione del Nostro segna intanto una scissione, quella appunto con il raggruppamento di Lafontaine.



sabato 30 gennaio 2016

VAROUFAKIS (DELLA MANCIA) e L'OPERAZIONE DIEM2025

[ 30 gennaio ]

L'altro giorno abbiamo pubblicato un resoconto del Summit del cosiddetto "Piano B" svoltosi a Parigi. Alcuni lettori ci han chiesto: "Ma che, Varoufakis non c'era?". No, non c'era. E non c'era perché Varoufakis sta giocando una sua propria partita politica, sta dando vita al DieM2025 ovvero il “Movimento Democrazia in Europa 2025” . E non c'era perché Varoufakis non è affatto per un quale che sia "Piano B" di uscita dall'euro. Lui ha il suo "Piano A"; quella della riforma dei Trattati e dell'Unione europea —più o meno la stessa posizione che ha difeso Stefano Fassina a Parigi, il quale in effetti ha preso le  distanze da Lafontaine essendo in grande sintonia con Varoufakis.
Cosa pensa davvero Varoufakis egli lo esprime bene in una intervista, fresca fresca di stampa, di cui qui sotto pubblichiamo gli stralci più significativi. Se dal punto di vista strettamente economico dice delle castronerie (ad esempio che un paese che voglia tornare alla propria valuta avrebbe bisogno di almeno un anno per farlo !!; o che la svalutazione per paesi come l'Italia sarebbe enorme e socialmente devastante); dal punto di vista politico siamo alla nota narrazione dei sinistrati per cui gli stati nazionali sarebbero de facto defunti, e che l'unico spazio politico possibile è quello dell'Unione. 
Che poi si contraddica nelle conclusioni in modo clamoroso... lo lasciamo verificare ai nostri lettori.


* * * 

Perché DIEM2025?
(...)

D. Quindi è il momento di sostenere l’uscita dall'Euro? Un ritorno alle valute nazionali non darebbe almeno maggiori opportunità di responsabilità democratica?

R. Questa, naturalmente, è una battaglia in corso che ho con i compagni in Grecia. Sono cresciuto in una Grecia piuttosto isolata, un paese capitalista periferico, con la nostra moneta, la dracma, e un'economia con quote e tariffe che impedivano la libera circolazione delle merci e dei capitali. E vi posso assicurare che era una Grecia piuttosto tetra, certamente non un paradiso socialista. Così l'idea che dovremmo tornare allo stato-nazione, al fine di creare una società migliore, è per me particolarmente stupida e poco plausibile.

Ora, vorrei che non avessimo creato l'euro, vorrei che avessimo mantenuto le nostre monete nazionali. È vero che l'euro è stato un disastro. Ha creato un'unione monetaria che è stata progettata per fallire e che ha garantito privazioni indicibili per i popoli d'Europa. Ma, detto questo, c'è una differenza nel dire che non avremmo dovuto creare l'euro e sostenere ora che dovremmo uscirne. A causa di ciò che noi in matematica chiamiamo isteresi. In altre parole, uscendo non torneremmo dove eravamo prima che fossimo entrati o dove avessimo voluto trovarci se non fossimo entrati.

Alcune persone portano l'esempio dell'Argentina, ma la Grecia non era nello stato in cui l'Argentina era nel 2002. Noi non abbiamo una moneta da svalutare nei confronti dell'euro. Abbiamo l'euro! Uscire dall'euro chiederebbe la creazione di una nuova valuta ciò che implicherebbe un anno per farlo per poi svalutarla. Sarebbe come se l’Argentina avesse annunciato una svalutazione con 12 mesi di anticipo. Questo sarebbe catastrofico, perché avresti dato agli investitori —o anche ai semplici cittadini— con molto avviso— il tempo necessario per liquidare tutto, prendere i soldi prima in previsione di una svalutazione, e non sarebbe restato nulla in piedi nel paese.

Di tutte le opzioni a nostra disposizione, qual è quella che ha meno probabilità di causare una catastrofe? Per me, questa è il tentativo di democratizzare l’Unione. Anche se potessimo ritornare alle nostre monete nazionali nella zona euro, paesi come la Germania, la cui moneta è stata soppressa in seguito all’euro, vedrebbero i loro tassi di cambio schizzare all’insù. Ciò significherebbe che la Germania, che ha ora un tasso di disoccupazione molto basso ma una percentuale elevata di lavoratori poveri, vedrebbe questi lavoratori poveri diventare disoccupati poveri. E questo accadrebbe ovunque nel Nord Europa orientale e centrale, nei Paesi Bassi, Austria, Finlandia - in quelli che io chiamo paesi in surplus. Nel frattempo, in luoghi come l'Italia, il Portogallo e la Spagna, e anche la Francia, avverrebbe allo stesso tempo un forte calo dell'attività economica (a causa della crisi in posti come la Germania), ed un forte aumento dell'inflazione (le nuove valute di questi paesi si svaluterebbero molto significativamente, causando il decollo dei prezzi delle merci d'importazione, di petrolio, energia e dei beni di prima necessità.

Quindi, se torniamo al bozzolo dello stato-nazione, noi avremmo una linea di faglia lungo il fiume Reno e le Alpi. I paesi ad est del Reno ed a nord delle Alpi diventerebbero economie depresse e il resto d'Europa cadrebbe in stagflazione, alta disoccupazione e prezzi elevati.

Questa Europa potrebbe addirittura produrre una grande guerra o, se non una guerra vera e propria, tanto disagio che le nazioni andrebbero l’una contro l'altra. In entrambi i casi, l'Europa, ancora una volta, affonderebbe l'economia mondiale. La Cina sarebbe devastata, e la timida ripresa degli Stati Uniti sarebbe perduta. Avremmo condannato tutto il mondo a perdere almeno una generazione. Dico ai miei amici che la sinistra non avrebbe alcun beneficio da un simile evento. Ne beneficeranno invece gli ultranazionalisti, i razzisti, i bigotti ed i nazisti.

D. Possono l'euro o l'Unione europea essere democratizzati?
R. L'Europa può essere democratizzata? Sì, credo di sì. Lo sarà? Ho il sospetto che non lo vorrà. Quindi cosa succederà? Se chiedete la mia previsione, essa è molto cupa, sono pessimista. Penso che il processo di democratizzazione ha una piccola possibilità di successo. Nel qual caso avremo la disintegrazione e un futuro tetro. Ma c’è una differenza tra le previsioni riguardo alla società e quelle meteorologiche, col tempo possiamo permetterci di sederci e guardare il cielo e dire che crediamo che pioverà, tanto questi discorsi non influenzeranno la probabilità di pioggia. Ma davanti ai problemi sociali e politici abbiamo il dovere morale e politico di essere ottimisti e dire, va bene, tutte le opzioni sono a nostra disposizione, e qual è quella che ha meno probabilità di causare una catastrofe? Per me, questa è il tentativo di democratizzare l'Unione europea. Ci riusciremo? Non lo so, tuttavia ho la speranza che si possa fare.

D. Democratizzare l'Europa è una questione di recupero di principi fondamentali o sviluppare un nuovo concetto di sovranità?

R. Entrambe le cose. Non c'è niente di nuovo sotto il sole. Il concetto di sovranità non cambia, ma i modi in cui si applica alle aree multi-etniche e multi-giurisdizionali come l'Europa deve essere ripensato. C'è un dibattito interessante che avviene principalmente in Gran Bretagna, ma il resto d'Europa non sembra interessato. E' stato sempre frustrante cercare di convincere i francesi e i tedeschi che c'è una profonda differenza tra l'Europa delle nazioni e l’Unione europea. Gli inglesi lo capiscono meglio, per ironia, in particolare i conservatori. Essi sono sostenitori di Edmund Burke, anti-costruttivisti che credono ci deve essere una relazione necessaria tra le nazioni, i parlamenti e la valute: una nazione, un parlamento, un denaro.

Quando chiedo ai miei amici conservatori, "…e per quanto riguarda la Scozia? Gli scozzesi non sono forse una nazione in buona fede? Se è così, non dovrebbero avere uno stato ed una loro propria valuta?”. La risposta che ottengo è questa: “Naturalmente ci sono una nazione scozzese, gallese, e inglese e non una nazione del Regno Unito, ma c'è una identità comune, forgiata come risultato di guerre di conquista, partecipazione all’impero e così via. Se questo è vero, e potrebbe essere, allora è possibile dire che diverse nazionalità possono essere legate tra loro da una comune identità in evoluzione. E’ così che mi piace vederla. Noi non stiamo facendo una nazione europea, ma siamo in grado di avere un'identità europea che corrisponde a un sovrano popolo europeo. Così conserviamo il concetto antiquato di sovranità, ma ci colleghiamo ad una identità europea in via di sviluppo, che è poi collegata con le singole sovranità e un parlamento che mantiene controlli ed equilibri sul potere esecutivo a livello europeo.

Al momento, abbiamo l’Ecofin, l'Eurogruppo, e il Consiglio europeo che prendono decisioni importanti in nome del popolo europeo, ma questi organismi non sono responsabili davanti a nessun parlamento. Non è sufficiente dire che i membri di queste istituzioni sono responsabili davanti ai loro parlamenti nazionali, perché i membri di queste istituzioni, quando tornano a casa di fronte ai loro parlamenti nazionali, dicono “Non prendetevela con me, ero in disaccordo con tutto ciò che veniva deciso a Bruxelles, ma non ho avuto il potere di influenzare le decisioni, quindi non sono responsabile per l'Eurogruppo, il Consiglio o l’Ecofin”. Solo quando questi organi istituzionali potranno essere censurati e liquidati come in quanto organo di un parlamento comune, avremo democrazia sovrana. Questo dovrebbe essere l'obiettivo in Europa.

D. Qualcuno potrebbe sostenere che questo rallenterebbe il processo decisionale e renderlo inefficace.

R. No, non penso che rallenterebbe il processo decisionale, lo valorizzerebbe. Al momento, perché non abbiamo questo tipo di responsabilità, non vengono prese le decisioni fino a quando agire diventa improrogabile. Continuano a ritardare, ritardare, negando un problema per anni e poi sempre raggiungono un risultato all'ultimo minuto possibile. Questo è il sistema più inefficiente in assoluto.

D. Siete coinvolto in questo momento nel lancio di “Movimento Democrazia in Europa” [DieM2025]. Ce ne parli?

R. Il lato positivo per il modo in cui il nostro governo è stato schiacciato la scorsa estate è che milioni di europei sono stati allertati per il modo in cui l'Europa ha gestito la vicenda greca. La gente è molto, molto arrabbiata, anche le persone che erano in disaccordo con me e noi.

Così sto girando l'Europa andando da un paese all'altro cercando di accrescere la consapevolezza delle sfide comuni che dobbiamo affrontare e la tossicità che nasce dalla mancanza di democrazia. Questo è stato il primo passo. Il secondo passo è stato quello di tirar fuori un progetto di manifesto, ed i manifesti sono importanti, in quanto focalizzano l’attenzione e diventano un punto di riferimento per le persone che sono arrabbiate e preoccupate e vogliono partecipare a un processo di democratizzazione dell'Europa.

Così, nelle prossime settimane, ci sarà in scena il 9 febbraio un evento significativo, che si tiene lì per ovvie ragioni simboliche, per lanciare il manifesto e chiamare gli europei di tutti i 28 stati membri ad unirsi a noi in un movimento che ha una semplice ordine del giorno: o democratizzare l'Unione europea o abolirla. Perché se permettiamo alle attuali strutture e
istituzioni burocratiche e non democratiche di Bruxelles, Francoforte e Lussemburgo di continuare con le loro politiche a nostro nome, finiremo nella distopia che ho descritto prima.

Dopo quello del 9 febbraio Berlino, abbiamo in programma una serie di eventi in tutta Europa che daranno al nostro movimento lo slancio necessario. Noi non siamo una coalizione di partiti politici. L'idea è che chiunque può partecipare in modo indipendente, quale che sia la sua affiliazione partitica, politica o ideologica, perché la democrazia può essere un tema unificante. Anche i miei amici conservatori possono aderire, o liberali, che pensano che l'Unione europea non è solo insufficientemente democratica, ma, piuttosto, antidemocratica e, per questo motivo, economicamente incompetente.

Il lato positivo del modo in cui il nostro governo è stato schiacciato la scorsa estate è che milioni di europei sono stati messi in guardia per il modo in cui l'Europa procede in pratica, come possiamo farvi fronte? Il modello della politica in Europa, si è basato sui partiti politici nazionali. Così un partito politico cresce in un determinato paese, con un programma che fa appello ai cittadini di quel paese, poi una volta che il partito si trova al governo, si cerca di costruire alleanze con partiti simili in Europa, nel Parlamento Europeo, a Bruxelles e così via. Per quanto mi riguarda, questo modello di politica è finito. La sovranità dei parlamenti è stata dissolta dalla zona euro e dall'Eurogruppo; la capacità di adempiere il proprio mandato a livello di stato-nazione è stata sradicata, pertanto, ogni programma politico rivolto ai cittadini di un particolare Stato risulta vano. I mandati elettorali sono impossibile da esercitare.

Così, invece di andare dal livello dello stato-nazione a quello europeo, abbiamo pensato che si dovrebbe fare il contrario; che si debba costruire un movimento transfrontaliero paneuropeo, sostenendo il dialogo nello spazio europeo individuando politiche comuni per affrontare i problemi comuni e, una volta che abbiamo un consenso sulle comuni strategie a livello europeo, tale consenso potrà trovare espressione ai livelli dello Stato nazionale, regionale e comunale. Quindi stiamo invertendo il processo, iniziando a livello europeo per cercare di trovare il consenso per poi spostarsi verso il basso. Questo sarà il nostro modus operandi.

Per quanto riguarda il calendario, abbiamo suddiviso il prossimo decennio in diverse tappe perché abbiamo al massimo un decennio per cambiare l'Europa. Se falliamo di qui al 2025 non credo che ci sarà un'Unione europea da salvare o, addirittura, di cui parlare. Per quelli che vogliono sapere quello che vogliamo ora la risposta è: la trasparenza! Come minimo, chiediamo che il Consiglio dell'Unione europea, l’Ecofin e le riunioni dell'Eurogruppo dovrebbero essere livestreamed, i verbali della Banca centrale europea pubblicati e i documenti relativi ai negoziati commerciali come il Trattato Transatlantico di scambio e di partenariato per gli investimenti (TTIP) dovrebbero essere disponibili on-line. Nel breve e medio termine, discuteremo per la riassegnazione dei ruoli delle istituzioni europee esistenti, entro i (comunque terribili) trattati esistenti, al fine di stabilizzare le crisi in corso nei campi del debito pubblico, degli investimenti insufficienti, quello bancario e della povertà crescente. Infine nel medio-lungo termine, chiederemo un'Assemblea Costituente dei popoli d'Europa, abilitata a decidere su una futura Costituzione democratica che andrà a sostituire tutti i trattati europei esistenti.

D. Ci sembra di vivere in un tempo di speranza ma anche difficile. Vediamo la crescente popolarità dei partiti, come Podemos in Spagna, la sinistra in Portogallo, Jeremy Corbyn nel Regno Unito e così via, ma allo stesso tempo abbiamo l'esperienza di Syriza, brutalmente schiacciata dalla Troika. Quale speranza puoi dare a queste proteste popolari contro la politica di austerità, vista l'esperienza di Syriza?

R. Penso che l'ascesa di questi partiti e movimenti anti-austerità mostri chiaramente che i popoli europei, non solo in Spagna e Grecia, hanno avuto un impatto enorme sul vecchio modo di fare politica, sulle politiche che hanno riprodotto la crisi e hanno spinto l'Europa su un percorso che porta alla disintegrazione. Non vi è alcun dubbio su questo.

La domanda è: come possiamo sfruttare questo malcontento? Nel nostro caso in Grecia abbiamo fallito. Abbiamo un grande scollamento tra la leadership del partito e le persone che hanno votato per esso. Quindi questo è il motivo per cui credo che focalizzarsi sullo stato-nazione è fuori tempo massimo. Se Podemos entra nel governo, essi si troveranno nelle stesse condizioni estremamente vincolanti imposte dalla Troika —proprio come il nuovo governo in formazione in Portogallo. Se tali tali partiti progressisti saranno sostenuti da un movimento pan-europeo che eserciti una pressione progressiva ovunque e allo stesso tempo, finiranno per frustrare i loro elettori, costretti ad accettare tutte le regole che impediscono loro di soddisfare le loro promesse.

Questo è il motivo per cui ho messo la mia enfasi sulla costruzione di un movimento paneuropeo. È perché l'unico modo di cambiare l'Europa è quello di suscitare un'ondata che si erga in tutta Europa. In caso contrario, il voto di protesta che si manifesta in Grecia, Spagna, Regno Unito, Portogallo, se non è sincronizzato ovunque, finirà per dissiparsi, lasciando dietro di sé nient'altro che l'amarezza e l'insicurezza prodotta dalla frammentazione inarrestabile in Europa.

* Fonte: Red Pepper e Yanis Varoufakis 29 gennaio
** Traduzione a cura della Redazione di SOLLEVAZIONE

venerdì 2 ottobre 2015

DICONO: "USCIRE DALLA GABBIA DELL'EURO DA SOLI NON SI PUÒ", BEH, ALLORA LASCIAMO PERDERE di Sergio Cesaratto

[ 2 ottobre ]

«Mitterand stesso ebbe a dichiarare: “In economia ci sono due soluzioni. O sei un Leninista. O tu non cambierai nulla”».

Consigliamo i nostri lettori di leggere, anzi di studiare, con tutta l'attenzione che merita, questo contributo di Cesaratto, una delle menti più lucide che possiede la sinistra italiana. La denuncia dell'Europa vonhayekiana e liberista, una critica sferzante all'utopia di "un'altra Europa è possibile", ma anche una frustata al "Piano B" di quella che abbiamo amichevolmente chiamato "Banda dei quattro"  (Varoufakis, Lafontaine, Melanchon e Fassina), per cui "nessun paese può salvarsi da solo". Una tesi quest'ultima, che finisce per disarmare le opposizioni popolari e democratiche. Una tesi che ha due succedanei: la proposta di "Alba Mediterranea" (Vasapollo), nonché dell'altra che "non è possibile il keynesismo in un solo paese" (vedi l'intervento Screpanti al nostro seminario di Castiglione del Lago). Siamo d'accordo con Sergio Cesaratto: i perimetri politici nazionali sono i soli in cui, realisticamente, i popoli possono riscattare la loro sovranità e liberarsi dal gabbia dell'euro e del capitalismo-casinò.


C’è vita a sinistra, afferma (non si domanda) perentorio il manifesto aprendo uno stanco dibattito dominato dal pensiero unico di un gruppo di soliti noti —lo dico con il rammarico dell’antico militante di quel gruppo e quotidiano. Fuori dal coro solo l’intervento di Stefano Fassina e quello del prof. Luciano Canfora che si è posto grandi e importanti domande. Gli altri contributi non varrebbe neppure la pena discutere.

L’astuto Hayek e l’europeismo ingenuo
Von Hayek


La maggior parte si crogiola tenacemente nell’idea della riformabilità dell’Europa mentre si indigna al solo sentir parlare di riconquista della sovranità democratica nazionale. Riferendosi a un saggio dell’iperliberista (ma astuto) Friedrich Hayek, Oskar Lafontaine ha spiegato poche settimane fa perché un’Europa politica e dunque solidale non può esistere:

«Già nel 1976 [sic, 1939 in realtà] il maestro di questa ideologia, Friedrich August von Hayek, ha dimostrato in un suo articolo che ha avuto una profonda influenza che il trasferimento di autorità sul piano internazionale apre chiaramente la strada per il neoliberismo. Ed è per questo che l’Europa del libero mercato e di scambio non regolamentato dei capitali non è mai stato un progetto di sinistra».
Ci piace pensare che quanto avevamo scritto poche settimane prima (anche in inglese) abbia avuto un’influenza su questa opinione.
Scrivevamo infatti che un argomento dirimente per dimostrare che un’Europa politica è pur possibile, ma solo con uno Stato minimale, viene da un vecchio saggio di Hayek del 1939. La sua argomentazione è che una federazione fra nazioni economicamente e culturalmente disomogenee (si potrà poi ragionare sull’importanza relativa dei due aggettivi) e che controlli un cospicuo ammontare di risorse, non potrà durare a lungo. Essa si fratturerà presto sui criteri di distribuzione delle risorse e/o del potere di allocarle. La fine dell’ex-Yugoslavia è l’esempio più evidente. E basti guardare a quello che succede in questi giorni (luglio 2015). Che legittimazione avrebbe un’autorità federale europea di andare contro la volontà di molti paesi di non aiutare la Grecia a sollevarsi? Non sarebbe neppure troppo democratico, a ben vedere. Questo pone la parola fine al sogno dei più tenaci europeisti per cui il problema dell’euro si risolverebbe completando l’unione monetaria con l’unione politica. Dalla padella nella brace verrebbe da dire.

L’astuto Hayek precisa che politicamente sostenibile sarebbe invece uno Stato federale “leggero”, che abbia poco o nessun potere redistributivo e che si occupi solo di regolamentare i mercati e poco altro. Esso sarebbe non solo possibile, ma desiderabile. Per un liberista, naturalmente, non certo per un socialista. Non sorprende che, tanto per fare un esempio nostrano, i più ostinati federalisti italiani siano i radicali
[Pannella-Bonino, Ndr] tenaci liberisti in economia. E non è un caso che il Rapporto dei 5 Presidenti (Draghi, Junker ecc.) sulla riforma politica dell’UE si rifaccia fondamentalmente al modello Hayek: nessuna funzione fiscale perequativa a Bruxelles, banca centrale monetarista e limitazione all’autonomia degli Stati nazionali.
In tal modo si completerebbe il disegno hayekiano che svuota del tutto gli Stati nazionali dei poteri monetari e fiscali, privando le classi lavoratrici nazionali del loro terreno naturale di conflitto: il proprio Stato nazionale. La democrazia si riduce così alle lotte per le libertà civili, coerentemente ritenute centrali dai radicali (il resto la fa il mercato). Si completa così anche la globalizzazione: non solo il capitale si sottrae al conflitto delocalizzando, ma anche lo Stato si fa evanescente —di esso rimane solo il sorriso beffardo del gatto di Alice lassù da Bruxelles.
Naturalmente l’indefesso internazionalista ci dirà che a fronte della globalizzazione di Stato e capitale, anche il lavoro si deve internazionalizzare e creare fronti sovra-nazionali. La storia è tuttavia parca di esempi in questa direzione. L’intreccio fra lotte per l’indipendenza nazionale e per il socialismo è invece un classico della storia del movimento operaio.

L’indefesso keynesiano di sinistra (utopista o liberal-socialista) ci dirà che, potenzialmente, i lavoratori dei diversi paesi hanno tutti interesse a politiche espansive, in particolare quelli tedeschi a politiche di sostegno ai salari, sì da far svolgere a quel paese un ruolo di traino della domanda aggregata in Europa. Questo allevierebbe le problematiche della moneta unica. Potenzialmente, appunto. Come vedremo più avanti, già negli anni 1970 la sinistra del Labour inglese criticava posizioni che facevano leva su congiunzioni astrali per cui governi progressisti e keynesiani si trovano al potere allo stesso tempo. Su questo non si può fare affidamento —ammesso e non concesso che difficoltà non possano scaturire anche fra governi progressisti di paesi disomogenei.
La vicenda greca impone che la sinistra prenda coscienza delle ragioni profonde della crisi europea, e smetta di attribuirla a una generica tecnocrazia neoliberista. Vi sono ragioni materiali per cui questa è l’unica Europa possibile ed è quella che le élite desiderano, avvantaggiandosi anche dell’ingenuo europeismo della sinistra. Come Hayek aveva ben colto, il federalismo è la Mecca dei liberisti (e dovrebbe essere anatema per i socialisti). Questo non implica l’abbandono dell’idea della fratellanza fra i popoli. Attenzione però al fondamentalismo utopico: è di un vecchio e colto amico de il manifesto (quando non ospitava gli zombie), Danilo Zolo, ricordare la massima di Proudhon, “Chi dice umanità cerca di ingannarti” —questo ce lo dobbiamo ricordare anche sulla questione immigrazione, basti pensare il cinismo con cui si è parlato di allentamento dei vincoli fiscali europei per i paesi europei che avessero accolto un congruo ammontare di migranti, un segno di disprezzo per i milioni di disoccupati dell’Europa periferica.

L’affermazione di Corbyn: l’ennesima illusione?


Queste cose ce le siamo dette, ma qual è l’alternativa che proponiamo? Certamente la vittoria di Corbyn alla leadership del Labour Party dimostra che a sinistra c’è vita, peraltro chi ha mai dubitato che le “idee di rivolta non muoiono mai”? Il quesito che si pone alla sinistra laddove abbia prospettive di governo —ça va sans dire che in Italia siamo anni luce da questo— è “per fare cosa?”

Al riguardo, un recente bel saggio su ottima rivista della sinistra americana articola un confronto fra la capitolazione di Tsipras e quella di Mitterand nel 1981-82, ambedue guarda caso alla Germania. Ora la Francia non è la piccola e disgraziata Grecia, ma a maggior ragione il parallelo si fa interessante. Mitterand andò al potere su un programma molto avanzato di nazionalizzazioni, redistribuzione e sostegno alla domanda aggregata. Un programma keynesiano insomma, ma con delle ambizioni socialiste. La mancata cooperazione economica da parte dei partner, Germania in primis, che perseguivano politiche di rigore, pose fine all’esperimento. La questione è semplice: qualunque paese che autonomamente decidesse di crescere di più sostenendo la domanda interna, per esempio accrescendo salari e spesa sociale, incorrerebbe rapidamente in problemi di bilancia dei pagamenti. Questo puntualmente accadde in Francia. Con una delle innumerevoli giravolte che lo contraddistinsero, il Presidente francese si convertì al rigueur decidendo di mantenere la partecipazione della Francia al Sistema Monetario Europeo (l’antesignano dell’euro) e da allora quel paese è diventato la dama di compagnia di Fraulein Deutschland che conosciamo. Se il coraggio di andare per la propria strada mancò alla orgogliosa e avanzata Francia, certo le cose sono state ben più difficili per la povera Grecia. 

Si dice che il leader inglese Corbyn provenga dalla tradizione della sinistra labour che fu di Tony Benn, Michael Foot, Ken Livingstone (qui). Anche quella sinistra, con Tony Benn ministro dell’industria, si trovò al governo. Le difficoltà al suo programma radicale di politica industriale (qui) provennero allora dalla stessa destra laburista. L’Alternative Economic Strategy (AES) è fatta di controlli, in primis sui movimenti di capitale (ma qui persino il FMI accondiscende in certe condizioni), ma anche e soprattutto delle importazioni.[2]

L’Alternative Economic Strategy
Bob Rowthorn

Bob Rowthorn (università di Cambridge), uno dei più influenti economisti eterodossi degli anni 1980, membro del Partito comunista inglese, in due attualissimi articoli (1980 e 1981) spiega e difende la AES rivendicandone il carattere nazionale sulla base dell'argomento di buon senso che giustizia, lavoro e benessere nel proprio paese non possono attendere che governi di sinistra si instaurino anche in altri paesi. Questo dimostra anche che la sovranità sul tuo proprio Stato è pregiudiziale a qualsiasi speranza di cambiamento, alla faccia degli europeisti di sinistra che inflazionano il pensiero unico de il manifesto.[3] Osservando preliminarmente come la AES prevedesse l’uscita del Regno Unito da quello che allora si chiamava Mercato Comune Europeo (che ostacola l’intervento pubblico nell’industria) (1981: 1), Rowthorn ci sembra ben anticipare i termini del dibattito corrente, un de te fabula narratur:

«The crisis which is affecting millions of British people is upon us now. If the left is to exploit the present situation, it must have a programme which offers these people some hope, and it must think in terms of something more practical than a European or world revolution. Those who attack a national strategy for socialism in Britain as doomed to failure, and call for a European or world revolution, may sound very revolutionary. But in fact theirs is a doctrine of despair, and however much their views may inspire a small vanguard of sympathisers, they can only breed demoralisation amongst the mass of workers to whom they offer nothing». (1980: 3).
Più crudo di così…

Fra Mitterand e Lenin
Francois Mitterand

Che tutto questo sia difficile, forse ancor più difficile oggi che alcuni decenni fa, siamo d’accordo.[4] Il perseguimento di strade nazionali si scontra sia col capitale nazionale che con quello internazionale, e necessita un sostegno ampio delle masse popolari (si vedano le belle conclusioni del saggio su Mitterand e anche analoghe riflessioni di Rowthorn 1980 e 1981). Ma ci sono alternative? 
Che in nome di utopie internazionaliste senza alcun fondamento ci si rifiuti persino di intraprendere una difficile strada di ricerca di strade alternative è colpevole (oltre che stupido). Mitterand stesso ebbe a dichiarare: “In economia ci sono due soluzioni. O sei un Leninista. O tu non cambierai nulla”. 

Oggi non si tratta di dividersi se Tsipras sia o no un traditore o un opportunista o quello che si vuole. Questo è irrilevante. La questione è constatare freddamente la sfida enorme che un governo di sinistra si trova di fronte, l’altro ieri Mitterand, ieri Tsipras, domani Corbyn (o Fassina)?

La mancata determinazione a percorrere una strada radicale non può non essere stata negativamente influenzata dal fallimento del socialismo reale su cui non v’è riflessione alcuna e su cui a sinistra si è steso un telo, non pietoso ma pavido. La crisi della sinistra si identifica per molti versi con la crisi dell’idea stessa di socialismo, dopo il crollo del socialismo reale.[5] Per contro v’è un “capitalismo scatenato”, come lo definì un altro indimenticato economista inglese Andrew Glyn, che, sebbene ben lungi dal funzionare senza problemi —basti ricordare la problematica della stagnazione secolare—, appare dominare incontrastato con una crescente, disgustosa e spudorata diseguaglianza accompagnata dall’abbattimento dei diritti sociali e politici.[6] La violenza del capitalismo si manifesta sfacciatamente anche verso l’ambiente. Si presti attenzione che il “capitalismo scatenato” si contrappone al capitalismo regolato degli anni d’oro 1950-1970 quando la sfida socialista era ben viva imponendo al capitalismo un comportamento più improntato alla giustizia sociale, come anche la sinistra buonista con ritardo riconosce nelle proprie riviste. Piaccia o non piaccia, si è trattato dell’epoca più felice e piena di speranze per interi popoli mai verificatasi nella storia umana, sia da noi che nei paesi più poveri.[7] Ora abbiamo un capitalismo al contempo in crisi perenne e clamorosamente vittorioso.[8]

Il crollo del socialismo reale ha dunque al contempo consentito lo scatenamento di un capitalismo barbaro e l’indebolimento delle capacità di reazione della sinistra.
E tempo che la sinistra riprenda la sfida alla barbarie del capitalismo iperliberista. Comprendere che le istituzioni sovranazionali sono spesso un suo strumento per svuotare le democrazie nazionali (qui) è un primo passo, il più banale peraltro. 

C’è una reticenza, al riguardo, nel noto e meritorio documento Piano B sottoscritto a Parigi anche da Fassina, anzi in un certo senso un passo indietro rispetto a quanto qui argomentato laddove si afferma che: “Nessun paese europeo può operare per la propria liberazione in modo isolato. La nostra visione è internazionalista”. A me sembra che ciò che degli autentici internazionalisti devono sottoscrivere è una dichiarazione di sostegno a governi di sinistra che si vedessero costretti, com’è probabile, a muoversi in autonomia avendo contro il capitale nazionale e internazionale.[9] Ma questi sono problemi relativamente semplici a risolversi, una volta compresi.

Così come non mi fascerei la testa di fronte alla difficoltà di determinare come potrebbe avvenire una dissoluzione dell’euro o una uscita unilaterale. Questa può avvenire solo in seguito a una radicalizzazione della situazione, ovvero a una rivolta popolare contro politiche che non danno prospettive di lavoro e benessere. Queste fasi sono drammatiche per definizione, il punto è la volontà popolare di affrontarle. Il referendum greco ha dimostrato come una stragrande maggioranza della popolazione possa essere pronta a farlo (e per un paese povero le cose sono ben più difficili). Il nostro compito è portarla a questo grado di consapevolezza ed esasperazione. “Loro” cercheranno in tutti i modi di evitare questa drammatizzazione.

Costruire una alternativa è la vera sfida. Credo che la priorità sia il tema dell’occupazione, della piena occupazione, tema su cui bisogna battere senza sosta prima e sopra ogni altro (come tipicamente non fa la sinistra). Solo così si può conquistare il consenso. Poi va impostata una ricerca sistematica sulla problematica del socialismo. Sia il capitalismo di Stato, sperimentato in occidente, che il socialismo reale, hanno incontrato seri problemi di inefficienza, corruzione e quant’altro. Quelli della pianificazione o, nella versione occidentale, della programmazione sono tematiche abbandonate da tempo. Il capitalismo scatenato rivendica una propria vittoria sul piano dell’innovazione tecnologica: è proprio così? E se è così, è davvero una battaglia perduta? 

Ma su tutte v’è la domanda se un paese può davvero oggi andare per proprio conto, date le relazioni economiche con l’estero diventate sempre più complesse e l’assenza di un blocco economico socialista su cui l’AES faceva per esempio affidamento. Se non è così, beh allora lasciamo perdere.

Personalmente credo che solo se la sinistra decide di affrontare a viso aperto queste sfide, che sono inscindibilmente politiche e intellettuali, potrà dimostrarsi viva. Sennò rimarrà una agglomerato marginale di anime belle votato a presunte nobili battaglie, a cui la maggioranza dei suoi concittadini sono in genere estranei, e ad altrettanto ignominiose sconfitte. Inutile polvere di storia.

Principali riferimenti bibliografici

Birch, J. (2015) https://www.jacobinmag.com/2015/08/francois-mitterrand-socialist-party-common-program-communist-pcf-1981-elections-austerity/
Cesaratto, S. (2014) http://www.asimmetrie.org/working-papers/wp-201502-fra-marx-e-list-sinistra-nazione-e-solidarieta-internazionale/
Cesaratto, S. (2015) http://www.asimmetrie.org/working-papers/wp-201508-alternative-interpretations-of-a-stateless-currency-crisis/
Panitch, L. (2015) https://www.jacobinmag.com/2015/09/jeremy-corbyn-benn-miliband-leadership-election/
Pivetti, M. 1978. "Il controllo delle importazioni nell'impostazione del Cambridge Economic Policy Group", Note Economiche, n. 4, 1978.
Ramanan (2013) http://www.concertedaction.com/2013/04/25/nicholas-kaldor-on-floating-exchange-rates/
Rowthorn, R. (1980)https://www.marxists.org/history/etol/newspape/isj2/1980/no2-008/rowthorn.html
Rowthorn, R. (1981)http://www.amielandmelburn.org.uk/collections/mt/pdf/81_01_04.pdf
Sundaram, J.K. e Popov V. (2015) http://wpfdc.org/blog/economics/19430-income-inequalities-in-perspective

NOTE

[1] Ho preparato queste note per un dibattito con Giorgio Cremaschi a una festa anti-fascista a Brescia il 18 settembre 2015. Non avrei mai scritto queste cose se non avessi avuto dei grandi maestri. Pierangelo Garegnani (1930-2011) che da subito ci fece studiare l’esperienza del governo Mitterand, più sotto ricordata, oltre ad incitarci a occuparci di temi concreti, lui il massimo dei teorici economici. E Massimo Pivetti, fra i primi allievi di Garegnani, l’esponente italiano dell’Alternative Economic Strategy (Pivetti 1978) più sotto richiamata, oltre che fra i più noti e rigorosi economisti eterodossi del mondo. Da loro ho appreso che fu la sfida del socialismo reale a rendere il capitalismo più umano, sino a che durò, e che la disoccupazione è il maggiore fattore disciplinante dell’economia di mercato. L’ho appreso 35 anni fa. Ringrazio G. Bergamini, M. D’Antoni e L. Turci per alcuni puntuali commenti.
[2] Gli estensori dell’AES ritenevano, presumibilmente, che la flessibilità del cambio non sarebbe stata sufficiente ad assicurare il pareggio dei conti esteri a fronte di politiche interne espansive e che, inoltre, un deprezzamento del cambio avrebbe avuto effetti negativi sui salari deprimendo sia i consumi interni che il consenso popolare al governo di sinistra. Del resto anche Kaldor, l’economista più influente e prestigioso della sinistra labour era divenuto negli anni più scettico sugli effetti risolutivi di una svalutazione della sterlina (qui).
[3] (Rowthorn 1980: 2).
[4] L’AES faceva affidamento, per esempio, sul commercio col blocco socialista che avrebbe certamente guardato con interesse ad accordi con paesi tecnologicamente avanzati come Regno Unito e Francia. Il governo Tsipras, com’è noto, ha avvicinato i cosiddetti BRICS per un eventuale sostegno in caso di rottura con l’UE. Le versioni su questo come su altri aspetti della vicenda greca sono varie (la mossa fu solo strumentale senza crederci molto; sono stati i BRICS a defilarsi ecc.). Di certo i BRICS costituiscono un interlocutore meno affidabile dell’allora blocco socialista.
[5] La crisi del socialismo reale può essere fatta risalire ad almeno due importanti fattori: a) l’indisciplina e l’assenza di incentivi all’impegno lavorativa in società in cui il lavoro è garantito; e b) le difficoltà proprie alla pianificazione economica (a uno studio superficiale non sorprendono le inefficienze quanto che apparati così dirigistici potessero addirittura marciare).
[6] Una costante banalità “di sinistra” è che il capitalismo sia in crisi, e dunque stia sul procinto di crollare. Se prendete un volantino dell’estrema sinistra di qualunque decennio (1950, 1960, ecc), il capitalismo è definito in crisi, non c’è mese o giorno in cui non sia stato definito in una crisi esiziale. In effetti non è sbagliato dire che il capitalismo sia costantemente in crisi: non può che essere in così in un sistema in cui domina la diseguaglianza che ha per conseguenza un problema di domanda aggregata, di sbocchi per la produzione. Questo è vero anche oggi, soprattutto oggi che la diseguaglianza è aumentata drammaticamente, tant’è che gli economisti borghesi parlano di “stagnazione secolare” (dov’è la domanda?). Ma gridare al capitalismo in crisi quasi stesse per crollare è dir nulla. Il punto è capire come il capitalismo di volta in volta reagisca al problema ella domanda aggregata (con le guerre, facendo indebitare il ceto medio o i paesi periferici e quant’altro).
[7] E’ vero che il “capitalismo scatenato” ha tirato fuori dalla povertà milioni di individui creando una classe media nei BRICS e persino nell’Africa subshariana, ma l’ha fatto senza creare quelle istituzioni di democrazia sociale e stabilità economica che avevano caratterizzato lo sviluppo europeo nel secondo dopoguerra, e anzi in buona misura al prezzo dello smantellamento del modello europeo sottoposto alla pressione della concorrenza della globalizzazione. I danni ambientali sono stati impressionanti.
[8] Come è stato notato: “Today, capitalism is the only ‘show in town’, and the main choice and debate is among varieties of capitalism, rather than between capitalism and some alternatives” (Sundaram e Popov 2015: 10). Mi sembra nostro compito cambiare questa situazione deprimente.
[9] Come mi ha fatto notare Massimo D’Antoni, l'idea che nessun paese si possa salvare da solo affermata nel documento di Parigi offre il fianco alla facile critica: se trovi le risorse di cooperazione per uscire bene dall'euro, troverai anche quelle per correggere l'unione monetaria senza uscire.  E in ogni caso solo una improbabile congiunzione astrale farà trovare governi di sinistra radicale al potere contemporaneamente nei grandi paesi.

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