venerdì 30 novembre 2018

COSA VOGLIONO E CHI SONO I GILET GIALLI di Pardem

[ 30 novembre 2018 ]



Domani, 1 dicembre, sarà un'altra giornata nazionale di lotta dei Gilet gialli. Un movimento di massa che come altri che lo hanno preceduto (in Italia, I Forconi e il 9 Dicembre, e Spagna con gli Indignados) è sorto dal basso, dai cittadini, senza bandiere di partito se non quella nazionale, ad indicare il suo carattere patriottico e sovranista. Un movimento composito, che mobilita ceti medi e piccola borghesia di città e campagna, quindi salariati, pensionati, disoccupati; stufi — ras-le-bol!— di tirare a campare mentre la casta neoliberista s'ingrassa dopo aver sequestrato lo Stato. Un movimento che rivendica di tutto e che, chiedendo le dimissioni di Macron, è presto diventato politico. Un movimento che coi suoi giubbotti gialli indica plasticamente l'unità del popolo, il suo senso di comunità politica, dimensione collettiva che il neoliberismo ha fatto di tutto, senza riuscirci, per annientare. Pubblichiamo una corrispondenza dei nostri compagni francesi del Partito della Demondializzazione.



* * *

VOGLIAMO IL PANE!
pieno appoggio ai Gilet gialli

di PARDEM

La strategia di destabilizzazione del movimento dei Gilet gialli, messa in atto durante la manifestazione sugli Champs Elysees, il 24 novembre, ha fatto cilecca. Né la violenza organizzata, né l'invenzione dell'estrema destra rilanciata da una parte della sinistra per screditare il movimento dei giubbotti gialli, hanno avuto successo. I sondaggi più recenti mostrano anche che la popolarità del movimento è ancora più forte (l'84% dei francesi lo sostiene).

I  Gilet gialli sono più determinati che mai a continuare la loro mobilitazione. La prova sta nei blocchi che continuano. I presidi sulle rotatorie, con quanto basta per dormire e mangiare. Un'organizzazione impostata per durare. Il sostegno della popolazione è evidente ovunque. Tanti quelli che portano cibo e materiale per riscaldarsi; i concerti di clacson e i Gilet gialli degli automobilisti hanno messo bene in vista la solidarietà.

La rabbia è molto forte. Viene da molto lontano. Un silenzio che è durato per tanti anni durante i quali la maggioranza dei francesi ha tirato la cinghia e serrato i denti per sopravvivere ogni giorno, per sopportare, nell'indifferenza generale, i bassi salari, i licenziamenti, le delocalizzazioni, la disoccupazione e il timore di esserne colpiti, il calo del potere d'acquisto, i tagli al sistema di sicurezza sociale, la chiusura dei servizi pubblici, la riduzione del numero dei dipendenti pubblici, l'aumento delle tasse e, inoltre, il disprezzo che i governanti, i ricchi e persino la sinistra hanno loro manifestato. Sono i francesi dell'astensione elettorale che sono in costante aumento da anni. I francesi sono disgustati dall'assenza di democrazia. Con il colpo di stato parlamentare del 2008 che ha imposto il trattato di Lisbona alle persone che hanno votato NO nel 2005.

Possiamo così dire che viviamo e partecipiamo al ritorno del movimento dei moutons noirs del 2005 abbigliati di giallo.

Il popolo non ha dimenticato la rivoluzione francese del 1789!

Adesso, orgogliosamente uniti dietro i loro giubbotti gialli, spesso fanno sfoggio della bandiera bianca blu e rossa e cantano la Marsigliese; questi francesi gridano la loro esistenza, denunciando l'ingiustizia subita, spezzano il muro di silenzio che il sistema della globalizzazione neoliberalista e i suoi alleati di governo, avevano organizzato per renderli invisibili. Hanno riacquistato la loro dignità in poche settimane e hanno ricostruito la fratellanza e la solidarietà.

I muti, i senza voce ora occupano il centro della scena e mandano in frantumi le fondamenta stesse della Quinta Repubblica. Chiedono con forza il ruolo dello stato. Vogliono democrazia e giustizia. Non credono più nell'alternanza o nei sindacati di sinistra/destra incapaci di porre rimedio alle cause profonde dell'impoverimento, della disoccupazione, delle delocalizzazioni, della deindustrializzazione. Fanno affidamento sui propri punti di forza e indipendenza. Si auto-organizzano. Si coordinano. Hanno ragione. E ora stanno facendo pressioni sui deputati dei loro collegi elettorali, sulle prefetture avanzando le loro richieste. E non sono le briciole lanciate da Macron come mangime per polli d’allevamento che li farà rientrare a casa!

Non saranno gli annunci 
di Macron a zittirci

Il 27 novembre 2018, con la presentazione del Programma pluriennale per l'energia (PPE) Macron ha confermato ciò che era evidente: il Presidente della Repubblica non vuole cambiare nulla. "Mantiene la rotta" (del neoliberismo) e crede che annunciando  "un cambio di metodo" sarà in grado di mettere a tacere i nuovi sans-culottes! Errore Vostra Maestà! I Gilet gialli non si accontentano di parole o discorsi tecnocratici. Vogliono il pane! Ma quelli che conoscono solo la brioche e il caviale dei migliori ristoranti di Parigi non vogliono rinunciare ai loro privilegi di classe. Non vogliono sottrarre ai loro amici della finanza, delle multinazionali e del MEDEF [Confindustria francese, Ndr], la minima fetta di esenzione del CICE [si tratta del credito d’imposta di cui godono le grandi aziende, Ndr], rifiutano di imporre l'ISF [patrimoniale sui grandi patrimoni, Ndr], né vogliono mettere in discussione i paradisi fiscali. Hanno lavorato così duramente per riprendersi quello che avevano loro tolto il Consiglio Nazionale della Resistenza, le conquiste delle lotte sociali del 36, del 68. Faranno di tutto per resistere, per guadagnare tempo. Prepareranno tutte le trappole, anche le più grossolane, per tenere le mani sulla pazzesca montagna di denaro rubato al popolo per decenni!

I Gilet gialli lo sanno. Non si fanno illusione sul potere. Anche se alcuni avevano sperato in un gesto, un segno, almeno un'intenzione. Ma niente. Il disprezzo macroniano e della sua casta, quella che incoraggia i disoccupati “ad attraversare la strada per trovare lavoro”, Macron che ha definito i lavoratori  analfabeti, uno che crede che la sua grande battaglia sia quella ecologica, colui che parla della minaccia della "fine del mondo" ma disprezza chi non arriva “alla fine del mese"; Macron la cui missione è accelerare le privatizzazioni e l'attuazione di tutte le politiche dell'Unione europea. Il disprezzo del popolo di colui che sostiene di essere il Presidente della Repubblica francese e sostiene la sovranità europea, che strangola i comuni, i dipartimenti ... L'europeista frenetico che protegge le lobby, colui che non tassa il cherosene, che promuove la concorrenza tra i dipendenti e tra i popoli, che spudoratamente serve il libero scambio. Questo non è il presidente della Repubblica francese! Fu nominato per schiavizzare la Francia, il suo popolo e la sua Repubblica. Così, quando Gilet gialli gridano "Macron démission" essi colpiscono dove fa più male visto che questo slogan risuona nel cuore e nella mente di milioni di francesi.

In breve, Macron ci prende per un branco di coglioni! Ma la sua strategia fallirà. Come ad esempio quella seguita dai sostenitori del Trattato costituzionale europeo del 2005 i quali credevano che il popolo francese chiamato a votare in un referendum sarebbe caduto nella trappola di "L'Europa è la pace" e non si sarebbe raccapezzato nel testo del Trattato, che non sarebbe stato capace di decifrare il contenuto anti-democratico e neoliberista a vita! Presero una sonora legnata: 55% di No!

Sprezzante, paternalistico e manipolatore, come tutti quelli della sua classe, Macron non rinuncerà alla sua missione principale. Farà di tutto per mettere a tacere i Gilet gialli e addormentarli.

Macron spinge all’unanimità contro di lui

Quindi i Gilet gialli non si son fatti soverchie illusione prima del discorso di Macron. Non sono stati delusi e le reazioni sui social network non si sono fatte attendere, con gli appelli a continuare, e persino a indurire la lotta. Anche gli ambientalisti non sono felici. Denunciano la mancanza di misure governative per proteggere davvero l'ambiente.

I Gilet gialli, continuano a organizzarsi. A livello locale iniziano a scrivere richieste, in special modo richieste per un maggiore potere d'acquisto. Si dichiarano a favore della protezione dell'ambiente, ma si rifiutano di essere i soli contributori. Hanno capito che la transizione pseudo-ecologica di Macron lascia i maggiori inquinatori liberi ed esenti dalle tasse, e non mette in discussione gli accordi di libero scambio come il CETA, adottato dall'Unione Europea e dal suo parlamento, che favorisce l’importazione di carni trattate con antibiotici e prodotti agricoli a base di pesticidi! Un CETA che il Parlamento francese dovrà ratificare nel 2019, dopo le elezioni europee. La maggioranza parlamentare di LaREM [il partito di Macron, La République En Marche!, Ndr] sarà quindi con le spalle al muro: se voterà (ed ha la maggioranza) dimostrerà (ancora una volta) che se ne sbatte della conservazione del pianeta e dell'ambiente. Quindi, guardate, signore e signori, parlamentari. Siete più che mai sotto sorveglianza popolare.

Soprattutto perché il 26 maggio 2019, durante le elezioni del Parlamento europeo, sarà un'astensione di massa che si farà sentire, quella degli invisibili, dei disprezzati, dei  ribelli! E va bene. Ed è un atto politico! Perché già la maggioranza dei francesi (il 60% dell'astensione nel 2014) ha capito che l'elezione al "Parlamento" europeo è solo un farsa elettorale. Il suo unico scopo è simulare un atto democratico e quindi legittimare l'intero sistema dell'Unione europea. Niente di questa unione, concepita come una macchina da guerra contro la sovranità popolare, organizzata per rompere le nazioni, serve agli interessi dei popoli. Ha lo scopo di renderli schiavi. Per decenni ha lentamente avuto successo nell'imporre politiche neoliberali a tutti i livelli della nostra vita attraverso i suoi trattati e le sue direttive. La tassazione dei cittadini è una di queste, così come i bassi salari, la distruzione dei servizi pubblici, le delocalizzazioni, la disoccupazione. Ma può darsi che cada per un imprevisto! Le voci degli invisibili che escono dal silenzio per occupare la strada (e ora le strade) sono sempre state più forti dei regimi più feroci. Ora sono la Bastiglia dell'Unione europea e dell'euro che devono essere abbattuti per liberare la Francia, ricostruire la democrazia e costruire un'Europa dei popoli. Il boicottaggio delle elezioni europee non sarà silenzioso ma un boato in tutto il paese, il rifiuto della complicità con un sistema che infrange la democrazia e priva il popolo della sua sovranità.

I Gilet gialli rivendicano la sovranità del popolo

E’ la Francia di chi sta in basso, la Francia periferica, dimenticata dalla globalizzazione, i giubbotti gialli denunciano il carattere anti-democratico dell'attuale sistema politico. Le richieste per la creazione di assemblee cittadine e referendum popolari lo confermano. Sì, c'è qualcosa di putrefatto nel regno di Francia. Il Presidente della Repubblica è un semi-monarca interamente devoto al sistema neoliberale. L'Assemblea nazionale non rappresenta il popolo, non solo è composta in modo schiacciante da deputati usciti dai ranghi delle categorie superiori della società ma, inoltre, è vassalla dell'Unione europea. I parlamentari, indipendentemente dal loro colore politico, sono tenuti al guinzaglio dal trattato di Lisbona ora incorporato nella Costituzione francese. Non c'è da stupirsi che le alternanze sinistra/destra conducano sempre la stessa politica, quella dei potenti, delle lobby, dell'oligarchia e sempre a scapito del popolo.

Al di là delle richieste, dei cahiers de doleances che stanno iniziando a essere discussi a livello locale, ed è essenziale, la marea dei giubbotti gialli porta la domanda principale che tormenta i cittadini, in particolare gli astensionisti. Quello dell'illegittimità delle istituzioni del nostro Paese. Ciò implica, come nel 1789, di impegnarsi in una dinamica popolare costituente per stabilire una nuova Costituzione per garantire la coesione nazionale. In particolare avviando i processi democratici necessari per riavviare il progresso sociale. Questa prospettiva è entusiasmante e possibile. I Gilet gialli hanno aperto un varco che consente di passare a un cambio di regime per democratizzare lo Stato e ridare il posto giusto al popolo.

Quindi, ancora una volta, appoggio ai giubbotti gialli!

Che tutti coloro che non si sono ancora uniti a loro si lancino nella battaglia al loro fianco, nel rigoroso rispetto dell'indipendenza di questo movimento popolare che apre la strada a nuove vittorie sociali. L'84% della popolazione sostiene il movimento!

Che i suscettibili, gli scettici, gli esperti della retorica, i rivoluzionari del verbo, i militanti della sinistra col pedigree, le ristrette direzioni sindacali aprano davvero gli occhi e aprano le orecchie: è il popolo, tanto invocato negli appelli a scioperare, nel cui nome avete parlato, sul quale avete tanto dissertato, che è risorto, da solo.

Ora si deve scegliere: "Scegli il tuo campo compagno", si diceva anni addietro. Coloro che rimarranno ai bordi della strada, con lo sguardo di un entomologo sui Gilet gialli, avranno scelto il campo dei potenti, dei ricchi, degli sfruttatori, dei dominanti!

Prime rivendicazioni

- Annullamento dell’aumento del prezzo dei carburanti abbassando l'aliquota IVA loro applicata.
- Ripristino dell'ISF [tassa sui grandi patrimoni, Ndr]
- Aumento generale delle retribuzioni (incluso SMIC [salario minimo legale, Ndr] a € 1.600 netti) e uguale retribuzione per uomini e donne.
- Aumento delle pensioni (minimo netto 1400 euro), sussidi di disoccupazione, minimi sociali, creazione di un'indennità di autonomia per i giovani disoccupati (780 euro al mese), associati quanto prima ad un'attività professionale part-time o formazione. Nessun contadino, nessun commerciante, nessun lavoratore autonomo, nessun autotrasportatore deve guadagnare meno dello SMIC. Il denaro esiste perché la distribuzione della ricchezza tra lavoro e capitale in trent’anni ha fatto passare 200 miliardi di euro dalle tasche dei salariati a quelle degli azionisti.

- Ridurre fortemente l'IVA per tutti i prodotti di prima necessità.
- Abrogazione del CICE [credito d’imposta di cui godono le grandi aziende, Ndr], che farà recuperare 44 miliardi di euro!
- Abrogazione del CSG [una tassa per finanziare la sicurezza sociale, Ndr]
100% di sicurezza sociale per tutti
- Riapertura di linee SNCF e delle stazioni 
- Creazione di servizi di trasporto pubblico su tutto il territorio
- Riapertura di ospedali pubblici e cliniche per la maternità nelle vicinanze

* Fonte: PARDEM
** Traduzione a cura di SOLLEVAZIONE

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FEMMINISMO E NEOLIBERISMO: UN SODALIZIO di Alessandro Visalli

[ 30 novembre 2018 ]


Nancy Fraser, “Come il femminismo divenne ancella del capitalismo”
Il 14 ottobre 2013, su The Guardian, la femminista americana Nancy Fraser lanciò con questo articolo una fragorosa provocazione al suo mondo che scatenò un aspro dibattito. Con la traduzione di Cristina Morini viene rilanciato quasi subito (il 20 ottobre) sul sito Sinistrainrete nell’auspicio di stimolare un utile dibattito, che però, almeno sulla pagina in questione non viene (3.044 letture e nessun commento).

Su The Guardian, invece, il dibattito è stato acceso, ad esempio Belgareth ha lamentato che il femminismo combatte per l’eguaglianza sul lavoro, per consentire alle donne di avere gli stessi salari ed opportunità, e Stiltonan ha replicato che proprio questo significa chiedere pari partecipazione al capitalismo. Greatfatsby invece ha accusato la Fraser di voler tornare agli anni settanta, dove a suo dire il marxismo costruiva una prigione della mente, nelle repliche un uomo sembra darle ragione ed esce con la proposta di una multi-piattaforma “intersezionale” (come vedremo più o meno anche l’ipotesi della Fraser).

Ma cosa scrive la Fraser nel suo articolo? Sostiene che ha iniziato da tempo a temere che gli ideali lanciati dalle femministe servano obiettivi diversi dalla costruzione di un mondo più egualitario, giusto e libero, ovvero che la critica al sessismo stia involontariamente fornendo la giustificazione per nuove forme di disuguaglianza e di sfruttamento e che il movimento si sia impigliato in un collegamento pericoloso con gli sforzi neoliberali per costruire una “società di libero mercato”. La spia è nel fatto che le idee femministe vengono sempre più tradotte in termini individualistici e carrieristici, per lo più esso celebra il successo, le imprenditrici, lo spirito individuale e parla continuamente di meritocrazia. Ormai è diventato un termine di moda, utilizzato spesso dalle stesse aziende nel loro marketing[1].

Il punto è che è il capitalismo ad essere cambiato, quello gestito dallo Stato del dopoguerra è stato sostituito da un capitalismo flessibile, o come dice “disorganizzato”, quindi globalizzante e neoliberista. In questo clima il ‘femminismo della seconda ondata’ (secondo alcuni modi di contare, della “terza”) è emerso come una critica del primo capitalismo, ovvero del welfare opprimente e ‘fallocratico’ (o ‘patriarcale’), ma, per la Fraser, nel farlo “è diventato l’ancella del secondo”; insomma si è fatto arruolare, dato che la critica al capitalismo welfarista era un tratto comune.
Per come descrive la situazione il femminismo era, in altre parole, ambivalente tra le forme di solidarietà sociale e di espansione democratica da una parte e il potenziamento dell’autonomia individuale, la maggiore scelta e l’avanzamento meritocratico per le donne e uomini[2] dall’altra. Questa ambivalenza, che lo rendeva disponibile a diversi esiti storici è stata risolta negli ultimi anni in direzione liberista-individualista.

Ma qui si arriva al punto: il femminismo della seconda ondata si è reso disponibile ad essere utilizzato a portare acqua al neoliberismo non in modo passivo, ma proprio perché ha contribuito a far vincere nella società questa posizione[3]. Come dice:
“A mio avviso, l'ambivalenza del femminismo è stata risolta negli ultimi anni a favore del secondo scenario liberista-individualista, ma non perché fossimo vittime passive delle seduzioni neoliberiste. Al contrario, noi stessi abbiamo contribuito con tre idee importanti a questo sviluppo.”
Le tre mosse vincenti sono queste:
La prima idea è stata la critica al “salario familiare”, ovvero ad una remunerazione del lavoro che prevedesse un capofamiglia (tradizionalmente maschio) che guadagnava abbastanza da riprodurre la propria forza-lavoro includendo in ciò la famiglia. In altre parole, come ricorda anche Marx ed Engels, il capitalismo tradizionale, anche prima di quello welfarista, remunera il lavoratore al livello che gli consente di portare avanti la famiglia, quindi nel suo salario è conteggiato socialmente l’onere della moglie casalinga e dei figli. Questo “ideale” (ovvero questa consuetudine sociale e questa organizzazione generale della vita) era al centro del capitalismo organizzato dallo Stato[4]. Ma questa critica finisce per legittimare il “capitalismo flessibile”, in quanto l’accesso delle donne al lavoro di massa è proprio la leva che ha scardinato il patto sociale del lavoro, progressivamente allargando l’offerta di lavoro disponibile e cogliendo il mutamento del rapporto di forza per imporre forme crescenti di flessibilità ed una generalizzata riduzione relativa dei salari[5]. Il famoso grafico di Mishel mostra l’effetto a partire dai primi assi settanta.

E’ proprio la trasformazione della base produttiva verso i servizi, ai quali le donne hanno avuto accesso massivo, insieme a molti fattori convergenti che ha prodotto, a partire dagli anni sessanta e settanta, la divaricazione tra remunerazione del lavoro e produttività. Questa divaricazione è molto differenziata in relazione al livello del lavoratore nel Rapporto di Mishel[6] che si concentra sulle stratificazioni di classe e  funzionali più che su quelle di genere.
Si è avuto, progressivamente ed in tutto il mondo, il passaggio dal “capitalismo statale”, ovvero più propriamentedal lavoro stabile ad alto salario maschile, alla “norma più recente e più moderna -apparentemente sancita dal femminismo – della famiglia bireddito”. Peccato che i due redditi siano spesso inferiori a quello unico precedente e che in vece del lavoro stabile ad alto salario si sia determinata la dominazione del lavoro intermittente a basso salario. La realtà è che in questo modo si è aperta la strada, distruggendo la condizione di relativo pieno impiego della fase welfarista, alla depressione del livello dei salari, al declino degli standard di vita, al forte aumento delle ore lavorate a salario per famiglia, il doppio (o triplo) lavoro come obbligo, e il doppio o triplo ruolo per la donna, l’aumento della povertà.
Per Fraser il neoliberismo ha venduto tutto questo come un “borsellino di seta” (mentre è “l’orecchio di una scrofa”) grazie ad una narrazione di empowerment femminile che in realtà “imbriglia il sogno dell’emancipazione delle donne al motore dell’accumulazione di capitale”[7]. Dunque, come scrive nel 2015[8] “cercare di sfondare il tetto di cristallo non ci salverà”, perché a farlo saranno sempre in poche, perché concentrarsi sul corpo, l’identità, la conquista dei vertici della società, lascerà sempre indietro i e le precarie, chi soffre per il ritiro del welfare, proprio perché è la forma attuale dell’accumulazione capitalista (cosiddetta “flessibile”) a richiederlo. Con le sue stesse parole: “Ora che il lavoro è precario, per le donne è necessario lavorare. La nuova forma di capitalismo neoliberista non vuole le donne a casa come madri full time, anzi: le vuole lavoratrici, ma con stipendi bassi”.

Il secondo contributo all’etica neoliberale nasce dalla critica per la concentrazione della visione politica marxista che si concentrava sulla disuguaglianza di classe (uomini e donne poveri verso uomini e donne ricchi), e tendeva a dimenticare le ingiustizie “non economiche” come la violenza domestica, la violenza sessuale, e l’oppressione riproduttiva. Le ‘femministe della seconda ondata’ hanno dunque rifiutato l’economicismo per politicizzare “il personale[9], ampliando in questo modo l’agenda politica per sfidare le gerarchie di status e le costruzioni culturali della differenza di genere.
Ma invece di estendere la lotta ad economia e cultura, si è finito per focalizzarsi solo sulla “identità di genere” a scapito dei problemi di “pane e burro”. In questo modo il femminismo ha finito per portare acqua alla tensione del neoliberismo per la liquidazione dell’egualitarismo economico welfarista. Come dice Fraser: “in effetti, abbiamo assolutizzato la critica del sessismo culturale proprio nel momento in cui le circostanze avrebbero richiesto di raddoppiare l’attenzione intorno alla critica dell’economia politica”.

Il terzo contributo è stato l’attacco al paternalismo dello Stato Sociale. Anche questo attacco è stato sincrono alla guerra che il neoliberismo ha spietatamente portato allo “Stato balia” ed al suo “cinico abbraccio alle Ong”. Quel che invece accade è che “anche in questo caso l’ideale femminista è stato ripreso dal neoliberismo. Una prospettiva originariamente finalizzata a democratizzare lo stato, responsabilizzando i cittadini, viene impiegata ora per legittimare la mercificazione e il disgregarsi dello stato sociale”.

In tutte e tre le dimensioni l’ambivalenza[10] originaria del femminismo si è risolta comunque in favore del (neo)individualismo liberista. Ovvero in direzione del suo immaginario essenziale che è libertario ed egualitario dal punto di vista del genere[11].

La proposta di Fraser è di ri-prendere la traccia del “femminismo solidale”, rompendo la relazione pericolosa con il neoliberismo in tre direzioni:
1 - Rompendo il falso legame tra la critica al “salario familiare” e il lavoro precario, “combattendo per una forma di vita che non metta al centro il lavoro di scambio ma valorizzi le attività che producono valore d’uso, tra cui – ma non solo – il lavoro di cura”[12].
2 - Fermando lo scivolamento della critica all’economicismo verso la politica identitaria, connettendo i due ordini del discorso.
3 - Recidendo il legame tra la critica alla statalizzazione e l’esito in termini di fondamentalismo di mercato, recuperando le forme di democrazia partecipativa[13].

Avevo già letto due articoli della Fraser in “Contro il neoliberismo”, del 2017, nei quali attacca il “neoliberismo progressista”[14], che unisce l’egemonia del capitale alla liberazione ed emancipazione individuale e competitiva ed è espressione della cattura ideologica dei movimenti della differenza, femminismo e LGBTQ, verso l’accettazione della meritocrazia e l’etica individualista. Questa forma di femminismo ha spostato l’attenzione dalla produzione di cambiamenti sociali nelle condizioni economiche alla retorica della liberazione individuale.

Come nel 2013, e nel 2014, ma con un certo slittamento di tono, la filosofa e giurista Nancy Fraser, nata nel 1947 e dunque biograficamente legata alla prima ondata del movimento del ’68, propone alla fine la creazione di un nuovo blocco, che chiama “progressista-populista[15] capace di unire l’emancipazione alla protezione sociale. L’idea sarebbe riconnettere in un unico progetto politico la coalizione multicolore “progressista”[16], alla ‘vecchia’ classe abbandonata della ‘rust belt’, ai ‘deplorevoli’ che hanno votato Trump e non Clinton.

Una sorta di alleanza che superi quella “clintoniana” tra “imprenditori, abitanti dei suburbi della classe media, nuovi movimenti sociali e giovani che proclamano la fede moderna, progressista, abbracciando la diversità, il multiculturalismo ed i diritti delle donne”.

In “Fortune del femminismo”, del 2013, ed in particolare nel saggio del 2005 “Reinquadrare la giustizia in un mondo globalizzato”, e riprendendo le posizioni di Ulrich Beck[17] contro il ‘nazionalismo metodologico’, dichiara ormai inevitabile la transnazionalizzazione ed il superamento del quadro westfaliano. Il quadro delle disuguaglianze, e delle richieste di riconoscimento, dovrebbero essere ormai affrontate a livello transnazionale.
È qui che la sua “alleanza” dovrebbe trovare forma.

Sospetto che non abbia la minima idea di come riuscirvi (non è l’unica).


NOTE

[1] - Il 23 aprile 2014 Arwa Mahdawi pubblica “Come il femminismo è diventato un ottimo modo per vendere qualunque cosa”, nel quale denuncia lo stratagemma di marketing di molte imprese di aderire ad agende ‘femministe’ per catturare simpatia.
[2] - Quel che nel dibattito italiano si chiama “femminismo dell’uguaglianza”.
[3] - Anche se l’autrice non sembra cosciente di questo, si tratta di una interessante sopravvalutazione delle influenze culturali ed un esercizio profondamente anti-materialista. La grande trasformazione che induce il passaggio dalla società welfarista a quella neoliberale, e la forma di accumulazione fordista in quella ‘flessibile’ è ricondotta a variabili culturali, peraltro queste ristrette alle idee di alcune élite sostanzialmente borghesi. Queste variabili esistono ed hanno qualche rilevanza, naturalmente, ma, come vedremo ad esempio leggendo il recente ed ottimo libro di Thomas Fazi e William Mitchel “Sovranità o barbarie” è di gran lunga più complesso di così. Magari ci sono cose banali come l’eccesso di risparmi rispetto all’investimento, citato da Keynes come causa delle crisi, o per i più antiquati la caduta tendenziale del saggio di profitto, del Capitale di Marx, la carenza di domanda globale, la naturale instabilità del capitalismo (ancora Keynes e Minsky) a causa della presenza sia del mercato delle merci sia di quello della moneta. Oppure entra in qualcosa, certo intrecciata strettamente con le cause di cui sopra, la riduzione per via politica delle barriere regolatorie, al commercio, al movimento dei capitali, il crollo dell’impero sovietico. Come sia ne abbiamo provato a parlare in “La globalizzazione come crisi”, ma che sia stato il femminismo a determinare questo straordinario effetto, sinceramente, non era venuto in mente. È vero che sotto il ‘benevolo’ controllo americano, ed all'ombra delle numerosissime sue basi militari, è sembrato a molti che la storia complessa del novecento fosse davvero finita e restasse solo la promessa di arricchirsi da raccogliere però individuo per individuo, l’uno contro l’altro. Una società dei consumi, felice di competere nella quale il migliore possa sempre trovare la propria strada. Una società che si incardina su un potentissimo e pervasivo dispositivo nascosto che fa leva su bisogni e desideri dei singoli, chiedendogli di pensarsi come potenza del desiderio in atto non come produttori, e quindi collettivamente, ma come consumatori e capaci di piacere e desiderio individuale. Questa promessa di vita e di energia individuale ha prodotto un immaginario irresistibile che però ha un rovescio: il dominio e lo sfruttamento di coloro la quale potenza resta in attesa, spesso per sempre, e che devono essere sfruttati perché quella di pochi passi ‘in atto’. Dimenticando la linea di ombra, la società generata dalla competizione senza freni, fatta sistema, della mondializzazione neoliberale finisce quindi per costruire una narrazione avvincente, accompagnata dallo spettacolo multiforme della tecnica, che prevale sulle trascendenze alternative e concorrenti: sulla teologia politico-economica del marxismo, nelle sue diverse forme, e sulla teologia politico-sociale del cristianesimo.
[4] - In realtà anche prima, come detto.
[5] - Questo è un punto decisivo,
[6] - Che ho descritto qui.
[7] - La cosa si potrebbe porre in questo modo: questo femminismo diventa un’arma per la promozione sociale di una élite di donne borghesi o aspiranti tali, implicitamente fondata sulla meccanica del ‘potere matriarcale’ che basa la sua presa di potenza sulla colpevolizzazione ed il ricatto affettivo, ovvero attraverso la lamentela, il rimprovero e l’accusa. Ad una forma di ‘potere patriarcale’, esistente ma derivante da epoche trascorse e presente residualmente, che comanda e disciplina frontalmente, si contrappone una forma di volontà di potenza che si nega come tale ed esige anzi che il soggetto ceda al suo desiderio e vi aderisca con tutto se stesso dietro minaccia implicita di vedersi distrutto nella sua autostima.
[9] - Si ricorda lo slogan del 1968 “il personale è politico”.
[10] - Ambivalenza che è implicita nell’essere per costruzione un progetto interclassista.
[11] - Si veda, Nancy Fraser “La fine della cura”, p.42. Ma anche, per una interessante ed a raggio più ampio analisi Jean-Claude Michéa “L’impero del male minore”.
[12] - La formula è ambigua e frettolosa, potrebbe collegarsi con le intuizioni portate avanti in Europa da Andrè Gorz, si veda ad esempio “Metamorfosi del lavoro”, 1988. La soluzione per Gorz, sulla base di una complessa analisi filosofica dei concetti, è di sfruttare la tendenza al ritrarsi del tempo di lavoro socialmente necessario per produrre i beni utili alla vita (l’aumento della produttività e l’irrompere della rivoluzione informatica e dell’automazione avanzata) non per allargare i “lavori mercificati” (ad esempio attraverso l’economia delle piattaforme), ma superando le categorie del ‘lavoro servile’ o della ‘prostituzione’ (come l’utero in affitto) in favore dell’espansione del ‘lavoro di cura’ in entrambi i sessi. Le due forme del ‘lavoro di cura’ e del ‘lavoro per sé’ (quel che sto facendo adesso) devono essere liberati dalla regolazione attraverso il denaro. Ovvero bisogna riprendere nelle proprie mani il compito del controllo politico dell’economia.
[13] - Qui ed in altri luoghi, l’idea della Fraser va in direzione della ‘Teoria dell’agire comunicativo’ di Jurgen Habermas, come si legge nella prefazione di “Fortune del femminismo”, del 2013. La ricerca sarebbe di una “terza via” tra il neoliberismo e lo statalismo (ovvero da coloro che cercano di “difendere la società”, colma di gerarchie ed esclusioni), cercando di unire protezione e sicurezza sociale con la ‘libertà negativa’ del liberalismo. Nel 2013 la posizione ricercata è, insomma, espressamente post-marxista e liberale-radicale.
[14] - Il ‘neoliberismo progressista’ è un allineamento ed alleanza tra le correnti dominanti dei nuovi movimenti sociali libertari (femminismo, anti-razzismo, multiculturalismo, e diritti LGBTQ è l’elenco) e i “settori di business di fascia alta ‘simbolica’ e basati sui servizi (Wall Street, Silicon Valley, e Hollywood)”. In altre parole, le cosiddette “forze progressiste sono effettivamente unite con le forze del capitalismo cognitivo, in particolare della finanziarizzazione”.
Quel che è successo è che le prime “hanno prestato il loro carisma” alle seconde, trasferendo il valore di ideali come la “diversità” e la “responsabilizzazione” in chiave neoliberale a servizio della flessibilizzazione e della messa in contatto che serve alla finanziarizzazione. Cioè, per come la mette la Fraser, “ora danno lustro a politiche che hanno devastato la produzione e quelle che un tempo erano le vite della classe media”.
[15] - Probabilmente con un’accezione nordamericana al termine e facendo espresso riferimento a Bernie Sanders.
[16] - Che nomina con “immigrati, femministe, persone di colore”, ovviamente anche la galassia LGBTQ.
[17] - Che sostenne sempre una posizione espressamente cosmopolita, e fornì decisivo appoggio culturale alla ‘terza via’, si veda ad esempio, “Potere e contropotere nell’età globale”, in cui argomenta in modo molto sofisticato e certamente culturalmente molto avvertito per oltre 400 pagine.

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giovedì 29 novembre 2018

CORREGGERE LA MANOVRA di Stefano Fassina

[ 29 novembre 2018 ]


PER IL LAVORO DI CITTADINANZA
L’apertura da parte della Commissione europea della procedura per violazione della regola del debito pubblico era inevitabile, dato lo scostamento dagli obiettivi del Fiscal Compact. 
Le conseguenze possono essere, indirettamente, ossia attraverso i tassi di interesse, molto rilevanti.
Non è una “letterina a babbo Natale”. Ma gli obiettivi del Fiscal Compact sono insostenibili e dannosi ai fini della riduzione del debito pubblico. Da qui dobbiamo partire per una adeguata valutazione economica e politica: le regole del mercato unico e dell’eurozona, a partire dallo Statuto della Bce, sono insostenibili per tutti, non solo per l’Italia: l’estremismo mercantilista Made in Germany impone svalutazione del lavoro, carenza strutturale di domanda interna, diseguaglianze territoriali e sociali, ritorsioni protezioniste, crescita stentata e anemica e, inevitabilmente, conseguenze negative sulla sostenibilità del debito pubblico.
La ribellione dei popoli, in particolare delle classi medie, attraversa tutto il continente, anche la Germania felix raccontata dalla propaganda ufficiale: i partiti al governo da due decenni attraverso la “Grande Coalizione” sono al loro minimo storico e, insieme, sotto al 50% dei voti (a quanti sbandierano il successo elettorale dei “Grünen” nelle recenti elezioni in un paio di importanti Länder va segnalato che, al di la delle fantasiose interpretazioni italiane sulla loro natura, intercettano soltanto la metà dei voti persi da Cdu-Csu e Spd. L’altra metà va, purtroppo, innanzitutto a AfD, partito ultra-nazionalista).
Sarebbe utile per tutti i Paesi membri che la Commissione e il Consiglio Ue affrontassero tali nodi strutturali, portati all’attenzione dei governi europei dal ministro Savona nel documento “Una politeia per un’Europa diversa, più forte e più equa“. Siamo a ridosso delle elezioni europee, ma il confronto-scontro tra Italia e “gli altri” deve avere lo sfondo giusto per provare a rompere l’isolamento. È lo sfondo per riconoscere le ragioni della forzatura necessaria al Fiscal Compact, a maggior ragione in una fase di rallentamento dell’economia europea e di dazi in aumento: provare a rispettare le regole aggraverebbe le condizioni della nostra economia e complicherebbe la sostenibilità del nostro debito pubblico.
Tuttavia, forzare le regole non implica avere mani libere. Rileva la qualità delle forzature. Il governo, date le condizioni della nostra finanza pubblica, la mobilità dei capitali e la portata deflativa del mercato unico, non può permettersi di andare avanti come nulla fosse. Allora, che fare per evitare Scilla, la consueta subalternità politica e i conseguenti danni economici all’Italia, e Cariddi, l’avvitamento soffocante via spread?
È necessario confermare l’obiettivo del 2,4% di deficit su Pil, ma è altrettanto necessario correggere il DDL Bilancio ora in Commissione. In che direzione? Larga parte dell’extra deficit va spostata su investimenti pubblici, in piccole opere, in particolare nel Mezzogiorno.
La stragrande maggioranza dei Comuni italiani ha progetti canteriabili. Gli investimenti pubblici, nonostante le litanie degli editorialisti liberisti impermeabili alla realtà, sono la componente più efficace per dare ossigeno all’economia reale. Allora, metà della dotazione prevista per il cosiddetto “Reddito di Cittadinanza” andrebbe allocata su un “Piano per il lavoro”, concentrato nel Mezzogiorno, finalizzato alla messa in sicurezza del territorio, delle scuole e degli ospedali; alla rigenerazione delle periferie; a un programma per l’edilizia residenziale pubblica; al finanziamento di una strategia industriale per la riconversione ecologica dell’economia.
Alla dotazione del Piano, andrebbero aggiunte parte delle risorse dedicate ai sussidi ambientalmente dannosi. Così, si avrebbe a disposizione una cospicua dotazione pluriennale per generare reddito da lavoro e affrontare tante “emergenze” infrastrutturali, ambientali e sociali.
Oltre al Piano per il lavoro, una quota delle risorse per il Reddito di Cittadinanza andrebbe utilizzata, in particolare nel Sud, su programmi per il “Lavoro di Cittadinanza”. Cos’è? È l’opzione, prevista in un emendamento di Liberi e Uguali al DdL Bilancio, alternativa cittadino al Reddito di Cittadinanza. È riservato a chi ha i requisiti richiesti da tale intervento. È un programma di lavoro promosso e gestito da Comune e associazioni di cittadinanza attiva, ma selezionato attraverso un bando nazionale. L’importo spettante per la prestazione di Lavoro di Cittadinanza è pari all’importo massimo del Reddito di Cittadinanza al quale si aggiunge la contribuzione previdenziale ordinaria.
È finanziato, per un miliardo l’anno, dal Fondo per il Reddito di Cittadinanza. A carico dei Comuni, le spese organizzative. I programmi finanziabili possono ricomprendere ristrutturazione di immobili pubblici da adibire a case di quartiere, dove organizzare attività gratuite per bambini e anziani, in orari scoperti rispetto ai turni di lavoro; supporto allo studio; corsi di lingua, piccola manutenzione del verde pubblico; attività sportive; catalogazione e digitalizzazione degli archivi di musei e biblioteche civiche.
Da un “Governo di cambiamento”, in particolare dal M5S, andrebbe rigettato il mantra liberista che spiega la disoccupazione come mismatching tra domanda e offerta di lavoro. Nel Mezzogiorno, ma anche in generale nel resto del Paese, non vi è domanda di lavoro (da parte delle imprese) inevasa.
I “Centri per l’Impiego” vanno radicalmente riorganizzati e potenziati, ma anche se a Reggio Calabria si raggiungesse la capacità operativa in campo a Amsterdam, i disoccupati calabresi avrebbero soltanto un trasferimento monetario sempre senza lavoro, come ha sottolineato lo Svimez nel suo ultimo agghiacciante rapporto.
Certo, un’integrazione al reddito familiare per arrivare a 780 euro mensili è estremamente rilevante per chi è in condizioni di povertà. Rispetto a tagli di trasferimenti e investimenti pubblici degli ultimi due decenni, è un salto di qualità politico e economico. Ma possiamo rassegnarci all’assistenza per milioni di persone, in specie giovani qualificati, potenzialmente in grado di contribuire attivamente alla propria comunità drammaticamente sofferente per tanti bisogni insoddisfatti?
La discussione in Commissione del DdL Bilancio è appena cominciata. È nell’interesse dell’Italia correggere la composizione della manovra e confermare il quadro di finanza pubblica votato dal Parlamento e “bocciato” dalla Commissione europea. Soltanto così, si può dare credibilità alla via della crescita per ridurre il debito pubblico e abbattere lo spread. Soltanto così, in particolare nel Mezzogiorno, si può promuovere lavoro e contrastare la povertà.

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