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venerdì 12 febbraio 2016

GIULIO REGENI E GLI INFAMI.... di Piemme

[ 12 febbraio ]

Oggi pomeriggio si svolgeranno a San Lorenzo a Fiumicello, in provincia di Udine, i funerali di Giulio Regeni. Questa redazione esprime le condoglianze ai familiari, ai compagni ed agli amici di Giulio.

Che le indagini ufficiali porteranno alla punizione dei colpevoli di questo atroce assassinio noi ne dubitiamo. E ne dubitiamo perché queste indagini sono condotte sotto la direzione degli apparati di sicurezza del regime fascistoide del golpista al-Sisi, ovvero gli stessi che hanno eseguito l'esecuzione di Giulio.

Il governo Renzi ha inviato i suoi investigatori per appurare la verità. Che riescano a tirar fuori un ragno del buco, anche di questo dubitiamo. Gli affari che l'Italia ha con l'Egitto sono ingenti e, alla fine la verità verrà sacrificata sull'altare dei profitti nonché quello delle alleanze geopolitiche. Passato il clamore, tutto verrà insabbiato.

Che Giulio sia stato eliminato per il suo lavoro di contro-informazione e denuncia delle politiche liberticide del regime del generale al-Sisi, della sua feroce repressione verso ogni opposizione organizzata, in particolare quella rappresentata dai sindacati indipendenti dei lavoratori, non vi possono essere dubbi. Lo confermano gli sfrontati e pacchiani tentativi di depistaggio messi in atto dai servizi di sicurezza e dalla magistratura egiziana. Poi smascherati.

Gli sciacalli all'opera...

Passavano pochi giorni dalla scoperta del cadavere di Giulio che tal Marco Gregoretti, dal suo blog, insinuava che l'attività di contro-informazione di Giulio fosse solo una copertura, poiché egli era in verità un agente dei servizi segreti italiani:
«A quanto risulta a questo blog, Regeni era stato arruolato qualche anno fa quando i servizi segreti italiani cominciarono a fare campagna pubblica per arruolare nuovi operatori chiedendo il curriculum. Quello di Regeni, a quanto pare, sarebbe stato in linea con le aspettative: buone conoscenze informatiche e dimestichezza con le lingue straniere, master vari. Era stato inviato in Usa prima e a Londra dopo. Poi, con la scusa della tesi di laurea, da sei mesi si trovava in Egitto. E la sua collaborazione giornalistica con il Manifesto, come successe anche per altri nel recente passato, funzionava da perfetta copertura». [Giulio Regeni era un agente dell’Aise?]
Insinuazione subito raccolta da quella fogna di quotidiano de IL GIORNALE, che non ha mai perso occasione per gettare fango su chiunque abbia una coscienza antimperialista e antagonista.

Tal Gregoretti avanza così la sua tesi sulle ragioni dell'atroce esecuzione:
«Secondo le informazioni che ho raccolto i motivi della sua morte, oramai è appurato che sia stato ucciso, sarebbero da ricercare proprio nella sua azione in Egitto. Al suo arrivo al Cairo si sarebbe subito messo in contatto con organizzazioni anti Abdel Fattah al Sisi, il Presidente egiziano. I servizi segreti egiziani lo tenevano d’occhio da tempo in quanto “fomentava l’opposizione”. Il 25 gennaio sarebbe stato “catturato” dall’antiterrorismo egiziano che lo avrebbe torturato, menomato, tagliandogli le orecchie e il naso, violentato e ucciso. Secondo alcune fonti la morte di Regeni sarebbe da interpretare come una sorta di avvertimento ai servizi italiani: “Non ingerite maldestramente”».
Quindi un avvertimento dei servizi segreti egiziani a quelli italiani... Tesi come minimo eccentrica, visto che la cooperazione, non solo tra i governi ma tra gli apparati di sicurezza e spionaggio italiani e quelli (filo-sionisti) egiziani viene da molto lontano. Come è un segreto di Pulcinella che questa cooperazione si è rafforzata negli ultimi anni per far fronte al comune nemico del "fondamentalismo islamico". Valga per tutti il caso del rapimento a Milano, nel febbraio 2003, dell'imam Abu Omar, poi consegnato alle autorità egiziane per essere sottoposto a torture —e su questo c'è stata una inequivocabile sentenza della Corte di Cassazione.

... e le perversioni complottiste

E' bastata la scoreggia di tal Gregoretti per dar fiato alle trombette dei dietrologi di sinistra, primo fra tutti tal Fulvio Grimaldi, al quale non è parso vero, col pretesto di diffidare di ogni cosa che venga propalata dai media, di smentire che il vero colpevole sia il regime filo-sionista egiziano di al-Sisi — prova lampante di questo filo-sionismo è che da quando il generale è salito al potere, il confine con la Striscia di Gaza, proprio come chiesto da Netanyahu, è ermeticamente sigillato

Chi abbia tempo da perdere si legga cosa dice il Grimaldi nel suo pezzo GIULIO REGENI, DOVE VOLANO GLI AVVOLTOI. Un eroe? calma e gesso!

Rispetto alle insinuazioni del Gregoretti qui c'è una aggravante: il tentativo maldestro quanto vergognoso non solo di assolvere  il regime fascistoide di al-Sisi, ma di difenderlo, giungendo a sostenere la legittimità del suo colpo di Stato — sponsorizzato dai sauditi con tanto di encomio israeliano. Leggere per credere.

Non si è di fronte solo ad un complottismo patologico ed ottenebrante — tutte le primavere arabe del 2011 sarebbero state null'altro che un complotto della Cia. 

Si è di fronte ad un'islamofobia conclamata quanto cieca. Leggiamo dove va a parare il Grimaldi:
«Dipaniamo i fatti. Mohamed Al Sisi liquida la Fratellanza che è, con tutti i suoi derivati tossici, Isis, Al Nusra e altri, lo strumento principe dietro al quale mascherare la guerra agli Stati arabi liberi, laici e non proni. Sostiene in Libia, anche militarmente, il governo laico e parzialmente gheddafiano di Tobruk e il suo comandante militare Khalifa Haftar (bau bau di Acconcia), l’unico che contro l’Isis, rintanato a Derna e Sirte (ora anche con i suoi capi fuggiti da Siria e Iraq), prova a fare qualcosa di concreto. Rappresenta, per la soluzione del groviglio libico una soluzione alternativa a quella colonialista bramata dalla Nato, parzialmente già in atto con forze speciali-squadroni della morte».
Non solo banali castronerie, non solo cazzate sesquipedali sul poliverso islamico. La difesa del dittatore al-Sisi si spinge fino alla perorazione, in Libia, del governo fantoccio di Tobruk, che è non solo un manutengolo del regime egiziano e delle sue mire sulla Cirenaica, ma lo sgherro che americani, europei e sauditi considerano insostituibile per avallare la loro spedizione neocoloniale.

Più in basso di così il complottismo paranoide non era mai sceso.

venerdì 5 febbraio 2016

EGITTO: L'OMICIDIO DI GIULIO REGENI, L'IMPERIALISMO ITALIANO E IL DILEMMA DI RENZI

[ 5 febbraio ]

Noi abbiamo pochi dubbi sul fatto che Regeni [nella foto] sia stato punito con la morte da un qualche organismo di sicurezza egiziano —quindi agli ordini del generale golpista Al-Sisi— per la sua opera di contro-informazione sui conflitti sociali e sindacali in Egitto.

Vedremo se il governo Renzi, davanti a questo caso politico-diplomatico gravissimo, inalbererà l'orgoglio tricolore come per i due marò sotto processo in India, oppure si comporterà in maniera codarda col pretesto della "realpolitik". 
La seconda ipotesi è quella altamente probabile. La ragione è presto detta: gli ingenti interessi economici dell'imperialismo italiano in Egitto nonché quelli economici e geopolitici in Libia. Lo spiega bene Alberto Negri.


L'onore da non ferire
di Alberto Negri
Il Sole 24 Ore del 5 febbraio


I problemi tra Italia ed Egitto hanno un nome, quello del generale Khalifa Haftar, comandante delle forze di Tobruk che aspira a diventare l’uomo forte della Libia. Il suo sponsor è il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi, che non nasconde le mire sulla Cirenaica.

È noto che è uno storico interesse egiziano. Si racconta che una volta re Faruk disse a Winston Churchill durante un incontro: «Questo un tempo era Egitto» a proposito dell’est libico. E Churchill replicò con il solito aplomb: «Non mi pare!».

Metà della Libia detesta Hafar, soprattutto le fazioni islamiche di Tripoli che vedono in lui un amico del giustiziere dei Fratelli Musulmani e il portabandiera degli interessi egiziani. Ormai è chiaro che il cuore di tutta la questione libica sta nell’assegnazione del comando delle Forze armate, il resto sono quasi dettagli.

Dopo essere volato in Egitto dal suo protettore, Haftar ha avuto un incontro con una delegazione italiana di diplomatici e membri dell’intelligence nel tentativo di dissuaderlo dall’obiettivo di voler diventare il Sisi libico. A Tripoli non vorranno mai che Haftar entri in città alla testa delle truppe: l’astio contro lui, ormai a livelli non negoziabili, risale almeno al 2013 quando voleva proclamare lo stato di emergenza. Un annuncio da generale sudamericano replicato nel febbraio 2014, quando apparve in televisione proponendosi come il salvatore della patria. Una sorta di tentativo di golpe condannato anche dall’allora ambasciatore americano a Tripoli.

Ma il presidente egiziano, autore del colpo di stato del 2013 contro i Fratelli Musulmani di Mohammed Morsi, non si è ancora voluto liberare della carta Haftar che gli permette di dire una parola fondamentale nell’eventuale accordo tra Tripoli e Tobruk: insomma in buona parte le sorti del prossimo governo libico, se ci sarà, ma anche di un possibile intervento internazionale stanno nelle mani del generale Al Sisi.

L’insistenza egiziana a puntare su Haftar può mettere in pericolo i nostri interessi in Tripolitania. L’Italia in Libia gioca su un terreno assai rischioso. Per noi sarebbe meglio concentrarsi sui reali obiettivi strategici concentrati nell’area di Tripoli (per esempio l’hub Eni di Mellitah) ed evitare di invischiarci nella Cirenaica. Dobbiamo chiederci quindi qual è il nostro interesse minimo, visto che l’intervento militare del 2011 contro il rais Gheddafi ci ha consegnato una sconfitta sonora, in termini economici e della stabilità di un Paese che è crollato regalandoci ondate di immigrati.

Allo stesso tempo però l’Italia non può rinunciare all'Egitto. Non solo per il sostanzioso interscambio commerciale e il nuovo mega-giacimento di gas di Zhor dell’Eni ma anche per gli altri dossier in cui c’è una collaborazione bilaterale, dall’immigrazione alla lotta al terrorismo, alla cooperazione militare. Non è un caso che nell’agosto del 2014 il premier Matteo Renzi è stato il primo leader europeo ad essere ricevuto dal presidente Al Sisi, insediatosi appena due mesi prima. Anche la visita in Italia del raìs egiziano nel novembre di due anni fa è stato il suo primo viaggio in Europa. Non si è trattato di scambi di cortesie ma di gesti concreti per la sua legittimazione internazionale.

Nei giorni scorsi Renzi aveva annunciato anche un vertice governativo italo-egiziano che doveva essere preceduto dalla missione del ministro per lo Sviluppo economico Federica Guidi, sospesa dopo il ritrovamento del corpo del giovane ricercatore. E quando, il 13 marzo 2015, si tenne a Sharm el Sheikh una grande conferenza sullo sviluppo economico dell’Egitto, il premier volò sul Mar Rosso per il terzo faccia a faccia con Al Sisi al quale espresse «fiducia nella sua leadership» accreditando non solo la lotta al jihadismo nel Sinai ma anche una dura repressione contro ogni opposizione interna.

Abbiamo trattato Al Sisi con i guanti, come del resto Erdogan. «La sfida egiziana - disse Renzi - è anche la nostra sfida, la stabilità dell’Egitto è la nostra stabilità». Sembrò allora di sentire le parole del ministro degli Esteri Carlo Sforza che nel 1947 difese in Parlamento il trattato di pace con il Cairo e il versamento delle riparazioni di guerra sostenendo che l’accordo dove essere considerato l’avvio di una nuova politica mediterranea ed africana nella prospettiva dell’ineluttabile risveglio del mondo arabo. L’Egitto - disse Sforza - in quanto sede della Lega Araba, avrebbe rivestito un ruolo centrale e sarebbe stato un gravissimo errore, per l’Italia, ferirne l’onore. Ecco ora tocca all’Egitto non ferire l’onore dell’Italia raccontando bugie sulla morte di un giovane studente.

sabato 31 gennaio 2015

INDIGNAZIONE A CHIAMATA di Maria Grazia da Costa

31 gennaio

I morti del Cairo non sono parigini, la socialista egiziana Shaimaa (nella foto) non vale come la filo-occidentale iraniana Neda: i due pesi e le due misure dei dirittoumanisti dell'ipocrita occidente.
NEDA
Chi non ricorda Neda Agha-Soltan, la studente iraniana, uccisa durante una manifestazione a Teheran il 20 Giugno 2009?

In poche ore divenne un'icona di Internet e social network, e il video amatoriale degli ultimi istanti della sua vita fu pubblicato su Youtube e trasmesso da tutti i telegiornali del mondo, e per alcuni mesi, la vicenda, occupò le pagine di quotidiani e riviste di tutto il mondo. Fu oggetto di talk show, di servizi speciali e approfondimenti.  Divenne, in pratica, il simbolo mondiale della repressione perpetrata da uno stato autoritario contro il proprio popolo.

I partiti italiani, i politici, attraverso comunicati e  dure prese di posizioni sui rispettivi siti e blog condannarono fermamente l'accaduto con altrettanto ferme accuse contro lo stato iraniano.

Il PD regionale del Lazio, per bocca del segretario regionale Roberto Morassut, lanciò l'iniziativa "I balconi delle città per la Democrazia in Iran", e rivolse un appello a tutti cittadini "affinché espongano dal proprio balcone o dalla propria finestra un segno di colore verde, un drappo, una bandiera, un lenzuolo, in modo da testimoniare la propria solidarietà nei confronti del popolo iraniano che sta lottando per la libertà. La mobilitazione democratica del popolo iraniano contro la dittatura fondamentalista di Ahmadinejad si sta estendendo in tutto il Paese. Il dovere dei Democratici italiani è sostenere con ogni mezzo la lotta dei giovani, delle donne, dei lavoratori, degli studenti e degli intellettuali".

A Genova, il 26 Giugno 2009: “Piazza De Ferrari giovedì pomeriggio si è riempita di bandiere della pace e drappi verdi simbolo dell’opposizione al regime di Mahmud Ahmadinejad, per esprimere solidarietà ai ragazzi e alle ragazze di Tehran. E’ stato un sit in silenzioso, al quale hanno aderito duecento manifestanti oltre a Cgil, Cisl, Uil, Emergency, Partito Democratico, Rifondazione Comunista, Sinistra e Libertà, Socialismo Rivoluzionario, Sinistra Critica, Lila Genova, e a molti esuli iraniani. In segno di solidarietà con la società civile iraniana il Segretario Provinciale del PD Victor Rasetto ha invitato i genovesi a esporre fuori dalle casa un drappo verde”.

Secondo quanto scritto da “Repubblica” l'allora titolare della Farnesina, l'on. Frattini, il 22 Giugno 2009, declinò l'invito alla delegazione iraniana  al G8: “In questo quadro in serata è definitivamente saltata la partecipazione della repubblica islamica alla riunione ministeriale del G8 di Trieste. Al mattino Frattini aveva chiesto una risposta entro la giornata. La risposta non è arrivata e il titolare della Farnesina ha detto che a questo punto, quando mancano tre giorni alla conferenza, ritiene "declinato l'invito". "La presidenza G8 non può aspettare molto", ha aggiunto.
Il 25 Giugno 2009, Nichi Vendola, sul proprio blog scriveva “Come si possa star fermi, zitti e buoni quando a Teheran squadracce di polizia segreta ammazzano impunemente la meglio gioventù del Paese è un mistero che devo ancora scoprire”. 

Il quotidiano “Repubblica”  titolava così l'articolo del 21 Giugno 2009 “Neda, la ragazza uccisa a Teheran diventa il simbolo della rivolta” e ancora “Il video che mostra i suoi ultimi istanti di vita ha fatto il giro del mondo e sul web si moltiplicano i messaggi: "Ti ricorderemo, non sei morta invano".

Per “The Times”, a Dicembre 2009, Neda diventò  il personaggio dell'anno in quanto: "simbolo globale dell'opposizione alla tirannia".

Nel primo anniversario dell'uccisione di Neda, Amnesty International lanciò un'iniziativa globale per raccogliere in una galleria le immagini di persone di ogni parte del mondo che chiedono il rispetto dei diritti umani in Iran attraverso la frase "I am Neda".

Wikipedia ha una pagina sulla vicenda “Morte di Neda Agha-Soltan” in cui si trova scritto: “Neda significa "voce" o "chiamata" in persiano e per questo la donna è stata definita come la "voce dell'Iran".

Sempre su Wikipedia si può leggere che il 6 Luglio 2009: “Nel consiglio comunale di Roma è stata avanzata la proposta, firmata dai capigruppo di tutti i partiti, di intitolare a Neda una via della capitale, con la motivazione che "Neda Agha-Soltan è ormai il simbolo internazionale di una generazione che sa anche impegnarsi pubblicamente e che non vuole arrendersi”.

SHAIMAA
Il 25 Gennaio 2015, Shaimaa el-Sabbagh, una giovane 33enne dirigente di un piccolo partito di sinistra egiziano, è stata uccisa al Cairo, colpita da proiettili “di gomma” sparati a distanza ravvicinata. La formazione socialista, di cui Shaimaa era la dirigente, era presente sulla piazza insieme al suo segretario generale che è stato picchiato e arrestato.

Insieme alla giovane attivista, sono rimaste uccise, sulle strade egiziane, altre quattordici persone che stavano, con dimostrazioni e cortei, ricordando il quarto anniversario della rivoluzione del 2011 e la caduta di Hosni Mubarak.

Ho per caso appreso la notizia da Internet la mattina del 25 Gennaio, e il caso ha voluto che in quel momento mi trovassi a Roma dove sarei rimasta fino alla sera. Nessun balcone del Lazio ha esposto drappi di nessun colore (il rosso poteva andare bene, dato che la vittima era una socialista) e sul sito del PD Lazio nessun segretario regionale ha esortato a testimoniare la propria solidarietà.

Ho sentito di nuovo la notizia per radio, sull'autostrada. Una comunicazione data senza molta enfasi in cui si ripercorreva in poche parole la storia egiziana degli ultimi anni, ricordando la caduta di Mubarak in seguito alle violente proteste di piazza e la successiva ascesa di Morsi che è finita con un colpo di stato militare che ha portato alla presidenza Abdel Fatah el Sisi.

Ho letto stamani la notizia sui quotidiani, subito travolta e nascosta dai risultati delle elezioni greche. Su la “Repubblica”, ormai in 25° posizione, appaiono anche le terribili foto scattate da un fotografo della Reuters.

Una sequenza tragica che evidenzia la totale indifferenza della polizia, armata di fucili e manganelli, di fronte allo stato della vittima e alla disperazione del marito che tenta di soccorrerla e portarla in salvo. Il titolo: “Egitto scontri di piazza Tahir, polizia spara 17 morti e decine di feriti”  Video: Shamina L'ultimo abbraccio prima di morire”.

Sul Corriere della Sera, anche qui oramai in 25° posizione si legge: Shaimaa al-Sabbagh, 34 anni, attivista politica del Partito dell’Alleanza popolare socialista egiziana, uccisa al Cairo durante la manifestazione nell’anniversario della rivoluzione.  A presentazione del video, una nota che dice “Le immagini della donna colpita a morte da alcuni proiettili, soccorsa e presa in braccio da un compagno, hanno fatto il giro del mondo e commosso. Almeno 17 persone sono rimaste uccise e circa 30 ferite, nei disordini scoppiati al Cairo e ad Alessandria”. (Afp)

E sotto il video, il dubbio: "Egitto, il video dell’attivista uccisa.  La vittima è Shaimaa al-Sabbagh, 33 anni, morta mentre gli agenti disperdevano la folla. Per i manifestanti a sparare sarebbe stata proprio la polizia".

Ho verificato, sul sito ufficiale del PD,  quali iniziative fossero state messe in cantiere per la condanna di questo terribile atto. Nella sezione “Donne” leggo un comunicato delle deputate del PD che esprimono “Soddisfazione per l'approvazione al Senato di norme molto incisive relative all'equilibrio della rappresentanza di genere”. Forse non ho cercato nelle pagine giuste. Sfoglio  altre pagine senza alcun risultato. Alla fine inserisco il nome della ragazza nel motore di ricerca del sito. Il risultato non cambia. Gli inorriditi difensori dei diritti umani che si strappavano le vesti per la morte di Neda, non hanno proferito parola. Le accanite femministe che gioiscono per “l'equilibrio della rappresentanza di genere” non hanno una parola di condanna  verso chi ha armato la mano che ha ucciso una compagna militante di sinistra che manifestava contro un governo insediato con un colpo di stato e che preclude qualsiasi forma di protesta al popolo.

Non contenta, ho cercato sul blog di Nichi Vendola per leggere la sua reazione a caldo e, non trovando niente, mi ricordo che il 25 Gennaio era impegnato con l'iniziativa di SEL “Human Factor” a Milano.

Però ha una pagina Facebook e visitandola vedo che l'unico post scritto venerdì è “curioso e felice verso Milano, per Human factor. Chi vuole scrivere un pezzettino di storia ci raggiunga!” Il post successivo è di sabato in cui pubblica foto di un “laboratorio” di Human factor.

Lo sghignazzante interlocutore telefonico di Archinà ha pensato forse che la  povera  Shaimaa, militante socialista, non avesse diritto a nessuna particolare attenzione. Probabilmente anche lei aveva “una faccia da provocatore” alla pari del giornalista che al Patron dell'Ilva chiedeva spiegazioni sui morti di tumore.

Non ho nemmeno tentato di vedere se Renzi avesse fatto una dichiarazione in merito ai fatti accaduti in Egitto perchè l'ho ritenuta una inutile perdita di tempo.

Il 7 di Gennaio tutto il mondo ha avuto un sussulto di indignazione per l'attentato di Parigi in cui hanno perso la vita gli ormai tristemente famosi vignettisti di Charlie Hebdo. Tutto il mondo si è risvegliato magicamente dal torpore che lo aveva avvolto durante i terribili bombardamenti di Gaza che sono costati la vita di centinaia di persone, bambini, donne, vecchi.

Quel mattino, camminando per strada, al lavoro, si respirava aria di rivolta, tutti avrebbero fatto qualcosa, tutti avevano qualcosa da dire. Per una settimana ho visto cartelli, manifesti appesi al muro, giornali e magliette con la scritta “Je suis Charlie”. Tutte le anime belle della politica italiana si sono strappate le vesti per il “diritto alla satira”. La condanna è stata unanime. Quotidiani, riviste, telegiornali, qualsiasi programma radio o TV aveva qualcosa da proporre. Parigi ha visto nelle sue strade la più grande manifestazione di massa di tutti i tempi. Numerosi capi di stato si sono “sgomitati”, a detta di Renzi, per conquistare la prima fila di quel corteo. Un corteo che rappresentava solo la pretesa supremazia della civiltà occidentale contro la barbarie del resto del mondo.

Dove sono finiti, oggi, dopo i fatti del Cairo e di Alessandria, i difensori dei diritti umani, le donne in nero, Amnesty international, i capi di stato campioni di democrazia? Dove sono, ora che la violenza è perpetrata da chi è stato voluto proprio dall'occidente, contro la barbarie dei “Fratelli musulmani”?

Dove sono le donne del PD, quelle che esultano quando “al Senato vengano introdotte norme molto incisive relative all'equilibrio della rappresentanza di genere”, dov'è la sbraitante Santanchè, dov'è la ex FGCI, ex PCI , ex DS  Mogherini? Nemmeno lei si indigna per una “compagna” uccisa per difendere i propri diritti? E un'ultima domanda: dove sono tutti i “compagni”, quelli che “il proletariato non ha nazione, internazionalismo, rivoluzione”? Internazionalismo si, ma occidentale!
Guardiamoci in faccia, finalmente. Siamo una società anestetizzata fino in fondo all'anima, che si indigna “a chiamata” del padrone di turno , che non sappiamo più discernere il bene dal male, che la pietà ci coglie solo se lo vogliono i nostri burattinai. Siamo succubi volontari dei nostri inetti politici.

Perchè la vita vera, quella per cui vale la pena essere pronti e ben svegli, sono il calcio e i salotti della Maria De Filippi.

martedì 25 novembre 2014

IL CANE DA GUARDIA (NON SOLO DI ISRAELE) di Campo Antimperialista

25 novembre.
Il golpista egiziano al Sisi (nella foto), in visita a Roma, si propone come il carceriere del popolo palestinese per conto di Israele. Non solo: c'è anche la sua richiesta di «completare la missione della Nato in Libia»
Oggi e domani il generale al Sisi, presidente egiziano dopo il golpe dell'estate 2013, sarà a Roma, prima tappa del suo primo viaggio in Europa. Nell'occasione ha pensato di farsi precedere da un'intervista al Corriere della Sera, per la cronaca la prima rilasciata ad un quotidiano occidentale. Intervista che contiene affermazioni assai gravi, che dovrebbero suscitare qualche reazione in più, o quantomeno far riflettere quanti, a sinistra, applaudirono il suo sanguinosissimo colpo di stato.

L'importanza di questa intervista, realizzata da Franco Venturini, è testimoniata dalla partecipazione, nel palazzo presidenziale di Heliopolis, del direttore del quotidiano milanese (da sempre su posizioni smaccatamente filo-sioniste), Ferruccio de Bortoli.

Il titolo dato dal Corsera di ieri non lascia adito a dubbi: «"Truppe egiziane per la Palestina" - Al Sisi: "Aiuteremo la polizia del futuro Stato. E vogliamo garantire la sicurezza di Israele"». 

Il golpista del Cairo si propone dunque come il cane da guardia di Israele. Certo, questa non è una novità, basti pensare al ruolo avuto durante i bombardamenti di Gaza della scorsa estate, alla chiusura ermetica del lato sud della Striscia, od anche soltanto alla distruzione sistematica dei tunnel della speranza tra Gaza ed il territorio egiziano.
Il golpista ricevuto dal golpista Napolitano


Ora, però, c'è un salto di qualità, visto che al Sisi si propone non solo come guardiano esterno, ma direttamente come poliziotto interno di un futuro "stato palestinese", che se mai avrà vita, di certo nell'idea di al Sisi e del suo degno compare Netanyahu altro non potrà essere che un insieme di piccoli bantustan per sempre schiacciati da Israele.

Con questo annuncio, al Sisi va ben oltre l'opera svolta dal despota filo-americano Hosni Mubarak, costretto a lasciare il potere dalla rivolta di piazza dell'inverno 2011. Il ruolo di fiancheggiatore dei sionisti che egli innanzitutto si auto-assegna è chiarissimo. Leggiamo questa sua affermazione:
«Bisogna garantire la sicurezza agli israeliani ma contemporaneamente restituire la speranza ai palestinesi e la creazione di uno Stato palestinese è lo strumento migliore per alimentare questa speranza. Poi, dopo la creazione di uno Stato palestinese, si aprirà un lungo processo, ci vorrà tempo per ristabilire la fiducia tra le parti, ma non è forse accaduto lo stesso tra Egitto e Israele dopo che abbiamo fatto la pace? Il periodo di transizione iniziale sarà determinante, perché gli israeliani non possono rischiare la loro sicurezza e i palestinesi non devono più compiere atti gravi e sconsiderati che sarebbero, a quel punto, anche autolesionisti. L’Egitto è pronto ad aiutare». 
Già, «aiutare», ma come?
«Le dirò una cosa: noi siamo pronti a inviare forze militari all’interno di uno Stato palestinese. Aiuterebbero la polizia locale e rassicurerebbero gli israeliani con il loro ruolo di garanzia. Non per sempre, s’intende. Per il tempo necessario a ristabilire la fiducia. Ma prima deve esistere lo Stato palestinese dove inviare le truppe». 
Chiunque è in grado di capire che razza di stato sarebbe quello che dovesse nascere sotto la tutela del golpista del Cairo. Il quale, comunque, ha in realtà l'obiettivo principale di mandare all'occidente un altro messaggio, quello che si legge chiaramente nella priorità assegnata alla «sicurezza degli israeliani». Un modo, che più esplicito non si potrebbe, per dichiarare al mondo da che parte sta l'uomo che ha cacciato dal potere la Fratellanza Musulmana, oggi sottoposta alla repressione più dura.

Repressione sulla quale, nell'intervista, al Sisi glissa negando l'evidenza. Del resto non si può certo dire che gli intervistatori volessero metterlo alle strette...

Il presidente egiziano sarà a Roma anche per due altri motivi: i rapporti economici tra i due paesi e la situazione in Libia. I rapporti economici sono già piuttosto intensi. L'interscambio commerciale è pari a 4,7 miliardi di euro (dati 2013) e viene dato in crescita. Domani, 25 novembre, si terrà il Business Council con la partecipazione di imprenditori italiani ed egiziani. Molti i progetti in campo, riguardanti fra l'altro l'energia, l'alta velocità ferroviaria (linea Alessandria-Il Cairo-Assuan), l'espansione dei porti mediterranei di Damietta, Alessandria e Port Said. Ma si parlerà anche dei settori del turismo, dell'agricoltura e del tessile.
Matteo Renzi riceve al-Sisi


Fin qui normale amministrazione. Ma siamo certi che al Sisi, che incontrerà Renzi, Napolitano e Gentiloni, insisterà molto sulla situazione in Libia. E qui, se esiste ancora un qualcosa che assomigli in qualche modo ad un movimento contro la guerra, dovrebbe scattare l'allarme rosso.

Leggiamo cosa dice il golpista del Cairo nell'intervista:
«Stabilizzare la Libia è una priorità per tutti, non soltanto per i nostri due Paesi. Lì regna il caos, ma soprattutto lì si stanno creando basi jihadiste di estrema pericolosità. La Nato non ha completato la sua missione. Perché dopo la guerra che ha eliminato Gheddafi la Libia è stata abbandonata? Non credo a nuovi interventi militari e l’Egitto non ne ha compiuti e non ne compie. Invece la Comunità internazionale deve fare una scelta molto chiara e collettiva a favore dell’esercito nazionale libico e di nessun altro. Aiuti, equipaggiamenti, addestramento devono andare esclusivamente all’esercito regolare che nel tempo avrà i mezzi per riportare l’ordine». 
Se lasciamo da parte i naturali abbellimenti diplomatici, il succo è tutto in questa frase: «La Nato non ha completato la sua missione», ergo la deve completare. Anche per questo al Sisi è da oggi a Roma. Ed anche per questo ci aspetteremmo qualche reazione in più.

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