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lunedì 9 maggio 2016

HELICOPTER MONEY: QUANTITATIVE EASING FOR PEOPLE? di Alberto Bagnai

[ 9 maggio ]

Avevamo già trattato la proposta dell'helicopter money il 9 marzo scorso, e di nuovo il 19 aprile. Ci torniamo, visto che la soluzione di dare soldi direttamente ai cittadini per battere la deflazione, oltre a trovare sostenitori tra amici di vario genere, è sostenuta da un numero crescente di squali della finanza speculativa. E' il caso di Bill Gross, [nella foto] portfolio manager di Janus Capital e co-fondatore del fondo obbligazionario Pimco.
E noi ridiamo la parola ad Alberto Bagnai, che invece contesta questa idea che, ricordiamolo, venne adombrata dall'economista neo-liberista Milton Friedman in un suo saggio del 1969 The Optimum Quantity Of Money).


«Nella lontana Liberopoli la criminalità è in crescita. I cittadini sono impensieriti, i sondaggi danno il governo in calo di consensi. Il premier corre ai ripari con una proposta innovativa, l’helicopter policeman: squadre di agenti di polizia verranno caricate su elicotteri e paracadutate a spaglio sul territorio, col compito di incarcerare la prima persona che incontrano. I cittadini esultano: finalmente un governo che fa qualcosa! Quest’ultima frase, lo so, l’avete già sentita (e forse anche detta). Passata l’euforia però ci si comincia a chiedere: perché mai uno Stato, che legittimamente esercita il monopolio della forza, dovrebbe farne un uso così inefficiente? Gli onesti sono la maggioranza, altrimenti al governo il loro interesse non interesserebbe.
Mandando agenti ad arrestare persone a caso, gli errori giudiziari fioccherebbero, aggiungendo al senso di insicurezza quello di ingiustizia. Non sarebbe meglio concentrare gli agenti in squadre che, utilizzando tutti i poteri dello Stato (quello di intercettare i cittadini sotto il controllo dell’autorità giudiziaria, quello di fermare i sospetti, ecc…), effettuassero indagini e arresti mirati? La rinuncia a esercitare il monopolio della forza non porta a uno Stato più sicuro: porta a uno Stato più autoritario.
Fine della metafora, inizio delle dolenti note. Ci dicono che, per risolvere i problemi di un’economia cronicamente anemica, la Bce, anziché insistere con il Quantitative Easing (QE), dovrebbe far decollare l’elicottero monetario: finiamola, si dice, di acquistare titoli dalle banche, che poi si tengono i soldi invece di prestarli! Meglio paracadutare un assegno in ogni famiglia: saremmo così certi che la moneta finisca in mano ai cittadini, rianimando l’economia. Non mancano gli entusiasmi, sopratutto nella sinistra “dei diritti”, cronicamente incapace di andare oltre analisi sentimentali. “Banca brutta, popolo bello”: se il QE per le banche è cattivo, quello for people sarà buono.
Volendo usare la testa, dovremmo chiederci: perché mai lo Stato, che esercita il monopolio dell’emissione monetaria, dovrebbe farne un uso così inefficiente? Perché disperdere moneta nei mille rivoli di spesucce per consumi, quando si potrebbero finanziarie investimenti pubblici, tanto necessari in un paese che letteralmente cade a pezzi (da Pompei al Polcevera)?
L’elicottero monetario non è solo ingiusto (rischia di dare a chi già ha), ma anche inefficiente. Peraltro, molti di noi, se ricevessero un assegno, oggi lo terrebbero da parte per ripianare debiti e pagare imposte. Altro che rianimare l’economia! Il motivo di questa proposta inefficace e demagogica è semplice: dare ai cittadini una mancia, anziché un lavoro, aiuta a sedare il dissenso, senza alterare i rapporti di forza fra lavoro e capitale.
Il capitale preferisce che lo stato dia ai disoccupati una mancia anziché un lavoro, perché la disoccupazione aiuta a contenere i salari, e quindi a espandere i profitti. Coopera al progetto la Banca centrale, che per proteggere il capitale ostacola politiche keynesiane di difesa dell’occupazione, negando il finanziamento della spesa pubblica con moneta.
Fratianni e Spinelli, nella loro Storia monetaria d’Italia, ricordano che il finanziamento monetario ha coperto in media la metà del deficit pubblico per oltre un secolo. Se l’economia cresce, dovrà crescere la massa monetaria, e allora perché non immetterla nel sistema anche finanziando, quando occorrono, investimenti pubblici?
Ma dal 1992 ciò è illegale senza se e senza ma, grazie al Trattato di Maastricht. Con esso gli Stati cedono la gestione della moneta ai burocrati non eletti, che possono influenzare la distribuzione del reddito, materia politica per eccellenza, senza rispondere a nessuno, e se ne vantano. Applicando una presunzione di colpevolezza tornata in voga, si diceva che i politici avrebbero usato la moneta per fare spese clientelari, generando inflazione. In questo modo è stato facile convincere il popolo a tagliarsi la sovranità monetaria per fare dispetto alla politica.
Ora sappiamo che stamparre moneta non crea inflazione: il fallimento di Draghi lo dimostra. L’inflazione si controlla sul mercato del lavoro. Impedire allo Stato di finanziare politiche espansive, battendo moneta se occorre, trasforma ogni crisi in un arretramento irreversibile dei diritti dei lavoratori. La rinuncia dello Stato al monopolio dell’emissione di moneta non porta a un’economia più sana: porta a una distribuzione del reddito più iniqua, e quindi, necesariamente, a uno Stato più autoritario, se non altro perché affida decisioni politiche a burocrati non eletti.
I politici non volevano certo Maastricht per moralizzare se stessi: volevano solo avere le mani più libere nell’aggredire il diritto al lavoro. A missione compiuta arriva l’elicottero monetario, la cui utilità è puramente retorica: presentare il nemico politico delle nostre costituzioni socialdemocratiche, cioè la Banca centrale indipendente come un moderno Robin Hood.
Per motivi che mi sfuggono, erogare una mancia sembra infatti meno clientelare che finanziare investimenti. Forse perché la si chiama QE for people? Ma questo problema può essere risolto: chiamiamo QE for State la monetizzazione del deficit pubblico e riprendiamo a farla, come si è sempre fatto, tranne nell’infausta parentesi della nostra storia iniziata con Maastricht, il trattato che, nell’interesse di pochi, ha condannato un continente alla depressione economica».
* Fonte: A/simmetrie

giovedì 17 marzo 2016

VON HAYEK E LE ORIGINI DEL NEOLIBERISMO di Luciano Gallino

[ 17 marzo ]

Nella foto: Reagan e Von Hayek

«Quando apro le finestre al mattino, di questi giorni, lo sguardo mi cade inevitabilmente sul Mont Pélerin, al di là del lago. È una montagnola svizzera a pochi chilometri da Montreux, nota sin dagli anni Venti per i buoni alberghi e il clima mite. È anche il luogo da cui ha avuto inizio, con la fondazione della Mont Pélerin Society (Mps) nel 1947, la lunga marcia che ha portato il neoliberalismo a conquistare un’egemonia totalitaria sull’economia e la politica dell’intera Europa. Con le drammatiche conseguenze di cui facciamo ancor oggi esperienza. 

Gramsci avrebbe trovato di grande interesse la strategia adottata dalla Mps per conquistare l’egemonia, intesa nel suo pensiero come un potere esercitato con il consenso di coloro che vi sono sottoposti. Anziché costituire l’ennesima fondazione o un think tank specializzato nel promuovere questo o quel ramo dell’economia, Mps scelse di costruire su larga scala un “intellettuale collettivo”.

Quando Friedrich von Hayek nel 1947 chiamò a raccolta un piccolo gruppo di economisti e altri intellettuali (tra cui Maurice Allais, Walter Eucken, Ludwig von Mises, Milton Friedman, Karl Popper) per fondare la Mps, i convenuti erano soltanto 38, per la maggior parte europei. Alla fine degli anni ‘90 erano diventati più di mille, sparsi in tutto il mondo, sebbene la maggioranza continuasse a provenire dall’Europa.


Radicato per lo più nell’accademia, questo intellettuale collettivo non redasse ambiziosi manifesti programmatici (gli “intenti” formulati nel ’47 al momento della fondazione sono una paginetta piuttosto banale, che si può leggere anche oggi identica sul sito della Mps), o grandi progetti di riforme istituzionali. Produsse invece migliaia di saggi e di libri, non pochi di notevole livello, che ruotano tutti intorno ai temi che per i soci della Mps erano e sono l’essenza del neoliberalismo: la liberalizzazione dei movimenti di capitale; la superiorità fuor di discussione del libero mercato; la categorica riduzione del ruolo dello Stato a costruttore e guardiano delle condizioni che permettono la massima diffusione dell’uno e dell’altro.

Grazie a questo immenso e capillare lavoro, verso il 1980 le dottrine economiche e politiche neoliberali avevano occupato tutti gli spazi essenziali nelle università e nei governi. Non è stata ovviamente soltanto la Mps a spendersi a tal fine, ma il suo ruolo è stato soverchiante. Non esagerava uno storico del pensiero neo-liberale (Dieter Plehwe) quando definì la Mps, anni fa, «uno dei più potenti corpi di conoscenza della nostra epoca».


Peraltro i soci non si sono limitati a pubblicare articoli e libri. Molti di loro sono giunti a occupare posizioni centrali nell’apparato governativo dei maggiori paesi. Ai tempi della presidenza Reagan ( 1981-88), su una ottantina di consiglieri economici del presidente più di un quarto erano della Mps. Le liberalizzazioni finanziarie decise dal governo Thatcher nella prima metà degli anni ‘80, che hanno cambiato il volto dell’economia britannica, furono elaborate in gran parte dall’Institute of Economic Affairs, una filiazione della Mps fondata e diretta da due soci, Antony Fisher e Ralph Harris. I vertici dell’industria francese e tedesca sono sempre stati numerosi nelle fila della Mps, intrattenendo stretti rapporti con i soci provenienti dal mondo politico.

Di rilievo è stata la partecipazione italiana alla Mps. Tra i suoi primi soci vi è stato Luigi Einaudi. Due italiani sono stati presidenti: Bruno Leoni (1967-68) e Antonio Martino (1988-1990) che figura tuttora fra i soci, accanto a (salvo errore), Domenico da Empoli, Alberto Mingardi, Angelo Maria Petroni, Sergio Ricossa.

Due caratteristiche segnano fortemente l’egemonia della Mps sulla cultura e la prassi economico-politica degli Stati europei a partire dagli anni ’80. 

La prima è la dismisura della vittoria su ogni altra corrente di pensiero —specie in economia. Il keynesismo, fin dalle origini l’arcinemico dalla Mps, è stato ridotto all’insignificanza, e con esso quello di Schumpeter, di Graziani, di Minsky. Sopravvivono qui e là in qualche dipartimento universitario, ma nella politica economica della UE contano zero. A forza di liberalizzazioni ispirate dalla cultura Mps, il sistema finanziario domina la politica non meno dell’economia — come ha dimostrato per l’ennesima volta il caso greco. I sistemi pubblici di protezione sociale sono in corso di avanzata demolizione: non servono, anzi sono nocivi, poiché ciascun individuo, secondo la cultura neoliberale, è responsabile del suo destino. La scuola e l’università sono state riformate, a partire dalla Germania per finire con l’Italia, in modo da funzionare come aziende. Wilhelm von Humboldt si starà rivoltando nella tomba.

La seconda caratteristica della cultura economica neoliberale formato Mps è la sua inverosimile resistenza alle pesanti confutazioni che la realtà le infligge da almeno 15 anni. I primi anni 2000 hanno visto il crollo delle imprese dot.com, glorificate dagli economisti neolib, che in nove casi su dieci erano trovatine su cui le borse, in nome dell’ipotesi che i mercati sono sempre efficienti, scommettevano miliardi di dollari. I secondi anni 2000 hanno invece assistito al quasi crollo dell’economia mondiale, minata dalla finanza basata deliberatamente su milioni di mutui ipotecari che le famiglie non avevano i mezzi per ripagare.

Dopo il 2010, gli economisti neoliberali e i politici da loro indottrinati hanno imposto alle popolazioni della UE le politiche di austerità, rivelatesi un fallimento totale a giudizio dei loro stessi promotori. In sintesi, gli economisti formato Mps hanno predisposto i dispositivi che hanno prodotto la grande crisi; non l’hanno vista arrivare; non hanno saputo spiegarla, e hanno proposto rimedi che hanno peggiorato la situazione. Ad onta di tutto ciò, continuano a occupare il ponte di comando delle politiche economiche della UE.

Se uno potesse chiedere a Gramsci come mai le sinistre europee comunque denominate, a cominciare da quelle italiane, sono state travolte senza opporre resistenza dall’offensiva egemonica del neoliberismo partita nel 1947 dal Mont Pélerin, forse risponderebbe «perché non li avete saputi imitare». Al fiume di pubblicazioni volte ad affermare l’idea dei mercati efficienti non avete saputo opporre niente di simile per dimostrare con solidi argomenti che i modelli con cui si vorrebbe comprovare tale idea si fondano su presupposti del tutto inconsistenti.

Inoltre, proseguirebbe Gramsci, dove sono i vostri articoli e libri che rivolgendosi sia agli esperti che ai politici e al largo pubblico si cimentano a provare ogni giorno, con solidi argomenti, la superiorità tecnica, economica, civile, morale della sanità pubblica su quella privata; delle pensioni pubbliche su quelle private, a fronte degli attacchi quotidiani alle prime dei media e dei politici, basati in genere su dati scorretti; dello Stato sulle imprese private per produrre innovazione e sviluppo, oggi come in tutta la seconda metà del Novecento; dell’importanza economica e politica dei beni comuni sull’assurdità della privatizzazioni?

Poiché la natura ha orrore del vuoto, il vuoto culturale, politico, morale delle sinistre è stato via via riempito dalle successive leve di lettori, elettori, docenti, funzionari di partito e delle istituzioni europee, istruite dall’intellettuale collettivo sortito dalla Mps. Il consenso bisogna costruirlo, e la MPS ha dimostrato di saperlo fare. Le sinistre non ci hanno nemmeno provato».


* Fonte: MicroMega

martedì 1 luglio 2014

KEYNES O MARX? di Moreno Pasquinelli


1 luglio.
L’attuale crisi sistemica del capitalismo occidentale sta mandando in pezzi la scuola monetarista di Milton Friedmann e con essa l’ortodossia liberista e i suoi due massimi assiomi.  Il primo è di natura squisitamente filosofica e consiste in questo: ogni uomo, perseguendo egoisticamente la propria felicità contribuirebbe a realizzare quella di tutti. Il secondo, di carattere economico, considera il mercato  il sistema che meglio di ogni altro contribuisce alla ricchezza generale e alla sua equa distribuzione.

Ci si poteva attendere che una crisi di tale portata avrebbe rinvigorito spinte anticapitalistiche di massa e riportato velocemente in auge l’ideale del socialismo. Non è stato così. Troppo fresche le devastanti ferite subite dal movimento rivoluzionario a causa del crollo, catastrofico quanto inglorioso, del “socialismo reale”, troppo profondo il processo di imborghesimento sociale e coscienziale del proletariato occidentale maturato negli ultimi decenni. Questo contesto spiega perché il pensiero di Carlo Marx, il principale studioso del capitalismo e delle sue contraddizioni, nonché il principale assertore della necessità e fattibilità del suo superamento, lungi dal risorgere, resti confinato nell’oblio, con lo sconsolante effetto collaterale per cui gli stessi intellettuali di sinistra, tranne rare eccezioni, quasi si vergognino di dichiararsi marxisti.

Assistiamo, di converso, ad una prepotente rinascita del pensiero economico di J. M. Keynes a tal punto che è possibile affermare che la maggior parte degli economisti (di quelli seri, non per forza di quelli che usufruiscono di una cattedra in qualche blasonata università) si considera keynesiana.

Essendo tra quelli che più decisamente insistono sulla centralità assoluta del discorso sulla crisi —di qui la nostra insistenza per lo sganciamento dall’Unione europea e l’abbandono della moneta unica come precondizioni necessarie per venirne fuori—, di questo revival keynesiano, ne sappiamo qualcosa. Dieci economisti keynesiani su dieci condannano senza appello le politiche delle euro-oligarchie e della Bce. Tra questi solo una minoranza, partigiana dell’Unione, ritiene che l’euro sia compatibile con le terapie keynesiane e implora la Bce affinché inverta la rotta. La maggioranza di loro sostiene invece che l’euro è comunque condannato  e propugna il ritorno alle sovranità monetarie statuali. Avrete capito perché di keynesiani ne sappiamo qualcosa: con i migliori di loro —quelli che non solo invocano astrattamente la fine delle politiche di macelleria sociale ma che sostengono come necessaria la riconquista della sovranità nazionale, politica e monetaria— abbiamo in comune il nemico, e logica vuole che le forze si uniscano.

La teoria di Keynes

La pretesa di molti scienziati è quella di considerarsi tali nella misura in cui essi pensano di spiegare i fatti così come sono, standosene alla larga dai giudizi di valore. Vogliono dirci che essi sono immuni da condizionamenti ideologici e culturali, che le loro asseverazioni sono estranee alla dispute sociali e politiche, al di sopra di ogni visione del mondo. Ovviamente non è vero, e Keynes non era tanto stolto dal pensarlo. Egli, malgrado avesse colto alcune delle contraddizioni profonde insite nel sistema capitalistico, non ha mai nascosto la sua predilezione per questo sistema, ne ha mai fatto mistero della sua avversione verso "l'utopia comunista". Keynes si considerava anzi il medico la cui missione era appunto curare il capitalismo dalle sue malattie congenite, capitalismo che se lasciato a se stesso sarebbe anzi andato incontro alla morte. La differenza con Marx, che sosteneva come le "malattie" del capitalismo non fossero curabili, e quindi proponeva di fare leva su di esse per abbatterlo e superarlo, non può essere più evidente.

Questa differenza non attiene solo alla sfera politica: le "malattie" o contraddizioni congenite del capitalismo intraviste da Keynes non erano quelle individuate da Marx.

L’analisi di Keynes faceva perno su una premessa: che la devastante crisi del 1929 aveva definitivamente destituito di ogni fondamento una legge caposaldo degli economisti neoclassici, quella secondo cui (assunta la neutralità della moneta considerata solo un numerario e mezzo di scambio) il mercato è sempre in grado di stabilire un equilibrio tra offerta e domanda sia di beni che di capitali. Secondo l’ortodossia liberista poi, eventuali perturbazioni momentanee, potevano dipendere solo da due fattori, o dalla mancanza di rigore monetario o dall’aumento eccessivo dei salari. In sostanza: per Keynes il mercato, lasciato a sé stesso, non assicurava né la piena occupazione né un’equa distribuzione della ricchezza.

Keynes non lo disse mai, lo diciamo noi, ma per superare le aporie dei neoclassici si appoggiò agli studi di Marx sul denaro, per il quale il denaro non fungeva solo da parametro per misurare valori/prezzi e come mezzo di circolazione: il denaro era anche (3) uno strumento di tesaurizzazione. Nei cicli di crisi economica e di attese di profitto decrescenti (crisi di sovrapproduzione, ma su questo torneremo più avanti), il denaro tende ad abbandonare la sfera della circolazione, ma non per avvizzire sotto il materasso, piuttosto per lievitare nella sfera della speculazione finanziaria.

In termini keynesiani: in un’economia capitalista di mercato non solo non c’è alcuna certezza di equilibrio tra offerta e domanda di beni; non esiste alcuna garanzia che il risparmio e i profitti accumulati ritornino nel mercato sotto forma d’investimenti; il che coodetermina la crisi, la stagnazione, la disoccupazione e il crollo dei consumi. Ma la crisi giunge sempre dopo un periodo di boom, ovvero di crescita enorme dei redditi, la qual cosa accresce la quota di essi destinata al risparmio e alla tesaurizzazione, invece che agli investimenti.

Visto che per Keynes le crisi capitalistiche sono sempre e solo crisi di sproporzione, come egli proponeva di superare lo squilibrio tra eccesso di offerta e insufficienza della domanda? E di chiudere la forbice tra la massa accumulata di denaro che se ne sta ferma tesaurizzata e quella decrescente che si muove nel mercato dei capitali produttivi? Facendo leva su due fattori principali: sull’aumento della domanda dei beni di consumo e colpendo la tesaurizzazione (che Keynes chiama “preferenza per la liquidità”).  Ma quali sono queste leve? Dal momento che il mercato non è capace da solo di trovare un equilibrio, occorre l’intervento di una forza esterna ad essi, l’autorità statuale titolare di facoltà d’indirizzo ma pure prescrittive. E dato che Keynes assume che il mercato sia diviso in quattro settori (mercato del lavoro, delle merci, dei capitali e della moneta) lo Stato, assodata la sua insindacabile sovranità politica, giuridica e monetaria, deve intervenire con azione sincronica e anticiclica in tutti e quattro.

In prima istanza lo Stato, per incoraggiare gli investimenti privati e creare nuova occupazione, dovrebbe seguire una politica monetaria flessibile,  abbassando i tassi dell’interesse, disincentivando così la tesaurizzazione —o l’eccessivo accumulo di risparmi. In seconda battuta, ove questa decisione non fosse sufficiente, lo Stato dovrebbe adottare adeguate politiche fiscali con una imposizione progressiva, così che esso possa attuare una redistribuzione della ricchezza verso i redditi medio-bassi —che per Keynes hanno una più decisa propensione al consumo. Questa politica fiscale dovrebbe anzitutto penalizzare le rendite e la classe rentier dedita alla speculazione finanziaria parassitaria, premiando invece il capitale produttivo incoraggiandolo all’investimento. Infine Keynes proponeva che lo Stato varasse un ampio piano di lavori pubblici, da finanziare con una una politica di deficit spending, ovvero con l’emissione di prestiti (offrendo titoli di Stato ai propri cittadini) che avrebbero dovuto drenare i risparmi in eccesso (denaro tesaurizzato) e convertirli in investimenti creatori di occupazione e quindi di domanda, assorbendo dunque l’offerta in eccesso.

Questa, esposta in modo certamente schematico ma ci auguriamo obiettivo, la teoria economica di Keynes. Prima di Passare al pensiero di Marx due sole considerazioni. 

La prima. Ognuno considererà la teoria di Keynes una “teoria di sinistra”. Ed essa infatti lo è, se consideriamo che la sinistra attuale tutta, non escluse le correnti cosiddette “antagoniste”, quando espongono le loro ricette anti-crisi, non fanno che riproporre, il più delle volte timidamente, le proposte dell’economista inglese. Lo è se infine attribuiamo al sostantivo “sinistra” solo un generico significato descrittivo (senza nessuna qualificazione di classe si sarebbe detto un tempo) ed allora tutto è “sinistra”, basta che ci si collochi al di qua del limes del liberismo economico —per cui, se solo si fosse conseguenti, non solo settori illuminati di borghesia sono “di sinistra”, ma pure fascisti tutti di un pezzo o cattolici reazionari incalliti. 
La seconda. Occorrerà pur sfatare la leggenda che il capitalismo uscì dalla catastrofica crisi del ’29 grazie all’adozione delle terapie keynesiane. Esse in effetti vennero adottate, non solo negli USA col New Deal roosveltiano e in Gran Bretagna, ma pure nella Germania nazista e nell’Italia fascista (parli del diavolo e spuntano le corna). Ebbene la piena occupazione e la ripresa economica non ci furono né negli USA né in Gran Bretagna. Ci riuscì solo la Germania, altrimenti detto grazie al colossale piano di spesa pubblica finalizzata al riarmo e agli ingegnosi stratagemmi di politica monetaria di Schacht. Solo dopo la seconda grande guerra mondiale il capitalismo occidentale imboccò la via di un ciclo lungo di accumulazione e sviluppo, quindi, solo dopo immani distruzioni di forze produttive, le ricette keynesiane poterono dare dei risultati.

La teoria di Marx

Marx non nacque economista, ma filosofo della storia. Giunse a sistematici e impressionanti studi economici sul capitalismo moderno dopo la sua più importante e controversa scoperta teorica: il materialismo storico.

Il capitalismo è solo l’ultimo venuto nella processione dei diversi sistemi sociali e, come quelli che l’hanno preceduto, anch’esso è destinato a perire, lasciando il posto, dopo un periodo di convulsioni sociali, ad un sistema nuovo i cui elementi esso contiene in grembo. Occorre quindi: (1) riconoscere di ogni sistema sociale, le fasi di genesi, di sviluppo e di decadenza; (2) individuare le contraddizioni che ogni sistema sociale, nativamente, contiene, e con ciò le ragioni, se il caso le leggi, per cui un dato sistema sociale perisce; (3) identificare quindi le forze sociali rivoluzionarie che spezzano i vecchi rapporti sociali, che sono portatrici di un più avanzato sistema sociale e che sono destinate a prendere il sopravvento.

Il fatto che Marx abbia appoggiato la sua analisi del capitalismo su questa base fa dire agli economisti della cattedra che essa è priva di fondamento scientifico. Noi siamo di diverso avviso: riteniamo che l’economia politica possa assurgere al rango di scienza solo in quanto disciplina storico-economica. Marx criticò infatti gli economisti del suo tempo come "ideologi borghesi", in quanto anche loro partivano da una visione (falsa) della storia e del mondo, secondo cui il capitalismo sarebbe eterno e immutabile —la qual cosa li spingeva a compiere un’analisi normativa e superficiale che impediva di cogliere le più intime leggi di movimento del capitalismo. Questa critica marxiana, come ognuno comprende, la si può rivolgere anche a Keynes. Quest’ultimo infatti privava il sistema borghese del suo carattere storico transeunte. Di qui l’idea che le "disfunzioni" di cui esso è vittima fossero appianabili grazie all’intervento correttivo e terapeutico della pubblica autorità, dello Stato cioè, che egli considerava come ente neutrale e salvifico.

Marx la pensava diversamente, e non perché escludesse che in linea di principio lo Stato borghese, proprio in virtù del suo essere strumento della classe dominante nel suo insieme, non potesse svolgere un ruolo suo proprio, a tutela dell’ordinamento sistemico anche elevandosi sopra la lotta accanita tra le diverse frazioni del capitale. Egli riteneva che il modo capitalistico di produzione, di cui la borghesia è agente, soggiace ad almeno quattro leggi principali
(1) più le sue forze produttive si sviluppano e la concorrenza si fa implacabile, più i profitti sono destinati a scendere; 
(2) il modo di produzione capitalistico segue una traiettoria ciclica: ad ogni periodo di crescita segue uno di recessione, e quest’ultima è tanto più generale quanto più il boom è stato consistente; (3) il sistema può uscire dalla crisi generale solo in una maniera: distruggendo su ampia scala capitali e forze produttive in eccesso, con conseguenze  sociali devastanti; 
(4) le crisi generali croniche precipitano il sistema sociale in periodi di esplosive convulsioni politiche, che possono sfociare in rivoluzioni, controrivoluzioni, guerre civili e guerre tra stati.

Queste quattro leggi fanno capo alla essenziale tendenza del capitalismo, quella di sfociare nelle crisi di  sovrapproduzione [sulle crisi di sovrapproduzione vedi: Marx il capitalismo e le sue crisi, e Alle origini del declino dell’Occidente], queste possono essere parziali oppure generali, coinvolgendo tutti i comparti e cronicizzarsi. E’ proprio quando l’economia incontra queste crisi generali che immani quantità di capitali e forze produttive devono essere  necessariamente distrutte, con conseguenze sociali catastrofiche, con la società sospinta indietro di decenni. Tuttavia è proprio grazie a queste crisi, che attengono alla fisiologia stessa del capitalismo, che esso può far ripartire un nuovo ciclo di accumulazione e crescita, destinato a sua volta a sfociare in una nuova crisi. Lo  Stato della borghesia può solo mitigare gli effetti catastrofici delle crisi di sovrapproduzione, differirli nel tempo, il suo intervento non può mai essere risolutivo. In ultima istanza lo Stato non può che adeguarsi alle fisiologiche necessità della classe economicamente dominante e quindi, dentro la crisi generale, passare allo Stato d’eccezione per scaricare i costi della crisi sul lavoro salariato soffocando la sua spinta emancipatrice, e allo Stato di guerra per strappare spazi vitali a capitalismi concorrenti.

La storia ha confermato le analisi di Marx. I suoi detrattori invece lo negano, ricorrendo all’argomento che la sua previsione di un crollo certo del capitalismo è stata invalidata. In verità da nessuna parte Marx ha sostenuto, apertis verbis, che il capitalismo fosse destinato al crollo, se intendiamo per crollo un evento, o l’esito necessitato di un meccanismo automatico che avrebbe condotto alla sua dipartita. Questo “crollo”, come per altri sistemi storici, avrebbe invece potuto occupare un lungo periodo storico di convulsioni. E ove la classe antagonista a quella capitalistica si rivelasse incapace di prendere in mano le redini della società, questa potrebbe sprofondare in una barbarie con l’annientamento delle due principali classi in lotta.

Non vi aspettate che Marx abbia consigliato alla borghesia eventuali terapie per venire a capo delle sue crisi generali. Egli era un rivoluzionario non solo perché avrebbe con disprezzo rifiutato questa consulenza, lo era perché, essendo andato alla radice del problema —che le crisi cicliche generali sono il risultato necessario del modo capitalistico di produzione—, propose con forza (necessità contro necessità) il dovere di oltrepassare il capitalismo e di edificare sulle sue ceneri un sistema socialista. Cosa infatti ci avrebbe detto Marx davanti a questa nuova crisi generale? Ci avrebbe detto, pur tenendo conto delle tappe necessarie, di non indugiare a cercare soluzione parziali o palliativi; ci avrebbe detto di organizzarci ed agire per farla finita una volta per sempre col capitalismo poiché, ammesso che esso possa uscire da questa crisi, ciò avverrebbe con costi sociali inusitati, anzitutto a spese del lavoro salariato e del popolo lavoratore, con la certezza che in un periodo più o meno breve ci sarebbe trovati da capo a dodici, alle prese con un’altra crisi devastante. Ci avrebbe detto di batterci per la sola alternativa pensabile: il socialismo.

Non dobbiamo farci ingannare dalle disquisizioni sofistiche: l’idea del socialismo è di una evidente semplicità, consiste nel fatto che la comunità dovrebbe sottoporre al proprio controllo politico e razionale, al pari delle altre sfere della vita associata, quella basilare, quella economica, finalizzandola al bene comune. Perché tanta insistenza sull’aspetto economico? Per la ragione che è la sfera economica che crea i mezzi per soddisfare la gran parte bisogni primari e vitali dell’uomo, senza realizzare i quali quelli spirituali e culturali sarebbero menomati.

Per realizzare questo controllo sociale, questo è il punto, occorre sottrarre i grandi mezzi di produzione e di scambio dal dominio proprietario della classe capitalistica, che in quanto classe pensa anzitutto a fare i suoi propri egoistici interessi, facendo diventare quei mezzi di produzione, al parti di tutti gli altri, beni comuni, proprietà sociale. 

Abbiamo dunque in mente di statizzare l’economia e di applicare una rigida pianificazione? Per niente. La statizzazione è solo una forma, la più verticale, di socializzazione. Tra la statizzazione verticistica, che farebbe della burocrazia statale un demiurgo autoritario, e la completa e orizzontale autogestione, possono esistere innumerevoli soluzioni mediane. E della stessa pianificazione economica, considerata con orrore dai liberisti, ne esistono svariate modalità. Lo stesso capitalismo, in barba alla “mano invisibile del mercato” conosce plurime forme di pianificazione —cos’altro è la politica economica keynesiana se non una pianificazione generale?

Non solo lo Stato programma e pianifica le sue attività, e le politiche seguite dai governi ne sono una cristallina espressione. Si prenda l'esempio dell'Italia: lo Stato muove la metà circa del Pil, ne viene fuori che esso non solo pianifica fin nei minimi dettagli come reperire le entrate e aumentarle (ovvero come spennare scientificamente il popolo lavoratore graziando i possidenti di grandi capitali, anzitutto finanziari). Fanno altrettanto anche i grandi gruppi monopolistici, che crollerebbero facilmente se non pianificassero fin nei dettagli tutto il ciclo produttivo, dal reperimento delle materie prime alla commercializzazione del prodotto finito. Solo un’economia razionalmente pianificata può debellare la principale calamità che affligge il capitalismo: la sovrapproduzione, ovvero l’incalcolabile sperpero di risorse e di energie consistente nell’accumulare mezzi di produzione e beni (sotto forma di merci) che non solo si riveleranno inutili alla società e dovranno essere distrutti, ma che arrecano danni spesso irreversibili al nostro pianeta.

Che un giorno più o meno lontano possa realizzarsi un “socialismo perfetto”, questo lo decideranno le future generazioni. Questa generazione ha un compito forse più modesto ma decisivo: fare da battistrada, aprire la via al socialismo, sapendo che la rivoluzione sociale è sì una palingenesi ma non una catarsi, che la rivoluzione è pur sempre un processo, fatto di fasi e momenti. Sapendo che occorrerà passare per tappe successive, ognuna concatenata all’altra, ma il cui primo atto è necessariamente strappare, per mezzo della sollevazione del popolo lavoratore, il potere politico statale dalle mani della classe oggi dominante, ovvero dei suoi settori più oltranzisti e liberisti. Solo disponendo di questa leva sarà infatti possibile attuare le grandi e le piccole trasformazioni per una società liberata dalla catene del capitale e per una vita degna di questo nome, non solo per pochi privilegiati, ma per tutti.

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