giovedì 9 febbraio 2017

LA SINISTRA E LA NAZIONE di Pier Paolo Dal Monte

[ 9 febbraio ]

«Ed è per questo che bisogna cominciare, a parlare di sovranità e di nazione. La democrazia ha bisogno di un luogo geografico e di un luogo politico. Non può esistere una democrazia nel non-luogo del cosmopolitismo o del globalismo, non può esistere in uno spazio commerciale, privo di comunità e definito dalle élite, quale è l’Unione Europea, concepita come luogo di sottrazione della sovranità agli stati e, quindi, alla comunità che costituisce la Nazione».




«C’è una lotta di classe, è vero, ma è la mia classe, la classe dei ricchi che ha scatenato questa guerra, e la stiamo vincendo».
Warren Buffett

«Immaginate un mondo nel quale la maggior parte delle persone lavori più di 60 ore alla settimana solo per sopravvivere.
Immaginate un mondo nel quale la più parte di voi debba offrire i propri servizi al prezzo più basso possibile
Immaginate un mondo nel quale la gente lavori con un ritmo irregolare: cambi di turni orari, giornalieri, diurni o notturni, senza preavviso
Immaginate un mondo nel quale il datore di lavoro decida quale parte del vostro lavoro retribuire e quale dovete svolgere gratuitamente.
Immaginate un mondo nel quale potete essere licenziati con un’email o una telefonata
Quel mondo è qui».

Michael Belzer, Sweatshop on wheels

Le frasi riportate in epigrafe, nella loro spietata asciuttezza, descrivono piuttosto accuratamente la situazione dei nostri tempi.
Stiamo assistendo al collasso delle vecchie strutture, quelle nelle quali si è svolta la gran parte della nostra esistenza: lo Stato sociale, i diritti del lavoro, la sanità universalistica, finanche il diritto di scegliere da chi essere governati (democrazia rappresentativa tramite suffragio universale).
Oggi tutto questo sta venendo meno sotto i colpi di quella che potremmo definire, con termini alquanto enfatici, “l’offensiva finale del capitale” che si manifesta nell’egemonia di ciò che potremmo chiamare il “globalismo neoliberale”.
Nella situazione attuale pare quasi inutile cercare di stabilire il terreno dello scontro nel campo sociale: in quest’ambito il capitale ha ottenuto una vittoria schiacciante. Ed ha vinto perché è riuscito progressivamente ad imporsi in alcuni ambiti di importanza strategica che andremo a descrivere. Questa vittoria ha comportato la radicale trasformazione della dialettica politica, nei paesi industrializzati, e la cancellazione di quelle forze che rappresentavano le istanze dei ceti popolari, del demos.
È importante comprendere le modalità di questa vittoria, non solo per poter sperare di intravvedere e, quindi di delineare le forme di lotta più opportune per superare questo stato di cose, ma anche per capire quale possa essere il terreno di scontro rimasto.
La globalizzazione ha rappresentato lo spostamento di quest’ultimo in un non-luogo virtuale, quasi metafisico (i “mercati globali”) nel quale vigono esclusivamente le regole della mobilità del capitale e della forma-merce, nonché i rapporti di forza internazionali.
Pertanto, la resistenza, il katechon, può manifestarsi, in questa fase, solo a livello dello Stato-Nazione.
Possiamo individuare tre elementi fondamentali che hanno portato alla vittoria di cui sopra in quanto il capitale:
1) Il “capitale” è riuscito a modellare le istituzioni non soltanto secondo la propria convenienza ma, soprattutto, a sua immagine
2) È riuscito ad annullare lo spazio della politica
3) È riuscito a vincere la guerra ideologica (costruzione del neoliberal self)
1) Modellare le istituzioni
Pier Paolo Dal Monte
La sfera di governo/regolamentazione globale è nelle mani di istituzioni configurate secondo criteri imperiali e interamente plasmate dall’ideologia neoliberale, alle quali, le nazioni che non siano al centro dell’impero devono sottostare (usiamo questo termine nel senso di Braudel, Arrighi e Samir Amin, non certo in quello di Toni Negri). Ci riferiamo, nella fattispecie, a entità quali il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale, l’Organizzazione Mondiale del Commercio e la stessa ONU che, apparentemente sono enti di regolamentazione o di risoluzione dei conflitti ma che, in realtà, non sono altro che l’espressione di rapporti di forza internazionali, sia politici che economici.
Per quello che riguarda più da vicino il nostro Paese, il “braccio armato” di questi rapporti di forza1è rappresentato dall’Unione Europea. È bene, a questo punto, sgombrare il campo da qualsivoglia illusione sul fatto che quest’entità possa essere riformata, in senso “migliorativo”, secondo istanze politiche: un “altra Europa” non è possibile2, se lo fosse, il processo di integrazione europea avrebbe seguito un percorso totalmente diverso e si sarebbe svolto in maniera dialettica e trasparente.
Invece la costruzione voluta da Jean Monnet (il reale architetto di tutto il progetto3) è stata, in ogni sua fase, portata avanti in maniera “furtiva” (“by stealth”, secondo le parole di Giandomenico Majone4), in modo tale che i vari Paesi membri addivenissero, man mano, a cessioni di sovranità crescenti, delle quali le stesse classi politiche non erano ”pienamente” consapevoli (per usare un eufemismo)
Certamente non lo erano le popolazioni dei paesi interessati che non sono mai state adeguatamente informate delle conseguenze dei passi compiuti e, soprattutto, non sono mai state chiamate ad esprimersi in proposito. Tuttavia, neppure i governanti avevano piena coscienza di ciò che stavano facendo, data la complessità dei trattati e dei corpus normativi ai quali decidevano di aderire5.
Questo modo di procedere è stato concepito e attuato in modo da mettere i governi e le popolazioni di fronte ai fatti compiuti, le cui implicazioni e conseguenze potevano essere comprese solo a posteriori (un chiaro esempio di questo è l’adozione della moneta unica)
Ciò che, invece, è stato studiato a fondo, ed è stato davvero efficace e pervasivo, risulta essere la mendace propaganda (“il sogno europeo”, ”l’Europa ci ha dato 60 anni di pace” e avanti con corbellerie di questo genere) con la quale questa costruzione distopica è stata sostenuta.
Se si distoglie lo sguardo dai bamboleggiamenti apologetici la realtà che si scorge è assai meno confortante. L’intera costruzione europea è edificata su fondamenta ideologiche che sono direttamente riconducibili a quel vasto fenomeno che si autodefinì “neoliberalismo”6, i cui concetti sono riscontrabili finanche nel Trattato che istituisce l’Unione Europea (“Trattato di Maastricht”) che, all’articolo 3, recita testualmente: che lo sviluppo economico dell’Europa deve essere basato su “un'economia sociale di mercato fortemente competitiva”. È significativo il fatto che questa definizione sia stata coniata, molti anni prima, da Alfred Müller-Armack, uno dei principali esponenti della scuola ordoliberale tedesca, uno dei filoni principali che dopo il 1938, confluirono nel grande fiume del neoliberalismo.
Ancora più significativo è il fatto che nella “costituzione economica” e i Trattati non si riscontri alcuna traccia dei principi di solidarietà e sviluppo sociali che informano la nostra Carta costituzionale, anzi, a questo proposito, ne sono in palese contrasto. E, a rigor di logica, ciò dovrebbe essere sufficiente ad affermare l’incostituzionalità dell’adesione del nostro Paese a tali trattati.

Purtroppo, la comprensione di queste semplici evidenze è fortemente ostacolata dal fatto che, quando si parla di Unione Europea, si sconfina sempre su un terreno sentimentale o, addirittura, onirico nei quali il discorso deraglia verso fantasiosi pargoleggiamenti o speranze infondate, evitando di rimanere su quello, più solido, dei fatti e degli argomenti logici. L’Unione Europea non rappresenta affatto un luogo ideale, una Gerusalemme Celeste, un Regno millenaristico ma, semplicemente, uno spazio amministrativo fondato su rapporti di forza, che si è dato regole congeniali ai vantaggi di alcuni e che comportano svantaggi per altri. Il tutto in un modo così miope e fallimentare da poter ben figurare nel teatro dell’assurdo.
Non vi è nessuna speranza, anche con la migliore volontà e cooperazione (entrambe, peraltro, assenti) che sia possibile rimettere il carrozzone sui giusti binari (che nessuno è in grado di spiegare quali dovrebbero essere). Non si può sperare di erigere una cattedrale su fondamenta mal costruite anzi, è necessario abbattere al più presto questa costruzione pericolante prima che l’inevitabile crollo possa cagionare più vittime e danni di quelli già provocati.
2) L’annullamento dello spazio della politica
Viviamo in un sistema oligarchico sovranazionale, nel quale il potere assume l’aspetto di una congerie di “vincoli esterni” che assumono varie forme: quella dei “mercati finanziari”(entità prepolitica e metafisica), la “globalizzazione”, la “comunità internazionale” e, soprattutto, per quello che ci riguarda, l’ Unione europea e la moneta unica.
È chiaro che i vincoli, quando sono molto coercitivi, impediscono qualsiasi dialettica politica che non sia il mero scontro di “opposte tifoserie” che smaniano per la vittoria della propria squadra nel “campionato elettorale”. Tutto questo è, naturalmente assai distante da dalla politica intesa in senso proprio, ossia come autogoverno della comunità.

Così l’attività di governo diventa una banale amministrazione del “condominio Italia”, il quale, nelle condizioni imposte dai vincoli europei, potrebbe indifferentemente essere governato da un Che Guevara o da un Adolf Hitler( per usare un paradosso) che poco cambierebbe, visto che la reale possibilità di governo è stata completamente svuotata e procede con una sorta di “Pilota automatico” (secondo le parole di Mario Draghi), la cui rotta viene impostata dalla Commissione e dalla Banca Centrale europee.
I ceti politici professionali devono semplicemente gestire il proprio sottosistema amministrativo nazionale garantendo l’esecuzione di politiche già stabilite altrove, ovvero come semplici governatori di provincie dell’impero centrale.
Dovrebbe essere, ormai, evidente a tutti che non vi sia spazio per alcuna politica reale all’interno della “gabbia d’acciaio” dei vincoli europei, tantomeno per quelle politiche che possano perseguire i dettati della Carta costituzionale: politiche del lavoro, politiche sociali, tutela del territorio, istruzione e sanità. Vi è solo spazio per la distruzione di questi elementi medianti tagli di bilancio sempre più cospicui. Già l’introduzione del famigerato Articolo 81 (pareggio di bilancio), in Costituzione è un vulnus eterodiretto, introdotto per soddisfare i desiderata di Bruxelles, il cui scopo era quello di inficiare de facto ciò che è prescritto nei primi articoli (in specie gli articoli 3 e 4) e dovrebbe (e, per questo motivo, dovrebbe essere dichiarato incostituzionale).
3) La vittoria del “capitale” nella guerra ideologica
Questa vittoria si è realizzata tramite un integrale trasformazione ideologica di quella che, un tempo, era chiamata “sinistra”7, e che ora è tale solo nell’indicazione della collocazione dei seggi parlamentari. È difficile pensare ad una vittoria politica più cruciale di questa. Per spiegare quest’asserzione dobbiamo fare qualche piccolo passo indietro nella storia.
Il capitalismo, creazione borghese-mercantile, era incompatibile con l’assolutismo e le oligarchie della proprietà terriera: il liberalismo economico doveva quindi essere accompagnato dal liberalismo politico. Il problema che le élites del capitale si sono sempre trovate a fronteggiare è proprio quello risultante dal liberalismo politico che, giocoforza deve esprimersi con qualche forma di suffragio. Tuttavia, questo metodo non garantisce la conservazione del potere da parte delle elite medesime8 (specie il suffragio universale) , perché le classi popolari sono numericamente prevalenti. Siccome il capitalismo si basa su una disuguaglianza strutturale (detentori del capitale/mezzi di produzione e forza lavoro che non detiene capitale sufficiente per non esserlo) a favore delle élites economiche, le classi popolari, che sono numericamente prevalenti, potrebbero esprimere, col loro voto, classi politiche contrarie agli interessi delle prime. Vanno quindi “convinte” (e sarebbe più appropriato il termine “manipolate”) a legittimare col suffragio poteri politici che agiscono contro i loro interessi di classe.
Uno dei mezzi più usati, a questo proposito, è il controllo esercitato da queste ultime sui mezzi di comunicazione di massa, del quale non è appropriato parlare in questa sede.
Un altro è quello del già citato “vincolo esterno”, che si potrebbe esemplificare con queste parole: «Avete eletto chi, teoricamente, potrebbe rappresentare i vostri interessi. Purtroppo, però, i vostri rappresentanti sono vincolati a rispettare certe condizioni (Globalizzazione, “mercati”, regole dell’Unione Europea) che impediscono loro di perseguire politiche a vostro vantaggio».

Un terzo, più sottile, è quello, per così dire, di “svuotare i differenti orientamenti ideologici dall’interno”, ossia di trasformarli, di fatto, in un’unica ideologia che, per comodità, potremmo definire, con le parole di Margareth Thatcher, “T.I.N.A” (there is no alternative/non c’è alternativa), secondo la quale i processi socio-economici sono da considerarsi come determinati da una sorta di meccanismi naturali che non si possono controllare né, tantomeno, modificare.9
In questo modo si riesce ad annullarla concezione stessa di dialettica politica, in primo luogo quella classica tra capitale e lavoro. La scomparsa della dialettica politica è, nei fatti, il risultato del processo di annichilimento o delegittimazione delle ideologie (di qualsiasi ideologia) che si è progressivamente verificato negli ultimi decenni, poiché tale è sempre stata determinata dallo scontro tra Weltanschauung (o “ideologie”) diverse. Questo processo, alla fine, ha portato all’annullamento della sfera politica tout court, che è stata sostituita dal tecnicismo economico neoclassicheggiante (che, peraltro, segue pur sempre un’ideologia, ma un’ideologia mascherata da legge di natura).
Per ciò che riguarda la politica “realmente esistente”, il segno più evidente di questo fenomeno, è stata l’assunzione (dopo la cosiddetta la “stagione di mani pulite”), da parte del nostro paese, di sistemi elettorali, definiti “più moderni”, di tipo maggioritario, nei quali i partiti o le coalizioni, che hanno possibilità di imporsi nelle competizioni elettorali, si contendono, di fatto la supremazia sull’elettorato “moderato”, convergendo, per così dire, verso un “centro” ideologico, caratterizzato da una mancanza di ideologia che non sia quella del “male minore”.10
In questa condizione l’unico spazio rimasto è quello della retorica prepolitica espressa tramite mitologemi dicotomici quali “onestà/disonestà” o di finzioni di conflitti, come quelli per i diritti “cosmetici” (che fanno parte dello Zeitgeist del globalismo neoliberale). Oppure una generica avversione per il potere di tipo “foucaltiano-negriano” che si esprime tramite formazioni deidelogizzate che rivendicano istanze prepolitiche.
Così, quella che oggi viene definita “sinistra” è diventata, in realtà, per usare una felice espressione di Costanzo Preve, “destra” sul piano economico, in quanto ha sposato in toto le posizioni neoliberali; centro sul piano politico, ovvero l’area dello scontro in cui si contendono le preferenze dell’elettorato “moderato”; e “sinistra” sul piano “culturale (per usare un eufemismo) , ossia “girotondi”, bamboleggiamenti “gender” e diritti cosmetici di vario tipo.: «la liberazione crescente della sfera privata consegnata ormai al self-service generalizzato»11.

Ed è proprio qui lo snodo che è indispensabile analizzare, per comprendere che, oggi, la “sinistra realmente esistente” non è soltanto inutile ma è, soprattutto, dannosa per il perseguimento di quella giustizia sociale che è inscritta nella nostra Costituzione e che è finita nel tritarifiuti del globalismo neoliberale e delle politiche europee.
Il processo che ha portato a questo tipo di deriva ideologica è iniziato alla fine degli anni ’60 (col ’68 come data simbolica)12 e, nel tempo, ha condotto la cosiddetta “sinistra” alla completa rinuncia ad una critica sociale a favore di quella che i sociologi francesi Luc Boltanski ed Eve Chiapello hanno definito “critica artistica”.13
Il primo tipo di critica è quello nei confronti delle disuguaglianze create dalla società capitalista e la rivendicazione di una maggiore giustizia sociale; il secondo, invece, aveva rappresentato, fino al recente passato, la critica del’alienazione dell’essere umano nel modo di produzione capitalistico. Sin dagli scritti di Marx, questi due tipi di critica hanno sempre proceduto di pari passo (per la verità, con una certa prevalenza della prima) mentre, a partire dal periodo summenzionato la seconda ha preso il sopravvento, soprattutto presso gli “intellettuali” cosiddetti “progressisti”, prendendo la forma di una critica nei confronti della “morale della società borghese”, identificando così, erroneamente, il capitalismo con la borghesia (con perfetto tempismo, proprio quando la borghesia era in procinto di essere distrutta dal capitalismo globalizzato), e la morale capitalistica14con i vecchi valori civili e religiosi.
Questo secondo tipo di critica ha preso rapidamente il sopravvento sulla prima, sino ad estinguerla completamente. Così, la “sinistra” non solo ha rinunciato alla critica sociale, ma ha aderito pienamente alla costellazione ideologica che ha caratterizzato il capitalismo negli ultimi quarant’anni, ovvero il neoliberalismo. E, infatti, si fa orgogliosamente portabandiera del cosmopolitismo, del globalismo e, non ultimo, di quello che Jean Francois Lyotard definì “post-modernismo”, pseudo ideologia
caratterizzata dal pensiero debole della ”post-verità” (detestiamo l’uso di tutti questi “post”, ma è ciò che la neolingua del pensiero filosofico “debole” ha saputo coniare).
Questa sedicente “sinistra” arriva persino a caldeggiare quello che Philip Mirowski (eminente ermeneuta del pensiero neoliberale) ha denominato “neoliberal self”, che individua l’uomo col suo “capitale umano”15, ossia col suo essere/dover essere “imprenditore di se stesso” che, come tale, deve aspirare a liberarsi dalle rigide burocrazie delle organizzazioni lavorative. Un atomo solitario in un universo competitivo (la qual cosa, usando parole più terra-terra si potrebbe anche definire “precariato” permanente, ma detto così non sembra à la page).
Ben venga quindi un mondo di “capitali umani” in lotta tra loro (divide et impera), di privatizzazione dei fenomeni sociali e di ablazione dello Stato, a patto che rimanga allo Stato il ruolo di garante del mercato (come propugnano gli ordoliberali tedeschi e la loro “economia sociale di mercato” abbracciata dai Trattati europei).
Ben venga l’abolizione dell’assistenza pubblica (lo Stato sociale) perché è di ostacolo all’afflato verso la carità privata16 (altrimenti, come fanno i ricchi a far “bella figura”?)
Ciò che, quindi, deve essere chiaro una volta per tutte, è che, per poter iniziare a concepire un tipo di iniziativa politica che torni a porre al centro i diritti sociali, e a pensare alla ricostruzione di una comunità, a partire dalla dispersa accozzaglia di individui atomizzati, accomunati soltanto dall’essere forma-merce (ancora il “neoliberal self”),che pare essere l’unica “forma sociale” rimasta, è necessario rigettare con fermezza e in maniera definitiva questo tipo di “sedicente sinistra”, e la dicotomia destra-sinistra secondo il clivaggio definito dalla “critica artistica” , perché questa è una finzione esiziale che serve soltanto ad evocare retaggi illusori facendo perno sulla sfera emotiva (appartenenza al popolo di sinistra). Ossia quanto di più populistico possa esservi.
Una “sinistra” con queste caratteristiche è l’alleato più utile per l’ideologia e la prassi neoliberale (il capitale). Il suo ruolo è soltanto quello di alimentare la falsa dicotomia di schieramenti politici che sono, oramai, solo espressione di identità prepolitiche che, senza differenze sostanziali concorrono per l’amministrazione del “condominio Italia”.
A costo di crearci parecchie antipatie, dobbiamo chiaramente affermare che, non solo, è perfettamente inutile conservare l’identità di un cosiddetto “popolo di sinistra” con siffatte caratteristiche ma è dannoso, perché è una finzione che serve soltanto a perpetuare una menzogna (che oggi chiamano “post-verità”) che scambia le lotte politiche con una critica inconsistente che non può scalfire il potere vigente e, allo stesso tempo, impedisce la formazione di forze politiche che possano dare un impulso reale alle lotte sociali, di cui vi sarebbe reale bisogno per dare voce agli sconfitti del globalismo neoliberale.

Ed è per questo che bisogna cominciare, a parlare di sovranità e di nazioneLa democrazia ha bisogno di un luogo geografico e di un luogo politico. Non può esistere una democrazia nel non-luogo del cosmopolitismo o del globalismo, non può esistere in uno spazio commerciale, privo di comunità e definito dalle elites, quale è l’Unione Europea, concepita come luogo di sottrazione della sovranità agli stati e, quindi, alla comunità che costituisce la Nazione.
Pertanto non bisogna più aver paura di parlare di Nazione. Oggi, nell’epoca del globalismo neoliberale, nell’epoca della forma-merce senza confini, la nazione è l’unico katechon rimasto per difendere la democrazia e la comunità tutta.
NOTE
1 In questo caso più economici che politici, in quanto, nella fattispecie, l’espressione politica è evidentemente vassalla delle forze economiche
2 Come ha potuto constatre lo sprovveduto promotore della forza politic ache porta questo nome
3 Cfr. J. Monnet, Memoirs, Doubleday & Company, New York 1978;
C. Booker, R. North, The great deception, Continuum, London, 2005;
C. Quigley, Tragedy and hope, McMillan, New York, 1966
4 Cfr. G. Majone, Dilemmas of European integration. Oxford University Press, 2005
5 Quando aderirono I paesi dell’ex blocco orientare, dovettero sottoscrivere un corpus di acquis communautaire di più di 100.000 pagine (97000 pagine di legislazione comunitaria, più decine di migliaia di pagine di direttive). Cfr. Commission press release, 11 February 2003
6 Temine coniato da Alexander Rüstow, appartenente alla scuola “ordoliberale” di Friburgo, in occasione del Colloque Walter Lippmann del 1938.
Per una corretta disamina del neoliberalismo si consiglia la lettura di:
M. Foucault, La Naissance de la biopolitique. Cours au Collège de France (1978-1979), Gallimard, Paris 2004
P. Mirowski, D. Plehwe, The road from Mont Pèlerin. The Making of the Neoliberal Thought Collective, Harvard University Press, Cambridge, Ma 2009
P.Mirowski, Never Let a Serious Crisis Go to Waste: How Neoliberalism Survived the Financial Meltdown, Verso, London 2014
D.S.Jones, Masters of the Universe. Hayek, Friedman, And The Birth Of Neoliberal Politics, Princeton University Press, 2012
7 Spiegando questa asserzione con un ossimoro, potremmo dire che i partiti che predicavano il liberalismo economico erano già, legittimamente e dichiaratamente, “liberali”
8 Oggi non è più molto di moda il diritto di suffragio per censo
9 Esempi di ciò sono la globalizzazione, i mercati, l’ingiustizia sociale, le disuguaglianze, ecc.
10 Costringendo, di fatto, gli elettori a votare non per chi rappresenta le loro idée o istanze, ma contro chi essi ritengono il “male maggiore”
11 C. Preve, Storia critica del marxismo, La Città del sole, Napoli, 2007, p. 219.
12 Citiamo, a titolo di curiosità, la “coincidenza significativa” che Givanni Arrighi individual nella crisi iniziale del quarto ciclo sistemicoo di accumulazione capitalistica (I cui protagonisti sono gli Stati Uniti), che egli situa a alla fine degli anni ’60 del secolo scorso. Cfr. G. Arrighi, Il lungo XX secolo, Il Saggiatore, Milano, 2014
13 L. Boltanski, E. Chiapello, “Le nouvel esprit du capitalisme, Gallimard, Paris 1999.
14 Che non esiste, in quanto il processo di accumulazione capitalistica è amorale per definizione. Il che non significa che non possa agire in modo immorale, ma non è questo il suo scopo
15 Cfr. Gary Becker, Human CapitalThe University of Chicago Press, Chicago, 1993
16 « Nell’immaginazione neoliberale le associazioni caritatevoli sono state “fatte fuori” dall’avvento dello stato sociale (welfare State) a potrebbero crescere ancora […] se il governo riducesse il proprio intervento o si astenesse del tutto dall’intervenire» (Cfr. P. Mirowski, Never let a serios crisis go to waste, cit, p. 195)
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