ROMA, 25 APRILE, ASSEMBLEA DELLA CONFEDERAZIONE

lunedì 24 aprile 2017

ALITALIA: REFERENDUM COL BOTTO?

[ 24 aprile ]

Fiumicino, ore 20:30.

In Alitalia si sta ultimando lo spoglio delle urne. 

La vittoria del No all'accordo-infame sembra schiacciante. 

Lo avevamo detto che l'aria che tirava era buona, che rabbia più dignità dei lavoratori avrebbero travolto azienda, governo e confederali. 

Tuttavia dobbiamo aspettare prima di cantare vittoria. Lo spoglio delle urne del personale di terra di Fiumicino (5mila passa votanti) è appena cominciato. E' proprio tra i colleghi di terra che sembrava fare più presa il ricatto dell'azienda, è a terra che i bonzi confederali, grazie alla paura, pareva avessero l'egemonia.

Ci sentiamo dunque più tardi.

Ma se davvero avremo una vittoria del NO sarà un terremoto, non solo per i corsari dell'azienda e i servi di CGIl, CISL e UIL. Come abbiamo detto, il ciclone dovrà travolgere Calenda e Del Rio.

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CARO FASSINA, PROPRIO NON CI SIAMO di Emmezeta

[ 24 aprile ]


Della serie: «chi va con lo zoppo impara a zoppicare»

Sul senso generale del voto francese ha già scritto Piemme. Sulle cose più importanti da lui segnalate c'è senz'altro il risultato di Mélenchon, ed ancor più il rifiuto del candidato di France Insoumise  di arruolarsi, in nome dell'anti-lepenismo, in quell'Union sacrèe che si appresta ad incoronare l'uomo delle oligarchie e dell'alta finanza, il liberista ed eurista al cubo Emmanuel Macron.

Curioso a dirsi, ma proprio il politico italiano che aveva maggiormente sponsorizzato Mélenchon in Italia, e cioè Stefano Fassina, non ha retto neppure lo spazio d'un mattino prima di consegnare alla storia il più classico degli autogol: la richiesta al francese di firmare il suo atto di sottomissione alle élite con una dichiarazione di voto a favore di Macron.

Ora, se da un lato siamo convinti che Jean-Luc Mélenchon, forte peraltro di un buon 19,5% (gli sono mancati solo due punti percentuali per arrivare al ballottaggio), non prenderà certo ordini da Fassina, dall'altro non si può tacere la scivolata di quest'ultimo.

Nel momento in cui dovrebbe essere chiaro che i voti a France Insoumise sono venuti in larga parte proprio in virtù di un programma capace di parlare ad ampie fasce popolari, grazie al legame tra una forte connotazione di classe e l'assunzione della questione nazionale, a Mélenchon si chiede adesso un plateale dietrofront.

Davvero non ci sono parole per commentare una simile presa di posizione. Certo, è noto che ad andar con lo zoppo si impara a zoppicare. Ma Fassina, proprio per la sua recente vicenda politica, dovrebbe aver capito che certe rotture non si fanno a metà, perché così facendo non si va da alcuna da parte. E, nell'attuale panorama francese, il riflesso pavloviano dell'«antifascismo» davvero non può giustificare una simile capitolazione.

Ma per una resa (quella di Mélenchon) che crediamo non ci sarà, l'intervista di Fassina preannuncia invece in maniera chiarissima la direzione di marcia di una Sinistra Italiana (con la maiuscola o senza) che proprio non ce la fa a staccarsi dalle élite globaliste.



PS - Certo, Fassina non è il solo. Lasciando qui perdere i sinistrati che hanno nel marchio la loro vocazione alla subalternità - non solo gli ex Sel, ma tutti quelli che hanno tanto amato il centrosinistra e che vorrebbero ardentemente la sua resurrezione - troviamo oggi nel coro del voto a Macron anche personaggi meno sospettabili come Aldo Giannuli. Che dire? L'idiozia politica vive davvero un gran momento!

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NON È LA FRANCIA CHE INDICA LA VIA di Piemme

[ 24 aprile ]

Mentre in rete fioccano le scemenze, i media di regime colgono l'essenza del risultato uscito dalle urne francesi: scampato pericolo! 

Le classi e le èlite dominanti di fede eurista non esultano ma possono tirare un sospiro di sollievo: lo sfondamento della Le Pen, nonostante il marasma sociale e malgrado il crollo dei due tradizionali blocchi sistemici (post-gollista e socialista), non c'è stato.

Il successo della grande borghesia francese —quella che dopo l'inglese ha nel sangue il più alto tasso di veleni finanziari ma che a differenza dell'inglese non ha alcuna intenzione di spezzare il matrimonio con quella tedesca— è anzi doppio. Ha contenuto l'avanzata del Front national con quello che potremmo definire un trucco geniale: tirando fuori dal suo cilindro il coniglietto addomesticato di Macron, dando a bere la menzogna che egli sarebbe un uomo politico nuovo, anti-establishment, europeista ma patriottico, populista ma progressista.

Nessuno, quattro mesi fa avrebbe scommesso un soldo bucato sulla vittoria di questo uomo di plastica. Ingegno degli strateghi del marketing politico, intelligenza delle classi dominanti francesi. Chapeau!

Emmanuel Macron, certo grazie ai meccanismi elettorali ed istituzionali infami della V. Repubblica gollista —la Francia avrà un Presidente che ha ottenuto meno di un quarto dei consensi— è già virtualmente Presidente di Francia. Le urne non erano ancora chiuse che i due tradizionali poli sistemici (la destra posto-gollista e il blocco socialista e comunista) hanno già assicurato che sosterranno l'uomo della plutocrazia eurista francese.

Il candidato che avremmo votato se fossimo stati francesi, Jean Luc Mélenchon, avrà tanti limiti ma almeno si è rifiutato di farsi intruppare nell'Union sacrée. Va a suo merito. Ci vuole coraggio in Francia, dopo decenni di satanizzazione del Front National, per respingere l'appello di regime all'embrassons-nous. Tra i fatti nuovi del quadro politico francese questo è forse quello più
promettente: la nascita di uno schieramento populista INDIPENDENTE (France Insoumise) che tiene assieme patriottismo e vocazione socialista, la dimensione della dignità nazionale-popolare con la lotta di classe. Che siano i giovani il motore del successo di Mélenchon fa ben sperare. 
Un fenomeno importante, che da fastidio ai sinistrati europeisti, italiani anzitutto, e che suscita l'ira di tanti imbecilli (vedi riquadro a destra) che gridano... al "rossobrunismo".

Le classi dominanti francesi non si illudano tuttavia di potere tirare i remi in barca. Il loro gioco di prestigio col coniglietto Macron ha funzionato ma il sistema bipolare su cui si è fondata la V. Repubblica non c'è più. Mentre la crisi sociale è sempre lì, e l'Unione europea a trazione tedesca continua a fare acqua da ogni parte. 

Per quanto quello francese sia un sistema a monarchia elettiva, il Re nulla può senza un Parlamento addomesticato e una solida e servile maggioranza. Macron non l'avrà. Il nuovo sistema quadripolare (tutto il mondo è paese nel marasma europeo) è destinato per sua natura all'instabilità e questa si rovescerà nella nuova assemblea legislativa —altro che governance!

Morale della favola: i dominanti l'hanno sfangata guadagnando tempo prezioso ma la Francia entra con tutti e due i piedi nel pantano.

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domenica 23 aprile 2017

ALITALIA: E SE VINCONO I "NO"? di Sandokan

[ 23 aprile ]

Quel che sta accadendo in Alitalia è di una gravità enorme.

Quelli che comandano, autorizzati da governo, banche e sindacati confederali, l'hanno portata nuovamente al collasso. 

Altro che "incompetenza" del management! ce l'hanno portata deliberatamente, allo scopo di mettere le maestranze con le spalle al muro, così da obbligarle ad accettare condizioni salariali e normative le peggiori d'Europa.

Il Sinedrio dei banchieri ha chiesto a Pilato (il governo di Gentiloni) di spedire sulla Croce le maestranze incolpevoli per salvare Barabba (gli azionisti vecchi e nuovi). I sindacati confederali hanno scelto la loro parte nella tragedia, quella dei centurioni che accompagnano i lavoratori sulla Via Crucis.

Ma, c'è un ma... 

Potrebbe accadere l'impensabile. 
Chissà che il copione già scritto da Lorsignori non subisca uno stravolgimento, che non avvenga un colpo di scena finale. 
Chissà che le maestranze, malgrado le tante cadute, non si ribellino proprio poco prima dell'undicesima stazione, il referendum della crocifissione.

I lavoratori, stanchi di subire vessazioni e umiliazioni, sull'onda di una coraggiosa guerriglia, che in queste settimane ha sfidato l'accerchiamento del potente esercito campale nemico, potrebbero, con uno scatto di orgoglio, depositare nelle urne del referendum in corso una valanga di NO al cosiddetto "accordo" azienda-governo-sindacati.

O adesso o mai più. 
O la vita o morte! 
Sono tanti i lavoratori consapevoli che una volta inchiodati alla croce non ci sarà per loro alcuna resurrezione. 

La schiera dei beccamorti, pur di vincere, ha scatenato contro i lavoratori una vera e propria offensiva del terrore. 
Ministri della Repubblica come Carlo Calenda e Graziano del Rio hanno minacciato: "L'alternativa all'accordo raggiunto non c'è, non esiste". 
Gli hanno fatto eco non solo il presidente designato di Alitalia Lugi Gubitosi, ma i Giuda confederali. 
Ha affermato la segretaria della CISL Annamaria Furlan:
«Se dovesse vincere il NO avremmo una grande compagnia in meno e 20 mila disoccupati in più». Come se non bastasse, addirittura ad urne aperte, è sceso ieri in campo il filisteo Presidente del Consiglio Gentiloni: «So bene che ai dipendenti vengono chiesti sacrifici, ma so che senza l’intesa sul nuovo piano industriale l’Alitalia non potrà sopravvivere».

Vergogna! 
Simili sfrontati ricatti non si erano mai visti. Non giunse a tanto nemmeno la FIAT di Marchionne in occasione del referendum del gennaio 2011 in cui la FIOM venne battuta per il rotto della cuffia.

Il clima e le condizioni in cui i dipendenti Alitalia sono chiamati in questa ore a votare sono ben peggiori di allora. 
Non solo la campagna di intimidazione che continua davanti ai seggi da parte degli ascari di CGIl, CISL e UIL. 
Non solo le minacce fisiche al sindacalista della CUB, Fabio Frati che capeggia la resistenza. 
Forti sono i rischi di brogli visto che ai compagni viene impedito di presidiare i seggi.

Tranne rare eccezioni, come quella di Stefano Fassina e Luigi Di Maio i politici si sono girati dall'altra parte, nessuno ha avuto il coraggio, né di schierarsi dalla parte delle maestranze in lotta, né di ribadire che una soluzione c'è, quella, come affermato da Antonio Amoroso e scritto da Fabio Frati di rinazionalizzare Alitalia.

Concludo ribadendo quanto ho già scritto, che la vicenda Alitalia non è solo strategica, e non tira in ballo solo la dignità dei lavoratori, è una metafora del dramma che vive il nostro Paese:
«C'è in questa battaglia per nazionalizzare Alitalia, una cosa ancora più importante. Siamo davanti al fatto che un pezzo del mondo del lavoro inizia ad avere la consapevolezza che chi tira i fili dell'economia di questo Paese è una consorteria di parassiti, di ladroni, di banditi che mentre vogliono ridurre allo stato schiavistico chi lavora, azzannano lo Stato per papparsi le sue ricchezze. Una cosca di furfanti che si spacciano per "imprenditori", che in nome della globalizzazione e del mercato, perseguono il disegno di smembrare lo Stato e di sfasciare la nazione. E nello svolgere questa funzione disfattista essi godono del pieno e servile appoggio della multicolore casta dei politicanti».
Forse quello mio, che vincano i NO, è solo un sogno, una vana speranza. 
Forse. 
Ma se questo accadrà non solo verrebbe smascherato il bluf di banche, azionisti e governo —Alitalia vivrà, e verrà fuori che in barba ai diktat dell'eurocrazia liberista "la nazionalizzazione è la sola soluzione" e la dignità di chi lavora non sarà calpestata —, avremmo un terremoto non solo sindacale ma politico, destinato a travolgere pure il governo, con due ministri, Calenda e Del Rio che loro sì che risulterebbero essere "esuberi" e dovrebbero andare a casa. 

Che venga un altro 4 dicembre!

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sabato 22 aprile 2017

BERTINOTTI, FASSINA e FORMENTI A FOLIGNO di P101

Da sinistra: Castangia, Zuccarini, Formenti, Bertinotti e Fassina
[ 22 aprile ]

Si è svolto giovedì 20 aprile a Foligno, come previsto, l'incontro «ROSSO DI SERA: un futuro di sinistra o una sinistra senza futuro?»
Dopo i saluti del vice-sindaco di Foligno Rita Barbetti, e il discorso di apertura dei lavori da parte di Claudia Castangia (P101), sono intervenuti: Fausto Bertinotti, Stefano Fassina e Carlo Formenti.
Ha moderato Giacomo Zuccarini (P101)

Qui la registrazione videofilmata dell'incontro.
Più sotto il testo dell'intervento di Claudia Castangia


SERVIREBBE UNA SINISTRA POPULISTA
di Claudia Castangia

Buonasera a tutti e grazie per essere venuti,

Stasera, insieme ai nostri ospiti, cercheremo di dare risposta alla domanda se c’è un futuro per la sinistra in Italia.

Bertinotti e Formenti nel libro-intervista “rosso di sera” ci dicono che la sinistra è morta, e citando Luciano Gallino, che il conflitto di classe non è più tra destra e sinistra, ma tra l’alto ed il basso della società.

I partiti che erano di sinistra hanno fatto propri i valori e gli interessi delle classi dominanti, della finanza e di istituzioni sovrannazionali non democratiche.
Claudia Castangia (P101)


Noi di P101 condividiamo questa analisi ed infatti pensiamo che la sinistra è morta.

E’ morta quando ha rinunciato alla difesa degli interessi popolari, quando ha abbracciato le idee cosmopolitiche delle élite dominanti, quando ha accettato il mito dell’europeismo e del politicamente corretto, quando ha fatto suoi la concezione neoliberista ed il dogma della modernizzazione ad ogni costo. La sinistra è morta quando ha accettato di lanciare l’anatema contro il populismo, lasciando quindi campo libero alle destre.

Non si può aprioristicamente classificare il populismo secondo le vecchie categorie politiche; occorre prendere atto che esso incarna anche l’opposizione di chi sta in basso contro chi sta in alto.

Le diverse esperienze latino americane ed anche europee ci dimostrano che è possibile innestare sul corpo di un movimento di protesta sociale, una testa politica di sinistra, che tuttavia non esibisce con superbia questa sua identità.

Un altro esempio emblematico di grande attualità, visto che domenica si vota in Francia per le elezioni presidenziali, è la “Francia ribelle” di Melechon.

Nei sondaggi è dato quasi al 20% ed alcuni opinionisti sostengono che potrebbe andare al ballottaggio con la Le Pen.

Com’è stato possibile?

Possiamo capirlo focalizzandoci su alcuni punti del suo programma economico, sociale e politico, a causa dei quali è considerato antisistemico ed antieuro.

Melenchon non si limita, come fanno tutte le sinistre cosiddette radicali, a farsi paladino degli interessi, dei bisogni e dei diritti del popolo lavoratore.

Egli spiega in concreto come è possibile difenderli ed è netto nel dire che essi sono incompatibili con l’Unione Europea.

Vediamo in pratica le misure che prenderebbe Melenchon se fosse eletto presidente:

anzitutto porrebbe fine al sistema presidenzialistico, in favore di un sistema parlamentare effettivamente democratico.

Per quanto riguarda le misure economico sociali, egli chiede contestualmente alla modifica dei trattati europei, di: cessare i contributi della Francia al budget dell’Unione Europea; di nazionalizzare la banca centrale; di riprendere il controllo pubblico della politica del credito e delle banche; di ristabilire il controllo delle frontiere e quello sul movimento dei capitali e delle merci.

Qualora i tentativi di riforme interne si rivelassero vani, Melenchon propone di attuare il cosiddetto Plan B, cioè concordare insieme agli altri paesi europei lo smantellamento dell’eurozona; nel caso questo accordo non fosse possibile, non esita a dire che la Francia ha pieno diritto a riprendersi la sua sovranità, nazionale politica e monetaria.

Come si può ben vedere non lascia alla Le Pen la difesa della sovranità del popolo francese.

Ha scritto Pablo Iglesias, cito testualmente: “Già dal 2012 Melechon ruppe con i tabu della sinistra, parlando di patria, mostrando pubblicamente ammirazione per i processi di recupero di sovranità in America Latina ed assumendo una postura politicamente scorretta.”

“Francia ribelle” e Podemos in Spagna dimostrano che la sinistra avanza e contrasta i populismi di destra se adotta una posizione non solo democratica, ma patriottica.

Tornando al nostro paese.

E’ chiaro a tutti che esso vive una crisi drammatica e che questo dipende anche dal fatto che le classi dominanti hanno ceduto all’eurogermania pezzi decisivi di sovranità.

Se la sinistra agonizza, è perché è responsabile di aver fatto diventare il nostro paese un protettorato. Anche per questo serpeggia in seno al popolo italiano un senso di impotenza e rassegnazione. Il malcontento è generale ma per ora solo passivo.

Questo spiega anche il successo di un movimento come quello di Beppe Grillo che, con evidenti limiti, raccoglie la volontà di cambiamento di tanti italiani, che si augurano che un governo a 5 stelle cambi radicalmente lo stato di cose presenti.

Ma un vero cambiamento non si realizza soltanto mettendo al governo un partito piuttosto che un altro, richiede il risveglio e la partecipazione diretta del popolo, unico titolare, come afferma la nostra Costituzione, della sovranità politica.

Mi sia permesso di citare il qui presente onorevole Bertinotti “Penso che questo sistema dall’interno sia irriformabile, se ne esce solo con una rivolta popolare”.

Servirebbe una sinistra populista

1.che sappia entrare in connessione sentimentale con il popolo,

2. che cessi di essere intellettualistica ed elitaria

3. che tagli il cordone ombelicale che la lega alla casta neoliberista

4. che rompa con dogmi e sogni che non hanno aderenza alla realtà.

Potremo cambiare davvero il nostro paese solo se avremo una sinistra che diventi il lievito di un blocco sociale e politico patriottico che faccia della Costituzione la sua base ideale e programmatica.

Buon lavoro a tutti.

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LA RETORICA SUL 25 APRILE di Stefano Bartolini

[ 22 aprile ]
Volentieri pubblichiamo questo intervento ricordando come noi celebreremo quest'anno la festa della liberazione.
«Oggi l’ossequio esteriore alla Liberazione non è più messo in discussione, la sua simbologia è divenuta talmente diffusa da prestarsi a banalizzazioni e improvvisazioni estemporanee, come nel proclamare da parte governativa il 25 aprile “festa del coraggio”, svuotata di ogni riferimento storico. E non a caso, dopo aver votato la fiducia su una legge elettorale che di fatto abrogava la democrazia parlamentare, i deputati della maggioranza intonavano Bella ciao. Per questo negli ultimi anni la ricorrenza del 25 aprile appare sempre più una mesta cerimonia degli addii, per prendere congedo dalle speranze e dalle conquiste di una civiltà repubblicana che nel tempo sembra deperire e affievolirsi» (Giampasquale Santomassimo, 25 aprile, in Calendario civile)
Il 25 aprile è ormai una festa che da contesa è passata ad essere riconosciuta da un po’ tutti (eredi del fascismo e centri commerciali esclusi), ma in questo passaggio, se si è mantenuta la memoria, se ne sono persi i significati a favore di una vuota retorica. Sentiamo parlare ovunque di libertà, ma il termine è a sua volta insensato. Di quale libertà parliamo? Di quella dal bisogno o della libertà di licenziare? Della libertà dallo sfruttamento e dalle discriminazioni o di quella della volpe nel pollaio? Nessuno ce lo indica.
Eppure il 25 aprile è forse la festa più faziosa nel calendario laico. Vi si celebrano i partigiani, quelli che si schierarono, che parteggiarono. Nulla di cui meravigliarsi, ce lo rammenta Alessandro Portelli: «Il calendario civile non ricostruisce la comunità come entità mistica e indifferenziata ma come luogo di differenze». Invece noi oggi viviamo in un Paese dove domina la favola di una società indifferenziata, in cui – da Montezemolo al precario di Foodora – siamo tutti uguali ed abbiamo gli stessi interessi. Ovvio che in questa narrazione ci sia spazio solo per un 25 aprile neutro, buono per tutti.
Com’è stato possibile che la festa sia stata neutralizzata? Le ragioni profonde vanno ricercate in quel passaggio, fra anni ’80 e ‘90, durante il quale l’antifascismo, per rilanciarsi e sopravvivere, ha cercato di trovare nuova linfa in un aspetto fino a quel momento rimasto marginale, l’antirazzismo. Ma il risultato di questo tentativo, nobile nelle intenzioni, alla fine è stato l’identificarsi dell’antifascismo in un antirazzismo vago, slegato dalle sue ragioni culturali, politiche ed economiche, funzionale ad un’ideologia liberale che ci racconta una società capitalista paradisiaca, nella quale la crisi è solo un incidente di percorso, in cui l’unico problema aperto resta solo quello della convivenza fra culture e persone diverse.
Ma con in mano solo l’antirazzismo non siamo più in grado di decifrare il presente. Cos’era il corporativismo, oggi che si affacciano progetti neocorporativi? Cos’era la legge Acerbo, oggi che si parla di legge elettorale? Cos’era la costruzione del consenso, oggi che tutta la politica si articola intorno al marketing? Cos’era il nazionalsocialismo, oggi che in Europa si espandono destre dai connotati sociali come la Lega? E per cosa si è battuta la Resistenza? Quali gli esiti politici, in Italia ed in Europa, delle guerre di Liberazione? E quali i risultati 70 anni dopo?

La Resistenza fu un fenomeno che unì le diversità, sia politiche che sociali, ma non all’insegna del vuoto, bensì in un progetto di rigenerazione dai tratti politici marcati. E fornì protagonismo agli esclusi, che in quella lotta trovarono una dignità anche nelle loro umili condizioni. Come Giacinto, un personaggio di Calvino: «Per questo facciamo i partigiani: per tornare a fare lo stagnino, e che ci sia il vino e le uova a buon prezzo». L’antifascismo seppe traghettare il popolo italiano fuori dal fascismo verso la democrazia, fino al passaggio dalla Monarchia alla Repubblica. C’era cioè una tensione al cambiamento in direzione della giustizia sociale, della solidarietà, dell’inclusione, c’era un concetto di pubblica utilità nel quale trovava un limite la libertà.
Basta leggere in fila alcuni articoli della Costituzione, esito della Resistenza, per coglierne il senso. Non solo il tanto citato art.1 dove la Repubblica viene fondata sul lavoro. L’art. 2 parla del dovere inderogabile di solidarietà politica, economica e sociale. L’art. 3 afferma la pari dignità sociale per tutti e prosegue: «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e la eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese». L’art. 4 afferma che: «La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto». Con l’art. 35: «La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni». L’art. 36 stabilisce che: «Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa. La durata massima della giornata lavorativa è stabilita dalla legge. Il lavoratore ha diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite, e non può rinunziarvi». Nell’art. 37: «La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore». Nell’art. 38 viene stabilito che: «Ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all’assistenza sociale. I lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria». Gli articoli 39 e 40 affermano la libertà dell’organizzazione sindacale democratica e il diritto di sciopero. Infine, gli articoli 41 e 46 si spingono ancor più avanti. Nel primo si sancisce che l’iniziativa economica privata e sì libera ma: «Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali», ed il secondo ci porta ancor più in là: «Ai fini della elevazione economica e sociale del lavoro e in armonia  con le esigenze della produzione, la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende».
È sufficiente guardarsi intorno per vedere la distanza che ci separa fra quanto progettato dall’antifascismo e la nostra vita attuale. Per questo anche la festa torna ad essere scomoda se non viene svuotata nei suoi riferimenti: è bene perciò accantonare i temi della Resistenza, deviare sull’emotività legata al coraggio dei giovani partigiani, perché l’antifascismo, nelle sue varie anime, aveva previsto un futuro diverso da quello in cui invece viviamo e che le nostre classi dirigenti sostengono con tutti i mezzi a loro disposizione.
È la stessa constatazione che pochi anni fa ha animato l’invettiva di un vecchio partigiano francese, Stéphane Hessel, con una chiamata all’indignazione per le nuove generazioni che ha infiammato mezza Europa, ad eccezione dell’Italia, dove tutto si è risolto in maniera innocua – e con tutt’altre mire – su un blog. Scriveva Hessel ai giovani: «Hanno il coraggio di raccontarci che lo Stato non è più in grado di sostenere i costi di queste misure per i cittadini. Ma com’è possibile che oggi manchi il denaro necessario a salvaguardare e garantire nel tempo tali conquiste, quando dalla Liberazione […] la produzione di ricchezza è considerevolmente aumentata? Forse perché il potere dei soldi, tanto combattuto dalla Resistenza, non è mai stato così grande, arrogante, egoista con i suoi stessi servitori, fin nelle più alte sfere dello Stato. Le banche, ormai privatizzate, dimostrano di preoccuparsi anzitutto dei loro dividendi e degli stipendi vertiginosi dei loro dirigenti, non certo dell’interesse generale. Il divario tra i più poveri e i più ricchi non è mai stato così significativo; e mai la corsa al denaro, la competizione, erano state a tal punto incoraggiate. Il motore della Resistenza era l’indignazione. […] ora tocca a voi, indignatevi! I responsabili politici, economici, intellettuali e la società non devono abdicare, né lasciarsi intimidire dalla dittatura dei mercati finanziari che minaccia la pace e la democrazia».
Eppure, nonostante tutto, il 25 aprile è una festa popolare radicata, in molte zone d’Italia partecipata, non uccisa dalla classe politica – come si è voluto sostenere – ma ancora spazio di identificazione e di impegno. Una festa che necessità di ritrovare la sua ragion d’essere a partire proprio dalla politica dell’antifascismo, che significa oggi come allora saper riconoscere quel che avviene, ma non solo in chiave di semplice comparazione storica bensì al fine di attivarsi per una società basata sulla giustizia sociale e i diritti civili e non dominata dagli interessi di pochi.
* Fonte: senso comune

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venerdì 21 aprile 2017

CON LA FRANCIA RIBELLE di Programma 101

[ 21 aprile ]

Perché voteremmo Jean Luc Mélenchon

Siamo alla vigilia delle elezioni presidenziali francesi, il cui esito in ogni caso sarà decisivo per accelerare o rallentare quello che comunque si sta manifestando come un inevitabile processo di dissoluzione della Unione Europea e di crisi di legittimazione delle oligarchie finanziarie da essa rappresentate.

La rapida e imprevedibile ascesa nei sondaggi del candidato della sinistra radicale Jean-Luc Mélenchon dimostra il fallimento e i limiti della propaganda globalista ed eurista, una crociata mediatica tutta tesa a dimostrare l’equazione che liquida ogni forma di dissenso verso la governance europea e le politiche di austerità come populista, nazionalista e pericolosamente fascista.
Le principali questioni poste in essere e che riguardano il destino dell’Unione Europea, della moneta unica euro e della NATO, vedono aprirsi a sinistra tramite Mélenchon un’importante finestra, e questo al di là delle reali possibilità del candidato de La France Insoumise di superare il primo turno o addirittura di diventare il nuovo presidente della Francia.

Sul piano ideologico un risultato che non può considerarsi effimero è quello di aver dimostrato come il patriottismo, la sovranità nazionale e il populismo sono i pilastri della dialettica tra tardo capitalismo e democrazia e non certo nozioni frutto di derive ascrivibili al campo delle destre xenofobe, come vorrebbe la narrazione ufficiale.

L’uscita dalla trappola dell’euro e dei trattati europei se è stata finora una prerogativa quasi esclusiva delle destre lo si deve solo al colpevole ritardo e alla scomparsa delle sinistre storiche, incapaci di rappresentare le istanze dei ceti popolari e di ritrovare sobrietà dopo la sbornia globalista in cui i diritti sociali venivano barattati con i diritti civili e l’internazionalismo delle classi lavoratrici confuso col cosmopolitismo del capitale apolide il quale ha urgenza di sbarazzarsi delle sovranità nazionali per ipotecare una volta per tutte la democrazia e impedire l’affermazione delle sovranità popolari.

Le elezioni presidenziali francesi sono importanti perché il popolo d’oltralpe ha la possibilità di decidere, nel segno della continuità o della rottura, il proprio destino e di condizionare quello degli altri popoli europei.
Malgrado si svolgano nel quadro del sistema presidenzialistico della V. Repubblica (France Insoumise chiede infatti una nuova e più democratica costituzione) si tratta di elezioni decisive, non scontate e che si aprono a diverse opzioni significativamente alternative e cruciali, un momento di democrazia come in Italia non ne vediamo da anni e in cui le due opposizioni principali all’attuale quadro di potere, quelle rappresentate da Marine Le Pen e da Mélenchon, rivendicano, nelle analogie e nelle differenze ideologiche e di programma, il primato della politica sull’economia.

Bisogna riconoscere a Jean-Luc Mélenchon di aver contribuito a sinistra nel dibattito sui bisogni reali dei ceti popolari e produttivi minacciati dallo strapotere delle élite speculative e finanziarie e da una Unione Europea costruita su misura a garanzia di interessi oligarchici. Non importa qui sottolineare luci ed ombre di una visione politica che probabilmente sopravvaluta il piano A sulla base di un convincimento che nutre molte aspettative sulla rinegoziazione dei trattati europei in forza dell’inevitabilità di un accordo incentrato sull’asse franco-tedesco, lasciando al piano B la soluzione di rottura definitiva con la UE in caso di fallimento dei negoziati.

Quello che importa ora è di aver dimostrato sul piano teorico che una rottura con le oligarchie globaliste può avvenire sulla base dei principi universalistici della sinistra, laddove la sovranità nazionale non è il nazionalismo ma lo spazio giuridico in cui esercitare la democrazia e difendere gli interessi dei ceti popolari, il patriottismo non è pretesa di superiorità ma un presupposto nobile di fratellanza in una visione cooperativa e di reciprocità con altri popoli liberi, e infine il populismo non è demagogia ma la richiesta politica di giustizia sociale da parte di tutti i cittadini che sono in basso contro una esigua ma potente élite che domina dall’alto.
Il popolo francese ha spesso mostrato un’indole capace di cogliere in anticipo prospettive di mutamenti storici che i poteri dominanti possono rallentare ma non fermare.

L’augurio che facciamo a questo popolo in occasione delle elezioni presidenziali è di non rinunciare all’opportunità democratica di cambiamento e di esempio per gli altri popoli europei e di rendersi ancora una volta artefice del proprio destino.

21 aprile 2017

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ALITALIA: AL VOTO CON LA PISTOLA ALLA TEMPIA di Giorgio Cremaschi

[ 21 aprile ]

ALITALIA: CGIL CISL UIL AI LAVORATORI, O MANGI QUESTA MINESTRA O SALTI DALLA FINESTRA. BASTA CON LA MARCHIONNIZZAZIONE DEI GRUPPI DIRIGENTI DEI SINDACATI CONFEDERALI.


Quando un sindacato è capace solo di dire ai lavoratori : o accetti licenziamenti e tagli dei salari o è peggio ancora. O ti pieghi ai diktat di chi comanda o sarà la fine. O assolvi padroni, banche e governo dalle loro responsabilità o sarai condannato solo tu. Quando un sindacato diventa solo il megafono dell'arroganza e della prepotenza della controparte, è giusto chiedersi a cosa davvero serva.
Alitalia è un concentrato di fallimenti, in primo luogo dei governi che si sono succeduti e che sono stati solo capaci di svendere ai privati un patrimonio pubblico. Tutti i grandi paesi europei hanno compagnie aeree di bandiera, servono al paese anche sul piano della sua promozione turistica, commerciale, culturale. Solo l'Italia ha visto i governi, tutti di qualsiasi colore, rinunciare ad avere un ruolo che non fosse quello dei battitori d'asta. Così Alitalia è stata svenduta al meglio della imprenditoria italiana, sostenuta dalle banche, che ha mostrato tutto il suo valore di mercato fallendo clamorosamente. A tutti questi prenditori privati non é stato presentato dal governo alcun conto, ma se ne è agevolata la fuga gratuita, perché nel frattempo i broker di Palazzo Chigi avevano trovato gli sceicchi di Eithad, gli stessi che avevano costosamente fornito l'aereo presidenziale a Matteo Renzi. Questi sceicchi non hanno fatto nulla per la compagnia se non una bella campagna pubblicitaria sulle divise delle assistenti di volo e alla fine sono anch'essi falliti. Ma invece che ricevere una richiesta di danni, si sono visti riassegnare dal governo una Alitalia con meno personale,pagato sempre meno. Fino al prossimo e forse definitivo disastro.
Tutti questi catastrofici passaggi della compagnia aerea sono stati sempre accompaganti da accordi con CGIL CISL UIL , che hanno sottoscritto licenziamenti e peggioramenti dei salari e delle condizioni di lavoro spiegando ai lavoratori che non c'erano alternative. Mai i sindacati confederali hanno cercato di alzare il tiro, mai hanno messo sotto accusa governo e imprese, mai hanno osato dire: se Alitalia serve al paese, visto il fallimento dei privati, nazionalizzatela.
Ad ogni passaggio della crisi Cgil Cisl Uil hanno masticato qualche brontolata e poi si sono seduti al tavolo , da cui si sono alzate solo dopo aver sottoscritto l'ennesima resa. E questo comportamento non è stato una eccezione: da Almaviva alla acciaierie di Piombino, a tante altre crisi, Cgil Cisl Uil hanno sottoscritto sempre lo stesso accordo. Un accordo dove il governo fa il maggiordomo dei padroncini e banchieri di turno, che fanno gli imprenditori grazie ai sacrifici dei lavoratori, fino a che salta tutto e si ricomincia da capo con tagli e massacri sociali.
Un sindacato che sa solo arrendersi, che sa solo spiegare ai lavoratori che si devono piegare fino ad essere schiacciati, questo tipo di sindacato incapace di lottare e che si beve tutte le bugie delle controparti imprenditoriali e di governo, questo sindacato non solo è inutile, ma dannoso. Bastano Marchionne e chi fa come lui per colpire diritti ed interessi del lavoro, non occorre proprio aggiungere sulle spalle dei lavoratori anche un sindacato marchionnizzato.
Ha suscitato quanche sorpresa e anche condanne il mio intervento nella consultazione del M5S sul lavoro e sul sindacato. Bene, rivendico di avere chiesto una legge che garantisca una vera democrazia sindacale e che permetta a forze sindacali nuove e combattive di contestare il monopolio della rappresentanza di Cgil Cisl Uil. Perché quando chi sta ai tavoli delle trattative è solo capace di dire che non ci sono alternative alla resa dei lavoratori, allora è a lui che bisogna trovare una alternativa.

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giovedì 20 aprile 2017

Il programma neo-giacobino di Jean-Luc Mélenchon

[ 20 aprile ]


Un articolo scritto prima che iniziasse la campagna elettorale francese ma molto utile per capire cosa pensa e cosa vuole Jean Luc Mélenchon e le ragioni del suo sfondamento...







Francia
Il programma neo-giacobino di Jean-Luc Mélenchon
contro UE e NATO per il socialismo democratico e l’indipendenza nazionale



di Antonello Tinelli


Le prossime elezioni presidenziali francesi del 23 aprile (primo turno) e del 7 maggio (ballottaggio), potrebbero rappresentare il punto di non ritorno per le traballanti e screditate istituzioni dell’Unione Europea. Dopo l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione, la Francia si accinge a sferrare un colpo decisivo al concetto di Europa a trazione tedesca.


Se quasi tutti gli analisti politici europei prevedono per la corsa all’Eliseo una contesa tutta a destra tra il “thatcheriano” Fillon e la “gollista” Le Pen, con un Partito Socialista dilaniato e in caduta libera dopo la fallimentare gestione di Hollande, e con l’europeista Macron nel ruolo di ago della bilancia, un quarto incomodo potrebbe scombinare il quadro politico transalpino: il socialista di sinistra, nonché leader carismatico e indiscusso del Front de Gauche, Jean-Luc Mélenchon.

Il programma presidenziale di Mélenchon, definito “populista e antieuropeista” dagli intellettuali della sinistra liberal, rappresenta un unicum nella galassia dei partiti della sinistra europea post 1989. Impensabile fino a qualche anno fa una netta avversione nei confronti dell’Unione Europea e della NATO. Se la riconquista della sovranità nazionale – politica ed economica – è un punto inderogabile, il programma “neo-giacobino” della Gauche mira a rivoluzionare l’assetto istituzionale e costituzionale della Repubblica francese.

“Convoquer l’Assemblée constituante et passer à la 6e République” è uno degli obiettivi primari dell’azione politica di Mélenchon per ridare un democrazia parlamentare alla Francia e rappresentanza ai cittadini, abrogando, de facto, il semi-presidenzialismo. Il diritto alla casa e al lavoro dignitoso e ben retribuito, la proprietà pubblica dei “beni comuni” (acqua, gas, energia), il diritto all’eutanasia, il diritto all’aborto e il contrasto alla maternità surrogata diverrebbero principi costituzionali nella nuova Repubblica.

In una Francia tramortita dalle politiche di austerità, la famigerata “Loi Travail” che deregolamenta il mercato del lavoro spalancando le porte ai licenziamenti senza giusta causa è il nemico giurato del Front de Gauche. La “transizione al socialismo democratico” passa necessariamente per una “riforma del lavoro” che rimetta al centro la questione sociale e i diritti dei lavoratori portando le ore settimanali di lavoro da 35 a 30h, introducendo un salario minimo – da non confondere con la ricetta liberista del reddito di cittadinanza – pari a 1.300 euro supportato da un’imposta progressiva sul reddito e una lotta serrata ai paradisi fiscali. A ciò si aggiunge, come extrema ratio, la partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese in difficoltà. Conseguentemente al ripristino dei diritti sociali, la supremazia della politica sull’economia viene riaffermata con il rifiuto dell’accordo di libero scambio con il Canada (CETA), e con la divisione tra banche commerciali e d’affari creando un polo bancario a maggioranza pubblico.

Proposte marcatamente socialiste e in controtendenza rispetto alla maggioranza dei partiti della sinistra europea, anestetizzati dalle fantomatiche battaglie sui “diritti civili”

Se l’emancipazione sociale delle classi subalterne e il conflitto capitale-lavoro rientrano nella storica tradizione del movimento socialista europeo, a lasciare sbigottita l’intellighenzia liberal è l’avversione di Mélenchon al progetto dell’Unione Europea. A seguito del fallimento delle strategie di Tsipras nei confronti dell’UE, nella Gauche francese, nella Linke tedesca – in particolare la fazione capeggiata da Oskar Lafontaine – e nell’area di Sinistra Italiana vicina alle posizioni di Stefano Fassina è emersa una tendenza di rottura con lo status quo dell’Unione che punta a programmare un “Plan B” qualora i tentativi di riforme interne si rivelassero vani.

Sul rapporto con l’UE Mélenchon ha le idee molto chiare: se le azioni unilaterali che intraprenderebbe il governo francese come, ad esempio, la nazionalizzazione della Banca di Francia, il controllo dei movimenti di capitali, la rinegoziazione del debito sovrano e la sospensione del controllo sul bilancio statale dovessero ricevere – come prevedibile – un secco rifiuto di Bruxelles e di Berlino, si passerebbe, per l’appunto, al “Piano B”. L’uscita dall’Unione Europea della Francia avverrebbe nel rispetto dell’articolo 50 del TUE, non escludendo il ricorso ad un referendum popolare.

Con l’abbandono dell’Unione e il ritorno alla moneta nazionale, Mélenchon inaugurerebbe una nuova fase di protezionismo economico volto alla tutela dei lavoratori e delle aziende d’interesse nazionale e, aspetto non secondario, dichiarando illegittimo il debito – nel pieno rispetto del Diritto Internazionale – seguirebbe l’esempio dell’Ecuador di Rafael Correa, suo intimo amico.

Per la prima volta dalla ratifica del “Trattato di Maastricht”, una forza politica di sinistra mette nero su bianco nel proprio programma elettorale l’ipotesi di uscita unilaterale dalla moneta unica e dall’Unione Europea.

Ma l’aspetto realmente dirompente del programma di Mélenchon riguarda la politica estera e il rapporto con l’Alleanza Atlantica, dando così un nuovo impulso all’antimperialismo tipico dei partiti e dei movimenti genuinamente di sinistra. L’uscita dalla NATO, presentata come tappa fondamentale per la riconquista dell’indipendenza nazionale, “è la base della rottura con l’attuale atlantismo per una politica estera multipolare, sovrana e pacifica”, e l’avvio di una politica estera sovrana non può prescindere dall’azione “nel Mediterraneo e in una rinnovata cooperazione con le ex colonie africane ponendo fine al “Club di Parigi” e alle dittature che imperversano nel Continente”. Passaggi fondamentali per comprendere in profondità le motivazioni che spingono la Gauche alla rottura con l’egemonia atlantica.

La sinistra francese sembrerebbe quindi aver abbattuto il muro dell’omertà su euro e NATO, riscoprendo i valori fondanti del Socialismo sia in materia economica sia per quanto concerne il delicato equilibrio geopolitico, seppur da un punto di vista prettamente francese.

Al di là di quale sarà risultato elettorale di Jean-Luc Mélenchon, i problemi di cui sono afflitte UE ed euro (e che generano ai singoli Stati in termini di riduzione di democrazia e di sovranità), non sono più un tabù a sinistra. Il dogma acritico dell’europeismo a prescindere, il mantra degli “Stati Uniti d’Europa” nonché la velleità di “riformare l’UE da dentro”, sono sempre più visti come semplici artifici retorici o slogan propagandistici.

In conclusione, dai programmi elettorali dei candidati all’Eliseo si evince – con i dovuti distinguo – come la riproposizione in politica estera della “Grandeur de la France” con lo sguardo rivolto al Mediterraneo e al Continente Africano accomuni Mélenchon a Fillon e alla Le Pen. Un nuovo e rinnovato impegno della Francia nel Mediterraneo dovrebbe quantomeno indurre alla riflessione l’intera politica italiana, di destra e di sinistra.

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LA GLOBALIZZAZIONE-BUONA E I TITANISTI ANTISOVRANI di Luciano Barra Caracciolo

[ 20 aprile ]

1. Ne abbiamo parlato tante volte, e in fondo il trilemma di Rodrik (se non altro perché è la spiegazione fenomenologica più attuale) dovrebbe aver chiarito che la democrazia delle singole comunità sociali sovrane è, ed è sempre stata, (cfr; p.6) la vera via alla pace: ma non c'è  niente da fare. 

Gli slogan mondialisti, fondati sulla proiezione paradossale degli oppressi negli interessi dell'oligarchia, sono troppo radicati per poter essere modificati:



2. Anzitutto, dovrebbe essere chiaro che una "globalizzazione senza regole" non può esistere, perché essa non è un fenomeno "naturale" (come ben sanno i suoi maggiori teorici): la globalizzazione può essere solo un fatto istituzionale, cioè di regole pretesamente "superiori" alle Costituzioni democratiche, promosso ed imposto dal diritto internazionale. Nella nostra epoca, più che mai, dal diritto internazionale di specifici trattati.
I trattati pongono obblighi a carico degli Stati nazionali, e questi divengono il vettore di un'azione di denazionalizzazione e, dunque, di sostituzione dei loro scopi fondamentali (precedenti); vale a dire, inevitabilmente, per virtù della prevalenza reclamata dalle regole del trattato, sostitutivi di quelli che caratterizzano la sovranità costituzionale.

3. Le regole pattizie sovranazionali che impongono la globalizzazione, poi, sono regole di liberoscambismo, cioè di affermazione del dominio dei "mercati" sulle società umane, i cui bisogni, - l'occupazione, la dignità del lavoro, la solidarietà sociale espressa nella cura pubblica dell'istruzione, della previdenza e della sanità- divengono recessivi e subordinati alla"scarsità di risorse" (pp. 4-5), che caratterizza gli squilibri crescenti tra le varie aree del mondo, determinati dalla logica inevitabile del liberoscambismo istituzionalizzato e regolato "contro" le Costituzioni democratiche. 
Infatti, l'essenza (supernormativa) del liberoscambismo istituzionalizzato mediante trattati, cioè sempre iper-regolato e vincolante, è quella di rimuovere gli ostacoli (pp. 7-10) alla instaurazione dell'ordine sovranazionale dei mercati, che altro non è che il perseguimento di una specializzazione estesa a livello mondiale (possibilmente; ma soprattutto e sicuramente €uropeo), in base al principio economico dei vantaggi comparati

4. La globalizzazione è dunque un sistema di regolazione sovranazionale mirato a rafforzare le mire dei paesi (Stati nazionali) che la propugnano, da posizioni iniziali di forza politica ed economica, nel conquistare "i mercati esteri"
Questo meccanismo fondamentale si esprime inevitabilmente non solo come denazionalizzazione ma anche in termini di privatizzazione (antistatuale) degli interessi tutelati dalle norme istituzionali sulla globalizzazione: la conquista dei mercati avviene da parte dei monopoli e degli oligopoli privati delle nazioni più forti a danno di quelle più deboli e presuppone la minuziosa conservazione dei saldi della contabilità nazionale.
Nulla più della globalizzazione istituzionalizzata indulge a rilevare gli effetti del "vincolo esterno", cioè dell'indebitamento commerciale (e quindi privato) con l'estero dei vari paesi. E a trarne le conseguenze in termini di politiche che si impongono sui singoli Stati nazionali: politiche, a loro volta, riflesso automatico e condizionale delle regole precostituite nei trattati e per l'azione delle istituzioni organizzate che essi prevedono.

5. Dal che si desume, nella curiosa sequenza sopra riportata, una fallacia logica che ha dell'incredibile: e cioè, che la reazione, inevitabilmente nazionale (e come potrebbe essere altrimenti?), a politiche imposte dalle istituzioni sovranazionali, ma ad impatto socialenazionale, distruttivo della democrazia costituzionale e del benessere generale che essa persegue, sarebbe nazionalismo guerrafondaio!!!
Si giunge così alla assurda conclusione che l'estrema autodifesa di sopravvivenza, che si richiami alla sovranità democratica, opposta a politiche ad effetti nazionali, concepite come vincolo imposto al di fuori di qualunque circuito decisionale democratico ascrivibile alle costituzioni e ai loro fini, sarebbe alla base delle guerre.
In questa logica, paradossale, la Grecia ai tempi odierni, o la Cecoslovacchia o la Polonia ai tempi del secondo conflitto mondiale, sarebbero gli Stati responsabili dei conflitti armati.

6. Ma v'è di più: questa assurda conclusione, declamata come uno slogan altamente etico (basta affermare che si è contro la guerra per paralizzare ogni analisi logica della realtà strutturale che si vuole difendere),  basta di per sè a giustificare qualunque repressione del dissenso e qualunque compressione della democrazia sociale in qualunque parte del mondo. Ma, più di tutti, in €uropa.
Chi si oppone alla globalizzazione, inevitabilmente regolata e quindi legittima, propugnerebbe la guerra.
Il paralogismo si completa di un corollario implicito del tutto irreale: le regole della globalizzazione sarebbero  carenti e chi vuole la pace si "dichiara", implicitamente ma necessariamente, portatore del potere di integrare e modificare queste regole. 
La pace coinciderebbe, in pratica (senza magari rendersene conto), nel volere la regolazione,buona e comunque diversa, della lotta per la conquista dei mercati: ciò che è già un ossimoro, poiché questa lotta è l'essenza stessa di quella ricerca di dominio sui popoli che è lo scopo finale dei conflitti armati. E non c'è regola, storicamente immaginabile e ipotizzabile, che possa attenuare la brutalità e l'enorme costo sociale di questa essenza.
E si dichiara questa nobile finalità, - riformatrice del mondo capitalista nel massimo della sua potenza autolegittimata-, nonché la capacità di realizzarla, anche se questi "mercati" sono dominati da colossali interessi privati che hanno già il saldo controllo del processo istituzionale. 

7. Ma la integrazione e modifica delle regole imposte e applicate dai vincitori della lotta sui mercati è proprio la ragione per cui sono sorti i conflitti più devastanti del nostro tempo (sempre qui, p.6)
Dunque, sostenendo la prospettiva di una globalizzazione "buona-in-quanto-regolata-diversamente", si ignora (infatti...) sia la preesistenza di una regolazione preesistente già fortemente strutturata, che spiega l'andamento attuale del fenomeno, sia la fisiologica impotenza delle parti più deboli nella competizione sui mercati a imporre un qualsiasi cambiamento delle "regole del gioco" (al massacro di interi popoli), se non a prezzo di una vero conflitto armato.

7.1. Sarà superfluo (data la demonizzazione acritica di questo autore imperante presso glialtriglobalisti o altro€uropeisti), a questo riguardo, citare Keynes che, sull'imperialismo economico, - cioè sulla globalizzazione, legata alla logica della specializzazione (cioè vittoria/sconfitta nell'aggiudicarsi, sui mercati internazionali "aperti", ma a vantaggio della propria nazione "vincente", le produzioni  a maggior valore aggiunto, lasciando alle altre nazioni le briciole della dipendenza economica e politica, con il "vincolo esterno")-  si era espresso con chiarezza:
"Keynes...si interroga sulla efficacia dell'internazionalismo economico relativamente all'ottenimento della pace (cfr; pagg.95-98, in "National Self-Sufficiency", originato da una conferenza tenutasi all'Università di Dublino il 19 aprile 1933, e pubblicato in varie riviste economiche anglosassoni e anche italiane (in Italia, nel 1933 e nel 1936, con il titolo "aggiustato" di "Autarchia economica", non si sa se dovuto al traduttore o alla "diplomazia" dello stesso Keynes): 
«...al momento attuale non sembra logico che la salvaguardia e la garanzia della pace internazionale siano rappresentate da una grande concentrazione degli sforzi nazionali per conquistare i mercati esteri, dalla penetrazione, da parte delle risorse e dell'influenza di capitali stranieri, nella struttura economica di un paese e dalla stretta dipendenza della nostra vita economica dalle fluttuazioni delle politiche economiche di paesi stranieri.
Alla luce dell'esperienza e della prudenza, è più facile arguire proprio il contrario
La protezione degli attuali interessi stranieri di un paese, la conquista di nuovi mercati, il progresso dell'imperialismo economicosono una parte difficilmente evitabile di un sistema che punta al massimo di specializzazione internazionale e di diffusione geografica del capitale, a prescindere dalla residenza del suo proprietario».


"...Sulla scorta di questa premessa previsionale, relativa a "tensioni e antagonismi" che, col senno di poi, paiono un understatement rispetto agli eventi che si produrrano sulla scena mondiale, Keynes azzarda una ricetta, applicando la quale per tempo si sarebbe potuto evitare il disastro

I paesi colonizzati, in questo schema, avrebbero avuto un necessario grado di autonomia politica per poter sviluppare, con un ragionevole protezionismo (qui, p.6), l'infant capitalism (ben prima della fase del trentennio d'oro), i mostri del nazi-fascismo sarebbero stati (forse) in gran parte ridimensionati, sul piano delle stesse motivazioni sovrastrutturali che li animavano, dalla riapertura dei giochi (specie sulle materie prime,) e delle conseguenti "gerarchie" che erano la giustificazione per la conservazione degli imperi coloniali europei.

La stessa tendenza al gold-strandard e alle politiche di bilancio austere in caso di crisi, incentrate sul riequilibrio naturale dei prezzi e dei salari, avulse dalla politica delle bilance di pagamento in attivo (o del loro equilibrio raggiunto a scapito della permanente dipendenza economica delle aree coloniali), avrebbero perso gran parte della loro implicita ragione politica (molto più forte, già allora, di quella economico-scientifica, essendo in corso già le conseguenze della crisi del '29)".

8. Concluderemmo queste sconsolate osservazioni citando il pensiero di Gramsci (sempre qui, p.10).
Egli, relativamente alla globalizzazione, - che non è certo un'invenzione di questi ultimi decenni, quanto piuttosto una "restaurazione" dell'ordine internazionale dei mercati, propugnato negli anni successivi alla prima guerra mondiale (e già a sua volta nostalgico del capitalismo sfrenato della prima metà dell'800; p. 7 ss.)-, aveva già anticipato l'importanza dei rapporti di forza istituzionalizzati (al tempo dalle regole del diritto internazionale generale, direttamente creato dalla prassi delle "cannoniere") e le conseguenze della desovranizzazione degli Stati come processo distruttivo della democrazia:
"Gramsci...non si era fatto attrarre da tali sirene, consapevole della vocazione globale del capitalismo mercataro e del falso mito dell’internazionalismo
Tutta la tradizione liberale è contro lo Stato. [...] La concorrenza è la nemica più accerrima dello stato.  
La stessa idea dell'Internazionale è di origine liberale; Marx la assunse dalla scuola di Cobden e dalla propaganda per il libero scambio, ma criticamente” 
(A. Gramsci, L'Ordine nuovo, 1919-1920, Torino, 1954, 380).

E sulla “globalizzazione”, diversamente da rapporti internazionali tra Stati sovrani come concepita, già allora scriveva: 
«Il mito della guerra - l'unità del mondo nella Società delle Nazioni - si è realizzato nei modi e nella forma che poteva realizzarsi in regime di proprietà privata e nazionale: nel monopolio del globo esercitato e sfruttato dagli anglosassoniLa vita economica e politica degli Stati è controllata strettamente dal capitalismo angloamericano. [...] Lo Stato nazionale è morto, diventando una sfera di influenza, un monopolio in mano a stranieriIl mondo è "unificato" nel senso che si è creata una gerarchia mondiale che tutto il mondo disciplina e controlla autoritariamente; è avvenuta la concentrazione massima della proprietà privata, tutto il mondo è un trust in mano di qualche decina di banchieri, armatori e industriali anglosassoni».(A. Gramsci, L'Ordine nuovo, cit. 227-28).
8.1. E voi neo-regolatori, conditores della neo-istituzionalizzazione della "globalizzazione buona", siete davvero così forti da tacitare il grido di dolore di centinaia di milioni di disoccupati e precarizzati, privati della dignità del lavoro e del benessere, con l'autoproclamazione della vostra titanica capacità di battere questo "trust" che domina il mondo, oggi più incontrastato che mai?

* Fonte: Orizzonte48

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