sabato 11 maggio 2019

FUSARO E LA NOTTE DEL MONDO di Eos




[  11 maggio 2019 ]


SOLO IL FILOSOFO IN QUANTO FILOSOFO DELLA POLITICA
PUÒ CANGIARE IL MONDO E LA STORIA


LA NOTTE DEL MONDO, MARX HEIDEGGER E IL TECNOCAPITALISMO, il saggio di Diego Fusaro per i tipi della UTET si iscrive a pieno titolo in quel filone dell’idealismo immanentistico e soggettivo, di cui esemplare forma teoretica si ha proprio con il precedente scritto: Filosofia dell’Azione. Il Futuro è nostro (Bompiani 2014). 

E’ un saggio di profonda filosofia della politica, oltre che teoretica, laddove crocianamente e schmittianamente, se non si vuol dire platonicamente, si sappia concepire la Politica come la sfera più alta e “divina” della filosofia. L’autore di questo pregevole e voluminoso  saggio rende un grande servizio, oltre che alla pura conoscenza e alla retta ermeneutica filosofica, al marxismo rivoluzionario, attualizzando con arguzia quella che, sulla scia di Giovanni Gentile, è concepita come l’aurea sostanza del marxismo, ben oltre lo stesso Das Kapital: le Tesi su Feuerbach. La visione del mondo marxiana ha qui un cuore, appunto le famose Tesi e tante sue ramificazioni, che sarebbero rappresentate da quelle opere marxiane che hanno indubbiamente avuto più “fortuna” storica. Il nostro fa in questo caso i conti con Heidegger letto proprio attraverso quell’idealismo prassistico marxiano de le Tesi e con Marx riletto alla luce della teoria heideggeriana dell’Abbandono. Quale la soluzione rispetto al monoteismo fanatico e fondamentalista del Mercato che ha disgregato l’Occidente nelle sue fondamenta etiche e esistenziali?

Azione o abbandono?


Il Fusaro precisa da subito (p. 15) che Marx mira appunto alla riconquista e all’emancipazione dell’uomo per via rivoluzionaria, ovvero tramite una attiva trasformazione del mondo alienato, concepito quale oggettivazione storica e temporale mai definitiva del fare soggettivistico. 


Heidegger, viceversa, soprattutto dopo la Kehre [la svolta Ndr] rifiutando ogni prassi politica, punta all’ “abbandono” del fare tecnicistico cosale, all’estinzione della metafisica quale oblio nichilista e notturno dell’essere, alla inevitabile riproposizione della “questione dell’essere” ed ad un nuovo aurorale inizio, capace di superare la quintessenza nichilista cui l’esito della metafisica occidentale, da Platone in avanti, ha condotto. Fusaro riconosce che il filosofo tedesco abbia valorizzato la teoria marxista dell’alienazione come cifra dell’ “assenza di patria” dell’uomo in balia del tecnocapitalismo  schiavo del pensiero scientista, matematico-quantitativo. Ma per Heidegger il marxismo, figlio legittimo dell’idealismo tedesco, e dunque della concezione dell’essere come esito dell’azione noetica e pratica dell’uomo, non potrebbe per questo fare luce sull’essenza della tecnica, essendo giustappunto un episodio, per quanto centrale, dell’ontostoria segnata dalla grande dimenticanza dell’essere.
«La metafisica idealistica della mediatezza del porre…per cui l’essere è dedotto dal fare (tanto l’hegeliano autoprodursi storico dello Spirito, quanto il fichtiano Io determinante il non-Io), prospetta una riduzione dell’essere a esito del porre soggettivo che, insieme con la nietzschiana “volontà di potenza” (Wille zur Macht), è, per Heidegger, il fondamento stesso su cui viene costituendosi la tecnica planetaria come infinita volontà di autopotenziamento». (p. 18).
Di conseguenza, la concezione della realtà e del mondo quale contrassegnata dalla strategia irriducibile della prassi rivoluzionaria, ben lontana dal poter essere una terapia guaritiva e purificatrice rispetto al demonismo tecnoscientista e nichilista, sarebbe parte non secondaria del male che si pretenderebbe di curare, inquadrabile com’è per sua essenza, in quella jungeriana “Mobilitazione Totale” intorno al mito della tecnica che tutto ridurrebbe a attivismo scomposto e caotico. 

E’ importante comprendere questa posizione heideggeriana poiché qui si svolge una profonda metanoia di paradigma, di sostanza idealistica e immanentistica,  che Diego Fusaro svolge rispetto al tema dell’ “impianto” e dell’ “abbandono”. Per il nostro, infatti, Heidegger non solo non comprende l’essenza dell’alienazione e della tecnica capitalistica moderna né nelle radici socioeconomiche né nella loro vera natura di prodotti sociali dell’agire umano scaturenti dalla eraclitea lotta nella storia del mondo, in quanto la irruzione stessa della tecnica non sarebbe altro che un destinale messaggio dell’essere. Ma non comprenderebbe neanche l’idea della Praxis, anzi proprio la visione heideggeriana dell’ “abbandono” e del “lasciar essere” si mostrerebbe come il completamento ideologico destinale del capitalistico regno animale dello Spirito e della moderna alienazione (lo smarrimento nesciente del soggetto nei propri prodotti oggettivati non più riconosciuti come tali).  


Il primato delle cose e della tecnica


Lo “storicismo destinale” heideggeriano può rivendicare sull’astratto e infondato culto marxiano della scienza di radice positivistica e sulla teoria del filosofo di Treviri basata su una presunta neutralità della tecnica la comprensione dell’inversione metafisica del regno tecnocapitalistico operato dalla plutocrazia occidentale, per cui l’uomo tecnico è un prodotto finale e irreversibile dell’uomo metafisico occidentale, precisamente frutto di quella metafisica fondata perciò sulla rappresentazione soggettivistica illusoria come Heidegger la concepisce; ma di contro, per Fusaro, lo storicismo idealistico ed umanistico marxiano finisce per consacrare, ben oltre il fatalismo ontologico heideggeriano, l’oggettività assoluta dell’azione soggettiva in quanto l’oggetto che questa mira a contemplare è un prodotto della prassi del soggetto agente (è, di più, il soggetto visto come oggettivato a se stesso). Il lavoro è infatti concepito da Marx come una delle fondamentali estrinsecazioni della prassi umana, in particolare di quella che permette il ricambio organico tra uomo e natura. L’uomo, che pure è parte della natura, si contrappone mediante la prassi lavoristica alla pura materialità primitivistica della natura originaria umanizzandola, piegandola alle proprie esigenze. Marx, seppure da una prospettiva differente rispetto a quella heideggeriana, delinea il processo di autonomizzazione del Gestell tecnocratico del capitale [con Gestell Heidegger vuole intendere propriamente il darsi perentorio, impositivo della tecnica, Ndr], concentrando l’attenzione sull’adorante primato delle cose sugli uomini: il paesaggio capitalistico si presenta come un mondo capovolto e stregato, dominato come è da rapporti di cose tra persone e rapporti sociali tra cose (p. 449). 

Il soggetto non è più l’uomo, nel capitalismo dispiegato, ma il mercato, la produzione, l’apparato con le sue macchine, i suoi strumenti tesi alla creazione di plusvalore, con l’uomo decaduto appunto a mero esecutore di una attività che tradisce la essenza e la missione autenticamente umane. Ma se Heidegger, di fronte alla “fuga degli dei” (Holderlin), si rifugia nella ricerca esasperata del silenzio logos originario, nell’allontanamento strategico dalla demonologia tecnica che anche simbolicamente diviene una ritirata assoluta e assolutistica, territorialistica, “ultra-provincialistica” e anche oltre (nel cuore della Foresta Nera) dall’erranza, dell’oblio dell’essere, considerando infine il pastore-custode dell’essere la figura apicale di un pensiero che non può pensare l’essere con la sua idea stessa di “verità” (Wahrheit), ma solo può domandare pietosamente con il pensiero restando passivamente in attesa oltre ogni ipotesi di umana, e dunque fallibile e fallimentare, progettazione, nell’universalismo marxiano manca come detto la più profonda comprensione dell’essenza tecnica oltre il suo uso capitalistico fondato sul valore d’uso. Ma il Marx teorico del valore e della dinamica di autovalorizzazione del capitale, finisce per configurare il capitalismo come un teatro, una messa in scena in cui i singoli individui, quale sia il loro ruolo sociale (compreso il capitalista), sono gli attori forzati della recita, costretti a giocare per forza di cose un ruolo in un mondo storico che essi stessi hanno creato e che ora si è autonomizzato da loro (p. 448). 


Quale rivoluzione?


Fusaro, infine, riallacciandosi a quanto in parte intuì Marcuse, mira a rivoluzionare mediante la “rivoluzione ontologica di Heidegger” ( P. 453), lo stesso concetto marxiano di rivoluzione. Di conseguenza, però, portando alle necessarie conseguenza la giusta ermeneutica del nostro, l’ “idealismo filosofico marxiano” non può che concretarsi, oltre ogni riduzionismo di unilaterale e deviante economicismo, così come oltre ogni psicologismo pseudosoggettivistico marcusiano, in progettazione politica rivoluzionaria. Lo storicismo marxismo, se è realmente fedele alle Tesi, non può che essere potenza metafisica di penetrazione-trasformazione della “realtà effettuale”, come spiegò acutamente Benedetto Croce, il quale dette al Marx l’onore storico-politico di essere “il Machiavelli del proletariato”. Scrive proprio Diego Fusaro:

«Per Marx, si tratta di operare la Werwirklichung der Philosophie, la “realizzazione della filosofia”….Dal punto di vista marxiano, la filosofia è chiamata a donarsi al mondo, filosificizzandolo, ossia permeandone le strutture, secondo l’identità dinamica di Hegel … Per Marx, la “realizzazione della filosofia” consiste nella soppressione del classismo e del dominio tecnico-capitalistico: la filosofia si realizza trasformando il mondo e rimuovendo la contraddizione. Per Marx, la realizzazione inverante della filosofia si dà come superamento prassistico del mondo tecnocapitalistico». (p. 368, 370).
“Concetto”, nell’idealismo marxiano caro al Fusaro, diviene perciò egemonismo storico etico-politico, preciso strumento tattico e chirurgico di un Fronte strategico dell’essere Uomo e Soggetto di nuova civiltà antimaterialista e anticapitalista, il quale, abbia ancora qualcosa da dire e “donare” con spirito di universale comunione, sappia allora attualizzare il suo originario pathos sovversivistico nella strategia definitiva finalizzata a perforare ed “oltrepassare” il dramma metafisico della “notte del mondo” di radice tecnocapitalistica. Marx tolse l’idea di potenza alla realpolitik internazionale e la trasportò nella lotta di classe. Ma l’egemonismo, nel campo imperialista occidentale, appartiene, oggi più che mai dopo decenni di fallimentare “lotta di classe”, alla volontà di potenza impositiva del capitalismo assoluto, perfetta incarnazione del grande potere totalitario della plutocrazia scienza. 

Diego Fusaro

Togliere l’idea di potenza alla scienza totalitaria e plutocratica del “Grande Satana” d’Occidente (come è definito dal Dottor Ahmadinejad, ma non, stranamente, da Greta Thunberg, né dagli “antimperialisti”di sinistra  al servizio permanente di Soros e del pensiero ultraprogressista e genderista del “marxista” Saul Alisky) significherebbe, oggi, togliere il terreno sotto i piedi alle “élite” plutocratiche dell’ imperialismo occidentale. 

Imam Khomeini, il protagonista carismatico della grande “Rivoluzione platonica” del ‘900, colui che, primo eroico Iniziatore del nuovo ciclo multipolare, sovvertendo la logica di Yalta, “oltrepassò” concretamente, nella e con la pura prassi mistico-politica, lo stordimento da “intossicazione demonologica occidentale” (cit. Ahmad Fardid), ricevette nel corso del suo esilio francese discepoli di Heidegger, appartenenti al gruppo di ricerca spirituale di “Antaios”. Nel corso della conversazione, l’Imam premise loro che pur conoscendo il pensiero heideggeriano riteneva essere il Goethe de Il Divano occidentale orientale il più grande tra i pensatori e filosofi tedeschi. Dell’epoca contemporanea Goethe, infatti, lì prefigurava il futuro dell’umanità guidato da una saggia élite “populista” e sociale che, di contro al materialismo super-razzista e imperialista anglosassone in particolare, occidentale in generale, fosse veridicamente ispirata a un Islam globale temperato e non particolaristico. Quando poi si passò a considerazioni di taglio geopolitico o specificamente politico organizzativo, Imam Khomeini disse loro:

«Gli Oppressori, le potenze del sionismo e del capitalismo occidentale….temono anzitutto e soprattutto l’Uomo. Non vogliono uomini ma automi. Il loro sistema è creato e concepito per l'annientamento dell'uomo.... Per questo loro diffamano e infangano la memoria dei più grandi rivoluzionari di questi tempi, per questi li hanno uccisi e processati, per questo ancora morti li temono. I rivoluzionari sono morti per gli Oppressi, i capitalisti affogano nel loro regno di tenebra…Ma la lotta contro l’arroganza globale del Nemico dell’Uomo non si fermerà sino a quando vi sarà anche un solo Uomo sulla faccia di questa terra…».

La lotta centrale e strategica, per quegli uomini che aspirano ad essere ancora tali in un mondo occidentale-sionista totalmente e religiosamente assoggettato al potere totalitario del Grande Apparato è dunque la lotta contro la ideologia plutocratico-capitalistica fondata sul dominio algoritmico tecnoscientifico. 


E’ ancora una volta la lotta dell’Uomo contro il Nemico dell’Uomo.



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4 commenti:

  1. Bravo! (Clint Eastwood a Lee Van Cleef in "Per qualche dollaro in più") Ma chi li scrive questi commenti? Fusaro stesso? Non ci sarebbe niente di male,solo l'articolo è troppo prolisso per un blog.Lo sarebbe anche per una rivista specialistica di filosofia.La sostanza non si discute,siamo di fronte ad un nuovo Gentile che si atteggia a tale ("cangiare il mondo", gergo filosofico del Neoidealismo italiano del primo Novecento,per carità,peccato veniale di fronte alle efferatezze del nostro tempo,dalla De Filippi alla Marcuzzi a Juncker),ma la forma non ne rende fruibile al grosso pubblico il contenuto.Solo questo. Mi dispiace solo per il maestro di Fusaro,Costanzo Preve che ha dato l'abbrivio al suo giovane pupillo,che con le briciole cadute dalla mensa degli dei,è diventato ricco e (meritatamente) famoso,mentre il suo mentore è morto (come dicono in Sicila) povero e pazzo. Kolja Chitrovic

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  2. Quale è oggi il borsino ufficiale di certi conferenzieri ?
    Preferisco tentare di svolgere il ruolo di un intellettuale organico
    del 2000, con mille nemici che mi diano dello straccione dalle scarpe grosse.
    Vedo in giro tanto narcisismo ed auto-contemplazione, tanti fans regalati.....pochi coerenti ed umili rivoluzionari.
    Una squadra di uomini determinati....batterà sul campo della politica una squadra di professorini..... a meno che i professorini non escano dai palcoscenici, sentendo il sudore della realtà, mettendo carbone nella locomotiva ( Giù la testa...S. Leone1971) L.M.Climati

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  3. Non credo che lo spirito del commento precedente sia condivisibile. Un conto è rilevare,come nel primo,delle questioni di metodo espositivo nel sostanziale rispetto dell'autore e del commentatore con un filo di benevola ironia,un altro è attaccare uno sforzo di comprensione e di pensiero ampio ed articolato. Bisogna prima (saper) leggere e poi criticare,e infine dimostrare di essere in grado di produrre una riflessione dello stesso livello. Fusaro avrà i suoi inevitabili difetti,ma è l'unico che in televisione,di fronte a milioni di telespettatori,critica in modo lucido e radicale le oligarchie finanziarie,l'euro,l'Unione europea,facendosi capire da un vasto pubblico, e questa è un'azione squisitamente politica,nel senso propriamente gramsciano del termine. Non dirò cose abusate,ma ci sono state già nel nostro Paese "squadre di uomini determinati",pronti a schierarsi prima di riflettere. E ciò può essere a volte pericoloso. " I filosofi hanno finora solo variamente interpretato il mondo,ora si tratta di cambiarlo..." Ma interpretare e comprendere il disagio degli uomini che vivono in questo mondo,è già un compito morale e intellettuale volto al cambiamento. Non si può combattere per le idee non avendone. Ivàn Bezdomnyj

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  4. Accettiamo l'ironia del primo commento, e capiamo la critica a Fusaro del secondo.
    Riguardo al primo che dire? Che com'egli saprà senza teoria politica, quindi una base filosofica non si va da nessuna parte.
    E la filosofia è una disciplina dura, che ha una sua grammatica, concettuale e linguistica. Diffidare dalle semplificazioni. E divulgare non significa volgarizzare. Il nostro blog da spazio a più autori, spazia su diversi piani, e vuole essere un pur modesto, strumento di approfondimento teorico. Utilizza quindi differenti registri linguistici.
    Studiare, studiare, studiare, scrisse Lenin quattro anno dopo la Rivoluzione d'Ottobre.
    Riguardo al secondo commento, ovvero a Diego Fusaro ed ai conferenzieri, vale in prima battuta quanto detto sopra. Vogliamo sommessamente ricordare quanto Gramsci scrisse contro certa intellighentia italiana, ma lo fece appunto per rimarcare l'importanza cruciale che hanno gli intellettuali e la cultura. Chi vuole cambiare il mondo non può pensare di farlo senza condurre una lotta egemonica nel campo culturale.
    In seconda battuta, si può dissentire da quanto pensa e scrive e dice Fusaro e dalle modalità con cui lo fa. E giusto anche criticare, quando serve condannare, ma sempre nella cornice della battaglia per l'egemonia culturale, ovvero guadagnare alla causa rivoluzionaria le menti migolori del nostro Paese.

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