Programma 101, Salerno, 23 febbraio

Programma 101, Salerno, 23 febbraio

giovedì 23 febbraio 2017

ESSI SONO LA BARRICATA di Franz Altomare

[ 23 febbraio ]

«CHI NON STA DA UNA PARTE O DALL'ALTRA DELLA BARRICATA,
È LA BARRICATA».
Vladimir Lenin

Se la lotta di classe ai tempi dell'ideologia neoliberale vede da un lato la necessaria identificazione del blocco sociale e delle nuove categorie in esso incluse e dall'altro la contrapposizione tra OLIGARCHIE GLOBALISTE contro SOVRANITÀ POPOLARI nelle democrazie nazionali, la barricata è costituita ancora una volta dai riformisti, o falsi riformisti.


Coloro che pretendono di riformare l'Europa attraverso una impossibile modifica dei Trattati, mentono e non possono essere liquidati semplicemente come opportunisti o incompetenti dal vago sapore utopico.

Essi sono LA BARRICATA.

I riformisti sono il peggior nemico oggi dei ceti popolari europei, poiché di fatto mirano a congelare la dialettica indispensabile per distinguere i campi e prendere parte.

Noi siamo di parte!

Noi siamo i nuovi partigiani.

E per sfondare nel campo avversario dobbiamo abbattere la barricata.

Parole dure, capisco.

Parole coerenti con la gravità del conflitto in corso e con la sofferenza diffusa tra coloro che stanno pagando un prezzo altissimo in questa odiosa tirannia mascherata da democrazia.

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LE QUATTRO IDEUZZE DELLA SINISTRA “GLOBALISTA” di Carlo Formenti

[ 23 febbraio ]

Correva l’anno 1981 quando il manifesto recensì il mio primo libro (“Fine del valore d’uso”). Era una stroncatura che non ne impedì il successo e, alla lunga, risultò più imbarazzante per il quotidiano che per l’autore. Quel breve saggio, uscito nella collana Opuscoli marxisti di Feltrinelli, analizzava infatti gli effetti delle tecnologie informatiche sull’organizzazione capitalistica del lavoro e, fra le altre cose, prevedeva —cogliendo con notevole anticipo alcune tendenze di fondo— che la nuova rivoluzione industriale avrebbe drasticamente ridotto il peso delle tute blu nei Paesi occidentali, favorendo i processi di terziarizzazione del lavoro, e avrebbe consentito un massiccio decentramento della produzione industriale nei Paesi del Terzo mondo. Il recensore (di cui non ricordo il nome) liquidò queste tesi come una ridicola profezia sulla fine della classe operaia. Sappiamo com’è andata a finire…
Si trattò di un incidente di percorso irrilevante rispetto al ruolo che il Manifesto svolgeva a quei tempi, ospitando un confronto alto fra le migliori intelligenze della sinistra italiana (e non solo). Oggi la sua capacità di assolvere a questo compito si è decisamente appannata, eppure una caduta di livello come quella della “recensione” che Marco Bascetta ha dedicato al mio ultimo lavoro (“La variante populista”, DeriveApprodi) fa ugualmente un certo effetto. Ho messo fra virgolette la parola recensione, perché —più che di questo— si tratta di una tirata ideologica contro i populismi —etichettati come protofascisti—  che incarna il punto di vista d’una sinistra “globalista” schierata al fianco del liberismo “progressista” contro questo nemico comune.
Ma torniamo al libro: anche in questo caso l’intenzione è stroncatoria, ma la disarmante superficialità con cui ne vengono criticate le tesi stride con il notevole spazio dedicato all’impresa: una pagina intera per liquidare un saggio che viene definito confuso, contraddittorio e pretenziosamente ambizioso!? Non sarebbe bastato un colonnino o, meglio ancora, non era semplicemente il caso di ignorarlo? Evidentemente, c’è chi giudica le mie idee pericolose al punto da giustificare tanto impegno, peccato che il “killer” non si sia dimostrato all’altezza del compito, limitandosi a stiracchiare quattro ideuzze che avrebbero potuto stare comodamente in venti righe. Mi sono chiesto se valesse la pena di spendere energie per replicare visto che, da quando è uscito il libro, ho ricevuto tali e tanti attacchi —e insulti— che ormai mi rimbalzano. Alla fine ho deciso di farlo, perché ritengo che le quattro ideuzze di cui sopra incarnino una visione che merita di essere duramente contrastata.

Prima ideuzza: Formenti è cattivo, insiste nell’adottare quello stile corrosivo della polemica politica che è sempre stato —da Marx in avanti— tipico di una certa sinistra anticapitalista, ma questa modalità reattiva (tornerò fra poco sul senso di tale aggettivo) “col passare del tempo” (stiamo parlando di mode letterarie?) ha finito per “prendere di aceto”. Analoga accusa mi era stata rivolta tre anni fa da Bifo, a proposito di un precedente lavoro (Utopie letali): Formenti è “antipatico”, fa le pulci a tutti e così via. È una critica che esprime bene la visione di quei seguaci della “svolta linguistica” che rifiutano a priori la possibilità/necessità di difendere la “verità” di un punto di vista di parte (di classe, politico, culturale): per costoro il conflitto non è mai ontologico, oppone solo opinioni, punti di vista soggettivi, “narrazioni” che non competono per il potere ma per “informare” di sé il mondo (è la concezione “debole” dell’egemonia gramsciana, tipica dei cultural studies angloamericani).  
Seconda ideuzza: a questa modalità reattiva del discorso, corrisponde una pratica politica fondata sul rancore e sul risentimento che “sono il contrario esatto di ogni attitudine costituente”. Purtroppo Bascetta non ci illumina su quale dovrebbe essere questa “attitudine costituente”, in compenso ci fa capire: 1) che l’odio di classe e il rancore per i torti subiti sono incompatibili con qualsiasi progetto di trasformazione sociale; 2) che chi crede perfino di poter indicare i colpevoli dei torti in questione è destinato a finire nelle braccia dei demagoghi fascisti. Questo doppio passaggio è denso di significati impliciti: sul piano filosofico, implica l’abbandono della prospettiva marxista in favore di quella nietzschiana (da cui le pippe contro il risentimento e la natura reattiva dell’odio sociale), sul piano politico implica la negazione dell’esistenza stessa di un nemico di classe (effetto di un foucaultismo sui generis che neutralizza il conflitto fra soggettività antagoniste, sostituendolo con un percorso di autonomizzazione/autovalorizzazione).     
Terza ideuzzaperché la visione antagonista del conflitto sarebbe destinata a portare acqua al mulino dei fascisti? Perché chi ne è sedotto è portato ad affidare il proprio riscatto alla figura di un redentore, a un capo carismatico. Ergo, il populismo è un incubatore del fascismo. Nei giorni precedenti il Manifesto aveva pubblicato un interessante dossier su Podemos, seguito da un bell’articolo di Loris Caruso sul congresso di Vistalegre; invece nell’articolo di Bascetta non vengono fatte sostanziali distinzioni fra populismi di destra e di sinistra, al punto che, anche se ciò non viene esplicitamente detto, il lettore potrebbe dedurne che Trump e Sanders, Marine Le Pen e Podemos, Alba Dorata e M5S vanno considerati tutti sullo stesso piano, a prescindere dalle loro differenze (ivi compreso il ruolo diverso giocato dai rispettivi leader). Del resto, Bascetta si guarda bene dal discutere la mia analisi critica delle teorie sul populismo di Laclau e Mouffe, nonché il mio tentativo di reinterpretarle alla luce sia delle categorie gramsciane di egemonia, blocco sociale, guerra di posizione, ecc. sia delle esperienze pratiche della rivoluzione boliviana, di Podemos, e della campagna presidenziale di Sanders.
Insomma: i rancorosi e gli odiatori, quelli che oppongono alto e basso, popolo ed élite, che cercano a tutti costi il nemico (che se la prendono con le banche, con le multinazionali e con le caste politiche che ne gestiscono gli interessi), quelli che vogliono ricostruire comunità riunificando le disiecta membra di un corpo sociale fatto a pezzi dalla ristrutturazione e dalla finanziarizzazione capitalistiche, invece di godersi la libertà individuale e i diritti civili che la civiltà ordoliberista ci regala (o meglio, regala a un’esigua minoranza di “cognitari” e ai suoi intellettuali organici) non sono altro che una massa indifferenziata di bruti, un popolo bue (“demente” lo ha definito Bifo, riferendosi agli operai e alla classe media impoverita che ha votato Trump in America e Brexit in Inghilterra) pronto a militare sotto le insegne del “nazional operaismo” (altra definizione coniata da Bifo). 

A questo punto manca solo di prendere in esame la quarta e ultima ideuzza, quella relativa all’apologia del globalismo contro le mie tesi sul conflitto fra flussi e luoghi. Ma prima ritengo utile riprendere alcune recenti riflessioni di Nancy Fraser sulle responsabilità delle sinistre “sex and the city”.
Anche se differiscono per ideologia e obiettivi, scrive la Fraser riferendosi alle elezioni americane e alla Brexit, «questi ammutinamenti elettorali condividono un bersaglio comune: sono tutti dei rifiuti della globalizzazione delle multinazionali, del neoliberismo e delle istituzioni politiche che li hanno promossi». Ma la vittoria di Trump, aggiunge, «non è solo una rivolta contro la finanza globale. Ciò che i suoi elettori hanno respinto non era il neoliberismo tout court, ma il neoliberismo progressista».  Ed ecco la definizione che dà di questo termine: «Il neoliberismo progressista è un’alleanza tra correnti mainstream dei nuovi movimenti sociali (femminismo, anti-razzismo, multiculturalismo, e diritti LGBTQ), da un lato, e settori di business di fascia alta “simbolica” e basati sui servizi (Wall Street, Silicon Valley, e Hollywood), dall’altro». Attraverso questa alleanza, scrive ancora facendo eco alle tesi di Boltanski e Chiapello (“Il nuovo spirito del capitalismo”, Mimesis) , le prime prestano involontariamente il loro carisma ai secondi: «Ideali come la diversità e la responsabilizzazione, che potrebbero in linea di principio servire scopi diversi, ora danno lustro a politiche che hanno devastato la produzione e quelle che un tempo erano le vite della classe media».
In questo modo l’assalto alla sicurezza sociale è stato nobilitato da una patina di significato emancipatorio e, mentre le classi subordinate sprofondavano nella miseria, il mondo brulicava di discorsi su “diversità”, “empowerment,” e “non-discriminazione.” L’”emancipazione” è stata identificata con l’ascesa di una élite di donne, minoranze e omosessuali “di talento” (la “classe creativa” celebrata da Richard Florida e dagli altri cantori della rivoluzione digitale) nella gerarchia dei vincenti. «Queste interpretazioni liberal-individualiste del “progresso” gradualmente hanno sostituito le interpretazioni dell’emancipazione più espansive, anti-gerarchiche, egualitarie, sensibili alla classe, anti-capitaliste che erano fiorite negli anni ’60 e ’70».
Ma nemmeno dopo che il Partito Democratico ha scippato la candidatura a Sanders, spianando la strada alla vittoria di Trump, questa sinistra ha aperto gli occhi: continua a cullarsi nel mito secondo cui avrebbe perso a causa di un “branco di miserabili” (razzisti, misogini, islamofobi e omofobi) aiutati da Vladimir Putin (sulle differenti interpretazioni delle cause della vittoria di Trump, vedi il corposo dossiercurato da Infoaut. Nancy Fraser li invita invece a riconoscere la propria parte di colpa, che è consistita «nel sacrificare la causa della tutela sociale, del benessere materiale, e della dignità della classe lavoratrice a false interpretazioni dell’emancipazione in termini di meritocrazia, diversità, e empowerment».  
Invito inutile: Bascetta e soci sono ben lontani dal recitare un simile mea culpa. Se lo facessero, dovrebbero accettare l’invito di Nancy Fraser a riconoscersi nella campagna contro la globalizzazione capitalista lanciata dal populista/socialista Sanders. Vade retro! Per costoro i discorsi sulla necessità che popoli e territori lottino per riconquistare autonomia e sovranità praticando il “delinking” (ricordate Samir Amin: anche lui fascista?) dal mercato globale, sono eresie “rossobruniste”. Questo perché sono incapaci di distinguere fra mondializzazione dei mercati (che è una caratteristica immanente del capitalismo fin dalle sue origini) e globalizzazione, che è la narrazione legittimante (curioso errore per chi vede solo narrazioni…) su cui si fonda l’egemonia ordoliberista; per cui non riescono nemmeno a vedere la crisi della globalizzazione  —della quale il vicepresidente boliviano Alvaro G. Linera invita a prendere atto in un suo recente articolo mentre Toni Negri ne ha negato l’evidenza in una penosa intervista televisiva. Una cecità che arriva al punto di paragonare (vedi l’ultima parte del pezzo di Bascetta) l’apprezzamento di Sanders nei confronti del ripudio dei trattati internazionali TTIP e TTP da parte di Trump, e quello di Corbyn nei confronti della Brexit, al voto dei crediti di guerra da parte dei partiti socialisti della Prima Internazionale (sic!).   
Che altro aggiungere? Mi aspetto a momenti la loro adesione al manifesto con cui Zuckerberg si candida a leader dell’opposizione liberal a Trump e a punto di riferimento del globalismo dal volto umano (a presidente dell’umanità ha ironizzato qualcuno). Un Impero del Bene hi tech e ordoliberista che non mancherà di piacere alle élite cognitarie. Viste le premesse, potremmo perfino vederli inneggiare all’annunciato ritorno di Tony Blair, che minaccia di sfidare Corbyn per rianimare il New Labour e, perché no, aderire alla campagna promossa da media mainstream, caste politiche ed élite finanziarie contro le fake news veicolate dalla Rete infiltrata dai populisti. Così il politically correct assurgerà definitivamente a neolingua e quelli che, come il sottoscritto, spargono l’aceto della polemica, verranno finalmente messi a tacere.   


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mercoledì 22 febbraio 2017

DALLA PARTE DEI TASSISTI, SENZA SE E SENZA MA

[ 22 febbraio ]

E' tutto un gridare  all'ALLARME! per la mobilitazione dei tassisti e degli ambulanti che ieri, a Roma, hanno spinto la loro rabbia sacrosanta fin sotto la sede del Pd. La nostra solidarietà l'abbiamo già espressa

La ribadiamo ripubblicando un pezzo di Formenti dopo le dure lotte dei tassisti francesi del giugno 2015 —anche in quel caso contro le legge del governo "di sinistra" di (Hollande)-Macron. La ribadiamo denunciando l'ignobile tentativo dei media di regime di sputtanare e isolare la legittima resistenza dei tassisti contro l'uberizzazione. Il pretesto è la presenza ieri di alcuni attivisti di Forza Nuova. 

Un simile tentativo, eravamo nel 2013, l'avevamo già visto in opera contro il Movimento del 9 dicembre (o dei Forconi). Chi ha sale in zucca deve piuttosto rivolgere, non solo solidarietà, ma la massima attenzione agli scoppi di rabbia sociale, come quello dei tassisti appunto, perché sono un'avvisaglia della sollevazione che verrà, che avanza sotto traccia. 

Guai a quegli antagonisti che cadessero nella trappola ideologica del nemico, che si voltassero dall'altra parte col pretesto che tra i rivoltosi ci siano dei neofascisti. Guai a fare spallucce perché alcuni manifestanti usano il tricolore. Questo può certo essere il simulacro dei nazionalisti reazionari, ma se lo abbiamo sollevato nella battaglia democratica del 4 dicembre in difesa della Costituzione è anche perché è l'icona della Repubblica, a simboleggiare la resistenza di un popolo e di una comunità contro la globalizzazione neoliberista.

UBER, TAXI E LOTTA DI CLASSE 

di Carlo Formenti


«Arroganza neocoloniale e odio di classe. Non saprei definire altrimenti il contenuto dei tweet con cui Courtney Love, vedova del leader dei Nirvana e a sua volta pop star, ha espresso tutta la sua indignazione per essere stata costretta a scendere dall’auto che stava portandola all’aeroporto di Parigi da parte da un gruppo di taxisti che protestavano contro il servizio Uber Pop.

Rivolgendosi al presidente Hollande la signora in questione chiede con tono sprezzante: “È legale per la tua gente attaccare i visitatori? Muovi il culo e vieni in aeroporto”. “La tua gente”: ovvero quei pezzenti di lavoratori francesi che tu, in quanto vassallo degli Stati Uniti (e quindi anche mio), dovresti essere in grado di tenere a bada e bastonare a dovere quando si ribellano a un servizio innovativo made in Usa quale è Uber. E ancora: “È questa la Francia? Mi sento più sicura a Baghdad”. Non c’è dubbio, visto che a Baghdad avrebbe potuto assoldare (lei che può permettersi di pagarli, certo non un comune turista) un manipolo di contractor professionisti pronti a sparare su qualunque pezzente osasse intralciarle la strada.

A citare con soddisfazione i deliri fascistoidi della popstar è il New York Times, che in un altro articolo fa la cronistoria del conflitto fra lo Stato Francese che ha proibito il servizio, i taxisti che definiscono terrorismo economico la politica della società di San Francisco che sta strangolando la loro categoria in tutto il mondo, e i manager di Uber, i quali non mollano l’osso e spingono i loro contractor (migliaia di comuni cittadini che si improvvisano autisti in cambio di pochi euro a corsa, assumendo in prima persona tutti i rischi dell’impresa) a offrire comunque il servizio, lasciando intendere fra le righe che questa mentalità arretrata dei governanti europei dovrà prima o poi arrendersi alle ragioni dell’innovazione tecnologica, del mercato e dei consumatori.


Rincara la dose il “Corriere della Sera” in un articolo del 26 giugno di Stefano Montefiori (“Blocchi e aggressioni. La guerra a UberPop sulle strade della Francia”) nel quale, oltre a rilanciare le dichiarazioni della cantante, si citano anche quelle di contenute in una lettera di Maxime Coulon, noto avvocato parigino che ha collezionato 170.000 like su Facebook scrivendo: “Caro taxi parigino, non posso dirti quanto godo nel vederti sbraitare, piangere, agonizzare davanti al successo dei servizi come Uber. Ti ricordi quando mi chiedevi qual era la mia destinazione prima di decidere se io avessi il diritto di salire sulla tua carrozza?”.

Il succo dell’articolo del Corriere è lo stesso di quello dell’articolo del NYT (basta con gli ostacoli all’innovazione che frena la marcia del mercato), mentre il succo dell’intervento del nostro nobile avvocato è lo stesso di quello della pop star: come vi permettete voi pezzenti di non obbedire a ogni nostro cenno, mentre dovreste servirci senza protestare? Lotta di classe appunto, come spiega molto bene Biju Mathew nel suo libro “Taxi!” sulle lotte dei taxisti di New York: lotta di classe fra chi è costretto a sgobbare ore e ore sulla strada per sbarcare il lunario e i membri di una classe media (medio alta nel caso della Love e di Coulon) che vorrebbero poterli trattare come schiavi. E lotta di classe fra lavoratori messi con le spalle al muro dalle politiche degli “innovatori” e crumiri che la fame induce a vendersi per quattro soldi».

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OLIO DI RICINO

[ 22 febbraio ]

Pasquinelli ha dato, nel suo recente articolo MARINE LE PEN: ORDOLIBERISMO O KEYNESISMO?, un giudizio negativo del programma elettorale del Front National, e lo ha fatto mettendo in risalto le differenze con quello per le presidenziali del 2012.


Un lavoro di analisi che (almeno così a noi risulta) nessuno ha fatto, visto che sia i detrattori che i sostenitori della Le Pen si sono limitati a giustificare le loro simpatie, come dire, "a prescindere".

La cosa non è stata presa bene dai filo-lepenisti, che si annoverano anche tra i nostri lettori. Alcuni di essi ce lo han fatto presente nei loro commenti. Ad esempio questi:
- «e quindi? meglio fillon o macron? non credo proprio ...»
- «Bisogna sempre fare attenzione alle finalità e ai modi con cui si scrivono articoli come questo perché poi non ci si può che aspettare giustamente qualcuno che domanda: "e quindi?..."»
- «Il vecchio difetto dei comunisti: la rigidità, l'incapacità di abbandonare i vecchi schemi, la mancanza di fantasia e quando serve di spregiudicatezza.
Decisamente la sinistra è una esperienza chiusa della storia e questo articolo ne è la dimostrazione».
Uno in particolare merita attenzione:
«Mi sembra che qui si continui a soffrire di una grave forma di sinistronzaggine. E' una brutta malattia che wikipedia consiglia di curare con "robuste dosi di olio di ricino".
Possibile che ancora si continui a cazzeggiare su questo forum?!
Volete capire una buona volta che bisogna prendere la Bastiglia e se a farlo è la Le Pen, ben venga la Le Pen.
Il mondo va cambiato e per farlo bisogna mettersi in movimento. Chiunque va bene basta iniziare, dopo si raddrizzerà il tiro, si faranno dei correttivi, ma prima ribaltiamo il tavolo, facciamo questa benedetta rivoluzione.Viva chi combatte ora e subito per il proprio paese, per il proprio popolo! Invece di fare le pulci a chi prova a fare qualcosa cercate anche voi di mettervi in marcia, bisogna destabilizzare l'ambiente, bisogna cambiare musica, basta fare i sinistri che puzzano tanto di Vendola e Pd. Svegliatevi bambini! C'è da fare la rivoluzione prima di colazione!»
Al netto della scadenza, qual è il succo? Che se diciamo che l'oligarchia mondialista ed eurocratica è il nemico principale (e lo è), tutto fa brodo, e chiunque andrebbe dunque sostenuto nella sua ascesa al potere, a prescindere da chi esso sia, da ciò che esso dica e voglia, da quali reali interessi faccia. Ci viene in mente l'aforisma di Deng Xiaoping "Non importa se un gatto è bianco o nero, finché cattura i topi".

Una massima di apparente buon senso. Tutto sta a capire cosa si intenda per "cattura del topo". La modernizzazione della Cina, rispondeva Deng negli anni '70. Poi abbiamo visto che questa "modernizzazione" si è palesata come una devastante restaurazione del capitalismo. Deng era quello che negli anni '50 del secolo scorso si annoverava tra i più ferventi filo-sovietici nel Partito comunista cinese e che Maozedong ridicolizzava dicendo che per per quelli come Deng "anche le scoregge dei russi profumano". Ecco, vanno in giro alcuni tipi per cui anche le scoregge della Le Pen profumano. Invece non è così.

Il nostro lettore scrive: siccome "bisogna prendere la Bastiglia" è sbagliato "fare le pulci" a chi la va a prendere. Domanda: il Front National vuole davvero espugnare la Bastiglia? Vuole davvero fare la "benedetta rivoluzione"? Io non lo credo. No, se per rivoluzione intendiamo non solo mettere nella stanza dei bottoni oggi presidiata dai servi dell'oligarchia neoliberista qualcun altro ma, appunto, uscire dal sistema economico-sociale presente. L'analisi del programma di chi pretende di dare l'assalto alla Bastiglia serve appunto a capire se il mutamento sarà cosmetico oppure consisterà in quelle profonde trasformazioni sociali di cui c'è bisogno. Abbiamo tentato di dimostrare che, pur di vincere, il Front National non ha solo edulcorato il suo programma di governo per renderlo digeribile a chi comanda davvero (la grande borghesia e l'alta finanza), abbiamo tentato di dimostrare che al neoliberismo mondialista la Le Pen oppone un programma nazional-liberista

Sbagliamo il giudizio? Ce lo si dimostri! Invece i nostri critici che fanno? Copiano la tecnica discorsiva interdittiva del clero neoliberista: mentre questo per delegittimare i propri nemici gli lancia addosso l'anatema "populista uguale fascista", essi bollano chiunque usi il cervello come un "sinistronzo" "... che puzza come Vendola" e andrebbe curato "con robuste dosi di olio di ricino". 

Linguaggio e concetti fascisti che mentre fanno il gioco dei poteri neoliberisti, non prendiamo affatto sotto gamba, che ci inducono anzi a tenere alta la guardia, visto che in un futuro non molto lontano, quando l'ordine di cose presenti imploderà, lo scontro che deciderà sul lungo periodo le sorti del nostro Paese, sarà non più coi corifei del mondialismo neoliberista ma, appunto, con le nuove forme di fascismo di cui è già gravida mamma liberismo.

NB

Alla domanda: " Si, vabbé, ma se foste in Francia, preferireste Macron o Fillon?". Certo che no. Essendo questi due gli uomini dell'eurocrazia liberista ci auguriamo la loro sconfitta. E se al ballottaggio andasse la Le Pen meglio che vinca la Le Pen. Mettiamola così: l'ascesa al potere di un gollismo corazzato e autoritario sarebbe il male minore. Ma da qui ad entusiasmarsi per la Le Pen, considerarla la risorta Giovanna D'Arco, votarla, ce ne corre. Discuteremo coi nostri compagni francesi quale sarà la posizione tattica più giusta in caso di ballottaggio (molte cose potrebbero accadere di qui al 7 maggio). Quale che sarà la posizione tattica essa dovrà essere giustificata in base alla strategia.








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SINISTRA, EUROPA, SOVRANITÀ. Incontro a Salerno

[ 22 febbraio ]

Giovedì 23 febbraio, alle ore 17, presso il Polo nautico di Salerno in via Lungomare Colombo 132, avrà luogo la conferenza-dibattito sul tema:

Dopo il "gran rifiuto" del 4 Dicembre: che fare? 
Prospettive politiche e questione sociale (Sinistra, Europa, Sovranità)

Introduce Nello De Bellis (MLP-P101), intervengono Moreno Pasquinelli (Movimento di Liberazione Popolare-Programma 101), Mimmo Porcaro, Politologo, Alfonso Natella (Comitato per la giustizia e la  dignità del lavoro). Coordina Michele Schiavino, conclude Fabrizio Campanile.


«Abbiamo ritenuto di organizzare questa tavola rotonda,che si avvale tra gli altri  di uno studioso di alto profilo intellettuale e politico come Mimmo Porcaro-hanno dichiarato gli organizzatori-per conferire continuità e slancio allo straordinario risultato del referendum costituzionale del 4 Dicembre e alle battaglie che nel Paese e nel contesto locale hanno sostanziato le ragioni sociali del No, dalla difesa della Costituzione ai diritti della democrazia e del lavoro.La bocciatura del tentativo di modifica della Costituzione promossa dal Governo Renzi è stata la vittoria del popolo italiano contro le oligarchie interne ed esterne che premevano per l'esito opposto ed apre a nuove possibilità di cambiamento e ad una richiesta di alternativa che con i 19,4 milioni di voti espressi sarebbe grave lasciar cadere.L'analisi del voto conferma che (come per la Brexit) si è trattato di un voto di classe che ha stravinto nelle fabbriche,tra i disoccupati,nelle fasce più impoverite del lavoro autonomo e tra i giovani con altissime percentuali soprattutto nel Sud ed in particolare in Campania col 68,5% dei voti.  Tra le componenti del No spicca quella per la riconquista della sovranità,il che nel concreto della situazione italiana vuol dire innanzi tutto rottura con l'Unione Europea mediante una riappropriazione  della sovranità politica ed economica come premessa per una nuova sovranità popolare e democratica. L'Europa che  i vertici dell'Unione si apprestano a celebrare nel sessantesimo del Trattato di Roma  è l'Europa in cui si è compiuta una completa spoliticizzazione dell'economia e i cui effetti hanno ormai impoverito e prostrato i popoli del continente. Il No ha espresso la consapevolezza del nesso tra regime politico,attacco allo stato sociale e vincolo europeo e dunque non ha solo liquidato il precedente Governo,ma anche respinto il Diktat delle oligarchie euriste.Di qui la necessità di costruire un movimento che parta dalla indissolubilità di questi tre aspetti che hanno nei partiti sistemici e nell'UE coi suoi strumenti ed obblighi,il loro punto di forza. Per tali ragioni riteniamo principalmente nostri interlocutori coloro che,pur partendo da esperienze e percorsi diversi,condividono questi dati politici e programmatici.Il convegno che terremo in questi giorni-hanno concluso gli organizzatori-servirà,a partire dalle analisi e dal bilancio del referendum,ad indicare gli ulteriori sviluppi della battaglia politica ed i suoi nuovi obiettivi,inserendo i problemi sociali,economici ed ambientali (come la lotta in difesa del lavoro operaio)  in un  più ampio  orizzonte politico e ideale e a prospettare nuove soluzioni sul piano programmmatico ed istituzionale".  

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martedì 21 febbraio 2017

«LA NOSTRA SCISSIONE DI DESTRA» di Massimo D'Alema

[  21 febbraio ]

Esprimiamo la nostra solidarietà a tassisti e ambulanti caricati dalla polizia mentre stavano manifestando sotto la sede romana del Partito democratico [vedi foto accanto]. 
I manifestanti considerano il Pd la prima linea del nemico. Non hanno torto..

Il 3 febbraio scorso, davanti ai rumors sulla scissione del PD, con Massimo D'Alema che cianciava contro Matteo Renzi, noi scrivevamo che quella del "baffetto", il bombardatore di Belgrado,  era un'operazione sistemica.

Ma come  —ci han chiesto alcuni lettori— preferite Renzi a D'Alema? 
Ma no! Fosse per noi li manderemmo entrambi in... Siberia. Il fatto è che gli scissionisti pretendono di presentarsi come di sinistra rispetto a Renzi. NON E' VERO!
Al netto di una sporca guerra per bande, se per destra intendiamo chi in modo più organico interpreta gli interessi ed i desiderata dell'oligarchia mondialista ed eurista, la "sinistra" piddina è la vera destra.
Ascoltate quel che diceva il D'Alema, dando lezioni di neoliberismo ad Angelino Alfano...

«Si sono fatte molte più privatizzazioni coi governi di centro-sinistra che con quelli della destra... il paradosso è che siamo stati noi a smontare l'IRI, non la destra che si definisce liberale... privatizzazioni, liberalizzazioni, riforma delle pensioni. NOI ABBIAMO PORTATO LA LIRA NELL'EURO, con la sinistra nel governo, NOI ABBIAMO COMPRESSO LA SPESA PUBBLICA... Il debito pubblico quando andò al governo Ciampi [aprile 1993] era oltre il 120% del Pil, progressivamente, alla fine del decennio è sceso al 109%, noi abbiamo avviato una progressiva riduzione del debito, e la spesa pubblica globale alla fine del decennio era al 46% del Pil, oggi sta al 53%. E' un dato paradossale perché la destra in tutta Europa riduce la dimensione del pubblico...»


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LA ROBOTAX È UNA SCIOCCHEZZA di Emiliano Brancaccio

[ 21 febbraio ]

Sky TG24 Economia, 20 febbraio 2017


Bill Gates propone di tassare la produzione e l’uso dei robot per finanziare un fondo di tutela dei lavoratori licenziati a causa dell’automazione. Si tratta di una proposta sbagliata, un “luddismo da miliardari” di cui non si sentiva la mancanza, dice Brancaccio. 
Noi aggiungiamo: un'idea coerentemente neoliberista: il lavoro ad un minoranza, al resto un "reddito della gleba", cosmeticamente chiamato di "cittadinanza".
Il problema della disoccupazione tecnologica è reale e richiede soluzioni progressiste, sosotiene Brancaccio, soluzioni più razionali e più generali. Spunti utili, in questo senso, possono ancora scaturire dalle proposte di Keynes di ridurre l’orario di lavoro e di creare domanda e produzione di nuovi beni e servizi, pubblici e privati, per riassorbire i lavoratori espulsi dai processi produttivi. 

Ne discutono Alessandro Plateroti (Il Sole 24 Ore) ed Emiliano Brancaccio (Università del Sannio).


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lunedì 20 febbraio 2017

SCISSIONE PD: IL CONVITATO DI PIETRA

[ 20 febbraio ]

1. La scissione del Pd è ormai cosa di ieri. Fatta senza squilli di tromba, senza chiarezza e senza contenuti, ma fatta. A differenza di altri non abbiamo mai dubitato che l'evento si sarebbe alla fine compiuto. Le ragioni di questa "scissione fredda", senza passioni e senza ideali, le abbiamo già esaminate nei giorni scorsi (leggi QUI, QUI e QUI). A quanto già detto, aggiungiamo solo una cosa, banale quanto essenziale: dirigere un partito con il primario obiettivo di rottamarne una parte è di per se rischioso. Se poi si perde la battaglia simbolica decisiva, e non si è disposti a fare un passo indietro, le conseguenze sono pressoché inevitabili. La scissione è dunque figlia del referendum e della testardaggine dello sconfitto di quel voto.

2. La folle corsa renziana dunque continua. Prima la corsa delle primarie 2013, poi quella per prendere il posto di Letta, quindi le due corse parallele della controriforma costituzionale e della nuova legge elettorale. Ora, dopo la sberla del 4 dicembre, la nuova corrida chiamata assai impropriamente "congresso". Tutto di fretta, tutto in suo nome. Quel congresso Renzi lo avrebbe vinto a man bassa anche senza scissione, ma adesso diventa proprio un congresso farsa a tutti gli effetti. Non solo perché non ci sarà vera discussione (quella sarebbe stata sotto il minimo sindacale comunque), ma soprattutto perché non ci saranno veri avversari. Renzi lo vincerà, ma sarà la più classica vittoria di Pirro.

3. La minestra riscaldata dell'ulivismo. E' questo il massimo che riescono a proporre gli scissionisti, che in quanto a capacità di riesame storico dell'ultimo quarto di secolo sono inferiori perfino al loro ex segretario. Certo, il vuoto a "sinistra" è talmente grande che basterà poco per raggranellare qualche voto. E poi la crisi pentastellata aiuterà di sicuro. Ma qual è la prospettiva politica? C'è forse una qualche idea di società, oltre alla stantia retorica sui vecchi valori della sinistra? Non sembrerebbe proprio. E c'è qualche idea, quantomeno accennata, su come affrontare il nodo Europa? Se c'è, non ne abbiamo notizia. E quale sarebbe poi la proposta di governo? Ma ovvio, un bel centrosinistra! Dunque di nuovo alleati con il partito di Renzi, ma siccome i voti non basteranno, ecco che si aprirà la strada ad un accordo non solo con gli irrilevanti centristi, ma perfino con i resti della vecchia Forza Italia.

3. Bis. Che il ceto politico sinistrato, a partire da un bel pezzo dell'ex Sel, non veda l'ora di saltare su questo nuovo carrozzone elettorale a trazione ex diessina è cosa ovvia. Vedremo alla fine chi vi salirà subito o tra un po', e chi invece avrà almeno la dignità di starsene fuori. Su questo l'essenziale è stato già scritto QUI: «Resta però il punto principale che bisogna ficcarsi bene in testa. Chi correrà a rafforzare l'impresa dalemiana andrà —che lo sappia o meno— a rafforzare un'operazione favorevole al sistema oligarchico». Detto questo è detto tutto.

4. Il "Paradosso Gentiloni" in ogni caso rimane. Per la prima volta nella storia delle scissioni, abbiamo che un governo totalmente incentrato sul partito che subisce la scissione gode un appoggio maggiore da chi se ne va rispetto a chi resta! Effetti mirabolanti di un politicantismo che ha perso ogni rapporto con i contenuti, ma che non potranno durare troppo a lungo. Non —non sia mai— per un ritrovato senso della decenza, quanto piuttosto per le più elementari esigenze di visibilità e di spazio politico da conquistarsi in vista della prossima campagna elettorale.

5. Il "mistero" della data del voto è nelle mani di Renzi. La nuova corsa del fiorentino non ha come ultima meta il congresso. Quella sarà solo una tappa, poi verranno le elezioni. Già, ma quando? Premesso che giugno o settembre poco cambia, chi scrive pensa che quella di giugno sia la data più probabile. In Italia a settembre non si è mai votato, ed è inutile dire quanto sia immaginabile una campagna elettorale che inizia a Ferragosto. I giornali parlano dell'abbinamento con le elezioni tedesche del 24 settembre, ma questo produrrebbe una stretta post-elettorale quasi ingestibile, con Bruxelles che vuole la Legge di bilancio (e che Legge di bilancio!) entro il 15 ottobre. Ma ci sono ragioni più immediate che spingono Renzi alla scelta di giugno: perché non approfittare di una lunga campagna elettorale che egli inizierà a marzo con il congresso e le primarie del Pd? Perché dare più tempo all'organizzazione delle forze scissioniste? E perché darlo alle altre forze politiche, oggi tutte in difficoltà per i più diversi motivi? E' vero, l'ex segretario del Pd adesso non sembra avere fretta, ma pensate che sia difficile congegnare una qualche trappola parlamentare, ad esempio un voto di fiducia invotabile dagli scissionisti, per arrivare allo scioglimento delle camere dandone la responsabilità a Bersani e soci?

Fin qui abbiamo cercato di fissare le questioni più immediate, ma nelle discussioni di questi giorni c'è un convitato di pietra che nessuno ha osato nominare: l'Unione Europea, la sua crisi, le scelte dell'Italia rispetto alla stretta che si annuncia.

E' un silenzio incredibile di una classe politica irresponsabile. Che è poi quella classe politica che, proprio con i governi del centrosinistra (incluse le sue propaggini di sinistra), ha portato il Paese nella gabbia dell'euro, quella che sta lentamente uccidendo l'economia italiana.

Inutile lamentarsi del dramma sociale in atto, della disoccupazione, della precarietà e della povertà senza vederne le cause. Peggio: offensivo ed intollerabile che se ne parli soltanto in maniera retorica, solo in vista delle elezioni, senza peraltro dire un'acca sul da farsi.

In ogni caso, almeno dal punto di vista elettorale, la linea di Renzi è chiara. Egli vuol fare del Pd una sorta di diga "antipopulista", attraendo verso di se tutte le forze conservatrici, ed ottenendo così un rinnovato appoggio dall'élite dominante. In mancanza di alternative è un disegno che ha una sua forza nell'immediato. Che ce l'abbia anche nel medio periodo non lo pensiamo affatto, ma di certo l'alternativa non potrà venire dai tardo-ulivisti di questa scissione fredda né da chi si aggregherà al loro carro.

PS - Alcuni nostri amici ci chiedono quale interesse avrebbe Renzi a correre velocemente verso le urne, visti i consensi in calo ed una scissione da digerire. E' presto detto: Renzi sa bene che il 40% è un miraggio, ma sa anche che tra un anno sarebbe peggio, dato che sotto la legge di bilancio 2018 qualcuno la firma la dovrà pur mettere. Meglio allora, dal suo punto di vista, una campagna elettorale alla svelta, nella quale porsi populisticamente come unico alfiere della lotta al... populismo. Un compito che sarebbe ben più difficile da svolgere dopo aver accettato un nuovo ciclo di austerità.

PPS - Qualcun altro ci chiede invece se prima non si vorrà mandare in porto una legge elettorale ancor più maggioritaria. Personalmente, direi proprio che non ce ne sono le condizioni. Se il parlamento è stato paralizzato fino ad oggi, come pensare che le cose si muovano dopo la spaccatura del Pd? Al massimo ci sarà qualche aggiustamento, di quelli che si possono varare in una settimana.

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NO UBER! SOLIDARIETÀ COI TASSISTI!

Sciopero dei tassisti a Berlino
[ 20 febbraio ]

Il Partito democratico si scinde e si scorda la "vocazione maggioritaria" ma il governo del Pd (Gentiloni) conferma la sua sfrontata VOCAZIONE LIBERISTA. L'ha confermata col cosiddetto "decreto mille proroghe", anzi con il trucchetto di un emendamento inserito all'ultimo istante pochi giorni fa.

La norma —a firma di Lanzillotta e Cociancich— infatti, rinvia a fine anno il termine entro il quale il ministero delle Infrastrutture dovrebbe emanare un provvedimento che impedisca "l'esercizio abusivo dei taxi e quelle di noleggio con conducente", compreso dunque Uber, mentre si elimina la "territorialità" delle auto Ncc, quelle da "noleggio con conducente" che potranno, così, operare liberamente.

Contro questa norma, che preannuncia la totale liberalizzazione del servizio taxi, i tassisti sono da giorni in sciopero. Percentuali di adesioni massicce. Si registrano azioni contro i crumiri, ed anche contro gli abusivi che utilizzano la piattaforma Uber.

Ci occupavamo dell'infernale meccanismo Uber esattamente l'anno scorso, in occasione della protesta dei tassisti parigini, che han fatto da battistrada ad una lotta che è diventata oramai continentale.

La stampa, i media di regime sono tutti schierati contro i tassisti e la loro battaglia sacrosanta. Da anni è tutto un encomio di questi meccanismi di competizione selvaggia —nomi rigorosamente americani: ride sharing, car sharing, carpooling, uberpop. Uber è infatti un meccanismo che non solo mette col culo per terra i tassisti con licenza, ma spinge ad una concorrenza spietata coloro stessi che usano la piattaforma. "A tutto vantaggio dei consumatori" sostiene la propaganda, ovviamente a spese di chi lavora. In verità il maggior guadagno è ovviamente quello della multinazionale Uber che stacca un corposo pizzo ad ogni poveraccio che per tirare a campare mette a disposizione le sue energie ed il suo tempo di vita e la sua vettura per i ...consumatori.
Parigi

Come si legge nel sito Uber, non si tratta solo di una piattaforma elettronica, né solo di un sistema di trasporto. Dietro c'è appunto un'ideologia, la visione del mondo liberista per cui le cieche leggi del mercato, la concorrenza selvaggia, obbligano i lavoratori a vendere al prezzo più basso la loro forza-lavoro, il loro tempo di vita. Per essere più precisi, non c'è alcuna legge, alcuna regola, se non quella, ferrea, dell'algoritmo utilizzato da Uber.

I media di regime, allo scopo di isolare i tassisti in lotta, bollano la loro resistenza come "corporativa", come un rifiuto antidiluviano della modernità e delle magnifiche sorti e progressive della globalizzazione.

Quanta strumentale ideologia in questa accuse.

Occorre avere il coraggio di respingere la "modernità" se essa porta con se  un peggioramento delle condizioni di chi lavora ed una sostanziale abolizione dei loro diritti.

Occorre non esitare a difendere anche i "privilegi" di questa o quella categoria di lavoratori autonomi se l'attacco viene da multinazionali che per assicurare guadagni stellari di un pugno di capitalisti senza-patria e senza scrupoli, gettano sul lastrico una categoria per rimpiazzarla con nuovi schiavi senza diritti e pronti a vendersi per quattro soldi.








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domenica 19 febbraio 2017

NULLA DI VERAMENTE RILEVANTE... di Luciano Barra Caracciolo

[ 20 febbraio ]

1. Tra le grandi questioni sulle quali trepidano, in questi giorni, telegiornali, radiogiornali e giornaloni, non v'è nulla di veramente rilevante.

Non è rilevante che i partiti europeisti siano 5, 6, 7 o 8 (magari differenziando l'offerta, medianti scissioni, riescono ad allargare il "bacino di utenza"). 
Tanto si alleeranno comunque tra di loro. 
Anche se qualcuno di questi dovesse rimanere fuori dall'alleanza perché non si vuole... alleare o perché, magari, gli altri, messi tutti insieme, non hanno bisogno di spartire il potere e i suoi vantaggi anche con questo. Ognuno poi, si sa, ha un suo "altroeuropeismo", come operazione di marketing elettorale (privo di qualsiasi effetto concreto) e lo sfrutta come se fosse il brevetto su un prodotto offerto sul mercato elettorale.

2. Quindi non è rilevante se si voterà con un tipo di legge elettorale o l'altra: ci sarà sempre, preventivamente o, più probabilmente, dopo le elezioni, una Große Koalition.
E questa esisterebbe, per una necessità di autoconservazione più o meno già implicita e consapevole, anche se non venisse dichiarata prima delle elezioni.
Chi oggi non ha già fatto autocritica sull'adesione all'euro e sulle politiche del piano inclinato verso la distruzione che esso comporta, sa di poter vincere la gramsciana "conta" (qui,p.3.1.), cioè le elezioni idrauliche orwellianamente mediatizzatema non di poter vincere il "dopo elezioni". 

3. E, quindi, con ogni probabilità, come ogni volta che si deve distruggere in nome dell'€uropa la sovranità e il benessere del popolo italiano, si farà un governo tecnico, infarcito di appelli allo straniero e di "esaltatori acritici degli scambi internazionali" nonché condito di "unità nazional€" e di "r€sponsabilità".

4. Dunque è irrilevante che si faccia passare come svolta "sociale" o addirittura keynesiana la futura concessione di redditi di inclusione o di varie forme di redditi di cittadinanza
Questa misura è comunque obbligata, nell'ottica della stessa necessità di autoconservazione, dalle ulteriori politiche economiche fiscali imposte comunque dall'europeismo, tra solenni investiture di governo tecnico e magari qualche altro nuovo piantarello.
E' irrilevante che ci si opponga o meno a ulteriori privatizzazioni quando sono la logica delle risorse scarse e del debito pubblico come causa della crisi economica italiana a dominare.

5. Ed è persino irrilevante che la "beffa" di un governo tecnico - che si succeda alle elezioni "politiche", dopo un'intera legislatura (o quasi: la differenza è anch'essa irrilevante) di governi supportati da maggioranze elette con una legge elettorale dichiarata incostituzionale-, possa indicare che nessuno può vincere il dopo-elezioni, perché nessuno può più esercitare la sovranità e perseguire gli interessi generali del popolo italiano, indicati dalle norme fondamentali della Costituzione.

E' irrilevante perché la sovranità non esiste più già oggi, per rinuncia (illegittima) già preventivamente compiuta e il dibattito politico è solo un lunare susseguirsi di alibi preventivi, e di false prospettive di concessioni, per nascondere l'asfalto, con cui ricoprire definitivamente il benessere e la democrazia, che continuano a impastare senza alcuna remora o ripensamento.

* Fonte: Orizzonte 48

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SPREAD: CHI C'È DIETRO AL NUOVO ATTACCO ALL'ITALIA di Franco Bartolomei

[ 19 febbraio ]


Volentieri pubblichiamo questa analisi del compagno Bartolomei sui movimenti dello spread. Egli da per scontato che non ci sarà alcuna scissione del Pd, né elezioni anticipate. Noi, come i lettori sanno, siamo di diverso avviso.

Comprendere la realtà in movimento per tracciare il nostro progetto comunitario alternativo all’Europa autocratica della finanza e della tecnocrazia.


Stavolta l’obiettivo di fondo del grande ricatto della salita degli spread è blindare l’ingresso dell’Italia nel nocciolo duro dell’ Euro. Il Sistema finanziario globale e le autorità monetarie hanno rimesso ancora una volta lo spread sui nostri titoli di credito pubblico in pista di lancio, per stringere il quadro di governo e le aree politiche ad esso connesse, su politiche di piena osservanza dei perimetri tracciati dal Fiscal compact, ed evitare che il movimento di contestazione degli assetti finanziari e del modello sociale, reso più forte dal successo del movimento referendario sulla difesa della Costituzione, possa rimettere in discussione gli equilibri del Paese.

Il vero fatto di rottura dell’equilibrio che quindi scatena l’attacco è la convergenza politica che sta maturando nel Paese tra il fronte della difesa della Costituzione, ormai non più confinato solo a sinistra, ed il fronte della contestazione del modello economico finanziario, perché questa saldatura politica produce uno schieramento maggioritario.

Il vero cemento che sostiene il cosiddetto Occidente “capitalista” è ormai solo il sistema finanziario, commerciale e monetario integrato e globale, che trova il suo punto di comunicazione, collegamento ed azione esecutiva, nel sistema comunicante mondiale delle piazze finanziarie. E’ normale che il richiamo all’ordine sistemico venga dalle strutture che costituiscono il centro direzionale dell’intero sistema. 

La speculazione finanziaria frontale e massiccia, su grandi sistemi economici come uno stato di potenza economica medio-grande come l’Italia, al pari di quella che raddoppia uno spread su titoli di stato in poco tempo, avendo una valenza sistemica, non risponde sicuramente a logiche economiche libere o a spinte spontanee. Lo stesso attacco sugli spread è opera di operatori finanziari che muovono capitali di gran lunga superiori a qualsiasi resistenza possibile da parte di una banca centrale di entità medio-grande come la nostra, e di fronte ad un tale impatto la difesa di un bond nazionale sui mercati è un’impresa pressoché impossibile, in assenza di un progetto di difesa del proprio sistema economico nazionale che preveda una alternativa monetaria di emergenza di immediata attivazione.

Ed infatti, come volevasi dimostrare, quasi subito la medicina dello spread ha bloccato la febbre da scissione e da elezioni anticipate, dimostrando ancora una volta come Baffino e il “giovin fiorentino” siano due burattini e come tutto il sistema politico del dopo-Monti sia un teatrino eterodiretto.

La cosa triste e che per giorni a sinistra si è discusso di questo e non si è riflettuto affatto sull’intesa in corso di perfezionamento tra Merkel, Draghi e Gentiloni sull’Europa a due velocità e sull’ipotesi di blindatura dell’Italia nel gruppo di testa dell’EURO. Figuriamoci se un vincolo di tale portata, che implicherà forzature sociali e fiscali notevolissime, avrebbe tollerato un governo debole e provvisorio, preso in mezzo ad un sistema politico che avesse scelto di correre ad elezioni anticipate.

Era prevedibilissimo l’arrivo di un intervento esterno per normalizzare un quadro politico in affanno, soprattutto quando è in gioco la stabilità di un governo che garantisce un sistema intero, e che sta contraendo nuove rilevanti obbligazioni internazionali di natura sistemica.

Ora se ne staranno a cuccia fino a primavera prossima e riempiranno la TV di scemenze su Riforma elettorale e Nuovi “centri-sinistri”. Intanto lavoreranno per creare le condizioni per ricostruire un quadro di governo utile a mettere in sicurezza la scelta odierna sull’ingresso dell’Italia nel cosiddetto nocciolo duro dell’Euro. Con la certezza rinnovata che, se dovesse servire, il manganello ferrato della salita dello spread è sempre pronto alla bisogna.

Di fronte a questo disegno è oggi più che mai necessario leggere correttamente la portata reale dei processi in atto, e contrapporre a questo schema della partecipazione italiana al progetto tedesco del “super euro” come risposta alla crisi della UE, un progetto complessivo alternativo, di superamento della moneta unica e di ri-articolazione dell’Unione Europea attraverso un sistema finanziario collegato in modo flessibile al suo interno, fondato su monete nazionali sovrane, in grado di consentire politiche nazionali antirecessive e socialmente riequilibratrici, all’interno di una Unione che recupererà una natura contrattuale e libera, superando l’assetto autocratico, forzato e verticistico che ha assunto dopo Maastricht e Lisbona.

Noi vogliamo un diverso assetto monetario tra i paesi d’Europa, in cui il debito degli stati possa essere gestito con la flessibilità tipica delle monete sovrane, espressioni naturali di sistemi economico-produttivi omogenei e di realtà istituzionali ed amministrative definite a livello nazionale, governabili anche attraverso una politica dei cambi, e con la possibilità, che un sistema di questo tipo consente, di recuperare un significativo livello di spesa pubblica per interventi anticiclici e antirecessivi. Per questo noi sosteniamo il superamento del sistema euro.

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sabato 18 febbraio 2017

SINISTRA ITALIANA A CONGRESSO: CHE NOIA, CHE BARBA, CHE NOIA...

[ 18 febbraio ]

Stiamo seguendo, in streaming, i lavori del congresso fondativo di Sinistra Italiana (SI) apertosi venerdì e che si sta svolgendo a Rimini. Anzitutto, ci pare doveroso denunciare la vera e propria congiura del silenzio che i media (tutti!), hanno riservato a questo congresso.

Detto questo, non è che questo congresso brilli per idee, proposte, intuizioni. Idem con patate in  quanto ad analisi serie della crisi, della sue cause. Grandi visioni e "discorsi profetici" zero. Tante invece le denunce dello stato di cose presente, delle innumerevoli ingiustizie, delle discriminazioni sociali, della miseria della politica politicante; ma stucchevoli, al limite del banale. Addirittura debordante l'empatia per i deboli e gli esclusi, in stile moralistico Papa Bergoglio. Lessico e toni però in stile inesorabilmente vendoliano.

Un congresso, come dire, stanco, abulico, che si è acceso solo quando la presidenza è stata costretta a richiamare il mal di pancia della platea rispetto a certi convenuti...

Tutti han parlato di un "nuovo inizio", di Sinistra Italiana come architrave per una nuova sinistra politica. Tante le frecciate alla stessa "sinistra" Pd, di critiche all'idea che si debba ricostruire un altro centro-sinistra —qui le contestazioni allo scissionista Arturo Scotto. "Nuovo inizio" (l'ennesimo a sinistra) ma su cosa non si capisce. O meglio, la continuità con il già sentito, detto e fatto supera di gran lunga i segnali timidi di discontinuità. Il dibattito è noioso e da esso poco viene fuori. Occorre andare a leggersi le tesi congressuali e la carrettata di emendamenti proposti dalle diverse "anime" del nuovo partito per capire meglio dove SI va a parare.

Molto singolare (per usare un eufemismo) che nessuno intervento (nessuno) si sia soffermato sulle tesi congressuali che saranno messe ai voti, tantomeno sugli innumerevoli emendamenti, spesso contrastanti. Come se i congressi in corso fossero due, in parallelo, con quello vero, che decide la linea apolitica, che si svolge in camera caritatis, nelle chiuse stanze della commissione politica.

E che ne viene fuori, leggendo le tesi? Che Sinistra Italiana va a raccogliere l'eredità della "migliore" socialdemocrazia, con tanto movimentismo post-moderno, molto sindacalismo sociale, retorica dei diritti LGBT. Sullo sfondo un po' di europeismo cosmopolitico —addirittura patetica la difesa di euro e Ue fatta da Cofferati. Insomma: un riformismo debole che non diventa forte per l'innesto di dosi conclamate di mutualismo proudhoniano. Ultimo ma non meno importante: discorso pro-immigrazione e per l'Italia meticcia come elementi addirittura identitari.

Lo abbiamo già segnalato che c'è tuttavia una parte, in Sinistra italiana a cui ci sentiamo più vicini, quella rappresentata da Stefano Fassina. Al momento non è ancora intervenuto a difendere il suo emendamento, che sembrerà poca cosa, e che invece, se fosse approvato, sposterebbe l'asse stesso di Sinistra Italiana. ma non sarà approvato, potete starne certi.

Per questo vale la pena riportarne il suo cuore:

«La sinistra deve riconoscere l'assenza delle condizioni politiche per riscrivere i Trattati o per "far girare" l'euro in senso favorevole al lavoro, ossia in sintonia con le Costituzioni nate dopo la II Guerra Mondiale. Deve riconoscere il conflitto irriducibile fra i Trattati europei e la Costituzione e riaffermare il primato storico e politico di quest’ultima. Deve riconoscere che il demos europeo non esiste, a parte la upper class, cosmopolita da sempre, promotrice e beneficiaria dell'ordine vigente.
(...)  Il superamento dell’ordine dell’euro è la condizione per rivitalizzare funzioni fondamentali dello Stato nazionale al fine di proteggere il lavoro da ulteriore svalutazione e rianimare la democrazia costituzionale. In sintesi, per rigenerare la sinistra nel XXI Secolo il banco di prova è la capacità di rimettere in discussione, dopo un trentennio di subalternità culturale e politica, "il nesso nazionale-internazionale" (per riprendere il lessico di Antonio Gramsci). Quindi, per noi, vuol dire ripartire dalle città per riconquistare spazi di sovranità democratica in un'Unione europea rifondata attraverso la cooperazione tra Stati nazionali. Solo così si potrà riconciliare il progetto europeo con la Costituzione repubblicana e con il principio della sovranità popolare».

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VI SPIEGO IL MIO NO AL REFERENDUM SULL'EURO di Marco Giannini

[ 18 febbraio ]

Marco Giannini è stato un attivista del Movimento 5 Stelle. L'intervista è stata condotta da Federico Bilotti (Associazione Nazionale Sociologi - Toscana)


D. Giannini la prima cosa che le viene in mente?
R. Inizio con il dire che l’Italia è una Repubblica fondata sulle accise. L’IVA e le accise sono le tasse che alimentano le recessioni ma danno un vantaggio per chi le innalza.


Quale?
Passa inosservato. Padoan passerà di nuovo inosservato.


Parliamo di debito pubblico, siamo stati spendaccioni e ora dobbiamo ripagare il mondo sacrificandoci?
Se lei presta 10 euro a sua figlia può venire un estraneo a chiederne il conto?


Si spieghi…
Se lei prende un Bot da 1000 euro lei sta semplicemente prestando 1000 euro al suo Stato. In tal modo lo Stato ha un debito di 1000 euro. Il debito italiano prima dell’euro era il credito degli italiani. Alto o basso era roba nostra.


Però era alto per la corruzione.
Il debito si è formato per un altro motivo e lo sanno anche i sassi (tra gli addetti ai lavori). Quando lo Stato chiedeva prestiti fino al 1981 (Divorzio B/T) poteva moderare gli interessi che ci pagava sopra, dopo non più. Il tasso di interesse a cui mi riferisco è quello reale (valore nominale meno il valore dell’inflazione) ma lasciamo perdere le puntualizzazioni, basti dire che dal 1981 al 2013 abbiamo pagato 3100 miliardi di euro in questo modo. Lo sa quanto sono 3100 miliardi?


Un tecnicismo finanziario quindi ha indebitato lo Stato?
Certo e chi prestava allo Stato (speculando) erano più che altro le nostre banche private.


Chi fu l’autore?
Ciampi con Andreatta. Questi 3100 miliardi sono stati pagati a colpi di austerità comprimendo i diritti (Treu, Jobs Act), privatizzazioni/svendite anche delle banche (Amato), tagli e tasse. Andreatta ammise che fu fatto per abbattere i salari.
Vede, chi ha messo mano a liberalizzazioni, privatizzazioni, svendite, chi ha operato per ridurre il benessere dei lavoratori si è ritrovato o è stato proposto come Presidente della Repubblica, Presidente del Consiglio, Presidente della BCE ecc. Ciampi appunto, ma anche Amato, Prodi, Draghi, Monti. Alla luce di ciò secondo lei chi comanda in Italia?


Cosa hanno in comune oltre alla folgorante carriera?
Ci hanno portato nell’euro con il rapporto Marco-Lira 990 (Ciampi, Prodi, Draghi in particolare). Con questo rapporto di ingresso hanno distrutto all’istante la nostra competitività di un 30% rispetto alla Germania, nostra principale concorrente. Però a noi interessa vincere a calcio con loro o lamentarci di questioni in realtà secondarie.


Quando fu deciso questo rapporto di ingresso però il Marco era proprio a 990.
Se vede il grafico storico si capisce che dopo anni di “SuperMarco”, in breve tempo, la valuta tedesca si indebolì da circa 1200 a 990. Un vero miracolo “economico” non crede!? Peccato che ciò avvenne per opera del sistema finanziario mondiale che comprò lire vendendo marchi. Non era certo la nostra economia rispetto ai tedeschi ad essersi istantaneamente rafforzata.


Ancora sul debito: adesso però oltre il 30% è in mano estera. Allora lei sbaglia?
Penso abbia già capito. L’Italia ha perso all’istante una enorme fetta di competitività per un tecnicismo e l’italiano trovando convenienti le merci tedesche (o comunque straniere) ha iniziato a importare merci dall’estero. Per acquisire tali quantitativi ha chiesto prestiti molto spesso proprio alle stesse realtà da cui comprava prodotti. Poco importa che in precedenza eravamo meno “qualitativi” avevamo migliori rapporti qualità/prezzo e vincevamo. Prima dell’euro l’Italia era in surplus la Germania al contrario…


Eppure la bilancia commerciale (import/export) è in equilibrio adesso.
Siamo in equilibrio perché importiamo poco. Non è una situazione fisiologica ma patologica. Se importiamo meno è perché i salari sono bassi e la disoccupazione alta. Se avessimo questi valori a un livello meno “disumano” andremmo immediatamente in deficit commerciale nonostante che nel mondo il ciclo sia virtuoso (solo in Sud Europa la crisi è “eterna”). Chi ha un salario, infatti, quando consuma, acquista in parte merci estere. In altre parole teniamo in pari la bilancia attraverso la miseria. Una bilancia commerciale che si rispetti è in pari in un contesto di benessere non di difficoltà. Io abito in Versilia e siamo mediamente fortunati ma è il sistema Italia nel suo complesso ad essere estremamente deficitario.


I media però non aiutano.
La responsabilità è dei giornali in minima parte. Se ci fa caso gli organi di informazione sono finanziati da banche e affini e parlano solo di corruzione, di costi della politica o di problemi sorti nel sistema bancario nazionale (vedasi MPS o Banca Etruria). Così facendo il cittadino pensa che i motivi di una situazione socio economica disastrosa siano quelli di cui tutti parlano al bar mentre le vere ragioni finanziarie sono ignorate e tenute nascoste.
Sono consapevole che negli ultimi 20 anni il PD sia stato il primo riferimento dell’establishment ed il principale responsabile del disastro ma a cosa serve accusarlo se poi non si indica chiaramente quale è la radice del problema? Forse per allearcisi alla prima occasione?


Quindi ha nel mirino la politica nazionale a 360 gradi?
La responsabilità è di chi fa politica se il cittadino è all’oscuro. L’italiano è capace anche di sbalzi ed entusiasmi ammirevoli tuttavia quando resta deluso si disinteressa.


Quindi sta chiedendo più cittadini in Parlamento?
Non sia malizioso… non mi stimoli su questo aspetto.


Le sto semplicemente chiedendo una opinione.
La “grande idea” è aver fatto credere a qualsiasi cittadino di potersi occupare della cosa pubblica senza prima essersi dotato responsabilmente di strumenti conoscitivi adeguati. Basta fargli credere che i problemi sono quelli del bar e che non servono capacità cognitive particolari. In tal modo è manipolabile e, mi si passi il termine, non rompe le palle. Questo soprattutto se gli si fa percepire che chiunque può arrivare a Roma, manco fossimo alle selezioni per un reality show. Ho visto alcune forze politiche accennare ad alcune questioni fondamentali però, purtroppo, chi conosce la comunicazione sa che se si accenna ad una faccenda e poi si abbandona nel calderone del consueto bombardamento di inutili informazioni (dei media) essa viene digerita. Finisce per essere percepita come impossibile. Anche questa dinamica non è per niente casuale.


Parlava dei “nuclei del problema” per quanto riguardava i problemi di cui nessuno parla: quali sono?
L’euro e la “libera circolazione”. Altra questione importante è la separazione delle banche commerciali da quelle di investimento però le vere emergenze sono le due che ho citato. Uscire dall’euro è irrimandabile ma non si può farlo mediante Referendum bensì operando in forma discreta e tramite decreto. La campagna referendaria dura due mesi ed a livello finanziario è una enormità. In questo lasso di tempo, privi dell’unica arma che blocca la speculazione (una Banca Centrale), finiremmo in default. Peraltro siamo entrati in euro senza essere consultati e la vera coerenza è fare altrettanto quando si esce. Qualcuno afferma che sia coerente il contrario ma è chiaro essere anche questo un comportamento manipolatorio, per quanto lecito.


Il Referendum però è democratico no?
Secondo lei nella Caverna di Platone cosa voterebbero? Se proprio si deve far votare il cittadino lo si faccia dopo una decina d’anni che ha ritrovato lavoro, salari adeguati e servizi adeguati. Quando avrà appurato la differenza.
Altra questione di non poco conto è che nel momento in cui ci liberiamo dalle catene della moneta unica dobbiamo uscire temporaneamente (3 anni circa) dalla UE. Questo per evitare la svendita di assets fondamentali a soggetti esteri, come purtroppo avvenne nei primi anni ’90 (vedasi Britannia) quando uscimmo da un altro cambio fisso (lo SME).
Sarebbe folle favorire una emorragia di benessere verso l’estero come succede alle colonie. Chi crede che uscire dalla moneta unica equivalga al Brexit deve studiare parecchio, gli inglesi hanno una Banca Centrale propria...
Molte persone credono di portare avanti queste battaglie e sono in buonissima fede ma la strada prospettata loro non è seria e il reale non è un palcoscenico. Sarebbe volgare considerare l’Italia tale non crede? Molta gente si ammazza e continuerà a farlo.


Cosa pensa dell’Europa?
Inutile dire che Europa, UE e eurozona sono tre realtà distinte, mi auguro di essere letto da persone informate. Alcuni semplici esempi: la Norvegia, la Svizzera e la Russia sono Europa ma non UE, la Danimarca e la Svezia sono UE ma non fanno parte dell’eurozona ecc., ecc. La famosa “Europa senza confini” o il “mondo senza confini” non è altro che la libera circolazione delle merci, dei capitali e delle persone. In termini geopolitici l’”esportazione della democrazia” (global) con le buone o con le cattive (vedasi Ucraina).


Ecco ci spieghi bene il rapporto tra UE e globalizzazione.
La libera circolazione, tradotta, significa che le aziende se ne vanno dove pagano meno i lavoratori e meno tasse (libera circolazione merci), significa che le banche di mezzo mondo possono speculare liberamente (libera circolazione capitali) sulle casse dello Stato cioè sui contribuenti (per poi affermare che le tasse alte sono dovute ai lavoratori troppo tutelati) e significa infine che i clandestini non devono avere barriere (libera circolazione persone) e anche questo è un fattore che crea competizione al ribasso tra stranieri e disoccupati locali, per quanto riguarda diritti e salari.
Nel momento in cui però, proprio per questi meccanismi “global”, i diritti ed i salari crollano, a contrarsi sono i consumi tanto cari a lor signori (establishment). L’establishment quindi cosa fa? Concede fette di benessere ai cittadini? Assolutamente no, cerca invece di espandersi in nuovi “mercati” per intercettare nuovi consumatori (a cui riservare poi lo stesso trattamento). Per farlo tentano di piegare a sé (o addirittura ribaltare) i governi dei paesi da “conquistare”. Putin è il principale obiettivo dell’establishment e la UE a trazione tedesca serve proprio a questo. Ecco perché l’occidente è aggressivo ed altamente ipocrita. Quando parla di “mondo senza confini” e di “esportare la democrazia” si riferisce a questo meccanismo. Trump ha cambiato binario e l’establishment lo sta attaccando per ogni passo falso.


I media però indicano Trump come il pericolo per la Democrazia.
L’Italia mediaticamente è una bolla mi spiegate come si fa a credere che all’establishment interessi la democrazia?
Ci si informi su chi ha causato le rivolte in Tunisia, Libia, Egitto, Ucraina, Sudan, Siria, su quali Presidenti occidentali hanno spinto l’acceleratore sulla vendita di armi nel terzo mondo, su chi finanzia Boko Haram, Al Nusra (Al Qaida) e l’Isis e tornando in ambito economico cercate cosa diceva Attalì, considerato uno dei padri della UE, quando credeva che la moneta unica ormai fosse irreversibile (cercate “Attalì” e “plebaglia” su google).
Chi parla avrebbe votato il Democratico Sanders ma è indubbio che Trump sia meglio dei vari Obama, Clinton e Bush, ed è stato eletto democraticamente (la Commissione Europea ad esempio non si elegge).


La sua idea di Europa non mi pare simile all’attuale.
Europa significa per caso costringere centinaia di milioni di europei al “Gigantismo”? Lo sanno tutti che non ci sono le condizioni per fondere gli Stati europei se non costringendoli. Come ammesso da Monti l’unica maniera per costringere i paesi a questa scelta è renderli come la Grecia (lui definì il paese ellenico il più grande successo dell’euro) cioè portandoli in miseria. Una vera Comunità (Europea) non ha bisogno della delegittimazione degli Stati Sociali altrimenti è in malafede.
L’Europa deve essere una Comunità di realtà sorelle. Per raggiungere i migliori traguardi c'è bisogno che gli Stati collaborino ma sa su quali temi? Su quelli culturali, antropologici, accademici, di ricerca ambientale, di rinnovamento energetico e invece pensano alle monete uniche, alle privatizzazioni, alle speculazioni, agli eserciti ed alle polizie uniche.
Significa che non è l’Europa che ci descrivono ma che tale termine è funzionale a nascondere grossi interessi. Mi pare ovvio.  


Ci sono forze politiche che si oppongono a questo sistema?
Contano i fatti. Le scelte. Con le dichiarazioni siamo bravi tutti ma se poi ci si comporta come i precedenti significa aver semplicemente portato con sé la protesta per poi disinnescarla con la speranza allettante ma vana di un posto al sole in politica.


Mi permette una domanda?
Ho già capito.


Lei è stato attivista per il Movimento 5 Stelle per anni (fino al caso ALDE) ed è stato anche alla Camera a presentare il suo saggio di economia: ci dica qualcosa sulla Raggi.
Lei conosce cosa avviene sul territorio? Non intendo a Roma, in tutta Italia.


Forse?
Allora si è già risposto da solo.


Non si sbilancia?
Ponga che in un mondo virtuale, dopo anni in cui si era respirata aria di rinnovamento, guardi caso con l’approssimarsi delle elezioni politiche, una qualsiasi forza politica sfondi di gran lunga il record di verticismi, favoritismi, cordate, “guerre” tra bande, imboscate, equilibrismi, promesse, pressioni ecc. Ecco io vorrei che, in questo mondo virtuale, questo fenomeno fosse studiato all’Università.


Parla del Movimento 5 Stelle?
Non necessariamente. Parlo di chi ha fatto il record in un mondo virtuale. Siano i cittadini di questo mondo virtuale a capire, frequentando chi vogliono. Di certo dove ciò avviene la qualità va a farsi benedire e vengono, è proprio il caso di dirlo, piazzati profili inadatti, di norma anziani di partito.


Ma la Raggi mi scusi?
Sì la Raggi. Credo che Virginia Raggi ci abbia provato a fare il Sindaco. Voleva colmare un deficit di qualità scegliendo persone anche esterne al Movimento. Una strategia opportuna, stringente ma non gliel’hanno perdonata. Fosse stata manipolabile adesso se la passava meglio ma Roma era in mano a degli incompetenti. Virginia Raggi non se ne dolga, evidentemente è una ragazza di intelligenza sopraffina e i profili come lei, invidiati, fanno quella fine lì.


Vuole dire che non ha sbagliato nulla? Sembra ancora grillino!
Ha sicuramente scelto alcune persone sbagliate ma, mi creda, in un ambiente in cui non ti puoi fidare di nessuno alla fine tutti sbagliamo. Quando sbagli la prima volta poi gli errori si moltiplicano, è un fenomeno naturale studiato nelle Università. La materia grigia però non va molto di moda. La mia idea è che il Sindaco di Roma non abbia fatto in tempo a metter piede in Campidoglio che già i colleghi di partito, che aveva sconfitto internamente, hanno reso l’aria irrespirabile. E’ verissimo che i giornali si son dati da fare in un modo vergognoso contro la Raggi ma perché, zitti zitti (e su mandato politico), hanno capito che il Movimento 5 Stelle ha alcuni difetti allarmanti, ovunque…


Secondo lei resisterà?
Mi auguro vada avanti ma vedo alcuni segnali.


Tipo?
Se riusciranno a scaricare tutte le colpe sulla Raggi, al fine di occultare il verticismo anti meritocratico e l’”incapacità sistemica” del Movimento (manifestazioni emerse con l’approssimarsi delle elezioni politiche) cadrà. La Raggi è stata eletta democraticamente con buona pace dei suoi nemici acerrimi. Sarebbe il caso la lasciassero in pace.


Cosa ne pensa delle votazioni online? E’ davvero Democrazia Diretta?
Non sono un tecnico informatico ma credo che sarebbe necessario che il database con gli iscritti aventi diritto al voto fosse ispezionato regolarmente dalla polizia postale. Altrimenti c’è il concreto rischio di irregolarità. Vorrei invece rimarcare inoltre che c’è una bella differenza tra democrazia diretta e plebiscito ma, come affermato poco fa, chi non si è dotato di certi strumenti ignora. C’è differenza anche tra attivisti e “delegati” eletti da nessuno. Ma di questo gradirei non parlarne ho già parlato anche troppo.


Il prossimo libro?
Chissà.

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