domenica 31 ottobre 2010

Guerra delle valute: cause e conseguenze

[ 31 ottobre 2010 ]

LA FINANZA PREDATORIA

la nuova modalità di guerra globale a stelle e striscie

di Michael Hudson 

“Gli eventi che stanno per manifestarsi proiettano anticipatamente la loro ombra” – Goethe


Cosa succederebbe se impedissimo alle banche americane e ai loro clienti di creare 1.000 miliardi, 10.000 miliardi o addirittura 50.000 miliardi di dollari sulla tastiere dei loro computer per comprare tutte le obbligazioni e le azioni del mondo, oltre a tutte le proprietà terriere e agli altri asset in vendita, nella speranza di realizzare guadagni in conto capitale e intascare gli spread sull’arbitraggio con una leva sul debito di meno dell’1% del costo dell’interesse? E’ questo il gioco a cui si sta giocando oggi.
L’afflusso di credito in dollari nei mercati stranieri perseguendo questa strategia ha fatto salire i prezzi degli asset e delle valute straniere, consentendo agli speculatori di ripagare le propria presenza negli Stati Uniti con dollari più convenienti, tenendosi per sé il passaggio di valuta oltre al margine del tasso di interesse dell’arbitraggio.

La finanza è diventata una nuova modalità di guerra – senza l’aggravio delle spese militari e l’occupazione forzata di un altro paese. E’ una sfida nella creazione del credito per comprare proprietà immobiliari e risorse naturali in tutto il mondo, infrastrutture e la proprietà di obbligazioni e azioni aziendali. Chi ha bisogno di un esercito quando si può ottenere la ricchezza monetaria e l’appropriazione di beni semplicemente con strumenti finanziari? La vittoria si può prevedere che andrà all’economia il cui sistema bancario potrà creare la maggior parte del credito, utilizzando un esercito di tastiere di computer per appropriarsi delle risorse del mondo.

L’ostacolo principale di fronte a questa Lebensraum finanziaria è che essa richiede che le banche centrali delle economie prese di miro accettino il credito elettronico in dollari in via di deprezzamento come mezzo di pagamento per gli asset nazionali. I funzionari americani demonizzano i paesi che subiscono di questi afflussi di dollari come aggressivi “manipolatori di valuta”, per quella che il Segretario al Tesoro Tim Geithner definisce “una mancata rivalutazione competitiva, nella quale i paesi bloccano l’aumento di valore delle loro valute”. Oscar Wilde si sarebbe dovuto impegnare molto per trovare un termine più contorto per quei paesi che si proteggono dai predatori che cercano di far aumentare le loro valute per guadagnare enormi fortune. “Mancata rivalutazione competitiva“ suona come “mancato suicidio cospiratorio”. Questi paesi stanno semplicemente cercando di proteggere le proprie valute dagli arbitraggisti e dagli speculatori che stanno inondando i loro mercati finanziari di dollari, sballottando le loro valute per ricavare miliardi di dollari dalle loro banche centrali.

Queste banche centrali sono state costrette a scegliere se permettere passivamente che questi afflussi spingano verso l’alto i loro tassi di cambio – in tal modo non riuscendo più ad esportare nei mercati stranieri a causa dei prezzi troppo alti – o riciclando questi afflussi in Buoni del Tesoro americano che hanno come rendimento un 1% con un valore di scambio in discesa (le obbligazioni a lungo termine rischiano una diminuzione del prezzo se i tassi di interesse degli Stati Uniti dovessero aumentare).

L’eufemismo utilizzato per inondare le economie di credito è l’alleggerimento quantitativo, il cosiddetto “quantitative easing”. La Federal Reserve sta pompando un’ondata di liquidità e di riserve nel sistema finanziario per ridurre i tassi di interesse, apparentemente per consentire alle banche di “uscire” dall’equity negativo che è risultato dai prestiti deteriorati concessi nel corso della bolla dell’immobiliare. La liquidità si sta riversando sulle economie straniere, aumentando i loro tassi di cambio. Joseph Stiglitz ha recentemente ammesso che anziché aiutare la ripresa globale, l’inondazione di liquidità da parte della Fed e della Banca Centrale Europea sta creando il “caos” nei mercati valutari stranieri. “La cosa ironica è che la Fed sta creando tutta questa liquidità nella speranza che possa far ripartire l’economia americana... invece non sta facendo nulla per l’economia americana, ma sta portando il caos nel resto del mondo”.

Quello che sta ottenendo il quantitative easing americano è spingere al ribasso il dollaro e al rialzo le altre valute, con la piena approvazione degli speculatori monetari che si stanno godendo dei rapidi e facili guadagni. Tuttavia, è per difendere questo sistema che i diplomatici e i lobbisti bancari americani stanno minacciando di mandare il rovina il sistema finanziario internazionale e far cadere il commercio mondiale nell’anarchia se gli altri paesi non sono d’accordo in una riproposizione dell’Accordo del Plaza del 1985 come “una possibile struttura per pianificare una diminuzione controllata del dollaro ed evitare flussi commerciali potenzialmente destabilizzanti”.

L’Accordo del Plaza fece deragliare l’economia del Giappone aumentando il suo tasso di cambio e abbassandone nel contempo i tassi di interesse, con un’inondazione dell’economia che gonfiò una bolla immobiliare. Il direttore del FMI Dominique Strauss-Kahn è stato più realista. “Non sono sicuro che sia il momento giusto per avere un nuovo accordo del Plaza o del Louvre”. “Ora ci troviamo in un periodo diverso”. Ammettendo la necessità dell’”applicazione di un qualche elemento per il controllo dei capitali”, egli ha anche aggiunto che in vista dell’insistenza americana su mercati dei capitali aperti e non protetti, “l’idea che in un mondo globalizzato ci sia una necessità assoluta di lavorare insieme potrebbe perdere forza”.

E’ in discussione il fatto di quanto tempo dovranno soggiacere le nazioni all’eccesso speculativo di dollari. Il mondo è stato costretto a scegliere tra la subordinazione al nazionalismo economico americano o il periodo transitorio dell’anarchia finanziaria. Le nazioni stanno rispondendo cercando di creare un sistema finanziario alternativo, rischiando un periodo di transizione anarchico allo scopo di creare un’economia mondiale più equa.


Rigonfiare la bolla finanziaria anziché svalutare i debiti


Il sistema finanziario globale ha già visto un lungo e inutile esperimento di quantitative easing con il carry trade del Giappone. Dopo lo scoppio della bolla finanziaria nel 1990, la Banca del Giappone ha cercato di permettere alle sue banche di “uscire dall’equity negativo” fornendo loro credito a basso tasso di interessere da poter prestare all’esterno. La recessione giapponese ha lasciato una scarsa domanda nazionale, e quindi le banche hanno sviluppato il carry trade: prestiti a tassi bassi di interesse ad arbitraggisti per acquistare titoli ad alto rendimento. L’Islanda, ad esempio, stava pagando il 15%. Quindi venivano presi a prestito yen per essere convertiti in dollari, euro, corone islandesi e renminbi cinesi per poter poi acquistare obbligazioni governative, obbligazioni private, azioni, opzioni valutarie ed altri intermediazioni finanziarie. Di questi soldi, solamente una piccola parte è stata utilizzata per finanziare la formazione di nuovo capitale. E’ stata una caratterizzazione puramente finanziaria – estrattiva, e non produttiva.

Nel 2006 gli Stati Uniti e l’Europa stavano subendo una bolla finanziaria e immobiliare. E dopo il suo scoppio nel 2008, si comportarono come le banche giapponesi dopo il 1990. Nel tentativo di aiutare le banche americane ad uscire dall’equity negativo, la Federal Reserveavrebbe preso a prestito la propria via d’uscita dal debito”, rigonfiando i prezzi degli asset per il settore immobiliare, le azioni e le obbligazioni in modo da dissuadere i pignoramenti e la conseguente cancellazione del collaterale sui bilanci delle banche.


Il quantitative easing sovvenziona il flusso di capitali americani, facendo aumentare i tassi di cambio delle valute straniere


Il quantitative easing potrebbe non essere stato istituito per sconvolgere il sistema commerciale e finanziario globale o iniziare un circolo di speculazione monetaria, ma si tratta del risultato della decisione presa dalla Fed nel 2008 di impedire che i debiti astronomici fossero insolventi rigonfiando l’immobiliare e i mercati finanziari americani. L’obiettivo è quello di rimuovere l’equity negativo dalla proprietà delle abitazioni, tirando in salvo i bilanci delle banche e risparmiando quindi al governo la concessione di un TARP II, che appare politicamente irrealizzabile considerato l’umore di buona parte degli americani.

L’obiettivo annunciato non si sta concretizzando. Anziché aumentare i loro prestiti all’immobiliare, ai consumatori e alle aziende americane, le banche stanno ancora riducendo la propria esposizione. E’ questo il motivo per cui il livello dei risparmi negli Stati Uniti sta schizzando in alto. Il “risparmio” di cui si ha notizia (dallo zero al 3% del PIL) sta prendendo la forma del pagamento dei debiti contratti in passato, e non la costituzione di fondi liquidi. Come l’accaparramento impedisce alle entrate di essere spese in beni e servizi, allo stesso modo il ripagamento dei debiti riduce le entrate spendibili. Allora perché le banche dovrebbero prestare di più nella situazione in cui un terzo delle abitazioni degli Stati Uniti sono già in equity negativo e l’economia si sta contraendo come risultato di una deflazione del debito?

Bernanke propone di risolvere il problema iniettando altri 1.000 miliardi di dollari di liquidità nel corso del prossimo anno, oltre ai 2.000 miliardi di dollari di nuovo credito che la Federal Reserve ha creato nel biennio 2009-2010. Questo quantitative easing è stato inviato all’estero, principalmente ai paesi del BRIC – Brasile, Russia, India e Cina. “Le ultime ricerche del Fondo Monetario Internazionale hanno mostrato alla fine che l’alleggerimento monetario del G4 si è trasferito in passato quasi del tutto nelle economie emergenti... a partire dal 1995, la posizione della politica monetaria in Asia è stata quasi del tutto determinata dalla posizione monetaria del G4 – vale a dire gli Stati Uniti, l’Eurozona, Giappone e Cina – guidato dalla Fed”. Secondo il FMI, “i prezzi dell’equity in Asia e America Latina in genere aumentano quando una liquidità in eccesso viene trasferita dal G4 alle economie emergenti”. Questo è ciò che ha portato il rialzo del prezzo dell’oro e gli investitori ad abbandonare il dollaro dall’inizio di settembre, suggerendo alle altre nazioni di proteggere le proprie economie.

Il credito speculativo dalle banche americane, giapponesi e britanniche per acquistare obbligazioni, azioni e valuta nei paesi del BRIC e del Terzo Mondo è un’espansione autoalimentante, che spinge al rialzo le loro valute oltre al prezzo dei loro asset. Le loro banche centrali finiscono con questi dollari, il cui valore diminuisce in rapporto alle loro valute nazionali. I funzionari americani sostengono che questo fa tutto parte del mercato libero. “Per risolvere questo problema più ampio non è bello che il mondo... si appoggi sulle spalle degli Stati Uniti”, ha insistito mercoledì il Segretario al Tesoro Tim Geithner, come se l’eccesso di quantitative easing americano e deregolamentazione non fosse per favorire l’eccesso speculativo di dollari.

Quindi gli altri paesi sono costretti a risolvere il problema da soli. Il Giappone sta tenendo basso il proprio tasso di cambio vendendo yen e comprando Buoni del Tesoro americani nonostante il suo carry trade sia in via di annullamento perché gli arbitraggisti restituiscono gli yen che avevano preso a prestito in precedenza per comprare debito sovrano a maggior rendimento ma potenzialmente rischioso da paesi come la Grecia. Queste restituzioni hanno fatto aumentare il tasso di cambio dello yen del 12% nei confronti del dollaro nel corso del 2010, portando il governatore della Banca del Giappone Masaaki Shirakawa a dichiarare martedì 5 ottobre che il Giappone “non aveva altra scelta” se non quella di “spendere 5.000 miliardi di yen (60 miliardi di dollari) per acquistare obbligazioni governative, cambiali aziendali, fondi fiduciari immobiliari e ETF – gli ultimi due rappresentano una novità dalle consuetudini del passato”.

La “sterilizzazione” di afflussi indesiderati è il motivo delle critiche degli Stati Uniti alla Cina. La Cina ha tentato metodi più ortodossi per riciclare la sua eccedenza commerciale, cercando attentamente aziende americane da acquistare. Ma il Congresso alcuni anni fa non aveva permesso che la CNOOC acquisisse la capacità produttiva delle raffinerie di petrolio americane e ci sono ora pressioni sul governo canadese per bloccare il tentativo cinese di acquistare le sue risorse di idrossido di potassio. Un simile protezionismo lascia poche possibilità alla Cina e agli altri paesi se non quella di mantenere stabili le proprie valute acquistando obbligazioni governative americane ed europee.

Il problema per tutti i paesi oggi è che, per come è attualmente strutturato, il sistema finanziario globale ricompensa la speculazione e rende difficile alle banche centrali mantenere la stabilità senza riciclare gli afflussi di dollari provenienti dal governo americano, che gode di un monopolio quasi totale nel fornire riserve alle banche centrali mondiali avendo un deficit nel bilancio e nella bilancia dei pagamenti. Come fatto notare in precedenza, gli arbitraggisti ottengono un duplice guadagno: il margine tra il rendimento di quasi il 12% sulle obbligazioni governative a lungo termine brasiliane e il costo del credito americano (1%), oltre al guadagno risultante sul foreign exchange che deriva dal fatto che la fuga dal dollaro al real ha spinto al rialzo il tasso di cambio del real di circa il 30% - da 2,50 real all’inizio del 2009 a 1,75 real la settimana scorsa. Considerando la possibilità di alzare una leva di 1 milione di dollari sul proprio investimento di equity per acquistare titoli stranieri da 100 milioni di dollari, da gennaio 2009 i profitti sono del 3000%.

Il Brasile è stato più una vittima che un beneficiario di quello che eufemisticamente è stato definito “afflusso di capitali”. L’afflusso di denaro dall’estero ha fatto aumentare il real del 4% in appena un mese (dal 1° settembre all’inizio di ottobre), e la fase preparatoria dello scorso anno ha eroso la competitività delle esportazioni brasiliane. Per impedire l’aumento della valuta, il 4 ottobre il governo ha imposto una tassa del 4% sugli acquisti dall’estero delle proprie obbligazioni. “Non è solamente una guerra monetaria”, ha spiegato il Ministro delle Finanze Guido Mantega. “Tende a diventare una guerra commerciale e questa è la nostra preoccupazione”. Il direttore della banca centrale thailandese Wongwatoo Potirat ha dichiarato che il suo paese stava prendendo in considerazione un’imposta analoga e anche restrizioni valutarie sulle attività commerciali per contrastare l’aumento del baht. Subir Gokarn, vicegovernatore della Reserve Bank indiana, ha annunciato che il suo paese sta anch’esso valutando delle difese contro la “minaccia potenziale” di afflussi di capitale. Simili afflussi non forniscono capitale per investimenti tangibili. Sono rapaci e provocano fluttuazioni nelle valute che scompigliano gli schemi commerciali creando nel contempo enormi profitti per i grandi istituti finanziari e i loro clienti. Eppure la maggior parte delle discussioni considerano la bilancia dei pagamenti e i tassi di cambio come se fossero determinati unicamente dal commercio delle materie prime e dalla “parità del potere d’acquisto”, e non da flussi finanziari e spese militari che in realtà dominano la bilancia dei pagamenti. La realtà è che il l’interregno finanziario odierno – “liberi” mercati anarchici davanti a paesi che rapidamente stanno allestendo le loro difese monetarie – fornisce l’opportunità arbitraggista del secolo. E’ questo su cui stanno facendo pressioni i lobbisti bancari ed ha poco a che vedere con il benessere dei lavoratori nei loro paesi. Il premio speculativo potenzialmente più importante si prevede che sia una rivalutazione del renminbi cinese. La Commissione Finanze e Previdenza sta chiedendo che la Cina aumenti il suo tasso di cambio del 20%, come stanno suggerendo il Tesoro e la Federal Reserve. Una rivalutazione di tale portata consentirebbe agli speculatori di abbattere l’1% di equity – diciamo, 1 milione di dollari per prendere a prestito 99 milioni di dollari – e comprare renminbi cinesi a termine. La rivalutazione che viene chiesta produrrebbe un utile del 2000% equivalente a 20 milioni di dollari trasformando la scommessa di 100 milioni di dollari (e con appena 1 milione di dollari di “denaro serio”) in 120 milioni di dollari. Le banche possono negoziare su margini molto più alti e con una leva pressoché infinita, quasi come sottoscrivere CDO e altri giocattoli derivati.

Questo genere di denaro è stato ottenuto speculando sui titoli brasiliani, indiani e cinesi e su quelli degli altri paesi i cui tassi di cambio sono stati aumentati dalla fuga di crediti in dollari, diminuiti del 7% nei confronti di un paniere di valute dall’inizio di settembre quando la Federal Reserve aveva fatto balenare l’idea di un quantitative easing. Nel corso della settimana che ha portato alle riunioni del FMI a Washington, il bath thailandese e la rupia indiana sono aumentate sospettando che gli Stati Uniti e la Gran Bretagna avrebbero bloccato qualsiasi tentativo da parte dei paesi stranieri di cambiare il sistema finanziario e mettere un freno al dirompente gioco speculativo sulle valute.

Questa fuga di capitali dagli Stati Uniti ha sicuramente aiutato le banche nazionali a ricostruire i propri bilanci, come aveva inteso la Fed. Ma nel processo il sistema finanziario internazionale è stato vittimizzato come danno collaterale. Questo ha suggerito ai funzionari cinesi di opporsi ai tentativi americani di far ricadere sulla Cina la colpa di avere di avere un’eccedenza commerciale ribattendo che l’aggressione finanziaria degli Stati Uniti “ha rischiato di portare una distruzione reciproca nelle due grandi potenze economiche”.


Dal gold standard allo standard della banconota del Tesoro all’anarchia del “libero credito”


Sicuramente, la situazione di stallo tra Stati Uniti e gli altri paesi alle riunioni del FMI a Washigton di questo fine settimana minaccia di provocare la spaccatura più grave dalla Conferenza Monetaria di Londra del 1933. Il sistema finanziario globale minaccia ancora una volta di voler rompere tutto, sconvolgendo il commercio mondiale e i rapporti di investimento – o di prendere una nuova forma che terrà isolati gli Stati Uniti a fronte del loro deficit strutturale a lungo termine sulla bilancia dei pagamenti.

Questa crisi fornisce un’opportunità – per la verità, una necessità – per fare un passo indietro e valutare la longue durée dell’evoluzione finanziaria internazionale per vedere dove ci stanno portando le tendenze del passato e quali percorsi debbano essere ridisegnati. Per molti secoli, prima del 1971, le nazioni saldavano la propria bilancia dei pagamenti in oro o argento. Questo “denaro del mondo”, come Sir James Steuart definiva l’oro nel 1767, formò la base inoltre della valuta nazionale. Fino al 1971 ogni banconota della Federal Reserve degli Stati Uniti era garantita al 25% da oro, valutato 35 dollari l’oncia. I paesi dovevano procurarsi oro con un surplus nelle attività commerciali e nella bilancia dei pagamenti allo scopo di incrementare la loro offerta monetaria per facilitare l’espansione economica generale. E quando andavano in deficit o intraprendevano delle campagne militari, le banche centrali riducevano l’offerta di credito nazionale per aumentare i tassi di interesse e attirare afflussi finanziari dall’estero.

Finché persisteva questa condizione, il sistema finanziario internazionale operava senza grosse difficoltà con “controlli e contrappesi”, sebbene con politiche di “stop & go” [politiche di breve termine mirate a tenere in equilibrio obiettivi spesso contrastanti tra loro, NdT] quando le espansioni delle attività commerciali portavano a deficit commerciali e nella bilancia dei pagamenti. I paesi con simili deficit aumentavano i loro tassi di interesse per attirare capitale straniero, mentre tagliavano le spese governative, aumentavano le imposte sui consumatori e rallentavano l’economia nazionale in modo da ridurre l’acquisto di importazioni.

Ciò che destabilizzò il sistema furono le spese di guerra. Le transazioni belliche che si estesero tra la prima e la seconda guerra mondiale consentirono nel 1950 agli Stati Uniti di accumulare all’incirca l’80% dell’oro monetario del mondo. Questo rese il dollaro un rappresentante virtuale per l’oro. Ma dopo lo scoppio della guerra di Corea, le spese militari all’estero degli Stati Uniti incisero sull’intera bilancia dei pagamenti nel corso degli anni Cinquanta e Sessanta e inizio anni Settanta, mentre il commercio e gli investimenti del settore privato erano perfettamente in equilibrio.

Nell’agosto 1971, le spese belliche in Vietnam e negli altri paesi obbligarono gli Stati Uniti a sospendere la convertibilità del dollaro in oro attraverso con vendite realizzate tramite il London Gold Pool. Ma, soprattutto per inerzia, le banche centrali continuarono a saldare le loro bilance dei pagamenti in titoli del tesoro americano. Dopotutto, non c’era una quantità sufficiente di altri asset per formare la base per le riserve monetarie della banca centrale.

Ma la sostituzione dell’oro – un asset puro – con un debito del Tesoro americano espresso in dollari ha trasformato il sistema finanziario globale, basato ora sul debito e non sugli asset. E dal punto di vista geopolitico, lo standard della banconota del Tesoro ha reso immuni gli Stati Uniti dai tradizionali vincoli finanziari e della bilancia dei pagamenti, consentendo ai suoi mercati dei capitali di diventare sempre più fortemente indebitati e “innovativi”. Ha inoltre consentito al governo degli Stati Uniti di intraprendere campagne politiche e militari all’estero senza doversi preoccupare troppo della bilancia dei pagamenti.

Il problema è che l’offerta di credito in dollari è diventata potenzialmente infinita. “L’eccesso di dollari” è aumentato in proporzione al deficit americano sulla bilancia dei pagamenti. La crescita delle riserve della banca centrale e dei fondi sovrani ha preso la forma del riciclaggio dell’afflusso di dollari in nuovi titoli del Tesoro americano – in tal modo rendendo responsabili le banche centrali (e i contribuenti) stranieri del finanziamento della maggior parte del deficit federale di bilancio degli Stati Uniti. Il fatto che questo deficit sia costituito in larga parte da spese di natura militare – per scopi verso cui la maggior parte degli elettori si opporrebbe – rende questa convenzione particolarmente fastidiosa. Dunque, non c’è da stupirsi che i paesi stranieri stiano cercando un’alternativa.

Contrariamente all’atteggiamento di buona parte dei media pubblici, il saldo negativo sulla bilancia dei pagamenti degli Stati Uniti – e quindi, i saldi attivi sulla bilancia dei pagamenti degli altri paesi – non è principalmente un deficit commerciale. Le spese militari all’estero sono accelerate nonostante la fine della Guerra Fredda con la dissoluzione dell’Unione Sovietica nel 1991. Ancor più importante è stato l’aumento delle fughe di capitali dagli Stati Uniti. Le banche hanno prestato ai governi stranieri, dai paesi del Terzo Mondo ad altri paesi in deficit, per coprire i loro deficit nazionali sulla bilancia dei pagamenti, ai mutuatari privati per acquistare infrastrutture all’estero che venivano privatizzate o per acquistare azioni e obbligazioni straniere, e agli arbitraggisti che prendevano soldi a prestito con un basso tasso di interesse per acquistare titoli ad alto rendimento all’estero.

Il corollario è che i saldi attivi sulla bilancia dei pagamenti degli altri paesi non hanno origine principalmente dai rapporti commerciali ma dalla speculazione finanziaria e da un eccesso delle spese militari degli Stati Uniti. In queste condizioni gli stratagemmi per ottenere rapidamente dei profitti da parte delle banche e dei loro clienti arbitraggisti sta distorcendo i tassi di cambio del commercio internazionale. Il “quantitative easing” americano sta iniziando ad essere percepito come un eufemismo per un attacco finanziario rapace al resto del mondo. Le attività commerciali e la stabilità della valuta fanno parte del “danno collaterale” causato dall’inondazione di liquidità da parte della Federal reserve e del Tesoro per rigonfiare i prezzi degli asset degli Stati Uniti. Di fronte a questo quantitative easing che sta inondando l’economia di riserve per “salvare le banche” da un equity


Il futuro controllo dei capitali


Il sistema finanziario globale è stato smembrato quando i funzionatori monetari americani hanno cambiato le regole che avevano stabilito mezzo secolo fa. Prima che gli Stati Uniti abbandonassero l’oro nel 1971, nessuno si sarebbe sognato che l’economia potesse creare credito illimitato sulla tastiera di un computer e non vedesse precipitare la propria valuta. Ma questo è quello che succede nello standard globale della banconota del Tesoro. I paesi stranieri possono impedire il rialzo delle loro valute nei confronti del dollaro (che mette fuori prezzo le loro esportazioni e la loro manodopera nei mercati stranieri) solamente (1) riciclando gli afflussi di dollari in titoli del Tesoro americano (2) imponendo controlli sui capitali oppure (3) evitando di utilizzare il dollaro o altre valute adoperate dagli speculatori finanziari nelle economie che favoriscono il “quantitative easing”.

La Malaysia ha usato il controllo dei capitali nel corso della crisi asiatica del 1997 per impedire ai venditori allo scoperto di coprire le loro scommesse. Gli speculatori si sono trovati di fronte ad un drastico giro di vite che ha fatto perdere a George Soros un sacco di soldi nel tentativo di incursione. Altri paesi stanno ora valutando come imporre il controllo dei capitali per proteggersi dallo tsunami di credito che sta affluendo nelle loro valute e che sta comprando i loro asset – insieme all’oro e alle altre materie prime che si stanno trasformando in altri strumenti speculativi anziché essere di reale utilizzo produttivo. Il Brasile ha intrapreso un timido passo in questa direzione utilizzando una politica fiscale anziché controlli sui capitali immediati quando la settimana scorsa ha tassato gli acquirenti stranieri che compravano obbligazioni governative.

Se anche altre nazioni dovessero intraprendere questa strada, si invertirà la politica dei mercati dei capitali aperti e non protetti adottata dopo la seconda guerra mondiale. Questa tendenza minaccia di portare al genere di procedura monetaria internazionale che si è vista dagli anni Trenta fino agli anni Cinquanta – vale a dire un duplice tasso di cambio, uno per i movimenti finanziari e un altro per il commercio. E questo probabilmente significherebbe la sostituzione del FMI, della Banca Mondiale e del WTO con un nuovo insieme di istituzioni, isolando le posizioni di Stati Uniti, Regno Unito e dell’Eurozona.

Per difendersi, il FMI ha intenzione di comportarsi come una “banca centrale” creando quella che alla fine degli anni Sessanta veniva definita “carta dorata”– credito artificiale sotto forma di Diritti Speciali di Prelievo (in inglese, Special Drawing Rights). Tuttavia, altri paesi si sono già lamentati del fatto che il controllo delle votazioni rimane dominato dai principali sostenitori della speculazione dell’arbitraggio – Stati Uniti, Gran Bretagna e l’Eurozona. E gli articoli dello statuto del FMI impediscono ai paesi di proteggersi, definendo tutto questo come una “interferenza” con i “mercati dei capitali aperti”. Quindi lo stallo a cui si è arrivati nel fine settimana sembra essere permanente. Una nota ha così riassunto la vicenda: “C’è solo un ostacolo, che è l’accordo tra i membri”, ha detto un frustrato Strauss-Kahn. Aggiungendo: “La lingua non ha alcun effetto”.

Paul Martin, l’ex primo ministro canadese che ha contribuito alla creazione del G20 dopo la crisi finanziaria asiatica del 1997-1998, ha fatto notare che “i poteri forti sono stati perlopiù immuni dal venire tirati in ballo o incolpati”. E in un’intervista rilasciata al Financial Times, Mohamed El-Erian, un ex alto funzionario del FMI e ora amministratore delegato di Pimco, ha dichiarato: “Avete un tubo nel muro che perde e l’acqua sta uscendo. Dovete riparare il tubo e non coprire solamente le macchie sul muro”.

I paesi del BRIC stanno semplicemente creando il proprio sistema parallelo. A settembre, la Cina ha appoggiato una proposta russa di iniziare le attività commerciali dirette tra lo yuan e il rublo. Un accordo simile è stato sottoscritto con il Brasile. E alla vigilia delle riunioni del FMI a Washington di venerdì 8 ottobre, il premier Wen ha fatto sosta ad Istanbul per raggiungere un accordo con il primo ministro turco Erdogan per utilizzare le proprie valute nazionali per triplicare le attività commerciali Turchia-Cina fino a 50 miliardi di dollari nei prossimi cinque anni, con questo escludendo di fatto il dollaro americano. “Stiamo formando una partnership strategica economica... in tutte le nostre relazioni, abbiamo convenuto ad utilizzare la lira e lo yuan”, ha detto Erdogan.

Andando più in profondità sul piano economico, l’attuale dissesto finanziario globale fa parte del prezzo da pagare per la Federal Reserve e il Tesoro americano che si rifiutano di accettare il primo assioma del sistema bancario: i debiti che non possono essere ripagati, non lo saranno mai. Hanno tentato di “salvare” il sistema bancario dalla svalutazione dei debiti nel 2008 lasciando il peso del debito mentre si rigonfiavano i prezzi degli asset. Di fronte all’onere del ripagamento dei debiti che sta contraendo l’economia americana, l’idea della Fed per aiutare le banche ad “uscire dal loro equity negativo” è quella di fornire delle opportunità alla finanza rapace, portando ad un’indondazione di speculazione finanziaria. Le economie prese di mira dagli speculatori globali stanno comprensibilmente cercando delle alternative. Non sembra che queste possano essere raggiunte attraverso il FMI o altre tribune internazionali con modalità che gli strateghi finanziari americani saranno disposti ad accettare.


NOTE:

[1] Sewell Chan, “Currency Rift With China Exposes Shifting Clout,” The New York Times, October 11, 2010.
[2] Walter Brandimarte, “Fed, ECB throwing world into chaos: Stiglitz,” Reuters, Oct. 5, 2010, reporting on a talk by Prof. Stiglitz at Columbia University, http://www.reuters.com/article/idUSTRE6944M920101005. Dirk Bezemer and Geoffrey Gardiner, “Quantitative Easing is Pushing on a String” (paper prepared for the Boeckler Conference, Berlin, October 29-30, 2010), make clear that “QE provides bank customers, not banks, with loanable funds. Central Banks can supply commercial banks with liquidity that facilitates interbank payments and payments by customers and banks to the government, but what banks lend is their own debt, not that of the central bank. Whether the funds are lent for useful purposes will depend, not on the adequacy of the supply of fund, but on whether the environment is encouraging to real investment.” (p.c., G. Gardiner)
[3] Tom Lauricella, “Dollar's Fall Roils World: As Global Leaders Meet, Strains Rise Among Nations Competing to Save Exports,” Wall Street Journal, October 8, 2010, quoting Edwin Truman, a former U.S. Treasury official now a senior fellow at the Peterson Institute for International Economics.
[4] Alan Beattie, Chris Giles and Michiyo Nakamoto, “Currency war fears dominate IMF talks,” Financial Times, Oct. 9, 2010, and Alex Frangos, “Easy Money Churns Emerging Markets,” Wall Street Journal, Oct. 8, 2010.
[5] Gavyn Davies, “The global implications of QE2,” Financial Times, October 5, 2010.
[6] Alan Beattie, “Global economy: Going head to head,” Financial Times, October 8, 2010.
[7] Megumi Fujikawa and David Wessel, “Central Banks Open Spigot,” Wall Street Journal, October 6, 2010.
[8] Jonathan Wheatley, “Investors calm over Brazil tax rise,” Financial Times, October 6, 2010.
[9] Alan Beattie, Joshua Chaffin and Kevin Brown, “Wen warns against renminbi pressure,” Financial Times, October 7, 2010.
[10] Alan Beattie, “Global economy: Going head to head,” Financial Times, October 8, 2010.
[11] Chris Giles and Alan Beattie, “Leaders pledge cooperation on currencies,” Financial Times, October 9, 2010.
[12] Chris Giles and Alan Beattie, “Global clash over economy,” Financial Times, October 10, 2010.
[13] Alan Beattie and Chris Giles, “IMF meeting dashes hopes for co-operation,” Financial Times, October 10, 2010.
[14] Joe Parkinson, “Turkey, China Shun the Dollar in Conducting Trade,” Wall Street Journal, October 8, 2010.
* Fonte:
Michael Hudson
Fonte: www.globalresearch.cahttp://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=2141512.10.2010

Traduzione a cura di JJULES per www.comedonchisciotte.org

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