sabato 17 novembre 2018

SE LO DICONO ALESINA E GIAVAZZI di Sandokan

[ 17 novembre 2018 ]

L'assassino torna sempre sul luogo del delitto. Nel caso di specie, gli assassini sono due. Parliamo di Alberto Alesina e Francesco Giavazzi, i due araldi italiani del neoliberismo che sul CORRIERE DELLA SERA di oggi, 17 novembre, ritornano all'attacco con un editoriale al contempo spassoso e, non vi sembri paradossale, confortante.

Spassoso perché dopo anni ripetono con la medesima insolenza la tesi che "Il liberismo è di sinistra" — che cioè il liberismo sarebbe a favore di chi sta in basso — mentre un'economia dove lo Stato sia protagonista sarebbe cosa buona solo per la classe sociale che sta in alto.

Vi chiederete perché il loro (ennesimo) intervento sia confortante. 
E' presto detto. Lasciamoli parlare.
«Nel campo dei populisti invece la negazione del liberismo è evidente. In Italia, ad esempio, Lega e Movimento 5 Stelle dimostrano una fiducia sconfinata nella capacità dello Stato di risolvere tutti i problemi, dalla costruzione delle infrastrutture all’offerta di servizi pubblici locali. Al punto di adoperarsi per vanificare le norme esistenti volte a ridurre il numero delle circa 10.000 aziende pubbliche locali; mantenendo in vita aziende pubbliche prive di dipendenti, con un numero di amministratori superiore a quello dei dipendenti e persino quelle che hanno avuto un risultato negativo per quattro dei cinque anni precedenti.
Non preoccupatevi», ha detto Di Maio, «aziende come Eni, Enel, Enav non andranno in mani private. Nel nostro piano di dismissioni sono stati previsti solo immobili e beni di secondaria importanza». Un altro esempio è la decisione di riportare in vita la cassa integrazione, un meccanismo che illude i lavoratori che un’impresa che non ha futuro possa ancora garantire loro un impiego, e nel frattempo fa perdere opportunità. E ancora: un continuo trasferimento di risorse dai giovani agli anziani, attraverso pensioni e debito, senza parlare delle pulsioni sovraniste e del rifiuto della globalizzazione».

In poche righe squadernate le ragioni per cui questo governo sarebbe una sciagura, quindi l'ostilità dell'élite neoliberista ai "populismi di destra e di sinistra".

Confortante quindi perché chi sostiene in modo critico e condizionato questo governo sente di stare dalla parte giusta.

C'è ovviamente molta propaganda ideologica in questa condanna del governo giallo-verde, considerato a torto come un tentativo deliberato di chiudere i ponti con il lungo ciclo del neoliberismo. In verità con le politiche giallo-verdi c'è quella che abbiamo chiamato "inversione di tendenza", non certo un rovesciamento vero, fosse anche di impronta keynesiana.

Tuttavia se spogliamo quanto scrivono Alesina e Giavazzi del suo lato biecamente propagandistico, essi colgono un aspetto del "populismo", che esso, per sua stessa natura contraddittorio e anche confusionario è espressione ed è alimentato da una protesta dei ceti massacrati proprio dal liberismo, che quindi ha nel suo Dna il rifiuto dello stesso.

Le élite dominanti, insomma, temono il populismo, malgrado i leader populisti tentino in ogni modo di tranquillizzarle. Segno di questa consapevolezza, che il populismo ha radici profonde e la cui spinta non si esaurirà anche ove Di Maio e Salvini dovessero fallire, è quanto afferma il direttore de LA STAMPA Maaurizio Molinari.

In un minuto e mezzo una "confortante" pillola di saggezza.







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ILARIA BIFARINI: I COLONI DELL'AUSTERITY

[ 17 novembre 2018 ]



Dalla pagina Facebook di Futuro Collettivo la diretta streaming dell'evento a partire dalle ore 17:00

Della relazione causale tra globalizzazione, rapina imperialistica, libero scambio e flussi migratori ne parlavamo qualche giorno fa — FUGA IN EUROPA.

E' questo il tema del libro dell'economista Ilaria Bifarini, I COLONI DELL'AUSTERITY che verrà presentato oggi a Foligno, presente l'autrice.

Cosa spinge gli attuali flussi migratori di massa provenienti dall'Africa subsahariana? Cosa lega il futuro dell'Europa a quello del Continente Nero? La crisi perenne e la terzomondizzazione dell'Occidente cui stiamo assistendo sono dei processi irreversibili? A queste e altre domande risponde l'autrice, attraverso un'analisi delle politiche economiche neoliberiste che proprio in Africa hanno trovato il loro laboratorio di sperimentazione. Il libro ripercorre la storia economica postcoloniale, passando per la crisi del debito dei paesi del Terzo Mondo, l'omicidio del rivoluzionario africano Thomas Sankara e l'applicazione di politiche orientato al libero scambio, alle liberalizzazioni e alle misure di austerity. Una storia poco conosciuta, legata a doppio filo al futuro dell'Europa e alla progressiva conquista del continente africano da parte della Cina. E' il nuovo colonialismo globale, che per imporre il proprio dominio ha smesso di far leva sul capitale e sul lavoro e usa lo strumento del debito, nel Terzo Mondo come nel Primo. 

Dopo aver analizzato la storia economica dell'Africa neocoloniale e le dinamiche demografiche che porteranno nei prossimi anni a un raddoppio della popolazione del continente, il libro mette a nudo le contraddizioni e i fallimenti del modello neoliberista, più volte riconosciute dalle stesse organizzazioni internazionali che ne sono le principali fautrici. Cambiare rotta e intraprendere un modello di sviluppo più equo e sostenibile non è solo la via per un futuro migliore, ma un'esigenza ormai ineludibile per l'intera umanità.

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venerdì 16 novembre 2018

SE MATTARELLA SI METTESSE DI TRAVERSO

[ 16 novembre 2018 ]

SUL SOLE 24 ORE di oggi Lina Palmierini ci informa [vedi più sotto quanto scrive] che Mattarella potrebbe non firmare la legge di bilancio che sarà approvata dal Parlamento dato che essa violerebbe "gli accordi europei" —leggi le prescrizioni della Commissione.

Col che è evidente che il Presidente della Repubblica, più che garante del rispetto della Costituzione e della sovranità nazionale, è anzitutto guardiano dell'Unione europea. Niente di nuovo sotto il sole...

Come la Palmierini sottolinea diverse sono le controindicazioni ad una scelta che sarebbe gravissima, ma resta che al Quirinale ci stan pensando, visto che lo scontro tra Unione europea e Governo giallo-verde sta diventando un muro contro muro.

Apprendiamo che Salvini avrebbe dichiarato che ove la Commissione decidesse davvero di procedere al sanzionamento "tutto il popolo italiano si ribellerebbe". E' l'annuncio del ricordo alla mobilitazione popolare? Sarebbe ora che ci si preparasse davvero a scendere in piazza. 

In verità il governo sembra procedere in direzione opposta, quella di edulcorare la già timida Legge di bilancio per cercare un "accomodamento" o compromesso con la Commissione.

Si viene infatti a sapere che nella sua lettera di risposta alla Commissione il governo ha preventivato di inserire nella "manovra" dismissioni (leggi privatizzazioni) per circa 18 miliardi di euro. Perché? E' scritto nella lettera:
«Per accelerare la riduzione del rapporto debito/pil e preservarlo dal rischio di eventuali shock macroeconomici, il governo ha deciso di innalzare all'1% del Pil per il 2019 l'obiettivo di privatizzazione del patrimonio pubblico. Gli incassi costituiscono un margine di sicurezza» e consentiranno di raggiungere una discesa del rapporto debito-pil «più marcata e pari a 0,3 punti quest'anno, 1,7 nel 2019, 1,9 nel 2020, 1,4 nel 2021 portando il rapporto dal 131,2%del 2017 al 126,0 del 2021».
Forse è solo una promessa ballerina, un assegno postdatato che si sa già che non sarà coperto. Probabilmente ciò fa parte del gioco del cerino per lasciare alla Ue la responsabilità della rottura. Fatto sta che così si indica di voler star dentro ai parametri ordoliberisti che tanto male han fatto al Paese.

Viene da sé la domanda: non c'è il rischio che questi segnali contrastanti (andiamo dritti, andiamo storti) danno l'impressione di incertezza e confusione così da favorire, invece che la mobilitazione popolare, il suo contrario?

*  *  *

LO STRAPPO CON L’UE

Il dissenso di Mattarella: il sì alla legge di bilancio non è scontato

di 


Niente è scontato sulla legge di bilancio. Al Quirinale evitano commenti ufficiali ma non negano il nervosismo e l'amarezza. E soprattutto il netto dissenso di Sergio Mattarella per la strada che ha voluto intraprendere il Governo andando allo scontro con Bruxelles. E dunque quando a Stoccolma – dove il presidente è stato fino a ieri in visita – i cronisti chiedono se la firma per promulgare la legge di bilancio sia sicura, i consiglieri che lo accompagnano rispondono che nulla è stato deciso e che il sì non è scontato.


Forse la firma si renderà alla fine necessaria per evitare il peggio ma tanti aspetti sono ancora da chiarire. Innanzitutto perché la manovra è agli inizi del suo cammino parlamentare e poi perché le prossime settimane saranno decisive per capire come verrà configurata la bocciatura all’Italia dalla Commissione. E come questa possa influire sul controllo costituzionale che compete al Colle. Il passaggio per il Quirinale è molto stretto. Da una parte infatti vi è piena consapevolezza delle conseguenze di non firmare e rinviare alla Camere perché si rischierebbe l’esercizio provvisorio accentuando i rischi per la stabilità finanziaria. Ma si produrrebbe pure una ferita istituzionale con uno strappo senza precedenti con Governo e Parlamento. Dall’altra parte, però, il capo dello Stato non potrà fare finta di niente di fronte a palesi o “deliberate” violazioni degli accordi europei. Questo è il dilemma di cui Mattarella sin dall’inizio è stato ben consapevole. Non a caso tre settimane fa ha voluto accompagnare il via libera iniziale alla manovra con una lettera di poche righe al premier Conte in cui chiedeva di perseguire un «dialogo costruttivo con l’Europa». E ora che questo dialogo non c’è stato e che quelle che potevano essere le sue sponde politiche – dal premier a Tria e Moavero – non hanno avuto voce in capitolo, si dissolvono anche quei margini di mediazione per convincere i due vicepremier sui pericoli delle scelte appena assunte.

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STIGLITZ: "L'ITALIA PIEGHERÀ LA COMMISSIONE"

[ 16 novembre 2018 ]

Il 7 novembre scorso il premio Nobel Joseph Stiglitz era a Madrid per partecipare ad un incontro organizzato da Mastercard. Ce ne da conto EL PAIS. Nel suo intervento ad ampio raggio uno dei punti centrali è stato lo scontro tra la Commissione europea ed il governo "populista" italiano. Ecco cosa ha affermato...



«Un'altra polemica in entra senza indugi è lo scontro con Bruxelles del nuovo governo italiano sulla Legge di bilancio. Considera la terza economia dell'euro "un vero pericolo per la zona euro, sia a breve che a medio termine". 
Stiglitz ha critiche per tutti. 

Al governo populista di Di Maio e Salvini rimprovera aspettative non realistiche, basate sull'idea sbagliata che la riduzione delle tasse aumenti le entrate. "È un'idea che Reagan ha già usato. Non è successo allora e probabilmente non accadrà ora ", ha sostenuto. Ma l'americano — il cui ultimo libro, L'euro. Come una moneta comune minaccia il futuro dell'Europa, descrive l'euro come un errore frutto di "politici non esperti in economia che volevano creare la propria realtà" — spara bordate anche contro la Commissione europea: "Le sue regole di spesa sono sbagliate. Ci devono essere delle riforme. L'Italia ha ragione su questo "

L'economista non crede che il governo italiano farà marcia indietro come fece quello greco. E come risultato più probabile di questa crisi, immagina uno scenario in cui Roma lancia una sfida alla Commissione europea, costringendola a scegliere tra l'espulsione dell'Italia dall'euro o l'accettazione che vengano calpestate le regole europee.  "Salvini e i suoi scommettono che sarà Bruxelles a fare marcia indietro. E penso che sia una buona scommessa ", ha affermato.

Nella gestione della crisi dell'euro, Stiglitz indica un colpevole principale: la cancelliera tedesca Angela Merkel. "E' stato inconcepibile come sia stata disposta a sacrificare la Grecia per salvare le banche tedesche. Inoltre, ha creato un problema interno. La sua retorica di considerare la Grecia come responsabile della crisi a causa dei suoi sprechi — quando anche paesi come la Spagna, con il suo surplus pubblico, sono caduti in crisi — ha messo in difficoltà i politici tedeschi che avevano una visione più equilibrata ". Così, mentre la più importante leader europea degli ultimi 15 anni annuncia di lasciare la scena, Stiglitz le riconosce solo il coraggio con cui ha affrontato la crisi migratoria: "Ma poi non ha raggiunto neanche i suoi obiettivi. E Stiglitz aggiunge con un sorriso malvagio: "È stata la penitenza per i suoi peccati nella crisi dell'euro ".

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giovedì 15 novembre 2018

ULTIMA CHIAMATA PER LA SINISTRA RADICALE

[ 15 novembre 2018 ]

In un'intervista rilasciata al CORRIERE DELLA SERA di oggi Markus Ferber, tedesco, europarlamentare per la Csu e membro della commissione Affari economici e monetari lo dice senza peli sulla lingua: 
«Un politico non può andare contro lo spread», e aggiunge che ove il governo italiano non rispettasse i diktat della Commissione europea, che sarà costretta a far «scattare la procedura d’infrazione, poiché, ove non lo facesse, Bruxelles perderebbe credibilità». E quindi conclude evocando «l’intervento della troika».

Non potrebbe essere espressa meglio di così la posta in palio tutta politica nel braccio di ferro con l'Unione europea. La posta, lo andiamo dicendo da tempo e lo ripetiamo, non sta in questo o quel decimale dei saldi di bilancio, la posta è chi debba decidere la politica economica in Italia: Roma o Bruxelles? In poche parole se la sovranità spetti ai tecnocrati europei oppure al Parlamento.

Si può anzi si deve criticare la "manovra", si può e si deve contestare questa o quella porcheria del governo, ad esempio il Decreto cosiddetto "della sicurezza", quello che non è consentito è fare finta che questo scontro sia finto o, addirittura, che non ci sia, che non riguardi i cittadini, i giovani ed i lavoratori del nostro Paese.

Questo purtroppo è l'irresponsabile atteggiamento della sinistra radicale tutta, che in base ad un rigetto aprioristico e insensato del principio della sovranità nazionale, sostiene che non farebbe alcuna differenza chi sia il sovrano. Per essere più precisi nel campo della sinistra radicale coesistono, al fondo, due posizioni. La prima, quella europeista, che a Di Maio e Salvini preferisce Moskovici o Juncker, e la seconda per cui... "tanto peggio tanto meglio".

Il divorzio dalle masse popolari, in una parola il suicidio politico definitivo, non riguarda quindi più solo il Pd ed i suoi cespugli, riguarda quindi anche la cosiddetta "sinistra antagonista".

Una resipiscenza sembra oramai da escludere. Di sicuro per questa sinistra è l'ultima chiamata.












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mercoledì 14 novembre 2018

EUROEXIT: GLI SCOGLI DA SUPERARE di R.Lambert e S. Leder

[ 14 novembre 2018 ]



L'uscita dall'euro è solo in parte un problema tecnico, è anzitutto un problema politico. Ce lo spiegano due autori francesi che con questo articolo simulano gli eventuali scenari dell'uscita della Francia e come vincere il braccio di ferro coi mercati. Scenari che non sono molto diversi da quelli che dovrebbe affrontare l'Italia. Proposte e misure d'emergenza che dovranno essere sostenuete da una forte mobilitazione popolare e che vanno nella stessa direzione di quella descritte e auspicate da Programma 101. Tra gli economisti citati nell'articolo c'è Jacques Nikonoff, segretario nazionale di PARDEM (organizzazione sorella di Programma 101).


*  *  *

SE UN GOVERNO VOLESSE DAVVERO CAMBIARE LE COSE…
  di Renaud Lambert e Sylvain  Leder

Lo scenario di un braccio di ferro con i mercati

Dopo un primo articolo che analizzava il controllo della finanza sugli Stati (“L’investitore non vota”, le Monde Diplomatique del luglio 2018), questa seconda puntata si interessa alla maniera di resistervi. 


Nel dicembre 1997, l’allora direttore de Le Monde diplomatique Ignacio Ramonet lanciava l’appello a “disarmare i mercati”. A distanza di quasi ventuno anni, l’antagonismo tra finanza e sovranità popolare non è scomparso, come testimoniano le recenti convulsioni italiane, turche e argentine (1). Al di là delle proposte formulate nel 1997, rimane aperta una questione: come andare avanti? Se si sceglie di non rispondere, ci si espone a due minacce: la sindrome di Edipo e lo spettro di Medusa.


Nella mitologia greca, Edipo incarna un’illusione: quella di poter sfuggire al proprio destino. Quando la Pizia gli annuncia che ucciderà suo padre e sposerà sua madre, l’eroe fugge da Corinto, accelerando in tal modo l’avverarsi della profezia. Da tempo gli economisti di sinistra avvertivano: quando e se il loro campo politico fosse arrivato al potere e avesse preteso di attuare il proprio programma, la “dittatura dei mercati” lo avrebbe messo meccanicamente di fronte alla necessità di uno scontro. Tentare di ignorare questa realtà o spostare la riflessione sulle sue conseguenze – per non allarmare i mercati, per esempio – è l’equivalente contemporaneo della fuga edipica. Accelera la tragedia, come ha evidenziato, nel 2015, l’improvvisa capitolazione della formazione greca Syriza.

C’è un secondo scoglio, simboleggiato da un altro personaggio della mitologia greca: Medusa, che pietrificava chiunque avesse l’audacia di incrociarne lo sguardo. Diverse organizzazioni politiche e associazioni dispiegano preziose analisi per descrivere la Gorgone finanziaria. Ma al momento di immaginare un metodo per sconfiggerla, tutti sembrano colti da imbarazzo. Un recente saggio dell’Associazione per la tassazione delle transazioni finanziarie e per l’azione cittadina (Attac) intitolato Dix ans après la crise, prenons le contrôle de la finance (Dieci anni dopo la crisi, assumiamo il controllo della finanza, Les liens qui libèrent, 2018), che si presenta come un “libro per l’azione”, spiega nei dettagli come la finanza abbia preso in ostaggio il mondo al momento del crollo dei mercati, nel 2008. Ma quando si arriva alla parte dedicata alle azioni da intraprendere per scardinare il sistema, gli autori lasciano cadere lo scalpello per far posto a una sorta di polvere di stelle: “Sogniamo un po’”, propongono, prima di tratteggiare la loro “utopia rea-listica”… in forma passiva: “Il peso degli investitori istituzionali viene ridotto”, “gli hedge funds sono vietati”, “la strategia di breve termine dei mercati finanziari viene abbandonata ”, “viene attuata una ristrutturazione dei debiti nel quadro di una conferenza internazionale sul debito”. Medusa minaccia; Medusa è morta. Chi l’ha uccisa e come? Al lettore non è dato saperlo.

E se Edipo non fuggisse? Se la sinistra osasse fissare il proprio sguardo in quello dell’avversario? Ci si potrebbe rivolgere alla storia per meditare su vittorie ottenute, in passato, contro i mercati; ce ne sono state. Ma il passato, pur fornendo ragioni di speranza, non dà ricette adatte allo stato attuale dei rapporti di forza. Gli investitori sembrano aver moltiplicato per dieci la propria capacità di nuocere a ogni crisi che hanno provocato. E questo, a proposito dei successi di ieri, suscita la domanda: ciò che è stato possibile, continua a esserlo?
 
Il simbolo del Coordinamento internazionale No euro
Un contesto politico ideale

Scegliamo qui un esercizio di immaginazione, che permette di isolare le variabili per concentrare il ragionamento sul conflitto con i mercati. Tratteggiamo un contesto politico ideale. Per esempio il seguente.
A causa di una crisi di grande portata, il paesaggio politico francese vacilla. La popolazione vuole voltare pagina rispetto al neoliberismo; elegge una persona determinata a farlo e le garantisce una comoda maggioranza in Parlamento. La squadra di governo può contare su una formazione politica matura, con quadri competenti e in numero sufficiente per poter sostituire gli alti funzionari recalcitranti al cambiamento. Nelle strade, la mobilitazione popolare, massiccia e festosa, fa da argine contro le manovre della reazione. I media privati, screditati, non riescono a giocare un ruolo di opposizione: la loro animosità nei confronti del potere conforta la determinazione della popolazione. Polizia ed esercito, dal canto loro, si attengono a un criterio di legalità, che scongiura la prospettiva di un colpo di Stato.

Un’atmosfera da cartolina, quando normalmente la realtà registra una lotta all’ultimo coltello? Certo. Eppure, malgrado questo scenario idilliaco (2), le forze progressiste dovranno impegnarsi in un conflitto di rara violenza. Infatti, la semplice volontà di mantenere le promesse elettorali equivale già a una dichiarazione di guerra: “Un leader progressista che si mostrasse determinato scatenerebbe immediatamente la reazione ostile dei mercati, e più in generale di tutte le forze del capitale, analizza l’economista e filosofo Frédéric Lordon. Reazione che lo costringerebbe a partire in quarta, in una escalation foriera di misure molto radicali, a meno di “capitolare””. La battaglia contro i mercati ha un costo – lo si vedrà in seguito – , ma rende possibili le trasformazioni in precedenza interdette dall’oligarchia finanziaria: fine della precarietà, della corsa alla produttività, dello sfruttamento sconsiderato delle risorse naturali, del consumo frenetico, del cocktail quotidiano di stress e sostanze psicotrope, delle diseguaglianze abissali… “Si tratta di misurare bene, precisa Lordon, il livello di ostilità al quale ci si espone, e di capire che una volta lanciati non ci si può fermare. Non sono possibili approcci gradualisti.

Per portare avanti questo esercizio di simulazione, ci affidiamo a tre muse poco disposte alla cautela in tempo di tempesta: Frédéric Lordon, che abbiamo appena presentato; Jacques Nikonoff, professore associato all’Istituto di studi europei dell’università Paris VIII, ex allievo dell’École nationale d’administration (Ena), già rappresentante della Caisse des dépôts et consignations (Cassa depositi e prestiti) negli Stati uniti e attaché finanziario per il Tesoro a New York; e Dominique Plihon, professore di economia finanziaria all’università Paris-XIII (3).

Le elezioni presidenziali e legislative hanno provocato la reazione dei mercati: lo spread (4) francese sale e gli investitori disertano i titoli della Francia. I grandi patrimoni, allarmati dalla promessa di Parigi di farla finita con l’ordine neoliberista, cercano di portar via una parte delle loro fortune. L’abbandono degli investitori e la fuga dei capitali si ripercuotono sulla bilancia dei pagamenti, mettendo in pericolo la solvibilità dello Stato.
A quel punto entra in scena l’Unione europea. Sul piano politico, la Commissione europea moltiplica le dichiarazioni che ricordano quella del suo presidente Jean-Claude Juncker nel 2015: “Non ci possono essere scelte democratiche contro i trattati europei ” (Le Figaro, 29 gennaio 2015). L’ordine di battere in ritirata è accompagnato da minacce di sanzioni per il mancato rispetto dei criteri di “buona condotta” fissati dal patto di stabilità e di crescita europeo adottato nel 1997: un deficit pubblico inferiore al 3% del prodotto interno lordo (Pil) e un livello di indebitamento che non superi il 60% del Pil. Siccome la Francia non è la Grecia, presto la crisi arriva a minacciare l’insieme dei paesi dell’eurozona. La situazione diventa praticamente insostenibile.
A questo punto, la Francia assomiglia a un colabrodo: gli euro escono dal territorio da ogni possibile apertura. In un regime di libera circolazione dei capitali (garantita dai trattati europei), le possibilità di fuga sono numerose. Tre, in particolare, richiedono una reazione più rapida di quella autorizzata dal ritmo normale delle procedure legislative: occorrerà dunque procedere a colpi di decreti.
In primo luogo la hot money, gli investimenti speculativi a breve termine. Capitali che svolazzano da un’occasione di investimento all’altra. Spaventati dall’orientamento politico di Parigi, fuggono dal territorio francese alla velocità dell’elettronica ed esauriscono le riserve in valuta del paese. Soluzione? “Un sistema detto “deposito”, come quello utilizzato dalla Malaysia durante la crisi del 1997-1998”, propone Lordon. Lo strumento impone ai capitali in ingresso o già presenti sul territorio dello Stato un deposito di garanzia (dell’ordine di un terzo) che viene restituito solo a certe condizioni: un tempo minimo di presenza sul territorio (per esempio, un anno, contro le poche decine di minuti – in media – di oggi), il che limita le attività speculative senza ostacolare investimenti produttivi, esportazioni e importazioni.
Secondo vettore di fuga dei capitali: le frontiere. I patrimoni dei più ricchi le valicano in modo massiccio. C’è un modo per trattenerli: fa parte della scatola degli attrezzi per il controllo dei capitali, che solo a evocarla provoca crisi di apoplessia in certe redazioni. Eppure, “questi meccanismi furono utilizzati in Francia fra il 1939 e il 1967, e poi fra il 1968 e il 1989”, ricorda Nikonoff.  È successo anche in Argentina durante la crisi del 2001. Si tratta di reintrodurre il contingentamento: la regola, semplice, limita le somme che i privati possono ritirare agli sportelli della loro banca. E disciplina anche le richieste di valuta da parte delle imprese e delle famiglie in funzione del loro utilizzo futuro.
Il terzo elemento che minaccia di rovinare l’economia francese si riferisce al debito. “La prima cosa da fare è annunciare una moratoria sul pagamento del debito”, pensa Nikonoff. “Questo offre l’occasione di lanciare un audit presso i cittadini, simile a quello organizzato dal Collectif pour un audit citoyen de la dette publique [Cac, Collettivo per un audit popolare del debito pubblico] nel 2014, aggiunge Plihon. L’assemblea, formata da cittadini, eletti, rappresentanti della società, dimostra che l’esplosione del debito, passato dal 60% al 100% del Pil fra il 2008 e il 2018, deriva in gran parte dalla crisi finanziaria. Si stabilisce dunque che una parte importante del debito non è legittima. In altre parole, i cittadini del paese non devono rimborsarla. ” Nel 2014, le analisi del Cac avevano stimato che il 59% dell’ammontare attuale del debito non doveva essere rimborsato.
A questo punto l’esercizio di immaginazione si complica: “Una moratoria sul debito francese, superiore ai 2.000 miliardi di euro, provocherebbe immediatamente una crisi sistemica importante, avverte Lordon, pur senza consigliare di rinunciarvi. Tutti gli investitori internazionali (e nazionali) esposti al rischio sovrano francese ne sarebbero destabilizzati. Sarebbe il panico a tutti i livelli, e diverse banche crollerebbero”. Che fare allora in queste condizioni? L’economista indica almeno due strade: “Avvertire abbastanza tempestivamente che la Francia onorerà gli impegni presso i suoi creditori, a delle condizioni che fisserà in modo sovrano e senza contrattare nuovi debiti sui mercati. Oppure lasciare arrivare il caos e approfittarne: raccattando con il cucchiaio le banche fallite, per… 0 euro”.
In uno scenario di scontro con i mercati, quest’opzione consente di organizzare la transizione verso un sistema socialista del credito. “La cosa più importante, continua Nikonoff, è che, d’improvviso, il rapporto di forze è stato invertito: non è più lo Stato a subire la pressione degli investitori, ma il contrario. E a quel punto il primo è in grado di creare incertezza nel campo dei secondi, dividendoli – è un punto cruciale, per evitare l’emergere di un fronte unito.” In che modo? “Annunciando, ad esempio, che alcuni attori verranno rimborsati e altri no. E sulla base di tassi la cui entità il potere politico si riserva di decidere...

“Ci vuole un po’ di ruvidezza”


Una volta tappato il colabrodo francese gli euro non escono più; ma nemmeno entrano, perché gli investitori non hanno intenzione di investire in un paese che non potrebbero più lasciare. La moratoria ha offerto un margine di manovra finanziaria a Parigi, ma questa non basta a colmare il deficit primario del paese (lo scarto fra le entrate e le spese della pubblica amministrazione). Nel 2017, le somme destinate al pagamento degli interessi sul debito ammontavano a 42 miliardi di euro: il disavanzo primario, a ulteriori 15 miliardi. Occorre dunque trovare le liquidità necessarie a pagare i funzionari, far funzionare le scuole ecc. In altri termini, allentare il cappio dei mercati “implica immaginare un modo di finanziamento dello Stato che non passi più per i mercati stessi, riassume Lordon. Sembra una logica elementare… visto che si cerca appunto di liberarsene”.
In un primo momento, Parigi può rivolgersi alla Banca centrale europea [Bce] per chiederle di comprare titoli del debito”, suggerisce Plihon. Tentativo vano: come previsto, Francoforte respinge la richiesta, contraria allo statuto dell’istituzione. “In questo caso la Francia si rivolge alla banca centrale nazionale, spiegando il proprio rifiuto del diktat della Bce”, conclude l’economista.
A lungo gli Stati si sono finanziati presso le proprie banche centrali, spiega Nikonoff. Queste ultime prestavano a tassi di interesse che potevano essere inferiori a quelli del mercato; a volte a tasso zero. Accadeva anche che facessero anticipi non rimborsabili.” E se il governatore della Banque de France, a sua volta, si mostra riluttante rivendicando l’“indipendenza” dell’istituto? “Bisogna far leva sui rapporti di forza, taglia corto Plihon. Non si può vincere senza un po’ di ruvidezza.” Lordon è sulla stessa linea: “Le strutture dell’economia internazionale e delle economie nazionali sono state congegnate in modo tale che, per piegare le forze della finanza, bisogna proprio spezzarne la colonna vertebrale. Sono richieste misure brutali. Si cambia l’universo politico.
Ecco così la Banque de France è liberata dalla sua indipendenza a geometria variabile, che la teneva legata unicamente agli interessi del mondo della finanza. Il governo si rivolge dunque al risparmio interno, sufficientemente importante – una fortuna di cui i greci non disponevano – da offrire una seconda fonte di finanziamento solida: “Il solo patrimonio finanziario (escluso l’immobiliare) delle famiglie è stimato intorno ai 3.800 miliardi di euro, 1.300 dei quali sotto forma di assicurazioni sulla vita, scriveva il giornalista economico Jean-Michel Quatrepoint nel 2010 (La Tribune, 27 dicembre 2010). Quello dello Stato (sempre escludendo gli immobili) si aggira intorno agli 850 miliardi di euro. Un totale di attivi per casa Francia (imprese a parte) di 4.650 miliardi di euro. A fronte di questo, il debito delle famiglie è pari a 1.300 miliardi, tre quarti dei quali in crediti immobiliari. E quello dello Stato, a 1.600 miliardi. Il saldo è dunque ampiamente positivo”. Da allora il debito francese è salito a 2.000 miliardi, ma il ragionamento non ne viene inficiato.
Per raccogliere questo risparmio, Nikonoff propone di emettere obbligazioni non negoziabili, un dispositivo già utilizzato in California nel 2009. Questo Stato, minacciato dal default, distribuì promesse di pagamento (Iou, dall’inglese I owe you, “ti devo”) per pagare i propri conti. I titoli, remunerati, potevano in seguito essere utilizzati dalla popolazione. All’epoca, la California era guidata da un governatore repubblicano: Arnold Schwarzenegger.
Per il resto si ottengono prestiti forzosi presso banche e compagnie di assicurazione, continua Nikonoff. In altri termini, lo Stato impone a quelle società l’acquisto di una determinata quota dei suoi titoli di debito.” Un meccanismo di confisca? “Attualmente una quindicina di banche francesi e internazionali ha firmato un disciplinare per ottenere lo status di specialista in valori del Tesoro [Svt] presso l’Agence France Trésor. Fra i loro obblighi: acquistare ciascuna almeno il 2% di ogni emissione, dunque un totale del 30% per le 15 Svt. Eppure, nessuno denuncia questo sistema come una forma di risparmio forzoso. Potremmo limitarci a estendere lo status di Svt all’insieme degli istituti bancari.” Prima, per esempio, di allargare il meccanismo dei prestiti forzosi alle famiglie. “Nel 1976, ricorda Plihon, durante la grande siccità, lo Stato aveva obbligato quella parte di popolazione che aveva un certo livello di imposta sul reddito a prestargli denaro a condizioni non negoziabili.” La Caisse des dépôts et consignations, che è tuttora pubblica in Francia, offre lo strumento ideale per raccogliere e gestire questi flussi.
I margini di manovra finanziaria così conquistati permettono al governo di attuare un programma sociale in grado di confermare il consenso popolare: miglioramento della protezione salariale, rivalutazione delle pensioni, sforzo generale per migliorare il livello di vita senza passare per un aumento dei consumi (gratuità dei trasporti pubblici, delle mense scolastiche, degli alloggi sociali…).
Ma la situazione va stabilizzata nel lungo periodo. Per lavorare in tal senso, lo Stato ha uno strumento efficace: le tasse. Le forze politiche al governo in Francia non hanno dimenticato che, prima della progressiva erosione della fiscalità sui grandi patrimoni e sul capitale a partire dagli anni 1970, governi conservatori avevano praticato livelli di imposizione che oggi la stampa economica giudicherebbe da confisca. Fra il 1950 e il 1963, gli inquilini della Casa bianca non si chiamavano né Lenin né Ernesto “Che” Guevara, ma Harry Truman, Dwight Eisenhower e John Fitzgerald Kennedy. Eppure, tutti mantennero un’aliquota marginale (la più elevata, e applicata unicamente alla frazione superiore del reddito delle famiglie più agiate) superiore al 90%. Ispirato da questo precedente, il governo francese ristabilisce un sistema di prelievi obbligatori progressivi sull’insieme dei redditi, eliminando le nicchie fiscali e sociali che permettono di sfuggire alla misura. Inoltre, reintroduce l’Imposta di solidarietà sul patrimonio rendendola abbastanza decisa e progressiva da indurre le famiglie più ricche – il 10% dei francesi più abbienti possiede il 47% del patrimonio nazionale – a vendere una parte dei propri beni per ottemperare.
Ben presto si pone la questione delle banche: “Sarebbe piuttosto difficile spiegare che tutto quanto descritto è stato realizzato per permettere al sistema bancario di proseguire le sue attività sui mercati finanziari e per esporre la società alle loro tendenze squilibranti”, osserva Lordon. Indeboliti dall’annuncio di una moratoria sul debito o dalla disciplina (severa) delle loro attività speculative, alcuni istituti perdono la propria ragion d’essere. Parigi ne approfitta per nazionalizzare quelli di cui ha bisogno. Per poi, riprende Plihon, “affidarne la guida ad assemblee di utenti e dipendenti, così da evitare le difficoltà del 1981, quando i gestori di Stato si erano rivelati disposti a gestire come società private gli istituti nazionalizzati”. Per evitare interruzioni alla circolazione monetaria, il governo se ne attribuisce il controllo, in modo da garantire la disponibilità di moneta sull’insieme del territorio, ad esempio attraverso la rete delle agenzie de La Poste.
Naturalmente, la moneta unica vacilla. Delle due l’una: o la Francia viene espulsa dall’Unione europea per il mancato rispetto dei trattati che vietano, ad esempio, ogni ostacolo alla libera circolazione dei capitali (il principio stesso delle misure che mirano a lottare contro i mercati); oppure l’euro va in pezzi a causa delle tensioni provocate dallo sconvolgimento francese. A questo punto, si presentano due scenari: uno ottimista, l’altro meno. Nell’ipotesi ideale, il momento politico vissuto dalla Francia trova una eco all’estero. Altri paesi cambiano a loro volta, o in seguito a una crisi della stessa natura che produce effetti analoghi, o perché l’esempio francese pungola altre forze politiche. Insieme a Parigi, questi paesi elaborano una strategia per sbarazzarsi del dominio dei mercati e si uniscono per dotarsi di una moneta comune che permetta di proteggere le monete nazionali dai mercati (5).

Essere pronti quando verrà il momento


Ma niente garantisce che altri popoli si ispireranno – e con lo stesso slancio – alla determinazione francese. Parigi potrebbe rimanere isolata. In questa ipotesi, la sua espulsione dalla zona euro (che avverrebbe nel momento in cui la Banque de France iniziasse a stampare carta moneta su ordine del governo) oppure il crollo della moneta unica provocano un ritorno al franco (con gli euro in circolazione che vengono convertiti alle condizioni fissate dal governo). “Almeno in un primo tempo, il franco è dichiarato non convertibile per le famiglie e le imprese, suggerisce Nikonoff. Questa disposizione non ostacola il commercio internazionale, perché le imprese che hanno bisogno di valuta si rivolgono alla loro banca la quale, a propria volta, sollecita la Banca centrale. Ma consente di lottare efficacemente contro la fuga dei capitali e di proteggere la moneta dallo scatenarsi dei mercati.” In seguito, lo Stato aggiusta il tasso di cambio del franco in funzione delle sue priorità (industriali, sociali ecc.), cioè politicamente. La presenza di funzionari affidabili consente di evitare l’emergere di fenomeni di corruzione.
Il nuovo franco, associato o no a una moneta comune, sperimenta una svalutazione. Quest’ultima, benefica nella misura in cui aumenta la competitività delle produzioni francesi destinate all’export (calcolate in una moneta più debole, costano meno care agli importatori), gonfia simmetricamente il costo delle importazioni.
A questo punto, il governo propone di distinguere fra i beni. Per quelli indispensabili, come il petrolio, si sforza di ridurre il fabbisogno, anche introducendo incentivi fiscali ed economici. Alcuni beni vengono importati solo finché la Francia non arriva a produrli da sé. “Bisogna effettivamente passare per una fase protezionista di sostituzione delle importazioni”, riassume Nikonoff, il che implica la protezione degli sforzi industriali nascenti tramite barriere doganali (visto che il mercato unico si è disgregato). “Parigi deve anche concludere accordi con le società che hanno le tecnologie che mancano alla Francia, offrendo loro l’autorizzazione a vendere sul territorio francese contro trasferimenti di tecnologia”, completa Nikonoff. Resta il campo dei beni che la pubblicità ci ha indotti a considerare indispensabili (una determinata marca di smartphone, un’altra di jeans, ecc.) e di cui ognuno deve imparare a fare a meno, o che il governo decide di tassare pesantemente. Ricordando alla popolazione che la trasformazione economica chiede anche la modifica delle abitudini di consumo, in un contesto nel quale ciascuno comprende come gli attuali eccessi stiano spingendo il pianeta verso la catastrofe. Dal momento che dovremo cambiare i nostri comportamenti, perché non fare in modo che questa evoluzione ci avvicini a una società che corrisponda meglio alle aspirazioni della maggioranza?
A un certo punto, bisogna accettare l’idea che non si può avere tutto: il mantenimento integrale del consumo e la rottura con il neoliberismo. Del resto, il “consumo neoliberista” ha un costo, e pesante: diseguaglianze, precarietà generalizzata, disagio sul lavoro ecc., fa notare Lordon. L’abbandono del neoliberismo ci propone ben altra coerenza, e benefici reali: liberati dall’austerità di bilancio, quella dell’euro e quella dei mercati, possiamo nuovamente sviluppare i servizi pubblici e il lavoro utile; protetti dalla possibilità di svalutare e da un protezionismo intelligente, i salari possono crescere nuovamente senza danneggiare la competitività; infine, la messa in riga della finanza può avviare lo smantellamento del potere degli azionisti, per ristabilire un’organizzazione del lavoro meno infernale.
Rilancio dell’economia reale, trasformazione della democrazia sociale, centralità della questione ambientale, riforma delle istituzioni… Altre misure dovranno certamente aggiungersi. Ma i mezzi per lottare contro i mercati, esistono: nessuno dei provvedimenti qui presentati rappresenta un’innovazione. Dunque, il problema che il progetto di emancipazione pone rispetto ai mercati non è tecnico bensì politico.
Nessuno immagina che lo scenario appena descritto (rivoluzione monetaria e fiscale, trasformazione dei circuiti produttivi, rivoluzione delle abitudini di consumo) possa ottenere il consenso di una maggioranza politica in tempi ordinari. Ma il futuro non induce alla serenità. Quando scoppierà la prossima tempesta, i liberisti saranno di nuovo pronti, e sappiamo – lo abbiamo visto in Grecia – fin dove possono spingersi le loro road maps. Perché allora non ci prepariamo ugualmente alla lotta, ma affinché apra il cammino a un mondo più solidale?

* Fonte: Le Monde diplomatique, OTTOBRE 2018, ed. italiana di il manifesto

NOTE

(1) Si legga “L’investitore non vota”, Le Monde diplomatique/il manifesto, luglio 2018, prima tappa del ragionamento qui svolto.

(2) Gli autori sono ben coscienti che si tratta di un paradosso; come preparare la popolazione alla lotta che ci si appresta ad affrontare e alle fatiche che essa comporta senza provocare l’ira dei mercati e la catastrofe economica alla quale questa può condurre… prima ancora di essere arrivati al potere?

(3) Rispettivamente autori, fra l’altro, di Jusqu’à quand? Pour en finir avec les crises financières, Raisons d’agir, Parigi, 2008; Sortons de l’euro! Restituer la souveraineté monétaire au peuple, Mille et une nuits, Parigi, 2011; e La Monnaie et ses mécanismes, La Découverte, Parigi, 2017.

(4) Differenza fra il tasso d’interesse applicato ai titoli di debito emessi da un determinato paese e quello applicato ai titoli emessi da un altro paese ritenuto solido (la Germania, per esempio).

(5) Si legga Laura Raim, “De la monnaie unique à la monnaie commune”, Manuel d’économie critique de Le Monde diplomatique, 2016. (Traduzione di Marianna De Dominicis)

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martedì 13 novembre 2018

I CAVALIERI DEL NUOVO FEUDALESIMO di Ramarrik de Milford

[ 13 novembre 2018 ]

L'analisi che Ramarrik De Milford sviluppa sulla nobiltà contemporanea può a primo acchito sembrare appartenere ad un ambito frivolo e di nicchia; in realtà, quale profondo conoscitore delle istituzioni nobiliari,l'autore tratteggia il ruolo reazionario che questi ceti continuano ad interpretare nella società sempre più post-borghese, e ne fa emergere con rara chiarezza, ricchezza di dettagli e rigore filologico, l'istinto di classe ed il coordinamento con cui pervicacemente, come minoranza colta ed organizzata, influenzi le istituzioni per ripristinare - a discapito tanto delle democrazia costituzionale, quanto dell'unità e dell'indipendenza nazionale stessa - l'ordine classista dell'antico regime.
In sintesi, il tema è strettamente connesso a quello delle aspirazioni neomedievali dell'antica aristocrazia terriera che si salda con quelle della grande borghesia, per condurre gli stati nazionali democratici verso una restaurazione global-imperialista.)


*  *  *


Costituenti frettolosi, ignoranti e trascurati


L’estetica conservatrice, la Commissione Pezzana sugli ordini cavallereschi, e la sovranità dello Stato democratico. 



Premesse

La progressiva riaffermazione del pensiero e delle categorie conservatrici nel continente europeo a partire dalla fine degli anni ‘70 del secolo appena trascorso costituisce un fenomeno di notevole complessità che, oltre a ridefinire i rapporti strutturali, ha riguardato necessariamente anche aspetti accessori talvolta “frivoli” dalla cui analisi tuttavia, a corollario delle più fondamentali riflessioni economico-giuridiche più volte espresse in questo blog, si può bene intendere quale sia il modello sociale a cui serenamente, per non dire sfrontatamente, si ispirano gli elitisti nostrani: il feudalesimo.

Oltre a provocare nostalgiche simpatie in quanto struttura sociale nella quale un ceto gode in maniera inscalfibile e perpetua il bene della sicurezza per sé unito al privilegio di comandare chi di questo bene non gode, il feudalesimo quale struttura dell’Antico Regime offre un ampio ventaglio di “eleganti” e “romantiche” soluzioni per consolidare e cristallizzare, sul piano ideale e soprattutto morale, gli equilibri di classe. E’ dunque naturale che vecchi e nuovi redditieri siano sempre stati interessati a recuperarne quanto più possibile l’apparato e i simboli. In questa prospettiva l’abbattimento degli emblemi feudali successivo alle rivoluzioni borghesi e i proclami di uguaglianza sono stati per la borghesia un fenomeno del tutto transeunte giustificato da contingenti necessità aggregative e di mobilitazione delle masse, prevalendo anzi nelle fasi più mature l’urgenza di cancellare – proprio per il tramite del recupero di queste simbologie antiche - il peccato originale della propria recente e violenta ascesa politica scongiurando al contempo il possibile ripetersi di eventi simili questa volta sfavorevoli.

Esemplare a tal proposito, e modello per tutta l’Europa continentale, fu il caso della Francia laddove, oramai consolidata l’eversione degli antichi diritti ancora in mano ai ceti dirigenti dell’Antico Regime, la locale borghesia si affrettò a recuperare tutto l’armamentario prerivoluzionario dando vita ad un sistema istituzionale espressione di una rinnovata – ma sempre “naturale” - disuguaglianza fra gli uomini. Ecco dunque ricomparire, già sotto Napoleone I ma soprattutto con il Secondo Impero, segni d’onore e distinzioni quali titoli nobiliari ed ordini cavallereschi che costituirono, in epoca rivoluzionaria, i più odiati simboli del privilegio di Antico Regime. Questo fenomeno peraltro si risconta in tutta Europa durante la Restaurazione, quando i patriziati e le antiche distinzioni onorifiche ripresero ovunque vigore divenendo efficace sanzione della rispettabilità e della intoccabilità del nuovo ceto dirigente.

Del tutto peculiare, per non dire addirittura più efficiente, fu nel medesimo periodo l’esperienza britannica laddove la particolare struttura della locale aristocrazia – oramai non aliena alle logiche del capitalismo e dell’impresa - determinò una singolare commistione di interessi con gli “uomini nuovi” tale da non rendere necessaria a quest’ultimi l’apertura di una nuova fase rivoluzionaria dopo Cromwell e neppure la proclamazione, per quanto strumentale e opportunistica, di pericolose ideologie egalitarie. Questa naturale osmosi tra i due ceti – quello nobile e quello borghese - con la condivisione di stili di vita e simboli, fece del caso britannico un esempio di rapporti sociali oltremodo ammirato nel Diciannovesimo secolo. Non a caso modello del nostro “notabile” dell’Ottocento maturo è infatti il “gentlemen”, ossia l’uomo d’affari spesso proveniente dalla piccola aristocrazia di provincia dedito ad amministrare i propri possedimenti ed impegnato in lucrosi commerci, che ama ritirarsi in campagna per il “week-end”, frequenta circoli maschili – in quel periodo ne nasceranno diversi sul continente proprio su modello inglese - ed è assolutamente leale al suo re da cui riceve onori, incarichi e gli immancabili ordini cavallereschi. Quanto poi ai rapporti familiari, il naturale complemento di tale modello maschile riposava in una figura femminile che, oltre a consentire l’espletamento delle funzioni riproduttive in un contesto di riconosciuta legittimità, contribuiva a tessere utili relazioni sociali per il marito con una attività meno visibile ma non meno importante tramite la quale disattivava anche, con opportune iniziative caritatevoli sovente mediate dalle strutture religiose, qualunque possibile iniziativa rivendicativa dei ceti inferiori non ammessi a partecipare a questo “magnifico mondo”.

Questa arcadia dei rapporti sociali di gusto neogotico e financo bucolico patì in tutt’Europa la quanto mai “fastidiosa” ed “inelegante” irruzione delle masse nella vita sociale delle nazioni. A partire dalla fine della prima guerra mondiale l’abbattimento degli imperi centrali e di quello ottomano – esperimento che le borghesie preferiranno guarda caso non ripetere scegliendo per il futuro, dove possibile, il mantenimento delle vecchie forme monarchiche anche presso le nazioni sconfitte – sanzionò infatti l’emergere di una nuova estetica forgiata nelle trincee e nelle fabbriche che propose gli strumenti del lavoro dell’uomo, e non le corone o le croci di cavaliere, quale fattori distintivi della nuova componente sociale. Si può anzi registrare l’interessante fenomeno di una rottura originalissima e radicale, principiata dopo la fine del primo conflitto mondiale ed ulteriormente rafforzatasi dopo la conclusione del secondo, nell’estetica e nei segni distintivi di chi si proponeva come avanguardia delle nuove componenti sociali tanto da incidere financo nella definizione dei simboli dei neonati ordinamenti statuali: se infatti i ceti dirigenti feudali avevano rivendicato una orgogliosa continuità con le cariche e le simbologie di ceto – a partire dal cavalierato - della Roma imperiale, e così le borghesie europee che si rifecero tanto a Roma quanto all’Antico Regime nel definire i propri simboli distintivi, le componenti popolari e socialiste fecero di ingranaggi meccanici, falci e martelli - e persino centrali elettriche!! - i simboli dei nuovi ordinamenti che rifuggivano il concetto stesso di élite traendo nella legittimazione delle masse e nel soddisfacimento dei bisogni essenziali della Nazione – lavoro, progresso civile, previdenza sociale -la propria ragion d’essere ed il proprio fine specifico.

Non casualmente dunque le uniche forze politiche che nel Novecento non interruppero la continuità degli antichi simboli furono le destre che in tutt’Europa, sia prima che dopo la seconda guerra mondiale, tentarono di rivitalizzare il fenomeno cavalleresco e il concetto stesso di nobiltà giungendo, nelle forme più totalitarie, ad auspicare il sorgere di una nuova aristocrazia del sangue e dello spirito in un contesto di teorie razziste, spiritualità pagana e culto della forza, il tutto con gli esiti noti.

In questo filone evolutivo appaiono dunque assolutamente comprensibili le scelte che i costituenti italiani fecero in materia di nobiltà e cavalierati quando, consolidata l’opzione repubblicana con il referendum del 1946, optarono per una radicale uscita dall’ambito statuale dei titoli nobiliari confinandoli nel lecito giuridicamente irrilevante (XIV disposizione transitoria e finale della Costituzione) e, disattivando in vario modo i vecchi ordini cavallereschi sabaudi, contemplarono il solo generico potere in capo al Presidente della Repubblica di “conferire le onorificenze” (art 87 ultimo comma della Costituzione).

E quanto i padri della Repubblica fossero avversi a questo apparato di simbologie e decisi a voler introdurre sul punto una rottura con il passato - corrispondente a ciò che doveva rappresentare per i rapporti di classe l’istituzione di un nuovo stato democratico fondato sul lavoro - lo si può intendere anche dai dibattiti della successiva legge n. 178 del 1951 regolativa gli ordini cavallereschi in Italia e tutt’ora vigente[1].

Volendo riassumere il contenuto del testo di legge in questione, in primo luogo si istituì un “Ordine al Merito della Repubblica”, evitando accuratamente di qualificarlo come ordine cavalleresco ed evidenziandone al contrario la natura di ordine premiante le particolari benemerenze verso la Nazione così da renderlo accessibile e pluriclasse. Inoltre si vietò categoricamente il conferimento di qualunque altra distinzione cavalleresca extrastatale con le eccezioni – peraltro assai contestate - del Sovrano Militare Ordine di Malta e degli ordini provenienti dalla Santa Sede portabili senza particolari autorizzazioni, mentre per i cavalierati conferiti da “Stati esteri o da ordini non nazionali” era contemplata una apposita autorizzazione al porto delle insegne che gli investiti dovevano richiedere alla Presidenza della Repubblica. Al di fuori di questi casi dunque, la legge stabiliva un rigido monopolio statale delle onorificenze cavalleresche, vietando categoricamente con sanzioni penali e pecuniarie qualunque forma di conferimento di onori che avesse forma cavalleresca. Una posizione che oltre a colpire l’assai prospero mercanteggio di cavalierati dietro il corrispettivo di denaro, intendeva esprimere una chiara diffidenza della Repubblica per tale tipologia di distinzione sociale nel contesto di generale rifiuto del principio dinastico chiaramente espresso dalla Costituzione, e dunque di inaccettabilità per qualsiasi ruolo primaziale fondato sul sangue o su diritti riguardanti ordinamenti monarchici non più in essere.



L’assalto al principio di eguaglianza. La commissione Leanza, il Consiglio di Stato e la Commissione Pezzana.

La materia sembrò dunque pacificamente definita, e così sarebbe rimasta se, in questo campo come in molti altri assai più importanti nella vita della Nazione, la progressiva rivincita di talune componenti sociali quanto mai indisponibili ad accettare il principio di uguaglianza e lo Stato pluriclasse non avesse determinato una certa attenzione verso gli ordini cavallereschi quale ambito nel quale riproporre la dignità e la legittimità di un’estetica “diversa”, con richiami alle “radici storiche d’Europa” e ad un certo modo di impostare i rapporti umani. Insomma, una piccola controrivoluzione utile ad incontrarsi, farsi forza e attendere tempi migliori in una situazione nella quale – orribile a dirsi! – i figli dei propri contadini andavano all’università con la ragionevole prospettiva di guadagnare bene e vivere una vita non da cenciosi.

Il bersaglio immediato di questa nuova Vandea fu presto chiaro: riuscire ad ottenere l’autorizzazione da parte della Repubblica al porto delle insegne di alcuni ordini cavallereschi – sovente semiclandestini o da anni del tutto inattivi - appartenenti al patrimonio dinastico di dinastie italiane preunitarie, e ciò approfittando della incertezza semantica in merito alla dizione “ordini non nazionali” nel testo di legge.

Inutile dire che anche in questa materia, come per le assai più rilevanti questioni di politica economica, fu determinante una certa prassi di entrismo nei ranghi dello Stato. Al netto infatti della costante denigrazione verbale della Repubblica da loro definita “comunista”, i sostenitori di tali rivendicazioni sostanzialmente legittimiste brigarono per procurarsi posizioni comode nella pubblica amministrazione, ben retribuite e utili a determinare atti e pronunciamenti favorevoli alla propria visione dei rapporti sociali, ancorché eversiva ed anticostituzionale.

Questa serie di orrori giuridici ebbe inizio già alla metà degli anni ’60 quando i competenti organi della Repubblica presero ad autorizzare il porto delle insegne del “Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio”, un ordine cavalleresco risalente agli imperatori bizantini (sic!) poi rientrante nel patrimonio dinastico della casa Borbone delle Due Sicilie e miracolosamente sopravvissuto agli scioglimenti degli ordini cavallereschi preunitari realizzati dai Savoia all’indomani della unificazione italiana.

E anche in punto di dottrina proprio in quegli anni non mancarono chiare avvisaglie del tentativo di rivincita in atto. Ad esempio nel 1962 un giovane giurista di nome Aldo Pezzana - destinato ad acquisire rilevanti posizioni compresa quella di Consigliere di Stato - sulle pagine della “Rivista araldica” (sic!) elaborò una interpretazione della dizione “ordini non nazionali” secondo la quale in tale nomenclatura andavano inquadrati quegli ordini riconosciuti “da un ordinamento giuridico diverso da quello dello Stato italiano, e cioè o dall’ordinamento di uno Stato estero o da quello della Chiesa cattolica o dal diritto internazionale”[2]. Nello stesso anno peraltro, la relazione conclusiva del V Congresso Internazionale di Genealogia e Araldica organizzato dalla associazione denominata “Commissione Internazionale per lo Studio degli Ordini Cavallereschi” – una associazione di un certo peso le cui conclusioni verranno richiamate più volte nei documenti che esamineremo - affermò che “gli ordini dinastici o di famiglia appartenenti jure sanguinis a una casa sovrana […] conservano intatta tutta la loro validità storica, indipendentemente da ogni rivolgimento politico. E’ da ritenersi pertanto giuridicamente ultra vires l’eventuale ingerenza dei nuovi ordinamenti statuali succeduti alle antiche dinastie, sia sul piano legislativo che su quello amministrativo nei confronti degli antichi ordini”[3].

Come appare evidente, già in questi due passaggi vengono applicate quelle che saranno le consuete tecniche successivamente adoperate dalle nostre élites per disattivare i testi di legge sgraditi soprattutto in ambito economico e sociale. Infatti nel caso di specie il giovane Pezzana suggerisce di adoperare quello che oggi definiremmo un “vincolo esterno” richiamando la vigenza di norme eterodeterminate nei loro contenuti – e improntate al conservatorismo come possono essere le norme di diritto canonico soprattutto prima del Concilio - allo scopo di introdurre in Patria una disciplina altrimenti non ottenibile per le vie proprie del diritto nazionale informato agli “insopportabili” principi egualitari della nostra Costituzione. Il tutto inserito in un contesto di pervicace e inscalfibile ostinazione intesa a negare la sovranità dello Stato nel momento in cui questo – per loro viziato dal suo essere ente esponenziale degli interessi collettivi - non protegge più con le sue leggi le dinastie e i privilegi, ma pretende anzi di incidere su apparati di casta ritenuti “naturali”. La costruzione giuridica che ne risulta richiama dunque una sorta di neomedievale pluralità degli ordinamenti giuridici nella quale lo Stato – solo uno fra i tanti diritti insistenti su un territorio - deve per forza essere debole, limitato, quasi “pudico” difronte ad un “diritto di natura” che costoro riempivano peraltro di costruzioni cavalleresche del tutto inessenziali, per non dire di apparato, ma divenute di vitale importanza per l’esistenza di quell’insieme di rapporti umani che proprio lo Stato, come dice l’articolo 3 comma secondo della Costituzione, aveva l’obbligo di “rimuovere”.

L’estrema tendenziosità di questa ricostruzione dogmatica appare peraltro evidente se si considera anche un dato: il diritto canonico disciplina tali ordini cavallereschi nei casi in cui siano canonicamente eretti e va bene, ma la Santa Sede quale ente di diritto internazionale si guarda bene dal fornire qualunque forma di riconoscimento agli ordini cavallereschi diversi dai propri e dall’Ordine di Malta! Ciò è tanto è vero che anche in tempi recentissimi, in totale continuità con precedenti prese di posizione, sono state date disposizioni in tal senso dalla Segreteria di Stato vaticana[4]. Il tipo di riconoscimento che dunque i Nostri pretendevano dalla Repubblica integrava una condotta giuridica che neppure un ente di diritto internazionale più direttamente coinvolto, come la Santa Sede, si è mai sognato di porre in essere.

Passarono gli anni, e la precarietà in punto di diritto della prassi autorizzativa fino ad allora adoperata dal Ministero degli Affari Esteri, offrì l’occasione di sollecitare il Consiglio di Stato per un pronunciamento in merito, cosa che il predetto tribunale fece con una decisione del 1981 (parere n. 1869/81) che, andando oltre lo specifico quesito, affrontò tutta la questione relativa alla dizione “ordini non nazionali” contenuta nella legge 178/51 e recepì guarda caso le dottrine del Pezzana.

Il Consiglio di Stato volle vedere infatti nella dizione “ordini non nazionali” proprio quegli ordini “totalmente estranei all’ordinamento italiano, ma non promananti da un ordinamento statuale straniero”, ossia “una categoria di ordini, cioè di istituzioni cavalleresche, costituiti ed operanti all’estero, ma non espressione di ordinamenti statuali sovrani” aggiungendo come terzo elemento qualificante – assieme alla non statualità e alla estraneità all’ordinamento italiano – la presenza di un qualche “riconoscimento che ne identifichi l’esistenza e ne legittimi giuridicamente la dignità cavalleresca” che, non potendo provenire dall’ordinamento italiano ”deve rinvenirsi in quello di ordinamenti stranieri, come l’ordinamento canonico (della Santa Sede) ovvero di Stati esteri, compreso, fra questi, l’Ordinamento del Sovrano Militare Ordine di Malta“[5]. Nel caso di specie, essendo il capo della casa Borbone delle Due Sicilie residente all’estero e avendo l’ordine in questione profili di diritto canonico, se ne confermò l’autorizzabilità, introducendo di fatto per via interpretativa una disciplina totalmente contraria allo spirito della legge in materia.

Inutile dire che attraverso la falla aperta nel nostro diritto da tale pronunciamento sarebbe negli anni seguenti passato di tutto, cosa che puntualmente accadde in singolare coincidenza con la formazione di esecutivi particolarmente versati a ristabilire ciò che tempo dopo sarebbe stata definita la “durezza del vivere”. Così nel 1996, Presidente del Consiglio Lamberto Dini e Ministro degli Esteri Susanna Agnelli, una apposita commissione della Farnesina giunse a concludere, come si legge nella relazione finale del Capo Servizio del Contenzioso Diplomatico e dei Trattati prof. Umberto Leanza, che non solo andavano autorizzati gli ordini cavallereschi “quasi ordini religiosi” ossia dotati di un qualche riconoscimento di diritto canonico come affermato dal Consiglio di Stato, ma estese tale privilegio anche agli “ordini di collana”, ossia a quegli ordini creati dai monarchi non come capi di Stato ma come capi della propria casa, ordini dunque “destinati a sopravvivere anche dopo l’eventuale detronizzazione della dinastia” e ciò perché tali famiglie “continuano ad essere fons honorum anche dopo la detronizzazione purché la famiglia ex sovrana conservi socialmente quel rango che le è proprio”[6].

Senza stupore, quindi, nel 1999 con apposito provvedimento n. 022/713 il Ministero degli Esteri individuò ben otto ordini cavallereschi possibili destinatari di autorizzazioni al porto delle insegne, estendendo dunque ai pretendenti delle dinastie Asburgo-Lorena di Toscana, Borbone di Parma, e ad un altro ordine denominato “Ordine della Corona di Ferro” quella prassi finora adottata solo per un unico ordine della casa Borbone delle Due Sicilie[7].

Peraltro è agile comprendere che un intervento statale di tipo selettivo e oramai del tutto estraneo ai criteri di legge, oltre a fare scempio della Costituzione, esponeva lo Stato a possibili errori in una materia salottiera ma complessa, piena di litigi, giri di denaro poco edificanti, opere di carità pelosa, insomma proprio ciò che nel 1951 si voleva evitare con la legge 178 nel sancire il monopolio statale degli ordini cavallereschi!

E’ necessario rilevare inoltre che nei successivi anni i sostenitori di questo “neofeudalesimo delle patacche” non ebbero neanche più bisogno di trincerarsi dietro il nome rispettabile di un anziano dirigente pubblico e professore di diritto internazionale come il Leanza per condizionare gli organi dello Stato a proprio favore. Infatti nel periodo compreso dal 2001 al 2003 – anni nel quale si andò formando un pensiero neoconservativo che intendeva rivalutare i valori e le tradizioni cristiane unendole alle dottrine liberiste più sfrenate[8] - con Silvio Berlusconi Presidente del Consiglio e Ministri degli Esteri Renato Ruggiero, Franco Frattini e Gianfranco Fini, venne istituita una nuova commissione consultiva in tema di ordini cavallereschi non nazionali presso l’Ufficio del Cerimoniale della Repubblica composta da cinque signori la cui presenza in quella posizione appare, già dai curricula, qualcosa di assimilabile alla presidenza dell’AVIS affidata a Dracula. I membri infatti erano[9]:

- barone Aldo Pezzana ( nel frattempo divenuto soi-disant marchese Capranica del Grillo), presidente onorario del Consiglio di Stato, cavaliere di giustizia del Sacro Militare Ordine di Santo Stefano, cavaliere gran croce dell’Ordine di Merito sotto il Titolo di San Giuseppe, cavaliere di gran croce del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio, cavaliere di gran croce del Sovrano Militare Ordine di Malta;

- conte Gustavo Figarolo di Gropello, presidente della Società Italiana di Studi Araldici (S.I.S.A., poi ribattezzata SOC.I.ST.ARA, forse su indicazione di qualche conoscitore del vernacolo romanesco), cavaliere del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio, commendatore dell’Ordine di San Ludovico e commendatore del Sovrano Militare Ordine di Malta;

- conte Neri Capponi, avvocato rotale, gran cancelliere del Sacro Militare Ordine di Santo Stefano e gran croce dell’Ordine al Merito sotto il Titolo di San Giuseppe;

- principe don Paolo Boncompagni Ludovisi, capo del cerimoniale del Sovrano Militare Ordine di Malta, gran croce dell’Ordine al Merito sotto il Titolo di San Giuseppe;

- conte Alberto Lembo, già deputato al Parlamento, commendatore dell’Ordine al Merito sotto il Titolo di San Giuseppe, cavaliere di prima classe dell’Ordine di San Ludovico e cavaliere di Grazia Magistrale del Sovrano Militare Ordine di Malta

Di tutta evidenza si trattava di una commissione interamente composta da esponenti di famiglie nobili, insigniti se non addirittura dirigenti proprio di quegli ordini cavallereschi di cui avrebbero, nella loro posizione, chiaramente caldeggiato il riconoscimento. Insomma, una commissione affetta da un clamoroso e palese conflitto di interessi, e che difficilmente possiamo immaginare bendisposta verso qualunque idea di uguaglianza e financo verso la natura repubblicana dello Stato!

Non destano stupore dunque le conclusioni a cui giunse questa commissione, del tutto adesive al vissuto e alle teorie avanzate dai suoi componenti e soprattutto dal Pezzana. Così nella relazione del 4 marzo 2002 ad esempio si legge: “Gli ordini dinastico familiari appartengono, quindi, ad una dinastia indipendentemente dall’esercizio successivo della sovranità su un territorio perché tale elemento, normalmente necessario all’origine, non lo è più, successivamente, quando la famiglia titolare è considerata dinastia, indipendentemente dalla continuità del possesso della sovranità”[10]. Si può dunque agilmente dedurre che difronte a tali strutture di natura dinastica che, a questo punto, paiono reggersi per diritto proprio, lo Stato democratico italiano può tutt’al più fare finta che non esistano, vietarne l’uso o confiscarne i beni ma mai – per carità! -sopprimerle in quanto “l’eventuale soppressione sarebbe del tutto irrilevante rispetto ai soggetti e agli ordinamenti che avevano operato per la sua costituzione o per il suo riconoscimento”, e questo perché “l’avvento della Repubblica […] non può […] prescindere da elementi storici e di diritto preesistenti e non del tutto cancellati (e non lo potrebbero essere) dai mutamenti istituzionali”[11].

La presa di controllo di quello che era di fatto divenuto il luogo di formazione della volontà dello Stato in merito alla definizione dei criteri per l’accesso all’agognato privilegio dell’autorizzazione al porto delle insegne consentì l’eliminazione - guarda caso – di talune realtà non riconducibili alle dinastie da cui i membri della commissione erano stati insigniti. Così, aderendo in toto ai voti della commissione, nel 2001 e nel 2003 il Consiglio di Stato (pareri n. 813/01 e 367/03) ritenne di non dover più considerare tra gli ordini autorizzabili l’Ordine della Corona di Ferro – precedentemente ammesso effettivamente con una certa leggerezza di giudizio - suggerendo il ritiro in autotutela di tutte le autorizzazioni al porto delle insegne fino ad allora concesse dal Ministero degli Affari Esteri[12]. Le difficoltà a gestire questa imbarazzante “marcia indietro” dello Stato richiese fior di riunioni a Palazzo Chigi con Gianni Letta allora sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, presente l’avvocato generale dello Stato, per tentare di arginare gli inferociti membri dell’ordine non disposti a togliersi da petto la decorazione spesso ottenuta a prezzo di elargizioni importanti con tanto di cause legali ancora in corso davanti ai tribunali amministrativi, in una situazione complessiva di perdita di tempo e risorse pubbliche senza contare lo scandalo per il prestigio dello Stato. Situazione, quest’ultima, che potrebbe peraltro reiterarsi a breve, viste le ricerche - che saranno pubblicate nel 2019 - riguardanti proprio la decadenza dei diritti dinastici di una dinastia fra quelle ancora oggi ammesse al conferimento di ordini cavallereschi autorizzati dalla Repubblica.

I poderosi sforzi intellettuali dei membri della commissione produssero infine – tra una colazione al Circolo del Ministero degli Esteri e fitte corrispondenze blasonate - una nuova lista di ordini autorizzabili, con talune espulsioni e talune novità. Per gli appassionati del genere, il catalogo è questo[13]:

- Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio, appartenente al patrimonio dinastico dei Borbone delle Due Sicilie;

- Sacro Militare Ordine di Santo Stefano Papa e Martire, con gran Maestro l’arciduca Sigismondo d’Asburgo Lorena Toscana;

- Ordine di San Gennaro, sempre dei Borbone delle Due Sicilie;

- Ordine al Merito sotto il titolo di San Giuseppe di Toscana, con gran Maestro l’arciduca Sigismondo d’Asburgo Lorena Toscana;

- Real Ordine del merito sotto il titolo di San Ludovico, con gran maestro il principe Carlos Hugo di Borbone-Parma;

- Sacro Angelico Imperiale Ordine Costantiniano di San Giorgio, omologo del precedente ma avente gran maestro il Borbone-Parma

In questa vera e propria orgia cavalleresca non mancò il tentativo di far autorizzare persino i due ordini principali del patrimonio dinastico di Casa Savoia, ossia l’Ordine della SS. Annunziata e l’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro. Ed è davvero stupefacente leggere come questa commissione del 2001-2003 che ricordiamo era incardinata presso il Ministero degli Esteri della Repubblica, praticamente quasi non tenne in considerazione – se non per insultarle! - la XIV disposizione transitoria e finale della Costituzione nella quale si disponeva la conservazione dell’Ordine Mauriziano esclusivamente come ente ospedaliero, e l’art. 9 della l. 178/51 che sopprimeva l’ordine dell’Annunziata e cessava formalmente il conferimento dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro. Anzi la commissione ebbe l’ardire di affermare che “la Costituente e poi il legislatore repubblicano operarono ritenendo di essere nel pieno delle loro possibilità normative ma, per troppa fretta, ignoranza o trascuratezza non tennero conto di taluni elementi esterni che ne limitavano l’azione, per cui, di fatto, si legiferò ultra vires e, quindi, con la produzione di norme se non nulle, nel contesto del quadro normativo interno, almeno in parte inefficaci”[14]. Naturalmente questo inaccettabile attacco alla Costituzione venne proclamato in base alle già citate teorie per cui nessun potere statuale si potrebbe permetter di infrangere le prerogative di diritto dinastico proprie delle dinastie anche se detronizzate. Anche perché, continuano compiti i nostri nobili consulenti, “lo Stato italiano repubblicano non poteva ignorare l’esistenza di una consuetudine secolare formatasi nell’ambito delle Corti europee, e tuttora osservata, in base alla quale i capi delle Dinastie ex regnanti continuano a conferire le decorazioni dei loro ordini cavallereschi di natura dinastica”[15]. A parere della commissione, insomma, i costituenti che erano stati partigiani coraggiosi davanti a colonne di tedeschi armati, che avevano patito il confino, la fame e altre privazioni proprio per dare vita ad una società di eguali avrebbero dovuto arretrare, pieni di rispetto e magari con un inchino, davanti alle “consuetudini secolari delle corti europee”!!! Il risultato di questi ragionamenti è ovviamente un giudizio di piena e anzi quasi doverosa autorizzabilità degli ordini di casa Savoia, dalla quale astenersi per sole ragioni di opportunità politica.

Ci tengo peraltro a sottolineare, giusto per completezza, che proprio la sostanziale accoglienza da parte del Ministero degli Esteri di queste teorie sulla sopravvivenza di residui diritti in capo alle dinastie spodestate ha favorito l’affermazione di un concetto di vera e propria “sovranità affievolita” quale residualità del vecchio potere sovrano in capo alle case ex regnanti che gli ordinamenti successivi sarebbero tenuti a rispettare[16]. Inutile sottolineare che una siffatta costruzione giuridica è del tutto incostituzionale, determinando infatti una sostanziale irriducibilità al semplice rango di normali cittadini per coloro i quali hanno la ventura di discendere da famiglie dinastiche, e ciò in barba al principio di uguaglianza che i costituenti intesero chiaramente applicare proprio non riconoscendo il valore legale dei titoli nobiliari!!!

Consolidati il sovvertimento dei principi stabiliti in Costituzione e nella legge 178/51, gli elitisti di antica schiatta si ritirarono in buon ordine nei loro palazzi. La “commissione di Studio e Aggiornamento sulle onorificenze e benemerenze della Repubblica” esistente dal 2004 al 2010, e quella successiva denominata “Gruppo di lavoro informale sulle onorificenze presso il cerimoniale diplomatico del ministero degli affari esteri” operativa dal 2012 al 2014, per quanto presiedute da uno dei membri della vecchia commissione 2001-2003 ebbero come componenti prevalentemente funzionari ministeriali. Gli argomenti di studio solo tangenzialmente avrebbero riguardato gli ordini cavallereschi delle antiche dinastie preunitarie, investendo piuttosto le varie decorazioni di benemerenza civili e militari conferite dalla Repubblica, le onorificenze degli Stati esteri, e poche altre cose. Fattispecie troppo plebee per risultare utili a ricostruire quell’immaginario sociale fatto di re, principi, cameriere da battere col battipanni e cenciosi buoni per fare da soggetto a rinnovati capricci barocchi.

Una nota di colore: l’ultima commissione discusse – ignoro con che esito - anche la possibile istituzione di un “Ordine dell’Unità Europea”.

Tutto si tiene, sempre.



Conclusioni

Ad oggi i principi e le dottrine della commissione Leanza e della commissione Pezzana continuano a condizionare l’interpretazione della l. 178/51, e in nome di tali principi sei ordini cavallereschi appartenenti a dinastie preunitarie (casa Asburgo Lorena di Toscana, casa Borbone delle Due Sicilie, casa Borbone Parma) godono della autorizzazione al porto delle insegne da parte della Repubblica italiana[17]. Oltre a rappresentare una evidente contraddizione con i principi della nostra Costituzione, per quanto mi consta questa disciplina rappresenta un caso unico nel continente europeo.

Volendo riassumere i termini attuali della questione, possiamo dire che:

- La Repubblica italiana, una e indivisibile, autorizza ordini cavallereschi appartenenti ai pretendenti ai troni preunitari, con buona pace dei valori del Risorgimento. E siccome le autorizzazioni all’uso delle insegne sono richieste sovente dai nostri militari per poter aggiungere il nastrino sul petto, si determina la comica e lacrimevole situazione di soldati della Repubblica una e indivisibile decorati da aspiranti sovrani di regni preunitari!!!



- La Repubblica italiana, che in Costituzione rifugge la tutela di qualunque principio dinastico, ora offre il proprio implicito riconoscimento a strutture chiaramente dinastiche, ultimo rifugio di una visione nobiliare del mondo e dei rapporti umani;



- La Repubblica italiana, che non riconosce i titoli nobiliari, ora ammette il porto di insegne di ordini cavallereschi che in taluni casi, e per talune dignità al loro interno, hanno come requisito l’appartenenza alla nobiltà;



- La Repubblica italiana, rifacendosi al diritto canonico, autorizza il porto delle insegne per ordini cavallereschi canonicamente eretti, mentre la Santa Sede intelligentemente se ne astiene.



- Un apposito ufficio del Ministero degli Affari Esteri, organo competente a rilasciare le autorizzazioni, è ad oggi letteralmente subissato di richieste di autorizzazione. In ciò lo Stato si è visto attribuire un compito certificativo che francamente non gli spetterebbe e che costringe a distrarre personale della pubblica amministrazione da attività più utili;



- Il Ministero degli Affari Esteri, chiaramente privo di competenze storiche, è stato indotto ad applicare una serie di principi formalmente applicativi, ma in realtà del tutto innovativi in materia e contrastanti con il senso della legislazione vigente sul punto. Ciò peraltro ha determinato lo scoppio di scandali, con pendenze che ancora oggi gravano i tribunali amministrativi.



- Ultimo dettaglio: i “dinasti” che conferiscono questi ordini hanno per lo più cittadinanza estera, non risiedono in Italia, e hanno nella non accettazione dell’esistenza di uno Stato unitario italiano, implicita nella qualità di pretendenti ai troni preunitari, il loro unico fattore di connessione – eversiva!! - con l’Italia.

Tutta questa indecorosa disfatta dei più elementari principi costituzionali verrebbe naturalmente meno qualora si riuscisse a cancellare l’infelice dizione “ordini non nazionali” dall’articolo 7 della legge 178/51. Questo passo ha costituito infatti un involontario “cavallo di troia” che ha consentito a forze piccole, ma capaci e bene organizzate, di espugnare un bastione di civiltà egualitaria e repubblicana non irrilevante per la difesa di una società democratica.

La guerra alla civiltà del lavoro che le élites hanno scatenato in questi ultimi decenni è passata, come molte volte si è detto in queste pagine, anche tramite battaglie culturali. Questioni apparentemente di scarso rilievo – chiamare nuovamente Unità Sanitarie Locali quelle che ora sono denominate Aziende, tornare a nominare lavoratore chi per il solo fatto di avere una partita iva è oggi definito imprenditore - costituiranno fronti da non trascurare per tentare di ristabilire un contesto di minima vivibilità. Uno di questi, a modesto avviso di chi scrive, dovrà essere anche la riconduzione a più miti consigli di chi ha preteso di fare strame del principio costituzionale di uguaglianza formale stravolgendo il senso della legge 178/51.

NOTE



[1] Il testo della legge, nelle versione aggiornata e completa della regolamentazione attuativa, si legge in: https://www.quirinale.it/allegati_statici/omri/fonti_omri.pdf
[2] Cfr. Rivista araldica, 1962, pp. 155, ma citato a p. 43 vol. I dell’opera di A. Lembo, A. Scandola, Dottrina e giurisprudenza in materia di onorificenze cavalleresche. L’archivio Lembo, edita in due grossi tomi nel 2018 dalla “International Commission for Orders of Chivalry”.
[3] Cfr. Lembo, Scandola, Dottrina e giurisprudenza…, vol. I, p. 44.
[5] Cfr. Lembo, Scandola, Dottrina e giurisprudenza…, vol. I, pp. 13-16.
[6] Cfr. Lembo, Scandola, Dottrina e giurisprudenza…, vol. I, pp. 19-21.
[7] Copia della circolare è in Lembo, Scandola, Dottrina e giurisprudenza…, vol. I, pp. 255-257.
[8] Sono gli anni di George Bush presidente USA, dell’attentato alla Torri Gemelle, della guerra in Iraq, dei libri di Oriana Fallaci, dell’occidentalismo. Si veda l’interessante saggio di Luigi Copertino, Spaghetticons. La deriva neoconservatrice della destra cattolica italiana, ed. Il Cerchio 2008.
[9] Cfr. Lembo, Scandola, Dottrina e giurisprudenza…, vol. I, pp. 23-24, 26 e, per i dati di appartenenza ai vari ordini cavallereschi, pp. 228-229.
[10]  Cfr. Lembo, Scandola, Dottrina e giurisprudenza…, vol. I, pp. 95-96.
[11] Cfr. Lembo, Scandola, Dottrina e giurisprudenza…, vol. I, p. 95.
[12] Cfr. Lembo, Scandola, Dottrina e giurisprudenza…, vol. I, pp. 174-218.
[13] Cfr. Lembo, Scandola, Dottrina e giurisprudenza…, vol. I, pp. 113-115.
[14] Cfr. Lembo, Scandola, Dottrina e giurisprudenza…, vol. I, p. 164
[15] Cfr. Lembo, Scandola, Dottrina e giurisprudenza…, vol. I, p. 167.
[16] Cfr. Alberto Lembo, Il concetto di “sovranità affievolita” e l’autorizzazione all’uso di Ordini Dinastici concessi dai Capi delle Dinastie già regnanti in Italia, in Atti del 33° convivio della Società Italiana di Studi Araldici, 2015; Alberto Lembo, Il concetto di “sovranità affievolita” individuato dalla Repubblica italiana per autorizzare l’uso di Ordini Dinastici concessi dai Capi delle Dinastie già regnanti in Italia prima dell’unità, in Nobiltà, gennaio-febbraio 2016, pp. 61-88.
[17] Una summa dello stato dell’arte si legge nella circolare del Ministero degli Affari Esteri n. 022/80926 del 2009, che si legge in Lembo, Scandola, Dottrina e giurisprudenza…, vol II, pp. 374-379.

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