sabato 23 giugno 2018

BAGNAI: UNA LEZIONE DI CLASSE



[ 23 giugno 2018 ]

Andiamo dicendo, e lo ripetiamo, che la cartina di tornasole per giudicare se il governo giallo-verde invertirà o meno un decennio di politiche austeritarie e antipopolari, lo vedremo con la prossima Legge di Bilancio.

Abbiamo detto, e lo ripetiamo, che se il governo vorrà davvero tenere fede, non diciamo a tutto il suo (pur contraddittorio) programma, ma anche solo al 50%, dovrà disobbedire ai diktat dell'Unione europa, per la precisione andare allo scontro con l'euro-germania.

Che nel governo ci siano infiltrati come il Ministro dell'economia Tria l'abbiamo segnalato per primi. Che quindi ci sia una lotta in seno al governo è un fatto acclarato. Con la Legge di Bilancio vedremo presto come questa andrà a finire.

In diversi, invece, hanno già stabilito che la partita è finita prima ancora che cominciasse: vittoria a tavolino per i neoliberisti alla Tria. Di Maio e Salvini si sarebbero già arresi senza combattere. 

Fra questi Giorgio Cremaschi [vedi a destra la sua pagina Facebook], che sostiene addirittura che con quando detto da Tria all'Ecofin e quanto contenuto nel Documento di Economia e Finanza (DEF) abbiamo addirittura... un "Monti bis" (!!)  "che accetta tutti i vincoli dell'austerità". 

Staremo a vedere. Come minimo Cremaschi, invece di sparare affrettate sentenze per confermare la posizione di "opposizione senza sé e senza ma", avrebbe dovuto essere più cauto.

Quel che non può essere sottaciuto, però sono l'arbitrarietà e, se ci è permesso, l'ignoranza. Cremaschi ha deciso di fischiare il fine partita basandosi sulle dichiarazioni di Tria all'Ecofin e su quanto previsto nel DEF. Dimentica di dire che Tria è un ministro notoriamente infiltrato, e che il DEF in questione è quello approvato il 26 aprile scorso dal governo Gentiloni, e che il nuovo governo non poteva che portarselo dietro. Come precisato dall'ex ministro Padoan il suo DEF non contemplava alcun impegno per il futuro, bensì si limitava ad una "descrizione dell'evoluzione economico-finanziaria internazionale, e all’aggiornamento delle previsioni macroeconomiche per l'Italia e del quadro di finanza pubblica tendenziale che ne consegue".Un DEF aleatorio dunque, quello che Tria ha difeso all'Ecofin, in cui tutto veniva rimandato alla "nota di aggiornamento" che l'attuale governo dovrà stilare a settembre, appunto in vista della prossima Legge di Bilancio. 

Alberto Bagnai (che siamo ben lieti sia diventato almeno Presidente di una decisiva commissione) lo spiega nella sua replica al dibattito sul Def svolta in Senato il 19 giugno, nella quale dice, appunto, che da un governo appena insediato, che deve dunque ancora mettere mano alla Legge di Bilancio e disegnare la sua politica economica, non si può pretendere che in quattro e quattr'otto elabori un DEF. 

Un discorso, quello di Bagnai, DEF o non DEF, che consigliamo, anzitutto ai sinistrati, di ascoltare con estrema attenzione. Si, è vero, non c'è proprio partita! Quella tra una sinistra che ha perso la bussola e uno come Bagnai il quale, pur tra i banchi della Lega, tiene alta la bandiera della democrazia, della giustizia sociale e della sovranità nazionale.

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VENITE FUORI DAI "SOCIAL"

[ 23 giugno 2018 ]

Quello nella foto accanto è Jaron Lanier, vero e proprio guru della "rivoluzione digitale", un'autorità indiscussa della Silicon Valley.

E' uscito anche in Italia, per i tipi de Il saggiatore, il suo ultimo libro. Il titolo è inequivocabile: Dieci ragioni per cancellare subito i tuoi account social.

Tesi: i cosiddetti social network sono un'arma di distrazione e di distruzione di massa.

«I social ti limitano la libertà di scelta, sono il principale catalizzatore della follia contemporanea, ci stanno trasformando in una manica di stronzi — sempre parole di Lanier —, stanno minando la verità, la nostra capacità di provare empatia, la nostra possibilità di essere felici, di vivere dignitosamente e persino di mantenere in piedi le nostre democrazia». 
Lanier, che certo conosce bene ciò di cui parla, denuncia che gli algoritmi su cui si basano i "social" non sono innocenti, non sono neutrali, ma costruiti in base a cinici modelli di business che non solo sono manipolatori ma creano una dipendenza di massa.


Uscire dai "social" è quindi l'unico modo per fuggire dalla gabbia, per non farsi fregare. «Devi farlo per la tua integrità, non solo per salvare il mondo», scrive Lanier, che quindi ricorre ad una metafora. L'umanità, sostiene il Nostro, si divide tra cani e gatti, tra chi è obbediente e prevedibile e chi invece è autonomo e imprevedibile: 

«Questo libro spiega come diventare gatti. Come restare autonomi in un mondo in cui siamo costantemente sorvegliati e sollecitati da algoritmi gestiti dalle più ricche corporation della storia, la cui unica fonte di guadagno consiste nel farsi pagare per manipolare il nostro comportamento».
Ricordate lo scandalo Facebook-Cambridge Analytica? Per Lanier è solo la punta di un iceberg.

Quanto afferma Lanier, in un certo senso, ci consola. Non perché siamo trinariciuti, o luddisti rispetto ad internet. Noi siamo stati sempre molto scettici sul fatto che i cosiddetti "social" fossero buoni strumenti di comunicazione e di sensibilizzazione politica e sociale. Se ci fate caso l'esplosione dei "social" è il risultato della distruzione della vera e propria comunicazione sociale, della distruzione delle tradizionali connessioni comunitarie, Facebook le ha rimpiazzate infatti, sostituendole con quelle virtuali, che per loro natura si fondano sull'atomizzazione e l'individualismo.

Una cosa è usare i "social" come strumenti secondari e collaterali di comunicazione e mobilitazione, un'altra è farne il luogo principale, prioritario, se non addirittura esclusivo. 

Non si tratta solo di smettere di aiutare grandi multinazionali a fregarci e fare profitti stellari; si tratta smettere di alimentare processi colossali di manipolazione a auto-manipolazione; si tratta di rifiutare una specie di autoreclusione nel virtuale che è funzionale a chi ci vuole impotenti, e che contribuisce a farci sentire tali. 



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venerdì 22 giugno 2018

L'EMIGRAZIONE E IL MARXISMO di Moreno Pasquinelli

[ 22 giugno 2018]



Sinistrainrete ha avuto la cortesia di pubblicare l'articolo di Pasquinelli 
LA FATWA (E LE FESSERIE) DI GIORGIO CREMASCHI. L'articolo ha ricevuto sul quel sito alcuni commenti, a dimostrazione di quanto si sapeva: che a sinistra la posizione sulle 
migrazioni — leggi "frontiere aperte a tutti" —, è considerata IL paradigma da cui tutto dipende. Per la sinistra filantropica esso segna la linea che divide i buoni dai cattivi. Per quella radicale è il paradigma che traccerebbe la distanza tra marxisti e non. Ne è nata una disputa che riteniamo utile far conoscere ai nostri lettori.

*  *  *

Mentre c’è poco da dire a chi approva le fatwe (che qualificano chi le fa) [1], men che meno a chi considera la sovranità un concetto fascista, è invece importante che risponda alle critiche di Mario Galati.

Cosa mi rimprovera Galati? [2] Che non andrei “alla radice” dei grandi flussi migratori. Ove la radice, scopriamo l’acqua calda, è senza dubbio alcuno il saccheggio imperialistico (aggravatosi con l’ultima globalizzazione i.e. con l’uso predatorio della finanza speculativa) dei paesi semicoloniali.

Oddio! Quello mio non era un trattatello sulle migrazioni, ma una più modesta e specifica critica a Cremaschi per smentire l’affermazione che flussi migratori di massa (tanto più dentro una crisi storico-sistemica, non solo di valorizzazione del capitale) non avrebbero alcun impatto deflattivo sui salari ed i diritti dei lavoratori (nonché sui cicli di lotta di classe). 

Riguardo alle cause del fenomeno migratorio restituisco dunque a Galati l’accordo di massima che egli manifesta con la mia chiosa a Cremaschi.Non senza far notare che una posizione autenticamente antimperialista, così come denunciava le “guerre umanitarie”, deve denunciare la demagogia umanitaria che considera la nuova tratta degli schiavi non come un concorso all’impoverimento e allo stato di soggezione coloniale dei paesi dai quali si emigra, ma come un legittimo “diritto” di libertà.

Si tratta, palesemente, di una visione individualistica. Gli antimperialisti dei paesi che conoscono la piaga dell’emigrazione di massa la condannano infatti, se non come diserzione dalla lotta di liberazione, come collusione con le corrotte classi dominanti compratore di quei paesi, che l’emigrazione la facilitano perché così si sbarazzano di una rogna, una rogna chiamata ribellione sociale. Si potrebbe così esprimere un’equazione: più migranti fuggono dai paesi del Sud meno sovversione sociale in loco, più migranti giungono a Nord più difficile costruire un fronte di lotta unitario anticapitalista.

La critica del Galati diventa però un’accusa: esprimerei una “posizione subalterna e corporativa della classe lavoratrice nazionale, non una posizione di classe cosciente e autonoma”.

E perché? Perché sostengo che, nel contesto dato, l’immigrazione di massa non sia sostenibile, e sia necessario regolarla. Non è sostenibile perché, oltre ad avere un effetto deflattivo sui salari e i diritti dei lavoratori, nel contesto dato — austerità, pareggio di bilancio, smantellamento del welfare e dello stato sociale, rispetto dei vincoli ordoliberisti europei — è fattore di emarginazione crescente e sottoproletarizzazione, di spappolamento del tessuto sociale, civile e repubblicano. 

C’è poi un altro aspetto, l’immigrazione di massa è un elemento funzionale alle oligarchie globaliste che usano ogni mezzo per privare le nazioni delle loro sovranità statuali, in conformità al loro disegno di uno spazio giuridico imperiale-libero scambista destinato a sovraodinare gli spazi politici nazionali.

Galati considera inaccettabile regolare i flussi? Tertium non datur: frontiere aperte a tutti, abolizione dei confini, eliminazione di ogni controllo. 

In che senso questo casino (non saprei come altrimenti chiamarlo se non anarco-capitalismo) sia funzionale alla lotta di classe e porti beneficio alla causa rivoluzionaria, per me è un mistero.

* * *

Caro Barone, alquanto bislacca, per non dire opinabile la tua “ironia”. Mi del fascitoide, dunque “social-imperialista” e pretendi che la prenda come una cosa spiritosa..
Non è così che funziona tra gente seria..
Ma il tuo ultimo predicozzo [3], siccome in questa polemica tiri in ballo l’autorità di Marx, merita una risposta.
Ti riferisci alla lettera inviata da quest’ultimo a Sigfried Meyer e August Vogt il 9 aprile 1870, quindi passi al predicozzo dandola “per nota”. Ora, proprio perché, come dici citando Hegel “ciò che è noto spesso non è affatto conosciuto”, è bene andare a vedere le carte e verificare se le tue non siano truccate.

Cosa ci dice Marx nella lettera — che ricapitola quanto contenuto nella circolare del 1 gennaio 1870 del Consiglio generale dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori? Da forse man forte ai pronunciatori di fatwe per cui la terra è quadrata e l’immigrazione di massa non avrebbe alcun impatto su salari? Ovviamente no! Che forse Marx svolge una smielata orazione umanitaria sui “poveri immigrati irlandesi”. Ma figuriamoci!

Il Nostro svolge un discorso tutto politico e strategico sulle condizioni della rivoluzione proletaria in Inghilterra ed afferma (“terzomondista”! esclamerebbero gli operaisti d’antan) che finché il popolo irlandese non insorgerà togliendo così linfa vitale al capitalismo britannico, mai si avrà una rivoluzione sociale in Inghilterra. Sostiene dunque — facendo autocritica rispetto a quanto precedentemente riteneva *— che la liberazione nazionale della “arretrata” Irlanda era la condizione per la vittoria proletaria nella “avanzata” Inghilterra:

«L’avvento della rivoluzione in Inghilterra è la principale ragion d’essere dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori. Il solo modo per accelerare l’avvento è quello di rendere l’Irlanda indipendente».
E’ in questa cornice che Marx, contestualmente, denuncia l’uso divisivo che la classe dominante inglese fa “dei pregiudizi religiosi, nazionali sociali e nazionali” anti-irlandesi per tenere in “uno stato d’impotenza la classe operaia inglese malgrado la sua organizzazione”.

Qual era sul piano dell’azione politica, la conseguenza di questa analisi? Si misero forse i marxisti a costruire associazioni caritatevoli (mutualismo) per dare alloggi e pasti a gratis agli immigrati irlandesi? Per niente! Costruirono in Inghilterra comitati per l’indipendenza irlandese e in Irlanda militavano nel movimento di liberazione nazionale. Perorarono forse umanitariamente i flussi migratori dall’Irlanda verso l’Inghilterra? Al contrario incitavano gli irlandesi a combattere in patria, visto che l’emigrazione era funzionale al capitalismo inglese.
Nella stessa lettera a Vogt Marx scrive infatti:
«Per quanto riguarda la borghesia inglese, essa ha innanzi tutto l’interesse, insieme all’aristocrazia inglese, a trasformare l’Irlanda in un immenso pascolo tale da fornire al mercato inglese carne e lana al più basso prezzo. Essa ha ugualmente interesse a ridurre con l’espulsione violenta e l’emigrazione forzata, la popolazione irlandese ad un numero così piccolo che il capitale inglese (investito nella terra data in affitto ai fittavoli) possa là funzionare in tutta sicurezza».
Dunque: l’emigrazione di massa è funzionale al capitalismo imperialista sotto un duplice profilo. E’ necessaria al centro schiavista per avere un esercito industriale di riserva, forza lavoro a basso costo e senza diritti, per calmierare i salari e accrescere quindi il tasso di sfruttamento. Al lato delle periferie serve per tenere meglio soggiogati i paesi semicoloniali, ciò che si ottiene deportando la loro gioventù, privandoli così della loro più importante forza produttiva. L’emigrazione di massa, come lo schiavismo al tempo, è uno dei meccanismi principali del saccheggio imperialista del “terzo mondo” nonché mezzo per disattivare i movimenti di liberazione.

Ergo: al netto della lotta senza quartiere contro xenofobia e razzismo, i rivoluzionari, per le ragioni opposte alle borghesia predatrice cosmopolitica, sono contro l’emigrazione (deportazione) di massa. Marx (per chi lo conosce davvero) avrebbe riservato il massimo disprezzo agli araldi della deportazione, peggio ancora ove essi camuffassero la cosa, come i preti, dietro a motivi filantropici e morali.

Ps
Noto che, sempre “facendo dell’ironia”, mi accusi di far parte della “sinistra cattivista, nazionalista-listiana”. E così tiri in ballo anche l’economista tedesco Friedrich List, contro cui il giovane Marx libero-scambista scagliò i suoi strali. Davvero interessante. Il Barone è un libero scambista. Faccio notare che Marx farà autocritica rispetto al suo primigenio liberoscambismo e giungerà alla posizione di List, che il libero scambismo era una frode dei paesi più forti per soggiogare e depredare quelli più deboli e industrialmente meno avanzati. Ma capisco: solo una mentalità libero-scambista può perorare le migrazione di massa, scambiando l’atto della deportazione schiavistica come un diritto umano. Evviva la libertà di essere deportati!


* «Astraendo da tutti i discorsi sulla giustizia “internazionale” ed “umanitaria”… è questa la mia convinzione. Per lungo tempo ho creduto che fosse possibile rovesciare il regime irlandese mediante l’ascendenza della classe operaia inglese». Ho sempre sostenuto questa tesi sul New York Tribune. Uno studio più approfondito i ha convinto del contrario. La classe operaia inglese non farà mai nulla prima che si sia riusciti a disfarsi del problema irlandese. La leva si deve applicare in Irlanda. Per questo motivo la questione irlandese è così importante per il movimento sociale in generale.

(Lettera di Marx a Engels del 10 dicembre 1869)


NOTE

[1] Scrive Eros Barone:

«Approvo "la fatwa di Giorgio Cremaschi" (espressione talmente insulsa, per la grettezza piccolo-borghese che rivela, da qualificare perfettamente chi l'ha usata) nei confronti dei socialsciovinisti, 'vulgo' rosso-bruni. E l'approvo pur avendo spesso dissentito dalle valutazioni e dalle scelte di Giorgio Cremaschi, il cui percorso politico e intellettuale tuttavia, per la coerenza e la radicalità dello 'spirito di scissione' che lo caratterizzano, non può non suscitare il massimo rispetto. Ciò detto, occorre ribadire che il populismo è intrinsecamente reazionario, perché promuovendo gli interessi economici di una determinata frazione della borghesia, a cui subordina quelli delle classi subalterne mediante un ‘mix’ di concessioni limitate e di demagogia nazionalista, fa leva non sul fattore di classe (= conflitto verticale e blocco progressivo) ma sulla nozione interclassista di popolo (= conflitto orizzontale e blocco neocorporativo): ciò implica che non esista una variante genetica 'di sinistra' di questo ircocervo e, se qualcuno si illude che esista, mi dispiace per lui ma è quella che, 'mutatis mutandis', si incarnò, se non nelle SA di Römer e di Strasser, nell’ideologia e nell’azione di Nicola Bombacci, ex socialista, ex comunista, fascista e repubblichino, nonché estensore della Carta di Verona. Il populismo converge pertanto, sul piano ideologico, economico e sociale, con la concezione fascista, rispecchiata, in una certa misura, dal linguaggio ibrido del governo Di Maio-Salvini. Il populismo è un fattore aliorelativo dell’europeismo, che gli ha spianato la strada e di cui costituisce l’altra faccia (i riconoscimenti elargiti da Salvini a Minniti sui temi della sicurezza e dell’immigrazione, così come al governo Gentiloni per le politiche del lavoro lo attestano inequivocabilmente): l’uno genera, alimenta e riproduce l’altro (il paradosso si spiega tenendo conto che sono entrambi al servizio di un’unica classe, anche se esprimono gli interessi di due frazioni confliggenti di essa). Il populismo, come dimostrano le misure fiscali e lavorative che propone (l’introduzione della regressiva e antipopolare ‘flat tax’ e il ripristino dei ‘voucher’), si atteggia ad ‘amico’, ‘avvocato’, ‘difensore’ del popolo, ma è in realtà un ‘falso amico’ del proletariato, un rappresentante della piccola e media borghesia reazionaria e un vassallo, ancorché riottoso e instabile, della grande borghesia. Se quanto precede è esatto, ne consegue che i sintagmi di “sinistra patriottica” (Leonardo Mazzei) e/o di “patriottismo laburista” (Giulio Sapelli) sono, nella fase attuale, lustre che coprono ben altra mercanzia (= fascistizzazione). In un regime capitalistico e in un contesto inter-imperialistico non esiste un ‘interesse nazionale’ in cui la classe operaia possa riconoscersi, l’unico interesse imposto e prevalente essendo quello della borghesia imperialista. Donde consegue che non esiste (e, anche se esistesse, non va appoggiata) una ‘borghesia nazionale’ e che, pertanto, occorre escludere l’uso fuorviante di espressioni come ‘colonialismo’ e ‘sovranità nazionale’ applicate alle vicende interne della UE: ‘questa’ Europa è stata infatti voluta dalle classi dominanti di ciascun paese aderente (basti pensare che l’inserimento nella Costituzione del pareggio di bilancio, intangibile dogma liberista, è stato approvato con una maggioranza quasi assoluta). Pertanto, chi indica come bersaglio da colpire la Germania della Merkel, oltre a sbagliare mira politica, fornisce all’arciere che tiene sotto tiro l’intero continente, cioè agli USA del fascista Trump, la freccia con la quale questi mantiene la sua minaccia (solo in Italia 40 basi militari e 90 testate nucleari del tutto al di fuori di ogni controllo da parte del governo). Il modo in cui si pone il tema della lotta per la sovranità nazionale deriva per i comunisti dalle indicazioni contenute nell’articolo di Lenin “Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa”, ove l’obiettivo della lotta per la sovranità e l’indipendenza nazionale acquista un contenuto politico e sociale avanzato in un processo rivoluzionario guidato dalla classe operaia e dai suoi alleati: processo che, vigendo la legge economica dello sviluppo ineguale, può nascere anche nel quadro del polo imperialista europeo, di cui l’Unione Europea è il braccio economico-finanziario e la Nato il braccio politico-militare».

[2] Scrive Mario Galati:

«Sulla posizione scientifica analitica di Marx circa la sovrappopolazione relativa non ci piove. Così come sull'effetto deflattivo sui salari dell'esercito industriale di riserva a seconda dei cicli economici (Emiliano Brancaccio, per es., sostiene che attualmente non ci sono evidenze di un'apprezzabile influenza dell'immigrazione sulle dinamiche salariali attuali in Italia).
Il nodo però sta nella soluzione sulla quale si concentra l'attenzione, la quale indica la collocazione di classe.
Propendere per la fermata dei flussi alla Minniti e alla Salvini, invece che andare alla radice della devastazione imperialistica delle aree di provenienza, esprime una posizione subalterna e corporativa della classe lavoratrice nazionale., non una posizione di classe cosciente e autonoma.
Cosa significa, infatti, fermiamo i flussi perchè se no ci abbassano i salari? E' la piena sottomissione dei lavoratori al capitale e la guerra tra poveri. Non mi sembra che così si faccia opera di coscientizzazione e di formazione di una classe per sé. Si crea, invece, una mentalità corporativa, gretta e subalterna, come quella socialdemocratica al guinzaglio del colonialismo. E perdente.
Non mi sembra che Marx, constatato il problema, abbia assunto o indicato mai una posizione del genere. Al contrario, ha indicato nell'unità di classe e nella lotta al capitalismo la soluzione. (v. la questione degli operai irlandesi in Inghilterra).
Questa insistenza continua sul carattere di esercito industriale di riserva dannoso per i lavoratori italiani lancia un messaggio preciso nel senso corporativo detto; se non peggio, dato l'attuale contesto tendente alla xenofobia e al razzismo (o vogliamo negare anche questo e chiamarlo semplicemente legittimo disagio delle classi popolari?).
E' bene dire certe cose in modo scientifico, chiaro e spregiudicato; ma insistere su un aspetto della questione (l'esercito industriale di riserva e l'interesse del capitale alla mobilità piena, alla deportazione, della forza lavoro) e farlo prevalere sull'altro decisivo (lo sfruttamento, le guerre e l'oppressione imperialistica del capitalismo, causa delle migrazioni (non i complotti mondialisti)), assume un significato e un valore favorevole alla destra; diviene propaganda di destra.
Infine chiedo: per quale motivo considerare i lavoratori stranieri come parte necessaria della lotta di classe deve necessariamente voler dire considerarli "base di rimpiazzo" della sinistra radicale mutualistica?
La sinistra "patriottica" vuole forse organizzare soltanto i lavoratori italiani?
Attenzione che a forza di ripetere certi concetti, al posto dell'analisi e della proposta realistica, si scivola senza accorgersene su un altro terreno ideologico e politico fangoso».

[3] Replica Eros Barone

«Ricordo a Mario Galati che Emiliano Brancaccio sostiene la tesi opposta a quella che lui gli attribuisce e che qui riporto da un’intervista di questo studioso: «Le evidenze empiriche di cui disponiamo ci comunicano che l’apertura globale dei mercati risulta correlata a un declino delle quote dei salari sul Prodotto Interno Lordo». Per quanto riguarda, invece, l’estensore dell’articolo sulla ‘fatwa di Giorgio Cremaschi’, se costui manifesta un livello di comprensione del tema del quale si discute pari a quello che dimostra di possedere sui meccanismi dell’ironia vi è motivo di preoccuparsi seriamente ma anche di sorridere apertamente. Così, il suo modo di reagire mi ha fatto venire in mente la situazione comica di un novello Calandrino che all’affermazione: “Questa birra è divina!”, risponda: “No, è un prodotto umano e industriale”… Sennonché, come accade ormai da tempo, all'ipertiroidismo globalista ed europeista succede (o s'intreccia) l'ipertiroidismo sovranista e nazionalista: l'uno riproduce, alimenta e rigenera l'altro. Il 'cattivo infinito' di questa storica patologia della “coscienza europea” si inciprignisce sempre di più e segue, essendo determinato da processi oggettivi, un ritmo in apparenza inarrestabile. Come nel 1904-1914, come nel 1929-1939... Non per nulla, i marxisti internazionalisti, un secolo fa (ripeto: un secolo fa), sostenevano che, data la società capitalistica nella sua fase imperialista, ogni discorso intorno alla sovranità nazionale dei popoli non è solo una pia illusione di stampo borghese-risorgimentale, ma è soprattutto una menzogna che incatena i proletari al carro del nazionalismo, la più velenosa e sanguinosa delle ideologie. E proprio su questo tema nevralgico è possibile misurare tutta la straordinaria attualità scientifica e politica dell’analisi di Karl Marx. Infatti, la lettera inviata da quest’ultimo a Sigfried Meyer e August Vogt il 9 aprile 1870, che qui dò per nota (pur avvertendo con Hegel che ciò che è noto spesso non è affatto conosciuto), potrebbe essere stata scritta oggi, tanto risulta attuale. Basterebbe sostituire “proletari inglesi” con “lavoratori italiani” (o di qualsiasi altro paese europeo) e “proletari irlandesi” con “immigrati od extracomunitari” e i conti tornerebbero perfettamente. Oggi sono presenti ormai in tutti paesi europei forze politiche di destra, populiste o fasciste, la cui funzione è esattamente quella di strumentalizzare i ceti popolari, persuadendoli che la causa della loro condizione di precarietà e di impoverimento è dovuta alla ‘concorrenza’ dei lavoratori immigrati e non alle basi strutturali del sistema capitalistico. Come afferma Marx nella lettera testé citata, è proprio questo «il segreto grazie al quale la classe capitalista mantiene il suo potere». In effetti, l’immigrazione è il prodotto dell’organizzazione del capitalismo nel mondo. Le potenze imperialiste sfruttano i paesi del Terzo Mondo, si appropriano delle loro ricchezze e, quando i popoli di quei paesi si ribellano, li massacrano con la “guerra celeste” (Afghanistan, Iraq, Libia, Siria). Perciò, è del tutto normale che da consimili situazioni di povertà, guerra e sfruttamento molte persone cerchino di fuggire e quindi decidano di emigrare. Ma tale scelta non è né naturale né romantica, come vorrebbe la ‘sinistra’ buonista, cosmopolita e filo-imperialista (riflesso speculare di essa: la ‘sinistra’ cattivista, nazionalista-listiana e anti-imperialista). Gli immigrati non sono animali, per loro non è naturale migrare. Sono uomini che scappano dalla guerra o più spesso dalla fame e dalla povertà. Ma la soluzione di questo problema esiste: ritirare tutti i reparti militari presenti in tutti i paesi, smascherare le operazioni di “peacekeeping”, fermare le guerre, le occupazioni militari ed ogni ingerenza in quei paesi. In poche parole: uscire dalla NATO. Insieme con l’interruzione delle azioni militari, occorre poi sopprimere il rapporto di dominio economico con quei paesi e, di conseguenza, smettere di sottrarre ad essi risorse e materie prime, sfruttando in modo disumano la loro manodopera, come è prassi comune di tutte le imprese multinazionali. Solo ripristinando con quelle nazioni rapporti di cooperazione e non di rapina, si può regolamentare in modo risolutivo il fenomeno dell’immigrazione. Se questa politica fosse applicata nell’arco di un ventennio, il numero degli immigrati comincerebbe a diminuire fino a livelli normali. Ma ovviamente nessuna politica di questo genere può essere applicata in un sistema che è fondato sul potere dei grandi monopoli, in un sistema che vede gli Stati interamente asserviti ai loro interessi. Compito dei comunisti è ribadire che il socialismo è l’unica soluzione giusta e razionale di questo problema, poiché è l’unica soluzione che permette di realizzare con i paesi del Terzo Mondo una politica di cooperazione, non di rapina. Altre strade non esistono. E merito di Cremaschi è aver rammentato ai 'fuorviati' che quella di Bombacci conduce 
all'inferno».

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RINASCITA!


[ 22 giugno 2018 ]

Per iniziativa di Carlo Formenti, Mimmo Porcaro Ugo Boghetta, è nata l'associazione politico-culturale RINASCITA! Per un’Italia sovrana e socialista.

Due sono le cifre che caratterizzano questo nuovo raggruppamento: sovranità nazionale e socialismo. Come esse verranno declinate concretamente vedremo. Fa ben sperare, come si evince dal Comunicato stampa che pubblichiamo qui sotto, che essi non solo abbiano compreso la svolta avvenuta il 4 marzo, ma che non dichiarino guerra al governo giallo-verde. "Andrà sostenuto quando farà cose che vanno nella direzione di rompere la gabbia ordoliberista, incalzato a resistere contro l'élite eurocratica che vorrà tornare al potere, combattuto quando adotterà misure neoliberiste"; questo quanto affermano in buona sostanza — come scritto altrove. Una linea che condividiamo e che dispone l'Associazione in quello che chiamiamo "campo della sinistra patriottica". 
Facciamo ai compagni i migliori auguri di buon lavoro.


 * * *


E’ nata: RINASCITA! Per un’Italia sovrana e socialista


«Rinascita! Per un’Italia sovrana e socialista è la denominazione decisa il 9 giugno a Milano nel primo incontro politico-organizzativo successivo alla presentazione, avvenuta a Bologna il 15 aprile, della proposta avanzata da Formenti, Porcaro, Boghetta. Un progetto centrato sul rilancio della prospettiva socialista, la sovranità e l’interesse nazionale e popolare come soluzione alla crisi del capitalismo liberista, dell’Unione Europea, dell’euro. Rinascita!, dunque, di un paese che senza sovranità e senza prospettiva socialista è destinato al declino.

Questa proposta risulta tanto più necessaria dopo il voto del 4 marzo e la nascita del governo gialloverde che fa dell’Italia un laboratorio.

Per la prima volta in Europa, infatti, dopo la sciagurata esperienza greca, va al governo una coalizione che rappresenta anche i ceti stressati e vessati dalle politiche liberiste, dalla globalizzazione e dalle aperture incontrollate a capitali, merci e persone.
Il giudizio e l’atteggiamento nei confronti di questo governo non può dunque che essere articolato.

Per noi di Rinascita! si tratta di incalzarlo sui provvedimenti favorevoli alle classi popolari e sulla collocazione internazionale. La rottura dell’Unione e del suo pilastro, l’euro, è infatti un obiettivo strategico che va perseguito fino in fondo. Per altro verso la politica economica della coalizione, basata sul togliere le tasse ai ricchi perché investano producendo effetti economici positivi, è già fallita in passato e non può che aumentare le già enormi diseguaglianze. In realtà solo con un forte intervento dello Stato per una nuova matrice economica e sociale si possono perseguire la piena occupazione e gli altri obiettivi popolari.

Negativa è poi tutta la parte riguardante la sicurezza. Il diritto di sparare, la repressione come sola risposta peggiorano la situazione come dimostra il modello americano. Per quanto attiene la questione immigrati il fenomeno va controllato e regolato anche al fine di stabilizzare chi vive, studia, lavora in Italia, ma è del tutto evidente che occorre affrontarne le cause che stanno nei paesi di origine: guerre, sfruttamento delle multinazionali, asservimento dei governi locali. Il diritto a non emigrare, che riguarda anche tanti giovani italiani, lo si persegue attraverso il cambiamento radicale di un modello economico basato sul profitto e lo sfruttamento, e con la lotta internazionalista per la liberazione dal dominio del capitalismo.

Nei prossimi mesi Rinascita! Per un’Italia sovrana e socialista si propone di approfondire la proposta con le realtà intellettuali e politiche convergenti e presentandola nella varie realtà locali».

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giovedì 21 giugno 2018

LA SINISTRA È MORTA di Stefano Fassina

[ 21 giugno 2018 ]

Da queste parti è da almeno il 2014 che seguiamo con interesse e solidarietà Stefano Fassina. Fu il solo (poi accompagnato da D'Attorre) che pur venendo dalla sinistra di regime iniziò a fare discorsi di verità sull'euro e sulla Ue. Poi venne la rottura col Pd e l'adesione a Sinistra Italiana, infine quella a Liberi e Uguali, ovvero in entità "diversamente europeiste".
Fassina, lo ammettiamo, ci mette in imbarazzo: condividiamo il grosso delle cose che dice, sull'euro, sui diritti civili usati come foglia di fico dai liberisti per oscurare la distruzione di quelli sociali, sul patriottismo cosituzionale, infine sullo "spiaggiamento" delle sinistre, quella radicale compresa. 
Tuttavia resta tra gli spiaggiati e lui, che è in ottima salute, si rifiuta di voltarsi e prendere il largo. Perché mai? Forse perché fuori dalla comunità da cui viene si sente perduto. Capiamo, non condividiamo. Esistesse il catalizzatore di una forte sinistra patriottica sarebbe possibile separare il grano dal loglio e trovare a Fassina il suo luogo.
Fatto sta che, malgrado il suo voto in Parlamento contro il governo giallo-verde in disciplina col gruppo di Leu, il Nostro non partecipa al coro sguaiato di sinistra che tuona contro il "governo fascio-leghista". Meglio poco che niente.
Qui sotto una sua recente intervista di Ofcs.report.

*  *  *
Tra le varie reazioni all’ormai famigerato scontro tra Quirinale e Paolo Savona non sono passate inosservate le recenti dichiarazioni, decisamente fuori dal coro, di Stefano Fassina, già economista presso il Fondo Monetario Internazionale, Viceministro dell’Economia e attuale deputato di Liberi Uguali.
Ofcs.report, che ha seguito pochi giorni fa la presentazione del libro del neo-ministro delle politiche comunitarie Come un incubo e come un sogno – alla quale hanno preso parte oltre a Paolo Savona, Giorgio La Malfa e lo stesso Fassina – ha deciso di approfondire direttamente con lui questa posizione tanto “eretica” quanto originale per chi, in questi ultimi anni, è stato protagonista del dibattito economico e politico della sinistra parlamentare.
Ben prima della querelle che ha caratterizzato la nomina di Savona a ministro dell’Economia lei ha avuto modo di dichiarare il suo apprezzamento per le idee del neo-titolare delle Politiche UE. Come mai a sinistra le idee di Savona vengono viste con così tanto sospetto?
“La sinistra, in tutte le sue declinazioni, sia quella di governo, sia quella cosiddetta “radicale”, è largamente inconsapevole del funzionamento effettivo del mercato unico e dell’euro. Si muove tra europeismo liberista e cosmopolitismo astratto. Purtroppo, la cultura economica nelle nostre file è scarsa e quella presente è, prevalentemente, quella dominante da trent’anni nelle università: il neo-liberismo. Inoltre, permane un
europeismo fideistico, impermeabile ai dati di realtà, motivato dal terrore che qualunque interpretazione degli interessi di classe in chiave nazionale degeneri in nazionalismo, autarchia, xenofobia. Infine, la classe dirigente ancora in prima fila è stata protagonista delle scelte decisive degli ultimi 25 anni. Arriva a riconoscere l’insostenibilità della globalizzazione, ma fa fatica ad ammettere di aver contribuito a realizzare un impianto liberista estremo con il mercato unico e l’eurozona”.
Lei ha affermato che avrebbe voluto leggere alcune posizioni di Savona da qualcuno del “suo” mondo. La sinistra, durante le scorse elezioni, ha pagato l’assenza di ricette del genere?
“Assolutamente sì. Ci siamo proposti, con le figure in prima fila, come il Pd delle origini, quelli che hanno portato l’Italia nell’euro e poi “salvato” il Paese con il sostegno al Governo  Monti. Non vi è stata e, in larga misura, non vi è tutt’ora la consapevolezza che, come per la sinistra storica nel resto dell’Unione europea, la rottura con i nostri insediamenti sociali si è consumata a causa delle scelte del “Trentennio inglorioso” alle nostre spalle, non semplicemente per colpa di Renzi”.
Recentemente ha destato scalpore la sua posizione personale riguardo l’esecutivo Conte e il contratto di governo. Quali le proposte che avrebbe voluto che fossero state fatte proprie dalla sinistra?
“Nel nostro programma elettorale, vi sono alcune delle proposte che abbiamo ritrovato nel “Contratto” che condividiamo e che sosterremmo se fossero portate in Parlamento: la necessità di forzare il quadro regolativo europeo non soltanto sul terreno della finanza pubblica, ma anche per alcune Direttive, come la Bolkestein; gli interventi correttivi della Legge Fornero; la strategia verde per l’economia; la banca pubblica per il sostegno agli investimenti”.
Solo dieci anni fa il centrosinistra contava sui voti di oltre un terzo del Paese. Potesse tornare indietro quale decisione cambierebbe rispetto ad alcune politiche poi sonoramente bocciate dagli elettori?
“10 anni fa nasceva il Pd al Lingotto all’insegna del blairismo, versione compassionevole del neo-liberismo, quando diventavano evidenti le contraddizioni dell’ordine neo-liberista con la”crisi” avviata dai mutui sub-prime negli Usa. Gli eredi del Pci, del cattolicesimo liberal-democratico e del cattolicesimo sociale erano completamente inconsapevoli della fase. Il Pd è stata una scelta autolesionista: non perché ha unito culture e storie politiche diverse, ma perché l’ha fatto sull’asse dell’europeismo liberista e del plebiscitarismo con la santificazione delle primarie per eleggere il segretario del partito. Poi, esiziale, è stato non “staccare” la spina al governo Monti a giugno 2012, dopo le elezioni amministrative con autonomia e consapevolezza della rabbia del nostro universo sociale”.
Qual è la ricetta per far tornare il centrosinistra protagonista del dibattito pubblico?
“La sfida è enorme. Coinvolge tutte le forze della sinistra storica: la famiglia del socialismo europeo, spiaggiata e al margine ovunque. Dobbiamo partire dalla consapevolezza che il mercato unico e l’euro, come regolati dai Trattati e dall’agenda mercantilista dominante trainata dalla Germania, sono fondati sulla svalutazione del lavoro, quindi negano in radice la funzione stoica della sinistra. Nel quadro dato, la sinistra è morta. Sulla base di tale consapevolezza, oggi minoritaria sia nella sinistra storica, sia nella sinistra radicale o antagonista, dobbiamo fare forzature intelligenti al quadro dominante, ridefinire qualche strumento di governo dell’economia per lo Stato nazionale all’insegna del patriottismo costituzionale”.
FONTE: Ofcs.report

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IL "GOVERNO ROSSOBRUNO" di Sandokan

[ 20 giugno 2018 ]

Diceva Michele in Palombella Rossa:  «Chi parla male, pensa male e vive male. Bisogna trovare le parole giuste: le parole sono importanti»! Prima legge della politica rivoluzionaria: individuare il nemico principale e colpirlo. Seconda legge: mai usare il suo linguaggio, i suoi concetti e le sue categorie. Terza legge: mai accettare la sua agenda e il suo ordine di priorità.

Altri, su questo blog, hanno trattato della leggenda metropolitana del "rossubrunismo" e ne hanno ricostruito la genesi.
Si disse che quella del "rossobrunismo" sarebbe «una insidiosa volgarizzazione politica... uno spauracchio costruito ad arte da ben identificati settori dell'intellighentia italiana (in combutta con l'intelligence atlantista) ... allo scopo di «isolare quei movimenti rivoluzionari di sinistra che essi ritenevano pericolosi».
Epiteto, insomma, con cui si bollano frange radicali gruppuscolari. 

Per primo fu Pasquinelli a segnalare l'avvenuto salto di qualità nella campagna di satanizzazione del nemico da parte dell'élite neoliberista. Solo due giorni dopo il referendum costituzionale del 4 dicembre 2016 (che segnò la fine di Renzi e seminò il timor panico tra quelli che stanno sopra) Massimiliano Panarari, in bella evidenza su LA STAMPA, bollò di "rossobrunismo" niente meno che Beppe Grillo.
Su questo medesimo solco tocca ora, non a questo o quel gruppuscolo, e nemmeno a questo o quel leader politico: "rossobruno" sarebbe il governo M5s-Lega. 
Era il 28 maggio, il governo Conte non si era nemmeno insediato che sul sito LINKIESTA si poteva leggere questo titolone: 
«Perché la chiamate maggioranza giallo-verde, quando è chiaramente rosso-bruna? La novità di questa alleanza Lega-M5s ci spiazza».
L'anatema era lanciato, ma non nel senso che gli antichi greci attribuivano a questo concetto — per essi si trattava di offerta votiva alla divinità, deposta nel suo tempio e perciò a lei sacra —, bensì nel significato attribuitogli dalle antiche comunità cristiane, ovvero una scomunica solennemente lanciata contro eretici e scismatici.

L'anatema poteva sembrare una butade, buttato lì a casaccio, tanto per fare colpo sul lettore, invece...

Invece è stato raccolto, niente-popò-di-meno, da uno dei massimi sacerdoti del culto liberale, Ernesto Galli Della Loggia. In un editoriale del 18 giugno sul CORRIERE DELLA SERA, dopo un melenso panegirico sulle minacce che incombono sulle "fragili democrazie europee", così il Nostro (Nomen Omen) conclude:
«Tornano dunque i demoni della sua antica vicenda che nel terribile primo quarantennio del Novecento già concorsero una volta a segnare il fallimento della democrazia nel continente; gli orgogli e i puntigli nazionali, le tentazioni etniciste, la facile permeabilità alla demagogia delle masse, l’antiparlamentarismo, il disdegno per la politica e per i partiti. Tornano il mito del complotto permanente dell’«alta finanza», l’attenzione esasperata per la «purezza» e la «natura» oggi riproposti in versione ecologica, e poi un certo disprezzo di principio per le istituzioni internazionali (dal Fondo Monetario all’Oms, all’Unione Europea), la confusione intellettuale dei ceti medi, infine la protesta contro le ingiustizie del mercato ma intesa perlopiù come protesta contro la globalizzazione. Come si vede, demoni declinabili sia in una direzione di destra che di sinistra (anche il governo Di Maio-Salvini è a suo modo un governo rosso-nero): non a caso proprio come avvenne un tempo, all’epoca del fallimento della democrazia nel nostro continente. Certo, ci possiamo consolare pensando che la storia non si ripete mai due volte. Ma non è scritto da nessuna parte che dopo il male non possa venire il peggio».
Ergo: l'anatema dei ROSSOBRUTTI, quello di "rossobrunismo" lanciato contro il governo, uscito dagli anfratti del web, è stato consacrato in quello che viene considerato il tempio, il santuario del liberalismo italiano.

Abbiamo la prova che l'élite liberista, contro il governo giallo-verde, va disponendo le proprie truppe in assetto di guerra. E alla guerra il governo deve prepararsi e attrezzarsi, se non vorrà essere travolto. A questo giro Lorsignori non faranno prigionieri: o i giallo-verdi capitoleranno (alla Tsipras per capirci) oppure verranno annientati. E se riusciranno ad annientarli (come venne anticipato da questo blog) la troika piomberà sull'Italia.
L'Italia vista dai ROSSOBRUTTI

Sì, proprio la troika, non un governicchio di "larghe intese" (che la maggioranza l'han persa e non la riotterranno mai più).

Un pensiero corre infine alle residuali forze  "antagoniste" di sinistra. Esse, pensano di risorgere ricavandosi una nicchia nel campo liberale, rischiano di diventare truppe cammellate e ausiliarie dell'élite (ancora) dominante. Non troveranno la resurrezione ma il loro sepolcro. Fanno fuoco e fiamme contro questo governo, fanno anzi a gara con l'élite a chi ce l'ha più lungo, ovvero a chi usale invettive più pesanti, a chi lancia maledizioni davvero definitive.

Diceva Michele in Palombella Rossa:«Chi parla male, pensa male e vive male. Bisogna trovare le parole giuste: le parole sono importanti»! Prima legge della politica rivoluzionaria: individuare il nemico principale e colpirlo. Seconda legge: mai usare il suo linguaggio, i suoi concetti e le sue categorie. Terza legge: mai accettare la sua agenda e il suo ordine di priorità.

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mercoledì 20 giugno 2018

DIRITTI CIVILI, DIRITTI SOCIALI, LIBERISMO

[ 20 giugno 2018 ]

Cosa ci dice in sostanza Magris? Che in un contesto ad economia neoliberista ed ideologicamente individualista, i diritti sociali d'eguaglianza tendono a ridursi progressivamente — perché in contrasto con la logica stessa di un sistema che punta al massimo profitto — mentre i diritti civili a buon mercato ("più facili da ottenere e di maggior effetto mediatico") tendono a dilatarsi. Ci dice poi che le sinistre "nell’impossibilità di realizzare quei diritti sociali, che pure erano fondanti per la loro ideologia, finiscano per privilegiare i diritti civili", tacciando con disprezzo e non comprendendo le esigenze del popolo lavoratore impoverito, che quindi non può fare altro che rivolgersi ai "populisti" 

* *  *

Totalitarismo vestito da libertà
L’ossessione dei numeri, la trappola della quantificazione. E i veri diritti svaniscono. In un volume edito da La Nave di Teseo l’economista affronta le contraddizioni dell’oggi

di Carlo Bordoni

Lo sguardo dell’osservatore è spesso condizionato dal suo punto di vista, ma Francesco Magris, docente all’Università di Tours (Francia), dimostra che la visione di un economista può essere a tutto campo. Il suo libro, Libertà totalitaria (La Nave di Teseo) esamina ogni aspetto della nostra contemporaneità — dalla politica alla meritocrazia — evidenziando gli elementi di criticità di maggior rilevanza sociale.

In particolare la questione dei diritti e la quantificazione dell’esistenza. Sui diritti si è discusso a lungo, ma Magris pone l’accento sul diverso esito dei diritti civili e dei diritti sociali. Di solito confusi in un unico ambito, subiscono ora una drastica differenziazione, dove i diritti civili superano di gran lunga quelli sociali. La causa risiede nel costo economico dei secondi (uguaglianza, tutela del lavoro, salari adeguati, pensioni dignitose), mentre ai diritti civili basta una firma. Unioni civili, maternità assistita, eutanasia comportano sì una presa di coscienza culturale, a fronte di un processo di sensibilizzazione collettiva, ma senza alcun costo.

Accade così che i partiti politici, soprattutto di sinistra, nell’impossibilità di realizzare quei diritti sociali, che pure erano fondanti per la loro ideologia, finiscano per privilegiare i diritti civili. Più facili da ottenere e di maggior effetto mediatico. I progressisti rispondono con disprezzo a coloro che si sentono discriminati e non protetti, magari tacciandoli di razzismo. Deludendo e non comprendendo le esigenze di un elettorato impoverito, che trova invece ascolto nelle istanze populiste.

Così il populismo raccoglie la protesta e colma il vuoto lasciato dalle sinistre, ma lo fa solleticando gli istinti meno nobili, benché vitali per la sopravvivenza, alla ricerca di un consenso facile e privo di spirito etico.

L’economista non manca di segnalare il cambiamento delle politiche, la cui responsabilità sociale è innegabile: da una prassi d’ispirazione keynesiana dove l’inflazione era strumentale per accrescere l’occupazione e i profitti delle imprese (giocando sull’illusione monetaria che i salari potessero mantenere valore nel tempo), si è passati a una politica deflazionista all’indomani della crisi del petrolio degli anni Settanta. Resa necessaria a causa di un eccessivo indebitamento pubblico, questa politica «difensiva», confortata dal pensiero neoliberista, spinge a ridurre l’intervento dello Stato nei servizi, determina la fine del welfare e fa sì che la crescita della moneta influisca solo sul livello dei prezzi, ma non sui consumi né tantomeno sulla produzione o l’occupazione. Un’operazione di politica economica che è stata chiamata «crisi».
Francesco Magris


«S’invoca un radicale riorientamento della politica monetaria — osserva Magris — ispirata ora a rigorosi criteri prudenziali con scarsi margini di discrezionalità, che una politica anticongiunturale, invece, necessariamente richiede».

Alla radice di questa mutazione dei valori, osserva Magris, sta la spinta verso un esasperato individualismo. Si assiste all’affermazione di una sorta di «relativismo etico», in cui ogni opinione è rispettabile quanto l’altra e tutte hanno pari dignità, sicché ogni aspirazione, ogni desiderio del singolo rischia di diventare un diritto. La tendenza a porre l’individuo al di sopra della società — esaltando le peculiarità e le esigenze del singolo — è aggravata da un processo di classificazione e quantificazione dell’esistenza, delle persone, dei bisogni e delle aspirazioni.

Si misurano con valori matematici le attività professionali (dai medici ai docenti universitari), in una corsa a fare della quantità il principio distintivo, seguendo criteri di frequenza, assiduità, produzione e citazione. Così l’eccellenza prescinde dalla qualità, che non si misura in cifre o a peso: sembra questo un criterio oggettivo, affrancato da ogni possibilità di manipolazione, contaminazione o preferenza soggettiva. Ma si dimentica (o si finge di dimenticare) quanto sia facile falsificare i numeri e implementare le citazioni attraverso il gioco dei riferimenti reciproci. Individualizzazione, quantificazione, oggettivazione, assieme alla prevalenza dei diritti civili, danno l’impressione di godere di un’ampia libertà, garantita da una serie infinita di regole, requisiti, condizioni. In realtà, denuncia Magris non senza amarezza, siamo di fronte a un totalitarismo strisciante, che si nasconde dietro il paravento di libertà formali. Un vero totalitarismo della libertà che consuma la nostra esistenza.


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SINISTRA PATRIOTTICA: IN MARCIA!

[ 20 giugno 2018 ]


Si è svolta con successo, sulla base dell'appello per un Comitato di Liberazione Nazionale ed un governo di salute pubblica, la prevista assemblea nazionale. Ogni marcia comincia con un primo passo. Questo passo è stato compiuto, la sinistra patriottica e popolare c'è e avanzerà. Dopo numerosi interventi di attivisti sociali, operai, militanti politici e intellettuali, l'Assemblea ha approvato per acclamazione questo Ordine del Giorno che traccia la rotta. Chi lo condivide si faccia sotto, ci aiuti a diffonderlo, si organizzi con noi. Non ci sarà posto, nella tempesta che si avvicina, per gli indifferenti.
La video-registrazione dei lavori dell'assemblea.


La presidenza dell'Assemblea del 16 giugno. Da destra a sinistra: Paolo Babini,
Fabio Frati e Daniela Di Marco. Al microfono Antonio Maria Rinaldi.

*  *  *
Ordine del giorno 


Approvato dall’Assemblea di Roma del 16 giugno 2018


«Dopo un decennio di governi liberisti che hanno massacrato il popolo lavoratore, sfasciato il Paese, svenduto la sua sovranità a poteri oligarchici esterni e calpestato la Costituzione repubblicana, la maggioranza dei cittadini italiani, il 4 marzo, ha riversato nelle urne la propria volontà di cambiamento e di giustizia sociale.

E’ sull’onda di questa spinta, fallito il tentativo golpista del presidente Mattarella, che è sorto il governo M5S-Lega.

Non ci facciamo alcuna illusione che questo governo abbia le capacità ed il coraggio di porre fine davvero alle politiche austeritarie rompendo con la gabbia eurocratica.

Se realizzerà le promesse misure a favore della maggioranza dei cittadini lo sosterremo, lo combatteremo ove invece del cambiamento si rivelasse un altro governo della conservazione ubbidiente ai poteri forti.

Nel primo caso non c’è dubbio che le élite dominanti gli renderanno la vita impossibile, tenteranno di rovesciarlo, affinché l’Italia non esca dalla gabbia burocratica.

Dovremo impedirlo invitando i lavoratori, i giovani, tutti i cittadini alla più ampia e decisa mobilitazione. Dovremo essere il lievito di un nuovo Comitato di Liberazione Nazionale che spiani la strada ad un governo di salute pubblica che riconsegni al popolo la sua sovranità, liberando il Paese dalla doppia gabbia dell’euro e della NATO.

L’Assemblea s’impegna alla costruzione di comitati popolari per il CLN in ogni città e territorio».


Approvata per acclamazione



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IMMIGRAZIONE: TRE A ZERO E PALLA AL CENTRO di Piotr


[ 21 giugno 2018]

Ieri ho pubblicato un articolo di critica alla politica securitaria di Salvini.

In esso ho sostenuto due cose: la prima è che questa politica non risolverà il “problema migranti”, la seconda è che questa stessa politica non può essere contrastata che da un'opposizione che definivo “di classe” per mancanza di termini, purtroppo non ancora in vista. Perché che ci possa essere un'opposizione “di sinistra” è solo uno sciagurato abbaglio.

La sinistra buonista, argomentavo, e la Lega cattivista sono come suocera e nuora.
In particolare nell'articolo sottolineavo che ad oggi quel che ritengo più temibile non è tanto che Salvini compia atti “disumani” sui migranti - come vedremo lo ha fatto e lo fa chi lo critica - ma un pericoloso inquinamento culturale che finisca per far diventare senso comune la diffidenza e il fastidio per l'Altro.

Fatta questa denuncia, il problema che si pone – ed è un grave problema – è che la terminologia e il modo di ragionare sguaiato, irritante e culturalmente pericoloso di Salvini e di altri leader leghisti nasconde delle verità. Se nascondesse delle bugie il problema sarebbe molto meno pronunciato. Nascondere e nascondersi invece queste verità è la cosa peggiore che un'opposizione alle politiche securitarie possa fare.

E quali sono queste verità?

— 1 —

L'Italia nel 2017 ha accolto il 70% dei migranti che sono venuti in Europa.
Già questa cifra dovrebbe indurre a toni più moderati la lingua biforcuta di tutti i leader europei, che non sono altro che scribi e farisei ipocriti.

Possiamo far schifo su molte cose, ma se non fosse per l'Italia gli altri Paesi europei questi migranti li avrebbe fatti colare a picco nel Mediterraneo (per poi piangerci sopra).

In più c'è una norma intrinsecamente anti-europea per cui se un immigrato sbarca in un Paese è un problema di quel Paese. Evviva l'Europa Unita!

— 2 —

Non è vero che da noi arrivano più che altro persone che si rifugiano dai conflitti armati. Di 100 immigrati arrivati in Italia, 85 ci vengono per questioni economiche. Questo almeno ci dicono le statistiche dell'ISPI.

Ora, io personalmente ritengo la rapina neo-coloniale dei Paesi da cui provengono ad esempio i migranti dell'Africa subsahariana una guerra fatta con altri mezzi. Una guerra che ha conseguenze atroci e subdole. Così subdole che poi qui in Occidente ci dilettiamo in questa suddivisione bizantina: rifugiati vs migranti economici.

No! Non è così (e penso che Gino Strada concorderà): le guerre fatte coi proiettili e con le bombe e quelle fatte coi debiti e la rapina dei beni nazionali fanno parte dello stesso pacchetto. Le statistiche dell'ISPI non assolvono la nostra coscienza occidentale e le nostre responsabilità.

Invece l'insistenza sul dato (falso) della preponderanza di rifugiati serve proprio, lo si voglia o meno, a nascondere un lato della guerra bifronte, quello esaltato dalle politiche neoliberiste di globalizzazione e finanziarizzazione. Che sono oltretutto le politiche che portano alla guerra con proiettili e bombe.

— 3 —

La Francia sull'immigrazione è ipocrita tanto quanto il suo presidente Macron.

La Francia che doveva accogliere più di 9600 immigrati, ne ha accolti invece solo circa 690. Gli altri è andata a manganellarli direttamente in Italia o al valico di Ventimiglia, comprese donne incinte, per fargli ben capire che non era il caso che, accordi o non accordi, tentassero di raggiungere il loro accogliente Paese.

E l'inferno di Calais? E i congelati sulle Alpi? Ha torto Salvini quando rimanda il “vomitevole” al suo spudorato mittente, cioè l'ipocrita Macron?

No! A me Salvini non piace, ma Macron mi piace molto di meno. Se non altro il leader leghista ha denunciato, correttamente anche secondo il diritto internazionale, i bombardamenti di Francia, UK e USA su Damasco come atti di aggressione. Macron invece ha bombardato Damasco per segnalare a Putin che “anche la Francia è della partita” (sic!). Chi è allora il campione di cinismo? Io non ho dubbi: sta all'Eliseo.

— 4 —

La Spagna ha eretto barriere a Ceuta e Melilla a suon di decine di milioni di euro. I migranti che cercano di aggirarle nuotando vengono ammazzati coi lacrimogeni e i proiettili di plastica (che se ti colpiscono mentre nuoti ti fanno affogare, ovvio!).


Adesso la Spagna fa la figura del Paese col cuore in mano, del Paese dell'accoglienza contro la cinica Italia salviniana. La Spagna che spara sugli immigrati e che persino oggi accoglie solo la metà degli immigrati dell'Italia di Minniti, osa dire qualcosa? Che indecenza! E che indecenza chi la porta ad esempio!

L'indecenza spagnola e la vomitevole ipocrisia francese sono infatti infiocchettate dalla sinistra italiana. Così come i liberal statunitensi sbraitavano contro il progetto di Trump di erigere un muro col Messico, dimenticandosi bellamente delle migliaia di chilometri di barriere già costruite da Clinton e Obama, qui da noi oggi la sinistra si è già tranquillamente dimenticata del suo Minniti, si è dimenticata che ha ricattato (con Napolitano in testa) Berlusconi perché facesse la guerra alla Libia, si è dimenticata del suo sostegno ai jihadisti tagliagole in Siria e si è anche dimenticata del massacro (perché massacro fu, non tragedia) del Canale d'Otranto quando la nostra corvetta “Sibilla” speronò una nave carica di 120 profughi albanesi facendone affogare 81. 

Era il 1997. Erano i tempi del blocco navale anti-immigrati decretato dal governo Prodi: "La sorveglianza dell'immigrazione clandestina attuata anche in mare rientra nella doverosa tutela della nostra sicurezza e nel rispetto della legalità che il governo ha il dovere di perseguire" (intervista di Romano Prodi a “Ballarò”). L'ONU denunciò come illegale il blocco. La magistratura giudicò colpevole il comandante della “Sibilla”. Il governo Prodi era di sinistra, molto di sinistra.

Gli Stati Uniti sono stati l'unico Paese al mondo ad aver utilizzato armi nucleari. Però i cattivi sono gli altri, la Corea del Nord, l'Iran. La sinistra italiana è stata finora l'unica forza politica ad aver deliberatamente ammazzato immigrati, però il cattivo è Salvini. Stesso stile di ragionamento, stessa arroganza, stessa ipocrisia. Stessa paura di contare sempre di meno.

Capite perché lamento la mancanza di un'opposizione “di classe”? È una questione non solo di prospettiva politica ma anche di decenza morale.

Con tutte le cose di cui Salvini può essere accusato, per ora come decenza ha vinto contro la Spagna, contro la Francia e contro la sinistra. Tre a zero.

Piaccia o non piaccia è così.

Rimettiamo la palla al centro e cerchiamo, almeno noi, di giocare meglio.

* Fonte: Megachip

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