martedì 17 luglio 2018

SIRIA, SAVIANO E LE BUFALE (AL GAS NERVINO)

[ 17 luglio 2018]



Siria
la fake news dell'attacco chimico a Douma 

Denunciammo subito
 la bufala dell'attacco chimico nel sobborgo di Douma, nell'aprile scorso
[nella foto]. Non siamo mai stati amici di Assad, ne abbiamo denunciato la condotta politica, come pure le stragi di civili, ma che quella del gas nervino fosse una montatura ci parve subito chiaro. Eppure, da Saviano a Gentiloni, fu tutta una corsa ad accreditare quella menzogna e ad applaudire i successivi missili americani, francesi e britannici. E ora? Ora che sono stati smentiti e sputtanati, hanno forse detto una parola? No, preferiscono tacere. Vergogna!
Di seguito, da fonte certo non sospetta, un articolo di Gianandrea Gaiani. 
*  *  *
Douma, i gas nervini e la memoria corta
di Gianandrea Gaiani (Analisi Difesa)

clicca per ingrandire


Un rapporto provvisorio dell’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (Opac) ha annunciato il 6 luglio di non aver trovato la prova dell’utilizzo di gas nervino nell’attacco che secondo le milizie ribelli jihadiste filo-saudite sarebbe stato compiuto il 7-8 aprile scorso dalle truppe governative siriane nel sobborgo di Douma, nell’area di Ghouta Orientale, dove potrebbe invece essere stato usato il cloro.

“Dai risultati è emerso che non sono stati usati gas nervini o prodotti derivati”, ha riferito l’Opac nel rapporto provvisorio.

Lo scorso 7 aprile la cittadina alla periferia di Damasco è stata bombardata dall’aviazione governativa siriana e i ribelli hanno denunciato l’uso di armi chimiche. La settimana seguente, dopo che gli insorti si erano ritirati, gli ispettori dell’agenzia Onu hanno cominciato le indagini, in particolare in un palazzo vicino alla piazza principale e in una panetteria indicati come i luoghi dei possibili attacchi.

Dal rapporto preliminare dell’Opac emerge che nei due siti sono stati trovati “residui di esplosivi e componenti chimiche organiche clorate”, cioè nessuna prova decisiva di un attacco con bombe al cloro, anche se non può essere escluso.

A Douma, la missione dell’Opac ha svolto attività di raccolta di campioni ambientali e di dati e ha intervistato testimoni del presunto attacco chimico. “In un paese vicino” alla Siria non meglio specificato, gli agenti dell’Opac “hanno raccolto o ricevuto campioni biologici e ambientali e hanno condotto interviste con i testimoni” del presunto impiego di armi chimiche a Douma.

Nel rapporto provvisorio, la missione dell’Opac giunge a concludere che, “in base ai risultati delle indagini, nessun agente nervino o prodotto del suo decadimento è stato individuato nei campioni ambientali o nel plasma delle presunte vittime”. Tuttavia, “con residui di esplosivo sono stati trovati tracce di clorina”.
clicca per ingrandire

Il cloro non è un’arma chimica ma un prodotto chimico che può risultare tossico e persino letale ad elevate concentrazioni, più volte impiegato nel conflitto siriano e non solo dai governativi: la sua facile reperibilità lo rende idoneo anche a inscenare attacchi chimici a fini propagandistici.

Secondo i ribelli nell’attacco di Douma morirono circa 40 persone anche se siriani e russi parlarono subito di montatura orchestrata ad arte (numerosi civili testimoniarono l’allestimento di un set cinematografico da parte dei ribelli di Jaysh al-Islam per inscenare gli effetti dell’attacco chimico) per determinare un intervento militare occidentale, come poi accadde la settimana successiva con i raid missilistici punitivi scatenati dagli anglo-franco-americani contro “obiettivi per la produzione di armi chimiche” del regime di Damasco.

Se l’attacco chimico è stata una messa in scena, il raid punitivo è stata poco più di una sceneggiata: ha colpito con oltre 100 missili da crociera edifici e obiettivi vuoti pre-selezionati insieme ai russi che non hanno fatto intervenire le loro difese antimissile basate in Siria.

Una “ammuina” che forse ha salvato la faccia agli Occidentali senza recar danno a russi e siriani.
Il rapporto dell’OPAC ha fatto luce anche sulle accuse rivolte dai ribelli jihadisti ali governativi siriani circa l’uso di armi chimiche ad al-Hamadaniya il 30 ottobre 2016 e Karm al-Tarrab, il 13 novembre 2016.

“Sulla base delle informazioni ricevute e analizzate, la narrativa prevalente delle interviste e i risultati delle analisi di laboratorio, l’OPAC non può determinare con sicurezza se una determinata sostanza chimica è stata utilizzata come arma negli incidenti avvenuti nel quartiere di Al-Hamadaniya e nell’area di Karm al-Tarrab”.

Il rapporto dell’OPAC su Douma è passato quasi inosservato benchè nell’aprile scorso politici, analisti e opinionisti colsero l’occasione (anche in Italia) per accusare Damasco e Mosca di crimini di guerra e di aver voluto gasare i bambini di Ghouta.

La vicenda venne strumentalizzata ai fini della caccia alle streghe legata alla “nuova guerra fredda” e ai fini politici interni con effetti esilaranti e al tempo stessi patetici.

Ampi ambienti della politica italiana arrivarono addirittura a sostenere che non si poteva criticare l’interventismo bellico di Usa, Francia e Gran Bretagna (la rappresaglia non attese un rapporto dell’OPAC) perché sono nostri alleati della Nato.

Posizione assurda sia perchè l’Alleanza Atlantica è nata per difendere la libertà (anche di critica e di espressione) non per soffocarla ma soprattutto perché Londra, Parigi e Washington non hanno certo coinvolto la Nato nè chiesto il consenso degli alleati per condurre un’azione bellica unilaterale.
Fragoroso il silenzio con cui quelle schiere di indignati per le stragi di bambini siriani hanno accolto il rapporto dell’OPAC.
Siria: la situazione nel febbraio 2018 (clicca per ingrandire)

Tace persino chi arrivò a definire “propaganda russa” un editoriale di Analisi Difesa che ipotizzò la montatura orchestrata per creare il casus belli e coinvolgere direttamente le potenze occidentali nella guerra contro Bashar Assad.

Eppure non era poi così difficile intuire le ragioni dell’ennesima montatura tesa a dimostrare l’uso di gas nervini da parte del regime di Assad dopo che Barack Obama aveva definito l’impiego di armi chimiche il “filo rosso” il cui superamento avrebbe determinato l’intervento bellico statunitense.

Per questo i ribelli, sconfitti sul campo di battaglia, (e i loro alleati arabi) cercano periodicamente di inscenare attacchi chimici che i governativi non hanno nessuna esigenza militare né ovviamente politica per scatenare. Bashar Assad è un dittatore ma, anche in virtù del ruolo che ricopre da 18 anni di cui 7 di guerra, sarebbe ridicolo considerarlo uno stupido.


da Analisi Difesa

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lunedì 16 luglio 2018

SALVINI HA RAGIONE, BOERI A CASA! di Piemme

[ 16 luglio 2018 ]

Contro il "decreto Dignità", siccome pone dei limiti alla precarizzazione del lavoro che viene avanti da decenni, la borghesia tuona e minaccia sfracelli. 

Lorsignori (Confidustria, Pd, Forza Italia...) dopo aver sostenuto politiche austeritarie che hanno causato milioni di disoccupati, strillano che detto decreto... causerebbe la perdita di 80 mila posti di lavoro in dieci anni.
Verrebbe da ridere se non ci fosse da piangere.
E su cosa si baserebbe questa fosca previsisone? Sulla relazione "tecnica" diffusa dall'INPS e condivisa (guarda caso) anche dal Ministro Tria. 

Ma è attendibile questa previsione? Boeri scrive: che: "In presenza di un inasprimento del costo del lavoro complessivo, l'evidenza empirica e la teoria economica prevedono unanimemente un impatto negativo sulla domanda di lavoro".
Per quanto non condivida (e si sbaglia!) la tesi che lo sgambetto di Boeri sia un atto deliberato di sabotaggio —il tassello di un più insidioso complotto per rendere la vita impossibile al governo giallo-verde—; per quanto ritenga che questo mettere i bastoni fra le ruote al governo sia "legittimo" (sic!), Stefano Fassina la dice giusta. I numeri lanciati da Boeri
«Non hanno nulla di oggettivo, nonostante la conciliante accusa di "negazionismo economico" da parte del Presidente dell'Inps a chi osa criticare. Sono frutto di un paradigma economico, l'impianto neo-liberista, assolutizzato da decenni e sbandierato come "tecnico". In realtà, uno dei paradigmi possibili. Uno, soltanto uno. La teoria economica, come riconosciuto dagli economisti "classici", è politica: dipende dalle visioni del mondo, dall'ideologia, presente anche quando negata in nome di neutre valutazioni empiriche».
Quindi Fassina conclude:
«La risposta è semplice: l'Inps, legittimamente, continua a applicare il paradigma neo-liberista che, come associa un'espansione dell'occupazione e del Pil a misure di "flessibilizzazione" delle regole del mercato del lavoro, "prevede" minore occupazione e minore espansione dell'economia reale a fronte di modesti interventi di riduzione della precarietà».
Il 16 maggio scorso, mentre si profilava l'accordo tra M5s e Lega per dar vita al governo, scrivevo che ove questo avrebbe davvero anche solo iniziato a porre fine all'austerità, le élite avrebbero SCATENATO L'INFERNO. L'imboscata di Tito Boeri, fatta per nome e per conto degli oligarchi globalisti ed euristi, è infatti solo un assaggio di quel che saranno in grado di fare in vista del Def e della legge di Bilancio, o di "stabilità". 

Il fatto è che queste élite hanno sì perso la postazione di palazzo Chigi, ma conservano il controllo di tutte le altre: Bankitalia, il Ministero dell'economia, enti potenti come appunto l'INPS, ecc. Si tratta, come si dice in gergo burocratico, di enti strumentali del governo, organismi non godono quindi, come la magistratura, di alcuna indipendenza. In poche parole non possono mettersi di traverso o addirittura boicottare le sue decisioni (tanto più per nome e per conto di una borghesia "prenditrice" che tanto ha avuto in questi decenni).

Per questo Salvini ha ragione da vendere, Boeri si deve fare da parte e, se non lo fa di sua sponte, proceda il Consiglio dei ministri. Lo impone non solo la volontà popolare manifestatatasi il 4 marzo ma la stessa Costituzione. 

Il pesce in barile che siede al Mef sarà così avvertito. Le casematte in mano all'élite oligarchica vanno espugnate, una ad una.

Ps
E che ti fa la sinistra antagonista davanti a questo scontro strategico? Parla d'altro, parla dei migranti....





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IL PUNTO DI NON RITORNO di Riccardo Achilli

[ 16 luglio 2018 ]


Diagnosi spietata e da noi condivisa quella di Achilli: non solo la sinistra italiana è collassata ma «gli spazi di potenziale espansione sociale della sinistra italiana si stanno irrimediabilmente chiudendo», visto che quegli spazi sono e saranno inesorabilmente colonizzati dai due populismi di M5s e Lega. 
E dunque? Achilli avanza una proposta che potrà sembrare scioccante: 
«In assenza di una capacità di tenuta politico-organizzativa autonoma, che l’estinzione prossima ventura evidenzierà, sarà necessaria una soluzione “kirchneriana”: forme di entrismo intelligente e critico dentro il corpaccione del populismo di potere, per lavorarlo dall’interno, cercando di piegarne a sinistra, per quanto possibile, le enormi potenzialità di consenso che presidia».
Anche in questo caso siamo in sintonia. Nella risoluzione LA SINISTRA PATRIOTTICA E IL GOVERNO M5S-LEGA, approvata dalla 3. Assemblea nazionale di P101 si legge:
«In questo concreto contesto è nel “campo populista” che occorre stare. Fuori da questo campo c’è solo quello del blocco dominante. Ma c’è modo e modo di “stare”. Sarebbe un errore fatale assumere una posizione di indulgente accondiscendenza verso il governo M5s-Lega. Esso va incalzato a realizzare le cose giuste che ha promesso di fare, va contrastato ove cercasse una linea di galleggiamento e di remissività verso le élite dominanti».
Stabilito il campo in cui "stare", lo "stare" implica il "fare", e questo chiede una strategia autonoma e un'organizzazione indipendente. Diversamente è destino essere travolti dalla corrente...

*  *  *

La domanda centrale se vi sia un futuro per una sinistra autonoma ed influente è, in un orizzonte temporale ragionevole per poter fare previsioni (diciamo 5-10 anni), a parere di chi scrive, a riposta negativa. Ho già scritto in relazione alle condizioni necessarie per riavviare sin da subito un percorso di ripartenza della sinistra in un recente articolo (Sinistra: estinzione o rinascita? su L'Interferenza) ma, diciamoci la verità, tali condizioni non sono realisticamente praticabili. I gruppuscoli dirigenti attuali, responsabili in massima misura della catastrofe, non hanno alcuna intenzione di mollare, se non celandosi dietro qualche uomo/donna di paglia manovrato/a alle spalle in un simulacro di rinnovamento. Anzi, il governo gialloverde fornisce a questi scellerati l’occasione di ricompattare le loro scarne truppe in una battaglia di sopravvivenza contro immaginifici pericoli razzisti e fascisti artatamente agitati e patologicamente interiorizzati in una sorta di coazione a ripetere ideologica da parte dei propri seguaci. E’ una acquisizione clinica il fatto che alcune delle peggiori psicosi, come ad esempio la paranoia, siano disturbi della funzione del “dare senso” alle immagini, ai simboli ed alle rappresentazioni (Hillmann ha scritto un saggio sulla paranoia molto utile per identificare alcuni sintomi indicativi del morbo mentale che affligge la sinistra radicaloide italiana).

Non essendovi alcun ricambio significativo di ceto politico, non vi sarà alcun ricambio di messaggio e di parole d’ordine e, di conseguenza, non vi sarà alcuna espansione rispetto ai residuali presidi sociali della sinistra (il Pd non fa parte della definizione di “sinistra”, ovviamente) consistenti in segmenti minoritari di ceto medio riflessivo e di militanza tradizionale. Nell’incapacità di dare senso alla fase storica, e quindi di immaginare un posizionamento ed una linea politica attualizzati al contesto reale e non a quello fantasmato, la sinistra terminerà la sua agonia (che dura sin dagli anni Novanta, con il tracollo dei riferimenti ideologici e culturali principali, nelle macerie del muro di Berlino) nella morte definitiva. Non è un fenomeno insolito: altri casi nazionali dimostrano che, laddove si sviluppano populismi egemoni (che si sviluppano, in genere, per inanità della sinistra nazionale) i pascoli sociali tradizionali si consumano definitivamente, e cambiano natura, divenendo strutturalmente inadatti a nutrire un progetto socialista autonomo. E’ il caso dell’Argentina, dove una socialdemocrazia in grado di fare egemonia ha potuto svilupparsi soltanto all’interno del corpaccione del populismo peronista (il kirchnerismo nasce dalla matrice giustizialista) o, in Europa, è il caso dell’Ungheria, dove due populismi di destra (quello di Orban e quello di Jobbick) si contendono la pastura sociale ed elettorale di una sinistra che si è semplicemente estinta.

Gli spazi di potenziale espansione sociale della sinistra italiana si stanno irrimediabilmente chiudendo. E’ puramente utopistico pensare di recuperare elettorato progressista confluito nel M5S o ceti popolari entrati strutturalmente nell’area leghista. Chi si culla nella beata illusione di una sorta di “big bang” pentastellato o in una “riconduzione a sinistra” del M5S non capisce la portata, per certi versi storica, dell’avvento del governo gialloverde. La formazione di tale governo è stata infatti l’espressione della saldatura di un blocco sociale, differenziato al suo interno, ma estremamente coeso in termini di obiettivi ed interessi. Un blocco sociale la cui ricostruzione, dopo la distruzione per via giudiziaria della sua precedente versione all’ombra della Prima Repubblica, è stata avviata dal berlusconismo (che infatti presenta aspetti, nella fluidità del partito egemone, ricondotto a mero comitato elettorale, e nel cesarismo del suo leader/padrone, aspetti in nuce tipici di un nascente populismo). Tale blocco sociale, costituito da piccola borghesia, sottoproletariato urbano, segmenti di proletariato maggiormente esposti alle ondate distruttive della globalizzazione su un apparato produttivo sempre meno competitivo, con la novità dell’ingresso di quote rilevanti di quelle classi emergenti del precariato cognitivo e della new economy semplicemente rimosse e disprezzate dalla sinistra, è unito da paure ed interessi che hanno a che vedere con il degrado della funzione protettrice della identità nazionale e dello Stato-nazione che ne è l’espressione istituzionale, con una domanda sociale di individualismo fiscale e di protezione pseudo-corporativa, mediata da una figura forte, e quindi tranquillizzante, di leadership.

Ad un dipresso, ed al netto dei ceti emergenti del post-capitalismo citati in precedenza, che ha comunque catturato, tale blocco sociale è quello che ha sostenuto ogni periodo di potere di una delle due destre italiane, quella di natura popolare-sociale, dal fascismo ai lunghi periodi di governo della destra della Dc e dei suoi alleati (con l’eccezione, non lunghissima, del primo centrosinistra degli anni Sessanta e della fase di compromesso storico) fino al berlusconismo e, per l’appunto, all’attuale maggioranza. Detto blocco sociale ha sempre trovato forme diverse ed adatte ai tempi di manifestarsi. La fine delle specifiche formule politiche legate alle diverse fasi storiche gli hanno consentito sempre di riproporsi come polo dominante, grazie al suo trasformismo, lungo la storia del nostro Paese. 

Solo in particolari periodi (per l’appunto, negli anni Sessanta del primo centrosinistra, o nella fase costituente dell’immediato dopoguerra) la sinistra ha avuto la forza di piegare questo blocco, incuneandovisi, e realizzando gli unici avanzamenti civili e sociali sperimentati dal nostro Paese (la fine della monarchia e la Carta Costituzionale, il welfarismo degli anni gloriosi del boom economico, la politica estera euromediterranea e di equilibrio fra Est ed Occidente della migliore fase del craxismo).

Ma, per l’appunto, stiamo parlando di una sinistra forte e radicata nel profondo del Paese, con la forza di penetrare dentro le contraddizioni del blocco sociale dominante, ottenendo, oltretutto per periodi tutto sommato brevi ed in forma episodica e non continuativa, la possibilità di innestarvi le proprie proposte. La ridotta testimoniale, supportata da posizioni politico-culturali grottesche e surreali, in cui si è ridotta attualmente, non consente di pensare che vi sarà la forza di incunearsi dentro le contraddizioni del blocco sociale dominante. Se anche il M5S dovesse tracollare, il blocco sociale sottostante non si spezzerà, non ci saranno fuoriuscite di materiale elettorale da un immaginario big bang, ma esso transumerà tranquillamente ed integralmente dentro la Lega. 

Lo stiamo vedendo già dalle prime elezioni amministrative post-formazione del Governo Salvini-Di Maio e dai sondaggi: il calo elettorale dei pentastellati va a gonfiare i numeri dei leghisti. Il blocco sociale non si dissolve, non tracima verso l’esterno, ha semplicemente dei movimenti interni di assestamento legati al suo eterno trasformismo, che lo porta ad aggiustare costantemente le formule politiche in cui si esprime. Ma non esce, nemmeno in piccole quote, dal recinto in cui si è chiuso, perché non conviene a nessuno dei suoi attori avventurarsi oltre il grasso campo di pascolo che presidia. Di conseguenza, le bestie che si trovano fuori dal recinto della fattoria degli zii Salvini e Di Maio, ovvero il Pd, Fi e i micro-partitini di sinistra, continuano a dissanguarsi ed a deperire per mancanza di nutrimento sociale. Le poche specie animali che, all’interno del M5S hanno ancora una postura vagamente sinistroide, come Fico o i piccoli cacicchi provenienti dalla disgregazione della sinistra, sono poco più che automi, che saranno rapidamente destinati al macello (oggi Fico viene preso a mazzate dal suo amico Di Maio persino per aver realizzato una delle battaglie storiche del M5S, ovvero la cancellazione dei vitalizi) ed in parte utili idioti collocati a presidio del lato sinistro della tenuta agricola della premiata Ditta.

L’estinzione finale della sinistra politico-sindacale italiana, intesa come forza in grado di influenzare la direzione di marcia del Paese, sia pur minimamente e residualmente, e da posizioni politiche ed organizzative autonome, è un destino ineluttabile. E’ quasi una necessità storica: per rinascere occorre prima morire. E’ una evidenza profonda e segnalata da una simbologia universale: dal simbolo della Fenice, al significato della Morte nei tarocchi come carta di rinascita, alla potentissima simbologia cristiana del Dio che, per rinascere fortificato nella sua comunità di fedeli, deve prima passare dalla crocifissione, ai miti greco-egizio di Osiride. Niente potrà evitare la morte, nessun artificio. 

Il neo-municipalismo rappresentato da De Magistris altro non è che una versione povera, localistica e miope dei bias ideologici di cui soffre la sinistra a livello nazionale: internazionalismo d’accatto, buonismo acritico, dirittocivilismo, ambientalismo di maniera ed incapace di intaccare i rapporti sociali di produzione. In aggiunta a tali lacune, il neomunicipalismo aggiunge le sue tare specifiche: l’invischiamento dentro le pastoie del micro-territorio impedisce di portare su un livello più alto la domanda sociale, e resta ingabbiato dentro un rivendicazionismo di micro-interessi mediato, per necessità (legata all’impossibilità di dotarsi di strutture organizzative complesse, data l’eccessiva prossimità con il livello territoriale) da un caudillo vernacolare, una specie di Cola di Rienzo, o di Masaniello. Questa strada è solo un espediente per prolungare il coma.
Dalle macerie non si uscirà malconci ma indenni, come i sopravvissuti di un bombardamento che escono dal rifugio antiaereo grati di essere ancora in vita e pronti a ricostruire. Non si potrà più sopravvivere all’ombra di un capetto nella protezione di una setta. Non ci saranno più centri studi o riviste cui affidare, come messaggi in bottiglia di naufraghi, i propri messaggi. La destra di potere risolverà i problemi con la sua visione del mondo, e non avrà nessuna pietà di chi ha lungo ha creduto di difendersene sbeffeggiandola. Le pulsioni autoritarie che le sono proprie si sfogheranno su ciò che resta della sinistra, mettendola in condizioni di non esprimersi più. Occorrerà una lunghissima fase di rielaborazione teorica dell’analisi sociale e della linea politica e programmatica.

Ed accanto alla teoria, occorrerà anche una immersione molto pratica nel cuore sofferente del Paese, quel cuore abbandonato da una sinistra parolaia e di potere, ricostruendo il senso della “commozione”, ovvero del muoversi insieme agli interessi sociali subalterni, entrando nelle loro paure, nelle loro sconfitte, non bollandole come manifestazioni di analfabetismo, ma sapendo comparteciparvi. E qui dirò esattamente come la penso: in assenza di una capacità di tenuta politico-organizzativa autonoma, che l’estinzione prossima ventura evidenzierà, sarà necessaria una soluzione “kirchneriana”: forme di entrismo intelligente e critico dentro il corpaccione del populismo di potere, per lavorarlo dall’interno, cercando di piegarne a sinistra, per quanto possibile, le enormi potenzialità di consenso che presidia. Possiamo anche baloccarci, con lo stesso spirito di quelli che brindavano sul ponte del Titanic un attimo prima della collisione, con giochetti organizzativi: con De Magistris si o no, con PaP si o no, Possibile si o no, e vediamo cosa fanno quelli di Mdp, e vediamo come e con chi riaggregare SI dopo l’inevitabile esplosione di LeU, e rimettiamo insieme cocci disparati. Sono soltanto forme di ricomporre una polpetta sfragnata, sono divertissement astratti, che non poggiano più su nessuna base di consenso, che non hanno più nessun margine di manovra nel mondo reale.

Il consenso sta altrove. Non c’è la forza e la credibilità per portarlo fuori dal recinto della fattoria degli zii Salvini e Di Maio. Ed allora occorrerà chinare la testa ed abbassare le orecchie, come è giusto facciano i perdenti, e cercare di entrare nel recinto portando dietro una posizione propria, e cercando di farla valere per quanto possibile. E l’unico modo per farlo, prima che sia troppo tardi ed i guardiani della fattoria ci abbattano, occorrerà iniziare a dialogare con le bestie che popolano la fattoria, oltre il recinto. Non continuando ad insultarli, a trattarli da fascio-razzisti, ma comprendendo a fondo le istanze sociali che rappresentano e mostrando rispetto. Cercando di sostenere le istanze interne al M5S che intendono contrastare gli aspetti più belluini delle politiche di questo Governo, aiutando tal istanze a non essere del tutto schiacciate. Prima che l’onda lunga della deriva di destra del Paese non ci cancelli del tutto, rendendoci inutili anche per questo ruolo residuale.


* Fonte: criminalitalia

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sabato 14 luglio 2018

IL ROSARIO, SALVINI E CREMASCHI di Sandokan

[ 14 luglio 2018 ]

Lontani sono i tempi di Bossi e della cerimonia pagana e padana dello svuotamento dell'ampolla contenente l'acqua del Po. Matteo Salvini, ben sapendo come funziona la "società dello spettacolo", ha concluso il suo comizio di Pontida brandendo il rosario e su quello facendo solenne giuramento. Un gesto plateale, una banalizzazione del sacro, che aveva già compiuto a Milano, a chiusura della campagna elettorale. Si è guardato bene, questa volta, dal fare autogol, a non ostentare il Vangelo. Ciò non è accaduto per caso. Non sono stati pochi gli esponenti cattolici i quali, per condannare la sua politica sull'immigrazione, gli hanno fatto notare quanto è scritto in Matteo 25,35.43: “Ero straniero e mi avete accolto”.

Che Salvini, con questi gesti simbolici, voglia accattivarsi il consenso dei settori cattolici tradizionalisti ci pare evidente. Il tempo ci dirà se egli si senta davvero vicino alla corrente antimodernista che viene avanti da Pio X in poi. I seguaci di Lefebvre potrebbero suggerire al leader leghista una frase di Pietro il quale, convinto che i cristiani fossero gli ebrei più conseguenti, contraddice quella di Matteo: “Voi sapete come non sia lecito a un giudeo di aver relazioni con uno straniero o di entrar in casa sua” (At 10,28).

Ma non è di disquisizioni ecclesiologiche che ci vogliamo occupare bensì delle reazioni che il gesto simbolico di Salvini ha suscitato in certa sinistra. Quella scolpita il 2 luglio scorso nella sua pagina Facebook da Giorgio Cremaschi è rivelatrice.
La riportiamo per intero.
«VIA LA RELIGIONE DALLA POLITICA, VIA LA POLITICA DALLA RELIGIONE 
I leghisti sono i talebani italiani.
Salvini ha esibito il Rosario al suo comizio come un fanatico islamista avrebbe potuto fare con il Corano. Gli integralismi religiosi sono tutti eguali e crociate e guerre sante sono spinte dalla stessa aria fetida reazionaria.

La signora ridente di questa foto, che vuol cacciare dall'Italia chiunque non accetti il il dominio del suo Crocifisso, cioè non solo chi segue un'altra religione ma ogni persona laica e libera, questa signora leghista manifesta una regressione umana profonda. Ed il leader di di questa regressione umana è Matteo Salvini che benedice la sua folla con il Rosario.
Vandea, sanfedismo, clerico fascismo, dalla rivoluzione francese ad oggi queste parole definiscono tutti quei movimenti che si sono opposti ad ogni reale progresso del genere umano, facendo un uso distorto e barbaro della religione. I reazionari si appropriano di Dio per alimentare la stupidità di molti e difendere gli sporchi interessi di pochi.
Niente di nuovo a Pontida, è il periodico ritorno della barbarie reazionaria, che abbiamo sconfitto nel passato e che sconfiggeremo di nuovo.
Via la religione dalla politica, via la politica dalla religione».
 "Leghisti talebani", "Salvini come un fanatico islamista", "Salvini leader della regressione umana", "sanfedismo e ritorno della barbarie reazionaria" 
Qual è il senso delle furiose contumelie cremaschiane?
Anche volendo sorvolare sull'intonazione smaccatamente islamofoba (col che Borghezio ringrazia!) si tratta di una scomunica dal sapore religioso, un fideismo al contrario, di marca liberal-massonica però, molto distante dal marxismo che Cremaschi dice di professare.

E su cosa si basa l'anatema? Il senso sta nel titolo:"Via la religione dalla politica, via la politica dalla religione". 
Siamo trasecolati. 
Cremaschi ha trasformato il principio democratico e repubblicano per cui lo Stato, ferma la piena libertà per ogni culto religioso, non ha carattere confessionale, nell'antitesi tra politica e religione. Come se le religioni, nel caso quella cristiana, fossero appunto  schiribizzi astrusi, stregonerie oscurantiste, e non invece visioni del mondo e dell'uomo, quindi politiche in massimo grado.

"Via la religione dalla politica, via la politica dalla religione"... che è come stabilire una immaginaria linea di frontiera tra due campi dove al di qua c'è la sfera razionale della politica (con quindi dentro le più disparate correnti ideologiche, dal comunismo al nazismo) e, al di la, antidiluviane confessioni religiose buone solo per gli stolti. Cremaschi non ha capito un fico secco dell'uomo, della religione, del mondo, delle ragioni che dentro la crisi della modernità e dell'egemonia della civiltà occidentale spiegano la rinascita delle religioni, risorte dal bisogno d'identità e dalla volontà di resistenza alla globalizzazione.

Si dirà, Cremaschi è fatto prendere dalla foga.
E sia, ma ciò dimostra dove conduce l'idea accecante che il governo Di Maio-salvini sia "il più a destra della storia repubblicana", che esso sia il motore della "fascistizzazione sociale". Conduce a drogarsi con dosi crescenti di paroloni incendiari, fino all'overdose e alla morte della politica, a parole invocata come principio massimo.
Se i nemici che Salvini deve temere son questi massimalisti qui, ahinoi, potrà  dormire sonni tranquilli e davvero immaginare di "governare trent'anni".


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venerdì 13 luglio 2018

IL SOVRANISMO È DI DESTRA?

[ 13 luglio 2018 ]

"L'idea che il sovranismo sia uguale al nazionalismo è un altro regalo della sinistra alla destra". 

Questa affermazione, che è uno dei capisaldi della sinistra patriottica, è da incorniciare visto chi l'ha pronunciata. E l'ha pronunciata Curzio Maltese sul Venerdì in edicola, 
supplemento di la repubblica.
Noto giornalista Maltese è anzitutto europarlamentare. Venne eletto con la lista ALTRA EUROPA CON TSIPRAS
Le cose cambiano cari lettori.
Questo nuovo segno che c'è vita (e intelligenza) a sinistra, ci riporta alla mente la massima latina"numquam est nimis sero". Non è mai troppo tardi per dire la verità ai cittadini.


*  *  *
QUANDO IL SOVRANISMO ERA DI SINISTRA
di Curzio Maltese



L'idea che il sovranismo sia uguale al nazionalismo è un altro regalo della sinistra alla destra. Nel discorso pubblico improntato al presente perpetuo di Twitter probabilmente non serve ricordarlo, ma la sinistra italiana ha espresso per decenni un sovranismo, come lo si chiamerebbe oggi, fondato sui valori democratici della Costituzione e opposto a una costruzione oligarchica dell'Europa.

Nel 1978 il Pci berlingueriano si oppose con forza all'ingresso immediato nello Sme, padre dell'euro, per molte e buone ragioni. La principale, sostenuta con fierezza da Giorgio Napolitano nella vita precedente, era che partire dall'unione monetaria e non dall'unione politica comportava una scelta antipopolare e oligarchica, un'Europa di «finanzieri e burocrati» di segno liberista, che avrebbe allargato le differenze fra Stati ricchi e poveri, minacciato le politiche sociali e ridotto i diritti dei lavoratori al minimo.

Come si vede, c'è stato un tempo in cui la sinistra azzeccava le previsioni (e le elezioni). Negli anni di Maastricht, '92-'94, il Pds si converte all'unione monetaria, in nome di responsabilità, affidabilità eccetera, ma ancora con molti paletti. Avanti con l'euro, è la posizione dei socialisti europei, ma soltanto insieme a un bilancio comune e un'unione fiscale e politica, con tanto di eurobond, governo nominato dal Parlamento europeo e trasferimenti dalle nazioni ricche alle indebitate, sul modello federale degli Stati Uniti d'Europa.

Poi vince la Terza Via e allora la sinistra è per l'Europa liberista senza se e senza ma, pazienza per il eurobond, la solidarietà, gli eletti che contano assai meno degli euroburocrati e Bruxelles che detta le politiche economiche mettendo in comune soltanto l'1 per cento del Pil per i trasferimenti interni, contro il 29 degli USA. In attesa delle magnifiche sorti e progressive dell'Unione, in Italia abbiamo perso un quarto dell'apparato produttivo in vent'anni e siamo diventati da euroentusiasti a euroscettici, chissà perché. Rimpiangiamo il lavoro non precario, le politiche sociali, le pensioni, i diritti.

Sono cose di destra? Il punto è che, giusto o sbagliato, di destra o di sinistra, il sovranismo è impossibile. Nel sistema euro gli Stati non possono stampare moneta, regolare i cambi, finanziare politiche sociali in deficit o con il fisco, perché i capitali da tassare scappano in un secondo. Se riescono a ottenere un piccolo sconto sui parametri di Bruxelles, sono comunque in balia dei rating e dello spread, e puoi sbattere i pugni quanto ti pare. Si può giusto rifilare qualche manganellata ai poveracci, che aumenteranno lo stesso e alla fine il poveraccio da manganellare sarai tu. Bisognerebbe azzerare Maastricht e ricominciare da capo, ma chi lo dice?

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SE QUESTI SONO ECONOMISTI di Leonardo Mazzei

[ 13 luglio 2018]

Risposta agli "otto economisti" che scrivono da Marte

Con una "lettera aperta" al Sole 24 Ore del 10 luglio, otto economisti chiedono al governo attuale, nonché a quelli futuri (!), un giuramento di fedeltà all'euro. Gli otto - L. Codogno, G. Galli, A. Macchiati, M. Maré, S. Micossi, P. Reichlin, G. Tabellini e V. Tanzi - si dicono mossi a «difesa del risparmio e del lavoro degli italiani».

Questo il passaggio centrale della loro lettera: «Al di là di ciò che si può pensare dell'Unione Europea e delle necessarie riforme dell'Eurozona, qualunque governo, di qualunque colore politico, ora e nel futuro, deve impegnarsi a difendere l'appartenenza dell'Italia all'unione monetaria, come condizione necessaria per tutelare il risparmio degli italiani (come impone l'art. 47 della Costituzione), l'attività delle imprese, il lavoro, il tenore di vita di tutti i cittadini e in particolare dei ceti più deboli».
Ci sarebbe da ridere, se non ci fosse da piangere. Ai lettori del maggior quotidiano economico del Paese non viene offerto un ragionamento, un'analisi, una riflessione. Ad essi viene semplicemente proposto un dogma che non ammette deroghe.

Presi da un'irrefrenabile foga censoria, figlia di una cattiva digestione del voto del 4 marzo, essi affermano che occorre: «un'azione vigorosa per rimuovere quel germe di incertezza che è stato prodotto e convincere gli investitori internazionali e gli stessi risparmiatori italiani che la permanenza dell'Italia nell'euro non è in questione». Insomma, sul tema nessuna discussione dev'essere consentita. Dispiace per gli "otto", ma per completare la loro opera normalizzatrice essi, anziché puntare sul solito Savona, dovrebbero convincere anche gli economisti tedeschi (tra i quali il capo dell'Ifo Hans-Werner Sinn)  che chiedono al loro governo l'adozione di un piano proprio per gestire la possibile dissoluzione dell'Eurozona. Ma questa è evidentemente un'impresa un po' più complicata del farsi pubblicare dal Sole certe banalità.

E quale sarebbe lo scopo della rimozione del "germe di incertezza" che essi denunciano? Ovvio, ridurre lo spread. E bravi! Ottimo proposito, peccato vi dimentichiate di dire che lo spread è frutto anche dell'euro, dell'assenza di sovranità monetaria, perché con una Banca centrale come acquirente di ultima istanza tale problema sarebbe del tutto inesistente. Insomma, prima (con l'euro) ci si mette in gabbia, poi si vorrebbero mitigare le condizioni di quella prigionia (riducendo lo spread), ma senza voler abbattere le mura di quella prigione. Troppa grazia, sant'Antonio!

Ma dove gli estensori della lettera toccano davvero il fondo è quando elencano i nobili scopi del giuramento richiesto.
Secondo loro si tratterebbe di difendere il risparmio, peccato che proprio in nome dell'euro sia stata emessa la normativa sul bail in, che i risparmi li ha invece falcidiati. Peccato che, a causa della svalutazione interna prodotta dalle misure di austerità imposte dal sistema dell'euro, il principale bene delle famiglie italiane - la casa - sia stato svalutato di circa un 20%.

Dicono che il loro giuramento favorirebbe l'attività delle imprese. Peccato che oltre centomila aziende siano fallite proprio a causa delle politiche recessive imposte dall'UE. Di più, dicono che esso servirebbe a tutelare il lavoro e i redditi degli italiani, ma chi è che non sa che con l'euro la disoccupazione è andata ai massimi storici, mentre i salari sono calati mediamente di un 10%, ed i poveri assoluti solo saliti (dal 2007 al 2016) del 165%?

Insomma, va bene pensarla come si vuole, ma travisare così platealmente la realtà di certo non fa onore agli otto economisti. Gli italiani che mandano avanti la baracca possono avere tanti difetti, ma di sicuro hanno capito che con l'euro e l'UE le loro condizioni di vita sono peggiorate drasticamente. Anche per questo hanno mandato al governo la maggioranza gialloverde: per provare a cambiare il rapporto di sudditanza verso Bruxelles, Berlino e Francoforte. Non rendersene conto mostra un distacco così profondo dalle cose terrene da far pensare che certe lettere siano state scritte su Marte.

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giovedì 12 luglio 2018

LA LINEA SCHLAGETER di Daniela Di Marco


[ 13 luglio 2018 ]

LOTTA DI LIBERAZIONE NAZIONALE 
E LOTTA ANTIFASCISTA

Essen (Ruhr) gennaio 1923, un soldato francese minaccia un cittadino tedesco

Il terremoto elettorale del 4 marzo, la nascita il 1 giugno del governo "populista" M5s-Lega, i sondaggi che danno la Lega di Salvini in costante ascesa  hanno spinto l'élite dominante a scatenare una aggressiva campagna di terrorizzazione dell'opinione pubblica. Il mantra è presto detto: il populisti, leghisti anzitutto, sarebbero il "nuovo fascismo avanzante",  la "democrazia" e lo Stato di diritto sarebbero dunque a rischio. A sinistra si va dietro come beoti a questa narrazione.
La gran parte della sinistra rosè ha infatti già deciso di rispondere alla chiamata alle armi arruolandosi nella santa alleanza guidata dalla grande borghesia globalista. L'estrema sinistra non lo farà ma ha deciso che il "governo fascio-leghista" è il nemico principale e va rovesciato. Due linee diverse che producono il medesimo risultato: il suicidio. E chi non condivide questa pulsione di morte è condannato come "rossobruno". 
Ammesso ma non concesso che sia vero che il fascismo stia avanzando in Italia sorge il problema di quale sia la politica giusta da seguire per fermarlo. 
Per rispondere a questa domanda  presentiamo questo breve saggio. 
Esso parla della esplosiva situazione creatasi in Germania dopo la Grande Guerra, in particolare, siamo nel 1923, con l' occupazione militare franco-belga della Ruhr, la regione forse più ricca e industriosa della Germania. Il pretesto dell'invasione era che i tedeschi non pagavano come dovuto i loro enormi debiti di guerra.  Contro questa invasione ci fu un moto di rivolta del popolo tedesco. L'estrema destra nazionalista si gettò nella mischia tentando di occupare la prima linea del movimento di indignazione nazionale e popolare. Nel movimento comunista si confrontarono due linee: la prima, quella estremistica, non voleva partecipare al movimento nazionale per liberare la Ruhr occupata, la seconda riteneva al contrario che i comunisti sarebbero dovuti diventare i campioni della battaglia, ciò anche per non lasciare quel movimento popolare in mano al nascente fascismo tedesco.
La Di Marco ci suggerisce che esiste, a parti invertite (con la Germania che ha vinto la guerra dell'Unione europea) evidenti analogie tra la Repubblica di Weimare del 1923 e la nostra situazione attuale — la garrota del debito e dell'austerità imposta, la perdita di sovranità politica e statuale pongono all'ordine del giorno, in Italia, la questione nazionale. Analogia, si badi, con la Germania del 1923, non del 1933, quando il fascismo  era in fasce, non quando aveva già dilagato.
Una vicenda, quella della Repubblica di Weimar, che ci offre dunque preziose lezioni su quel che si dovrebbe fare, e gli errori che non devono essere commessi di nuovo.
 

* * * 

LA LINEA SCHLAGETER  
di Daniela Di Marco
Düsseldorf: gennaio 1923, truppe francesi contro operai in "resistenza passiva"

Contesto storico

Facciamo quindi un salto indietro di un secolo. Nel 1918 la guerra era finita, a livello europeo avanzava impetuosamente il movimento rivoluzionario (’18-’20 biennio rosso), anche la Germania è attraversata dall’avanzata proletaria. La nazione è prostrata, si contano un milione e ottocentomila morti e più di quattro milioni di feriti, oltre le devastazioni.
La rivolta è spontanea, sul modello sovietico si erano costituiti i Consigli di operai e soldati, gli scioperi si susseguivano, ma non ci sarà nessuno in grado di guidare e unificare i tanti focolai rivoluzionari nati un po’ dappertutto.

La socialdemocrazia aveva paura e non sapeva da che parte stare, finirà col tradire gli interessi popolari con un’insolita alleanza con le forze militari, monarchiche e dell’alta borghesia, sancendo una frattura insanabile con i comunisti rivoluzionari (già sancita peraltro, nel ’19 con la nascita dell’Internazionale Comunista e dei nuovi partiti ispirati al modello bolscevico).
I rivoluzionari subiranno la sconfitta dell’insurrezione spartachista (gennaio 1919), l’uccisione dei leader del movimento Rosa Luxemburg e Karl Liebnecht, mentre la neonata Repubblica di Weimar (nata nel novembre 1918 sulle ceneri dell’impero), era costretta, con la pistola puntata alla tempia da parte delle potenze vincitrici, a sottoscrivere l’umiliante Trattato di Versailles.

Stipulato nell’ambito della Conferenza di Pace di Parigi, nel 1919, il Trattato prevedeva per la Germania misure molto punitive in termini territoriali, economici e militari. A parte la perdita del 13% del territorio e quindi di un decimo della popolazione, l’enorme ridimensionamento dell’esercito e della marina, con l’articolo 231, conosciuto come “clausola di colpevolezza”, si obbligava la nazione tedesca ad assumersi la totale
responsabilità dello scoppio della Prima Guerra Mondiale, trasformandola nella responsabile di tutti i danni materiali causati dal conflitto, per risanare i quali le sarebbero state imposte enormi somme di risarcimento.

Alcuni storici, decenni più tardi, ebbero a scrivere che si trattava di «un’umiliazione senza precedenti e senza pari nella storia moderna». Erano clausole assurde anche considerate dal punto di vista capitalista, tanto che l’allora giovane economista John Maynard Keynes (e delegato del Tesoro inglese alla “Conferenza di Pace”) le criticò duramente in un libro-denuncia “Le conseguenze economiche della pace” [1] dal successo immediato. Sosteneva Keynes che quelle riparazioni di guerra per i tedeschi erano insostenibili e avrebbero causato soltanto fame e disperazione fra la popolazione, meglio avrebbero fatto ad annullare tutti i debiti di guerra

Le truppe francesi e belghe entrano nella Ruhr
Una commissione interalleata aveva stabilito l’ammontare delle riparazioni nella cifra, mostruosa per quei tempi, di 226 miliardi di marchi-oro, cifra ridotta nella primavera del 1921 a 132 miliardi di marchi-oro, da pagare in 42 rate annuali, oltreché, nell’immediato, a pagamenti con la fornitura di merce (carbone, navi, legno, bestiame, ecc…), cioè si imponeva ai tedeschi di privarsi, per quasi mezzo secolo, di un quarto del loro prodotto nazionale.

Lenin era stato categorico in proposito, già durante il II Congresso dell’Internazionale Comunista (19 luglio – 7 agosto 1920), aveva detto:

«La guerra, mediante il trattato di Versailles, ha imposto a questi popoli progrediti condizioni che li hanno precipitati in uno stato di soggezione coloniale, di miseria, di fame, di rovina, di mancanza di diritti, perché il trattato li ha incatenati per varie generazioni e li ha ridotti a vivere in condizioni in cui non era mai vissuto in precedenza nessun popolo civile. (…) Il trattato di Versailles ha posto la Germania e numerosi altri Stati vinti in condizioni che rendono materialmente impossibile la loro esistenza economica, in uno stato di assoluta mancanza di diritti e di completa umiliazione». [2]
Mentre in tutta la Germania si levava un’ondata di proteste contro un Diktat, come veniva allora chiamato il Trattato, a cui non si riconosceva alcuna legittimità, la Reichbank, la banca centrale tedesca, iniziava a stampare fiumi di moneta che acuirono l’inflazione già galoppante dai tempi della guerra, tantoché nel 1923, l’anno dell’iperinflazione, si avrà l’annullamento totale del potere d’acquisto del marco che non varrà più neanche la carta su ci veniva stampato (5 milioni di marchi per un dollaro in luglio, 200 miliardi in settembre, 4000 miliardi in novembre; un chilo di pane giunse a costare 400 miliardi, un chilo di burro 5000).

L’11 gennaio 1923, però, la Francia e il Belgio, traendo pretesto dalla mancata corresponsione di alcune riparazioni in natura, inviarono truppe nel bacino della Ruhr, la zona più ricca e industrializzata di tutta la Germania, occupandola militarmente. L’intera nazione tedesca si indignò per l’evento scioccante dell’aggressione straniera.

E’ questo il momento che ci interessa maggiormente, per quello che avrebbe potuto essere e non fu, e da cui dobbiamo oggi trarre il maggior insegnamento.

Cosa avrebbero dovuto fare i rivoluzionari di fronte ad una invasione militare del proprio Paese?

I comunisti vennero a trovarsi di fronte ad una situazione nuova che richiedeva una analisi concreta della situazione concreta, per dirla sempre con Lenin.

Considerando che il saccheggio delle potenze imperialiste vincitrici, di cui il Trattato era frutto e strumento, trasformava la Germania quasi in una colonia, per di più con una regione nevralgica militarmente occupata, considerando che la Germania viveva una situazione prerivoluzionaria, i comunisti erano posti di fronte ad un bivio cruciale: era plausibile invocare una alleanza patriottica con forze sociali e partiti politici esterni al proletariato? Come vedremo in seguito, questo sarà il dilemma su cui si scontreranno le diverse anime del movimento comunista, tedesco ed internazionale.


Divergenze in seno al Partito Comunista Tedesco

Cosa accadde, nel frattempo?

Il governo Cuno (di centro), di fronte all’occupazione manu militari della Ruhr, aveva chiamato nella regione alla "resistenza passiva", i lavoratori si rifiutavano di collaborare con il nemico, gli scioperi si moltiplicavano. La KPD (Kommunistische Partei Deutschlands, Partito Comunista di Germania) lacerata da controversie interne, non seppe risolversi a dare appoggio alla resistenza passiva, tanto che i suoi deputati il 13 gennaio del 1923 votarono contro la fiducia a Cuno sulla resistenza passiva.


Berlino, 14 gennaio 1923, la protesta contro l'occupazione della Ruhr

Dobbiamo purtroppo sottolineare che l’atteggiamento della KPD, quanto quello dell’Internazionale Comunista rimase molto incerto durante i primi mesi dell’occupazione e sostanzialmente attendista.

In particolare, al suo congresso di Lipsia, apertosi il 28 gennaio, la KPD non affrontò la questione dei compiti del partito nella nuova situazione, come proponeva la sua ala sinistra, ma si concentrò sulla questione del fronte unico e del governo operaio con la socialdemocrazia. In seno al partito c’erano serie divergenze sull’interpretazione del fronte unico e del governo operaio. In particolare, l’”ala destra” (ovvero la tendenza che seguiva le direttive suggerite da Mosca e dalla direzione dell’Internazionale Comunista) cercava di attuare la tattica del fronte unito tramite accordi con gli altri dirigenti dei partiti di sinistra senza escludere l’eventualità di partecipare a governi di coalizione con i socialdemocratici; l’estrema sinistra rifiutava de facto la tattica del fronte unico proletario mascherando questo rifiuto con lo slogan del “fronte unico dal basso”: alleanza solo con la base della socialdemocrazia ma non con i suoi vertici. La quale posizione esprimeva il classico estremismo di sinistra per cui ci si rifiutava di sollevare rivendicazioni democratiche e transitorie, sola via per l’egemonia tra il popolo lavoratore.

Al congresso furono quindi approvate le tesi della "ala destra" —in verità la corrente più sensibile alla politica leninista di "conquista della maggioranza" del popolo — con la specifica proposta di entrare in un governo di coalizione con i socialdemocratici in Sassonia, mentre Karl Radek, membro dell’Internazionale Comunista e rappresentante di essa in Germania, si adoperava per evitare scissioni deleterie in quel momento (ricordiamo che la KPD aveva già subito poco tempo prima una pesante scissione di estrema sinistra).

A complicare il quadro generale c’era l’apparente contiguità con i nazionalisti tedeschi, derivante dal medesimo radicale rifiuto del Trattato di Versailles, verso i quali l’ala “destra” del partito iniziava ad interrogarasi su quale fosse la tattica più adeguata per impedirne l'avanzata. Sono quindi di grande importanza le considerazioni sulla situazione post bellica e sul conflitto della Rurh, espresse da Thalheimer, dirigente di spicco e teorico della KPD, secondo il quale "i ruoli delle borghesie francese e tedesca non erano identici nonostante l’identità della loro essenza di classe".

«La borghesia tedesca è verso l’esterno (almeno temporaneamente) rivoluzionaria suo malgrado (…) La posizione della borghesia tedesca è contraddittoria: da una parte, la difesa nazionale di un popolo oppresso, disarmato, sfruttato, contro l’oppressore imperialista, che in questa misura è una difesa obiettivamente rivoluzionaria; d’altra parte e nello stesso tempo, la lotta difensiva condotta attualmente per accaparrarsi la sua quota-parte dello sfruttamento del proletariato tedesco è una lotta reazionaria». [3]
Di fatto la discussione avviata per trovare una soluzione teorica e pratica non diede risultati. L’ala “destra” si sforzava di dimostrare che in quel contesto, in quanto la nazione tedesca era sotto il giogo delle potenze vincitrici, era plausibile un blocco momentaneo con la borghesia nazionale, in ciò seguendo la tattica di difesa della Germania proposta da Marx ed Engels dopo il 1848 e fino alla prima fase della guerra franco-prussiana. Contro questa strategia politica arrivarono presto le prime accuse di “nazional bolscevismo” da parte dei comunisti di estrema sinistra, cosicché la KPD era in una condizione di stallo e continuava a non avere un piano per sfruttare al meglio la situazione nella Rurh occupata.
Berlino, manifestazione della KPD

Proprio nella Rurh, tra le file della KPD, prevaleva l’estrema sinistra che denunciava il tacito appoggio dato dal partito alla resistenza passiva, dichiarando, in una conferenza regionale che «la propaganda e i preparativi dei nazionalisti rientrano nel quadro della controrivoluzione» e proponevano «di salvare il proletariato tedesco dall’eterna grigia schiavitù combattendo per la conquista del potere politico». Così i comunisti locali, in nome del più puro astrattismo anticapitalista, non facendo alcuna differenza tra gli occupanti e gli occupati, organizzarono agitazioni continue e perfino, a metà aprile, un putsch a Mühlheim, che ovviamente fallì. [4]

Intanto in Germania e soprattutto nella Rurh occupata, i gruppi nazionalisti radicali ampliavano la loro base e il loro consenso, facendo leva sull’esasperazione del ceto medio e reclutando persino fra la classe operaia. Questi gruppi dell’estrema destra erano molto variegati: nazionalisti tradizionali, ex membri dei freikorps, formazioni militari irregolari, membri del Partito nazionalsocialista di Hitler di recente formazione. A tutti, indifferentemente, venne appiccicata l’etichetta di fascisti. Di fronte a questa ascesa, contro le tendenze estremistiche, la direzione della KPD 
«si sforzava di disgregare il movimento fascista. Conduceva nelle sue fila una campagna di agitazione allo scopo di convincere gli appartenenti allo stesso che gli interessi nazionali, per la cui difesa molti di loro erano finiti all’estrema destra, avrebbero potuto essere meglio difesi dal proletariato rivoluzionario». [5]
Fra i gruppi nazionalisti radicali operanti nella Rurh e le forze d’occupazione franco-belghe, si verificarono numerosi incidenti attraverso una feroce campagna di sabotaggi e assasinii.

A tal proposito ci interessa qui ricordare il luogotenente Albert Leo Schlageter. Già membro dei corpi franchi durante la guerra, per bloccare la logistica delle truppe d’occupazione, organizzò atti di sabotaggio facendo deragliare treni ed esplodere viadotti. Egli fu arrestato, condannato a morte e fucilato da un plotone di esecuzione francese il 26 maggio 1923. Quest’esecuzione suscitò grande indignazione e commozione in tutta la Germania.
la fucilazione di Schlageter
L’occupazione della Ruhr e il potente movimento di resistenza nazionale avevano introdotto, come abbiamo visto, un nuovo elemento nella situazione politica tedesca, fino a quel momento contrassegnata dallo scontro tra proletariato e borghesia come fattore centrale. A questo punto fu inevitabile per la KPD avviare una seria discussione interna, a prendere di petto la questione nazionale tedesca e la sua connessione con la prospettiva della rivoluzione socialista. A ciò contribuì in maniera notevole Karl Radek. Radek, esprimendo le opinioni dei bolscevichi (vedi quanto affermato da Lenin tre anni prima contro il Trattato di Versailles e la situazione della Germania), considerava come l’imperialismo francese trattava in quel frangente la Germania come una colonia. Per Radek, in difesa della causa nazionale tedesca, bisognava assumere un atteggiamento diverso nei confronti delle masse piccolo-borghesi, con cui sarebbe stato necessario fare una tattica alleanza patriottica, motivo per cui bisognava anche guardare sotto un’altra luce gli stessi movimenti nazionalisti di resistenza.

Il fatto è che nella KPD, come scritto, prevalevano tendenze di estrema sinistra che rifiutavano ogni politica patriottica e continuavano a lavorare invece per quella che consideravano l’imminente insurrezione proletaria. 

Seguiamo quanto ci dice E. H. Carr, noto storico e diplomatico inglese, autore di un monumentale lavoro sulla storia della Russia Sovietica.
Il Comitato Centrale della KPD il 17 maggio approvò una risoluzione che accoglieva la linea suggerita da Radek e da lui stesso scritta. Vi era il tentativo di distinguere i fascisti in due categorie, l’una composta da coloro che erano «direttamente venduti al capitale», l’altra dai «piccolo-borghesi nazionalisti ingannati» i quali avrebbero dovuto capire che la sventura nazionale poteva essere superata soltanto se il proletariato avesse «preso nelle proprie mani il futuro del popolo tedesco». La risoluzione, così terminava:
«Dobbiamo avvicinare le masse sofferenti, ingannate, incollerite della piccola borghesia proletarizzata per dir loro tutta la verità, per dir loro che possono difendere se stesse e il futuro della Germania soltanto se si alleeranno col proletariato per una lotta contro la vera borghesia. La via della vittoria su Poincaré e Loucher passa soltanto attraverso la vittoria su Stinnes e Krupp» [6]
Radek era appena giunto da Mosca, scrive Carr, è quindi implicito che avesse lì ottenuto l’approvazione per la linea proposta, ovvero una settimana prima dell’esecuzione di Leo Schlageter e un mese prima del suo discorso su Schlageter all’Esecutivo allargato dell’Internazionale Comunista.

La «Linea Schlageter»

Giungiamo così al decisivo e controverso III esecutivo allargato dell’Internazionale Comunista che si svolse a Mosca, dal 12 al 23 giugno del 1923.

La relazione d’apertura era affidata a Zinov’ev, il quale però non dedicò molta attenzione al problema tedesco, ma fece una critica alla direzione della KPD perché non aveva «posto in rilievo con sufficiente forza l’elemento cosiddetto nazionale nella sua interpretazione comunista». [7]

Il contributo decisivo, per quanto attiene alla questione nazionale tedesca dopo Versailles, arrivò pochi giorni dopo da Radek. Egli intervenne nell'ambito della discussione sul fascismo introdotta dalla comunista tedesca Clara Zetkin (lo stesso plenum approvò la nota risoluzione sul fascismo), contro la posizione settaria dei comunisti italiani che respingevano la tattica del Fronte unico proletario — Mussolini era diventato capo del governo nell’ottobre precedente, ciò che rappresentò un evento traumatico di portata europea.

Un’analisi sul fascismo, quella di Clara Zetkin, formalmente ineccepibile, ma del tutto evanescente sulla situazione specifica tedesca determinatasi con l’occupazione della Ruhr, che significa, per chi scrive, che la Zetkin sottovalutava l’importanza dell’occupazione della Ruhr e del draconiano Trattato di Versailles come carburanti dell’incipiente fascismo tedesco.

Karl Radek

E’ solo il giorno dopo che Radek interviene sul rapporto della Zetkin riferendosi stavolta più in concreto alla situazione tedesca.

Radek con il suo discorso, ponendo atto al centro dell’attenzione la questione nazionale tedesca, sorprese i presenti con giudizi e proposte fulminanti. Smascherò le parole d’ordine dei nazionalisti tramite le quali il grande capitale aggiogava ai propri interessi le masse piccolo borghesi (con ciò stesso svelando gli elementi politico-ideologici del fascismo) ma andava incontro al loro genuino sentimento nazionale.

Fu forse un po’ provocatorio, perché iniziò a parlare proprio ricordando la figura di Leo Schlageter, anzi, “il fascista tedesco, nostro nemico di classe”, e lo elogiò come «martire del nazionalismo tedesco» e «coraggioso soldato della controrivoluzione», che merita «di essere onestamente apprezzato con virilità da noi, soldati della rivoluzione» perché caduto per l’indipendenza nazionale tedesca, ma combattendo sotto insegne sbagliate.

Radek ricordò che Schlageter aveva combattuto contro i bolscevichi nel Baltico e contro gli operai nella Rurh, ora che era morto i suoi commilitoni dovevano ancora rispondere alla domanda più importante:
«Contro chi vogliono combattere i nazionalisti tedeschi: contro il capitale dell’Intesa, o contro il popolo russo? Con chi vogliono allearsi? Con gli operai e i contadini russi per scuotere insieme il giogo del capitale dell’Intesa, oppure con il capitale dell’Intesa per rendere schiavi i popoli tedesco e russo?»
Aggiunse inoltre:
«Se la Germania vuole essere in grado di lottare si deve costituire un fronte unico dei lavoratori e gli intellettuali devono formare con i lavoratori una falange ferrea (…) Crediamo che la grande maggioranza delle masse sensibili al problema nazionale non appartenga al campo del capitale bensì a quello del lavoro. Noi vogliamo cercare e trovare la via che porta a queste masse, e ci riusciremo. Faremo di tutto perché uomini come Schlageter, pronti a morire per una causa comune, diventino, anziché vagabondi del nulla, viandanti verso un futuro migliore dell’intera umanità (…). Il Partito comunista dirà questa verità alle più ampie masse popolari della Germania, poiché esso è il partito dei proletari combattenti, in lotta per la propria liberazione, per una liberazione che si identifica con la liberazione dell’intero popolo, con la liberazione di tutti coloro che in Germania lavorano e soffrono. Schlageter non può più sentire questa verità. Noi siamo sicuri che centinaia di Schlageter la intenderanno e comprenderanno». [8]
Il suo discorso inaugurava ufficialmente la cosiddetta «Linea Schlageter». Essa prevedeva non di certo, come è stato detto e scritto, un’alleanza con i fascisti, né un compromesso con la politica fascista, ma era il sacrosanto tentativo di dividerne le fila, non lasciando le masse, non solo proletarie, ma anche il ceto medio polverizzato e impoverito, ad abboccare alla propaganda fascista, nella comune lotta contro il Trattato e l’occupante straniero. Stare nello stesso campo, combattere contro lo stesso nemico principale non implica necessariamente fare fronte, o stabilire accordi politici.

La cosiddetta “Linea Schlageter” non era, lo ripetiamo, una trovata estemporanea di Radek. Essa era in verità l’applicazione in circostanze determinate di quella che potremmo chiamare la “linea leninista” la cui essenza è la “conquista delle masse” o come dirà Gramsci, dell’egemonia. Di contro alle idee astratte sulla rivoluzione, così diffuse oggi come ieri, tra le fila dei comunisti, Lenin si era già espresso:
«Colui che attende una rivoluzione sociale “pura”, non la vedrà mai. Egli è un rivoluzionario a parole che non capisce la vera rivoluzione. La rivoluzione russa del 1905 è stata una rivoluzione democratica borghese. Essa è consistita in una serie di lotte di tutte le classi, i gruppi e i malcontenti della popolazione. V’erano tra di essi i pregiudizi più strani, con i più oscuri e fantastici scopi di lotta, v’erano gruppi che prendevano denaro dai giapponesi, speculatori e avventurieri, ecc. Obiettivamente, il movimento delle masse colpiva lo zarismo e apriva la strada alla democrazia, e per questo gli operai coscienti lo hanno diretto. La rivoluzione socialista in Europa non può essere nient’altro che l’esplosione della lotta di massa di tutti gli oppressi e di tutti i malcontenti. Una parte della piccola borghesia e degli operai arretrati vi parteciperanno inevitabilmente – senza una tale partecipazione non è possibile una lotta di massa, non è possibile nessuna rivoluzione – e porteranno nel movimento, non meno inevitabilmente, i loro pregiudizi, le loro fantasie reazionarie, le loro debolezze e i loro errori. Ma oggettivamente essi attaccheranno il capitale, e l’avanguardia cosciente della rivoluzione, il proletariato avanzato, esprimendo questa verità oggettiva della lotta di massa varia e disparata, variopinta ed esteriormente frazionata, potrà unificarla e dirigerla, conquistare il potere, prendere le banche, espropriare i trust odiati da tutti (benché per ragioni diverse!), e attuare altre misure dittatoriali che condurranno in fin dei conti all’abbattimento della borghesia e alla vittoria del socialismo, il quale si “epurerà” delle scorie piccolo-borghesi tutt’altro che di colpo». [9] [NdR: i corsivi sono nostri]
Il discorso di Radek lasciò interdetti numerosi delegati di estrema sinistra. Nessuno intervenne sulla proposta di Radek e la risoluzione sul fascismo, redatta prima che Radek prendesse la parola, non venne minimamente modificata.

La KPD pur facendo propria la linea di Radek, non seppe attuarla. Seguì solo un vivacissimo dibattito pubblico attraverso articoli di confronto con i nazionalisti pubblicati sulla Rote Fahne.

Tuttavia la «linea Schlageter» diede motivo alla grande stampa capitalista tedesca di scatenare una aggressiva campagna contro il cosiddetto “nazional bolscevismo”. Numerosi giornali capitalisti tedeschi denunciarono infatti la pretesa “collusione dei capi comunisti e fascisti”.

Quell’esecutivo allargato dell’Internazionale Comunista, che si concluse il 23 giugno del 1923, si risolse con la convinzione che in Germania non erano ancora maturi i tempi per uno sbocco rivoluzionario.

I dirigenti della KPD e dell’Internazionale Comunista avrebbero presto cambiato idea, visto che in agosto una potentissima ondata di scioperi operai contro il caro vita sconvolgerà tutta la Germania e porterà alla caduta del governo Cuno con la nascita del governo Stresemann un governo di grande coalizione con la socialdemocrazia.

Sarà questo governo a porre fine alla “resistenza passiva” e ad accettare il “Piano Dawes” con il quale i francesi porranno fine in settembre all’occupazione della Ruhr.


NOTE

[ 1 ] John Maynard Keynes, The Economic Consequences of the Peace, 1919


[ 2 ] V.I. Lenin, Rapporto sulla situazione internazionale e sui compiti fondamentali dell’Internazionale Comunista, in Opere Complete, volume XXXI, Editori Riuniti, 1967, Roma, pag. 205 e seguenti. Discorso pronunciato il 19 luglio 1920

[ 3 ] Pierre Frank, Histoire de l’Internationale Communiste, vol. I, La Brèche, Parigi, 1979, pag. 287-288

[ 4 ] Edward H. Carr, La morte di Lenin. L’interregno 1923-1924, Giulio Einaudi editore, Torino, 1965.pag. 155

[ 5 ] Milos Hayek, Storia dell’Internazionale Comunista, 1921-1935; Editori Riuniti, 1975, pag. 69

[ 6 ] Edward H. Carr, La morte di Lenin. L’interregno 1923-1924, Giulio Einaudi editore, Torino, 1965pag. 169

[ 7 ] Ibidem, pag. 179

[ 8 ] Victor Serge, Germania 1923: la mancata rivoluzione, 
 2003, Graphos; a cura di Corrado Basile

[ 9 ] V.I. Lenin, L’insurrezione irlandese del 1916, Opere Complete, Editori Riuniti, volume XXII, pag. 353-354



BIBLIOGRAFIA

- Histoire de l’Internationale Communiste (1919 - 1943), Pierre Frank, 1979, Éditions La Brèche

- Germania 1923: la mancata rivoluzione, tomo I, Victor Serge, 2003, Graphos; a cura di Corrado Basile

- La Terza Internazionale, Storia documentaria, tomo I, Aldo Agosti, 1974, Editori Riuniti

- La morte di Lenin. L’interregno 1923-1924, Edward H. Carr, Giulio Einaudi editore, Torino

- Storia dell’Internazionale Comunista, 1921-1935, Milos Hayek, Editori Riuniti, 1975


- Rivoluzione in Germania 1917-1923, Pierre Broué; Einaudi, 1997

Storia del Terzo Reich, volume I, William L. Shirer; Einaudi 1974

- La Repubblica di Weimar. Un'instabile democrazia fra Lenin e Hitler, Ernst Nolte, Marrinotti 2006

- La Repubblica di Weimar. La Germania dal 1918 al 1933, Hagen Schulze; Il Mulino 1993

La Repubblica di Weimar, Gunther Mai; Il Mulino 2011

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