mercoledì 7 ottobre 2015

LA RESPONSABILITÀ DI RIPARTIRE di Michele Berti*

[ 7 ottobre ]

CLASSI E BLOCCO SOCIALE NELLA SOCIETÀ ODIERNA

«Ogni soggetto politico che aspira ad essere maggioritario e ad ottenere un radicamento vero nella società, non può evitare di sviluppare ragionamenti e analisi su quali siano all'interno della comunità, gli individui che potrebbero formare un blocco sociale di riferimento.

Lo sviluppo dell'analisi di classe era pratica comune nella tradizione comunista ma anche tra i protagonisti dello scenario politico nella Prima Repubblica e per molti anni è stato un metodo con cui valutare i mutamenti e la composizione della società per poi estrarne strategie politiche ed indicazioni elettorali.

L'analisi di classe quindi è il metodo che permette di identificare il perimetro del blocco sociale di riferimento e lo strumento per interpretare le dinamiche di cambiamento della società ed i conflitti che queste innescano.

La fine della storia, il "there is no alternative" liberista urlato dopo la caduta del socialismo reale, hanno, per quasi venticinque anni, fatto sembrare la lotta di classe una questione anacronistica legata a tempi lontani. Nel tempo infinito dell'oggi-presente consumista dove il benessere a debito corrompe tutto, certi concetti non erano più attuali e applicabili perchè, riprendendo le parole della Thatcher: "La società non esiste".

La definizione di classe, quindi insieme di individui che hanno lo stesso posto nella produzione sociale e in conseguenza lo stesso rapporto con i mezzi della produzione, con il dispiegarsi incontrastato del liberismo è stata culturalmente rimossa e, di pari passo, si affievoliva anche la coscienza di classe, condizione propedeutica a qualsiasi dinamica di conflitto.

L'incapacità per il sistema capitalista finanziario di garantire una equa distribuzione di ricchezza e la sua tendenza all'accentramento del capitale resa evidente dalla crisi del 2007-2008 e dalle politiche economiche di austerità dispiegate come rimedio ad ogni male, ci conferma che una lotta di classe è stata combattuta ed è stata drammaticamente persa, avvantaggiando le classi capitaliste dominanti ormai apertamente definite oligarchiche.

I cambiamenti sociali avvenuti negli ultimi trent'anni hanno eroso un pezzo alla volta ogni relazione sociale e compromesso ogni organizzazione, coltivando il fiore del male dell'individualismo in ogni ambito della società.

Il concetto stesso di classe ha quindi subito una metamorfosi degenerativa in quanto l'omogeneità economica e culturale è stata sgretolata mediante il potere omologante e perverso della società dei consumi ormai armata con i nuovi strumenti comunicativi che la tecnologia informatica consente.

Gli attacchi mediatici-pubblicitari sono stati pesanti ed hanno istigato le masse a cambiare le abitudini al risparmio e al consumo facendo passare come vincente la visione di spesa a debito americana che fa compulsivamente corrispondere ad ogni bisogno indotto l'acquisto di beni di cui non si ha necessità, con i soldi che non si posseggono.

In questo tripudio di ebbrezza che senso ha parlare di classe? In un mondo in cui tutti sono proiettati a consumare, a costruire case con mutui ingannevoli, a spendere credendo di essere dalla parte del manico non ha senso porsi queste domande. L'idea di classe, di lotta di classe e di coscienza di classe era in quegli anni un bagaglio pesante di un passato che stava bene chiuso a doppia mandata in soffitta.

A distanza di decenni, incominciamo a percepire l'importanza di quel bagaglio, che aperto oggi ci può ridare alcuni strumenti per comprendere le contraddizioni di un sistema capitalista che ora più che mai dimostra in tutta evidenza, anche in Europa, di non essere più in grado di garantire il benessere dei popoli.

Ricominciare dall'analisi di classe è un primo passo per capire quali sono le mutazioni profonde e le tendenze che la società ha subito in questi lustri e come tenerne conto per formulare alternative politiche che come dice Gramsci devono riuscire a "fare affiorare il nuovo che è divenuto necessario e urge implacabilmente al limitare della storia".

Prima di tutto è necessario andare a ridefinire un insieme di partenza, che oggi non è più il nucleo classico formato dal lavoro salariato ma è un aggregato che si estende oltre e che, viste le mille nuove forme di rapporti di lavoro che tendono a nascondere la condizione effettiva di lavoratore salariato, può essere identificato come il lavoro dipendente direttamente dal capitale.

Per non confondere chi si vuole confondere, la lotta di classe possiamo anche non nominarla più, ma l'esistenza di sfruttati e sfruttatori e lo studio della lotta tra chi soffre e chi fa soffrire è necessaria e sempre attuale.

Le tendenze oggettive a cui abbiamo assisito negli anni e a cui assistiamo quotidianamente sono l'intreccio costante di numerosi fattori. Entrando nel merito si riportano di seguito alcune riflessioni sulle questioni che risultano determinanti nel valutare i contorni di un nuovo blocco sociale di riferimento e quali ostacoli si dovranno superare per riconquistare un'omogeneità culturale e la consapevolezza necessaria.

S
erve una nuova strategia d'attacco visto che da difendere non c'è rimasto più nulla.

  • I dati ISTAT usciti nel 2015 e relativi al 2014 mettono in risalto la presenza di tassi di disoccupazione ancora altissimi (12,7%) che diventano drammatici in ambito giovanile (42,7% dai 15 ai 24 anni).

  • Nei dati ISTAT si evidenzia la tendenza a partire dal 2004 ad una diminuzione dei lavoratori indipendenti ed una crescita di lavoratori dipendenti. Il panorama vede nel 2014 una percentuale del 75,3% di lavoro dipendente contro un 24,7% di lavoro indipendente altamente para-subordinato.

  • Si amplia sempre più il settore dei servizi ormai giunto al 69% (15,5 mln di persone) relegando primario [agricoltura, ndr] e secondario [industria, ndr] a rispettivamente il 3,6% (800.000 persone) e 26,9% (circa 6 mln di persone). La crescita del settore terziario oltrepassa i vecchi comparti bancario e pubblico per inglobare un'ampia fetta dei servizi all'industria e alla grande distribuzione. 

  • Il lavoro manuale e non manuale che in passato caratterizzavano la differenza tra industria e terziario oggi perde di significato ed infatti si assiste all'utilizzo di lavoro manuale diffuso in molti settori dei servizi basti pensare ancora all'esempio della grande distribuzione.

  • Il legame univoco tra qualificazione e stabilità è saltato e si assiste alla diffusione della stabilità tra lavoratori dequalificati e di età avanzata mentre giovani lavoratori qualificati subiscono la precarizzazione in ambiti come la scuola, la ricerca e l'università. La messa in campo, fin dai tempi del pacchetto Treu, di lavoro regolato da rapporti atipici ha creato una ormai incancrenita molteplicità di posizioni con condizioni molto spesso senza nessuna protezione. 

  • La crescita diffusa della precarietà rimane un elemento indispensabile per ottenere quell'aumento di flessibilità e produttività che sembra poter far ritornare il sorriso agli amanti del saggio di profitto. Il lavoro però è un diritto costituzionale e va garantito. Un disoccupato che non percepisce reddito non è un uomo libero di vivere e progettare serenamente la propria esistenza. La funzione sociale del capitale privato deve tornare ad essere reclamata a garanzia di un patto sociale che altrimenti non può tenere.

  • Molto spesso la condizione di precarietà induce anche la falsa percezione di essere "imprenditore di sè stessi" rendendo i lavoratori inconsapevoli della propia pesante subordinazione al capitale ed impedendone la sindacalizzazione.

  • La condizione della donna nel mondo del lavoro rimane discriminata in termini di precarietà, guadagno e carriera anche se la diffusa scolarizzazione e consapevolezza contribuisce ad intravvedere un costante miglioramento. 

  • La presenza sempre più numericamente importante di lavoratori immigrati senza diritti di cittadinanza, poco rivendicativi e discriminati rappresenta molto spesso un freno alla lotta sindacale. Esempi di rivendicazioni sindacali condotte da lavoratori immigrati sono comunque presenti e stanno aumentando negli ultimi anni. I cittadini stranieri regolarmente residenti in Italia hanno raggiunto il numero di quasi 5 milioni ad inizio 2015 di cui circa 3,8 milioni non comunitari.

  • In seguito alla crisi economica, la popolazione in condizioni di povertà effettiva è aumentata mettendo in risalto anche una variazione nella composizione delle fasce di povertà. 

  • L'assenza di ammortizzatori sociali in molti ambiti lavorativi e la flessibilità tante volte imposta vano a creare estese sacche di povertà spesso lasciate alla deriva. 

  • Nel 2014, 1 milione e 470 mila famiglie (5,7% di quelle residenti) sono in condizione di povertà assoluta. Questo significa che 4 milioni 102 mila persone (6,8% della popolazione residente) hanno difficoltà a reperire quotidianamente le risorse per il normale minimo sostentamento.

  • La povertà relativa, ovvero il parametro che esprime le difficoltà economiche delle persone in rapporto al livello economico medio di vita della nazione, risulta stabile e coinvolge nel 2014, il 10,3% delle famiglie e il 12,9% delle persone residenti, per un totale di 2 milioni 654 mila famiglie e 7 milioni 815 mila persone. 

  • La perdita di potere d'acquisto e di risparmio del comunemente detto "ceto medio" sta portano ad una convergenza di molti individui su standard di vita più bassi e ad una pressione verso la proletarizzazione.

  • Dal punto di vista demografico-elettorale, il paese Italia è un paese per vecchi. Su un corpo elettorale di circa 50 mln di elettori circa 11 mln hanno tra i 60 e i 75 anni per una parcentuale pari al 22%. La voglia di cambiamento, con le dovute eccezioni (mi piace ricordare Mario Monicelli) non è cosa da età troppo avanzata. 

Dal punto di vista dell'istruzione e della cultura i dati statistici sono allarmanti.

  • Una percentuale che oscilla tra il 50 e il 60% della popolazione non ha letto un libro nel 2014. 

  • Ogni informazione sulla realtà viene irradiata tramite televisione per il 92% degli italiani. Poco meno della metà (circa il 47%) legge quotidiani. Il 57,3% della popolazione con più di 6 anni naviga regolarmente su internet.

  • Nell'ambito dell'istruzione, calano del 9% le immatricolazioni alle Università e gli iscritti rilevati nel 2013 erano circa 1,7 milioni di persone. La percentuale di laureati è del 12,5% sulla popolazione con più di 15 anni, il 20% ha solo la licenza elementare, il 30% ha il diploma di maturità, il 32% la licenza media, il 5,5% un diploma di formazione.

Analizzando questi dati è chiaro come i ragionamenti di classe valevoli in passato sono assolutamente inadeguati a descrivere la mutazione che la società ha subito e nuovi criteri di valutazione devono essere utilizzati per caratterizzare la classe che subisce lo sfruttamento da parte del capitale.

  • Un elemento finale peggiorativo che va ad aggiungersi alle considerazioni sopra riportate, riguarda gli ultimi dati usciti relativi all'analfabetismo funzionale, ovvero la capacità di leggere e scrivere però senza saper comprendere un testo o risolvere semplici problemi matematici. A fronte di una scolarizzazione arrivata al 93%, prendendo le percentuali con le pinze perchè mai ben definite, si rileva in un'ampia base della popolazione l'incapacità di sviluppare strumenti cognitivi di comprensione e quindi di elaborazione sia delle informazioni ricevute dai media che della stessa realtà. Questo aspetto, insieme allo spiccato individualismo generato dall'ormai asfissiante clima di competizione funge sicuramente da freno alla costruzione di consapevolezza e di vicinanza collettiva ad una comune condizione.

In conclusione possiamo affermare che un blocco sociale colpito dallo sfruttamento esiste ed è ogni giorno più ampio. Tutti coloro che dipendono esclusivamente dal capitale sono oggi a rischio di subire un peggioramento delle condizioni di lavoro e di vita. Disoccupati, precari, salariati, piccoli imprenditori sono oggi i soggetti più esposti allo sfruttamento sia esso consapevole che inconsapevole che questo modello di sviluppo economico ci impone. La coscienza di appartenere ad un insieme di persone che condividono lo stesso problema, l'omogeneità culturale ed economica di questo blocco sociale non è oggi una realtà.

L'inizio di un percorso di sintesi di nuovi paradigmi e di nuove lotte organizzate che vadano a sottolineare ed amplificare le contraddizioni reali della società capitalistica odierna deve nascere e partire a tutti i costi. Noi, uomini e donne custodi dei valori democratici costituzionali con lo sguardo rivolto ad un mondo diverso da quello che viviamo, dobbiamo assumercene la responsabilità a tutti i livelli».


* Michele Berti, membro del Consiglio nazionale di Ora-Costituente

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10 commenti:

  • Francisco Goya scrive:
    7 ottobre 2015 20:02

    Punto chiave che però proprio non passa (a parte Porcaro): la classe sociale non funziona perché non è più il luogo di elezione della formazione di una soggettività politica.
    Ossia: gli "sfruttati" che devono prendere coscienza non sono di una sola classe MA APPARTENGONO A CLASSI SOCIALI DIVERSE E STORICAMENTE ANTAGONISTA.
    La strada è una sola, immaginare un progetto politico E DEGLI IDEALI FORTI che uniscano le due vittime del tentativo oligarchico di distruggere la democrazia e il welfare: i lavoratori e la classe media dei micro, piccoli e medio-piccoli imprenditori.

    Se si continua a parlare di lotta di classe nei vetusti termini marxisti si impedisce a priori questa alleanza.
    I risultati in termine di scoraggiamento dei cittadini dovrebbero parlare chiaro anche alle teste più dure.

  • Simone ArticoloUno Boemio scrive:
    7 ottobre 2015 22:25


    Mi complimento con Michele per l'approfondita analisi alla quale vorrei aggiungere che:
    1) stante la situazione, i dati economici non potranno che peggiorare nei confronti della popolazione
    2) da anni assistiamo all'appiattimento della scuola sul posozioni "TINA", posizioni che per effetto della "buona scuola" andranno a rafforzarsi, anche a causa dell'appropriazione delle case editrici da parte del grande capitale, mediante:
    - testi che esaltano la precarietà del posto di lavoro
    - intere parti della storia moderna "dimenticate" dai programmi scolastici
    - esaltazione del sistema liberista dominante nei testi di economia

    ArticoloUno

  • Francisco Goya scrive:
    7 ottobre 2015 23:02

    Simone Boemio parla della "buona scuola" cioè sta dicendo che il potere vince grazie alla comunicazione e alla educazione.
    Noi invece ci ostiniao a non capirlo e spariamo a zero su logos, ragione, fede e altre amenità del genere.
    Il potere è decisamente più intelligente di noi.

  • Michele Berti scrive:
    8 ottobre 2015 12:55

    Caro Francisco,
    l'intento di questo pezzo era proprio cercare di far evolvere i ragionamenti sulle classi sociali per auspicare un tentativo di aggiornamento alla realtà odierna.
    Senza ingessarsi su vecchi concetti si voleva stimolare un dibattito sui cambiamenti che ci sono e che avvengono all'interno della società per appunto superare la visione di classe legata al solo proletariato che oggi non è più definizione caratterizzante.
    I dati che ho presentato stanno a testimoniare uno scenario frammentato su più livelli ed una delle conclusioni che io traggo è che un blocco sociale nuovo esiste. Non ha nulla a che vedere con i blocchi sociali del passato. Esiste ma non ha rappresentanza, coscienza, consapevolezza e quell'omogeneità culturale che è indispensabile a generarle.
    L'inserimento dei dati quantitativi anche se statistici su istruzione, comunicazione e cultura voleva proprio sottolineare la presenza di un'egemonia culturale schiacciante nell'educazione e nella comunicazione. Più volte, anche in altre occasioni, ho rimarcato come sia necessaria una nostra contrapposizione mediatica a questa egemonia. La difficoltà di avere canali di comunicazione a diffusione ampia e l'accesso quasi nullo al mezzo televisivo (ancora predominante per la formazione dell'opinione pubblica) ci rende inefficaci. Faccio notare però, che i dibattiti impossibili fino qualche anno fa (pensiamo solo all'uscita dall'euro) sono ora di largo dominio pubblico e questo è dovuto ad una storia che si è rimessa a correre e brucia tappa su tappa. Noi non dobbiamo rincorrerla, dobbiamo costruire qualcosa che sarà lei a cercare al momento giusto.

    Vi ringrazio e vi saluto.
    Michele

  • Anonimo scrive:
    8 ottobre 2015 14:04

    Che senso avrebbe individuare nuove classi?
    A conti fatti le classi sociali sono sempre due:
    chi è soddisfatto e chi è insoddisfatto,
    chi sente il dolore e chi no.
    Gli insoddisfatti consapevoli sono circa il 30%.
    Ma ci sarebbe anche una fetta di insoddisfatti
    inconsapevoli, i cosiddetti "schiavi nella testa".
    Per fare in modo che questi si sveglino
    e percepiscano tutta l'infamia del sistema
    capitalista-consumista non bastano le analisi
    politiche. Ci vuole un quid di significato,
    una voce proveniente dall'aldilà che raggiunge
    direttamente il nucleo dell'anima e la spinge
    a interrogarsi sul fine ultimo dell'esistenza.
    Penso a Pasolini ma anche a Buzzati; mi vengono in mente
    alcuni suoi racconti: [Le accelerazioni, Le solitudini,
    belva al volante,il giardino] contenuti nell'appendice
    [Viaggio agli inferni del secolo].

  • Francisco Goya scrive:
    8 ottobre 2015 14:26

    @Michele

    Grazie per la risposta. Mi fa piacere vedere che cominciano a diffondersi quelle idee di cui parlo da anni e per le quali mi sono preso anche le parolacce. Il carisma che o c'è o non c'è, come dicevo...
    Il problema è che comunque parli in termini di "analisi di classe" mentre non dici nulla sul cosa e come creare un orizzonte politico comune al lavoro e alla piccola e media borghesia.

    Scrivi:

    "La coscienza di appartenere ad un insieme di persone che condividono lo stesso problema, l'omogeneità culturale ed economica di questo blocco sociale non è oggi una realtà".

    Perché non è una realtà? Su che basi potrebbe diventare realtà?
    Se si continua a ripetere che esistono sfruttati e sfruttatori per cui gli sfruttati devono fare fronte comune, ci si rifiuta di comprendere i meccanismi profondi di riproduzione dei rapporti di dominio-sfruttamento imposti dal potere.
    In sostanza mi sembra che (finalmente) si cominci a capire che la classe sociale non è più il luogo di elezione per la nascita di una coscienza politica dei subalterni ma non si osa dire nulla su dove si trova oggi questo luogo di elezione. Né si ha il coraggio di "nominare" le fondamenta ideali su cui creare un fronte politico unito fra entità sociali di fondo antagoniste.
    Andate oltre al marxismo nei concetti ma ci rimanete dentro nel metodo.


    Michele, c'è da parlare di

    1) mantenimento della rendita di posizione che deve essere scoraggiato. E' quello il massimo obiettivo della piccola borghesia e per i lavoratori è il sogno inconfessato ma è il frutto avvelenato che permette al potere di "oggettivare" il sistema di sfruttamento e dominio. Per dirla in un linguaggio marxista la stratificazione sociale mettendo in competizione i subalterni suddivisi in classi sociali antagoniste, creando una fittissima rete di concessioni sotto banco e reciproche complicità inconfessabili fra tutti i gradi della piramide sociale, impedisce la formazione di una coscienza "di popolo" dei subalterni.
    Ma come glielo dici alla gente che deve rinunciare all'unico sogno che gli è stato concesso di concepire? Come faranno mai i piccoli borghesi ad accettare una limitazione al mantenimento della rendita di posizione?

    2) il problema è che si deve cominciare a parlare di una limitazione alla possibilità di ereditare interamente i patrimoni, magari con limiti molto alti, ma un limite ci deve essere altrimenti si cristallizzano le disuguaglianze con il risultato che i subordinati a un certo punto si trovano impossibilitati a elaborare una risposta politica valida. Solo che ci vuole tempo e cautela per iniziare a pensare di far passare questa idea.

    3) quindi la chiave di tutto è la mobilità sociale (fluidità, per la precisione). Tutti gli studi rivelano che la fluidità sociale si riduce sempre di più ma stranamente nessuno ne parla.
    Cos'è che è realmente inaccettabile per il potere? Il fatto di doverlo cedere ammettendo un continuo ricambio delle élites. La mobilità sociale garantisce al 100% della sincerità del progetto politico che la contempli e rende buona e positiva la disuguaglianza che in sé stessa è un motore di azione per le persone ma che deve continuamente essere rimessa in discussione impedendo a tutti i costi che si cristallizzi in gruppi sociali il cui unico scopo diventa inevitabilmente la riproduzione del proprio potere.


    Quindi i lavoratori devono accettare la necessaria disciplina della gerarchia sociale e lavorativa mentre la piccola e media borghesia deve accettare di perdere quella possibilità quasi garantita di mantenere la propria rendita di posizione. Rendita di posizione che di fondo è il prezzo pagato per il patto con il potere:
    "Io piccola media borghesia rinuncio a esercitare la mia soggettività politica in cambio della garanzia di mantenere e tramandare il mio benessere e relativa autonomia nonché dell' impegno a diventare il muro di protezione fra il potere e i lavoratori".

    SEGUE

  • Francisco Goya scrive:
    8 ottobre 2015 14:26

    La mobilità sociale deve essere nominata altrimenti non si capisce di cosa stiamo parlando. Deve essere incentivata da leggi apposite. Biosgna dirlo alla gente di condizione più bassa facendola INCAZZARE per la vergognosa ingiustizia CHE COSTRINGE FIN DALLA NASCITA I LORO FIGLI A UNA CONDIZIONE SERVILE SIA MATERIALE CHE CULTURALE E SPIRITUALE.
    Chiunque può accumulare ricchezza in misura indefinita ma i ricchi devono farsi carico del finanziamento di quelle istituzioni sociali che permetteranno l'ascesa dei subalterni QUINDI DOVRANNO RINUNCIARE A FAVORIRE I PROPRI (che è il vantaggio essenziale del mantenimento della rendita di posizione).
    Perché lo dovrebbero fare?
    Perché stanno per essere spazzati via da una nuova "sistemazione" della società in cui la classe piccolo e medio borghese diventerà qualcos'altro, priva di indipendenza culturale, molto meno autonomia, molto meno ricchezza e soprattutto privata definitivamente di quella potenziale soggettività politica che rinunciava a esercitare in quel patto con il potere che ho menzionato sopra.

    Quindi la classe media ha pochissimo tempo a disposizione per giocarsi con efficacia quello che le resta di ricchezza, cultura, competenza e prestigio sociale (fattore DECISIVO) al fine di salvarsi dal tentativo di ridurla all'impotenza.

    Chi glielo deve far capire?

    Noi, ma abbiamo bisogno di SELEZIONARE LE PERSONE PIU' ADATTE A DIRLO, quelli che hanno il dono della capacità di farsi ascoltare.
    CONTINUA

    Ricordiamoci di queste discussioni: I CONVEGNI DOBBIAMO FARLI SU QUESTE COSE, SUI CONCETTI DA RIPENSARE, SUGLI IDEALI
    DA REINVENTARE, SU COME COMUNICARE E SU CHI SCEGLIRE COME LEADER IDEALI DI RIFERIMENTO (si dovrà trattare di un gruppo di persone non di una sola e non dovrà essere "la classe dirigente della sinistra" ma di un insieme di persone "di punta" che vanno mandate avanti nelle discussioni pubbliche e nei discorsi con la gente).

  • Ippolito Grimaldi scrive:
    8 ottobre 2015 14:39

    Non dimentichiamoci che saper comunicare vuol dire anche saper ascoltare.

  • Francisco Goya scrive:
    8 ottobre 2015 15:26

    @Ippolito

    Certo, è la cosa più importante di tutte.
    Per la precisione quello che serve non è più l'intellettuale che fornisce IL VERBO ma che ascolti il popolo e sia in grado:

    1) di tradurre le sue esigenze (quelle del popolo), che il popolo non sa esprimere se non in forma di "bisogno immediato", in IDEALI E IN PROGETTO POLITICO, partendo dal presupposto che non è l'intellettuale o la classe dirigente del partito quella che stabilisce cosa il popolo realmente vuole ma che è necessario appunto l'ascolto in umiltà.

    2) di dare alla gente l'entusiasmo e i mezzi culturali per diventare intellettualmente autonoma, mezzi via via più complessi anche secondo la voglia personale di ognuno di approfondire

    Su questo la sinistra è gravemente indietro. Andate a un convegno o a una assemblea e vedrete che ognuno, dai più piccoli a quelli con un minimo di fama, cerca di accreditarsi o darsi le arie da maitre à penser.

  • Michele Berti scrive:
    12 ottobre 2015 12:47

    Buongiorno a tutti,
    trovo le questioni sollevate da Francisco molto importanti e credo facciano parte di un grosso lavoro di sintesi che è necessario fare in modo ampio e che riguarda il modello di società che vogliamo perseguire.
    La fluidità sociale nel quadro di questo capitalismo è ridotta al minimo anche perchè ormai è evidente di come l'università sia diventata una trappola ha fagocitato i risparmi di tanti genitori senza che quel pezzo di carta tanto ambito si potesse poi convertire in una professione stabile e ben remunerata, in un processo di ascesa sociale. Certo questo è un grosso problema.
    Accenni ai patrimoni e mi trovi assolutamente concorde sul fatto che siano un problema. Aggiungo che la differenza tra persone fisiche (fatalmente mortali) e persone giuridiche (immortali) fa si che le seconde abbiamo la possibilità di valicare le generazioni ed avere prospettive e strategie oltre il lungo periodo. Questo, come dici tu, è un grosso problema perchè cementificano accumulazioni di capitale e rapporti di forza che diventano intoccabili. Anche nelle persone fisiche esiste questo problema ma è facilmente regolamentabile come ipotizzi tu.
    Io ritengo che, dopo la sconfitta del socialismo reale, metaforicamente abbiamo sbandato e siamo finiti in un fosso. Dopo quasi 25 anni di tramortimento culturale politico ed economico neoliberista stiamo riuscendo a rimetterci in carreggiata formulando analisi puntuali e articolate che storicizzano questo periodo. Quello che manca ora è un'altra destinazione possibile. Ora che siamo in strada, un po' malconci ma svegli, dove andiamo?
    Questa è la sfida intellettuale che ci aspetta. Tutte le sacrosante questioni che sollevi devono essere risolte nella sintesi di un nuovo paradigma possibile e realizzabile che possa rimettere in cammino quel blocco sociale di cui si accenna nell'articolo. Senza una nuova visione ben chiara di un'alternativa a questo capitalismo non si riuscirà a far presa su persone che ormai si sono illuse e disilluse migliaia di volte vedendo sempre le cose non cambiare mai. Per questo io auspico che al più presto si incominci a produrre culturalmente una teoria organica nuova che possa supportare un lavoro immenso di "conversione" della gente ad un nuovo modo di stare al mondo. Non è un processo dall'oggi al domani e se anche lo fosse, per tragiche ragioni, l'importante sarebbe arrivarci comunque pronti.

    Ringrazio ancora per gli spunti e vi mando un caro saluto.

    Michele

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