ROMA, 25 APRILE, ASSEMBLEA DELLA CONFEDERAZIONE

domenica 15 gennaio 2017

TESI PER LA RIPARTENZA DI EUROSTOP di Giorgio Cremaschi

[ 15 gennaio ]


Si è tenuta ieri a Roma la riunione nazionale di Eurostop, in preparazione dell'assemblea del 28 gennaio e della manifestazione del 25 marzo contro il vertice dell'Unione Europea. L'incontro è stato anche l'occasione per fare il punto sulle prospettive politiche di Eurostop. A questo proposito pubblichiamo di seguito il breve testo per punti presentato da Giorgio Cremaschi.

1) La scelta della rottura con Euro Ue e Nato non è finora stata una discriminante della politica italiana. Questo ha determinato un vuoto politico, coperto da altre  posizioni o da altre forze politiche. La destra populista si dichiara contro l'Euro e non contro la UE né tantomeno contro la NATO. La sinistra radicale è contro la NATO non contro l'euro e la UE. Il PD e Forza Italia sono a favore di tutto, il M5S con le sue ultime scelte di collocazione europea, poi saltate, non pare avere posizioni definite. Un No coerente e comune a Euro UE NATO continua ad essere assente dalla scena politica italiana come dimensione organizzata.

2) Le lotte ed i movimenti sociali non hanno mai assunto coerentemente sinora questi tre NO, euro UE NATO, nella migliore delle ipotesi li hanno dati per scontati come premessa o come conseguenze dei conflitti, ma non li hanno mai assunti direttamente. Questo ha spesso reso più deboli i movimenti nella individuazione dell'avversario. Che invece ha sempre manovrato a tutto campo, usando tutta la filiera del potere per affermare i propri interessi e la propria egemonia. Il fatto che ogni lotta importante ad un certo punto si misuri con la rigidità di un sistema che non ammette mediazioni e che ogni volta si trincera dietro l'impossibilità delle alternative, finora ha permesso al sistema stesso di vincere i conflitti o di isolare le resistenze più tenaci e forti.

3) Il referendum costituzionale per la prima volta da molto tempo  ha portato alla sconfitta l'establisment sul tema sul quale in Italia finora aveva sempre vinto: quello delle riforme liberiste. La vittoria del No alla controriforma della costituzione mostra che anche in Italia ha acquisito forza la cosiddetta onda populista, cioè il rigetto della globalizzazione, dei suoi effetti sociali e il rifiuto delle elités che dalla globalizzazione traggono profitto e potere. Il No è stato una domanda di giustizia sociale che per ora non ha alcuna risposta, anzi alla quale le risposte finora date sono tutte fondate sulla riconferma delle politiche della globalizzazione liberista.

4) Per la prima volta da tempo esistono lo spazio oggettivo e le condizioni soggettive perché la rottura con Euro UE e NATO, intese come rotture con la forma specifica assunta dal dominio della globalizzazione sulle classi subalterne del nostro paese, possano acquisire un consenso di massa. Lo stesso schieramento di tutte le istituzioni europee ed occidentali per il Si al referendum, con il suo scarso peso nel voto, dimostra che questo spazio oggi esiste, anche se non è detto che duri per sempre.

5) La gravità e la durata della crisi economica hanno indebolito tutte le risposte dirette ai suoi effetti. Siamo stati abituati alla coerenza tra modo di pensare delle classi subalterne e loro modo d'agire. Cioè quando queste classi non lottavano esprimevano anche un certo consenso al sistema, mentre quando contestavano direttamente la loro condizione  assumevano anche un punto di vista critico più generale. Oggi non è così. La crisi costringe ad accettare  condizioni di sfruttamento e di oppressione sociale, di perdita di libertà, senza che queste siano condivise sul piano generale. Anzi proprio la rabbia per la condizione materiale che si subisce alimenta il rifiuto, ma solo a livello politico generale, del sistema. Questo apre lo spazio anche a forze ambigue o apertamente reazionarie, che possono trarre vantaggio dalla passività sociale delle masse.

6) Siamo quindi di fronte ad un rifiuto distorto e contraddittorio del sistema da parte di classi subalterne che in gran parte ne subiscono ed accettano gli effetti sulla vita quotidiana, ma che allo stesso tempo investono appena possono nella speranza di un rovesciamento politico che cambi le cose. Questo è il terreno sul quale fanno  presa le forze che propongono facili e brutali soluzioni, o affidando tutto ad un leader, o proclamando la lotta alla corruzione e alla casta politica come soluzione di tutti i mali, o  dirottando la rabbia sociale verso i migranti e per questa via alle istituzioni europee e sovranazionali.

7) Di fronte a questa crescente critica e al rifiuto politico del sistema le risposte delle sinistre e del mondo sindacale confederale sono inesistenti o negative. Le sinistre socialdemocratiche hanno accettato l'impianto ideologico liberale della globalizzazione, pensando di condizionarlo ed ora ne sono assorbite, non a caso vengono identificate come parte dell'establishment. I grandi sindacati confederali, pur critici a parole della globalizzazione, ne sono complici con la pratica concreta della propria azione, con la politica della collaborazione con le imprese e della riduzione del danno. Pratiche che alimentano la passività sociale  e quindi, il dislocarsi del mondo del lavoro, degli operai in primo luogo, nel campo della protesta politica senza dimensione sociale.

8) Le sinistre radicali e di tradizione comunista in Europa non sono riuscite sinora a costruire un'alternativa a quelle socialdemocratiche e alla fine vengono coinvolte e travolte dal loro fallimento.  La resa di Tsipras e di Syriza alla Troika è stata la distruzione di una occasione storica della sinistra radicale di costruire un'alternativa alla socialdemocrazia in grado di competere con il populismo di destra. Ora le sinistre radicali europee nella loro maggioranza stanno rifluendo verso un sostegno critico alle socialdemocrazie, cioè marciano verso la propria ininfluenza nell'ambito di un fallimento. Altre forze invece rifiutano di accodarsi alle socialdemocrazie, ma fuggono dalla realtà della politica rifugiandosi nella predicazione della rivoluzione mondiale come unica soluzione. Questa fuga nella palingenesi totale a volte poi copre opportunismi molto concreti nella pratica quotidiana.

9) Tutte queste tendenze stanno maturando una condizione politica per cui in Europa, e negli Stati Uniti,  il conflitto e l'alternanza di governo siano sempre di più tra due destre, quella tecnocratico finanziaria liberale e quella populista reazionaria. Gran parte della sinistra è oramai assorbita nella dialettica e nel conflitto tra queste due destre, cioè non esiste più come forza realmente indipendente. Questo non è solo un danno per le forze e le persone che ancora ancor alla sinistra si richiamano, ma per le stesse prospettive delle nostre società, dal  cui confronto politico sono cancellate   l'eguaglianza sociale ed il socialismo. Nella storia umana recente questa catastrofe della sinistra ha un solo precedente: la resa e l'appoggio delle socialdemocrazie europee alla prima guerra mondiale.

10) Siamo quindi di fronte alla contraddizione tra la domanda si massa di immediato cambiamento e il  fatto che tutte le risposte politicamente fruibili nell'immediato siano in realtà interne al sistema. Questo produce il meccanismo della delusione di massa periodica e ricorrente, con il progressivo logorarsi delle stesse basi della democrazia liberale. Che così viene sottoposta al doppio stress della sua sottomissione da parte dei meccanismi e del potere dell'ordoliberismo e della contestazione da parte di forze apertamente reazionarie.  Il rischio è quello di una continua regressione in senso autoritario, col continuo rafforzamento delle diseguaglianze sociali, contrastata da rivolte  democratiche che la interrompono per un momento, ma poi non la fermano. 

11) Il riformismo positivo, il gradualismo nei miglioramenti è morto. Oggi riformismo è solo adattamento al peggioramento. Per questa  ragione o si costruisce una concreta alternativa e una rottura di sistema, o la regressione continuerà. Costruire questa rottura e questa alternativa è il solo compito che giustifichi e dia senso ad una rinnovata sinistra anticapitalista sociale e politica. Ogni altra scelta significa o condannarsi ad un ruolo da Testimoni di Geova del socialismo, o all'assorbimento nel riformismo complice delle destre.

12) la rottura deve avere obiettivi politici determinati, come sempre è stato per ogni cambiamento e processo rivoluzionario. Quindi la rottura con Euro UE NATO non è solo costituente di una posizione politica, ma un obiettivo reale che bisogna avere il coraggio di dichiarare non solo necessario, ma possibile. Occorre cioè pensare alla rottura come obiettivo di transizione, come passaggio verso un nuovo sistema economico e politico, che non è ancora socialista, ma che non è più quello ordoliberista. La rottura punta alla  regressione della globalizzaIone, per far avanzare di nuovo una democrazia fondata sulla eguaglianza sociale. Nel referendum costituzionale abbiamo misurato il contrasto strategico tra la Costituzione del 1948 e la governance europea e occidentale. Bisogna agire su  questo contrasto e trasformarlo in rottura politica : o la Costituzione o la UE e la Nato.

13) Non bisogna aver paura di affermare che la rottura punta alla sovranità democratica e popolare del nostro paese. All conquista del potere per realizzare politiche economiche progressiste usando tutti i poteri pubblici a tale scopo rafforzati e democratizzati. A chi obietta sui rischi di nazionalismo bisogna rispondere che ogni comunità corre questo rischio, che va combattuto con l'ampliamento della democrazia e della eguaglianza. Se la comunità della Valle Susa ha il sacrosanto diritto di poter decidere sul proprio territorio, perché il popolo italiano, le classi sfruttate, non dovrebbero avere questo diritto sul proprio paese? La rottura è riconquista di democrazia e potere popolare.

14) La scelta della rottura con Euro, UE, NATO e con tutte le forze che le sostengono è la premessa costituente di un programma progressista che riapra la via al socialismo. Essa quindi deve diventare il punto di partenza comune di tutte le forze che concorreranno a formate un fronte sociale e politico. Una volta assunta questa rottura, la costruzione e la pratica realizzazione del fronte e del programma sarà  fondata sul confronto e sullo spirito unitario. Ogni settarismo tra forze che abbiano acquisito questo comune punto di partenza è dannoso e per questo andrà contrastato ovunque con la massima fermezza.

15) Bisogna coniugare ed incrociare il conflitto di classe con quello contro l'esclusione prodotta dall'ordoliberismo. Costruire il fronte sociale degli sfruttati e degli esclusi, un fronte potenzialmente maggioritario,  deve essere l'obiettivo. Questo fronte ha una prima dimensione immediata, quella delle lotte sociali nei luoghi di lavoro e nel territorio, ma  deve anche collegare queste lotte alla loro dimensione politica.
La rottura con Euro UE NATO finora ha vissuto solo nel confronto e nel dibattito politico di una parte dei militanti della sinistra di classe e antagonista, ora deve entrare nella dimensione delle lotte reali, deve essere una campagna permanente e di massa che giunga a porre l'obiettivo della rottura all'ordine del giorno di tutti i conflitti.







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2 commenti:

  • Anonimo scrive:
    15 gennaio 2017 21:24

    Domanda NON polemica ma pragmatica


    Eurostop è pronto ad allearsi con M5S e soprattutto con la Lega?
    Perché Berlusconi ha già detto che vuole fare il Nazareno bis...

    Vediamo se rispondono in maniera non banale

  • Ex Sulis scrive:
    17 gennaio 2017 00:08

    Disamina lucida e piattaforma condivisibile. L'unica cosa leggibile che vedo da un pezzo. Prudente, per quanto radicale. Cremaschi sa bene quanto sia difficile smuovere le masse dall'inerzia. Con un insolito avvicinamento all'area antagonista -da tempi non sospetti, cmq, bene per la coerenza- si accredita (con tutti i problemi legati all'uso del termine) come leader o figura di riferimento per una costituenda forza politica. I tempi sono maturi e credo che Sollevazione se ne renda conto benissimo. Capitalizzare il risultato (nostro, di area) del referendum. Molto da definire, ma lo sappiamo tutti.

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