"SIAMO PAZZI ARRENDETEVI!" - II. ASSEMBLEA-FORUM DELLA CLN

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1/2/3 SETTEMBRE - Grande Albergo Fortuna - Chianciano Terme

sabato 26 marzo 2016

ALLE RADICI DEL NEOLIBERISMO: LA SCUOLA AUSTRIACA DI VON MISES E VON HAJYEK

[ 26 marzo ]

Giorni addietro abbiamo pubblicato una scheda sull'Ordoliberalismo tedesco (Scuola di Friburgo).
Come promesso passiamo ora alla Scuola Austriaca, quella di Von Mises e Von Hayek, ovvero la corrente liberista più intransigente, che poi diventerà maggioritaria nelle facoltà di economia anglosassoni, anzitutto negli Usa, infine anche da noi . Lo scritto fa l'apologia del liberismo, ma per capire il liberismo meglio risalire alla fonte
.

[Nella foto: Von Mises, a destra, e Von Hayek]

La storia della Scuola Austriaca comincia nel quindicesimo secolo, quando i seguaci di San Tommaso d’Aquino, scrivendo e insegnando all’Università di Salamanca in Spagna, cercano di spiegare l’intera gamma dell’azione umana e dell’organizzazione sociale. Questi tardo Scolastici notarono l’esistenza di leggi economiche, di inesorabili forze di causa – effetto che operavano proprio come le altre leggi naturali. Per diverse generazioni, essi scoprirono e spiegarono le leggi della domanda e dell’offerta, le cause dell’inflazione, il funzionamento dei tassi di cambio e la natura soggettiva del valore economico – tutte ragioni per cui Joseph Schumpeter li definì come i primi veri economisti.

Gli Scolastici di Salamanca erano sostenitori dei diritti di proprietà e della libertà commerciale e contrattuale. Celebrarono il contributo del mercato alla società, opponendosi ostinatamente all’imposizione fiscale, al controllo dei prezzi e alle regolamentazioni che inibivano l’attività imprenditoriale. Come teologi morali, essi invitarono i governi ad obbedire ad un’etica rigorosa, che si opponeva al furto e all’assassinio. Ed essi vissero seguendo la regola di Ludwig von Mises: il primo compito di un economista è quello di dire ai governi ciò che non possono fare.
Il primo trattato generale sull’economia, Saggio sulla natura del Commercio in generale, fu scritto nel 1730 da Richard Cantillon, un uomo istruitosi secondo la tradizione scolastica. Nato in Irlanda, emigrò poi in Francia. Egli considerava l’economia un’area di ricerca indipendente e spiegò la formazione dei prezzi usando l’”esperimento mentale”, cioè il metodo dell’astrazione; capì il mercato come processo imprenditoriale e aderiva ad una visione Austriaca della creazione di moneta: il denaro entra nell’economia reale gradualmente, distorcendo i prezzi lungo la via.
Cantillon fu seguito da Anne Robert Jacques Turgot, l’aristocratico pro mercato francese e ministro delle finanze durante l’ancien régime. I suoi scritti economici furono pochi ma profondi. Il suo saggio “Valore e moneta” enunciò le origini della moneta e la natura delle scelte economiche: esse riflettono la posizione soggettiva delle preferenze individuali. Turgot risolse il famoso paradosso dell’acqua e del diamante che sconcertò gli economisti successivi, articolò la legge dei rendimenti decrescenti, criticò le leggi sull’usura (un punto d’attrito, questo, con i tardo Scolastici) e favorì un approccio liberale classico alla politica economica, raccomandando l’abolizione di tutti i privilegi garantiti alle industrie connesse col settore pubblico.
Turgot fu il padre intellettuale di una lunga serie di grandi economisti Francesi del diciottesimo e diciannovesimo secolo, in particolare Jean Baptiste Say e Claude – Frédéric Bastiat. Say fu il primo economista ad interrogarsi profondamente sul metodo. Capì che l’economia non riguarda l’accumulazione di informazioni e dati, ma la comprensione di fatti e assunti universali (ad esempio, i bisogni sono illimitati, le risorse sono scarse) e le loro logiche implicazioni.
Say scoprì la teoria della determinazione dei prezzi delle risorse, il ruolo del capitale nella divisione del lavoro e la “Legge di Say”: non può esservi prolungata “sovrapproduzione” o “sottoconsumo” sul libero mercato se ai prezzi è consentito di aggiustarsi in modo naturale; era un difensore del laissez – faire e della rivoluzione industriale, proprio come Bastiat. Da giornalista pro mercato, Bastiat sosteneva anche che i servizi non materiali erano soggetti alle stesse leggi economiche di quelli materiali. In una delle sue numerose allegorie economiche, Bastiat enunciò la “fallacia della finestra rotta”, resa popolare, più tardi, da Henry Hazlitt.
Nonostante la raffinatezza teorica di questa tradizione pre – Austriaca, la scuola Inglese del tardo diciottesimo e inizi del diciannovesimo secolo vinse la sfida, soprattutto per ragioni politiche. Questa tradizione (basata sull’oggettività e sulla teoria del valore – lavoro) portò allo sviluppo della dottrina Marxista dello sfruttamento capitalistico.
La tradizione Britannica dominante ricevette la sua prima vera sfida in molti anni quando iPrincipi di Economia di Carl Menger furono pubblicati nel 1871. Menger, il fondatore della Scuola Austriaca, riutilizzò l’approccio Scolastico – Francese all’economia, fondandolo su basi più solide.
Insieme agli scritti contemporanei di Leon Walras e Stanley Jevons, Menger diffuse la teoria soggettiva del valore e spiegò chiaramente, per la prima volta, la legge dell’utilità marginale (maggiore è il numero di unità di un bene che un individuo possiede, minore sarà il valore che egli attribuirà ad ogni data unità). Inoltre, Menger spiegò come la moneta nasca in condizioni di libero mercato, nel momento in cui la merce più commerciabile è desiderata non per il consumo, ma per la sua funzione di mezzo di scambio verso altri beni.
Il libro di Menger fu il pilastro della “rivoluzione marginalista” nella storia della scienza economica. Quando Mises disse che il libro “lo aveva reso economista”, non si riferiva solo alla teoria della moneta e dei prezzi di Menger, ma anche al suo approccio alla disciplina. Come i suoi predecessori nella tradizione, Menger era un liberale classico e individualista metodologico che considerava l’economia come scienza della scelta individuale. Le sueIndagini, apparse dodici anni dopo, si opponevano alla Scuola Storia Tedesca, la quale vedeva l’economia come l’accumulazione di informazioni al servizio dello stato.
Come professore di economia all’Università di Vienna, poi tutore del giovane ma sfortunato Principe ereditario Rudolf d’Asburgo, Menger restaurò l’economia come scienza dell’azione umana basata sulla logica deduttiva, preparando la via ai successivi studiosi per contrastare l’ascesa dell’ideologia socialista. Effettivamente, il suo allievo Friedrich von Wieser influenzò tantissimo gli scritti successivi di Friedrich von Hayek. L’opera di Menger rimane un’eccellente introduzione al metodo della scienza economica. Per certi versi, ogni Austriaco può dirsi allievo di Menger.
Il seguace e ammiratore di Menger all’Università di Innsbruck, Eugen von Böhm-Bawerk, si avvalse del pensiero di Menger, riformulandolo e applicandolo ad una serie di nuove problematiche, comprendenti il valore, il prezzo, il capitale e l’interesse. La sua Storia e Critica delle Teorie dell’Interesse, apparsa nel 1884, è un’opera di correzione degli errori della storia economica, nonché un’appassionata difesa dell’idea per cui il tasso di interesse corrisponda non ad una costruzione artificiale e data, ma sia parte integrante del mercato stesso. Esso riflette la “preferenza temporale”, cioè la tendenza delle persone a preferire la soddisfazione di bisogni nel presente piuttosto che nel futuro (una teoria ulteriormente sviluppata e difesa da Frank Fetter).
La Teoria Positiva del Capitale di Böhm-Bawerk dimostrò che il tasso “normale” di profitto è il tasso di interesse. I capitalisti risparmiano, pagano i lavoratori e attendono la vendita del prodotto finale per ricevere il loro profitto. Inoltre, spiegò che il capitale non rappresenta una struttura omogenea, ma un’intricata e diversificata struttura con una dimensione temporale. Un’economia in crescita non è solo conseguenza di un aumento del capitale investito, ma anche di sempre più lunghi processi di produzione.
Böhm-Bawerk ingaggiò una lunga battaglia intellettuale, con i Marxisti, sulla teoria dello sfruttamento capitalistico, rifiutando la dottrina socialista del capitale e dei salari molto prima che i comunisti giungano al potere in Russia. Egli condusse anche un seminario che, più tardi, sarebbe diventato il modello per il seminario Viennese di Mises.
Favorì, inoltre, politiche coerenti con la onnipresente realtà della legge economica. Considerava l’interventismo come un attacco alle forze di mercato, che non poteva avere successo nel lungo periodo. Negli ultimi anni della Monarchia Asburgica, fu tre volte ministro delle finanze, impegnandosi per bilanci in pareggio, moneta sana e gold standard, libero mercato ed eliminazione dei sussidi all’esportazione e altri privilegi monopolistici.
Fu la sua opera che irrobustì ed unificò il metodo economico della Scuola Austriaca, aprendo la via alla grande diffusione nelle zone di lingua inglese. Ma un’area in cui Böhm-Bawerk non sviluppò l’analisi partita da Menger fu quello della moneta, l’intersezione istituzionale tra l’approccio “micro” e quello “macro”. Un giovane Mises, consulente economico alla Camera di Commercio Austriaca, accettò la sfida.
Il risultato della ricerca Misesiana fu Teoria della Moneta e del Credito, pubblicato nel 1912. Enunciò l’applicazione della legge dell’utilità marginale alla moneta, configurando il “teorema regressivo” e rendendo palese come il denaro non solo ha origine dal mercato, ma deve sempre farlo. Attingendo dalla British Currency School, dalla teoria dei tassi di interesse di Knut Wicksell e dalla teoria della struttura della produzione di Böhm-Bawerk, Mises presentò le linee generali della teoria Austriaca del ciclo economico. Un anno dopo, si aggregò alla facoltà dell’Università di Vienna e il seminario Böhm-Bawerk si concentrò per due semestri sul libro di Mises.
La sua carriera si interruppe per quattro anni a causa della Prima Guerra Mondiale. Passò tre anni come ufficiale d’artiglieria e uno come funzionario ufficiale dei servizi segreti. Alla fine della guerra pubblicò Nation, State and Economy (1919), sostenendo le libertà economiche e culturali delle minoranze del disastrato impero e mettendo a punto una teoria sull’economia di guerra. Nel frattempo, la teoria monetaria Misesiana attirò l’attenzione degli Stati Uniti attraverso il lavoro di Benjamin M. Anderson jr., un economista della Chase National Bank (il libro di Mises fu stroncato da John Maynard Keynes, che in seguito ammise di non essere in grado di leggere e comprendere il tedesco).
Nel caos politico post Guerra, il principale teorico dell’allora socialista governo Austriaco fu il Marxista Otto Bauer. Avendo conosciuto Bauer al seminario di Böhm-Bawerk, Mises lo istruì, notte dopo notte, sulla scienza economica, convincendolo ad abbandonare le sue politiche e vedute Bolsceviche. I socialisti Austriaci non perdonarono mai questo a Mises, scatenando, contro di lui, una guerra accademica che non gli permise di ottenere una cattedra retribuita presso l’università.
Imperterrito, Mises si dedicò al problema del socialismo stesso, scrivendo un saggio di grande successo nel 1921, che trasformò nel libro Socialismo nei due anni successivi. Il socialismo non consente proprietà privata o scambi di beni capitali, quindi non c’è modo, per le risorse, di essere allocate nel modo migliore. Una economia pianificata avrebbe condotto, secondo la previsione di Mises, al caos totale e alla fine della stessa civiltà.
Mises sfidò i socialisti a spiegare, in termini economici precisi, come il loro sistema avrebbe funzionato, un compito che i socialisti avevano finora evitato. Il dibattito tra gli Austriaci e i socialisti continuò negli anni successivi e, fino al collasso del socialismo nel 1989, gli studiosi pensarono che il dibattito fosse risolto in favore dei secondi.
Intanto gli argomenti di Mises sul libero mercato attrassero un gruppo di ex socialisti, tra cui Hayek, Wilhelm Roepke e Lionel Robbins. Mises iniziò a tenere un seminario privato nei suoi uffici alla Camera di Commercio; esso fu seguito da Fritz Machlup, Oskar Morgenstern, Gottfried von Haberler, Alfred Schultz, Richard Von Strigl, Eric Voegelin, Paul Rosenstein-Rodan e molti altri intellettuali da tutta Europa.
Oltre a ciò, durante gli anni ’20 e ’30, Mises era impegnato su altri due fronti accademici. Diede il colpo di grazia alla Scuola Storica Tedesca con una serie di saggi in difesa del metodo deduttivo in economia, che egli più tardi ribattezzò “prasseologia” o “logica dell’azione”; fondò anche l’Istituto Austriaco per la Ricerca sul Ciclo Economico, mettendovi Hayek alla guida.
In questi anni, Hayek e Mises produssero molti lavori sul ciclo economico, avvisando dei pericoli dell’espansione creditizia e prevedendo la crisi monetaria incombente. Questo lavoro fu citato dal comitato del Premio Nobel nel 1974, quando Hayek ricevette il prestigioso riconoscimento in economia. Lavorando in Inghilterra e in America, Hayek diventò poi l’avversario principale del Keynesismo con i suoi libri sui tassi di cambio, sulla teoria del capitale e sulla riforma monetaria. Il suo popolare Road to Serfdom (it.: La via della schiavitù),aiutò a rivitalizzare il movimento liberale classico in America dopo il New Deal e la Seconda Guerra Mondiale; elaborò la sua serie Legge, Legislazione e Libertà basandosi sull’approccio tardo Scolastico al diritto, applicandolo per criticare l’egalitarismo e altri miti come la “giustizia sociale”.
Verso la fine degli anni ’30, dopo aver sofferto della depressione mondiale, l’Austria fu minacciata dai Nazisti. Hayek si era già trasferito a Londra nel 1931 su sollecitazione di Mises e, nel 1934, Mises stesso si trasferì a Ginevra per insegnare e scrivere all’International Institute for Graduate Studies, emigrando poi negli Stati Uniti. Conoscendo Mises come nemico giurato del socialnazionalismo, i Nazisti confiscarono gli scritti di Mises nel suo appartamento, nascondendoli durante la guerra. Ironia della sorte, furono proprio le idee di Mises, filtrate attraverso il lavoro di Roepke e la saggezza politica di Erhard, che condussero la Germania postguerra alle riforme economiche che avrebbero aiutato a ricostruire il paese. Successivamente, nel 1992, gli arcivhisti Austriaci ritrovarono gli scritti rubati a Mises in un archivio riaperto a Mosca.
A Ginevra Mises scrisse il suo capolavoro, Nationalokonmie, e, dopo l’arrivo negli Stati Uniti, rivide ed espanse il lavoro ne L’Azione Umana, pubblicato nel 1949. Il suo studente Murray N. Rothbard lo definì “la grande impresa di Mises e uno dei migliori prodotti della mente umana nel nostro secolo. C’è tutta l’economia”. La comparsa di questo lavoro fu il compimento dell’intera storia della Scuola Austriaca e quest’opera rimane il trattato economico che definisce la Scuola. Nonostante questo, non fu ben accolto nel settore, che aveva già ampiamente abbracciato la dottrina Keynesiana.
Sebbene Mises non ottenne mai il posto accademico meritato, egli raccolse studenti intorno a lui all’Università di New York, come aveva fatto a Vienna. Anche prima della sua emigrazione, Henry Hazlitt era diventato il rappresentante di spicco, recensendo i suoi libri nel New York Times Newsweek, e diffondendo le sue idee in classici come L’economia in una Lezione. Hazlitt apportò anche contributi originali alla Scuola Austriaca. Scrisse una critica riga per riga dellaTeoria Generale di Keynes, difendendo gli scritti di Say e restituendogli un posto centrale nella teoria macroeconomica Austriaca. Hazlitt seguì l’esempio di intransigente aderenza ai principi Misesiano e come risultato ottenne l’emarginazione dal giornalismo che conta.
Il seminario di Mises di New York continuò fino a due anni prima della sua morte, nel 1973. Durante quegli anni, Rothbard fu suo studente. Effettivamente, il suo Man, Economy and State(1963) fu composto secondo lo schema de L’Azione Umana e in determinate aree – teoria del monopolio, utility e welfare, teoria dello stato – rafforzò e completò le visioni Misesiane. L’approccio di Rothbard alla Scuola Austriaca si inseriva nella linea di pensiero tardo Scolastica, applicando la scienza economica in un contesto di diritti naturali di proprietà. Il risultato fu una piena e completa difesa di un ordine sociale capitalistico e privo di stato, basato sulla proprietà e la libertà di associazione e contrattuale.
Rothbard, dopo questo trattato, si dedicò ad un lavoro di investigazione della grande depressione, alla quale applicò la teoria Austriaca del ciclo economico per spiegare che il crollo del mercato azionario e la crisi economica furono causati da una precedente espansione creditizia bancaria. Successivamente, in una serie di studi sulle politiche del governo, mise a punto la struttura teorica necessaria ad esaminare tutti i tipi di intervento del governo e dello stato nel mercato.
Negli ultimi anni, Mises vide l’inizio della rinascita della Scuola Austriaca, che ha origine dalla pubblicazione di Man, Economy and State e continua fino ai giorni nostri. Fu Rothbard ad impostare coerentemente la Scuola Austriaca e la dottrina liberale classica negli Stati Uniti, in particolare con Conceived in Liberty, la sua serie di quattro volumi dedicata alla storia dell’America coloniale e alla secessione dalla Gran Bretagna. L’unione del giusnaturalismo Rothbardiano e della Scuola Austriaca giunge a compimento nel suo lavoro filosofico, L’etica della libertà; il tutto mentre scriveva una serie di articoli economici accademici raccolti in Logic of Action, pubblicato in due volumi nella serie “Economisti del Secolo” di Edward Elgar.
Queste opere seminali fungono da collegamento principale tra la generazione Mises – Hayek e gli Austriaci ora attivi per espandere la tradizione. In effetti, senza la volontà di Rothbard di sfidare le tendenze intellettuali del suo tempo, il progresso, nella tradizione Austriaca, avrebbe potuto accusare una battuta d’arresto. La sua saggezza e profonda cultura, personalità gioiosa, conoscenza enciclopedica e il suo ottimismo hanno ispirato innumerevoli studenti a rivolgere la loro attenzione alla causa della libertà.
Anche se gli Austriaci sono, oggi, in una posizione migliore rispetto a quella degli anni ’30, Rothbard, come Mises prima di lui, non venne ben trattato dal mondo accademico. Sebbene avesse occupato una cattedra, negli ultimi anni, presso l’Università del Nevada, Las Vegas, non ottenne mai una posizione tale da permettergli di dirigere dissertazioni o tesi. Ciò nonostante, riuscì a reclutare un ampio, attivo ed interdisciplinare seguito per la Scuola Austriaca.
La fondazione del Ludwig Von Mises Institute nel 1982, con l’aiuto di Margit von Mises come pure di Hayek ed Hazlitt, fornì un’ampia gamma di nuove opportunità a Rothbard e alla Scuola Austriaca.
Attraverso un flusso costante di conferenze accademiche, seminari didattici, libri, monografie, newsletter, studi e anche films, Rothbard e il Mises Institute hanno accompagnato la Scuola Austriaca verso l’era post socialista.
Il primo numero della Rivista di Economia Austriaca, diretto da Rothbard, apparve nel 1987, diventando semestrale nel 1991 e trimestrale nel 1998, The Quarterly Journal of Austrian Economics. Le scuole estive del Mises Institute si tengono ogni anno dal 1984. Per molti di questi anni, Rothbard presentò le sue ricerche nel campo della storia del pensiero economico. Queste culminarono nell’opera Una visione Austriaca sulla Storia del Pensiero Economico, due volumi che allargano la storia della disciplina fino a comprendere ed analizzare scritti di secoli addietro.
Grazie alle borse di studio, guide dello studente, bibliografie e conferenze del Mises Institute, la Scuola Austriaca ha permeato, in qualche modo, praticamente ogni dipartimento di economia e scienze sociali in America e in molti paesi esteri. La Conferenza annuale degli Studiosi Austriaci, all’Università di Auburn, attira esperti da tutto il mondo per discutere, dibattere ed applicare l’intera tradizione Austriaca.
L’affascinante storia di questa grande scuola di pensiero, attraverso i suoi alti e bassi, è la storia di come grandi menti possono far progredire la scienza e opporsi al male con creatività e coraggio. Ora la Scuola Austriaca entra nel nuovo millennio come portabandiera intellettuale della società libera. Se può fare questo, è grazie alle eroiche e brillanti menti che costituiscono la storia familiare della Scuola e a quelli che portano avanti questa eredità insieme al Ludwig von Mises Institute.
Tutti gli argomenti trattati qui sono discussi in maggior dettaglio nella corposa letteratura della Scuola austriaca. La Study Guide è un buon inizio. Il catalogo dispone anche di una biblioteca essenziale.
* Fonte: VonMises in Italia
Vedi anche “Capire la Scuola Austriaca” di Henry Hazlitt
Traduzione di Luigi Pirri
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6 commenti:

  • Tonguessy scrive:
    26 marzo 2016 22:26

    "L’affascinante storia di questa grande scuola di pensiero, attraverso i suoi alti e bassi, è la storia di come grandi menti possono far progredire la scienza e opporsi al male con creatività e coraggio."
    Il vero problema, qui, è che nessuna teoria economica ha mai avuto alcun confronto epistemologico. A dirla molto in soldoni: cos'è che separa la scienza economica dalla pseudoscienza? Senza questa indagine non è possibile sapere se l'economia (sia esa di Von Mises o di Keynes) sia scienza oppure fuffa. In mancanza di questa analisi si può tranquillamente affermare che l'economia è un dogma, una dottrina.
    Giacomo Beccattini (economista) ad esempio dice: " Il capitalismo si regge –insegna Adam Smith- su di un equilibrio delicato di egoismo e simpatia, per cui una società che si regga solo sul cash nexus deve essere molto instabile, e costituire perciò
    un’autentica minaccia per la civiltà che avanza."
    Il che è esattamente il contrario di quanto sostengono i simpatici sostenitori della scuola austriaca. Nessun dibattito al riguardo, nessun giudice che dica Tizio ha ragione e Caio ha torto. La questione è assolutamente marginale, al contrario di quanto succede per altre scienze. Ognuno, in questo ambiente anarcoscientifico, ha il diritto di dire ciò che meglio gli aggrada.
    La scuola austriaca mi fa però venire in mente i Circolo di Vienna, quello sì un pilastro nell'indagine epistemologica con la veduta verificazionista che si erano imposti. A quella scuola assistettero personaggi del calibro di Wittgenstein e Popper. Poi arrivò la teoria del cigno nero a scombussolare i piani di Carnap, Schlick e soci: non è possibile verificare tutto.
    Per non parlare di Feyerabend, secondo cui "anything goes" è il vero metodo scientifico. Ecco, mi piacerebbe che anche in ambito economico ci fosse un dibattito teso a chiarire cosa sia vera scienza economica e cosa non lo sia. I già citati Merton e Scholes, Nobel per le loro invenzioni economiche riguardanti i derivati, fondarono il Long Term Capital Management che nel '98 perse oltre 4,6 miliardi di dollari a causa della crisi russa non prevista nel modello.
    Lakatos diceva che è vera scienza ciò che è in grado di fare modelli credibili che producono previsioni affidabili. Affidabili? Stiamo scherzando, vero?

  • Alberto scrive:
    27 marzo 2016 12:38

    cos'è che separa la scienza economica dalla pseudoscienza? Nulla.
    La vera domanda è: cos'è che separa l'economia dalla politica? Ancora nulla, dal momento che qualsivoglia analisi economica in grado di produrre proposte operative si pone automaticamente nella dimensione politica, con l'ambizione di cambiare la realtà stessa che sta osservando.

    Sempre in soldoni, l'economia è uno strumento per fare ciò che si vuole, e ciò che si vuole è una questione politica. Percò esiste la "economia politica", mentre le due parole disgiunte non hanno alcun significato, tantomeno scientifico.

    Lo stesso V. Mises diceva ai suoi studenti americani troppo timidi: coraggio, dite la vostra, tanto qualunque cosa diciate in economia ha un suo diritto di cittadinanza. (vado a memoria, ma più o meno il senso dovrebbe essere questo).

    Ci potrebbe essere a questo punto la "scienza dello strumento", cioè una scienza applicata, come la "fisica tecnica", con la differenza che la fisica ha un suo retroterra molto più solido di quello dell'economia.

    Forse, tra tutti i metodi statistici e le correlazioni tra i dati, quello che rimane di più "scientifico" nell'economia politica è proprio sul versante della politica, cioè la filosofia sottostante, che diventa spesso e volentieri ideologia.

    La sperimentazione è poi particolarmente difficile e richiede tempi lunghi e grandi spazi sociali, ora diventati globali. L'ideologia occidentale corrente ha però avuto questa finestra spazio-temporale per dimostrare che sì, in un certo senso ha funzionato, ma dimostrando di essere un vero schifo.

  • Tonguessy scrive:
    27 marzo 2016 21:49

    Alberto, pur condividendo i tuoi pensieri, ciò che sottolineavo è la distanza siderale tra i dibattiti all'interno della comunità scientifica relativamente alla consistenza epistemologica delle teorie elaborate e quelli all'interno della comunità degli economisti, dove la consistenza non è neanche presa in considerazione (l'esempio del Long Term Capital Menagement è abbastanza significativa). Se poi vogliamo agganciare l'economia alla politica andiamo anche peggio, dato che la politica (differentemente dagli studi politici) è solo la copertura delle regole adottate da chi detiene il potere. In questo senso l'economia assomiglia sempre più alla politica grazie alla virtualizzazione dei responsabili. In democrazia è impensabile il taglio delle teste per evidenti colpe contro il popolo sovrano. E in economia invece? Appunto....tana libera tutti. Mandano in rovina intere nazioni e nessuno ne paga le conseguenze. Questo anche perchè non esiste alcun dibattito tra ciò che è meritevole della patente di scientificità (non che io la veda come una panacea, ci mancherebbe) e ciò che invece è solo una boutade alla Wanna Marchi. Nonostante io detesti gli Angela, in questo campo ce ne vorrebbero parecchi per rimettere in sesto il senso di onnipotenza e di impunibilità di questa classe di xxxxxx.....

  • Alberto scrive:
    28 marzo 2016 11:42

    Caro Giorgio, se siamo qui è proprio per questa ragione, che non ci guadagnamo da vivere insegnando economia, ma stentiamo a guadagnarci da vivere per colpa di una cattiva economia. Dobbiamo perciò capire come e perché questa che stiamo vivendo è una pessima economia, che affligge in modi in gran parte simili e in parte anche diversi un po' tutto il mondo a guida unipolare.
    Siamo anche perfettamente d'accordo sul fatto che la più evidente prova del fallimento sociale e politico di questa pessima economia è nella crescente e ormai scandalosa divergenza tra pochi ricchi e molti poveri.

    Sui grandi movimenti storici, a livello planetario, possiamo solo cercar di comprendere e divulgare le ragioni primarie dei malfunzionamenti, ma è chiaramente la dimensione nazionale che ci consente di aspirare anche a modificare il corso degli eventi in base a quel minimo d'intelligenza che si può e si deve mettere in campo, a prescindere da quanto realisticamente ci possiamo aspettare dalle nostre azioni singole, che se fosse misurabile tenderebbe a zero. Non solo per "spirito patriottico" o di qualunque altro idealismo, ma perchè l'economia senza politica non esiste, e quindi nel cercare di capire l'economia dobbiamo necessariamente aggiungerci un impegno politico di qualche tipo. Il dramma è proprio questo, che abbiamo ben compreso come quest'economia che ci è piombata addosso ha come scopo primario, perfino dichiarato, di uccidere la politica e lo Stato che le fa da teatro. E' quello che si può definire un "cul de sac", dal quale non potremo certo uscire individualmente, ma solo partecipando ad un vasto processo di maturazione collettiva.

    Per tornare a questi "simpatici" austriaci, è giusto conoscerli un po' meglio perchè rappresentano le radici di quell'ideologia che paradossalmente essi stessi giudicano tradita dal sistema vigente, mentre il sistema la utilizza come vernice di facciata per nascondere le sue nefandezze quotidiane.

    Ci troviamo quindi con l'ingrato e difficile compito di dover agire (intellettualmente) su due fronti, quello di smantellare l'ipocrisia mediatica di sistema, e contemporaneamente di smantellare una diversa ipocrisia ideologica insita nei principi degli "austriaci".

    Uno dei mie pallini a tale proposito, che ritengo fruttuoso sviluppare, è nella definizione di moneta, che per gli austriaci è moneta-merce, mentre per me è esattamente il contrario. A mio giudizio l'economia moderna è già andata ben oltre il concetto di baratto come fondazione primaria, e questo grazie alla moneta dematerializzata. Il "patto sociale" che fonda lo Stato moderno non può certo escludere la gestione della moneta, e questo tira in causa molte correnti, dalla MMT agli ordoliberisti che ignorano volutamente la vera dimensione del sociale.

    Non è facile costruire l'alternativa giusta, ma il percorso in tale direzione passa senz'altro da una critica fondata a queste ed altre scuole di pensiero.

  • Alessio Servetti scrive:
    5 aprile 2016 03:58

    Mi ritengo un seguace della scuola austriaca.

    L economia per gli austriaci è una scienza deduttiva, a prioristica, in cui il ruolo dell economista è quello di esporre le conseguenze a seguito delle diverse scelte applicate.

    Non dobbiamo però confondere la dottrina economica con l abilità di guadagnare in borsa.
    L economista può dire in che direzione di va, da indicazioni qualitative, non quantitative....perché quelle NESSUNO PUÒ DARLE, perché è impossibile (al meno dal momento che si accetta la teoria soggettiva del valore=> incommensurabile=> impossibilità della pianificazione centrale)

  • Alessio Servetti scrive:
    5 aprile 2016 04:02

    L economia è una cosa diversa dalle contrattazioni di borsa.

    In economia esistono leggi così come esistono leggi meccaniche in fisica (legge della domanda e dell offerta in relazione al prezzo ).

    Tuttavia le indicazioni per il futuro possono essere ctrattehe possino essere tratte dall economia sono qualitative, non quantitaive...questo a causa della soggettività (e dunque non commensurabilita) del valore; se non è misurabile non può essere utilizzato in funzioni matematiche etc

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