martedì 23 aprile 2019

LA NATURA DI M5S E LEGA di Domenico Moro

Da sinistra: Stefano Fassina, Leonardo Mazzei, Dino Greco, Fabio Frati, Domenico Moro e Bruno Steri
[ 23 aprile 2019 ]

Di seguito l'intervento svolto da Domenico Moro del Cpn di Rifondazione comunista, alla tavola rotonda LA SVOLTA POPULISTA: UN ANNO DI GOVERNO GIALLO-VERDE, svoltasi a Roma sabato 13 aprile in occasione del convegno “Eurexit, quali strategie per la liberazione”.

La foto che Moro scatta alla base sociale ed elettorale di Lega e M5S è sostanzialmente corretta ma rischia, almeno secondo noi, di essere parziale ove non la si collochi nella cornice dell'emergente "fenomeno populista".


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Le contraddizioni del governo giallo-verde e del suo blocco sociale



La situazione politica europea risulta profondamente mutata rispetto soltanto a pochi anni fa. Anche se le modifiche sono particolarmente evidenti in Italia, in quasi tutti i Paesi dell’area euro si è assistito alla crisi del sistema bipolare/bipartitico, che ha caratterizzato l’assetto politico continentale per parecchi decenni.
Domenico Moro


I partiti europei afferenti alle due principali famiglie politiche continentali, quella dei popolari (Partito popolare europeo) e quella dei socialisti (Partito socialista europeo), hanno subito un declino più o meno grave. I voti sono andati in parte all’astensionismo, che è cresciuto a livelli quasi statunitensi, e in parte al cosiddetto populismo. Il termine di populismo, però, è a mio parere poco preciso e direi anche fuorviante, perché al suo interno sono comprese forze politicamente e ideologicamente in alcuni casi diverse tra loro, e con basi di massa e di classe anche diverse. Per questa ragione preferisco usare il termine di terze forze, ad indicare la loro terzietà rispetto al tradizionale bipolarismo/bipartitismo.

La crisi del bipartitismo è il risultato del combinato disposto della cosiddetta “stagnazione secolare” e dell’austerity imposta dall’Ue, che ha distrutto il compromesso tra capitale e classi subalterne che esisteva dal secondo dopoguerra. Va, però, sottolineato che non si tratta di effetti automatici dei rapporti di produzione, perché quella in atto è una riorganizzazione, soprattutto mediante l’integrazione europea, del sistema delle imprese (centralizzazioni proprietarie, riposizionamento su settori più profittevoli e internazionalizzazione della produzione), nonché della struttura sociale e del sistema politico. Queste trasformazioni vanno a colpire pesantemente, trasformandola, anche la composizione di classe della società italiana.


Classi e crisi


Ad essere colpito, si dice, è il cosiddetto ceto medio. Per la verità anche questo termine è ambiguo e portatore di confusione perché comprende al suo interno classi diverse che hanno una diversa collocazione all’interno della divisione del lavoro sociale – criterio cardine dell’appartenenza di classe. Quello di ceto medio è un concetto sociologico, basato su reddito, capacità di consumo e status sociale. In esso rientravano settori molto ampi di classe operaia dell’industria e dei servizi, i settori impiegatizi, e i lavoratori autonomi, un settore che si fonda sulla piccolissima o piccola proprietà non capitalistica nell’artigianato, nel commercio, nei servizi professionali e tecnici con nessuno o con un numero limitato di lavoratori dipendenti.

Ma la crisi ha profondamente colpito, in parte, anche la proprietà capitalistica vera e propria, quella in cui il proprietario non partecipa direttamente alla produzione e occupa una posizione o di direzione o di controllo finanziario o è praticamente soltanto un rentier. La crisi e i vincoli di bilancio hanno accentuato l’orientamento delle economie nazionali verso l’export di merci e capitali, secondo il modello neomercantilista tedesco. Lo strato apicale delle imprese più grandi, multinazionali ed inserite nelle catene internazionali del valore, ha beneficiato dell’integrazione europea e sostenuto meglio la crisi, spesso avvantaggiandosene mediante l’acquisizione di altre imprese all’interno e all’estero. Le filiali estere di imprese a controllo italiano hanno aumentato, nel periodo peggiore della crisi (2009-2015), il fatturato del 5,4% medio annuo e gli addetti del 2,6%, contro un dato domestico rispettivamente dell’1,7% e del -1,3%[1].

A essere devastate dalla crisi sono state tutte le classi o i settori di classe che hanno subito la contrazione del mercato interno e la riorganizzazione del sistema produttivo e delle imprese. Quindi, la classe operaia e i settori impiegatizi dell’industria, diversi settori del lavoro autonomo, e le imprese non internazionalizzate o poco internazionalizzate, che sono non solo piccole e medie imprese (Pmi) ma talvolta anche grandi. Solo i lavoratori autonomi in Italia tra 2008 e 2017 sono diminuiti di 450mila unità (-8,3%), specie quelli con dipendenti (-11,8%), mentre i lavoratori dipendenti sono aumentati di 427mila unità (+2,7%), anche se nell’industria (manifattura e costruzioni) sono diminuiti insieme di oltre 600mila unità (-11,9%)[2]. Le imprese della manifattura sono invece diminuite, tra 2008 e 2015, del 15,3%, con le perdite maggiori nelle classi delle piccole (-22,3%) e delle medio-piccole (-22,6%)[3]. Inoltre, bisogna aggiungere che anche settori di grande capitale multinazionale sono in difficoltà, perché lo Stato e i governi italiani non riescono a difendere sufficientemente i loro interessi a livello internazionale e persino all’interno della Ue, che è di fatto una organizzazione intergovernativa. Pensiamo alle penalizzazioni che hanno affrontato le banche italiane, anche le due maggiori (Unicredit e Intesa-San Paolo) a causa delle nuove regole bancarie europee, e alle difficoltà che imprese “di stato” (in realtà public company con la partecipazione di capitali internazionali), come Finmeccanica e Eni, affrontano in molti scacchieri mondiali, come quello Nord Africano (ad esempio in Libia a causa dell’aggressività francese).

Le suddette trasformazioni hanno distrutto le basi del vecchio blocco sociale su cui si reggeva il sistema politico bipolare. I partiti principali (da una parte Fi/Pdl e dall’altra il Pd) sono stati identificati come responsabili del peggioramento della situazione, anche perché sono stati promotori dell’integrazione europea e portatori degli interessi dello strato apicale e multinazionale del capitale, senza peraltro riuscire a mitigare i vincoli europei. A fronte della disgregazione del vecchio blocco sociale e dei partiti che ne erano espressione, quello che è in atto è il tentativo di ricostruzione di un nuovo blocco sociale mediante partiti di tipo nuovo, terze forze per l’appunto, il M5s e la Lega. Bisogna valutare come tale processo si sta svolgendo e quali sono le contraddizioni che lo attraversano e la natura dei due nuovi partiti.


La natura di M5s e Lega


Il M5s è una forza interclassista che ha trovato nella critica alla casta e nella rivendicazione dell’onestà il suo cemento ideologico, ma che comprende al suo interno molteplici tendenze sia di destra, pro-impresa e privatizzatrici, sia di sinistra, quasi neo-socialdemocratiche. Di recente il presidente dell’Inps, pentastellato, ha addirittura rispolverato la vecchia proposta della sinistra radicale di riduzione dell’orario a parità di salario. Il M5s, nella divisione dei compiti all’interno del governo si è accollato quelli più difficili da realizzare, lo sviluppo economico e la redistribuzione, seppur minima, del reddito. Del resto, il M5s ha la sua base elettorale nel Mezzogiorno, tra i numerosi

disoccupati, verso i quali era diretta la proposta del reddito di cittadinanza. Questo elettorato, però, rischia di vedere infrante tutte le proprie aspettative. Infatti, il M5s sta rivelando tutte le sue fragilità. La narrazione secondo cui la stagnazione economica e sociale era dovuta alla casta, cioè a corruzione e inefficienza del ceto politico, si scontra con la realtà: l’impreparazione dei quadri del Movimento, cui si aggiungono, ad esempio a Roma, inefficienza, tendenze privatizzatrici e episodi di corruzione, il carattere strutturale e capitalista della crisi e i vincoli esterni europei (tra cui la cosiddetta clausola di salvaguardia, i 23 miliardi di aumento dell’Iva lasciati in eredità dai governi Berlusconi e Monti). In sostanza, il M5s e il governo giallo-verde sono andati a cozzare, come altri prima di loro, con i limiti posti dall’integrazione europea e con le istituzioni che ne sono garanti, come il Presidente della Repubblica. Ma il problema vero è di classe. Non c’è nel M5s una determinazione a andare fino in fondo contro determinati interessi di classe, non a caso contrari a una rottura con l’Europa, perché tali interessi sono presenti anche al suo interno.

La Lega, grazie all’inversione imposta da Salvini, nell’arco di alcuni anni è passata da partito del Nord Italia a partito nazionale, non solo come vocazione ma anche come presenza elettorale. Però, causa dei vincoli Ue, anche la Lega ha serie difficoltà a mantenere le sue proposte elettorali, la flat tax e quota 100, che gli hanno permesso di ampliare i consensi fra i lavoratori autonomi e la classe operaia di importanti aree del Nord. Ciononostante, grazie ai suoi cavalli di battaglia ideologici “a costo zero”, cioè il nazionalismo (sfruttando il diffuso risentimento contro la Ue, la Germania e la Francia), e soprattutto la sicurezza (declinata in termini xenofobi) è riuscita ad incrementare i suoi consensi a danno dell’alleato pentastellato.

Fin qui, però, siamo a una livello di cattura del consenso di massa. Qual è invece la base di classe della Lega? Molti sono convinti che la Lega esprima gli interessi della piccola impresa in opposizione al grande capitale. È vero che la piccola e piccolissima impresa in molte aree del Nord ha da sempre simpatie leghiste e ne è rappresentata. Tuttavia, il governo sul tema centrale della fiscalità nella prima versione del “Decreto crescita” avrebbe favorito maggiormente le imprese grandi e multinazionali. Infatti, avrebbe migliorato la propria condizione solo il 5,8% delle micro-imprese (1-9 addetti) contro il 26,7% delle imprese sopra i 500 addetti, e solo il 6,7% delle imprese singole contro il 18% delle multinazionali[4]. I vantaggi fiscali maggiori, derivanti dalla nuova mini-Ires, sarebbero stati attribuiti alle imprese che, oltre a fare utili, crescevano in addetti e investimenti. Ciò avrebbe penalizzato soprattutto le imprese piccole, costringendole a ricorrere all’indebitamento con le banche. Una svista davvero grave per un governo della piccola impresa, che in un periodo di ripresa della crisi avrebbe rischiato di danneggiare le imprese, a partire dalle piccole. Tali provvedimenti, però, sono stati modificati su pressione di Confindustria: il maxiammortamento sui beni strumentali è stato reintrodotto, e la nuova mini-Ires è stata slegata da una quota determinata di aumento degli investimenti e degli addetti. Ad ogni modo, anche nelle versione più aggiornata del “Decreto crescita” la quota dei beneficiari dei tagli fiscali complessivi cresce al crescere della classe dimensionale delle imprese: si passa dal 38,9% delle imprese da 1 a 9 addetti al 74% delle imprese sopra i 500 addetti. Inoltre, tra le multinazionali a controllo nazionale i beneficiari sono il 55,4% contro il 39,4% delle imprese singole. Nel complesso il governo giallo-verde conferma la tendenza pro impresa dei precedenti governi, riducendo il prelievo Ires di un altro 2,4%, rispetto a quanto fece il governo Gentiloni[5].

In sostanza, sembra che la Lega stia perseguendo su scala nazionale quello che cercava di perseguire a livello macro-regionale, cioè la realizzazione di un blocco sociale neo-corporativo di carattere neo-liberista, tra grande capitale, Pmi, settori di lavoro autonomo e pezzi di classe operaia. Qual è il ruolo del grande capitale in questo blocco? Non pensiamo che il capitale abbia un “suo” partito politico specifico, ma che si serva o meglio che riesca a portare dalla sua parte i partiti e i governi, non solo perché controlla i media ma soprattutto perché controlla l’economia. Questo è vero anche per un Paese come l’Italia che vede una presenza diffusa di Pmi. Dunque, un nuovo eventuale blocco sociale, costruito attorno alla Lega o al M5s, non può che ruotare attorno alle esigenze di chi è egemone nell’economia.

Da ciò deriva che la rottura della Ue e l’uscita dall’euro non possono rientrare nei compiti storici di questo blocco sociale, perché è un blocco sociale a egemonia del grande capitale, il cui obiettivo non è la rottura ma la rinegoziazione con la Ue, cioè con gli altri Paesi più importanti della Ue. Il punto è che il capitale italiano, o per lo meno i suoi settori più importanti, non è per niente convinto che, ritornando su un piano esclusivamente nazionale, possa gestire meglio i suoi interessi politici e economici, specie in un contesto di competizione globale.


Conclusioni


Riuscirà la Lega a realizzare questo nuovo blocco sociale? All’esterno, molto dipenderà dalla capacità di rinegoziare con Francia e Germania rapporti di forza migliori. Cosa che al momento appare difficile, specie alla luce del recente Trattato di Aquisgrana che rafforza l’asse franco-tedesco. All’interno, a causa della stagnazione economica ormai endemica e della sempre più accesa competizione globale, se non si forzeranno i vincoli dei trattati europei sarà molto difficile tenere insieme un blocco sociale interclassista. Gli interessi di classe appaiono sempre più divaricati, la società sempre più polarizzata e la ricchezza sempre più concentrata. Inoltre, in Italia aumenta anche il divario tra Nord e Mezzogiorno. Si può accrescere il consenso sull’immigrazione o sulla casta, ma quando si vedrà che, sostituita la vecchia casta e ridotti i flussi di immigrazione, la situazione non migliorerà, sarà difficile conservarlo. La Lega, fra l’altro, presenta molte contraddizioni, tra le quali proprio quella tra il suo nuovo ruolo “nazionale” e la cessione di un ulteriore quota di autonomia fiscale a Lombardia e Veneto, le regioni di suo radicamento storico. Le vicende elettorali degli ultimi dieci anni dimostrano che il voto è molto mobile e patrimoni elettorali cospicui possono dissolversi in poco tempo. Ciò non è dovuto alla morte delle ideologie, fra le quali alcune sono vive e vegete, bensì alle basi strutturali dell’economia che rendono sempre più ridotti i margini per la costruzione di coesione sociale da parte dei corpi intermedi, soprattutto i partiti, compresi quelli “populisti”. È per queste ragioni che è difficile (se non impossibile) realizzare un nuovo vero patto sociale tra i vari settori del capitale e tra questi e i settori subalterni.

La mancata produzione di movimenti di contestazione di massa in Italia, a differenza di Francia, Spagna e Gran Bretagna, è dovuta sia alla incapacità della sinistra radicale di svincolarsi in tempo dal bipolarismo, dal centro-sinistra e dall’europeismo, sia al ruolo di ammortizzatore del conflitto sociale esercitato sui posti di lavoro dal sindacato concertativo e sul piano politico da Lega e soprattutto dal M5s. Un indebolimento di quest’ultimo, dovuto allo scoppio delle sue contraddizioni interne, e un lavoro di ricostruzione di livelli di organizzazione sindacale di classe e conflittuale nei posti di lavoro possono creare le condizioni per una ripresa. Tuttavia, affinché queste si realizzino, ci deve essere un cambiamento radicale di orientamento generale da parte di quanto si muove a sinistra del Pd. 

Chi voglia ricostruire una alternativa di sistema e con essa le basi per un blocco sociale progressivo non può limitarsi a una critica sul piano dei diritti civili, su cui sembra che invece molta parte della sinistra si stia concentrando. I diritti civili, così come l’ecologia non possono essere slegati dai temi che sono centrali oggi in Italia, la crescita e il lavoro, cui si collegano la casa e il welfare, soprattutto la sanità. Ma, per farlo, bisogna abbandonare le illusioni sulla neutralità dal punto di vista di classe sia dell’integrazione monetaria e economica europea sia dello Stato nazionale e puntare su un percorso di uscita dalla Ue/euro e di rimodulazione, a favore delle classi subalterne, del ruolo economico e sociale dello Stato nazionale.


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NOTE

[1] Istat, Rapporto sulla competitività dei settori, 2019.

[2] Nostre elaborazioni su database Eurostat, LFS main indicators.

[3] Nostre elaborazioni su database Eurostat, SBS main indicators.

[4] Audizione del Presidente dell’Istat dinanzi alle Commissioni “Bilancio” riunite della Camera e del Senato, 12 novembre 2018.

[5] Audizione del presidente dell’Istat davanti alle Commissioni “Bilancio” congiunte di Camera e Senato, 16 aprile 2019.

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