lunedì 3 agosto 2015

PERCHÉ QUESTO MORTORIO SOCIALE? di Moreno Pasquinelli

[ 3 agosto ]

Su quali fattori deve basarsi la nostra linea di condotta?

Riteniamo di fare cosa utile ripubblicando questo impegnativo articolo che comparve su SOLLEVAZIONE nell'ottobre 2012. Da allora poche cose sono cambiate, tra queste che l'area dell'indignazione sociale è cresciuta, ma non ha preso la forma della protesta attiva, ma di quella passiva, che si è espressa nel voto a due forze elettorali avvertite come non-sistemiche;il M5S e la Lega salviniana.


Prendo lo spunto da discussioni avute con compagni e amici accomunati da un rifiuto radicale dell’esistente, come dal disprezzo per il sistema e le élite che detengono il monopolio assoluto dei poteri. Si tratta di persone molto diverse fra di loro, per livelli di cultura, per convinzioni politiche, ed infine per estrazione sociale.

Etica e Spirito del tempo

Comunanza di sentimenti, d’indignazione, non quindi un’autentica fratellanza, né di classe, né ideale. Un’empatia basata su comuni valori etico-morali, qualcuno potrebbe dire. Non lo penso. 
Basta scavare un poco per scoprire, alle spalle della medesima indignazione per lo stato di cose presente, profonde differenze politiche e ideali. Il sentimento d’indignazione è solo negativo, mentre un’etica implica una positiva e razionale (non meramente intellettualistica) visione del mondo, una gerarchia dei valori, un’idea della prassi.
Negatio est determinatio, affermava Spinoza, ed è vero, ma sul piano politico questo è soltanto il primo stadio della coscienza. Una negazione, tanto più se essa si avvita attorno alla propria irriducibilità, non conduce in altro luogo che in quello del nichilismo.

Ed in effetti nella sinfonia dell’indignazione crescente, al di la dell’anarchia dei suoni, è proprio il rumore di fondo del nichilismo che prevale, l’abisso in cui si spegne ogni eticità. Non c’è infatti eticità al di fuori del perimetro del bene comune, della vita della comunità, della sua destinazione.

E che prevalga il nichilismo, nel lamento generale, non è sorprendente. Esso è figlio dei tempi, messo al mondo dal connubio tra potenti fattori materiali e non meno potenti fattori culturali e spirituali. Non conta impiccarsi ai nessi causali, nei fatti l’atomizzazione sociale combacia a perfezione con l’ipertrofia dell’Io, con la vittoria, dopo una lunga guerra di logoramento, della supremazia delle singolarità  su quella comunitaria e di classe. Atomizzazione sociale, frantumazione e imborghesimento della classe proletaria —il capitalismo non potrebbe funzionare senza l'egemonia della mentalità capitalistica—, sono alla base della polverizzazione politica dell’area rivoluzionaria, e dell’ipertrofia dell’Io.

E’ sempre parlando con questi compagni e con questi amici che si avverte lo Spirito del tempo, l’idea che tutto sia oramai perduto, che il sogno di un futuro migliore ce lo siamo lasciati alle spalle, che la storia sia pregiudicata, che il Sistema sia invincibile. Li accomuna poi l'idea, sbagliata, che il monopolio sistemico sui mezzi d'informazione, quindi la presa ideologica della classe dominante, contino ben più, nello spiegare la pace sociale, delle condizioni materiali d'esistenza e di vita.

Questo è il senso comune, la coscienza che tutto permea e che è quindi egemone. E’ l’idea dunque che l’attuale crisi, per quanto grave, non sarà davvero fatale per il sistema. Che quindi non esistono contraddizioni intrinseche su cui poter fare affidamento, che ogni sollevazione di massa, semmai ci sarà, potrà essere non solo assorbita, ma metabolizzata dal Sistema stesso.
Questo è lo sconfortante Spirito del tempo, che tutto afferra nella sua pulsione di morte. Uno Spirito che quindi si dilegua in due anime opposte: l’una quella della rassegnazione o dell’ozio della coscienza, l’altra quella della centralità di minoranze eroiche che con la loro azione possono colpire il nemico e, semmai, risvegliare i sudditi dal loro torpore.

Questi amici affermano: «La vostra fede nelle masse è ingiustificata. Voi che credete fermamente che solo l’irruzione di grandi masse può davvero cambiare il corso della storia, siete tenuti a spiegarci perché, giunti al quarto anno di una crisi economica senza precedenti, la situazione non si sblocca; il perché di questo mortorio delle masse».

Esistenza materiale e coscienza sociale

Marx affermava che "Non è la coscienza che determina la vita, ma la vita che determina la coscienza», volendo sottolineare la priorità assoluta dell’esistenza materiale, di cui la sfera ideale non sarebbe che un mero rispecchiamento. 

Questa proposizione va corretta: è vero che l’esistenza determina la coscienza, ma solo in quanto sta concatenata al suo opposto: che la coscienza determina l’esistenza, o il principio dialettico della codeterminazione

L’azione degli uomini certo si espleta nell’ambito di circostanze storico-naturali fattuali date, da cui essi non possono prescindere, ma quest’agire, determinato ma non predeterminato, è finalistico, orientato a raggiungere uno scopo, e questo porre uno scopo è ciò che chiamiamo coscienza. Un’azione che quindi prende necessariamente forma nella sfera del pensiero, pensiero che non è un mero riflesso delle condizioni materiali d’esistenza, ma che è il precipitato di secoli e millenni di sviluppo della ragione. Questo modellare l’esistente in base ad un non-ancora-esistente (pre-esistente solo nella sfera ideale), questo trasgredire o trascendere l’ordine delle cose, è proprio ciò che distingue ontologicamente l’uomo dalla natura, la quale procede sì, ma ubbidendo in modo incosciente ad un impulso vitale —essa non ha dunque idee, non pensa, e propriamente non si pone alcuno scopo.

Il congedo da ogni meccanicismo, non revoca tutta via in dubbio che le condizioni materiali d’esistenza sono il fondamento su cui si erge la battaglia ideale, su cui crescono e mutano lo Spirito del tempo e quel suo surrogato che chiamiamo senso comune. L’analisi delle condizioni materiali d’esistenza di una classe o di un popolo resta il primo compito di una minoranza rivoluzionaria, se vuole comprendere in che direzione cambi il senso comune e quindi calibrare la sua propria azione.

Affinché grandi masse, e non singolarità o minuscole minoranze, irrompano sulla scena debbono concorrere due fattori: uno sconvolgimento delle abituali condizioni materiali di vita e che si affacci, appunto, un nuovo Spirito del tempo. L’azione di queste minoranze, siccome poco o nulla può sul primo piano, deve invece concentrarsi sul secondo. Una minoranza è rivoluzionaria se è il deposito e il conduttore di uno Spirito nuovo, se quindi espleta un’opera di trasmissione e divulgazione. L’azione, se non vuole essere fine a sé stessa, implica possedere una visione ideale, e dunque adeguate modalità di trasmissione e divulgazione. Un’opera complessa, che non si risolve nella pura propaganda, che implica l’azione e l’esempio, ovvero un agire esemplare che, per essere efficace, richiede un habitat adeguato, un quantum di forze accumulate. Richiede, infine, che questo agire sia commisurato alla situazione concreta, ai rapporti di forza tra le classi e i blocchi sociali in campo.

Grandi masse passano all’azione solo a certe e obiettive condizioni. Due essenzialmente: «Che chi sta in basso non possa più vivere come prima, e chi sta in alto non possa più governare come prima». [Lenin]
Abbiamo forse, oggi, qui da noi, queste due condizioni? No, non le abbiamo. Definendo questa crisi del capitalismo come storico-sistemica, stiamo dicendo che essa non è un singolo evento catastrofico, ma un processo fatto di fasi, anche alterne, le quali in ultima istanza conducono ad una resa dei conti finale, allo scontro frontale tra forze antagoniste che deciderà le sorti della società per un lungo periodo.

Analisi concreta della situazione concreta

Parafrasando Lenin, oggi, qui da noi, chi sta in basso, ovvero, la sua grande maggioranza può ancora vivacchiare come prima mentre, chi sta in alto, pur a fatica, può ancora governare come prima. La crisi economico-sociale non è un colpo di maglio, né colpisce chi sta in basso in modo indiscriminato —del resto chi sta in alto ha imparato la lezione che gli è venuta dai secoli precedenti, evita se può di procedere per strappi violenti.

Pensiamo siano istruttive le tabelle (accanto e sotto). Fotografano la situazione generale del nostro paese.

In Italia la ricchezza privata complessiva (la somma di tutti i beni, mobili e immobili, a valori di mercato correnti al netto delle passività finanziarie) è pari a 5,4 volte il Pil. Il dato immobiliare è noto: più dell’80% della popolazione italiana abia in alloggi di proprietà. Se si divide questa ricchezza complessiva per abitante abbiamo 140mila euro procapite. Se la si divide per famiglie abbiamo che ognuna dispone mediamente di una porzione di ricchezza di 350mila euro. Così, tanto per dire, 1.900 miliardi di debito pubblico sono appena il 22% dello stock di ricchezza privata accumulata —confortando la tesi di chi sostiene che il debito pubblico italiano sia più sostenibile di quello di altri paesi, considerati “virtuosi” perché non vengono considerati i loro debiti privati. Non basta: il saggio di risparmio lordo degli italiani, pur in calo (oggi è dell’11% rispetto al 22% del 1995), è secondo solo a quello dei tedeschi (16,7%). E per comprendere quale fosse la situazione prima della grande crisi del 2008-2009 va segnalato che nei 14 anni che l’hanno preceduta la ricchezza delle famiglie è cresciuta costantemente passando da 4.212 miliardi del 1995 agli 8.414 miliardi del 2007. Il ciclo accumulativo si interruppe appunto nel 2008, col sopraggiungere della recessione economica.

Questi dati grezzi ci aiutano a capire le ragioni per cui la situazione è bloccata. La grande maggioranza dei cittadini, compresi i lavoratori salariati, viene da un lungo ciclo di benessere diffuso. La consapevolezza che la sopraggiunta crisi sia una cosa terribilmente seria, ha prodotto un sentimento di timore, il prevalere della paura di perdere certi benefici, che il modo di vita consumistico sia pregiudicato. E il sentimento di paura determina a sua volta un comportamento conservatore, per altro ancor più accentuato tra gli operai che non tra la piccola borghesia. Questo spiega come mai, i soggetti e i settori colpiti frontalmente dalla crisi sono stati lasciati soli e i focolai di ribellione non solo si sono generalizzati, ma sono stati risucchiati nel clima generale di paura.

Non dobbiamo nemmeno temere di dire cose antipatiche, o sconvenienti a tanti militanti antagonisti: il panico della catastrofe imminente, lungi dal risvegliare le masse dalla loro apatia, non solo rafforza la loro inerzia, a malapena nasconde la loro intima speranza che il sistema guarisca, che tutto ritorni come prima. Di qui alla fiducia che il salvatore della patria Mario Monti ce la faccia, il passo è breve.

Anche coloro i quali contestano la cura da cavallo imposta dall’Unione europea e portata avanti dai “tecnici”, numero destinato a crescere con l’avvitamento della crisi, non stanno approdando alla sponda dei rivoluzionari. Essi hanno solo iniziato a spostarsi, a muoversi, ma a passo di lumaca, riponendo le loro speranze a forze che sì contestano la terapia liberista ma che non vanno oltre ad un keynesismo variamente declinato —dal Pd ai neofascisti, passando per l’M5S fino ai seguaci della Mmt. Altra farina deve macinare il mulino della crisi prima che da un fuoco qua e la si passi all’incendio generale, alla sollevazione. Devono saltare le paratie difensive del sistema, fallire i dispositivi di salvataggio dell’Unione europea. Noi non abbiamo dubbi che questo avverrà, che chi sta in alto non riuscirà a far ripartire il motore grippato del capitalismo occidentale, europeo in particolare. Non riuscirà ad evitare lo sbocco “naturale” di questa crisi: una pauperizzazione generale delle masse con una contestuale concentrazione della ricchezza nelle mani di una ristretta minoranza di possidenti, decisi a difendere ad ogni costo la loro supremazia, se serve anche sbarazzandosi del poco che resta della democrazia.
           
Per questo le statistiche di cui sopra vanno prese con le pinze. Ogni grande aggregato statistico nasconde infatti le disparità sociali. E’ l’Istat a dirci (rilevazioni 2011) che gli italiani che vivono di stenti o che hanno grandi difficoltà ad arrivare a fine mese sono praticamente raddoppiati dal 2008 ad oggi. L’anno scorso l'11,1% delle famiglie era relativamente povero (per un totale di 8.173 mila persone) e il 5,2% lo è in termini assoluti (3.415 mila). Queste percentuali praticamente raddoppiano nel Mezzogiorno, che la crisi contribuisce a staccare dal resto del paese. Ed è sempre la Banca d’Italia a dirci che il 10% più ricco della popolazione possiede più del 50% della ricchezza finanziaria.

Per questo decisiva è l’analisi concreta della situazione concreta, dalla quale dipendono linea politica e linea di condotta, che non devono basarsi sull’umore delle masse, per sua natura volatile, ma anzitutto sui fattori oggettivi. Ciò che conta è cogliere nella situazione la linea di tendenza principale e, della catena, quali sono gli anelli deboli destinati a spezzarsi per primi.

Non si tratta quindi di avere una cieca fiducia nelle masse. Si tratta di comprendere ciò che queste masse saranno costrette a fare una volta spinte in condizioni inaccettabili di abiezione sociale e morale. E certo che la rivoluzione non sarà solo un atto mondano e materiale, che sarà anche un rivolgimento spirituale. Grandi masse non abbracciano un ideale come i singoli individui, le modalità sono differenti, come pure i tempi lo sono. Una coscienza rivoluzionaria si fa largo nel disfacimento della società, e l’ampiezza del suo raggio dipende dalla profondità di questa dissoluzione.

Siamo all’inizio di questo cammino. Compito delle minoranze rivoluzionarie non è quello di lanciarsi in avanti per raggiungere velleitariamente per prime la meta, ma di agire, con ogni mezzo che conduca agli scopi, affinché crescano insieme nuova coscienza sociale e l’attiva e massiccia partecipazione al mutamento rivoluzionario della società.

7 commenti:

Anonimo ha detto...

"Si tratta di comprendere ciò che queste masse saranno costrette a fare una volta spinte in condizioni inaccettabili di abiezione sociale e morale"

Ma lo avete visto che in Grecia non è successo niente nonostante tutto, sia miseria che tradimenti.

Quand'è che è sembrato che stesse succedendo qualcosa? Al referendum. Perché delle figure di riferimento della borghesia avevano infiammato il popolo contro un nemico "chiaramente identificato e nominato".

Serve quindi una persona o un gruppo di persone con un certo prestigio e carisma le quali abbiano il coraggio di nominare e indicare apertamente un nemico.

Sperare nell'automatismo che se la gente arriva un certo livello di malessere si ribella è sbagliato, non succederà, la storia dimostra che non è mai successo per quel motivo.
Succede solo se nascono degli ideali e su questo siete d'accordo, ma il punto è che occorrono persone di riferimento. Non una classe dirigente politica quindi ma figure in cui la gente senta di volersi e potersi identificare.
Grillo per esempio è un uomo famoso, di grandissimo successo professionale, che ha pagato con il bando dalla RAI il suo coraggio di giullare irriverente contro il potere e vedete che la gente lo segue, si entusiasma, lo ama, soprattutto è disposta a cambiare idea se lui li spinge a riflettere.

Dobbiamo trovare una persona o un gruppo di persone con queste potenzialità.
E se uno ci pensa lo stesso Grillo è lì bello e pronto; quando dovesse separarsi da Casaleggio o se riuscisse a far prevalere la linea anti euro e anti UE nel movimento quella persona capace di svegliare il mortorio potrebbe essere lui.
Lui o un altro l'essenziale è trovarlo altrimenti restiamo per sempre nel pantano.

Ippolito Grimaldi ha detto...

Il progresso umano, (a volte anche il regresso) procede per sostituzione elitaria di modelli e teorie, la concezione antropologica-fideistica del disvelamento, della rivelazione, della teoria del tutto è antistorica e immanentemente conservatrice.
Ogni nuova teoria, ogni nuovo modello necessita di farsi senso comune e quando lo diventa rivela la sua inadeguatezza di fronte alle evidenze.Lo scatto elitario di sostituzione è sempre in contrasto col senso comune, esso deve vincerne le resistenze dimostrando sperimentalmente la propria superiore adeguatezza.
Ora se questo processo è ormai accettato in ambito scientifico puro, si pensi alla fisica ed alla cosmologia, ma anche alla genetica ed alla biologia, nelle quali solo una élite ristrettissima riesce ad unire i puntini sparsi da altri consentendo la rivoluzione della propria disciplina, questo stesso processo risulta più difficile in ambito sociale e politico.
In primis manca in questi ambiti l' accesso al metodo sperimentale, per ovvi motivi. l' uso quasi esclusivo di metanalisi tende a porre l' accento solo sul valore delle ricorrenze storiche, limitando di fatto al minimo quel pensiero creatore e controintuitivo che solo permette la rottura del senso comune e rendendo probabilisticamente equivalenti progresso e regresso.

Luca Tonelli ha detto...

sono d'accordo sull'identificare un nemico.

non basta parlare di neoliberismo. è importantissimo fare anche nomi e cognomi.

l'essere umano ha bisogno di obiettivi tangibili e identificabili per spronarsi all'azione.

Anonimo ha detto...

Ippolito

Se ho capito bene il tuo discorso, casomai non tener conto di quello che scrivo, la mia opinione è che siamo in una contingenza storica nella quale è urgentissimo rivedere alcuni schemi ormai non più riproponibili.
La tua visione comporta automaticamente che "oggi" il popolo non è più in grado di diventare una soggettività politica realmente alternativa né sul piano delle proposte né su quello della capacità nel portarle avanti.
Inoltre quell élites che sarebbero in grado di elaborare un pensiero "contro il senso comune" e "controintuitivo" si sono o vendute (il tradimento dei chierici) o, peggio, si sono definitivamente staccate dal popolo, non sono più in grado di comunicare ponendosi come punti di riferimento, non vogliono nemmeno più farlo perché hanno come ambizione più intima quello di "non" essere "popolo".

Oggi occorrono altre qualità, altri tipi di carisma e di leadership; ad esempio vedi il Papa il successo che ottiene incarnando (e spesso recitando) la parte del leader-non-leader, quasi esitante, addirttura bisognoso di sostegno.
Bisogna risvegliare l'affetività del popolo e solo "dopo", non "prima" come se fosse un inevitabile passaggio propedeutico, cominceranno a passare i "concetti" e quelle che chiami "le idee controintuitive".

Insomma Grillo c'è ma non è completo, gli manca quella competenza tecnica in grado di confrontarsi da pari a pari col potere.
Quella non c'è nel grillismo ma c'è nella sinistra vera; la sinistra da parte sua non ha più alcuna capacità di imporsi come voce del e per il popolo come invece può in maniera straordinaria Grillo. Bisogna osare la coniunctio dei quasi oppositorum. E alla svelta che il tempo sta veramente scadendo.

Anonimo ha detto...

C'è una massa di pensionati che se ne frega altamente
del futuro dei giovani. Hanno come unica preoccupazione
la loro pensione. Poi c'è una massa di lavoratori
sottopagati e sfruttati che credono che questa vita sia la normalità.
Poi c'è una fascia di esclusi che paga l'indifferenza
dei primi due. Ora non si può pretendere che il disoccupato,
l'escluso, si sobbarchino la fatica di far ragionare
i primi due. Ci ho provato io inutilmente per anni.
I pensionati e le casalinghe, li conosco bene perchè
frequento le balere in veneto, sapete come si occupano di politica?
Guardano la fiction in tv e poi vanno a votare il dentone
perchè "Fà". Considerano Grillo un mostro
sebbene non siano mai andati sul blog nemmeno per curiosità.
Ci sarebbero moltissimi blog interessanti e utili
per riflettere: sollevazione, utopiarazionale, comedonchisciotte,
ilgrandebluff, icebergfinanza e chi più ne ha più ne metta.
Ma loro non usano il computer, usano il telefonino
con internet per mandarsi messaggi su facebook.
Per chi non sa usare il computer ci sarebbe la tv, non è poi del tutto male.
ci sarebbe ballarò, di martedi, piazza pulita, la gabbia ecc ecc...
macchè, i vecchietti e le signore che a 50 anni si arrangiano
facendo qualche lavoretto qua e la, facendo le pulizie, stirando camice,
se ne fregano che il mondo vada in malora. Loro guardano la fiction
e la loro fede nel mercato rimane incrollabile.
Allora, il compito di far sentire queste persone dei miserabili
non è del disoccupato che già ne ha le palle piene di frustrazioni,
ma degli intellettuali. Quello che scrivete su questo blog lo dovete
sintetizzare in una forma comprensibile ai bambini e gridarlo
al mondo. Ok, non avete la tv, non avete la radio perchè sono occupate
dal potere. Avete mai sentito parlare di volantinaggio?
al giorno d'oggi si possono stampare milioni di volantini a prezzi
irrisori.Oppure organizziamo una marcia pacifica su bruxelles di tutti
i disoccupati d'europa. Mettiamoli una pulce nell'orecchio
a questi vecchietti. Restando qui su internet loro non verranno mai a cercarci.

Ippolito Grimaldi ha detto...

Sono d' accordo, bisogna smetterla di litigare tra sovranisti di vari colori offendendosi sulla base delle diverse appartenenze politiche.
Sono d' accordo anche sull' urgenza, ma c' è bisogno di un passò indietro da parte di tutti, Se sarà Grillo poi si vedrà, il carisma lo da soprattutto il ruolo che si riveste ed il ruolo unitario bisogna saperlo conquistare ed esercitare.

Anonimo ha detto...

personalmente è anche un po' il caldo...
ne accumulo per l'autunno.
francesco

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