mercoledì 4 aprile 2018

GRAMELLINI: " I POVERI? NON ESISTONO" di Leonardo Mazzei

[ 4 aprile 2018 ]


"...ESISTONO SOLO EVASORI FISCALI"

Massimo Gramellini, ovvero la cattiveria del "buonista" sulle pagine del Corriere della Sera

Ogni giorno, sul Corsera, Massimo Gramellini s'ingegna a farci la morale. Se non proprio un "buono", lui è di certo un buonista. Di quelli professionali. La sua rubrica, "Il Caffé", ci viene presentata come una tazzina di parole. Al pari della bevanda: «un rito quotidiano, una pausa, un piacere e anche un luogo di incontro in cui si discute, si scherza, ci si sfoga e ci si consola». E dove, aggiungiamo noi, si dicono talvolta bestialità rivelatrici della vera natura dell'autore.

La sua noterella del 29 marzo ne è un esempio da manuale. Commentando i dati resi noti dal Mef (Ministero dell'Economia e delle Finanze), riferite ai redditi degli italiani nel 2016, la sua conclusione è drastica: in Italia non ci sono poveri, ma solo evasori fiscali. Questo perché, se le cifre del Mef fossero attendibili, le strade del Paese sarebbero colme di affamati cenciosi. Ma siccome invece «i ristoranti continuano a riempirsi» - copyright Silvio Berlusconi 2011 - la sola spiegazione è l'evasione fiscale.


Quello di Gramellini è disprezzo di classe allo stato puro. La negazione dell'evidenza. La falsificazione delle cose sulla base di luoghi comuni da sempre amati dal potere. Una distanza siderale da quella realtà sociale di cui pure le sue pillole quotidiane avrebbero la presunzione di occuparsi.

Ma leggiamolo, questo grande ipocrita.
«Ogni volta, verso la fine di marzo, lo Stato italiano si arrende ai suoi limiti e lo comunica all’opinione pubblica in una cerimonia autopunitiva, altrimenti nota come resoconto annuale delle dichiarazioni dei redditi. Dalla geremiade di dati appena pubblicati, relativi all’anno di scarsa grazia 2017, si evince che quasi un contribuente su due non arriva a 15.000 euro l’anno, poco più di 1200 lordi al mese. Una cifra che forse consente di sopravvivere in un paese di campagna, con l’orto in giardino e la casa ereditata dalla nonna. Ma che in nessuna città, neanche di piccole dimensioni, garantisce un vitto e un alloggio decenti. Se questi numeri, che al Sud assumono contorni da carestia endemica, corrispondessero alla realtà, avremmo le strade stracolme di cenciosi e un paio di rivolte popolari in corso, perché nessuna ideologia spinge i popoli alla ribellione quanto la lotta contro l’appetito. Intendiamoci, il malessere è diffuso e la povertà in crescita, come la massa di persone che non trovano più lavoro o lo trovano, ma senza stipendio. Eppure i ristoranti continuano a riempirsi, per fortuna gli alberghi di Pasqua sono vicini al tutto esaurito e il denaro depositato in banca non accenna a diminuire. Chiederei perciò allo Stato una cortesia. La smetta di pubblicare il rendiconto delle sue Caporetto fiscali. Questa dichiarazione rituale di impotenza non fa che gonfiare la vena populista di chi la ascolta e talvolta ha il vizio di pagare le tasse per tutti».
Ognuno rifletta su queste parole, il cui succo può essere così sintetizzato: sì, qualche povero c'è, ma non venite a raccontarci che quasi la metà degli italiani non arriva ai 15mila lordi annui! Tanto noi del Corriere mica ci crediamo!

Capisco che guardare la realtà dalle finestre della redazione del principale organo della disinformazione oligarchica non sia affatto agevole. Come quando, solo qualche settimana fa, alcuni suoi colleghi immaginavano - pensate un po' - un grande exploit elettorale di Emma Bonino... 

Purtroppo - purtroppo non per lui, ma per milioni di persone - il barista del Corsera, al secolo Gramellini Massimo, ha torto marcio. Lo dimostreremo in poche righe.

Per il Nostro la colpa del Mef starebbe nell'avere scritto che: «il 45% dei contribuenti, che dichiara solo il 4,2% dell’Irpef totale, si colloca nella classe fino a 15.000 euro». E' attendibile o meno questo dato? Si lo è. Ed anzi, come vedremo in seguito, ancora non ci dice tutto.

Poiché il numero totale dei contribuenti è pari a 40 milioni 900mila, il 45% ammonta a 18 milioni 405mila. Da quali categorie arriva questa massa di persone a basso reddito? Ce lo dicono due istituti di provata fede bolscevica: l'Istat e l'Inps. 

Come ho riportato in un  recente studio su "La società italiana dopo 10 anni di crisi", basato per questa parte su dati Istat, vi sono in Italia 5 milioni 961mila precari. Per la precisione, tra i lavoratori dipendenti, abbiamo 2 milioni 734mila "permanenti a tempo parziale", 1 milione 685mila "a termine a tempo pieno" e 739mila "a termine a tempo parziale". A questi bisogna aggiungere 803mila lavoratori autonomi a tempo parziale. E' troppo ipotizzare che questa massa di quasi 6 milioni di persone non arrivi ai 15mila euro lordi che tanto scandalizzano lo scandaloso Gramellini? Direi proprio di no. Magari ci potrà anche essere un 5% di questi che scavalca la fatidica cifra, ma sono certamente assai di più i lavoratori che pur non rientrando nei 6 milioni di cui sopra, in quanto "permanenti a tempo pieno", non ci arrivano. Giusto per fare un esempio, secondo il Censis operano in Italia 1 milione 655mila badanti. Bene, in base al contratto del settore, nessuna di queste arriva ai 15mila euro lordi. E potremmo continuare con altre categorie a basso reddito. Ne consegue che una stima di almeno 7 milioni di lavoratori sotto questa soglia di reddito appare del tutto realistica.

Ma tra i contribuenti non ci sono solo i lavoratori. Ci sono anche i pensionati, e qui diamo la parola all'Inps. Giusto il 29 marzo, cioè proprio il giorno della porcata gramelliniana, l'Istituto della previdenza sociale ha reso noto che su un totale di 17 milioni 880mila pensioni erogate, il 70,8% di queste - pari a 12 milioni 676mila - non arriva a mille euro al mese. Ora, poiché qui si parla di pensioni e non di pensionati, è certo che una parte di questi ultimi, percependo più di una rendita, arriverà a redditi cumulati più elevati, ma è altrettanto vero che i mille euro al mese portano ad un totale annuo di 13mila non di 15mila euro, per arrivare ai quali è invece necessario un lordo mensile di oltre 1.150 euro. Questo significa, procedendo qui a spanne in mancanza di dati certi, che il totale delle pensioni sotto i 15mila euro è stimabile in circa 14 milioni. Ammettiamo ora che il 20% dei soggetti che percepiscono pensioni inferiori a 1.150 euro lordi, arrivi a superare questa cifra grazie al cumulo di più rendite. Avremmo così - 14 milioni x 0,8 - un totale di 11,2 milioni di pensionati sotto i 15mila euro.

Tiriamo adesso le somme, addizionando ai pensionati i 7 milioni di lavoratori a basso reddito precedentemente calcolati. Arriviamo così ad un totale di 18 milioni 200mila contribuenti con reddito complessivo inferiore ai 15mila euro. Cifra, guarda un po', vicina assai a quella di 18 milioni 405mila che si evince dai dati del Mef. 

Come si vede i conti tornano, basta avere la pazienza di farli. Ma figuriamoci se il moralizzatore Gramellini poteva abbassarsi a tanto. Ora, è chiaro che questi calcoli scontano un certo grado di approssimazione. Ma con i dati a disposizione meglio non si può fare. In ogni caso il criterio adottato nelle stime è molto, ma molto prudenziale. Peraltro, quel che qui conta non è un'impossibile precisione millimetrica, dato che se anche i 18 milioni fossero invece "solo" 17 o 17 e mezzo il discorso non cambierebbe di una virgola. Quel che conta è che nella sostanza i conti tornano: c'è una massa impressionante di persone con redditi estremamente bassi, anche se per fortuna non abbiamo (o non abbiamo ancora) le strade stracolme di cenciosi come vorrebbe l'odioso Gramellini.

Ma non è tutto. Nei 40,9 milioni di contribuenti non figurano infatti né i disoccupati (3 milioni 012mila), né i cosiddetti "scoraggiati" (3 milioni 344mila). Infatti, trattandosi di persone prive di qualsiasi entrata, queste non sono tenute ad alcuna dichiarazione reddituale. Ne consegue che ai 18 milioni 200mila di cui sopra, dobbiamo aggiungere 6 milioni 356mila soggetti, portando il totale delle persone sotto la soglia dei 15mila euro annui a 24 milioni 556mila. 

Questa è la fotografia dell'Italia 2018. Un'istantanea che quelli come Gramellini fingono di non vedere. Meglio allora prendersela con l'evasione fiscale. Ma mica quella dei ricchi. Meno ancora quella delle multinazionali favorite con accordi segreti dai paesi europei. No, no, meglio parlare di quella, per quanto inesistente, della povera gente. 

Vergogna! Ma, si sa, tra le tante pessime cose che il sistema mediatico ci propina, la "cattiveria dei buoni", più precisamente l'odio di classe verso i ceti popolari dei "buonisti", quelli in eterna lotta con il populismo, è probabilmente la peggiore di tutte. Il barista del Corriere ne è la prova vivente.
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19 commenti:

  • Ippolito Grimaldi scrive:
    4 aprile 2018 12:05

    Anche Gramellini ha i suoi personalissimi " Invisibili ".

  • Anonimo scrive:
    4 aprile 2018 12:07

    "Ne consegue che ai 18 milioni 200mila di cui sopra, dobbiamo aggiungere 6 milioni 356mila soggetti"

    Lo avevo già letto ieri, Mazzei è sempre l'unico a sottolineare, e giustamente, questo punto e questo numero.

    Ecco, per tutti quelli che pensano che basta fare un piano di uno o due milioni di posti di lavoro per debellare al disoccupazione. E costoro prontamente strillerebbero alla piena occupazione davanti ad un piano di un milione di posti di lavoro dicendo agli altri cinque milioni e passa di arrangiarsi perché tanto con la crescita possono darsi alla libera professione.

    Davanti ad un eventuale piano di lavoro garantito quante richieste si aspettano di ricevere gli eventuali proponenti del piano? No perché se è garantito loro quelle richieste devono smaltirle tutte, altrimenti è garantito solo a chiacchiere.

    E non dimentichiamo neppure l'eventuale entità di manovre per offrire nell'immediato un indennità di emergenza di 800 euro al mese su dodici mensilità e questa platea:

    800*12*6.536.000=62.745.600.000

    Certo poi si può tenere conto del rientro fiscale attraverso i loro consumi e la crescita del PIL che ne deriverebbe, ma questo solamente poi. Nell'immediato questa è l'entità delle manovre di cui ha bisogno l'Italia. E non ci sto sommando la parte necessaria ad aumentare le pensioni minime che sono vergognosamente basse.

    Ovviamente è solo l'aspetto matematico, che è una parte importante, ma sempre e solo una parte.

    Giovanni

  • Anonimo scrive:
    4 aprile 2018 12:19

    io anche stando sul suo stupido piano di gioco risponderei a Gramellini che gli straccioni per strada invece ci sono eccome.
    Basta andare nelle medio grandi città.
    fra barboni, mendicanti e immigrati dai centri di accoglienza che non sanno come passare il giorno ce ne sono un bel pò.
    Gramellini ne vorrebbe ancora di più.

  • Legge Mancino n°205 scrive:
    4 aprile 2018 12:26

    Chissà se per questo giornalista, evasore fiscale era anche il suo editore e padrone agnelli che ha imboscato qualche miliardo in svizzera. Probabilmente no. Sicuramente per lui evasori sono quelli che non fanno lo scontrino da 1€.

  • Anonimo scrive:
    4 aprile 2018 21:13

    @giovanni

    Non mi diffondo suio complimenti al lavoro di leonardo mazzei che già conoscevo per il testo sull' Italia dopo 10 anni di crisi.

    Quello che voglio sottolineare è che, anche se non sono affatto convinto che un eventuale governo lega- 5 stelle lo realizzerebbe, quella del Reddito di cittadinanza è l'unica proposta possibile nel breve termine per rispondere al problema della disoccupazione.

    Tu dici che, se i disoccupati sono in realtà oltre 6 milioni, l'esborso sarebbe di oltre 62 miliardi, e che, se "si può tenere conto del rientro fiscale attraverso i loro consumi e la crescita del PIL che ne deriverebbe, ma questo solamente poi", e che dunque "questa è l'entità della manovra che dovrebbe affrontare l' Italia".

    Anzitutto, bisogna dire che una buona parte di questa rientrerebbe come IVA e accise per le spese realizzate dai beneficiari di tale "reddito", e come reddito imponibile dei soggetti (imprese individuali o sociali) verso cui si indirizzerebbero tali spese. L' Iva e le accise rientrerebbero subito, le imposte sul reddito no, ma è solo un fenomeno contabile, perché sarebbero redditi di competenza dell'anno di erogazione. E si risparmierebbero altre forme di assistenza. E' indubbio comunque che la manovra di bilancio per renderlo possibile sarebbe rilevante.

    Io però voglio mettere in evidenza una cosa: si tratta di passare da un sistema attuale, uno in cui il "welfare per i disoccupati" è a carico delle famiglie, ad uno in cui il peso di tale welfare ricade sulla collettività. Tale passaggio può anche essere graduale. Per esempio, si può immaginare che tale regime venga instaurato inizialmente per chi ha almeno 25 anni, o per chi risulta iscritto alle liste di collocamento da almeno 1 anno; si può pensare una lieve riduzione dell'erogazione quando ci sono 2 disoccupati in un nucleo familiare; si possono immaginare norme più cogenti per l'accettazione di proposte di lavoro che servano a distinguere chi è veramente intenzionato a lavorare.

    In ogni caso ogni altra proposta è impossibile e serve solo a rimandare sine die la soluzione del problema. I "piani di lavoro garantito" non possono certo dare lavoro a 3 milioni di persone, figurarsi a 6. Attualmente la spesa solo in salari e stipendi per i 3,3 milioni di dipendenti pubblici è di 166 miliardi di euro all'anno, ma se consideriamo che la loro attività ha anche bisogno di mezzi e materiali, si arriva quasi al doppio. E solo per 3,3 milioni di dipendenti.

    L'"impossibilità" contabile del reddito di cittadinanza in realtà è una "impossibilità sociale". Posto che servano (come servono) 15 miliardi di euro (come dicono fondatamente i 5 stelle), che servano i 62 miliardi che tu dici, o meglio che servano i 30/35 che stimerei io, si tratterebbe in ogni caso di trasferire il 2% del reddito nazionale da coloro che lo percepiscono ai beneficiari. E' impossibile...? Questa società non ritiene possibile stringere la cinghia per dare la libertà di vivere dignitosamente a milioni di disoccupati...?

    A.C. (Siena)

  • Luca Tonelli scrive:
    5 aprile 2018 00:03

    quindi si può dare un reddito a 6 milioni di disoccupati ma non dar loro un lavoro?
    ma che bestialità è mai questa?

    ha più senso mantenere 6 milioni di persone a girarsi i pollici o dar loro da lavorare in un paese che casca letteralmente a pezzi e quindi ha bisogno di esser ricostruito?

  • Anonimo scrive:
    5 aprile 2018 12:12

    Quello di Gramellini è disprezzo di classe allo stato puro. Ambisce ad aumentare ancora di più i"poveri da suicidio". Perciò non è solo disprezzo di classe ma piuttosto odio di classe!

  • Anonimo scrive:
    5 aprile 2018 12:40

    "Puozze passà’ nu guaio
    perché sei senza cuore" Pino Daniele

  • Anonimo scrive:
    5 aprile 2018 13:20

    I concetti espressi dall'illustre articolista (Sollevazione fa bene a pubblicare testi del genere perché attenuano notevolmente la memoria di orrore che parecchi hanno della ....Lubianca) sono addirittura offensivi per coloro che vengono disinvoltamente definiti "evasori fiscali" tanto il termine è cinicamente corrosivo data l'attuale situazione dei milioni di persone che stentatamente annaspano per non affogare del tutto.

  • Anonimo scrive:
    5 aprile 2018 16:07

    @A.C.(Siena)

    passare da un sistema attuale, uno in cui il "welfare per i disoccupati" è a carico delle famiglie, ad uno in cui il peso di tale welfare ricade sulla collettività

    Il principio che hai enunciato è assolutamente giusto, io del resto ho scritto che "Nell'immediato questa è l'entità delle manovre di cui ha bisogno l'Italia". Ovvero che questo tipo di manovra, per quanto grossa, deve assolutamente essere fatta. Attenzione ai dettagli però, dietro ogni gradualità ci sono degli esclusi ed anche il tentativo dei dominanti di boicottare il cambiamento. Inoltre è di dimensioni tali che difficilmente sarebbe messa in campo senza un vero terremoto sociale, la sollevazione.

    Io però uso la parola indennità per due ragioni: (i) dal punto di vista logico non è svincolata dalla partecipazione al processo produttivo, (ii) se il lavoro è un diritto ed una persona è senza lavoro allora è lesa in un suo diritto e deve essere indennizzata. Le parole sono importanti perché sono la forma delle idee, che poi vi corrisponda anche la sostanza dipende da chi ha il potere di influire, e qui ahimé son dolori.

    Qualche giorno fa ho richiamato una proposta che avevo visto e trovato interessante (qui, commento del 28-marzo-15:19). Perché? Perché in quella logica tutti i tipi di lavoro precario diventano illeggitimi, chi li ha subiti deve essere indennizzato. Inoltre non dovrebbe essere stabilizzato ma reintegrato. Ancora una volta le parole sono la forma delle idee. La stabilizzazione accetta l'esistenza del precariato e vi pone una pezza parziale. Ovviamente per ottenere il reintegro devi porti contro l'attuale sistema normativo, cioè devi agire politicamente. Non basta certo strillare art.18 art.18.

    Ma andiamo avanti e diciamo un altra cosa. Io ho la sensazione che in buona parte della sinistra vi sia una bestia nera che nessuno vuole affrontare. Per dire qual'è mi appoggio ad un vecchio articolo di Odifreddi (da poco epurato da repubblica nel nome della libertà di pensiero) che ho trovato per caso. Lasciamo perdere tutto il resto e concentriamoci su una affermazione sola: "I soviet erano come le corporazioni".

    Urka urka, i soviet erano come le corporazioni? E magari vuoi vedere che era pure una società organica. E io che fino a prima della crisi manco sapevo cosa fossero le corporazioni e la società organica.

    Se ad un comunista dici che vuoi le corporazioni ti spara se gli dici che vuoi i soviet ti abbraccia e bacia e mo scopro che sono come le corporazioni.

    O Piergiorgio l'ha sparata grossa oppure noi dobbiamo riflettere. Tertium non datur. Su cosa? Un sistema corporativo è necessariamente il male, il marchio di fabbrica del fascismo da evitare come la peste? Oppure dovremmo prendere la cosa in considerazione tenendo ben presente che non si ripeteranno né le corporazioni fasciste e neppure i soviet perché la storia farà pure la rima ma non si ripete mai? E' questa la domanda che faccio.

    Ma ancora, chi attualmente sta dentro un CCNL è protetto da un tipo di sistema corporativo? Il meccanismo delle licenze dei commercianti o dei tassisti è anche quello un sistema corporativo? Sono tutte cose che il liberismo sta cercando di smantellare e noi dovremmo porci in qualche modo rispetto a questo. I residui di benessere per ora li hanno solo quelli si trovano ancora dentro questi sistemi.

  • Anonimo scrive:
    5 aprile 2018 16:08

    Ho dimenticato a firmarmi. La precedente risposta per A.C. (Siena) è mia.

    Giovanni

  • Anonimo scrive:
    5 aprile 2018 18:53

    Sarebbe opportuno licenziare questo imbecille e non farlo scrivere neppure sul gazzettino condominiale, così potrà rendersi conto da solo delle baggianate che scrive...

  • Anonimo scrive:
    6 aprile 2018 10:36

    La battuta in questione è effettivamente poco felice ed è del genere di quella che invitava a mangiare brioche ... E' una battuta di quelle intrise di scherno iniquo e che passerà alla storia.

  • Anonimo scrive:
    7 aprile 2018 09:24

    Ciao Giovanni, era chiaro che il commento era tuo anche se non era firmato. Piuttosto, mi sembra che abbiamo diversi motivi di comune interesse, proviamo a comunicare più direttamente, perché la comunicazione via blog è ferraginosa, non dà notifiche, deve essere prima approvata e così via. In fondo c'è il mio nome con cui mi puoi trovare su facebook, mentre il mio indirizzo e mail ti può essere fornito dalla redazione con un pò di buona volontà da parte loro.

    Cominciamo da "soviet e corporazioni". Premetto che non sono uno studioso del fascismo, e questo è un mio limite ma anche di molti di noi. La mia va perciò ascritta al novero delle opinioni.

    Mussolini, come d'altra parte Bombacci ed altri, erano esponenti di rilievo del partito socialista. Il fascismo rappresenta a mio avviso quella parte del movimento socialista che scelse di cavalcare le richieste di ordine e di espansione coloniale del capitale italiano. Questa scelta portò all'avventura coloniale in Etiopia, all'alleanza con Hitler, alla guerra di Spagna e poi all'avventura bellica dal quale il fascismo fu travolto. Tuttavia elementi della cultura socialista furono sempre presenti nell'azione del fascismo. Al di là dei meriti pressoché universalmente riconosciuti quale l'estensione dei 4 codici, la riforma del sistema bancario (comprese le banche popolari e cooperative dove si vota "per testa"), la bonifica integrale e l'avvio in Sicilia della suddivisione del latifondo, le colonie dei bambini ecc., nel campo del diritto del lavoro si ha l'estensione della giornata di 8 ore a tutto il mondo del lavoro, l'estensione del sistema del welfare, l'introduzione della contrattazione collettiva. Ho scoperto di recente che l'art. 2104 del Codice Civile (evidentemente una istanza del fascismo) prevede che la diligenza del lavoratore sia rivolta non solo agli interessi dell'impresa, ma anche a quelli della produzione nazionale. Un articolo potenzialmente devastante per il capitalismo...

    Nei primi anni '20 si confrontavano 3 idee sull'intervento socialista sui rapporti di produzione: quella contrattualistica- collaborativa del partito socialista, quella sovietica/consiliarista di Gramsci e dell'Ordine Nuovo e quella corporativa del fascismo.

    Quella di Gramsci non fu sconfitta dal fascismo, ma fu sconfitta insieme con il movimento di occupazione delle fabbriche con la collaborazione dei sindacati socialisti e del partito socialista nel '20.

    Il partito socialista non seppe dare una risposta alla svolta autoritaria del capitale, e si eclissò.

    L'idea fascista di conciliare in ambito corporativo gli interessi di lavoro e capitale non mi sembra adeguata ad una soluzione del rapporto capitale-lavoro. Non mi sembra contestabile l'idea della permanenza dell'antagonismo capitale-lavoro. Tuttavia, io credo che sia venuto il tempo di trovare nuove modalità per l'espressione di questo antagonismo, ed ho provato a sostenerle in una recente assemblea di P 101. Nel link che ti allego, all'istante 1h 21' 55" c'è il mio intervento. Se riesci a perdonare la mia pessima dialettica, puoi vedere di che cosa sto parlando.

    https://www.youtube.com/watch?v=QLwG_3SNobQ

    (A.C. Siena) Alessandro Chiavacci - continua

  • Anonimo scrive:
    7 aprile 2018 09:51

    Sul "reddito" di cittadinanza io sono a favore della dizione di "reddito", perché ritengo invece che "la cittadinanza" produca reddito. Cioè che sia la partecipazione ad un progetto comunitario che produce reddito anche per chi è momentaneamente fuori dal processo produttivo.

    Al di là di questo, non sono intervenuto sull'articolo di Piemme (Se questa la MMT) perché ho trovato tale impostazione sbagliata fin dall'inizio. Piemme ha confuso un articolo di apologetica della MMt per un articolo di critica.

    Sulla MMt ho idee molto critiche e negstive. Si tratta in sostanza di una versione paradossale del keinesismo, e su questo ho provato ad esprimermi in un articolo uscito in due parti quì su Sollevazione: Ciao ciao Keynes (parte prima e parte seconda), li puoi trovare facilmente con Google. In sostanza e in ultima analisi il keinesismo confonde la produzione di beni con la produzione di merci (D-M-D',cioè produzione per il profitto) che è invece la caratteristica del capitalismo. Lo fa per trovare una soluzione all'interno del liberalismo alle crisi del capitale. Questa soluzione è entrata in crisi con gli anni '70 e non è più percorribile, se non temporaneamente e per fini limitati.

    Il mio indirizzo di posta elettronica è "lettera iniziale del mio nome".chiavacci1@virgilio.it Scusa se lo cripto ma è perché Cambridge Analytica non mi sommerga di pubblicità...

    Saluti A.C.

  • Anonimo scrive:
    8 aprile 2018 23:25

    Ti ringrazio per l'invito, l'indirizzo email si capisce bene già così. Non ho facebook (o meglio ho un profilo con dati fittizzi e senza amicizie che uso solo per leggere i post pubblici di altri). Penso però che tu mi stia sopravvalutando. Io non sono un attivista, dopo la crisi ho gradualmente compreso ciò che purtroppo non ho potuto fare a meno di comprendere. E dopo tutti questi anni di crisi conservo le mie forze non consumate per l'ordinaria amministrazione quotidiana e non sempre bastano.

    Sull'articolo di Piemme direi piuttosto che ha usato quell'articolo di apologetica della MMT per avanzare alcune critiche leggendolo fra le righe. Ritengo fondate quelle critiche anche se non sono pregiudizialmente contrario alla MMT. Ci sono anche alcune persone e gruppi, certo molto marginali, che hanno fatto un lavoro molto valido.

    Che la cittadinanza sia "partecipazione ad un progetto comunitario che produce reddito anche per chi è momentaneamente fuori dal processo produttivo" va bene, però quello che tu descrivi a me sembra proprio una indennità (o assegno) di disoccupazione più che un reddito di cittadinanza. Sarò forse pedante nel ripeterlo, ma le parole sono la forma delle idee e mi pare meglio veicolare alle persone il messaggio che sono state danneggiate. Io, col senno di poi, mi sento decisamente danneggiato.

    Il punto centrale della costruzione del progetto comunitario nazional-popolare è proprio il modello di organizzazione della forza lavoro. Sulla storia degli anni '20 ricordo vagamente un vecchio articolo in cui Pasquinelli parlò anche di "insipienza del movimento rivoluzionario" di allora.

    Ad ogni modo emergono delle cose interessanti fra cui una, ovvero che a suo tempo vi erano tre diverse proposte sul piatto: "quella contrattualistica- collaborativa del partito socialista, quella sovietica/consiliarista di Gramsci e dell'Ordine Nuovo e quella corporativa del fascismo".
    Noi oggi abbiamo solo la proposta MMT-PLG e varie ipotesi RdC/Basic Income. Trovo che nessuna di queste proposte vada abbastanza a fondo nell'affrontare il modello organizzativo della forza lavoro. Soprattutto quelle basate sul RdC/BI sembrano voler lavarsi le mani del problema gettando un po' di soldi sul piatto e creando degli emarginati cronici.

    La priorità di oggi è dare struttura a ciò che non ha struttura (i disoccupati) ed unire ciò che è stato frammentato (le miriadi di tipologie contrattuali precarie). In questo senso l'estensione dei CCNL mi appare una buona proposta alternativa alla MMT. Certo gli impiegati di un piccolo negozio non possono essere gestiti allo stesso modo di quelli di una grande azienda nazionale, allora li si dovrà gestire in altro modo ma che siano gestiti. Non voglio conciliare capitalisti e lavoratori in un ipotetico paradiso, mi chiedevo solo (da diverso tempo ormai) se questa fosse una proposta di tipo corporativo: la corporazione dei meccanici, quella dei giardinieri, quella dei ricercatori, ecc.

    Il video magari lo guarderò in questi giorni, è meglio discutere in pubblico almeno ci leggono anche altri, magari pochi ma sempre meglio che niente.

    Giovanni

  • Anonimo scrive:
    9 aprile 2018 13:00

    caro Giovanni, non vorrei che tu sopravvalutassi me. Scrivo cose di cui sono convinto e di cui forse ho qualche cognizione, ma non sono un accademico, per cui la discussione fra persone civili e informate è quanto possiamo attenderci da questi blog.

    Sì, la mia idea è che la questione centrale resta il nodo capitale-lavoro: ovvero, il rapporto di dipendenza in fabbrica o nella Pubblica Amministrazione fra capitale e lavoro: la sussunzione reale del lavoro nel capitale. Tutte le altre ipotesi (keinesiane, memmettare, laburiste, contrattuali) sono in ultima analisi dei palliativi. In tal senso la questione che tu hai posto all'inizio (corporazione o soviet) è alla fine quella decisiva.

    Sono molto critico sull'idea di Riccardo Achilli di una "progressiva estenzione" del contratto nazionale di categoria. Mi ricorda l'idea di Giorgio Cremaschi e dell'estremismo sindacale degli anni '70 secondo il quale "è sostenendo le lotte delle avanguardie" che si difendono tutti i lavoratori. Non c'è balla più grossa. Anche negli anni del movimento sindacale fortissimo (anni'70) c'erano disoccupati, la disoccupazione giovanile era alta, il sud era arretrato. E' l'ora di finirla definitivamente con questa forma di pensiero. Per difendere gli ultimi bisogna difendere gli ultimi. Punto. E' d'altronde quello che ha anche rilevato papa Bergoglio nella sua Evangelii gaudium". Non ho affatto stima per questo papa, che mi sembra un rappresentante della globalizzazione e dei poteri forti; ciò non toglie che la Evangelii gaudium (forse scritta da qualcun altro per lui) è un documento di grande significato. Secondo la Evangelii gaudium, è l'ora di abolire l'ideologie delle "ricadute": ovvero l'idea che dall'arricchiersi di qualcuno possa derivare un benessere diffuso, o, per restare al nostro esempio, che dalle lotte delle avanguardie, ne derivi "per ricaduta" vantaggi per tutti gli altri. E' l'ora di finirla con questa comoda forma mentis, che, a dispetto delle intenzioni soggettive di Cremaschi, è una classica manifestazione di liberalismo. Che è ciò da cui dobbiamo liberarci (se hai tempo, leggi anche il mio Per una uscita dal liberalismo, quì su Sollevazione) Per aiutare gli ultimi bisogna porre al centro gli ultimi. Punto. Ogni altro discorso è un modo per tergiversare.

    (A.C. Siena)

  • Anonimo scrive:
    10 aprile 2018 21:11

    Vedo che l'articolo è ancora fra i più letti dopo diveri giorni, in fondo è un bene.

    In effetti anche io avevo sottolineato sulla proposta di Achilli il punto che «"non mi piace l'obiettivo parziale che delinea la frase "un maggior numero di lavoratori"», ovvero guardo con diffidenza alla progressività, anche se nella sua proposta lui non ha dimenticato gli eventuali esclusi. Diverse volte ho sottolineato (alcune da anonimo) che anche negli anni '70 c'erano i disoccupati ed anche allora erano lasciati a sé stessi. Il sindacalismo rampante si è sempre dimenticato di loro. L'unica via di miglioramento era quando si trovavano davanti a grosse procedure di reclutamento programmate, ovvero quando veniva meno l'esigenza di dover "cercare lavoro", dizione che odio perché getta intrinsecamente sull'individuo la responsabilità morale della suo stato di disoccupazione.

    Su Cremaschi dopo gli ultimi sviluppi di Eurostop e dopo la sua uscita sulla IG Metall, sulla quale ho pure commentato, non faccio più nessun affidamento. Su quali siano le sue intenzioni, se dovessi valutarle dalle azioni politiche intraprese potrei trarne solo un giudizio molto pessimistico.

    Ovviamente bisogna partire davvero dagli ultimi ed abbandonare ogni idea di ricaduta favorevole. Se non sono pregiudizialmente contrario alla MMT è perché accanto alla demistificazione del dogma di uno stato che spende tanto quanto tassa pone il punto di affrontare l'allocazione della forza lavoro in maniera universale e garantita. Certo l'idea di poter superare le dinamiche intrinseche del capitalismo agendo sulla sola politica monetaria è illusoria, e peggio ancora i "lavori socialmente utili" (che abbiamo già avuto) e di "transizione al privato" fanno ben capire che ci sia sotto ancora la prevalenza del settore privato che vuole essere salvato dallo stato. Non saprei quale sia l'effettiva speranza che questo possa essere trasformato nell'inizio di un diverso modello di organizzazione del lavoro, sono convinto che alcuni lì dentro lo capiscono. Sono però pochi e questa esigenza ancora non viene sentita neppure dalla popolazione che rivorrebbe solo la serena fine della storia che il capitalismo made in USA gli aveva promesso.

    Giovanni

  • Leonardo Mazzei scrive:
    26 aprile 2018 09:37

    Sia pure con notevole ritardo, dico la mia sull'interessante dibattito che si è sviluppato tra Giovanni ed AC a partire dalla questione del Reddito di cittadinanza (Rdc).
    Questione complessa e dalle notevoli implicazioni, ma da affrontarsi con realismo e radicalità.
    Premesso che Rdc può essere declinato in tanti modi, alcuni dei quali favorevoli assai agli interessi del blocco dominante, premesso che questa forma di reddito non può mai essere sostitutiva del concreto diritto al lavoro, resta la necessità di dare una risposta - qui e ora - all'emergenza occupazionale.
    In buona sostanza sono d'accordo con AC, specie quando dice che per "per difendere gli ultimi bisogna difendere gli ultimi".
    Sappiamo tutti come l'obiettivo della piena occupazione sia incompatibile con il capitalismo. Mai dimenticarselo. Ma questo non significa che si debba rinunciare ad un programma di fase che anche attraverso i suoi obiettivi sia stimolo alla lotta, come pure alla costruzione di una nuova consapevolezza di massa.
    Ma se prendiamo questa strada non ci sono vie brevi. Certo, l'applicazione di politiche keynesiane darebbe migliori risultati di quelle liberiste. Idem una riduzione dell'orario di lavoro. Ma se qualcuno pensa che ciò basterebbe ad eliminare la disoccupazione è palesemente fuori strada.
    Dunque, a mio avviso, l'idea del Rdc non va respinta in sé, mentre andranno semmai criticate (e duramente) le sue possibili/probabili applicazioni.
    Per farla breve, la questione è come si inserisce questo obiettivo in un programma più generale. Ci provammo all'assemblea fondativa di P101 (dicembre 2015), quando cercammo di mettere ordine nella questione mettendo al primo posto il ruolo dello Stato, al secondo il Piano per i lavoro, al terzo (ed ultimo)il Rdc, qui visto come strumento transitorio in un processo di perseguimento della piena occupazione.

    Di seguito il testo approvato in quella sede, a mio giudizio tuttora valido.

    <<4. Lo Stato, perseguendo il bene comune e l'obiettivo della piena occupazione, assume nuovamente un ruolo propulsivo dell'economia nazionale. Esso prende quindi in mano i settori economici strategici, sottraendoli alle multinazionali. Viene nazionalizzato il sistema finanziario delle banche e delle assicurazioni - che oggi si giocano i risparmi degli italiani nelle bische del capitalismo finanziario. Viene costituito un fondo nazionale sovrano, in cui i risparmi verranno difesi utilizzandoli per realizzare un piano di investimenti di medio-lungo periodo.

    5. Piano per il lavoro e la ricostruzione economica del Paese che debelli la disoccupazione, ciò con una strategia basata sulla tutela dei beni comuni e del patrimonio nazionale: a) deciso sostegno al sistema scolastico pubblico e alla ricerca scientifica, b) sviluppo delle energie alternative ed impulso al risparmio energetico, c) interventi per la riduzione del rischio idrogeologico, d) riorganizzazione complessiva del sistema dei trasporti, e) recupero del patrimonio edilizio esistente, f) sostegno al turismo non speculativo, g) tutela del patrimonio artistico e culturale, h) piano per un'assistenza dignitosa a tutti gli anziani i) riforma del sistema agrario tutelando le piccole e medie imprese agricole, e favorendo forme non intensive e sostenibili nonché i meccanismi di distribuzione a filiera corta, l) creazione di servizi e network pubblici a sostegno dell'artigianato e delle piccole imprese.
    Lo Stato, nel mentre persegue l'obiettivo della piena occupazione, garantisce intanto a tutti i disoccupati un adeguato reddito di cittadinanza>>.

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