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martedì 24 gennaio 2017

DRAGHI AMMETTE: "USCIRE DALL'EURO? SI PUÒ MA..." di Leonardo Mazzei

[ 24 gennaio ]

Bella scenetta al ristorante "Euro". Mentre è sempre più chiaro come la moneta unica sia alla frutta, il gestore di questa trattoria dai piatti immangiabili prepara il conto nel retrobottega. I signori vogliono uscire per andarsene a prendere un po' d'aria fresca? Che prima passino alla cassa, perché se per molti commensali il pranzo è stato indigesto, il conto sarà salato proprio per loro.

Di cosa stiamo parlando? Di questa notizia lanciata dalla Reuters e commentata da Tyler Durden. Il succo è in questa frase di Mario Draghi: 
«Se un paese dovesse lasciare l’Eurosistema, i crediti o le passività della sua banca centrale nazionale verso la BCE dovrebbero essere risolti in toto».
Davvero un'affermazione interessante, nella quale il capoccia dell'euro ci dice due cose: che l'uscita dall'eurozona di uno o più dei suoi membri è ormai messa nel conto; che la Bce si erge a tutrice degli interessi tedeschi.

Eh, come cambiano i tempi! Finita da quel dì la fila per entrare nella gabbia dall'euro, adesso si annuncia quella per uscirne. E lorsignori si attrezzano.

Abbiamo segnalato per tempo l'interessante parabola del declino delle certezze degli euristi, e dello stesso capo della Bce, sulla moneta unica. Se ancora a gennaio 2015 si giurava sulla sua «irrevocabilità», nell'aprile dello stesso anno (a proposito della crisi greca) Draghi iniziò a parlare di «acque inesplorate». Arriviamo al marzo 2016 ed è sempre lui a chiedere ai governi dell'Eurozona «chiarezza sul futuro della nostra unione economica e monetaria». Evidentemente le vecchie certezze stavano ormai scricchiolando del tutto. Ma l'affermazione annunciata dalla Reuters, contenuta in una lettera a due europarlamentari italiani, di cui non si conosce il nome, è senz'altro il segnale di un nuovo salto di qualità.

Ma in cosa consiste il conto da pagare cui accenna Draghi? Lui non ce lo dice con chiarezza, né parla dei tempi, delle modalità, della valuta con la quale regolare «in toto» i crediti e le passività della banche centrali nazionali verso l'Eurosistema, ma è evidente che si riferisce ai conti del sistema Target2.

Detto in breve Target2 è la piattaforma elettronica sulla quale avvengono i pagamenti interni all'eurozona. Pagamenti che, passando dalle rispettive banche nazionali, danno luogo a delle scritture contabili (positive o negative) nei confronti dell'Eurosistema, in sostanza della Bce. Poiché si tratta di transazioni interne, è chiaro come per quest'ultima la somma sarà sempre zero, mentre così non è per i vari saldi nazionali.

E qui sorge il problema, a riprova della follia dell'euro. Difatti, se questa moneta fosse stata davvero quella di un'Europa unita, è evidente che le stesse banche centrali nazionali avrebbero chiuso i battenti ed i rispettivi saldi non avrebbero alcuna ragione di esistere. Ma così non è, ed ora Draghi ce ne parla con chiarezza.

Ma queste scritture contabili sono un debito a tutti gli effetti?

Così scrive Sergio Cesaratto nel suo utilissimo libro Sei lezioni di economia
«Un documento della Commissione europea ha definito i saldi TARGET2 come "equivalenti a riserve in valuta straniera" specificando che "a differenza delle riserve, e sebbene i flussi TARGET2 siano registrati come transazioni della banca centrale con il resto dell'Eurosistema, queste non implicano transazioni concrete fra la banca centrale nazionale e una banca centrale straniera in quanto la liquidità è creata a livello nazionale". In altre parole, io Banca di Spagna creo liquidità a favore delle mie banche che effettuano pagamenti esteri per i miei concittadini, tu Bundesbank accrediti il corrispettivo ai beneficiari nel tuo Paese. Intanto "segniamo" (come si diceva un tempo a Roma dal droghiere), poi si vedrà. Come commenta Bagnai a proposito di TARGET2: "nella follia economica c'è sempre un metodo"».
Ecco, oggi Draghi ci parla di quelle transazioni "segnate". Transazioni avvenute per acquistare o vendere merci, come pure per acquistare o vendere titoli verso soggetti di un altro paese dell'eurozona. E ci dice che si potrebbe passare da una scrittura contabile ad una transazione concreta.

Ho parlato di titoli non per caso. Nella lettera di Draghi si dice espressamente che gli squilibri che si sono determinati nel sistema sono dovuti in primo luogo proprio al Quantitative easing della Bce, che ha portato ad esempio Bankitalia ad acquistare titoli del debito italiano detenuti da investitori tedeschi. Un'operazione che se da un lato è servita ad abbassare notevolmente i tassi e lo spread, dall'altro ha incrementato i saldi negativi del sistema Target2.
SOLLEVAZIONE aveva scritto sul sistema Target2 QUI e QUI

Attualmente il saldo negativo dell'Italia è di 357 miliardi, mentre il saldo positivo della Germania è di 754 miliardi. Quale sia stato l'andamento nel tempo ce lo descrive assai bene il grafico qui sotto.


Come si può vedere gli squilibri sono iniziati nel 2008 con lo scoppio della crisi. Fino ad allora il sistema si manteneva in equilibrio attraverso il mercato interbancario, con il quale le banche dei diversi paesi si prestavano i soldi fra loro. Finita la "fiducia" tra le banche, finiti dunque questi prestiti, si è ricorsi al rifinanziamento degli istituti di credito attraverso la Bce, che è stato però decentrato presso le banche centrali nazionali (Bcn). Ma, come ci ricorda Cesaratto nel libro già citato: 
«Questo è un fatto meramente tecnico-organizzativo. Le riserve create dalle Bcn a favore delle banche commerciali sono una passività che, al pari delle corrispondenti attività, vale a dire i titoli ottenuti dalle banche come collaterale, entrano nel bilancio dell'Eurosistema».
Quella di Draghi appare dunque come un'evidente forzatura. Una minaccia rivolta in primo luogo all'Italia, anche se secondo qualcuno le sue parole sarebbero anche un modo per segnalare alla Germania i rischi di una rottura dell'euro. Nessuno infatti crede seriamente che il "conto" della Bce verrebbe davvero pagato.

E qui si impongono alcune considerazioni finali.

La prima è che il processo di disgregazione dell'unione monetaria è sempre più grave. Come in un matrimonio, quando si comincia a parlare dei conti della separazione vuol dire che questa è ormai nelle cose.

La seconda è che l'Italia non ha proprio da pagare alcun debito alla Bce, tantomeno alla Germania. Non solo perché in questo caso non si tratta di un debito vero e proprio, ma solo di un riequilibrio a livello di emissione monetaria determinato proprio dalla follia dell'euro, cioè dall'impossibilità di agire sul cambio. Ma anche perché l'Italia (come gli altri paesi mediterranei) ha già pagato fin troppo i costi dell'euro in termini di distruzione della ricchezza nazionale, di disoccupazione, di deflazione salariale.

La terza considerazione è che la Bce non è in grado di imporci un bel nulla. Non solo perché, come dice Durden, non ha un esercito, ma anche perché il blocco eurista è oggi all'interno di una congiunzione astrale piuttosto sfavorevole. L'Euro-Germania non ha più alle spalle il potente protettore di Washington, mentre la Gran Bretagna ha ormai virato verso un'uscita senza troppi compromessi. Insomma, dal punto di vista geopolitico ci sono oggi —oggi, tra un anno non lo possiamo sapere— le condizioni ideali per mandare al diavolo gli eurocrati di Bruxelles e Francoforte insieme ai loro padroni tedeschi.

La quarta considerazione è che l'Unione Europea è ormai politicamente, prima ancora che economicamente, in uno stato pre-agonico. Ce lo dice perfino uno come Angelo Panebianco nel suo editoriale di ieri sul Corriere della Sera
«...si moltiplicano gli (inutili e retorici) appelli all'Europa, la richiesta che l'Europa "si muova", che batta un colpo. L'Europa però non esiste e dunque non ha senso pretendere che un'entità inesistente faccia questo o quello». 
Di fronte a questo disastro ovviamente Panebianco deve pur proporre qualcosa. La sua idea è che bisognerebbe cambiare i trattati, ma come non si sa. Come arrivare, del resto, a nuovi trattati se i vari paesi tirano tutti nelle più diverse direzioni? Ovvio che si tratti dell'ennesima chimera di chi pur vedendo con chiarezza la disgregazione non vuole accettare fino in fondo le conseguenze del suo stesso ragionamento.

In conclusione, le minacce di Draghi, così come le parole di Panebianco, ci parlano di una crisi davvero irreversibile. Una crisi dai tempi ormai accelerati. Lo abbiamo già detto in tanti modi: il tempo ormai stringe ed occorre agire di conseguenza. Chi non capisce questa urgenza non è solo un cretino, è oggettivamente un alleato (che non ne sia consapevole poco importa) delle oligarchie dominanti.
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3 commenti:

  • Fiorenzo Fraioli scrive:
    24 gennaio 2017 09:14

    A distanza di dieci anni dall'inizio della crisi (che personalmente preferisco datare al 2007, l'anno dei subprime) non esiste ancora l'ombra di un soggetto politico reale su chiare posizioni anti-UE. Il decennio perduto dei "sinistrati".

  • Anonimo scrive:
    24 gennaio 2017 16:50

    La minaccia di Draghi è comica -anche se significativa. Ogni banca-ogni filiale di ogni banca-ha saldi contabili positivi o negativi verso qualunque altra. Il problema non si porrebbe nemmeno fra banche di diversi paesi, casomai fra le banche di uno stesso sistema se ogni paese avesse la possibilità di fare politiche espansive autonome. Per evitare queste possibilità al momento della creazione dell'Euro-anzi, anche prima, al momento delle regole di maastricht propedeutiche alla formazione dell'Euro-stabilirono i vincoli sul bilancio, sul debito, sull'inflazione per ciascun paese. E questo perché un paese che avesse avuto una politica più espansiva degli altri-potendo godere della credibilità dell'Euro-avrebbe potuto avvantaggiarsi. Non a caso fecero maastricht, che dal loro punto di vista di euroinomani era sensato. L' Italia e le banche italiane non hanno alcun debito verso la Bce-anzi, l'uscita dall'euro, permettendoci di avere dei saldi forse positivi verso gli altri paesi europei- è il solo modo possibile per le imprese che hanno debiti sull'estero di soddisfare i debiti con le banche e dunque anche con il sistema target 2

    A.C.

  • Luca Tonelli scrive:
    25 gennaio 2017 00:48

    Ma cmq in 25 anni di UE quanto abbiamo lasciato di interessi sul debito? 1000 miliardi di euro? 1500?
    Non ricordo.
    350 a confronto è una passeggiata di salute

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