mercoledì 17 ottobre 2018

LO SCIOPERO FANTASMA DEL 26 OTTOBRE di Leonardo Mazzei

[ 17 ottobre 2018 ]

Oltre agli organizzatori, pochi lo sanno: il 26 ottobre ci sarà in Italia uno sciopero generale indetto da alcune sigle (non tutte) del sindacalismo di base. Non sarà certo uno sciopero di massa. Anzi, sarà proprio uno "sciopero fantasma". Un rito autunnale logoro da tempo, ma quest'anno del tutto avulso dalla realtà.
Notoriamente gli scioperi generali hanno un carattere essenzialmente politico. Dunque li si proclama in genere contro il governo. E la scadenza autunnale casuale non è, dato che è proprio ad ottobre che arriva la "finanziaria" (ora Legge di bilancio), portando insieme alle piogge i consueti sacrifici di stagione per il popolo lavoratore. Ma quest'anno? Quest'anno, causa la novità del governo gialloverde, la confusione nel piccolo ma multiforme mondo del sindacalismo di base è più grande che mai.

La cosa non ci rallegra affatto. Anzi è decisamente grave. E' davvero un dramma che i lavoratori schifati dal ruolo sistemico, di ausiliari dell'impresa, assunto ormai da decenni da Cgil-Cisl-Uil, abbiano come alternativa un sindacalismo massimalista e parolaio, peraltro incapace di unire le proprie poche forze. Il tema ci porterebbe lontano, ma qui ci limiteremo soltanto ad alcune considerazioni sullo sciopero del 26 ottobre. 

Questo sciopero è stato indetto originariamente da Cub, Sgb, Si Cobas, Usi-Ait e Slai Cobas, ma quest'ultima organizzazione - come vedremo più avanti - si è poi dissociata in modo assai significativo. Nel variopinto mondo di queste sigle sindacali sono stati prodotti testi e volantini assai diversi tra loro, alcuni più marcatamente schierati contro il governo e su una posizione "no border" in tema di immigrazione. Alla fine però, fiutando l'aria che tira, si è arrivati ad un testo (leggi qui) più "sindacale" che politico.

Evidentemente gli stessi promotori si sono resi conto che qualcosa nel Paese è cambiato e sta cambiando, che i lavoratori non sono certo per la cacciata del governo, anche perché capiscono che se ciò avvenisse, dopo ci sarebbe solo l'arrivo della troika con nuovi e più pesanti sacrifici, altro che riforma della Fornero!

Ma allora perché uno sciopero generale? Questa domanda non ce la siamo fatta solo noi. Qualcuno se l'è posta anche nel mondo del sindacalismo extraconfederale. E difatti, mentre l'Usb e la Confederazione Cobas non sono mai figurati tra i promotori, lo Slai Cobas - con un documento ufficiale firmato da Vittorio Granillo - si è alla fine dissociato dallo sciopero.

Diamo allora uno sguardo a quel che dicono queste organizzazioni. 

La Confederazione Cobas è stata probabilmente la prima, certamente la più sguaiata, nell'emettere una vera e propria dichiarazione di guerra al governo, a firma del portavoce Piero Bernocchi, già lo scorso 18 giugno. A tanta rapidità non ha però corrisposto un granché. La Confederazione Cobas intanto non sciopera, evocando invece una «grande manifestazione nazionale sostenuta dalla più ampia alleanza anti-liberista, anti-razzista, anti-autoritaria». Per ora un auspicio e nulla più.

Più intelligente, lo riconosciamo senz'altro al di là delle note divergenze, la posizione dell'Usb (Unione sindacale di base) che - aderendo alla manifestazione promossa da Potere al Popolo il 20 ottobre - sceglie in questa fase un approccio in "positivo" (le nazionalizzazioni), piuttosto che uno in negativo (la netta opposizione al governo di Bernocchi), o del tutto disconnesso dalla realtà come quello dei promotori dello sciopero del 26 ottobre. Sia chiaro, si tratta solo di una posizione furbesca che, evitando accuratamente di fare i conti con i dati reali dell'attuale situazione politica (se oggi si può parlare concretamente di nazionalizzazioni è solo grazie alla maggioranza uscita dalle urne del 4 marzo), cerca di tenere insieme l'alto volume delle grida politiche contro il governo, con il realismo di chi - facendo sindacato - conosce assai bene gli umori del popolo lavoratore. Una posizione certo opportunista, ma che ci dice molte cose sulle contraddizioni dell'oggi.


Ma a proposito di disconnessione dalla realtà torniamo ora alle interessanti considerazioni di Granillo, che così scrive agli organizzatori del 26: 
«Indipendentemente dai “desiderata” di CUB, SGB, SI COBAS ed USI- AIT che invece hanno legittimamente indetto lo sciopero, siamo tutti consapevoli che la richiamata iniziativa sortirà una “non entusiasmante” adesione finanche nella prevalenza degli addetti  del Pubblico Impiego e dei servizi essenziali (e ciò indipendentemente dall’uso meramente propagandistico che, in quanto tale, spesso sortisce effetti contrapposti a quelli sperati) ed adesioni zero nelle fabbriche e nell’intero comparto industriale...».

Vivaddio! Con Granillo non sempre si può essere d'accordo, e sul governo la pensiamo in maniera diversa, ma il suo sano realismo è cento volte meglio dei pittoreschi proclami dei suoi interlocutori. Ed altrettanto importante è quel che dice subito dopo:
«Questo “sciopero tecnico” (ma purtroppo “venduto” come Sciopero Generale) rappresenta di fatto una “impolitica ed impossibile scorciatoia” con la sua assurda e maldestra pretesa di “risolvere” la difficoltosa riorganizzazione operaia e dell’insieme dei lavoratori… con l’ausilio dei media sostanzialmente gestiti dalle diverse cordate politiche ed economiche e con la mobilitazione delle “faccine sui social” quasi a sostituire “l’incapacità di essere” (sindacati) con la “virtualità dell’apparire”: e questo, cari compagne e compagni, non è altro che… abdicare al proprio ruolo ammettendo la sconfitta!».

Qui il dirigente dello Slai Cobas introduce un altro tema: non solo lo sciopero sarà un fallimento (altro che sciopero generale!), ma i media potrebbero "impossessarsene" per i loro fini, cioè (Granillo non lo dice apertamente, ma il discorso è chiaro) contro il governo attuale. Chi scrive non pensa che lo sciopero fantasma che si annuncia per il 26 potrà servire più di tanto allo scopo di lorsignori, ma se appena avesse un po' di forza in più è sicuro che i media lo utilizzerebbero in quel senso.

Concludiamo allora con due osservazioni di fondo rivolte ai promotori della giornata del 26. La prima riguarda il governo, la seconda lo scontro in corso con l'Unione Europea.

Noi non pensiamo affatto che il sindacalismo di base debba essere "governativo", pensiamo solo che esso dovrebbe chiedersi cosa accadrebbe se il governo attuale dovesse cadere. Una sua eventuale caduta - frutto della potente azione delle oligarchie euriste, strettamente connesse alle cupole del capitalismo nostrano, non certo della insignificante astensione dal lavoro del 26 - porterebbe in Italia la Troika. Essa, insieme a nuovi e più pesanti sacrifici, sancirebbe la definitiva vittoria della signora TINA (There is no alternative). Riformare la Fornero? Magari, ma in peggio. Nazionalizzare Alitalia? Giammai, meglio svenderla ai soliti noti della finanza globale. Il Reddito di cittadinanza? Al più qualche elemosina giusto per salvarsi la coscienza.

E' questo che vogliamo? E' così che si pensa di rappresentare gli interessi dei lavoratori? Se solo si provasse a rispondere sinceramente a queste domande certo si troverebbe la risposta del perché i lavoratori non sciopereranno.

Infine l'Europa. Al di là dell'inconcludente massimalismo di certe piattaforme, noi condividiamo in toto ogni battaglia nell'interesse del popolo lavoratore. Salari, diritti, orario, pensioni, welfare: ogni lotta che punta al miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro dei salariati è la nostra lotta. Ma possono dei sindacati limitarsi all'elenco delle cose giuste che vorremmo, senza indicare il percorso da compiere per avanzare su quella strada?  

No, non possono. Questo in generale, ma tanto più oggi quando è evidente a tutti - ai lavoratori ancor prima che agli altri - che nessun risultato concreto potrà essere ottenuto senza scontrarsi con l'Unione Europea, le sue regole, i suoi diktat. Del resto basterebbe osservare le cose. Il governo modifica la legge sulle pensioni, consentendo così nel 2019 di lasciare il lavoro ad alcune centinaia di migliaia di lavoratori viceversa bloccati dalle norme della Fornero? Unione Europea e Bce dicono subito che non si può. Il governo vuol nazionalizzare Alitalia? Da Bruxelles parte immediatamente il richiamo a norme che lo impedirebbero. Com'è possibile non vedere tutto ciò? Com'è possibile non capire che ogni lista di rivendicazioni sindacali, o parte dalla necessità di liberarsi dai vincoli europei, o è semplicemente carta straccia?

Purtroppo nella piattaforma del 26 non solo la priorità della lotta a questi vincoli non c'è, ma l'Europa (l'Unione Europea, l'euro, le sue regole di funzionamento) neppure è citata. E questo la dice lunga sullo stato attuale del sindacalismo di base.

Noi sappiamo bene di che pasta siano fatti, almeno nella loro stragrande maggioranza, i dirigenti e i militanti di queste organizzazioni. Sappiamo che sono dei compagni. Gente che come noi lotta contro l'ingiustizia e lo sfruttamento. Con la quale possiamo condividere un'idea di società. Di una nuova società. Ma proprio per questa condivisone, che sentiamo profonda, ci sentiamo in dovere di dirgli che sbagliano. 

Questa almeno è la nostra opinione. Non pretendiamo che sia condivisa in toto, ma il tempo di una riflessione non formale è ormai giunto per tutti. Anche per i sindacati di base.
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7 commenti:

  • Anonimo scrive:
    17 ottobre 2018 17:03

    Infatti per la sinistra patriottica si pone la questione non piu' rinviabile: quale sindacato?

  • Anonimo scrive:
    17 ottobre 2018 17:06

    Mi sono convinto da tempo ormai che i sindacati di base siano in fondo una versione in sedicesimo dei più grandi sindacati confederali e che ambiscano solo a coprire quegli spazi che essi non riescono più coprire.

    Proseguendo del principio delle aristocrazie operaie essi difendono solo quelle parti difendibili perché contrattualizate, lasciando delle più che evidenti aree di esclusione (sennò che aristocrazia sarebbe). A questi ultimi viene lasciata la sola prospettiva di essere ammessi all'aristocrazia in una forsennata competizione interna. Lo slogan "non uno di meno", ormai usurato e sempe smentito dai fatti, serve solo a coprire l'intenzione di non abbandonare il principio di sola difesa delle aristocrazie operaie. Finché non cambieranno linea non vi sarà nessuna prospettiva che si possa chiamare socialista neppure all'orizzonte.

    Devo però osservare che se con Troika in Italia ci sarebbe "Al più qualche elemosina giusto per salvarsi la coscienza" anche l'attuale proposta di RdC non sembra putroppo essere qualcosa di diverso da questo. L'alternativa, che vada oltre i proclami parolai delle sinistre radicali, non si vede.

    Giovanni

  • sicobassupporter scrive:
    17 ottobre 2018 17:59

    L'analisi di Mazzei, al solito ben ordinata narrativamente è sta volta profondamente manchevole di contenuti. Ovvero si limita a quei contenuti che l'inteligence definirebbe in chiaro, presi qua e la dal web, di chi ormai sta fuori dai movimenti.
    Lo sciopero generale del 26 ottobre è certo in parte l'ennesimo sciopero d'autunno. Ma ci sono delle nicchie di protesta radicali dove lo sciopero sarà molto duro.
    Citerò due esempi su tutti tra le gravi dimenticanze di Mazzei:

    I)
    Curioso che questo blog continui a non citare la più avanzata situazione di classe che c'è in Italia: non ricordo un solo articolo sul movimento dei facchini (la redazione mi posti un link se mi sbaglio). Nella logistica i facchini organizzati dal si cobas hanno fatto negli anni scioperi durissimi, con blocchi stradali, merci ferme per settimane, scontri con la polizia (in media 40 l'anno, quasi un scontro di piazza alla settimana). Hanno ottenuto aumenti del 100% (da 600 a 1200 euri). Hanno ottenuto contratti che derogano in positivo al jobs act, conservando l'art. 18 anche per i neo assunti.
    Il decreto sicurezza di Salvini tra le altre nefandezze ne contine una gravissima. Da ora in poi chi blocca la circolazione delle merci rischia il carcere. Se immigrato rischia l'internamento e quindi la deportazione.
    Questo significa mettere una pietra tombale su questa straordinaria lotta di classe. E' evidente che, in questa situazione, il si cobas che è il primo sindacato della categoria con 10 mila iscritti su circa 30 mila addetti, non possa non convocare uno SCIOPERO POLITICO. Non è una vertenza economica, ma una questione di agibilità politica, di sopravvivenza di fronte allo sterminio della propria lotta. Per questo il si cobas ha proclamato sciopero insieme agli altri, che quindi è diventato sciopero generale con tutti i limiti di uno sciopero generale che generale non sarà come giustamente in questo caso Mazzei osserva.
    Per rimarcare la durezza del confronto lo sciopero nella categoria della logistica sarà di fatto di tre giorni: assemblee il 25, sciopero generale il 26, sciopero di copertura per il corteo nazionale a Roma del 27. Provate ad ordinare qualcosa con BRT, GLS, amazon, ups, mercatone uno con segna a casa, da Ikea consegna a casa, il 24 con ordine di 48 ore e scoprirete che la merce non vi arriverà prima di martedì 30, se non mercoledì o giovedì.
    Li lo sciopero ci sarà e sarà molto duro e sollevazione deve dire qualcosa di più che una generica critica al decreto sicurezza: deve dire che lo sciopero è giusto e che siete per il ritiro della norma sui blocchi di merce.

  • sicobassupporter scrive:
    17 ottobre 2018 18:15

    II)
    La seconda questione di cui Mazzei si dimentica di parlare è proprio quella del corteo del 27 a Roma, che di fatto raddoppia le giornate di lotta. Quel corteo, nato come dicevo per triplicare lo sciopero nella logistica (incluse le assemblee del 25) e dare visibilità politica alla lotta contro il decreto anti-picchettaggio di Salvini, si è poi allargato in maniera interessante.
    Ricorderete che i classici cortei di autunno a cui anche voi un tempo aderivate erano formati da queste tre colonne fondamentali: 1) l'USB e le sue cinghie di trasmissine (eurostop, rdc, comitato no debito); 2) il movimento di lotta per la casa, che a Roma conta circa 6 mila occupanti e altrettanti ne porta nella capitale in caso di chiamata nazionale; 3) askatasuna e le sue cinghie di trasmissione (i no tav, i no border, i no tap, gli universitari di Bologna, ecc.).
    Ora c'è un fatto politico che almeno giornalisticamente avrebbe interessato un tempo il Mazzei e che sta volta proprio si dimentica di citare. Le aree politiche ai punti 2) e 3) hanno rotto con USB e andranno in piazza questa volta il 27 col si cobas. E' un piccolo terremoto nell'ulta-sinistra. La rottura è data in polemica con la degenerazione elettorale di USB ormai di fatto "dentro" potere al popolo; e con l'indulgenza sindacale che USB dimostra nei confronti del governo Conte ed in particolare del ministro Di Maio.
    Quindi abbiamo il blocco classico di autunno che si sposta a sinistra: rompe con la grande organizzazione a guida stalinista-riformista di USB per fare fronte con un piccolo sindacato in rapida ascesa, le cui dirigenze provengono da una specie di bordighismo del xxi secolo o di un sindacalismo rivoluzionario, anarco-sindacalismo del xxi secolo. Questo spostamento d'asse dei movimenti è talmente profondo che il si cobas è tentato di lanciare un soggetto politico internazionale, una specie di partito della rivoluzione con ovviamente un'altra definizione, più moderna. Un soggetto che ha nella classe operaia della logistica il suo piede sindacale e che ha ramificazioni nei movimenti sopratutto di migranti la ramificazione generale europea.
    Almeno per la cronaca, magari stroncando il progetto, ma come fate a non citare nemmeno di sfuggita questa cosa, adirittura non parlate proprio del corteo del 27 a Roma??!!

  • Tr scrive:
    17 ottobre 2018 18:59

    Caro supporter del si cobas, mi stupisco del tuo stupore. L'analisi del si cobas è opposta a quella di sollevazione. Mentre S. Sostiene la tesi complottista della sostituzione etnica il si cobas investe da 10 anni nell'immigrazione convinto che il meticiato partorirà il proletariato internazionale. Ci sono numerosi studi: l'Italia abbisogna di 200 mila migranti l'anno. Per questo il si cobas è il solo soggetto dell'estrema che non parla di fascismo. Sa benissimo che Salvini non può deportarli tutti. L'obbiettivo del si cobas è sindacalizzare il 69 per cento dei 200 mila che diventeranno operai. Ha lavorato molto bene, spesso arrivano pakistani, peruiani, dello stessa cittadina in un determinato quartiere e appena arrivano si appoggiano agli autonomi per dormire nelle occupazioni e si fanno la tessera del si cobas.
    Sollevazione non può parlare del si cobas perché se l'ipotesi di Milani è corretta quella di Mazzei è sbagliata, e.viceversa

  • Anonimo scrive:
    17 ottobre 2018 20:39

    Con milioni di disoccupati avremmo bisogno di 200 mila migranti l'anno?

    Poi il proletariato internazionale come se potesse davvero esistere un simile monoblocco privo di contraddizioni interne.

  • Leonardo Mazzei scrive:
    17 ottobre 2018 20:42

    Caro Sicobassupporter,
    nel mio articolo ho cercato di sviluppare un ragionamento di carattere generale sul sindacalismo di base. E' vero che non ho parlato dei lavoratori della logistica, e su questo accetto una critica che mi pare sensata. Tuttavia questi lavoratori - ai quali va il nostro più convinto sostegno - non sono il centro del mondo.

    Noi appoggiamo le lotte della logistica, e quando è stato il momento abbiamo espresso piena solidarietà ad Aldo Milani (http://sollevazione.blogspot.com/2017/01/solidarieta-con-il-si-cobas-e-aldo.html), vittima di una provocazione orchestrata ai suoi danni quando al governo non c'erano Di Maio e Salvini, bensì Gentiloni, Padoan, Minniti e compagnia.

    Attenzione dunque a vedere la repressione solo ora. A breve ci occuperemo compiutamente del "Decreto sicurezza", e netto sarà il giudizio sull'ulteriore inasprimento delle pene per i tipici "reati sociali" (occupazioni, picchetti, blocchi stradali), ma non è che fino ad oggi la repressione poliziesca e la stessa azione della magistratura siano state tenere con i protagonisti delle lotte sociali.

    Detto questo, restano le questioni di fondo poste nell'articolo: l'assurdità di uno "sciopero generale" che di "generale" nulla avrà, il suo andare contro ad un governo che è nel mirino delle oligarchie dominanti, il rischio che così facendo si affossino misure sociali ed in controtendenza come la modifica della Fornero e la nazionalizzazione di Alitalia, e questo nel silenzio assoluto sulla questione europea che di fatto tutto sovradetermina (per molti aspetti anche la vita dei facchini).

    Caro Sicobassupporter, vedo che su tutto questo nulla hai da dire. Mi dispiace, perché ci confermi così il nostro giudizio sul sindacalismo di base.

    Se poi il Si Cobas pensa davvero che il nuovo proletariato ci verrà scodellato bello bello e lottante da un meticciato che si augura inarrestabile, allora siamo proprio alla frutta. Tu dici che ci occupiamo troppo poco delle lotte della logistica, ma forse anche tu dovresti occuparti un po' di più della condizione generale del mondo del lavoro. E allora non sarebbe difficile vedere quella disconnessione dalla realtà, da parte dell'insieme del sindacalismo di base, di cui ho parlato nell'articolo.

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