venerdì 18 agosto 2017

IN DIFESA DEL MARXISMO di Dino Greco

[ 18 agosto 2017 ]

Dino Greco sottopone ad esame critico il breve saggio Sinistra transgenica pubblicato giorni or sono su SOLLEVAZIONE.
Fedeli alla massima che per cambiare occorre agire, ma prima di agire occorre pensare, siamo ben lieti di consegnare la critica di Dino ai nostri lettori. 




Cari compagni,

scusandomi per l’eccessivo schematismo provo a mettere in fila alcune considerazioni sul breve ma importante saggio di Moreno Pasquinelli, “Sinistra transgenica”, che mi pare contenga il nocciolo duro, il fondamento teorico e il presupposto politico della Confederazione per la Liberazione Nazionale (CLN).

Rovesciando l’ordine del discorso di Moreno, comincio dal tema “cruciale” che per me come per voi è il progetto su cui far nascere una soggettività sociale e politica capace di mettere sul serio (e non per finta) in discussione l’ordine delle cose presente.

Quella che nella vulgata corrente, per uno di quei paradossi che la storia talvolta ci riserva, continua a chiamarsi (e ad essere chiamata) sinistra, credo abbia da tempo superato lo stadio della manipolazione transgenica.
Qui si è perfettamente compiuta una totale mutazione.
Del ceppo originario non vi è più la ben che minima traccia. Questo è talmente vero che le classi dominanti usano la “destra” e la “sinistra” politica indifferentemente, solo in base a calcoli di convenienza.
Possiamo tranquillamente definirle “destra e sinistra del capitale”.

La tua ricostruzione/decostruzione dell’ideologia progressista, (dalla rinunzia a rovesciare i rapporti di proprietà capitalistici per sostituirvi la mitologia della crescita, all’infatuazione per la sola rivoluzione di cui si può parlare, quella tecnologica, all’astratta declamazione di diritti e valori, in un mondo in cui non esistono più classi, ma solo individui in reciproca concorrenza) non fa una grinza.

Ne deriva che non soltanto il Pd, ma anche i suoi transfughi, di qualunque genia e provenienza, del tutto interni a questa ideologia e – diciamolo – avvinti agli interessi di cui sono espressione, sono per noi come la peronospora per la vite. Igiene mentale, prima che politico, impone che da costoro ci si tenga lontani come da una malattia infettiva.

Quella che invece chiami (e per comodità chiamiamo) la “sinistra radicale”, essa vive davvero, nella sua caleidoscopica frantumazione, un processo di straniamento, essendo il frutto svergolo di un sincretismo culturale che ha fuso in un mix incoerente teorie o pezzi di teorie le più varie, spesso ridotte a vuoti catechismi e a imparaticci ideologici, che mentre hanno svuotato di potenzialità euristica la potente elaborazione dei classici, non hanno saputo dotarsi della strumentazione critica indispensabile per decifrare la struttura complessa del mondo moderno, con categorie non già  bell’e pronte, ma da elaborare analizzando la mutata realtà, come Marx ha sempre raccomandato di fare e come i grandi rivoluzionari, da Lenin a Mao a Gramsci hanno fatto. Solo quando si è conquistato questo bagaglio critico si è potuto tentare di cambiare il mondo e non – parafrasando Marx - solo “le frasi” di questo mondo.

Ebbene, la “sinistra radicale” oscilla dalla recita stucchevole di improbabili vangeli all’improvvisazione che la rende succube e dunque vittima di altrui ideologie e di interessi sociali ben più consapevoli di sé.

L’approdo ad un ingenuo globalismo cosmopolita, la credenza che “porsi al livello del capitale” significhi collocarsi sul terreno da esso scelto per riaffermare il proprio dominio, l’idea che battersi per riconquistare la sovranità popolare, nazionale, non rappresenti che una gravissima capitolazione nei confronti dello sciovinismo nazionalistico della destra fascistizzante, la credenza che il potere – esso sì sovrano – dell’oligarchia capitalistica europea sia contendibile non mettendo in discussione l’architettura monetaristica che ne rappresenta l’instrumentum regni, dicono di quanto carente sia la comprensione di cosa sia la formazione economico-sociale europea, il “blocco storico” che ad essa ha dato vita. E, soprattutto, di quale strategia, essa sì radicale, si debba costruire per abbattere il mostro e per tornare a parlare a quei proletari, a quelle masse diseredate di cui ci si erige, senza sense of humor, a rappresentanti.

Una strategia di patriottismo costituzionale, che ridia significato alla seconda parte dell’articolo 1 (“La sovranità appartiene al popolo”), sorretta da un solido impianto programmatico di classe, è ciò di cui ha bisogno come l’aria la sola sinistra che si può fregiare di questo nome. Il resto sono solo giaculatorie al vento che lasciano il tempo che trovano.

Per quanto riguarda la prima parte del lavoro di Moreno, quella che si riferisce al “teorema fondazionale”, più precisamente al pensiero di Marx, mi permetto qualche sommaria osservazione.

Ogni autore, persino il più lungimirante e acuto – e dio sa quanto Marx lo sia stato – è figlio del suo tempo.
Anche il Moro, malgrado la stupefacente potenza innovativa del suo pensiero, non è immune da condizionamenti culturali (la vulgata positivista, l’evoluzionismo darwiniano, ecc.), ma gli faremmo un torto grave se gli intestassimo una sorta di filosofia della storia, una cosmologia sociale che vaticina l’immancabile trionfo del comunismo e l’uscita dalla preistoria della società umana.

La famosa “Prefazione a per la critica dell’economia politica” del 1859 è stata spesso usata come la prova regina, come la ‘pistola fumante’ che inchioderebbe Marx e ne farebbe il mandante morale del meccanicismo secondo-internazionalista:

“Una formazione sociale non perisce finché si siano sviluppate tutte le forze produttive a cui può dare corso; nuovi e superiori rapporti di produzione non subentrano mai, prima che siano maturate in seno alla vecchia società le condizioni materiali della loro esistenza”.

In realtà, tutta l’imponente opera di Marx, vista nel suo insieme, dalle opere filosofiche giovanili (pensa a quell’autentico giacimento teorico condensato nelle due paginette che hanno per titolo “Tesi su Feuerbach”) fino alle opere più mature, non è che la confutazione del materialismo meccanicistico, del soggettivismo idealistico e di ogni escatologismo rivoluzionario.

In Marx non c’è nessuna torsione deterministica.
Marx è un pensatore dialettico. Egli ritiene che date determinate condizioni si dia la possibilità di un’azione rivoluzionaria, non la necessità di essa.
L’interazione reciproca fra struttura e sovrastruttura, fra realtà oggettiva e soggetto che operando consapevolmente forza la situazione data è sempre presente in Marx.
Non si capirebbe altrimenti perché egli abbia dedicato l’intera sua vita alla costruzione del partito rivoluzionario.

Lenin rovescia il paradigma (la gramsciana “rivoluzione contro il Capitale”) e applica il suo straordinario genio tattico ad un processo di trasformazione rivoluzionaria nel punto d’Europa in cui il capitalismo è meno sviluppato, immaginando (vale la pena sottolinearlo) che di lì a poco la rivoluzione avrebbe infiammato l’Italia e la Germania e stramazzando di fronte alla successiva constatazione che la Russia sarebbe rimasta sola.

Chiedo: è lecito pensare che l’arretratezza dello sviluppo delle forze produttive e l’inesistenza di un’esperienza di democrazia borghese in quel paese (si passa d'emblée dall’autocrazia semifeudale zarista al socialismo) abbiano fortemente segnato di sé la storia successiva, i tratti dell’esperimento profano, come lo ha definito Rita Di Leo, e segnato, per così dire, una rivincita del Capitale sulla rivoluzione?

A scanso di fraintendimenti: io credo che (al di là di ogni ricostruzione controfattuale di quell’evento epocale) noi dovremo essere eternamente grati a quel pugno di uomini e di donne che hanno provato a scrivere un’altra Storia.

Allo stesso modo, penso che la lezione di Lenin e quella dei Quaderni del carcere di Gramsci sulle ragioni della storica subalternità del proletariato italiano alle classi dominanti e sulle condizioni per una rivoluzione in Occidente - oggi totalmente rimosse anche a causa del drammatico analfabetismo politico che regna sovrano nell’arcipelago comunista - dovrebbero essere ritrascinate a forza nel dibattito politico, insieme al tema centrale della nazione e dello Stato, trattati, per una clamorosa amnesia politica, come cani morti.

Ciò avviene proprio in quanto non si mette più a tema la concreta analisi di come, con quali forze, con quali alleanze, con quale attrezzatura culturale e programmatica organizzare la una seria lotta politica (compresi gli appuntamenti elettorali, purché questi non si trasformino nel feticcio che la sinistra “radicale” tenta di esorcizzare rimanendone poi sistematicamente vittima, in forme che nel tempo hanno prodotto un discreto effetto comico).

Ora, se quella che chiamavamo “classe operaia centrale” si è quantitativamente alquanto prosciugata, mentre se n’è andata evaporando la “coscienza di sé”, da trent’anni a questa parte demolita a colpi di piccone (con il contributo complice del sindacato la cui degenerazione è stata speculare a quella della sinistra post-comunista) è tuttavia aumentato fortemente l’esercito proletario, l’area vasta di coloro che sono oggetto, in varie forme e modalità, dello sfruttamento che estrae dal loro lavoro plusvalore assoluto.

Questo è il nostro démos, oggi balacanizzato e senza guida, a cui offrire una prospettiva, un progetto di riscatto, una ideologia che lo renda coeso, una credibile strategia nella quale identificarsi e per cui tornare a combattere, qui ed ora.

Dovremo farlo nelle forme possibili, con il tanto di coraggio necessario (che non è spregiudicato avventurismo), evitando di rimettere in circolo, nella sinistra che tenta di rinascere, tossine letali.
Dino Greco

Ancora un paio di cose.

La prima.
Quando Moreno parla del processo di americanizzazione che ha snaturato la sinistra storica (del Pci, per intenderci), aprendola ad una progressiva metamorfosi, una sorta di “fuga nell’opposto”, per raccontarla con linguaggio meta-psicanalitico, dice cose vere ma compie un passo della gamba - almeno a me pare - troppo veloce.

So bene che l’uovo del serpente maturava lì dentro.
Ho vissuto personalmente e drammaticamente quella fase, la feroce lotta interna che si svolse nel partito.
Potrei persino indicare le rotture di faglia fondamentali che ne hanno sviato il percorso (una per tutte, a mio avviso la più dirompente: l’XI congresso del ’66, con la vittoria di Amendola e l’abbandono – sebbene mai apertamente dichiarato – della necessità di riforme che intervengano sui rapporti di proprietà, come scritto nel titolo III della Costituzione, non a caso oggetto di un durissimo scontro nel dibattito della Costituente del ’47 la cui attualità dovremmo ricordare).

Insomma, il processo va descritto meglio, in tutti i suoi aspetti, senza semplificazioni o salti arbitrari, non solo per dare a Cesare quel che è di Cesare, ma per capire bene cosa è successo e perché e quale utilità possiamo trarre da un’analisi seria della sinistra italiana dal ’48, dalla promulgazione della Costituzione, alla definitiva liquidazione del Pci.

Questo aiuterebbe a capire proprio perché è da lì, da quella Costituzione, che bisogna riprendere il cammino, senza sconti per nessuno. Con buona pace di coloro che pensano che essa sia un mediocre compromesso borghese e che non vale la pena di impegnarsi per meno della rivoluzione.

La seconda, ovvero, la questione migrante, che ha molte facce e che non si riduce alla questione dell’accoglienza dei profughi.

Ora, Moreno polemizza contro l’accoglienza indiscriminata, ma allora bisognerebbe capire come, con quali risposte e quali politiche si affronta l’esodo consistente (sebbene non di massa come si racconta) che è in corso.
Perché l’esodo, prodotto – per dirlo con una formula sommaria - dei disastri del neo-colonialismo che l’Occidente continua a scatenare, non si ferma.

L’Italia (come l’Europa) lo risolve sostanzialmente – al netto cioè delle chiacchiere pseudo-umanitarie – con i lager, in Libia come in Turchia, come qui da noi.

Se l’approdo naturale degli sbarchi non fossero le nostre coste il nostro governo si comporterebbe esattamente come la Francia, come l’Austria e compagnia cantante.

Parzialmente diverso l’atteggiamento della Germania, ma soltanto perché di fronte a un tasso di disoccupazione frizionale i padroni sanno di dovere rimpiazzare diversi milioni di lavoratori che entro pochi anni usciranno dal mercato del lavoro. E il ricambio autoctono non è sufficiente.
Soltanto per questo Frau Merkel resiste alla crociata xenofoba interna e obbedisce alla richiesta di apertura alla migrazione che viene dalla Confindustria tedesca.
Non un’accoglienza indiscriminata, però: Siriani sì (in quanto più colti e più pronti ad entrare nel circuito produttivo), Iracheni e Sub-Sahariani no.

Quanto al noto refrain, “aiutiamoli a casa loro”, esso rappresenta l’apoteosi dell’ipocrisia perché non c’è nessuno che vi creda, a partire da chi ne fa un uso propagandistico.

Tornando alla vexata quaestio, chiedo a Moreno: in cosa consiste l’accoglienza “discriminata”?

Permettetemi un ricordo.
Nella mia esperienza di sindacalista, quando dirigevo la Camera del lavoro di Brescia, una delle più entusiasmanti esperienze di lotta di classe fu quella che si sviluppò nel 2000 intorno alla richiesta di permesso di soggiorno di migliaia di lavoratori immigrati venuti, come quasi tutti, clandestinamente nel nostro paese e utilizzati “in nero” nell’apparato produttivo bresciano: Senegalesi e Ghanesi in siderurgia, Pakistani nei macelli e nelle aziende alimentari, Indiani Sick nelle stalle industriali, Cinesi nell’indotto delle confezioni in serie.

Non vi fu all’origine nessuna intenzione di realizzare una sorta di mistica culturale, un melting pot fra diverse etnie: il miracolo lo fece la lotta di classe, che per mesi unì i capi delle diverse comunità con i quadri italiani delle maggiori e più combattive fabbriche bresciane, Cgil e centri sociali.

Piazza della Loggia fu occupata per un mese, tenemmo in scacco la polizia che non riuscì ad attuare l’ordine di sgombero del ministero degli interni (c’era il centro-sinistra e titolare del dicastero era il ministro Bianco), si impegnò il recalcitrante governo della città, anch’esso di centro-sinistra, in un confronto permanente, l’intera società bresciana ne fu profondamente scossa.
Vincemmo. Quella lotta straordinaria, che dissolse come neve al sole tutti i pregiudizi e tutti luoghi comuni, culminò con un viaggio in pullman da Brescia a Roma, in pieno Giubileo, sfidando la “zona rossa” che portava al Viminale, squarciando persino l’ostinato silenzio dei media, per imporre la concessione dei permessi di soggiorno.
Ne dovettero concedere 5 mila, consegnati, nella stessa piazza epicentro della lotta, direttamente dai protagonisti di quella battaglia al ritmo di 500 al giorno.
La lotta ebbe come conclusione simbolica la “manifestazione delle rose”, così passata nella memoria collettiva perché i migranti, in particolare le donne, donarono ai passanti, taluni increduli, altri sorridenti, migliaia di rose rosse.
Fu quello il momento di inabissamento della Lega nord che per molto tempo non riuscì più a guadagnare ascolto.

Come Camera del lavoro di Brescia pubblicammo unistant book per ricostruire la storia di quella vicenda, fatto da 5 interviste ad altrettanti migranti che di quella epopea furono i protagonisti e da una bellissima documentazione fotografica.

La morale di questo breve raccontino è che se c’è in campo una soggettività politica e sindacale forte riesci a tenere insieme tutto, puoi dare a tutti, migranti e non, risposte convincenti e non contraddittorie. E la convinzione di un destino comune o di nessun destino si rafforza.
Dove invece la soggettività politico-sindacale latita si scatena inesorabilmente la lotta fra poveri, portatrice di mille e ancora mille divisioni di cui si pasce il potere costituto.
Ma è data un’alternativa?
Continuiamo a discuterne.



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11 commenti:

  • Luca Tonelli scrive:
    18 agosto 2017 20:42

    Al aiutiamoli a casa loro non ci crederà nessuno ma chi crede che una soluzione alla povertà estrema di 4 miliardi di esseri umani sia il trasferimento altrove?

    Io non voglio emigrare in germania. Non voglio dover esservi costretto in futuro se questo paese diventerà una seconda grecia...almeno al nord...perché il sud lo è già. Difatti in germania è pieno zeppo di meridionali.

    Io voglio avere il diritto di vivere una vita tranquilla dove sono nato e dove abito.

    Non mi sembra retorica.
    Mi sembra l unica vera soluzione.

    L accoglienza è un palliativo...per loro perché ne accogliamo cmq a una velocità inferiore rispetto a quanto si riproducono...e non risolve il problema della miseria nei loro paesi. A causa della quale partono.
    Anzi semplicemente la sposta da là a qua.

    C è veramente qualcuno che crede che questa sia una soluzione?

  • Anonimo scrive:
    18 agosto 2017 21:33

    Come si può definirsi di sinistra e voler rappresentare i proletari , mentre spesso si fa propaganda identitaria ( anche nel pezzo “Sinistra transgenica” ) , dato che la maggioranza degli attuali proletari non ha origini “italiane” ?

  • dexxo dex scrive:
    18 agosto 2017 23:44

    Nel 2000 non c'erano ancora tutte le fratture sociali che sono incorso adesso e nemmeno un numero di immigrati così rilevante come oggi. L'esperienza bresciana è figlia del suo tempo. Oggi le condizioni sono veramente troppo diverse. Nel 2000 i pacchetti Treu stavano intaccando il sistema del lavoro ma 17 anni dopo la situazione è ben peggiore.

  • Radek scrive:
    19 agosto 2017 10:59

    L'esperienza citata dall'autore è del 2000. Sono passati 17 anni. In questi anni le coesioni sociali e le appartenenze sono collassate. L'immigrazione è cresciuta. Il sentimento dell'italiano medio e (dell'immigrato integrato) è di timore nei confronti delle nuove immigrazioni e non certo di solidarietà nei confronti queste.
    Non esiste più un nucleo storico aggregante. Ma esiste la nostalgia per la nazione come essa era fino agli anni 60.
    Il presupposto della lotta di classe come motore della storia è un'assunzione metafisica.
    La lotta di classe è solo una delle molte forme del conflitto e non è nemmeno la prevalente. Il concetto di interesse di classe è un'astrazione ben chiarita da Polanyi.
    Di norma le elite tengono in conto l'interesse di tutte le classi (sempre più di 2) in quanto interesse generale (pur in maniera graduata)e non certo per ragioni morali, ma per ragioni di stabilità e di ordine pubblico.
    Il ritorno ormai visibile all'interesse nazionale è un tentativo di una parte delle elite di rimediare alle tensioni maturate in questi 30 anni di globalizzazione.
    Vedrete sparire l'attivismo dirittoumanistico e le tutele "antidiscriminatorie" delle "minoranze".
    saluti Radek

  • Anonimo scrive:
    19 agosto 2017 22:25

    "Il ritorno ormai visibile all'interesse nazionale è un tentativo di una parte delle elite di rimediare alle tensioni maturate in questi 30 anni di globalizzazione".

    Radek, dici che è inutile agitarsi troppo, che la sovranità scenderà dall'alto?

  • Anonimo scrive:
    19 agosto 2017 23:43

    Intervento verboso,istintivamente irritante,abbinato alla solita inconcludente prosopopea del ceto politico di quella "sinistra"(destra)immaginaria sempre più lontana dall'analisi concreta della situazione concreta.Cosa significa:"l'esodo consistente,ma non di massa" di cosiddetti "migranti"?Intanto sarebbe più opportuno chiamarli "emigranti"perché tali sono, richiedenti asilo per motivi economici e poi 200.000 ingressi l'anno cosa sono,una bazzecola per un paese devastato dalla Troika come l'Italia?La stragrande maggioranza si trasferisce qui attratta da una martellante propaganda secondo cui l'Europa viene descritta per quella che non è,una terra in cui ci si può arricchire facilmente,dove vi sono molteplici occasioni per avanzare nella scala sociale e diventare finalmente un "benestante"da rispettare(sic).E questi sarebbero i nuovi proletari che metteranno in crisi il sistema,con questi "valori'?Il sistema per il quale anelano è quello che gli viene propinato falsamente,facendo loro diventare dei complici oggettivi del Capitale,altro che "profughi"da accogliere a braccia aperte.Quanta affabulazione sinistrata saremo costretti ancora a sorbirci di fronte a FATTI OGGETTIVI oramai non più mistificabili?

  • Anonimo scrive:
    20 agosto 2017 16:02

    Eh sì. Si capisce che questo Dino Greco è intellettualmente onesto, a cui non sfugge che la sinistra sia oramai zombi. Tuttavia, la questione migratoria è un'infallibile cartina di tornasole... che anche Greco dimostra di essere prigioniero del mondo simbolico della sinistra che fu. Non faccio spallucce, so anche io che ognuno di noi per vivere nel mondo, deve avere principi, sentirsi dentro un mondo simbolico. Ma come fa Greco a non vedere che proprio la questione migratoria chiama in causa l'avvenuta sostituzione del mondo simbolico marxista-comunista con quello cosmopolitico-liberal-cristiano? Che era appunto l'asse della critica di Pasquinelli, asse di critica che Greco dice di condividere. Dubito che lo condivida davvero.
    Roberto

  • Aldo Zanchetta scrive:
    20 agosto 2017 19:46


    Più che poderosa giudico l’analisi di Moreno coraggiosa e molto opportuna e concordo sui punti della “mutazione genetica” da lui denunciati. Analisi che in realtà, ad essere franchi, non è nuova: basterebbe rileggere alcuni degli Scritti Corsari di Pasolini o alcuni testi di Ivan Illich, anticipatori temporibus illis di questa mutazione, oppure, in tempi più recenti, alcuni scritti di persone più vicine temporalmente al presente dibattito come il compianto Bontempelli e il da qualche tempo silenzioso Badiale.
    Coraggiosa perché Moreno, sintetizzandole in maniera efficace e proponendole senza perifrasi al dibattito di un movimento politico in lotta, elenca quelle che sono delle vere palle al piede del pensiero di una sinistra obsoleta, palle al piede che anche Greco ribadisce nel suo intervento: dalla rinunzia a rovesciare i rapporti di proprietà capitalistici per sostituirvi la mitologia della crescita, all’infatuazione per la sola rivoluzione di cui si può parlare, quella tecnologica, all’astratta declamazione di diritti e valori, in un mondo in cui non esistono più classi, ma solo individui in reciproca concorrenza.
    Il problema urgente oggi, riprendendo le parole di Greco, è far nascere una soggettività sociale e politica capace di mettere sul serio in discussione l’ordine delle cose presente. Prendo altresì atto della dichiarazione di morte che entrambi fanno di una certa “sinistra”, che certamente ha avuto grandi meriti storici ma che, col mutare dei tempi, ha perso il passo per un’analisi adeguata del reale e una azione conseguente.
    Oltre a questo trovo reale e urgente il problema –sollevato ad es. da Michéa in I misteri della sinistra (si, lo so che a molti il citare Michéa fa storcere il naso)- di trovare, in sostituzione di un termine glorioso ma ormai fonte più di equivoci e malintesi, un nuovo significante capace di riunire un ampio fronte anticapitalista. Mi pare un problema da molti sottovalutato e ritenuto provocatorio.
    Per questo spero che il sasso nello stagno gettato da Moreno segni l’inizio su questo blog di un dibattito vero e approfondito. Concordo anch’io sulla carenza di alcuni passaggi nell’analisi di Moreno della trasmutazione genetica, in particolare sul perché essa sia stata possibile, tanto per non gettare sempre le responsabilità sulla perfida astuzia del solito “nemico” rifuggendo da una necessaria e salutare autocritica.
    A.Z.

  • Anonimo scrive:
    20 agosto 2017 21:31

    Lenin contrapponeva l'"insensata fiducia piccolo borghese nelle buone intenzioni" ai fatti oggettivi. Esiste una soggettività politico-sindacale forte? No. Una massiccia presenza di immigrati contribuisce a crearla o a renderla più difficile? "L’unione dei “proletari di tutto il mondo” nel conflitto di classe interno a ciascuna nazione è inconcepibile, a meno di ipotizzare che i rapporti di forza tra capitale e lavoro siano sufficientemente omogenei nei diversi contesti geopolitici. Prima vengono i rapporti di forza all’interno delle singole nazioni e i loro esiti: se questi sono abissalmente diversi, allora nelle nazioni più sviluppate un conflitto interno alla classe lavoratrice, indigena e immigrata, è inevitabile, con conseguente indebolimento generale del suo potere contrattuale." (Barba e Pivetti, La scomparsa della sinistra). A me pare un ragionamento abbastanza lineare.

  • Anonimo scrive:
    21 agosto 2017 01:28

    A proposito di "grandi meriti storici" di quella specifica formazione politica che si suole definire "sinistra" e che avrebbe perso, secondo molti, la sua pricipale ragion d'essere nel corso degli anni, mutando la sua connotazione da forza di opposizione al capitale, a reggicoda e alleata dello stesso,rinnegando la sua funzione universale e universalistica.In questa narrazione vi è,a mio parere un'equivoco di fondo che pesa come un macigno e che non fa i conti con la strategia DAVVERO ATTUATA da questa sedicente "sinistra"storicamente data e che va giudicata alla prova dei FATTI.Chi si ricorda,ad esempio dell'immediato dopoguerra dove vi erano REALI possibilità per le classi dominate di avanzare sul piano sociale grazie ad una lotta di liberazione che è stata anche,e soprattutto, lotta di massa contro quelle élites che sono tornate ad essere quello che sono oggi?Bene in quel frangente storico determinante per regolare i REALI RAPPORTI DI CLASSE, la cosiddetta "sinistra"(il Pci in sostanza)in che modo rispose alle masse affamate e pronte alla ribellione?Innanzitutto soffocando ogni tentativo di spostare l'asse di tali rapporti di forza che sono sempre rimasti saldamente nelle mani di una borghesia inizialmente "nazionale",trasformata poi in "compradora".Parafrasando "il Migliore" per cui si arrivava da lontano e si andava lontano,bisogna dire che da quel lontano non ci si è mai mossi.E che dire dei vari governi di "unità nazionale",le "svolte dell'Eur",il disprezzo ed autentico odio per ogni forma di lotta VERA contro il massacro sociale pianificato dai "governi amici"(del Capitale),il tutto con una sequenza che non può essere solo frutto di un "tradimento",ma è stata invece una attenta e lucida strategia di "CONTENIMENTO"dentro le compatibilità del sistema (capitalistico)di una formazione politica autoproclamatasi"sinistra" funzionale alla riproduzione del Capitale,senza la quale lo stesso non avrebbe avuto alcuna chance di sviluppo.Non si può parlare di trasmutazione,bensì di coerente e lucida politica a fianco del capitale di cui essi erano e sono il più fedele guardiano,quello che Costanzo Preve chiamava,a ragione,"serpentone metamorfico".Luciano

  • Radek scrive:
    21 agosto 2017 10:58

    per anonimo del 19 agosto 2017 22:25
    Il ritorno all'interesse nazionale scende dall'alto perchè è richiesto dal basso. E' un classico processo di aggiustamento per riconseguire il consenso perduto.
    saluti radek

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