venerdì 20 maggio 2011

CONTINUA IL DIBATTITO SULLA DECRESCITA


«Tre domande ai comunisti»
una risposta dovuta a Domenico Moro

di Marino Badiale e Massimo Bontempelli



«Siete orgogliosi della potenza del pensiero di Marx, e ne avete ragione. Ma davvero non capite che questa è un'aggravante per il vostro fallimento? Perché se si fallisce partendo da una teoria sbagliata, la cosa è semplice, basta trovare una teoria migliore. Ma se si fallisce partendo dalla teoria migliore e più potente attualmente disponibile sulla realtà del capitalismo, appunto quella di Marx, allora c'è davvero un problema».


Qualche tempo fa è stato pubblicato in rete un articolo di Domenico Moro in cui vengono criticati vari autori legati alle teorie della decrescita[1]. Fra gli altri, viene discusso e criticato il nostro scritto su “Marx e la decrescita”[2]. Le critiche che nascono da un autentico desiderio di confronto razionale sono sempre le benvenute, naturalmente, perché permettono di migliorare le proprie tesi, di correggere gli errori, di maturare. Purtroppo non è questo il caso dello scritto in questione. Esso non mostra il benché minimo desiderio di confronto razionale, limitandosi a dare una versione caricaturale della nostra impostazione, e a dileggiare questa versione da lui stesso creata. Non ci interessa, ovviamente, rispondere a chi manifesta una simile personalità. Ci siamo però convinti che scrivere una risposta fosse un atto dovuto nei confronti di due categorie di possibili lettori: i gruppi ai quali si rivolge Moro, da una parte, e le persone che hanno dimostrato interesse e apprezzamento per il nostro lavoro, dall'altra. Per questi due gruppi di lettori sono utili, noi crediamo, due diversi tipi di considerazioni. 

A chi si rivolge Moro? Come è chiaro dal tono del suo scritto, e dall'esame dei siti dove è apparso,  egli si rivolge ad alcune delle nicchie comuniste rimaste in Italia (essenzialmente piccoli frammenti generati dalla dissoluzione di Rifondazione e del PdCI), e il suo scritto ha una valore di difesa ideologica di queste nicchie. Non si tratta di discutere razionalmente pregi e difetti di una proposta teorica come quella della decrescita, si tratta di difendere un proprio orticello ben recintato. Una nuova proposta teorica, che rischia di far saltare i recinti, deve essere svalutata in blocco. Per questa operazione Moro usa tutti i trucchetti truffaldini di chi vuole erigere un cordone sanitario attorno alle idee sottraendosi a una vera discussione. Facciamo qualche esempio.

Nell'introdurre il nostro scritto, egli ricorda che uno di noi due (Badiale) ha scritto qualche tempo fa un articolo dedicato a una proposta di superamento della contrapposizione fascismo/antifascismo. Ora, questo richiamo potrebbe suonare un po' strano. Siamo autori (in coppia o singolarmente) di un certo numero di articoli e libri, molti dei quali facilmente rintracciabili in rete. In molti di questi scritti discutiamo anche di decrescita, che è il tema di cui si sta occupando Moro. Ma di  tutta la nostra produzione, egli, a parte lo scritto su Marx e la decrescita di  cui discute, cita solo questo altro articolo, il cui argomento centrale non ha nulla a che fare con la decrescita.  Se quella di Moro fosse una discussione razionale, questo comportamento sarebbe un po' strano. 
La spiegazione è quella che abbiamo dato sopra: Moro non vuole discutere le nostre idee, vuole solo screditarci di fronte alle piccole nicchie comuniste. Poiché in questi ambienti il tema dell'inattualità storica di una militanza antifascista in senso stretto è considerato una specie di tradimento, ricordare che uno di noi ha fatto una proposta di questo tipo, anche se non c'entra nulla con la decrescita, serve all'operazione di svalutazione che è l'unica cosa che a Moro interessa. 

Per accentuare questa svalutazione Moro riporta la proposta di quell'articolo in modo del tutto deformato: in esso non si propone neanche alla lontana “ la necessità di un dialogo tra le minoranze antisistema, tra comunisti e fascisti”, come scrive Moro: si propone in primo luogo e soprattutto che comunisti a fascisti abbandonino la loro identità, smettano di essere comunisti e fascisti. Un dialogo fra comunisti e fascisti, dovrebbe capirlo chiunque, è una cosa ben diversa di un dialogo fra “non più comunisti” e “non più fascisti”. Inoltre Moro omette di ricordare che questo dialogo, nella nostra proposta, dovrebbe avvenire avendo come riferimento la Costituzione della Repubblica Italiana. Per noi, infatti, rimane più che mai valido l'antifascismo incorporato nei valori della Costituzione, di cui abbiamo in diversi scritti sostenuto la priorità essenziale, attirandoci per questo le critiche di alcuni veteropseudomarxisti. Il motivo di questa omissione è sempre lo stesso: poiché negli ambienti comunisti cui Moro fa riferimento la Costituzione (nata dalla Resistenza) è considerata un valore, ricordare che noi siamo per la difesa della Costituzione non andrebbe nella direzione da lui voluta. I suoi lettori potrebbero pensare che non siamo poi così cattivi, se difendiamo la Costituzione.

Facciamo un altro esempio. All'inizio del nostro scritto ricordiamo che il marxismo è una costruzione successiva alla morte di Marx, dovuta “in parte a Engels, ma soprattutto ai dirigenti della socialdemocrazia europea, tedesca in primo luogo”[3]. Moro riporta questa nostra osservazione scrivendo che il nostro lavoro gli appare concentrato nel formulare alcune critiche a Marx e seguaci: “La prima è quella secondo cui il marxismo – come movimento ideologico e politico – sarebbe il prodotto di Engels più che di Marx, caratterizzandosi per una impostazione antidialettica, positivista e scientista.”. Nel modo in cui Moro riporta la nostra tesi scompare il fatto che noi ci siamo riferiti “soprattutto” ai dirigenti socialdemocratici. Perché questa omissione? Sempre per lo stesso motivo: di fronte al pubblico comunista al quale Moro si rivolge presentare qualcuno come un critico di Engels significa svalutarlo. Ma se questo è lo scopo, ricordare che nel giudizio in questione si parla più dei dirigenti socialdemocratici che di Engels non va bene, anche perché Marx è stato il primo a contestare, fin da Per la critica del programma di Gotha, il marxismo dei dirigenti socialdemocratici, fino al punto da fare la nota affermazione che lui, Marx, non era marxista. Come sopra: se parliamo male della socialdemocrazia forse non siamo così cattivi.

Un ultimo esempio. Citando la nostra discussione sulla nozione di “materialismo storico” Moro la riassume in una frase: “Il materialismo storico è “una metafisica senza fondamento” “. Questo sarebbe il succo della nostra posizione. Ma ovviamente non è questo ciò che noi abbiamo sostenuto a proposito del materialismo storico. Abbiamo scritto 1) che il materialismo storico è una metodologia di analisi storica fortemente legata alla ricerca storica empirica (tutto il contrario di ciò che comunemente si intende per “metafisica”, dunque); 2) che il materialismo storico può diventare una metafisica della storia se viene assunto come fondamento filosofico del marxismo; 3) che di questa operazione non vi sono che piccole tracce in Marx, mentre essa viene sviluppata da una parte importante del marxismo del Novecento[4]. Uno dei più intelligenti e autorevoli studiosi del pensiero marxiano, Antonio Labriola, aveva peraltro già difeso la tesi del materialismo storico come metodologia di interpretazione della storia. Chiunque può capire la differenza fra le nostre tesi e ciò che ne riporta Moro. Anche qui il fine di questa deformazione è sempre il solito: svalutarci agli occhi delle nicchie comuniste, presentandoci come poco intelligenti violatori del sacro dogma.

Non intendiamo proseguire oltre. Faremmo solo un lungo e noioso elenco delle interessate deformazioni operate da Moro. Tutta la sua discussione delle nostre tesi è costruita in questo modo, e non ha evidentemente alcun valore. Vogliamo invece rivolgerci anche noi al pubblico al quale si rivolge Moro, alle piccole nicchie comuniste per le quali questo scritto di scarso valore è stato pensato. Ci limitiamo a porre tre domande.

Prima domanda: non vi pare che interventi come questo siano, prima che disdicevoli sul piano intellettuale, semplicemente ridicoli? Questo tipo di interventi erano sbagliati (tragicamente sbagliati) anche ai tempi di Zdanov o di Alicata, ma allora almeno avevano una loro serietà (tragica, appunto). C'era dietro qualcosa di reale, di grande. Adesso c'è solo il vuoto. Non è ridicolo star lì a difendere il recinto dell'ortodossia da Badiale e Bontempelli, quando è l'intera storia degli ultimi decenni che lo ha spazzato via?

Seconda domanda: non vi rendete conto che chi scrive una cosa di questo tipo vi sta trattando come bambini? Che vi sta raccontando la favoletta che fuori del vostro sicuro recinto c'è un mondo cattivo pieno di gente malvagia che, pensate un po', parla perfino male di Engels, ma per fortuna c'è Moro che vi protegge? Non vi sentite offesi nella vostra dignità di esseri umani raziocinanti di fronte ad uno scritto a voi rivolto nel quale si fa strame della più elementare correttezza intellettuale, che prescrive serietà e rigore nel riportare le idee che si vogliono attaccare?

Terza domanda (la più importante): ma dove pensate di andare con polemiche di questo tipo? Volete rilanciare il movimento comunista in Italia? E vi pare questo il modo? Dalle nicchie comuniste ancora presenti in Italia da tempo non viene nulla né sul piano dell'iniziativa politica né su quello della ricerca intellettuale (a parte isolate eccezioni, tra le quali spicca, in campo storico, l'alto livello di competenza metodologica e di profondità contenutistica raggiunto da Domenico Losurdo). Non vi pare che questo indubitabile stato delle cose segnali che la chiusura nei recinti non serve più a nulla, non produce più nulla? Siete orgogliosi della potenza del pensiero di Marx, e ne avete ragione. Ma davvero non capite che questa è un'aggravante per il vostro fallimento? Perché se si fallisce partendo da una teoria sbagliata, la cosa è semplice, basta trovare una teoria migliore. Ma se si fallisce partendo dalla teoria migliore e più potente attualmente disponibile sulla realtà del capitalismo, appunto quella di Marx, allora c'è davvero un problema. Perché vuol dire che c'è qualcosa di completamente sbagliato, un errore di fondo, nel vostro modo di fare politica e di fare teoria. Noi vi stiamo suggerendo che un aspetto di questo errore di fondo è il fatto che nel vostro ambiente è normale scrivere e leggere e pubblicare testi come questo di Moro. Può darsi che abbiamo torto. Ma al vostro posto ci rifletteremmo seriamente.

Riguardo alla teoria marxista, sui cui studi evidentemente Moro non è aggiornato (sarebbero da vedere soprattutto quelli di altissimo livello di Roberto Fineschi), c’è un unico punto nel quale egli fa una obiezione che ha qualche rapporto effettivo con ciò che noi abbiamo scritto, ed è quando rifiuta la nostra interpretazione della crisi attuale come crisi di sottoconsumo (o sovrapproduzione), sostenendo al contrario che la crisi attuale è una crisi di sovraccumulazione di capitale, e che questa è anche in Marx la radice ultima delle crisi del capitalismo. Si tratta di una questione poco comprensibile al di fuori degli ambiti marxisti, ma visto che secondo noi Marx ci dà dei fondamentali strumenti di comprensione del capitalismo, ci sembra che valga la pena di rispondere. A nostro avviso la contrapposizione fra spiegazioni della crisi basate sulla sovrapproduzione (o sottoconsumo) e spiegazioni basate sulla sovraccumulazione (e quindi, in ultima analisi, sulla caduta tendenziale del saggio di profitto) è una contrapposizione astratta e sterile. Il capitalismo è una totalità dialettica (i marxisti tendono ad abusare della parola “dialettica”, spesso oltretutto banalizzandone il significato, ma in questo caso è davvero appropriata), della quale gli aspetti sopra indicati sono momenti. Si tratta, quindi, di ricostruire una teoria della crisi, di cui ci manca una coerente linea di ragionamento di Marx, dato che i suoi elementi sono contenuti per lo più nel terzo volume del Capitale[5], attraverso l'utilizzazione logica dello strumento dialettico. Noi riteniamo che la caduta tendenziale del saggio di profitto generi un aumento della scala della produzione per mantenere invariata la massa di plusvalore a saggio del plusvalore decrescente, e che l’aumento della produzione così generato si scontri con problemi di sovrapproduzione che rendono difficoltosa la realizzazione del plusvalore stesso; allora ciascun singolo capitalista può decidere investimenti in tecnologia che abbassino i costi per eliminare i concorrenti e realizzare il proprio plusvalore a scapito degli altri capitalisti, ma in questo modo si aumenta la composizione organica del capitale e quindi si accentua la caduta tendenziale del saggio di profitto, e così via. Ricaviamo questo modello di funzionamento da un'applicazione agli elementi economici in questione della dialettica hegeliana del fondamento reale[6]. Siamo disposti a discutere seriamente, se c'è qualcuno interessato a questo nesso, teoreticamente assai astratto, tra logica dialettica hegeliana e contenuti di economia marxiana, la nostra interpretazione su base dialettica della teoria della crisi. La nostra conclusione è che scarsità di domanda, declino della redditività degli investimenti e caduta tendenziale del saggio di profitto siano aspetti diversi di una medesima realtà dialetticamente connessi fra loro che hanno maggiore o minore valore esplicativo a seconda della sfera capitalistica di cui si parla. La loro contrapposizione in quanto diverse spiegazioni della crisi ha quindi scarso valore teorico.


Passiamo adesso al secondo gruppo di persone alle quali questo nostro scritto può essere utile, le persone interessate alla decrescita e al lavoro teorico da noi svolto su questo tema. Riteniamo che per queste persone possano essere utili alcune osservazioni sul tipo di obiezioni che Moro svolge alla decrescita (ci riferiamo adesso alla prima parte dello scritto di Moro, dedicato essenzialmente all'esame di Latouche). Pur non essendo di grande valore, tali obiezioni entreranno, o sono già entrate, a far parte dell'armamentario di chi critica la decrescita. Se la decrescita, come noi speriamo, continuerà ad attirare attenzione, obiezioni di questo tipo verranno ripetute nelle situazioni più diverse. Può quindi essere utile fornire qualche osservazione generale, e qualche risposta che possa essere utilizzata dai sostenitori della decrescita.

La proposta della decrescita è in primo luogo e fondamentalmente una proposta di diminuzione della produzione di merci attraverso la loro sostituzione con beni e servizi economici che non abbiano la forma di merce. In secondo luogo è, nell'ambito delle merci, una proposta di sostituzione di quelle prodotte con alto consumo energetico con altre a minor consumo di energia e a minor impatto sull'ambiente. La decrescita è, dunque, per prima cosa, una proposta di demercificazione della produzione, e solo subordinatamente, e di conseguenza, una proposta di diminuzione dei consumi, poiché una società demercificata sarebbe libera dalla coazione al consumo oggi imperante. Criticare la decrescita senza neanche un accenno alla distinzione tra beni in forma di merce, e beni senza quella forma, come fa Moro, è quindi una cosa, ci si consenta, realmente cialtronesca. Sarebbe come parlare della teoria economica di Marx senza neppure accennare al valore e al plusvalore. Dalla rimozione di questo punto essenziale della decrescita, deriva la tritissima espressione, più volte usata in Confindustria, che la decrescita ci riporterebbe al Medioevo. L'argomento è dello stesso livello intellettuale di chi dice che la teoria di Marx, presa sul serio, porta al Gulag.

La decrescita per essere realizzata ha bisogno di nuove tecnologie indirizzate al risparmio energetico. Evitare gli sprechi di energia e produrre beni con minore contenuto di energia implica ovviamente nuove tecnologie, e quindi ricerca scientifica e tecnologica per realizzarle.
In terzo luogo, l'affermazione di Moro che “la teoria decrescista è innocua se non addirittura funzionale al capitale” fa a pugni con la realtà: la crescita è il postulato comune a tutte le forze dominanti (sociali, politiche, economiche). Il dogma della crescita è affermato da politici di destra e sinistra, imprenditori, giornalisti, sindacalisti. In nome della crescita Marchionne azzera i diritti dei lavoratori, la Gelmini porta a termine la distruzione della scuola, la BCE ci chiede sacrifici. Destra e sinistra litigano su chi è più bravo a realizzare la crescita, la Confindustria chiede al governo un programma di crescita, e lo stesso fanno tutti i mezzi d'informazione del mainstream. Se la decrescita è così innocua e funzionale al potere, perché nessuno, ma proprio nessuno nei ceti dominanti si sogna di smentire il dogma della crescita?
Infine, la tesi che la decrescita sia essenzialmente reazionaria non coglie un punto fondamentale: la decrescita non indica una precisa formazione sociale. Decrescita è negazione del dogma della crescita, ma questa negazione può andare nelle direzioni più diverse. Per cui è certamente possibile, entro certi limiti, una decrescita con forti venature regressive e reazionarie (i limiti sono dovuti al fatto che comunque un certo sviluppo tecnologico è necessario, per la decrescita, come abbiamo osservato sopra), ma è anche possibile pensare la decrescita nei termini di una società più progredita, ragionevole e libera della società attuale. La situazione è analoga a quella cui si trovarono di fronte Marx ed Engels alla metà dell'Ottocento, quando cominciano ad avvicinarsi al socialismo e al comunismo. Le pagine del “Manifesto del partito comunista” nelle quali vengono criticate le varie forme di socialismo con le quali essi si erano confrontati, mostrano come all'epoca alla nozione di “socialismo” potessero venire associate proposte teoriche e politiche profondamente diverse da loro. Ma Marx ed Engels, pur criticando molte delle forme precedenti di socialismo, scelgono il socialismo e il comunismo e per essi si batteranno per il resto della loro vita. Perché? Perché evidentemente ritengono che il socialismo sia il modo per individuare il problema fondamentale del loro tempo, la contraddizione centrale. Ritengono  che esso sia il terreno su cui era necessario porsi. Se su quel terreno erano presenti nozioni inadeguate di “socialismo”, bisognava combatterle, ma senza abbandonare il terreno stesso.

Per la decrescita la situazione è analoga. Non si tratta di discutere se vi possano essere nozioni inadeguate o reazionarie di decrescita. E' ovvio che vi possono essere. Si tratta di capire se la nozione di decrescita individui oppure no il terreno fondamentale, o uno dei terreni fondamentali, sui quali nel nostro tempo si combatte lo scontro fra il potere necrofilo del capitale e le forze che ad esso si oppongono. Se è così, e noi crediamo che sia così, individuare forme inadeguate di decrescita non è ovviamente un motivo per abbandonarne il terreno, precludendosi così di cogliere la verità che solo in esso si può trovare, ma è solo uno stimolo per correggere le forme inadeguate ed elaborare proposte teoriche e politiche decresciste all'altezza dei problemi del nostro tempo.

Genova-Pisa, maggio 2011

NOTE

[1] D. Moro «La decrescita non è la soluzione», SOLLEVAZIONE del 9 aprile 2011 e D.Moro, Cosa sono i teorici della decrescita e come lottano contro il marxismo, reperibile all'indirizzo http://www.resistenze.org/sito/te/pe/dt/pedtbd05-008713.htm
[2] M.Badiale, M.Bontempelli, Marx e la decrescita, Abiblio, Trieste 2010. Moro cita la versione reperibile in rete all'indirizzo http://www.sinistrainrete.info/marxismo/801-marx-e-la-decrescita-per-un-buon-uso-del-pensiero-di-marx
[3] M.Badiale, M.Bontempelli, cit., pag. 15.
[4] M.Badiale, M.Bontempelli, cit., pagg. 17-18 e 20-21-22.
[5] É noto che Marx ha pubblicato solo il primo volume del Capitale, e che il secondo e il terzo sono stati pubblicati postumi sulla base di suoi materiali che si sono rivelati, ai più recenti esami, più disorganici e provvisori di quanto non si fosse in passato ritenuto. Del resto, se Marx li avesse ritenuti già nell'essenziale convincenti, sarebbe alla fine arrivato a pubblicarli lui stesso.
[6] Cfr. F. W. Hegel, Scienza della Logica, Laterza, 1996, tomo II, pagg. 516 e segg. 
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