mercoledì 26 giugno 2019

PODEMOS TORNI ALL'OPPOSIZIONE di Manolo Monereo

[ mercoledì 26 giugno 2019 ]

I nostri lettori ben conoscono Manolo Monereo, noto intellettuale e dirigente della sinistra radicale spagnola. In questa intervista tenta di spiegare le ragioni della grande crisi che attraversa Podemos, dopo la batosta elettorale in occasione delle elezioni politiche dell'aprile scorso e quella ancora più dura delle regionali e comunali del 26 maggio. Vere le ragioni del declino indicate da Monereo, e che egli indica con chiarezza nell'intervista, tra cui tre le principali: il modello organizzativo verticistico, la litigiosità dei suoi gruppi dirigenti, la disponibilità a governare col PSOE. A noi sembra che Monereo questa volta eviti di andare a fondo. Il veloce declino di Podemos avviene in parallelo a quello Fance Insoumise, alla catastrofe di Syriza (le imminenti elezioni  Grecia la registreranno senza dubbio), al disastro in Germania di Die Linke e quindi alla crisi del Labour di Corbyn in Regno Unito e, per finire al suicidio della sinistra radicale in Italia. Il declino di Podemos è quindi parte di un fenomeno a scala continentale, che potremmo descrivere così: siamo innanzi all'ennesimo fallimento di autorigenerazione della sinistra. Un'autorigenerazione "populista" nella forma ma politicamente corretta, europeista e sostanzialmente neo-socialdemocratica nella sostanza. Temiamo che a poco servirà, oramai, il lavacro del ritorno all'opposizione che Monereo propone a Podemos. Senza un pensiero profondo, senza una visione strategica, senza una direzione temeraria non si va da nessuna parte.

*  *  *

D. Nel 2015 abbiamo assistito alla vittoria di una serie di coalizioni locali radicali in diversi municipi in tutto il paese, mentre a livello nazionale Podemos minacciava di soffiare l’egemonia a sinistra al Psoe. Dopo la perdita di consensi di Podemos nelle elezioni politiche, la sconfitta di maggio subita dalle coalizioni radicali in molti municipi è sembrata una conferma della fine del momento post-Indignados nella politica spagnola. Come spiegheresti la fase di risacca di questo movimento?

R. Per spiegarlo dobbiamo considerare gli sviluppi di due movimenti differenti. Il primo copre un ciclo più lungo, ed è legato alla reazione democratica della società spagnola alla rottura del contratto sociale dopo la crisi del 2008. Il movimento degli Indignados aveva richieste simili a quelle di Occupy Wall Street, ma [a differenza del movimento americano] riuscì a mobilitare milioni di persone, dando vita a un vero e proprio movimento di massa fondato sull’alleanza tra una gioventù precaria e una generazione più vecchia, politicizzatasi durante il passaggio alla democrazia negli anni Settanta. La generazione di mezzo fu meno attiva.

Grazie soprattutto all’intelligenza e all’audacia di Pablo Iglesias, così come a quella di Ada Colau, questa indignazione è riuscita a esprimersi in maniera politicamente organizzata. Nel 2014, l’ingresso di Podemos nella vita politica ha portato, a sua volta, all’apertura di un secondo ciclo, più piccolo, nel quale le élite hanno provato a neutralizzare la minaccia al regime esistente.


Questo contro-movimento all’inizio è stato composto di tre cose. Primo, una campagna di diffamazione contro Podemos, con tanto di azioni illegali di spionaggio politico e collusione tra politici di alto livello, polizia e media sistemici. Secondo, la comparsa di un nuovo partito di centrodestra, Ciudadanos. Originariamente piccolo partito regionale della Catalogna, è stato pesantemente finanziato dalle potenze economiche col fine di ostacolare dal centro la crescita di Podemos. Terzo, le dimissioni del re [Juan Carlos] un mese dopo l’irruzione di Podemos [dopo quasi quarant’anni di regno] e il tentativo di rinnovare le istituzioni attorno a suo figlio Felipe.

Chiaramente ci sono stati anche altri elementi che sono entrati in gioco in questa campagna di contenimento. Fra questi figurano la ripresa parziale della crescita economica e — probabilmente il più decisivo — la crisi catalana nel 2017. Questi vari elementi, messi insieme, hanno prodotto un nuovo scenario con coordinate diverse da quelle del 2014-16 — uno scenario a cui Podemos non è stato capace di adattarsi. E così il partito ha cominciato a commettere degli errori, il più importante dei quali è stato l’incapacità di gestire le divergenze politiche interne alla leadership. Il cuore del gruppo dirigente del partito non è stato capace di fare quadrato attorno alle proposte politiche, non per via di fondamentali differenze strategiche ma per una lotta di potere intestina.

La spinta democratica si è infine placata con la caduta del governo del Partido Popular lo scorso anno, mentre il sistema si stabilizzava attorno alla figura di Pedro Sánchez. Quando è subentrato il Psoe [con il sostegno del partito di Pablo Iglesias nel decisivo voto di fiducia] Podemos ha definitivamente perso il controllo del processo. Da questo punto di vista possiamo parlare della fine di un ciclo apertosi con le rivolte degli Indignados.

D. Ma c’era una qualche alternativa al voto favorevole alla mozione di sfiducia al governo di Mariano Rajoy che ha portato Sánchez al potere? Come avrebbe potuto Podemos impostare diversamente la propria relazione con lui e con i Socialisti?


R. No, hai ragione, non c’era nessuna alternativa reale se non sostenere Sánchez. Ma avremmo dovuto ripensare totalmente la nostra tattica, e invece non l’abbiamo fatto. Entrando in una relazione di cooperazione conflittuale con il governo del Psoe, era essenziale rafforzare l’autonomia dell’identità e del progetto politico di Podemos. Non avremmo dovuto continuare come prima, con un’organizzazione di partito debole e ignorando la necessità di costruire anche strutture extra-istituzionali.

Al contrario, quando ha assunto l’incarico la tattica di Pedro Sánchez per il Psoe è stata molto chiara. Consisteva in quello che il Partito Socialista ha sempre fatto — neutralizzare tutto ciò che c’è alla sua sinistra per poter guardare al centro in cerca di una maggioranza. Sin dall’inizio, ha voluto ridurre il più possibile il supporto elettorale di Podemos. Solo così il Psoe sarebbe stato libero di realizzare la propria agenda.

Ma quello che non avrei mai potuto immaginare è che, messa di fronte a queste contraddizioni, la leadership di Podemos avrebbe deciso di adottare come proprio slogan elettorale la promessa di governare con il Psoe. È per questo che non mi sono ricandidato — non volevo governare con i Socialisti. E non perché sono settario. Un’alleanza social-democratica come quella del Partito Laburista di Jeremy Corbyn mi sarebbe piaciuta, ma il Psoe è legato al sistema esistente ed è incapace di rompere con il regime neoliberista spagnolo.

Inoltre, come abbiamo visto dai risultati elettorali, avvicinarsi al Psoe con l’obiettivo di governare è, in ultima analisi, controproducente. Il nostro progetto perde la sua indipendenza mentre il voto utile favorisce il partito più forte della coalizione. Questa dinamica fa parte di quella che io chiamo il «prigionieri problema Iu», per esempio, la trappola in cui Izquierda Unida è sempre caduta: ogni volta che si è avvicinata ai Socialisti sperando di governare, ha finito per perdere voti e di conseguenza per perdere peso politico e dunque influenza sul governo.

Questo è il dilemma di Podemos oggi, quando ormai la possibilità che potesse rivaleggiare con il Psoe per l’egemonia è svanita. Dato l’attuale rapporto di forze, sembra difficile immaginare di poter raggiungere un accordo soddisfacente su un programma di governo. Se i Socialisti non erano disposti ad accettare una coalizione ad armi pari prima, perché dovrebbero accettarla adesso che hanno riguadagnato il vantaggio? Perché Sánchez dovrebbe accettare di entrare in coalizione con un Podemos indebolito?

D. Hai fatto cenno prima al fatto che Podemos ha faticato a risolvere il problema dell’organizzazione. Un fatto evidenziato dagli scarsi risultati nelle elezioni di maggio, notevolmente inferiori rispetto ai numeri portati a casa nelle elezioni politiche di solo un mese prima. Il voto nazionale ha reso evidente che una campagna incentrata sulla figura di Iglesias può ancora mobilitare una fetta consistente di elettorato, mentre le elezioni regionali hanno sottolineato la mancanza di un radicamento territoriale del partito. Fino a che punto ritieni che ciò sia dovuto alle scelte della leadership di Podemos? Ed è giusto collegare il suo fallimento al fallimento più generale di tutte le organizzazioni emerse dopo la crisi del 2008? Sto pensando a France Insoumise o anche a Barcelona en Comú, che pur avendo un’organizzazione interna più sana non è un partito di massa.

R. Come ha spiegato l’analista politico irlandese Peter Mair, confrontando questo fenomeno con l’epoca della democrazia dei partiti di massa — nell’Europa contemporanea c’è un vuoto tra la società e i partiti politici. Non ci sono più corpi intermedi a organizzare e mediare tra la vita di tutti i giorni e le istituzioni politiche formali. Questo contesto chiaramente porta al tipo di struttura partitica che abbiamo visto con Podemos e France Insoumise, dove conta molto la relazione tra il leader carismatico e l’elettorato.

Ma per me la leadership di Podemos è riuscita a trasformare questo vizio in una virtù: partendo dal presupposto che le persone non si sarebbero mai dedicate all’attivismo di partito, si sono concentrati sul creare un piccolo gruppo di quadri dirigenti in grado di intervenire nelle istituzioni. Non sono mai stati davvero interessati al difficile lavoro di ricostruzione di un partito di massa dalla testa ai piedi. Il risultato è stato che in un paio d’anni Podemos è diventato ciò che Mair chiama un «partito cartello» — un corpo centralizzato e professionalizzato che dipende dalle risorse statali per finanziarsi ed è privo di democrazia interna in termini sostanziali.

Pablo Iglesias ha guadagnato legittimità dalla relazione diretta e non mediata con la base del partito. Periodicamente si votano le proposte che avanza Iglesias, ma senza che ci sia un vero e proprio contraddittorio o un dibattito interno agli organi del partito. La base non ha i mezzi per avanzare proposte dentro le strutture partitiche. Nel voto per i candidati alle elezioni politiche, ad esempio, Iglesias ha proposto la sua lista senza che ci fossero però alternative, e così i membri si sono limitati a votare sì o no a quella lista.

Ma al momento della verità, il maggior radicamento sul territorio dei partiti tradizionali è emerso con chiarezza. Il Psoe continua ad avere una base di attivisti organizzata che, seppur un po’ vecchia, si estende per tutta la Spagna fino all’ultimo villaggio o cittadina. Ed essendo ritornato al potere, il partito sta anche conquistando nuovi membri. È questo che conta nelle elezioni locali e regionali.

Senza l’alleanza con Izquierda Unida, sostenuta dai Comunisti, per Podemos sarebbe andata ancora peggio. La ragione per cui in Andalusia siamo andati meglio che alle politiche è che abbiamo potuto sfruttare l’organizzazione e l’attivismo del Partito Comunista nella regione. Sono stato eletto deputato a Córdoba, e in tutta la provincia Podemos ha soltanto 120 attivisti, ma i Comunisti avevano abbastanza persone sul campo da riuscire a conquistare il consiglio municipale di ben quindici città. Questa situazione non è responsabilità esclusiva di Pablo, ma anche della leadership regionale dell’Andalusia.

D. La perdita della maggior parte delle città ribelli della Spagna — conosciute come «Città senza paura» — è stato un altro duro colpo per la sinistra. Nelle città più grandi, dove la posta in gioco era più alta, le amministrazioni municipali sono state sottoposte a grosse pressioni e hanno fatto fatica a fare passi in avanti. Madrid è l’esempio più chiaro del tentativo delle élite di sabotare l’agenda del consiglio, ma è giusto dire che, alla fine, è stata la sindaca Manuela Carmena a non voler combattere contro le maggiori potenze economiche della città?

R. Certo, lo si può dire di Carmena, ma anche di Ada Colau a Barcellona — così come dell’amministrazione di Santiago de Compostela, La Coruña, Cadice, ecc. Il problema principale è che, dopo la crisi finanziaria, in Spagna la capacità di gestire efficacemente e governare le città si è fortemente ridotta. Solo nell’ultimo anno o anno e mezzo queste amministrazioni hanno avuto dei soldi da spendere. Il consiglio comunale di Madrid aveva un grosso avanzo di bilancio da poter investire ma le leggi finanziarie dello stato le impedivano di farlo. Quei soldi sono serviti a ripagare gli enormi debiti contratti dal precedente governo cittadino del Partido Popular.

La critica che fai — avanzata da molti settori di Podemos e da alcuni di Izquierda Unida — è sicuramente vera, secondo me. Però è davvero difficile governare una città quando i conflitti interni ai partiti politici vengono scaricati sulle spalle dell’amministrazione municipale. Credo che nel consiglio municipale di Madrid ci sia stata troppa partigianeria e non abbastanza coerenza nella gestione. Questo ha generato divisioni, portando a posizioni in cui ci si trovava di fronte a scelte binarie: o sei dalla parte di Carmena in tutto e per tutto, o sei contro di lei.

La coalizione di Carmena era molto variegata, e includeva diversi partiti e gruppi dei movimenti sociali. I vari attori coinvolti non hanno provato a trovare dei compromessi, per non parlare di sviluppare meccanismi capaci di superare queste divisioni. L’unica cosa a cui puntavano era essenzialmente la redistribuzione del potere all’interno dell’organizzazione. È stato così stupido, così miope. Per esempio, Pablo Iglesias non ha ostacolato l’inversione a U di Carmena sull’Operazione Charmartin [lo sblocco del piano di costruzione di un enorme distretto finanziario a nord di Madrid] — ma si è scontrato con lei per il controllo delle liste elettorali! Se c’è un problema politico, lo devi sollevare e discuterlo come tale. Ma quello che non puoi fare è lasciare che tutti si facciano la guerra tra di loro e arrivare cinque minuti prima delle elezioni e dire: «Comunque sia, dovete inserire in lista questi cinque candidati».

Esiste una cosa chiamata gestione del conflitto, e Pablo non è riuscito a gestire bene il conflitto interno a Podemos, dato che punta sempre a stabilire relazioni dirette con i suoi sostenitori.

D. L’ex-vice leader di Podemos Iñigo Errejón a febbraio ha scelto di dare vita a una nuova piattaforma elettorale con Carmena, Más Madrid. Mentre Carmena si ricandidava sindaca, Errejón si è candidato per la presidenza della regione, dove ha ottenuto un buon risultato. Quale sarà la sua prossima mossa?

R. Credo che abbia lasciato Podemos per sempre. La rottura è definitiva, e lui e i suoi uomini vorranno creare un partito a livello nazionale. Non ci sono elezioni all’orizzonte, e dunque si prenderanno il loro tempo e costruiranno con calma questa nuova organizzazione, più simile a una federazione, con l’obiettivo di attrarre alcuni degli altri gruppi regionali che si sono divisi da Podemos.

D. E quale dovrebbe essere il prossimo passo di Podemos?
R. C’è un sacco da fare! Per quanto riguarda la sinistra radicale spagnola, in una prospettiva storica, abbiamo più deputati che mai — quarantadue. Ma ci sono tanti problemi tra Izquierda Unita e noi, e molte persone se ne sono andate. Quello di cui abbiamo bisogno è accumulare forze. Questo significa lasciare da solo il governo del Psoe e andare all’opposizione, mentre ricostruiamo il progetto dal basso.

In questo senso ho proposto due cose: una è di indire gli stati generali della sinistra spagnola — non solo un congresso di partito di Podemos o di Izquierda Unida — così da ritornare a una politica di massa che metta le persone di nuovo al centro, e concentri il dibattito sulla necessità di un progetto nazionale alternativo. Secondo poi, dobbiamo rafforzare il progetto creando assemblee congiunte e commissioni aperte al pubblico. Durante gli ultimi anni Izquierda Unida ha perso sia membri che attivisti. Ora è più debole di quanto non fosse quando stava sola, senza Podemos, e gli attivisti rimasti stanno diventando sempre più irrequieti su quest’alleanza.

Ma non dobbiamo essere pessimisti. Il Psoe è più debole che in passato — la sua forza adesso è quasi interamente virtuale. Il partito si presenta come la nuova forza guida dell’Europa socialdemocratica e, chiaramente, rispetto al 2015-2016 ha riguadagnato forze. Ma bisogna tener presente che ha comunque ottenuto il terzo peggior risultato della sua storia! Il progetto di restaurazione portato avanti dall’establishment spagnolo è dovuto più alle nostre debolezze e miopie che alla propria forza. E per questo motivo è possibile per noi andare avanti.

D. Questo momento di stabilità non è destinato a durare — basta guardare all’Europa…

Sì, una piccola crisi economica, o un atto di aggressione internazionale nel Medio Oriente potrebbero aprire di nuovo la partita. E anche se in Spagna l’establishment ritrovasse una parvenza di stabilità, il mondo sta andando verso uno stato di caos quasi permanente. È questa per me la chiave. Pablo ha insegnato geopolitica ma non sembra comprenderla, non sembra capire cosa sta succedendo nel mondo. Il mondo sta andando verso il caos, verso una nuova grande transizione che è già cominciata. Stiamo per entrare in un periodo simile a quello che l’Europa ha vissuto tra il 1875 e il 1914 — che ha visto il fallimento della prima grande ondata di globalizzazione. Ora stiamo per entrare nel periodo di fallimento della seconda grande ondata di globalizzazione. E questo è qualcosa che Podemos ancora non capisce.

* Fonte: Jacobin

martedì 25 giugno 2019

L'ISLAM CHE SALVA IL CRISTIANESIMO di Eos

[ martedì 25 giugno 2019 ]


Soldati di Hezbollah pregano nella chiesa cristiana
dopo la liberazione di Ma'loula, in Syria, 15 luglio 2017

Il notevole articolo, di alto spessore storico-politico, di Andrea Riccardi — Il Mediterraneo del papa: dialogo, pace, convivenza —, già tra le altre cariche fondatore della “Comunità di San Egidio” e ministro per la cooperazione e l’integrazione nel Governo Monti, sviluppa due concetti, di netta sostanza geopolitica, di stringente importanza. 

Il primo è il saggio riconoscimento dell’identità spiritualmente non mediterranea della tradizione cattolico-romana. Il cattolicesimo fu da sempre “minoranza nel Sud” mediterraneo, salvo i maroniti, fulcro dello Stato libanese dal 1920; il cattolicesimo del Nord del Mediterraneo è stato estraneo alla vicende della riva Sud. 
La quintessenza politica del grande cattolicesimo tradizionale fu perciò quella, almeno sino alla metà dello scorso secolo, che l’ecumene del Sacro romano impero aveva incarnato, in modo ora più ora meno conforme all’intentio (per usare un termine scolastico) del Pontefice di turno. La caduta dell’impero asburgico fu in tal senso, per Roma cattolica, un trauma anche superiore all’affermazione del “nazionalismo” a trazione mediterranea del partito di Camillo Benso conte di Cavour. 

Il secondo importante concetto è che Riccardi vede una svolta nella strategia storica apertasi con il Concilio vaticano II: la Chiesa maturerebbe una visione mediterranea all’insegna dell’ecumenismo e dell’incontro con le altre religioni. Gli attori sarebbero i Papi: Giovanni XXIII, che visse a lungo a Istanbul, Paolo VI, che aprì al dialogo con islam e ebraismo, Giovanni Paolo II e infine Papa Francesco, che non solo ha ricevuto Peres e Abbas, ma ha anche cercato interlocutori islamici credibili come il grande imam di Al Azhar Al Tayyeb, con cui ha firmato nel febbraio scorso ad Abu Dhabi il Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune. 


Ritengo che se il primo concetto espresso da Riccardi colga assolutamente nel segno, il secondo meriti delle precisazioni. Mi sono già occupato della questione in questo blog QUI, e QUI. 

In sostanza, con il Concilio vaticano II non vi fu nessuna svolta mediterranea. L’ideale strategico del cattolicesimo “progressista” fu il medesimo praticato in secoli di storia politica, fu perciò l’ideale che ho definito euroccidentalismo allargato, per evidenti ragioni, al mondo americano. Philippe Chenaux, D. Menozzi e lo stesso Riccardi, meglio di ogni altro, con dovizia di fonti e dati, hanno mostrato nei loro studi la strategia intimamente europeistica e occidentalistica di tutti i Papi conciliari (Ratzinger compreso). Non stupisce quindi che il riferimento mediterraneista del cattolicesimo conciliare sia, per Riccardi, Giorgio La Pira — il sindaco di Firenze così importante non solo nella propagazione di un concetto teologicamente ambiguo e addirittura errato come quello di “giudeo-cristianesimo” quale progenie spirituale dell’occidente intero ma addirittura, per quanto ecumenista di certo non arabofobo, evidentemente sionista su basi metafisiche e religiose (Cfr. Ritornare a Israele. Giorgio La Pira, gli ebrei, la Terra Santa, a cura di Maria Chiara Rioli, Edizioni della Normale). 

Non può allora nemmeno stupire che migliaia e migliaia di cattolici mediorientali abbiano sostituito i ritratti di Vladimir Putin, Bashar Asad e del Patriarca Kirill a quelli tradizionali dei Papi cattolici. Sbaglia, Riccardi, a identificare nell’islamofobia la visione e la prassi di una sempre più nutrita schiera di cristiani (ortodossi o cattolici o di altra confessione) mediterranei e mediorientali che, come nota nel suo articolo, va prendendo le distanze dal Vaticano. 

La presa di distanza dal Vaticano è la presa di distanza da una potenza politica globale, quale è quella guidata da Papa Francesco, che questi “fratelli traditi e oppressi” (come li definisce Gian Micalessin) vedono quasi totalmente collusa, ancor prima ed ancor più che con l’Islam radicale sunnita contro cui si battono, con l’Occidente e con i sionisti. 

Probabilmente sbagliano; sicuramente esagerano; ma vi è qualcosa, o forse molto, che non quadra nella strategia mediterranea di Papa Francesco se coloro ai quali ci si vorrebbe primariamente rivolgere finiscono per rispedire al mittente il messaggio. Sbaglia, Riccardi: i cristiani mediorientali non sono sciocchi né carne da macello per la politica imperialista occidentale. 

I cristiani del Mediterraneo sanno bene che c’è un Islam che salva il cristianesimo. E’ l’Islam dell’Hezbollah: i soldati del “partito di Dio” ovunque arrivino a liberare monasteri e chiese, dove in molti casi si parla ancora l’aramaico, issano la bandiera gialla e verde del movimento sciita. Nel Vicino Oriente quella bandiera ha un solo universale significato: resistenza totale all’imperialismo sionista.

Per il Patriarca della Chiesa ortodossa russa
Kirill quella siriana è una "guerra santa"
 
Ma non è solo l’Islam del “partito di Dio” che accorre a salvare il cristianesimo. E’ anche l’Islam del generale persiano Qassem Soleimani, e tutti i cristiani del Vicino Oriente ben sanno che un numero assai elevato di giovani volontari iraniani e pasdaran, prima dell’intervento russo, andarono in Siria a morire non solo per difendere sciiti e alawiti, ma anche i cristiani. E’l’Islam di Mamhud Ahmadinejad che a ogni sacra ricorrenza cristiana si reca devotamente nella chiesa cattolica di Tehran.

Di fronte a tutto questo tornano in mente le parole del Goethe, il genio geopolitico e geospirituale che ci ha lasciato il Divano occidentale-orientale, secondo cui gli ultimi fedeli cristiani rimasti sulla terra avrebbero spiritualmente militato sotto le insegne di Muhammad e avrebbero recitato il “tawhid”. 


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BAGNAI, BRANCACCIO E BANKITALIA di Piemme

[ martedì 25 giugno 2019 ]




In coda alla critica di Brancaccio ai MiniBoT, da noi pubblicata ieri, un nostro lettore ha commentato:
«Dai, se uno non riesce nemmeno a entrare a via Nazionale e a sfrattare i vecchi inquilini, ma come spera di uscire dall'euro? Le mezze misure di Varou-fikis già abbiamo visto che risultati hanno dato! Borghi vuole seguire la stessa strada? No grazie! Molto meglio il Brancaccio leninista che ci invita a prendere palazzo Koch».
Premesso che le "mezze misure" di Varoufakis non vennero mai adottate dal governo Tsipras, siamo d'accordo che occorre "sfrattare i vecchi inquilini" (tutti di indefessa fede eurista) per quindi "prendere Palazzo Koch", ovvero riportare Bankitalia sotto controllo pubblico. Nella partita a scacchi con Bruxelles e Francoforte questa mossa, equivarrebbe, come chiunque può capire, come fare scacco matto — sarebbe insomma la sanzione definitiva dell'uscita. Non per questo, come abbiamo segnalato, quello dei MiniBoT sarebbe un "falso problema". A certe condizioni potrebbe essere una mossa difensiva per poi quindi mettersi nelle condizioni portare lo scacco matto.

Forse ci sbagliamo ma il giudizio stroncante di Brancaccio sui MiniBoT ne implica uno politico a monte, la radicale sfiducia non solo nell'attuale compagine governativa giallo-verde e, anzitutto, nel gruppo di economisti di Salvini, Bagnai e Borghi anzitutto. Egli pare escludere che essi abbiano un "Piano B" di uscita ove il "Piano A" di cambiare i Trattati fallisse (detto per inciso: noi pensiamo che fallirà).


Bagnai, la governance e l'oro di Bankitalia


Vale la pena ricordare, al di là delle acide polemiche con Alberto Bagnai, che la questione venne già affrontata da Brancaccio quando, si era nel 2014, mise in guardia dal "piano B" di Savona. Allora Brancaccio prese sul serio l'eventualità che l'uscita dall'euro potesse essere avocata proprio da potenti settori dell'establishment, di cui Savona era esponente. Col veto posto da Mattarella per scongiurare che Savona diventasse ministro dell'economia s'è capito che questi settori no-euro della grande borghesia, se ci sono, sono del tutto marginali. E questo allineamento della grande borghesia al partito dell'euro, ovviamente, è un serio problema per il governo giallo-verde. 

Tornando a Brancaccio e al suo invito ad espugnare il fortilizio di palazzo Koch, c'è un fatto nuovo, un fatto che ha messo in grande allarme gli euristi. Un fatto che dovrebbe far riflettere lo stesso Brancaccio.

SI tratta della proposta di legge, ispirata da Alberto Bagnai e firmata dai capigruppo di maggioranza al senato Massimiliano Romeo (Lega) e Stefano Patuanelli (M5s). Il crociato del "vincolo esterno" Federico Fubini ha lanciato l'allarme venerdì scorso, 21 giugno. Riportiamo più sotto per intero il suo articolo sul Corriere della sera. Obbligatorio leggerlo.

Cosa dice questa proposta di legge? Con essa
«... anche il direttore generale e uno dei suoi tre vice sarebbero indicati dal governo; gli altri due spetterebbero uno alla Camera e l’altro al Senato. Un metodo del genere ricorda quello della Bundesbank, dove il governo nomina il presidente, il vicepresidente e un altro esponente del vertice, mentre i tre rimanenti spettano al Bundesrat».
Si tratta dunque di una misura per mettere le mani su Bankitalia. Misura sacrosanta! Da notare che malgrado la forma sia copiata dalla Germania, Fubini, per nome e per contro del partito eurista, la scongiura. I tedeschi sì, noi che siamo una semicolonia no, semicolonia dobbiamo restare.

Non si tratta solo della cosiddetta "governance" di palazzo Koch. Come Fubini segnalava allarmato c'è di mezzo l'oro di Bankitalia, i suoi mille miliardi di riserve. Ricordiamo la polemica dei mesi scorsi in merito e la mozione che sempre su iniziativa di Bagnai venne approvata a larga maggioranza dal Senato (141 sì, 83 no e 12 astenuti). La suddetta mozione in pratica segnalava un concetto decisivo: “L’oro non deve essere restituito allo Stato. L’oro è dello Stato”. Ben detto e ben fatto!

Ci pare che questi passi sollecitati da Alberto Bagnai, debbano essere interpretati come tappe verso lo stesso obbiettivo indicato da Brancaccio: liberare e occupare palazzo Koch. Lo riconoscerà Emiliano Brancaccio? Chiediamoci quindi e chiediamo a Brancaccio: i MiniBoT sono una mossa estemporanea o non invece un tassello di una medesima strategia di "piano B"? Vedremo...

*  *  *

LA MOSSA GIALLO-VERDE SU BANKITALIA NELLA PARTITA PER L'EURO


L’ispiratore è Alberto Bagnai, il presidente leghista della commissione Finanze. L’obiettivo è ridurre gli spazi di autonomia della Banca d’Italia

di Federico Fubini


La proposta di legge è firmata dai capigruppo di maggioranza al Senato, Massimiliano Romeo (Lega) e Stefano Patuanelli (M5S). L’ispiratore è Alberto Bagnai, il presidente leghista della commissione Finanze. L’obiettivo è ridurre gli spazi di autonomia della Banca d’Italia. La relazione, resa nota ieri da Reuters con la proposta di legge, si propone di «evitare che attraverso l’indipendenza (dell’istituto, ndr) si possa esulare dal sistema di bilanciamento e controllo tipico delle democrazie liberali».

Fiducia dei mercati fragilissima

Alcuni aspetti di questa revisione darebbero spazio alle preferenze dei partiti. È il caso del sistema di nomine, per esempio. Oggi solo il governatore viene indicato dal governo, mentre il resto del direttorio è proposto dal Consiglio superiore di Banca d’Italia (quest’ultimo è una sorta di organismo di saggi dell’istituto stesso). Con la nuova legge, anche il direttore generale e uno dei suoi tre vice sarebbero indicati dal governo; gli altri due spetterebbero uno alla Camera e l’altro al Senato. Un metodo del genere ricorda quello della Bundesbank, dove il governo nomina il presidente, il vicepresidente e un altro esponente del vertice, mentre i tre rimanenti spettano al Bundesrat. Ma non è chiaro perché si debba cambiare proprio ora, quando sui mercati la fiducia verso l’Italia è fragilissima. Soprattutto, in nessun Paese europeo si ritrova l’altro aspetto della proposta Romei-Patuanelli: il parlamento potrebbe cambiare lo statuto della Banca d’Italia, che per ora invece dev’essere approvato dall’assemblea dell’istituto stesso. Quel documento definisce il sistema di governo interno e copre i temi più delicati per la banca centrale: «Le riserve — si legge all’articolo 39 — sono impiegate nei modi e nelle forme stabilite dal Consiglio superiore». In altri termini oggi è un organo di Banca d’Italia a definire l’impiego dei quasi mille miliardi di riserve dell’istituto, compresi i circa cento miliardi in lingotti e monete d’oro. Non sono possibili interferenze del governo o della maggioranza.
Battaglia pericolosa

Difficile ora dire se questa proposta di legge sia legata alla mozione fatta votare in marzo da Bagnai, dove si chiedeva «un intervento legislativo chiarificatore» sulla natura delle riserve auree. In realtà sul loro status già oggi non c’è alcun dubbio, perché la Banca d’Italia è un ente di diritto pubblico (a questo titolo nel 2018 ha versato al Tesoro 5,7 dei 6,2 miliardi del suo utile di esercizio, più 1,2 miliardi di tasse). Di sicuro, quel che accadrebbe all’eventuale approvazione della proposta Romeo-Patuanelli è fin troppo prevedibile: la Banca centrale europea esprimerebbe un parere negativo, perché dare al parlamento pieni poteri sullo statuto di Banca d’Italia ne comprometterebbe l’indipendenza. Un’opinione della Bce su una legge nazionale non è mai vincolante, ma se il parlamento di Roma ignorasse il parere legale di Francoforte la Commissione Ue trascinerebbe l’Italia davanti alla Corte di giustizia europea. Partirebbe una lunga e pericolosa battaglia sull’equilibrio fra i poteri dello Stato, sotto gli occhi del resto d’Europa e dei creditori internazionali. Perché in fondo le mosse di questi mesi sono di intensità crescente: prima la mozione sull’oro della Banca d’Italia; poi quella sui mini-Bot, chiaramente pensati per creare una specie di moneta parallela se l’Italia si trovasse tagliata fuori dalla liquidità della Bce come accadde alla Grecia nel 2015; infine l’affronto più audace, all’indipendenza della Banca d’Italia. È come se qualcuno cercasse l’incidente sui mercati che porti il Paese fuori dall’euro. Essere contro la moneta unica è legittimo. ovvio. Ma chi punta all’uscita deve dirlo apertamente, perché gli italiani possano decidere se questo è davvero quello che vogliono. Senza essere trascinati fuori strada — fuori dall’Unione europea, oltre che dall’euro — a fari spenti.




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lunedì 24 giugno 2019

MINIBOT? C'È UN MODO PIÙ SEMPLICE PER USCIRE di E. Brancaccio e M. Gallegati

[ lunedì 24 giugno 2019 ]


Qualche giorno fa, col titolo Tools exist for a transition towards a new currency, sul prestigioso Financial Times, è apparso un contributo assai critico sulla questione dei MiniBoT di Emiliano Brancaccio e Mauro Gallegati. 
La tesi dei due economisti, in base alle "intuizioni del compianto Augusto Graziani sul funzionamento del SEBC e sui lavori preparatori dei trattati istitutivi dell’euro, è icastica quanto fulminante: i MiniBoT come del resto ogni "moneta di transizione" sono "un falso problema", visto che sarebbe sufficiente che il governo dia ordine a Bankitalia di stampare ancora... euro. 
Per farlo sarebbe necessario che Bankitalia sia riportata sotto il controllo del governo. Auspichiamo questo passo? Ovvio che sì. Ma ciò non significa che i MiniBot siano un "falso problema". Rinazionalizzare Bankitalia sarebbe un attacco con la bomba atomica contro la Ue. Nell'attesa si può sempre difenderci con l'artiglieria.


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UNA “MONETA DI TRANSIZIONE” PER USCIRE DALL’EURO? UN FALSO PROBLEMA

di Emiliano Brancaccio e Mauro Gallegati

Quando la Grecia fu sull’orlo dell’uscita dall’euro, l’allora ministro delle finanze Yanis Varoufakis cercò con scarso successo di istituire un sistema parallelo di pagamenti per gestire l’eventuale transizione. Analogamente, la recente proposta di alcuni membri del Parlamento italiano di emettere i cosiddetti “Mini-BOT” è stata da molti interpretata come un tentativo surrettizio di introdurre una “moneta di transizione” per predisporre una via d’uscita dalla moneta unica. Con gli ultras anti-euro compiaciuti per la “furba” trovata e i pasdaran pro-euro pronti ad agitare il nuovo, minaccioso spauracchio.

In realtà, e al di là del folclore, chiunque abbia studiato i lavori preparatori dell’Unione Monetaria Europea sa che il Sistema Europeo delle Banche Centrali è già organizzato in modo tale da permettere un eventuale abbandono della moneta unica senza bisogno di ricorrere a monete di “transizione”. Basti notare, a questo riguardo, che la materiale emissione degli euro è rimasta di competenza delle banche centrali nazionali e che nel numero di serie di ciascuna banconota c’è una lettera che identifica la nazione emittente: S per l’Italia, U per la Francia, X per la Germania, e così via.

Non tutti i padri fondatori dell’euro condivisero la scelta di lasciare l’emissione materiale di moneta alle banche centrali nazionali, né appoggiarono la decisione di esplicitare i paesi emittenti su ciascuna banconota. Tuttavia quelle scelte furono compiute, il che oggi indubbiamente facilita eventuali transizioni da una valuta all’altra. L’unica banale condizione è che un governo che decida o si veda costrettoad abbandonare l’euro sia almeno in grado di controllare la banca centrale nazionale (Varoufakis, come è noto, non era nemmeno in grado di far questo).

Questa evidenza rende l’attuale dibattito sull’opportunità di dotarsi di una “moneta di transizione” piuttosto sterile e fuorviante. I governi che fossero un giorno sospinti verso l’abbandono della moneta unica europea dovrebbero affrontare notevoli difficoltà, specialmente se lasciassero piena libertà agli scambi e ai movimenti di capitale sui mercati finanziari. Le leadership attualmente in carica in Europa, siano esse pro o contro l’euro, non sembrano avere adeguata consapevolezza di queste grandi questioni. Ma i meri aspetti operativi della transizione verso una nuova moneta sono un falso problema: che ci piaccia o meno, gli strumenti per affrontarli esistono già.


* Fonte: Emiliano Brancaccio

** Emiliano Brancaccio (Università del Sannio) e Mauro Gallegati (Università Politecnica delle Marche)

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USCITA DALL'EURO E FILOSOFIA POLITICA di Moreno Pasquinelli

[ venerdì 21 giugno 2019 ]



«Quelli che mi vedono, raramente si fidano della mia parola: devo aver l'aria di uno troppo intelligente per mantenerla». J. P. Sartre

Il mio recente articolo LA PROFEZIA DI BAGNAI E IL DILEMMA SOVRANISTA, come si è visto da certi commenti ha suscitato perplessità e aspre critiche. Su quelle stupide mi sarà concesso soprassedere. Su quelle che invocano per noi, "traditori", la ghigliottina, stendo un velo pietoso. A chi sostiene che anche ove si giungesse all'italexit — siccome la politica economica della Lega è liberista e trumpiana —occorrerebbe combattere su due fronti —ove non valga la massima per cui è inutile spiegare i colori ai ciechi e la musica ai sordi — rispondo: 
(1) chi immagina che in queste condizioni sia fattibile una lotta su due fronti, è meglio che cambi mestiere invece di perdere tempo con la politica; (2) che il nemico principale, oggi come oggi, per il popolo lavoratore italiano, non è Trump, bensì la potente oligarchia ordoliberista euro-tedesca e (3) ove la casa Bianca, per ipotesi, offrisse un assist a Roma per rompere con l'euro-dittatura, esso, per quanto ciò sia indigesto a quelli che soffrono di dispepsia, andrebbe colto al volo per fare gol all'oligarchia di cui sopra e vincere possibilmente la Champion league. La  super coppa intercontinentale con l'imperialismo statunitense, la giocheremo semmai dopo, a condizione di aver vinto la partita con l'euro-germania.

Primum vivere. Usciti dalla gabbia dell'euro, ognuno può facilmente comprenderlo, si aprirebbe una fase nuova per l'Italia, ed a quella la sinistra patriottica è tenuta a prepararsi. Essa è oggi troppo debole? A maggior ragione occorre non commettere errori per rafforzarci ed essere in partita domani. 

V'è infine chi ci chiede quale sia il "limite" oltre il quale porremo fine al nostro sostegno critico e tattico al governo. Per quanto mi riguarda: quando e se questo governo cesserà di resistere all'attacco della Ue, ove cioè si tirasse giù le braghe. Quando lo sapremo? Molto presto, forse entro l'inverno.


Salvini e il "momento Polany"


Che questo governo faccia acqua da ogni parte, mi è chiaro. A maggior ragione  l'aggressione eurocratica è temibile e può avere successo. E' questo un argomento per fare spallucce o associarsi al nemico facendo fuoco sul governo? Cero che no. 
Ma andiamo al nocciolo della questione. Cosa in realtà pensano molti di coloro che criticano P101? che saremmo già passati dal "momento Polany" al "momento Tsipras", dalla resistenza populista all'élite eurocratica alla capitolazione. 
Questa tesi, mi ripeto, è sbagliata. 
Malgrado limiti, oscillazioni ed errori, in condizioni difficilissime — la potenza del nemico, la gravità inaudita delle sua minacce, avere nel governo il Cavallo di Tr(o)ia — la capitolazione non c'è stata. 
Vedo anzi i segni che difficilmente ci sarà. 
Così ci spieghiamo la minaccia della "procedura d'infrazione" dell'eurocrazia la quale così spera, se non di mettere in ginocchio il governo, di spaccare la maggioranza che lo sostiene, nella recondita speranza di un altro ribaltone.

Bisogna capirsi sul fenomeno populista e sul "momento Polany". 
Il triangolo polanysta ha tre lati: 
(1) c'è quello della crisi sistemica (che porta con se il declino dell'egemonia politica dell'élite oligarchica dominante);
(2) c'è quello della rivolta delle masse popolari — che fino a prova contraria ha una sostanza democratica e non reazionaria;
(3) c'è infine il lato della direzione carismatica o populista che quella rivolta vuole rappresentare.
Strabico è chi vede (o vuole vedere) solo uno di questi lati. 
Conta la risultante, che è prodotta dall'interazione di questi tre fattori principali. 
Tre lati a cui corrispondo tre domande e relative risposte:
(1) la crisi di egemonia dell'élite oligarchica è forse terminata? Sono forse in rimonta i partiti storici dell'élite? Non ci pare proprio, direi anzi che la crisi tende ad approfondirsi; 
(2) si è forse esaurita l'onda lunga della rivolta dal basso? No, e dato che la crisi sistemica si aggrava, questa alimenta e non trattiene l'insubordinazione popolare; 
(3) e che dire dal lato della direzione carismatica e populista? Dopo che questo rivoltismo democratico aveva premiato, grazie anzitutto a Beppe Grillo, i 5 Stelle, ora esso alimenta il salvinismo. Chiediamoci: per questo la spinta è più debole? O, al contrario, è più forte? Io dico che, sparito dalla scena Grillo e venuto al suo posto Di Maio, la pressione popolare per una svolta anti-sistemica è più forte, non più debole. Salvini lo sa, e deve tenerne conto. 

Ritengo forse Salvini il "salvatore della Patria"? Un "Principe" all'altezza del momento storico che vive l'Italia? 
No, non lo penso. 
Temo anzi che egli stesso sia consapevole del dilemma che consiste nella consapevolezza della sproporzione tra la grandezza della battaglia a cui anch'egli è chiamato dalla storia — coi i rischi e le incognite che essa porta seco — ed i mezzi e le modeste capacità sue e della sua squadra. 

Il futuro scioglierà questo dilemma, sapendo che in certi frangenti, all'assenza di grande saggezza politica e arguzia strategica si può sopperire con la follia. 
Si, sto proprio parlando della follia. Non nel senso elegiaco di Erasmo da Rotterdam, ma in quello machiavelliano per cui "dove c'è una grande volontà non possono esserci grandi difficoltà", nel senso che ci si deve liberare del freddo razionalismo che si inginocchia davanti ai dati di fatto, che si deve sfidare ciò che esso considera impossibile. 
Per quanto possa sembrare sconsiderato è vero ciò che afferma il protagonista Jake Sully in Avatar: "A volte tutta la vita si riduce ad un unico, folle gesto". 

Come la rivoluzione, certo su una scala più piccola, la rottura con l'Unione, è in effetti un gesto folle e ciò non di meno necessario per il nostro Paese. 
Sarà solo nel fuoco della battaglia che potrà nascere il machiavelliano "Principe", il Profeta per chi crede, che forse verrà da dove il nemico meno se lo aspetta.
«Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada. Sono venuto infatti a separare il figlio dal padre, la figlia dalla madre, la nuora dalla suocera: e i nemici dell'uomo saranno quelli della sua casa». [ Matteo 10,32-11,5 ]

La scommessa pascaliana


Ma niente. I critici vogliono certezze. Scienziati e ingegneri che per hobby hanno scelto la politica, partigiani del metodo cartesiano, le certezze le esigono addirittura matematiche. 
Per questo, mi ripeto, la politica — che come scrisse Lenin è un'arte — non fa per loro, poiché nella sfera del Politico certezze non se ne danno mai. 
Le rotture, non solo quelle rivoluzionarie, tutte quelle che chiedono audacia, tirano in ballo il fattore della decisione, e ogni decisione, nella politica come nella vita, è presa in condizioni di rischio e di incertezza. 
Vinceremo o perderemo? 
La verità è che nel momento in cui si entra in battaglia non è dato saperlo con sicurezza. Come disse Napoleone — un'altro che di decisioni temerarie se ne intendeva —, "On s'engage et puis... on voit".

I medesimi dicono che per questa battaglia il popolo non è pronto, anzi, che questa battaglia non la voglia. Ove non sia il volgare disprezzo profondo per le masse popolari — "Francia o Spagna basta che se magna" —, questo concetto (come ogni discorso politico) ha una sua base filosofica, ed è la concezione élitista della storia — i popoli sarebbero solo folla, gregge di pecore condannate a seguire e ubbidire al pastore (élite) di turno. 
Un pensiero, questo, a cui occorre strappare la maschera del realismo politico e denunciarne invece il suo carattere metafisico e reazionario. Non Hobbes o Bodin quindi, bensì Machiavelli, per cui il "tumulto" popolare e il conflitto tra chi sta sotto e chi sta sopra sono non solo costitutivi di ogni "ordine politico", ma la loro vera e più profonda e dinamica forza propulsiva. 

La maggioranza, in battaglia, qui come altrove, oggi come ieri, ci sarà trascinata da una minoranza ben preparata e agguerrita, come dai dominanti che non si faranno scrupoli e vorranno ottenere la vittoria ad ogni costo. In queste condizioni "fattuali", lo diciamo a chi spaccia la versione irenica e contraffatta dell'egemonia gramsciana, questa egemonia si decide sul terreno della forza. 
Come scrisse George Sand:

«Non nel dolce mormorio delle lodi,
ma nelle urla selvagge del furore
sentiamo le note del consenso».


Non è certa l'analogia tra il credere in Dio e credere nella rivoluzione, tuttavia il credere è per sua natura un atto di fede. Bestemmia in questi tempi di scetticismo e relativismo segnati dal discorso postmodernista tanto funzionale alla rivincita capitalistica e neoliberale. 
Il matematico e filosofo Pascal, contro gli atei, fece ricorso al calcolo delle probabilità: anche se ammettiamo che tra le due opzioni — che Dio esista oppure no — avessimo la stessa probabilità, dovremmo scommettere su quella più utile affinché la nostra linea di condotta sia virtuosa. 
La tesi di Pascal era più o meno la seguente: se Dio esiste saremo ricompensati con la beatitudine perpetua, se invece non esiste avremo perduto solo cose effimere e insostanziali. 
Di qui la sua affermazione per cui conviene vivere come se Dio ci fosse.

Ecco signori, come conviene credere che la rivoluzione sarà, occorre credere che l'uscita dall'euro, oltre che auspicabile è nell'ordine necessario delle cose. 
Per come la vedo io, anzi, l'Italia (di nuovo peculiare laboratorio storico) ha già imboccato quella via. 
Il populismo? 
Non è che il momentaneo rivestimento di questo processo di sganciamento dalla Ue e dalla mondializzazione, come il bruco che diventato crisalide, simbolo di rinascita, a certe condizioni, diventerà farfalla. 

A certe condizioni diciamo, poiché la crisalide potrà essere uccisa, così che nessuna rinascita veda luce. Chi vede solo il bruco e pensa che data la sua bruttezza non valga la pena aiutarlo nella sua metamorfosi, è colluso con chi vuole la morte sua, e con esso quella del nostro Paese.

Non convinceremo scettici incalliti, dottrinaristi e sovranisti della cattedra. 
Ci rivolgiamo a chi possiede quella oramai rara dote che è l'indole rivoluzionaria e patriottica. 
Chi ce l'ha, deve non solo augurarsi ma fare ogni cosa sia nelle sue facoltà affinché si vada in battaglia, scongiurando quindi la resa stile Tsipras, poiché essa sarebbe un disastro catastrofico, se non proprio un secondo "8 settembre". 
E dopo l'8 settembre non avremo da giocare alcun campionato, la squadra dell'Italia sarebbe annientata e gettata nell'abisso.

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GIORGETTI VIENE ALLO SCOPERTO...

[ lunedì 24 giugno 2019]



Certo, i media di regime soffiano sul fuoco; certo essi seminano zizzania per spaccare  il "governo populista". Ma è un fatto che man mano che cresce l'assedio da parte dell'Unione europea e dei suoi ascari nostrani, vengono a galla le tensioni nella maggioranza giallo-verde. Aumenteranno in vista della prossima Legge di bilancio, che ha tutta l'aria di essere una specie di redde rationem.

Stamattina la agenzie battono due notizie di peso. 

Da una parte ci dicono che Di Maio accusa Di Battista di "destabilizzare" il governo: "vuole votare a settembre" — cioè interpreta le uscita del Dibba proprio come noi avevamo fatto giorni addietro. Poi ci sono, ad attestare che nel M5S le tensioni aumentano, le dimissioni della senatrice Paola Nugnes, annunciate, guarda un po', con un'intervista a il manifesto.

Ma la notizia che campeggia su tutti i giornali stamattina è la bomba a testata multipla lanciata da Giorgetti. Liquidando come una corbelleria i MiniBoT — «C’è ancora chi crede a Borghi? Ma vi sembrano verosimili i minibot? Se si potessero fare, li farebbero tutti» — Giorgetti non colpisce solo Borghi, ma pure Salvini e con lui l'intero governo. Una  mossa che francamente ci aspettavamo e che, in modo simmetrico rispetto a quella del Di Battista, contribuisce a provocare la crisi di governo, le elezioni anticipate.

Dato il grande peso che Giorgetti ha nella Lega, la sua bomba avrà certo conseguenze. Non può essergli infatti sfuggito che l'idea (giusta) dei MiniBoT non è una stravaganza di Borghi, che essa è condivisa da Salvini, che infatti l'ha difesa giorni addietro con queste testuali parole:
«I minibot non solo sono nel contratto di governo ma sono anche stati votati dalla Camera. Sono lo strumento più intelligente per pagare i debiti della pubblica amministrazione: se qualcuno ne ha uno migliore bene, altrimenti dico che si va avanti con questo».
D'altra parte lo stesso Giorgetti aveva detto: 
«Tutte le soluzioni nuove sono contestate – spiegava - non dico che siano la Bibbia, ma i minibot sono una proposta per accelerare i pagamenti, una delle possibilità». 
Come mai questa giravolta? Di sicuro questa uscita di Giorgetti — ex bocconiano e liberista, uomo della borghesia padana in stretto contatto con Draghi — è un assist a Bruxelles, a Mattarella e al suo cavallo di Tr(o)ia nel governo, oltre che un gesto servile per candidarsi a commissario a Bruxelles.

Una conferma che di Lega non ce n'è una, ce ne sono due. Quella di Giorgetti che punta ad ubbidire ai diktat della Ue e a riportare la Lega nel centro destra e quella "populista" di Salvini.

Più ci si avvicina allo snodo della Legge di bilancio, più le pressioni dei poteri forti per spaccare Lega e M5s aumenteranno, e più quindi cresceranno le tensioni interne al "campo populista".


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sabato 22 giugno 2019

ABBIAMO GETTATO LA SPUGNA?

[ sabato 22 giugno 2019 ]

Cosa accadrà adesso?
Con questo titolo abbiamo pubblicato questa mattina una intervista di Leonardo Mazzei, sul quadro politico italiano alla luce del braccio di ferro con l'Unione europea.
Inesorabili sono giunte, oltre alle critiche, accuse dure da parte di certi lettori che con improbabile  sicumera ci accusano di avere venduto l'anima al diavolo (salviniano). Davvero non capiamo perché sprecano il loro tempo e non smettono di frequentare il nostro blog.  Vale la pena pubblicare la risposta di Mazzei.


*  *  *


Cari critici,

è un po' seccante dover ripetere sempre le stesse cose. Che si possono ovviamente non condividere, ci mancherebbe! Ma che sarebbe meglio non fare finta di non intendere.

Al signor anonimo che ci accusa di "aver gettato la spugna" (sic!) ricordo le decine di articoli di questo blog a denuncia delle posizioni della Lega e di Salvini su: securitarismo, politica internazionale in generale, servilismo verso gli Usa in particolare, filo-sionismo, famiglia e rosari, posizione su Tav e Tap, regionalismo differenziato, eccetera, eccetera.

Non basta? Ogni volta dovremmo ripetere la stessa litania? Pochi come noi hanno svolto critiche così severe e puntuali al salvinismo. Non per questo rinunciamo ad un'analisi più complessiva della situazione e dello stesso populismo di destra. Forse sarebbe meglio che anche altri seguissero questo metodo.

Ma l'accusa principale che mi viene rivolta è che nell'intervista in questione avrei sottovalutato la svolta a destra.

In verità io ho detto all'intervistatore tre cose:

1. Che una svolta a destra (ben più profonda di quella che viene agitata adesso) c'è effettivamente stata nella società italiana. Ma è un fenomeno (peraltro non solo italiano) degli ultimi decenni, non un fatto dell'ultimo anno,semplicemente riconducibile al solo salvinismo od al solo risultato elettorale di maggio. Sto parlando dell'affermazione dei principi del neoliberismo, del mercatismo, della prevalenza del privato sul pubblico, dell'individualismo sfrenato, del venir meno dei principi di solidarietà e fratellanza. Vi risulta che tutto ciò sia avvenuto ad opera della sola destra politica? E solo negli ultimi tempi? Ma per favore...

2. A conferma di questo fatto ho riportato gli altalenanti dati della destra (ma lo stesso discorso varrebbe per M5S e per il centrosinistra) degli ultimi 11 anni. Dati che, più che uno spostamento a destra, ci mostrano principalmente la ricerca di una via d'uscita dalla lunga fase di stagnazione/recessione che ha impoverito milioni di persone.

3. La tesi è che si sia dunque di fronte ad un voto fondamentalmente non ideologico. In questo senso penso sia scorretto parlare di "svolta a destra". In questa fase i voti si acquistano e si perdono con una velocità impressionante (vedi i precedenti di Renzi e di M5S). Poi ci sarà anche dell'altro, ma come non vedere che è questa fenomenologia - il voto a chi appare più incisivo in quel momento nel confronto con l'UE - l'aspetto principale da cogliere nella valutazione dei dati elettorali?



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EUROPEI PESCI IN FACCIA

[ sabato 22 giugno 2019]


Davvero il tanto atteso Consiglio europeo (massimo organo politico della Ue) si è concluso ieri con un nulla di fatto?
Non proprio. Non si può fare come gli inglesi: "nebbia nella manica, continente isolato". Di fatto, il Consiglio non solo non ha smentito la Commissione, ma ha avallato la sua decisione di procedere contro l'Italia con la "procedura d'infrazione". Questo vuol dire che, salvo una marcia indietro sostanziale del governo giallo-verde, l'avvio della famigerata procedura sarà formalizzata presto. Che non ci sia stata la marcia indietro, come augurato dalla "Quinta colonnna" mattarelliana capeggiata da Tria, è un fatto certamente positivo — a smentita di chi aveva già dato per scontato che i giallo-verdi si sarebbero calati le mutande. Calza dunque a pennello, per descrivere quel che si pensa ai piani alti della Ue, il titolo dell'articolo dell'economista tedesco che abbiamo pubblicato ieri: "sono pazzi questi romani".
Diciamocelo, un po' di "pazzia" con certi arroganti tecnocrati non guasta, e il braccio di ferro continua. Vero che l'esito non è scontato, come del resto che il pallino in mano ce l'ha Matteo Salvini.

Un Salvini che tuttavia dovrebbe prendere atto che la sua strategia formalmente altreuropesita gridata ai quattro venti prima delle elezioni, è fallita.
Qual era infatti il cavallo di battaglia di Salvini? I sovranisti vinceranno le elezioni — e se non le vinceranno ci andranno vicini —, così che dopo le elezioni gli eurocrati saranno talmente indeboliti che non potranno aggredirci.

Invece dalle urne del 26 maggio, a ben vedere, il polimorfo blocco europeista ne è uscito rafforzato, tranne che in Regno Unito e in Italia.

Forte di questo risultato, l'oligarchia eurocratica accetterà di concedere all'Italia ulteriore "flessibilità"? C'è chi pensa di sì, viste le conseguenze destabilizzanti che uno scontro frontale con l'Italia potrebbe avere sulla tenuta dell'Unione.
Siamo in quella situazione paradossale in cui i due sfidanti non vorrebbero colpirsi mortalmente ma si vedono costretti a farlo; quella situazione in cui il gioco con le sue regole finisce per prevalere sui desiderata dei giocatori.
Per dirla più semplice: nessuno dei due sfidanti, giunti a questo punto, può perdere la faccia.

Per cui riteniamo più probabile che un accordo di compromesso non lo si trovi. Vedremo presto se ci sbagliamo. E se ci sbagliamo vorrà dire che il governo giallo-verde — con la Legge di bilancio sullo sfondo — varerà a passo di corsa una manovra correttiva, la sola mossa che potrebbe giustificare un passo indietro della Commissione.
Per il momento, altro che passo indietro! Commissione e Consiglio hanno preso a pesci in faccia Conte e per suo tramite Salvini e Di Maio: hanno irriso alla lunga lettera con cui il governo italiano ha risposto alla missiva di Bruxelles neanche prendendo in considerazione le cifre e le stime su deficit e debito avanzate da Roma.

Così adesso la palla (anzi la bomba) ritorna nel campo del governo giallo-verde.
Col che i fragili e incerti equilibri interni al governo potrebbero saltare.
Tria si dimetterà? E che farà Conte in questo caso? Aprirà formalmente la crisi?



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