sabato 27 aprile 2019

GATTA CI COVA di Sandokan

[ 27 aprile 2019 ]

Questo blog si occupò di Armando Siri in tempi non sospetti (agosto 2017) con una critica di Mazzei alla proposta di Flat tax, vero e proprio marchio di fabbrica del faccendiere genovese che patteggiò la condanna per bancarotta fraudolenta.
Ora Siri è nei guai (e con lui la Lega di Salvini) a causa di un'intercettazione dalla quale si evince che avrebbe preso una mazzetta di 30mila euro, da un altro faccendiere, tale Paolo Arata, che a sua volta sarebbe in affari con un terzo faccendiere in odore di mafia, il pregiudicato Vito Nicastri. Vien fuori che il potente bocconiano Giorgetti ha assunto, presso il suo ufficio alla Vicepresidenza del consiglio, uno dei figli di Arata. Emerge infine che gli Arata avrebbero redatto il programma energetico della Lega.
I conti non tornano, o meglio, tornano eccome.

Sta di fatto che questa torbida vicenda sta facendo tremare il governo giallo-verde. Di Maio chiede le dimissioni del sottosegretario e solleva legittimamente la questione del conflitto d'interesse, Salvini e la Lega hanno blindato il faccendiere Siri.

Domanda: fatto salvo il principio che nessuno può essere considerato colpevole fino a sentenza passata in giudicato, è giusto che Siri resti al suo posto? Penso che no, penso che il nostro avrebbe dovuto, di sua sponte, rassegnare le proprie dimissioni. 

Salvini non può non sapere che per i Cinque Stelle, tanto più in un momento di loro grande difficoltà, la questione della "onestà" è una specie di Linea del Piave. Si può discettare se ciò sia giusto e se abbia la sperata efficacia politica, ma così è. Salvini tirerà dritto fino a mettere a repentaglio la vita del governo?

Se fosse questo il caso è evidente che Salvini ha un suo preciso piano, che implica il voto anticipato. Le gole profonde dicono che il Quirinale le concederebbe, poiché preferirebbe, egli ed i poteri forti che rappresenta, un governo di centro-destra a guida Salvini a quello che considera l'attuale marasma. E le concederebbe in autunno, in tempo per fare una Legge di bilancio lacrime e sangue, così come ... "ce lo chiede l'Europa".

Se le cose stanno così le elezioni europee sono un decisivo banco di prova per affondare il governo giallo-verde e sondare la fattibilità della consegna di Palazzo Chigi al nuovo centro-destra con l'avallo di Mattarella.

Chi ha sale in zucca sa come deve votare il 26 maggio....


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venerdì 26 aprile 2019

CLIMA 5: TUTTA COLPA DELLA CO2? di Leonardo Mazzei


[ 26 aprile 2019 ]
Dunque Greta è sbarcata a Roma. Non prima di aver fatto una capatina al parlamento europeo, ci mancherebbe! 
Una visita al Papa, un'altra al Senato, infine una piazza con palco alimentato a pedali (ma solo parzialmente, che pedalare stanca). Qualcuno voleva la prova provata di quanto il clima sia ormai un tema tutto politico, una clava in mano alle élite? Bene, l'ha avuta. Un motivo in più per sviluppare il nostro ragionamento.
Articoli precedenti:


*  *  *


Questa montatura mediatica, che fra l'altro rende fior di quattrini alla famiglia e a chi gli razzola attorno, è diventata stucchevole assai. La sua strumentalità non può sfuggire più a nessuno. Com'è possibile continuare a non domandarsi chi la muova?


Una breve premessa personale

Prima di passare al tema di questo articolo, mi sia concessa una breve premessa personale. Sia pure con qualche riserva, anch'io per molti anni ho sostanzialmente creduto alla teoria ufficiale del "riscaldamento globale". Poi sono iniziati i dubbi, che via via si son fatti certezza di trovarsi di fronte ad una narrazione artefatta e priva di scrupoli. Questo cambiamento di opinione è stato determinato principalmente da un fatto: l'insopportabilità, la manifesta falsità dell'ossessione catastrofista che si ritrova in ogni discorso non solo sul clima, ma sul tempo del giorno dopo. E' questo allarme continuo propalato dai media, mai contrastato dalle autorità politiche, sempre benedetto dalla cultura mainstream, che mi ha portato prima a dubitare, poi a formarmi un'idea piuttosto critica sulla teoria del "Riscaldamento Globale Antropogenico" (AGW).

Mentre nel terzo articolo ho cercato di dimostrare, sulla base degli stessi dati ufficiali, come nessuna catastrofe sia alle porte; nel quarto penso di aver documentato a sufficienza la falsità assoluta della teoria dell'aumento degli eventi estremi. So bene, però, come tutto ciò sia ben lungi dallo scalfire le certezze dei credenti della nuova religione climatica. Con costoro ci vuol pazienza, ricordandosi sempre che "col tempo e la paglia maturano anche le nespole". E pazienza ci vuole anche con chi - ne abbiamo già parlato nel primo articolo - pur riconoscendo la montatura in atto, pensa che per difendere l'ambiente anche una falsità possa servire allo scopo.

Non è questa ovviamente la mia opinione. E non solo perché dietro a certe campagne ci sono sempre precisi interessi, ma soprattutto perché non credo che basandoci su una teoria sbagliata si possa andare nella direzione giusta.

Negli articoli precedenti abbiamo visto sostanzialmente due cose: primo, come la teoria dell'AGW sia decisamente discutibile; secondo, come invece il pensiero mainstream tenda sempre, in maniera sistematica e totalitaria, ad impedire ogni discussione razionale sul tema. Eppure la razionalità - non solo sul piano scientifico, ma anche su quello storico - avrebbe da applicarsi fondamentalmente ad un punto: in quale misura il modesto riscaldamento in corso, pur se non diverso da altri verificatisi nella nostra epoca geologica, sia di natura antropogenica.

Sul punto, la risposta del pensiero unico dominante in materia climatica è semplice: la responsabilità è dell'uomo (mai del sistema) e la prova risiede nell'aumento dell'anidride carbonica (CO2) nell'atmosfera. Ma davvero le cose sono così semplici?


La CO2 e il Sole

L'aumento della CO2 nell'atmosfera terrestre è cosa nota, anche se sulle misurazioni relative al passato (effettuate in carote di ghiaccio) sono sorti ultimamente vari dubbi. Si stima comunque che la CO2 presente in atmosfera all'inizio della rivoluzione industriale fosse pari a 280 ppm (parti per milione), mentre oggi siamo arrivati a 405 ppm, con un incremento del 44% in circa 240 anni. Un dato indubbiamente notevole, che sarebbe assurdo sottovalutare. Si tratta però di una quantità comunque piuttosto modesta, passata dallo 0,028% allo 0,040% dei gas che compongono l'atmosfera terrestre. E' possibile che una quantità tanto piccola sia così decisiva? Secondo i più assolutamente sì, secondo altri certamente no.

Figura 1 - Aumento della CO2 a Manua Loa (Hawaii)

In figura 1 si può osservare l'aumento costante dell'anidride carbonica registrato alle Hawaii dal NOAA (National Oceanic and Atmospheric Administration) dal 1960 al 2016. Si tratta di una tendenza che trova riscontro in tutte le stazioni di rilevamento del pianeta. Abbiamo già visto, però, come ad un aumento così costante della CO2 non abbia corrisposto un andamento termico altrettanto regolare. Ad esempio, sempre con riferimento alla figura 1, sappiamo che nel periodo 1960-1980 mentre l'anidride carbonica saliva, la temperatura scendeva. Dev'esserci dunque dell'altro.


A tal proposito, i climatologi non allineati con la narrazione dominante invitano a guardare al Sole, piuttosto che alla CO2.


Figura 2 - Variazione del livello del mare in rapporto all'attività solare (1915-2008)
Il grafico della figura 2 è stato presentato dal prof. Nir Shaviv durante un'audizione al Bundestagnel novembre scorso. Esso ci mostra una correlazione quasi perfetta tra le variazioni del livello del mare (e dunque all'ingrosso della temperatura) e quello della radiazione solare, in pratica la quantità di energia che la Terra riceve mediamente dal Sole, misurata in Watt/mq. A dire il vero un grafico assai eloquente. Naturalmente, neppure Shaviv nega il ruolo della CO2, ma afferma che «il Sole ha contribuito a più della metà del riscaldamento». Una stima che sembrerebbe piuttosto ragionevole.


L'effetto serra

Premesso che senza "effetto serra" noi non potremmo essere qui a parlane - è solo grazie a questo provvidenziale effetto che la temperatura media terrestre è attorno ai +15 °C, anziché ai -18 °C - qual è il contributo dell'anidride carbonica a questo fenomeno? Sulla materia gli esperti divergono alla grande.

Una cosa è però certa. Il principale gas serra non è la CO2, bensì il vapore acqueo. Quale sia il suo contributo percentuale è anch'esso oggetto di discussione. Secondo alcuni sarebbe del 95%, secondo altri dell'85, secondo altri ancora del 70%. In ogni caso, anche coloro che ne valutano un'incidenza minore non riescono proprio ad andar sotto al 50%. Chi ha ragione non si sa, ma volendo essere prudenti possiamo assumere una stima media tra gli studiosi del 70%.

Poiché altri gas serra hanno il loro peso - tra questi il metano, il protossido di azoto e gli alocarburi, quanto incide allora la terribile CO2? Anche in questo caso i pareri sono discordi. Si va infatti da un minimo del 5% ad un massimo del 20%, ma il grosso degli studiosi sembra accreditare una percentuale del 14-15%. A scanso di equivoci precisiamo subito che tutte queste percentuali non sono riferite alla quantità (nel qual caso il vapore acqueo rappresenterebbe la quasi totalità dei gas serra), bensì alla loro incidenza effettiva sul fenomeno.

Bene, ma quanto di questo 15% scarso è di natura antropica? Qui il discorso si fa più complesso e le divergenze ancora più ampie. Secondo Justus e Morrissey, citati da Mario Giaccio in Climatismo: una nuova ideologia, tale percentuale sarebbe solo di un misero 2%. Si tratta probabilmente di una sottostima, visto che nel 2018 - a dispetto dei tanti impegni presi - siamo arrivati ad un totale di emissioni antropiche di 41,5 miliardi di tonnellate di CO2. Tuttavia, il 57% di queste emissioni viene rapidamente assorbito dalla vegetazione e dagli oceani. Restano comunque 17,8 miliardi di tonnellate, pari allo 0,6% dell'anidride carbonica presente nell'atmosfera. Peraltro, anche questo 0,6% annuo non deve trarre in inganno. Difatti il bilancio effettivo della CO2 non è meramente aggiuntivo. Esso è invece un saldo tra quanta ne entra e quanta ne esce ricadendo verso il suolo ed il mare, dopo una permanenza di diversi anni.

Ecco che entra qui in gioco la discussione sul tempo di permanenza della CO2 nell'atmosfera. Cinque-sette anni, come risulta dalla letteratura per i cicli naturali, od addirittura cinquanta, cento anni e più come affermano i seguaci dell'IPCC per le emissioni antropiche, senza però fornire prove tangibili di questo scarto rispetto a quel che sappiamo per i cicli naturali?

Come si vede il caos delle stime impera ad ogni passo. E ci vuole davvero un bel coraggio ad affermare che ormai sulla teoria dell'AGW non vi sono più incertezze.


Un piccolo calcolo


Tirando le somme di quanto abbiamo scritto fin qui, quale può essere davvero l'incidenza delle attività umane sul "global warming"? E' chiaro come un simile calcolo, da farsi comunque con tutte le prudenze del caso, vada preso solo per quello che è: una sintesi numerica di un ragionamento che si può condividere oppure no, ma comunque basato su dati sostanzialmente ufficiali.

Cosa ne vien fuori da questo calcolo? Abbiamo visto come nell'aumento della temperatura il peso dell'attività solare è certamente superiore al 50%, ma noi prudentemente ci fermiamo al 50% esatto. Stabilito questo primo passaggio, non sta scritto da nessuna parte che il restante 50% sia interamente attribuibile all'effetto serra, ma noi generosamente lo concediamo. Abbiamo anche visto, però, che solo il 15% dell'effetto serra è riconducibile alla CO2. Sulla quota antropica della CO2 esistono davvero i pareri più distanti. Mentre i serristi vogliono far credere che esso sia pari al 100%, tra i critici si arriva a stimare percentuali dall'1 al 5%. Bene - giusto per le ragioni prudenziali che abbiamo detto - assumiamo qui che tutto l'aumento della CO2 degli ultimi due secoli e mezzo (125 ppm, pari al 31% del totale) sia interamente di natura antropica.

Ora, dopo questa concessione decisamente esagerata ai teorici dell'AGW, qual è il risultato finale? Eccolo qui: 0,50 (percentuale aumento temperatura attribuita all'effetto serra) x 0,15 (quota dell'effetto serra riconducibile alla CO2) x 0,31 (quota antropica del 100% sull'aumento della CO2) = 0,023 = 2,3%. Avete capito bene: 2,3%. Dunque, tradotto in gradi centigradi, tenuto conto dell'aumento registrato di 0,8 °C nel periodo 1880-2018, abbiamo un'incidenza antropica sulla temperatura pari a 0,018 °C (2,3/100 x 0,8 = 0,018). Insomma, un dramma...

Dato che l'ossessione mainstream è tutta per l'anidride carbonica, ci siamo qui limitati a calcolare l'incidenza antropica sul riscaldamento globale dovuta a questo gas. Per completezza dobbiamo però considerare anche gli altri gas serra, in particolare il metano, il protossido di azoto e gli alocarburi. Tra questi solo il metano ha un trend di crescita paragonabile a quello della CO2, modesto invece l'incremento del protossido di azoto (+16% dal 1700), mentre tra gli alocarburi  è da segnalare la drastica riduzione dei clorofluorocarburi a seguito dell'adozione del Protocollo di Montreal del 1987 a tutela della fascia di ozono.

Ad eccezione degli alocarburi, l'origine di questi gas, che incidono sull'effetto serra per un massimo del 15%, è solo in parte di natura antropica. Nessuno tra gli scienziati sostiene che il loro incremento possa avere avuto un peso paragonabile a quello dell'anidride carbonica. Ma anche se noi ammettessimo un'ipotesi del genere si arriverebbe solo al raddoppio dell'incidenza antropica sul "riscaldamento globale", giungendo dunque all'iperbolica cifra di 0,036 °C.

Naturalmente il nostro è un calcolo molto sommario, ma anche se volessimo raddoppiare di nuovo il risultato, attribuendo così tutto il riscaldamento all'effetto serra come pretende l'IPCC, si arriverebbe sempre ad una modestissima incidenza antropica di 0,072 °C. Insomma, anche a mettercela tutta non si riesce proprio ad arrivare ad un decimo di grado. Non vi sembra un po' poco per giustificare l'attuale battage catastrofista? 


Una discutibilissima quadratura del cerchio


Chiaro che un calcolo di questo tipo non verrà mai fuori dai palazzi dell'IPCC. Tuttavia, non potendo nascondere che la CO2 è assai meno importante del vapore acqueo, e che quest'ultimo al 99,9% è di origine non antropica, i catastrofisti hanno dovuto aggiustare la loro tesi.



Figura 3 - IPCC 2001, un classico esempio di manipolazione sui gas serra: 

dov'è finito il vapore acqueo?
Mentre ancora circolano rappresentazioni grafiche come quella in figura 3, che fanno semplicemente sparire il vapore acqueo, un'altra più sofisticata spiegazione dell'effetto serra prova la quadratura del cerchio.

Ce ne parla, ad esempio, il fisico Antonello Pasini sul blog de le Scienze. La tesi è quanto mai semplice. Certo, dice il Pasini, il vapore acqueo è sì il maggior responsabile dell'effetto serra, ma il suo incremento è dovuto all'aumento della temperatura prodotto dalla solita CO2 che, scaldando i mari, aumenta l'evaporazione e dunque la quantità di vapore acqueo in atmosfera. Un "feedback positivo", egli ci dice, di una micidiale macchina del clima, che avrebbe come motore primo i gas serra di natura antropica, l'anidride carbonica in primis.

Ora, a parte il fatto che il ruolo della mutevole attività solare questi proprio non lo vogliono vedere, si arriverebbe a questo punto ad una sorta di inarrestabile meccanismo infernale. Visto che gli oceani sono i maggiori contenitori di carbonio (44mila miliardi di tonnellate, contro gli 800 miliardi dell'atmosfera) è pressoché certo che una maggiore evaporazione significhi anche un'ulteriore emissione di CO2 in atmosfera, dunque altro riscaldamento, altra evaporazione, altra CO2 all'infinito.

Le vicende climatiche del pianeta ci raccontano però, e fortunatamente, un'altra storia. Picchi di temperatura e di anidride carbonica ve ne sono stati a bizzeffe, ma l'alternanza tra periodi caldi con altri più freddi è stata sostanzialmente la norma, specie negli ultimi 800mila anni (glaciazioni e fasi interglaciali). E la stessa cosa possiamo dirla sul periodo che viviamo, seguito all'ultima glaciazione detta di Würm. Tutto ciò ci dice una cosa evidente: altri e ben più potenti, rispetto alla narrazione tutta antropizzata e centrata sulla CO2 dell'IPCC, sono i fattori naturali che determinano - come risultante di tanti elementi - il clima del pianeta.


Quale la causa, quale l'effetto?

Quel che è certo - e qui nascono problemi davvero seri per la teoria dominante - è che, contrariamente a quel che normalmente si pensa, decine di studi dimostrano come l'aumento della CO2 in atmosfera segua, anziché precedere, l'aumento della temperatura.



Figura 4 - Andamento della temperatura e della CO2 in atmosfera negli ultimi
400mila anni in base ai dati ricavati dalla carota di ghiaccio di Vostok (Antartide)
Gli studi sulla carota di Ghiaccio di Vostok sono un classico della paleoclimatologia. E' dunque opportuno dare un'occhiata alla figura 4. Guardandola attentamente, si può notare come i picchi della curva celeste in basso (indicante le temperature) precedano sempre temporalmente quelli della CO2.

Che nel passato la relazione tra CO2 e temperatura possa essere stata bidirezionale è ampiamente riconosciuto, ma oggi l'IPCC-pensiero ci assicura che attualmente è l’anidride carbonica la responsabile (pressoché unica) del riscaldamento, non il contrario.

Non la pensa così, fra gli altri, il prof. Ole Humlum dell'Università di Oslo. Dopo aver eliminato le ciclicità annuali dovute alla fotosintesi nell'emisfero Nord, egli è arrivato al grafico della figura 5.

Figura 5 - Andamento delle temperature oceaniche e della CO2 in atmosfera dal 1981 al 2011
Seguendo la curva blu, Humlum individua, nel trentennio esaminato, 9 picchi della CO2. La cosa interessante, a conferma di quanto già visto su ben altro lasso temporale in figura 4, è che i relativi picchi della temperatura oceanica (curva rossa) precedono sempre, anziché seguirecome vorrebbe la teoria ufficiale, quelli della CO2. Sembrerebbe dunque che non sia la CO2 a far salire la temperatura, bensì il contrario.


Il catastrofismo alimentato a CO2 ed i veri problemi ambientali



Quanto fin qui esaminato non deve però portarci a negare la rilevanza della recente crescita della CO2 nell'atmosfera. Questo fenomeno qualcosa ci indica, ma non tanto rispetto al clima (come abbiamo visto), quanto piuttosto sulla qualità dell'ambiente, dato che i processi di combustione che generano anidride carbonica, producono anche (e soprattutto) inquinanti ben più nocivi. Ridurre il più rapidamente possibile l'utilizzo dei combustibili fossili è dunque effettivamente necessario: ne va della nostra salute e dell'utilizzo razionale di materie prime per loro natura non rinnovabili.

Ancora una volta - repetita iuvant - bisogna perciò distinguere radicalmente tra la doverosa lotta per la tutela dell'ambiente (da promuovere e sostenere con ogni forza), e la narrazione dominante sul clima. Il rovesciamento del rango di queste due questioni, ottenuto attraverso un'informazione quanto mai inquinata, dovrebbe insospettire qualunque persone onesta minimamente informata dei fatti.

Un esempio pressoché perfetto di questa manipolazione, ma tanti altri ne potremmo fare, ce lo fornisce la foto della figura 6.


Figura 6 - Foto del mensile "scientifico" Focus sotto il titolo: 

"CO2 in atmosfera mai così alta in 800.000 anni"
Questa foto è tutto fuorché innocente. Certo, la didascalia della rivista - «In alcuni Paesi i livelli di smog nelle grandi città sono fuori da ogni standard di sicurezza» - vorrebbe mettersi al riparo di ogni critica, ma la sua collocazione sotto il titolo «CO2 in atmosfera mai così alta in 800.000 anni» non lascia adito a dubbi su quale sia l'intento comunicativo.

Peggio ancora, tra il titolo e la foto c'è pure un sottotitolo che così recita: «La concentrazione mensile media di anidride carbonica in atmosfera ha superato 410 parti per milione: prima d'ora, gli esseri umani non hanno mai respirato aria così satura di CO2». Aria satura di CO2? Ma siamo impazziti? Che forse gli esseri umani apprezzano la differenza tra lo 0,03% del 1750 e lo 0,04% attuale? Che forse la CO2 è un veleno? No, non è un veleno (lo diventerebbe solo a concentrazioni centoventi volte superiori all'attuale), tant'è che l'assumiamo anche con le bollicine dell'acqua minerale. E le piante - che sono alla base della catena alimentare - l'apprezzano molto.

I ragazzi con la mascherina della foto, presumibilmente residenti in qualche metropoli asiatica, hanno sicuramente ben altri problemi dovuti allo smog cittadino: monossido di carbonio, ossidi di azoto, biossido di zolfo, particolato PM10 e PM2,5, eccetera, eccetera. Perché allora questa insistenza sulla CO2?


Brevi conclusioni


Dopo questa doverosa parentesi sul catastrofismo mediatico, torniamo adesso a bomba. I dati che abbiamo esaminato in questo articolo ci dicono che, comunque la si voglia rigirare, i ragionamenti alla base della teoria dell'AGW non tornano proprio. Certo, l'anidride carbonica avrà sicuramente il suo peso nell'attuale aumento della temperatura, ma è evidente che dev'esserci dell'altro, a partire da un ruolo del Sole che ci si ostina a sottovalutare.

Come si è visto, anche parlando dell'argomento forte della teoria dominante - quello dell'indiscutibile aumento della CO2 nell'atmosfera - le cose non sono così semplici come si vorrebbe far credere. Segno che tanto forte quella teoria non è.

Poi - ancora più importante -  abbiamo visto come anche accettando sostanzialmente i dati ufficiali, ed anzi usandoli con estrema prudenza, si arriva ad un'incidenza antropica sul "riscaldamento globale" davvero bassa se non addirittura insignificante.

In questo quadro, l'idea di poter controllare il clima attraverso l'unica "manopola" della CO2 parrebbe come minimo ingenua. Ma siccome chi vi insiste tanto ingenuo non è, ecco che sarebbe da sciocchi non considerare un'altra ipotesi: quella della geoingegneria. Quella manopola, pur se non semplice da realizzarsi, forse qualcuno la vuol costruire per i suoi scopi e per i suoi interessi. Quanto coincidenti, questi ultimi, con quelli della stragrande maggioranza delle persone lascio a voi immaginarlo. Ma di questo parleremo nella prossima puntata.


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giovedì 25 aprile 2019

LO PSICODRAMMA DELLA BREXIT di Costas Lapavitsas

[ 25 aprile 2019 ]

Uno degli interventi più attesi del convegno EUREXIT, svoltosi a Roma il 13 aprile scorso era quello dell'economista Costas Lapavitsas [nella foto] sul tema della Brexit,
Pubblichiamo qui sotto il video del suo intervento.
Ringraziamo BYOBLU, la sua troupe e quindi Claudio Messora per la registrazione e la pubblicazione, che infatti prendiamo dal canale medesimo.


Ricordiamo che i lavori del Convegno erano divisi in due parti. La prima, nella mattinata, dedicata al contesto europeo, ha visto come protagonisti, oltre a Lapavitsas, una delegazione dei Gilet Gialli francesi, il compagno greco di Unità Popolare Koutsianas
Pantelis, infine una delegazione spagnola composta da Diosdado Toledano esponente di Xarxa socialismo XXI e di Podemos e Ramon Franquesa, professore di Economia mondiale all'università di Barcellona e promotore della Piattaforma Salir del euro.
Nella seconda parte, pomeridiana, ci sono state due tavole rotonde. Di questa parte abbiamo già pubblicato due interventi, quello di Dino Greco e Domenico Moro.



mercoledì 24 aprile 2019

CADE IL GOVERNO? di Piemme

[ 24 aprile 2019 ]

Il dissidio in seno al governo giallo-verde non è solo una pantomima, e nemmeno, come sostiene l'amico Marco Zanni, una "scaramuccia". 

E' una contesa reale, profonda, tra le due frazioni del campo populista, spinte a fare blocco malgrado diano sostanza politica ad aspirazioni sociali e ideali diverse, anzi potenzialmente opposte. 

L'una, quella che ha alimentato i 5 Stelle, anch'essa interclassista ma il cui zoccolo duro è prevalentemente proletario e dalle radici meridionaliste; l'altra, quella leghista, certamente ectoplasmatica, ma dall'anima tipicamente borghese-liberista e con radici nordiste. In potenza: la prima nazional-patriottica, l'altra (nascosta dal "sovranismo" federalista salviniano) addirittura anti-nazionale.

La competizione in atto è nient'altro che la sfida per l'egemonia nel campo populista. Una competizione che non vede l'élite indifferente, in cui questa cerca anzi di infilarsi per seminare zizzania e tentare di portare dalla sua parte le frazioni liberiste ed euriste annidate sia nella Lega che nel M5s — ciò nella speranza di poter presto, già in vista della finanziaria lacrime e sangue 2020, cacciare il governo giallo-verde e dare vita ad uno che riporti l'Italia sui binari consueti di obbedienza a Bruxelles, Berlino e Parigi.


Tuttavia escludo che il governo possa cadere, causa sui



Di Maio e Salvini non possono non sapere che un'auto-affondamento sarebbe per sé stessi un disastro ed una manna per i poteri forti italiani poiché spianerebbe loro la strada alla riconquista di Palazzo Chigi. Non solo quelli italiani, evidentemente. L'aristocrazia finanziaria mondiale, l'oligarchia eurocratica, non vedono l'ora di sbarazzarsi del solo governo europeo "populista" che, al netto dei suoi profondi e imperdonabili errori, non ubbidisce ai loro diktat quindi, dal loro punto di vista, rappresenta una minaccia.

Domanda: è nell'interesse del popolo lavoratore e della causa della sovranità nazionale e democratica che questo governo cada? Noi continuiamo a sostenere che non lo è. La situazione sarebbe diversa ove, di contro ai giallo-verdi, vi fosse una opposizione popolare  democratica e anti-liberista che avesse la possibilità di portarsi essa al governo del Paese. Non è così purtroppo. Per questo diciamo: teniamoci questo governo, malgrado tutto, altrimenti sarà peggio, molto peggio.


L'ordine dei fattori


Non si tratta affatto, come ci accusano certi amici, di "menopeggismo". C'è ben altro. La nostra è una posizione tattica che sta dentro una visione strategica, dove dunque il particolare è subordinato al generale e quest'ultimo tiene conto di diversi fattori. E siccome parliamo di fattori essi debbono essere disposti secondo un rango, secondo una gerarchia, con un'ordine ordine d'importanza.

Il quadro strategico per noi non è cambiato con il terremoto elettorale del 4 marzo —preannunciato dalla sconfitta di Renzi al referendum del dicembre 2016. Stesso è il nemico principale: la grande borghesia globalista; stesso è l'ostacolo principale da abbattere: l'Unione euro-pea; uno l'obbiettivo primario: riconquistare la sovranità nazionale.

Chi considera il governo giallo-verde, in quanto governo, il nemico principale commette, in prima battuta, un errore esiziale: non vede (o finge di non vedere) com'è e come funziona effettivamente la mega-macchina liberista globale, quali sono i suoi effettivi centri nevralgici di potere, ovvero che i governi, siano essi democraticamente eletti o meno, non sono che simulacri, organismi accessori. In seconda battuta non vede (o finge di non vedere) che il governo giallo-verde, per le spinte sociali e ideali populistiche che è costretto a rappresentare, è disfunzionale non solo alla casta eurocratica ed ai suoi corifei italiani ma pure all'aristocrazia finanziaria globale — che hanno tutto l'interesse a tenere l'Italia ed il suo popolo lavoratore, col ricatto del debito, in stato di soggezione permanente.

Che le cose stiano così è dimostrato dalla linea di condotta scelta dalla grande borghesia italiana. Vistasi per la prima volta privata di egemonia sociale e della leva del governo, essendo stata costretta a cederlo ai populisti — certo obbligandoli ad riconoscere la tutela del Quirinale e predisponendosi alla controffensiva — essa, spalleggiata da Bruxelles, dai "mercati" (a dalle sinistre più o meno sistemiche), non ha dato tregua al governo giallo-verde e si è dedicata in ogni modo al disfattismo ed al sabotaggio, con l'obbiettivo di chiudere in fretta la fase apertasi col 4 marzo. Fino ad ora non ce l'ha fatta: quella che possiamo chiamare "crisi di direzione politica" della borghesia" si è addirittura accentuata con il collasso del Pd e l'agonia di Fi.


Tre ragioni


E' un bene o un male che la "fase populista" resti aperta? La nostra risposta è secca: è un bene e per tre ragioni. 

Un bene perché questo governo rappresenta un freno, per quanto malandato, alla rivincita della grande borghesia.

Un bene per chi sta in basso perché ove il blocco populista tenesse la posizione di palazzo Chigi non si tornerà alle politiche di austerità e di massacro sociale.

Un bene infine che la "fase populista" resti aperta anche per le minoranze rivoluzionarie (lo accettino o meno) e per la sinistra patriottica. 

C'è infatti bisogno di un tempo ulteriore, non solo affinché queste minoranze si aprano un varco. Serve tempo, ma le cose vanno assieme, affinché nell'eterogeneo ed eteronomo campo populista maturino le condizioni di una diversa configurazione e polarizzazione di forze. Detto in altri termini affinché nel campo populista vengano in superficie le contraddizioni ora solo latenti. Solo da una crisi del campo populista potrà infatti sorgere un polo rivoluzionario di massa. 

C'è crisi e crisi, chiusura di fase e chiusura di fase. Un'implosione adesso del campo populista andrebbe anzitutto a vantaggio delle forze sistemiche, che riuscirebbero così a rinsaldare il loro predominio. Un simile evento sarebbe una disgrazia perché, confermerebbe l'idea che il sistema è imbattibile e che nessuna alternativa è praticabile. 

Le minoranze rivoluzionarie non avrebbero niente, ma proprio niente da guadagnare ove prevalesse il clima di disincanto, disillusione e frustrazione di massa (vedi la Grecia).

Nessuna concessione dunque al governo, contestarlo quando cede al nemico, incalzarlo quando tentenna, difenderlo quanto il nemico lo attacca.



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martedì 23 aprile 2019

LA NATURA DI M5S E LEGA di Domenico Moro

Da sinistra: Stefano Fassina, Leonardo Mazzei, Dino Greco, Fabio Frati, Domenico Moro e Bruno Steri
[ 23 aprile 2019 ]

Di seguito l'intervento svolto da Domenico Moro del Cpn di Rifondazione comunista, alla tavola rotonda LA SVOLTA POPULISTA: UN ANNO DI GOVERNO GIALLO-VERDE, svoltasi a Roma sabato 13 aprile in occasione del convegno “Eurexit, quali strategie per la liberazione”.

La foto che Moro scatta alla base sociale ed elettorale di Lega e M5S è sostanzialmente corretta ma rischia, almeno secondo noi, di essere parziale ove non la si collochi nella cornice dell'emergente "fenomeno populista".


*  *  *


Le contraddizioni del governo giallo-verde e del suo blocco sociale



La situazione politica europea risulta profondamente mutata rispetto soltanto a pochi anni fa. Anche se le modifiche sono particolarmente evidenti in Italia, in quasi tutti i Paesi dell’area euro si è assistito alla crisi del sistema bipolare/bipartitico, che ha caratterizzato l’assetto politico continentale per parecchi decenni.
Domenico Moro


I partiti europei afferenti alle due principali famiglie politiche continentali, quella dei popolari (Partito popolare europeo) e quella dei socialisti (Partito socialista europeo), hanno subito un declino più o meno grave. I voti sono andati in parte all’astensionismo, che è cresciuto a livelli quasi statunitensi, e in parte al cosiddetto populismo. Il termine di populismo, però, è a mio parere poco preciso e direi anche fuorviante, perché al suo interno sono comprese forze politicamente e ideologicamente in alcuni casi diverse tra loro, e con basi di massa e di classe anche diverse. Per questa ragione preferisco usare il termine di terze forze, ad indicare la loro terzietà rispetto al tradizionale bipolarismo/bipartitismo.

La crisi del bipartitismo è il risultato del combinato disposto della cosiddetta “stagnazione secolare” e dell’austerity imposta dall’Ue, che ha distrutto il compromesso tra capitale e classi subalterne che esisteva dal secondo dopoguerra. Va, però, sottolineato che non si tratta di effetti automatici dei rapporti di produzione, perché quella in atto è una riorganizzazione, soprattutto mediante l’integrazione europea, del sistema delle imprese (centralizzazioni proprietarie, riposizionamento su settori più profittevoli e internazionalizzazione della produzione), nonché della struttura sociale e del sistema politico. Queste trasformazioni vanno a colpire pesantemente, trasformandola, anche la composizione di classe della società italiana.


Classi e crisi


Ad essere colpito, si dice, è il cosiddetto ceto medio. Per la verità anche questo termine è ambiguo e portatore di confusione perché comprende al suo interno classi diverse che hanno una diversa collocazione all’interno della divisione del lavoro sociale – criterio cardine dell’appartenenza di classe. Quello di ceto medio è un concetto sociologico, basato su reddito, capacità di consumo e status sociale. In esso rientravano settori molto ampi di classe operaia dell’industria e dei servizi, i settori impiegatizi, e i lavoratori autonomi, un settore che si fonda sulla piccolissima o piccola proprietà non capitalistica nell’artigianato, nel commercio, nei servizi professionali e tecnici con nessuno o con un numero limitato di lavoratori dipendenti.

Ma la crisi ha profondamente colpito, in parte, anche la proprietà capitalistica vera e propria, quella in cui il proprietario non partecipa direttamente alla produzione e occupa una posizione o di direzione o di controllo finanziario o è praticamente soltanto un rentier. La crisi e i vincoli di bilancio hanno accentuato l’orientamento delle economie nazionali verso l’export di merci e capitali, secondo il modello neomercantilista tedesco. Lo strato apicale delle imprese più grandi, multinazionali ed inserite nelle catene internazionali del valore, ha beneficiato dell’integrazione europea e sostenuto meglio la crisi, spesso avvantaggiandosene mediante l’acquisizione di altre imprese all’interno e all’estero. Le filiali estere di imprese a controllo italiano hanno aumentato, nel periodo peggiore della crisi (2009-2015), il fatturato del 5,4% medio annuo e gli addetti del 2,6%, contro un dato domestico rispettivamente dell’1,7% e del -1,3%[1].

A essere devastate dalla crisi sono state tutte le classi o i settori di classe che hanno subito la contrazione del mercato interno e la riorganizzazione del sistema produttivo e delle imprese. Quindi, la classe operaia e i settori impiegatizi dell’industria, diversi settori del lavoro autonomo, e le imprese non internazionalizzate o poco internazionalizzate, che sono non solo piccole e medie imprese (Pmi) ma talvolta anche grandi. Solo i lavoratori autonomi in Italia tra 2008 e 2017 sono diminuiti di 450mila unità (-8,3%), specie quelli con dipendenti (-11,8%), mentre i lavoratori dipendenti sono aumentati di 427mila unità (+2,7%), anche se nell’industria (manifattura e costruzioni) sono diminuiti insieme di oltre 600mila unità (-11,9%)[2]. Le imprese della manifattura sono invece diminuite, tra 2008 e 2015, del 15,3%, con le perdite maggiori nelle classi delle piccole (-22,3%) e delle medio-piccole (-22,6%)[3]. Inoltre, bisogna aggiungere che anche settori di grande capitale multinazionale sono in difficoltà, perché lo Stato e i governi italiani non riescono a difendere sufficientemente i loro interessi a livello internazionale e persino all’interno della Ue, che è di fatto una organizzazione intergovernativa. Pensiamo alle penalizzazioni che hanno affrontato le banche italiane, anche le due maggiori (Unicredit e Intesa-San Paolo) a causa delle nuove regole bancarie europee, e alle difficoltà che imprese “di stato” (in realtà public company con la partecipazione di capitali internazionali), come Finmeccanica e Eni, affrontano in molti scacchieri mondiali, come quello Nord Africano (ad esempio in Libia a causa dell’aggressività francese).

Le suddette trasformazioni hanno distrutto le basi del vecchio blocco sociale su cui si reggeva il sistema politico bipolare. I partiti principali (da una parte Fi/Pdl e dall’altra il Pd) sono stati identificati come responsabili del peggioramento della situazione, anche perché sono stati promotori dell’integrazione europea e portatori degli interessi dello strato apicale e multinazionale del capitale, senza peraltro riuscire a mitigare i vincoli europei. A fronte della disgregazione del vecchio blocco sociale e dei partiti che ne erano espressione, quello che è in atto è il tentativo di ricostruzione di un nuovo blocco sociale mediante partiti di tipo nuovo, terze forze per l’appunto, il M5s e la Lega. Bisogna valutare come tale processo si sta svolgendo e quali sono le contraddizioni che lo attraversano e la natura dei due nuovi partiti.


La natura di M5s e Lega


Il M5s è una forza interclassista che ha trovato nella critica alla casta e nella rivendicazione dell’onestà il suo cemento ideologico, ma che comprende al suo interno molteplici tendenze sia di destra, pro-impresa e privatizzatrici, sia di sinistra, quasi neo-socialdemocratiche. Di recente il presidente dell’Inps, pentastellato, ha addirittura rispolverato la vecchia proposta della sinistra radicale di riduzione dell’orario a parità di salario. Il M5s, nella divisione dei compiti all’interno del governo si è accollato quelli più difficili da realizzare, lo sviluppo economico e la redistribuzione, seppur minima, del reddito. Del resto, il M5s ha la sua base elettorale nel Mezzogiorno, tra i numerosi

disoccupati, verso i quali era diretta la proposta del reddito di cittadinanza. Questo elettorato, però, rischia di vedere infrante tutte le proprie aspettative. Infatti, il M5s sta rivelando tutte le sue fragilità. La narrazione secondo cui la stagnazione economica e sociale era dovuta alla casta, cioè a corruzione e inefficienza del ceto politico, si scontra con la realtà: l’impreparazione dei quadri del Movimento, cui si aggiungono, ad esempio a Roma, inefficienza, tendenze privatizzatrici e episodi di corruzione, il carattere strutturale e capitalista della crisi e i vincoli esterni europei (tra cui la cosiddetta clausola di salvaguardia, i 23 miliardi di aumento dell’Iva lasciati in eredità dai governi Berlusconi e Monti). In sostanza, il M5s e il governo giallo-verde sono andati a cozzare, come altri prima di loro, con i limiti posti dall’integrazione europea e con le istituzioni che ne sono garanti, come il Presidente della Repubblica. Ma il problema vero è di classe. Non c’è nel M5s una determinazione a andare fino in fondo contro determinati interessi di classe, non a caso contrari a una rottura con l’Europa, perché tali interessi sono presenti anche al suo interno.

La Lega, grazie all’inversione imposta da Salvini, nell’arco di alcuni anni è passata da partito del Nord Italia a partito nazionale, non solo come vocazione ma anche come presenza elettorale. Però, causa dei vincoli Ue, anche la Lega ha serie difficoltà a mantenere le sue proposte elettorali, la flat tax e quota 100, che gli hanno permesso di ampliare i consensi fra i lavoratori autonomi e la classe operaia di importanti aree del Nord. Ciononostante, grazie ai suoi cavalli di battaglia ideologici “a costo zero”, cioè il nazionalismo (sfruttando il diffuso risentimento contro la Ue, la Germania e la Francia), e soprattutto la sicurezza (declinata in termini xenofobi) è riuscita ad incrementare i suoi consensi a danno dell’alleato pentastellato.

Fin qui, però, siamo a una livello di cattura del consenso di massa. Qual è invece la base di classe della Lega? Molti sono convinti che la Lega esprima gli interessi della piccola impresa in opposizione al grande capitale. È vero che la piccola e piccolissima impresa in molte aree del Nord ha da sempre simpatie leghiste e ne è rappresentata. Tuttavia, il governo sul tema centrale della fiscalità nella prima versione del “Decreto crescita” avrebbe favorito maggiormente le imprese grandi e multinazionali. Infatti, avrebbe migliorato la propria condizione solo il 5,8% delle micro-imprese (1-9 addetti) contro il 26,7% delle imprese sopra i 500 addetti, e solo il 6,7% delle imprese singole contro il 18% delle multinazionali[4]. I vantaggi fiscali maggiori, derivanti dalla nuova mini-Ires, sarebbero stati attribuiti alle imprese che, oltre a fare utili, crescevano in addetti e investimenti. Ciò avrebbe penalizzato soprattutto le imprese piccole, costringendole a ricorrere all’indebitamento con le banche. Una svista davvero grave per un governo della piccola impresa, che in un periodo di ripresa della crisi avrebbe rischiato di danneggiare le imprese, a partire dalle piccole. Tali provvedimenti, però, sono stati modificati su pressione di Confindustria: il maxiammortamento sui beni strumentali è stato reintrodotto, e la nuova mini-Ires è stata slegata da una quota determinata di aumento degli investimenti e degli addetti. Ad ogni modo, anche nelle versione più aggiornata del “Decreto crescita” la quota dei beneficiari dei tagli fiscali complessivi cresce al crescere della classe dimensionale delle imprese: si passa dal 38,9% delle imprese da 1 a 9 addetti al 74% delle imprese sopra i 500 addetti. Inoltre, tra le multinazionali a controllo nazionale i beneficiari sono il 55,4% contro il 39,4% delle imprese singole. Nel complesso il governo giallo-verde conferma la tendenza pro impresa dei precedenti governi, riducendo il prelievo Ires di un altro 2,4%, rispetto a quanto fece il governo Gentiloni[5].

In sostanza, sembra che la Lega stia perseguendo su scala nazionale quello che cercava di perseguire a livello macro-regionale, cioè la realizzazione di un blocco sociale neo-corporativo di carattere neo-liberista, tra grande capitale, Pmi, settori di lavoro autonomo e pezzi di classe operaia. Qual è il ruolo del grande capitale in questo blocco? Non pensiamo che il capitale abbia un “suo” partito politico specifico, ma che si serva o meglio che riesca a portare dalla sua parte i partiti e i governi, non solo perché controlla i media ma soprattutto perché controlla l’economia. Questo è vero anche per un Paese come l’Italia che vede una presenza diffusa di Pmi. Dunque, un nuovo eventuale blocco sociale, costruito attorno alla Lega o al M5s, non può che ruotare attorno alle esigenze di chi è egemone nell’economia.

Da ciò deriva che la rottura della Ue e l’uscita dall’euro non possono rientrare nei compiti storici di questo blocco sociale, perché è un blocco sociale a egemonia del grande capitale, il cui obiettivo non è la rottura ma la rinegoziazione con la Ue, cioè con gli altri Paesi più importanti della Ue. Il punto è che il capitale italiano, o per lo meno i suoi settori più importanti, non è per niente convinto che, ritornando su un piano esclusivamente nazionale, possa gestire meglio i suoi interessi politici e economici, specie in un contesto di competizione globale.


Conclusioni


Riuscirà la Lega a realizzare questo nuovo blocco sociale? All’esterno, molto dipenderà dalla capacità di rinegoziare con Francia e Germania rapporti di forza migliori. Cosa che al momento appare difficile, specie alla luce del recente Trattato di Aquisgrana che rafforza l’asse franco-tedesco. All’interno, a causa della stagnazione economica ormai endemica e della sempre più accesa competizione globale, se non si forzeranno i vincoli dei trattati europei sarà molto difficile tenere insieme un blocco sociale interclassista. Gli interessi di classe appaiono sempre più divaricati, la società sempre più polarizzata e la ricchezza sempre più concentrata. Inoltre, in Italia aumenta anche il divario tra Nord e Mezzogiorno. Si può accrescere il consenso sull’immigrazione o sulla casta, ma quando si vedrà che, sostituita la vecchia casta e ridotti i flussi di immigrazione, la situazione non migliorerà, sarà difficile conservarlo. La Lega, fra l’altro, presenta molte contraddizioni, tra le quali proprio quella tra il suo nuovo ruolo “nazionale” e la cessione di un ulteriore quota di autonomia fiscale a Lombardia e Veneto, le regioni di suo radicamento storico. Le vicende elettorali degli ultimi dieci anni dimostrano che il voto è molto mobile e patrimoni elettorali cospicui possono dissolversi in poco tempo. Ciò non è dovuto alla morte delle ideologie, fra le quali alcune sono vive e vegete, bensì alle basi strutturali dell’economia che rendono sempre più ridotti i margini per la costruzione di coesione sociale da parte dei corpi intermedi, soprattutto i partiti, compresi quelli “populisti”. È per queste ragioni che è difficile (se non impossibile) realizzare un nuovo vero patto sociale tra i vari settori del capitale e tra questi e i settori subalterni.

La mancata produzione di movimenti di contestazione di massa in Italia, a differenza di Francia, Spagna e Gran Bretagna, è dovuta sia alla incapacità della sinistra radicale di svincolarsi in tempo dal bipolarismo, dal centro-sinistra e dall’europeismo, sia al ruolo di ammortizzatore del conflitto sociale esercitato sui posti di lavoro dal sindacato concertativo e sul piano politico da Lega e soprattutto dal M5s. Un indebolimento di quest’ultimo, dovuto allo scoppio delle sue contraddizioni interne, e un lavoro di ricostruzione di livelli di organizzazione sindacale di classe e conflittuale nei posti di lavoro possono creare le condizioni per una ripresa. Tuttavia, affinché queste si realizzino, ci deve essere un cambiamento radicale di orientamento generale da parte di quanto si muove a sinistra del Pd. 

Chi voglia ricostruire una alternativa di sistema e con essa le basi per un blocco sociale progressivo non può limitarsi a una critica sul piano dei diritti civili, su cui sembra che invece molta parte della sinistra si stia concentrando. I diritti civili, così come l’ecologia non possono essere slegati dai temi che sono centrali oggi in Italia, la crescita e il lavoro, cui si collegano la casa e il welfare, soprattutto la sanità. Ma, per farlo, bisogna abbandonare le illusioni sulla neutralità dal punto di vista di classe sia dell’integrazione monetaria e economica europea sia dello Stato nazionale e puntare su un percorso di uscita dalla Ue/euro e di rimodulazione, a favore delle classi subalterne, del ruolo economico e sociale dello Stato nazionale.


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NOTE

[1] Istat, Rapporto sulla competitività dei settori, 2019.

[2] Nostre elaborazioni su database Eurostat, LFS main indicators.

[3] Nostre elaborazioni su database Eurostat, SBS main indicators.

[4] Audizione del Presidente dell’Istat dinanzi alle Commissioni “Bilancio” riunite della Camera e del Senato, 12 novembre 2018.

[5] Audizione del presidente dell’Istat davanti alle Commissioni “Bilancio” congiunte di Camera e Senato, 16 aprile 2019.

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