venerdì 26 gennaio 2018

LA CAZZATA DI ALBERTO BAGNAI di Sandokan

[ 26 gennaio 2018 ]

Pasquinelli ha già spiegato perché da queste parti non siamo sorpresi che Bagnai sia andato con Salvini, che proprio oggi ci ha onorato di un'altra perla delle sue: il fascismo non fu poi così male, anzi, ha fatto tante cose buone. C'è chi minimizza e chi ritiene che se in Italia c'è una forza che può incubare il fascismo questa non è Casa Pound, ma proprio la Lega. Tesi esagerata? Di sicuro la Lega di Salvini non è più quella di un tempo, che di difetti ne aveva tanti ma, come diceva Bossi, si considerava fieramente antifascista. 



Prima di spiegare perché secondo me Bagnai ha fatto una grande cazzata è inevitabile segnalare come egli sia venuto meno alla parola data.

Primo esempio.
Mentre infuocava la polemica con SOLLEVAZIONE e i "marxisti dell'Illinois", Bagnai, precisamente il 9 agosto 2014 rispondeva così al Pasquinelli:
«Restatene col tuo 0.00000x%, e lasciami in pace. Tu vuoi fare un percorso politico (e di talento ne hai!), io no, quindi non capisco proprio cosa abbiamo da dirci...»
Secondo esempio.

Alla malcapitata (e sinistrata) Marta Fana, che lo accusava di pendere verso la Lega Nord (via Borghi Aquilini), Bagnai negò risolutamente, minacciando anzi querela per diffamazione (vedi immagine accanto).

Bagnai ha evidentemente cambiato idea, non solo ha scelto di fare carriera politica, la farà come riserva di Matteo Salvini. 
Perché? La risposta la troviamo in due teoremi. 

Il primo, il più inquietante, il Nostro ha ribadito l'altro giorno sul suo blog:
«Non c'è niente di nuovo: è tutto scritto in Michéa, compreso il fatto che esistono fasi storiche in cui, per difendere gli ideali "di sinistra", occorre prima distruggere la sinistra».
Ecco, qui, al netto di una certa dissonanza cognitiva, sta forse la spiegazione politica del suo connubio con Salvini, l'odio per la sinistra. 

E' giusto distruggerla? Dipende caro Bagnai. No, se questa distruzione, invece di essere condizione per la rinascita di una sinistra popolare democratica e rivoluzionaria, è funzionale a forze per loro natura reazionarie e liberiste. E poi, caro Professore, il tuo teorema è un po' fascista. Mi ricorda Mussolini, che come te serbava un tale immenso rancore verso i socialisti (che a parer suo non avrebbero compreso il suo talento ed il suo genio) che finì davvero, in alleanza con il Re e col grande capitalismo, per distruggerli. Tutti sanno come, e quale salato prezzo pagarono il Paese ed il popolo.

Veniamo al secondo teorema.
Uno degli accoliti a cui il Nostro ha fatto il lavaggio del cervello lo ha così candidamente espresso:
«Penso che la motivazione di Bagnai, che è appunto economista post-keynesiano (ossia “di sinistra”), sia la seguente: uscire dall’euro, in qualsiasi modo e con chiunque (quindi anche “da destra”), è comunque meglio, per il Paese e per i lavoratori (quindi più “di sinistra”), che rimanere nell’euro. E visto che la cosiddetta sinistra in Italia è inguaribilmente filo-europeista, non resta che candidarsi con un partito di destra. E purtroppo ha ragione».
Un condensato di Bagnai pensiero. Contro questa fetecchia di ragionamento ci siamo battuti, non pare invano per fortuna, sin dal 2013. Quello che i tuoi discepoli non capiscono tu lo capisci benissimo. Qui non è solo questione di euro-sì-euro-no. Qui è in ballo molto di più.
E' questione di come va muovendosi la storia, della sua direzione di marcia. Non vedi anche tu, caro Professore, la minaccia reazionaria che sale dagli abissi della crisi sociale? Non senti che la crisi dell'Occidente (sociale, politica e morale) sta alimentando spinte sordidamente fascistoidi?  Non pensi che consegnare il potere alle destre rafforzi la marea reazionaria?

Tertium non datur.

Se non lo vedi, sei un cieco o un fesso, e Dio ce ne scampi ad affidarti un ruolo di direzione di questo Paese disgraziato. Di passata: votare per te che sei coalizzato con Forza Italia, significa —questa legge elettorale ha le sue obbligazioni — portare voti a Berlusconi, quindi ad un governo eurista col PD — altro che uscita dall'euro!

Se lo vedi, e malgrado ciò che vedi, hai scientemente deciso di intrupparti con la nuova destra reazionaria salviniana dandogli più autorevolezza e aiutandola nel suo camuffamento nazional-popolare, allora sei un delinquente politico. Mi verrebbe da dire un nemico.

Ps.
Mi auguro, caro Professore, che non farai come Benedetto Croce, che ti ricrederai. Non aspettare che suoni la campana a morto dell'Italia repubblicana e democratica, sarebbe troppo tardi. 

Pps.
Se, putacaso avessi ragione io, allora avrebbe torto anche Stefano Fassina....
















BERLUSCONI (E RENZI) CONTRO I CINQUE STELLE di Carlo Formenti

[ 26 gennaio 2018 ]


In una serie di esternazioni che hanno inaugurato la campagna elettorale del centrodestra, Silvio Berlusconi ha esibito il suo fiuto di animale politico. In primo luogo, da qualche settimana batte il tasto sul fatto che le prossime elezioni si configurano come uno scontro frontale fra centrodestra e M5S, ignorando il Pd, e più in generale la sinistra, liquidati come relitti del passato. È una visione che rispecchia l’insegnamento delle elezioni americane, che hanno visto il trionfo di Trump – un populista di destra – contro un Partito Democratico che si è suicidato sbarrando con ogni mezzo la strada all’unico candidato – il populista di sinistra Bernie Sanders – che avrebbe potuto battere Trump.

Berlusconi snobba il Pd perché ha capito che la sinistra tradizionale, una volta convertitasi da alternativa a “ruota di scorta” delle politiche liberiste, ha perso appeal nei confronti delle classi popolari, mentre fatica a competere con la destra per la conquista delle classi medio alte. Teme invece il M5S, non solo perché vola nei sondaggi, ma anche e soprattutto perché, ad onta dei passi indietro compiuti sui punti più radicali del programma originario, e della progressiva “normalizzazione” della sua immagine da forza antisistema a forza di governo, appare tuttora in grado di attrarre il voto di protesta di milioni di elettori incazzati nei confronti delle élite che ne ignorano bisogni e interessi.

Nel corso dell’ospitata nella trasmissione di Barbara D’Urso, l’intramontabile Silvio ha spiegato – con la consueta franchezza – qual è la posta in gioco. Ha detto cioè che scende in campo contro i grillini, come aveva fatto contro i comunisti negli anni Novanta, perché oggi il pericolo è ancora maggiore. E dal suo punto di vista ha ragione: non perché i grillini siano sovversivi, ma perché la massa inferocita che ribolle negli strati più bassi della società (e che spera di trovare espressione votando M5S) è fatta di persone «che portano invidia e odio verso chi è ricco», di incompetenti che non capiscono la complessità dei problemi su cui sono chiamati a esprimersi (la democrazia sembra essere oggi più indigesta che mai, anche se è stata ridotta ai minimi termini da decenni di guerra di classe dall’alto) e che esprimono leader «ai quali si dovrebbe domandare cosa hanno fatto prima di fare politica e se sono laureati». Infine enuncia un programma che, nel migliore stile trumpista, mette insieme veri regali ai ricchi (la flat tax) e finti regali (che, vedi Trump, verranno immediatamente smentiti dopo l’eventuale vittoria) ai poveri (aumenti delle pensioni minime, reddito di dignità, ecc.).

Insomma: qui, come ormai quasi ovunque in Occidente, si scontrano due populismi nati sulle rovine delle forze politiche tradizionali, di sinistra come di destra. Due populismi che negli Stati Uniti, come ha scritto Nancy Fraser seguendo la lezione di Gramsci in un lungo articolo su American Affairs, incarnano gli interessi di due blocchi sociali contrapposti che lottano per l’egemonia. Con la differenza che, nel caso italiano, non si confrontano un Donald Trump e un Bernie Sanders ma, da un lato una vecchia volpe (anche lui un tycoon reazionario al pari di Trump, ma che la lunga esperienza ha reso meno rozzo nell’uso di espressioni razziste e sessuofobe, mentre ne ha affinato la verve comunicativa), dall’altro lato un progetto abortito di populismo progressivo che (diversamente da Podemos e Mélenchon) non ha la minima chance di aggregare un blocco sociale capace di andare oltre qualche effimero successo elettorale.

Ma l’astuzia berlusconiana si rivela anche nel suo enfatizzare il "pericolo" grillino per preparare il terreno – nel più che probabile caso che nessuno ottenga la maggioranza assoluta – a una Grosse koalition in salsa italiana (sarà per caso che Renzi sostiene a sua volta che la vera sfida è fra Pd e M5S?). 

Una soluzione che gli consentirebbe di svincolarsi della imbarazzante alleanza con Salvini, il quale è la vera controfigura italiana di Trump, almeno per quanto riguarda la scorrettezza politica e le velleità antiglobaliste e antieuropeiste. Perché il populismo di Berlusconi è soprattutto una tecnica elettorale, ma il nostro non coltiva alcuna intenzione di sfidare i diktat dell’Europa a trazione tedesca.

* FONTE: MICROMEGA

giovedì 25 gennaio 2018

SOVRANITÀ DEL POPOLO VERSUS SOVRANITÀ DEI MERCATI di Luciano Barra Caracciolo

[ 25 gennaio 2018 ]
Come avevamo dato conto, si è svolto a Perugia, il 19 gennaio scorso il convegno "70 anni della Costituzione repubblicana".
Qui sotto la prolusione Luciano Barra Caracciolo.

Un'impeccabile lezione di diritto costituzionale, quindi una critica serrata dei fondamenti liberisti dell'Unione europea. Un discorso politico e teorico a tutto campo che vivamente consigliamo di ascoltare e...studiare. 

Un altro mondo rispetto al penoso chiacchiericcio elettorale.


VERSO LE ELEZIONI, SCHEDA 4: POTERE AL POPOLO

[ 25 gennaio 2018 ]

Oggi ci occupiamo di Potere al Popolo —coalizione elettorale di cui abbiamo già scritto QUI e QUI — per vedere cosa dice sull'Unione europea e l'euro.


Ricordiamo le schede precedenti: 
SCHEDA 3: L'ALTRA EUROPA CON TSIPRAS

*  *  * 

Recita il programma elettorale di Potere al Popolo dal titolo, appunto UNIONE EUROPEA.
«Negli ultimi 25 anni e oltre, l’Unione Europea è diventata sempre più protagonista delle nostre vite. (...) I ricchi, i padroni delle grandi multinazionali, delle grandi industrie, delle banche, le classi dominanti del continente approfittano di questo ”nuovo” strumento di governo che, unito al “vecchio” stato nazionale, impoverisce e opprime sempre più chi lavora. L’Unione Europea è uno strumento delle classi dominanti che favorisce l’applicazione delle famigerate e impopolari “riforme strutturali” senza nessuna verifica democratica. (...)  Noi ci sentiamo naturalmente vicini ai tanti popoli che vivono nel nostro stesso continente, con i quali la nostra storia si è intrecciata e si intreccia tuttora e che soffrono come noi a causa di decenni di politiche neoliberiste; insieme a tutti costoro vogliamo ricostruire il protagonismo delle classi popolari nello spazio europeo. 
Per questo lottiamo per:
- rompere l’Unione Europea dei trattati;
- costruire un’altra Europa fondata sulla solidarietà tra lavoratrici e lavoratori, sui diritti sociali, che promuova pace e politiche condivise con i popoli della sponda sud del Mediterraneo;
- rifiutare l’ossessione della “governabilità”, lo svuotamento di potere del Parlamento, il rafforzamento degli esecutivi, l’imposizione di decisioni dall’alto perché “ce lo chiede l’Europa”;
- il diritto dei popoli ad essere chiamati ad esprimersi su tutte le decisioni prese sulle loro teste a qualunque livello– comunale, regionale, statale, europeo – pregresse o future, con il ricorso al referendum».
Salta agli occhi: neanche una parola, che fosse una, sulla moneta unica, nemmeno un pur fugace accenno all'euro. La qual  cosa è come minimo surreale, visto che l'euro non è un orpello ma il vero e proprio pilastro dell'Unione e del mercato unico. E quindi è francamente ridicolo che nel programma si chieda la "nazionalizzazione della Banca d'Italia". Ci viene in mente quella stramba figura dell'ippocervo: una Banca centrale "nazionalizzata" che non dispone di sovranità monetaria e resta entro il Sistema europeo di banche centrali (SEBC) è una totale assurdità.

Ma perché questa reticenza su un punto tanto dirimente com'è l'euro? Semplice: perché tra i contraenti del patto elettorale non c'è accordo. Je so' pazzo, il centro sociale napoletano che per primo ha lanciato l'iniziativa della lista napoletana, ha la medesima posizione di Rifondazione comunista, che difende la moneta unica —leggere per credere con quali peregrini argomenti. Eurostop ha quindi dovuto ingoiare un boccone molto amaro. Le Rete dei Comunisti, che di Eurostop è il perno, deve arrampicarsi sugli specchi per giustificare il cedimento su un punto di tale importanza.

Potere al Popolo dice che bisogna «rompere l'Unione europea dei trattati». Togliete il verbo (furbetto) "rompere" e avrete in buona sostanza —checché ne dica Giorgio Cremaschi—, la medesima posizione della gran parte delle liste elettorali concorrenti, comprese quelle di regime come Partito democratico e Forza Italia, le quali rivendicano il superamento dei vincoli scritti nei Trattati, e tutte sperano, in nome di un "europeismo inclusivo" e non tecnocratico, nella "riforma" dell'Unione.

Certo, non siamo ai tempi de L'Altra Europa con Tsipras  (e come si potrebbe dopo la vergognosa capitolazione di SYRIZA?) ma gratta gratta Potere al Popolo ci rifila la minestra riscaldata dell' altreuropeismo. Questo e null'altro è il significato di questa frasetta-mantra: 
«costruire un’altra Europa fondata sulla solidarietà tra lavoratrici e lavoratori, sui diritti sociali». 
Anche qui un'altra enorme concessione di Eurostop.

A questo punto il lettore potrebbe pensare che Potere al Popolo è, al pari delle altre liste elettorali, un'accozzaglia senza né capo né coda. Non è vero, o è vero solo in parte.
C'è infatti un punto teorico e programmatico, un collante ideologico su cui si regge l'alleanza elettorale. E' il categorico rifiuto della sovranità nazionale, considerata come una "cosa di destra" in quanto "nazionalistica". Siamo in presenza di un vero e proprio elemento distintivo, anzi identitario, che accomuna tutta la sinistra radicale. 
Che abbiamo allora, alla fine dei conti? Che la "rottura con l'Unione dei Trattati", privata dello sbocco politico e logico della conquista di una piena sovranità e indipendenza nazionale, è una finta rottura, un inganno.




mercoledì 24 gennaio 2018

L'ASSE FRANCO-TEDESCO CONTRO L'ITALIA di Sergio Cesaratto

[ 24 gennaio 2018]

Se c'è un politicante che non sa quello di cui parla questo è colui che i burattinai che tirano i fili di M5S han scelto come capo, all'anagrafe Luigi Di Maio. Altro che congiuntivi! Un personaggetto senza principi che, si vede lontano un chilometro, è divorato dalla sua sete di gloria e potere.
L'8 gennaio scorso per giustificare il suo passaggio nel campo euro-liberista affermò quanto segue:
«Non credo che sia più il momento per l’Italia di uscire dall’euro, perché l’asse franco-tedesco non è più così forte e spero di non arrivare al referendum sull’euro che comunque per me sarebbe una extrema ratio». [Corriere della Sera]
Che cantonata! Prendiamo una notizia dell'altro ieri: «L'asse franco-tedesco è realtà. Francia e Germania rafforzano il Trattato dell'Eliseo». Oppure questo: «Asse franco-tedesco: sì al nuovo trattato dell'Eliseo. Nel 55° anniversario del trattato dell'Eliseo (22 gennaio 1963), Francia e Germania si scambiano i presidenti delle camere basse e votano risoluzioni che danno il via al nuovo trattato. Parte da qui la rifondazione dell'Europa?».

Insomma, tutto il contrario di quanto dice Di Maio, che dovrà trovare una scusa più credibile per motivare il suo salto della quaglia.
C'è di più, a fondamento del rafforzamento dell'asse carolingio e del perché è una minaccia per il nostro Paese. Ce lo spiega Sergio Cesaratto su IL FATTO QUOTIDIANO  di oggi.

* * *

L’idea franco-tedesca per ingabbiare l’Italia

di Sergio Cesaratto

Un tema sembra ossessionare i vertici europei: come costringere l’Italia a ridurre il suo debito pubblico, costi quello che costi (all’Italia). Prima abbiamo avuto il non-paperdi Wolfgang Schäuble, ora il paper dei 14 economisti franco-tedeschi radunati da Merkel e Macron. Leggerlo è un viaggio nel surreale. Si parte invero col piede giusto giudicando le attuali regole di bilancio europee macchinose, arbitrarie e pro- cicliche. Purtroppo le proposte avanzate sono ancor di più cervellotiche, parziali e destabilizzanti, volte esclusivamente a mettere l’Italia sotto scacco. Se applicate probabilmente destabilizzerebbero i mercati. Di crescita e occupazione il documento non fa menzione. Keynes non è mai esistito.


IL PAPER mira a rafforzare la disciplina fiscale in cambio di una qualche “condivisione dei rischi”. Ma per non sbagliare, i Paesi ad alto debito dovranno avere più disciplina e meno risk sharing degli altri, mai che se ne approfittino. Il documento copre tre temi: unione bancaria, regole di bilancio, quadro istituzionale. Quest’ultimo, in sostanza, consiste nel distribuire efficacemente fra Commissione ed Eurogruppo (il consiglio dei ministri finanziari) i ruoli di accusatore e di giudice nelle procedure di violazione, ruoli al momento troppo soggetti alle scelte politiche. La Francia ha purtroppo da tempo abbandonato l’idea di fare dell’Eurogruppo un luogo di coordinamento delle politiche fiscali per la crescita. Sulle banche la vicenda è nota: la costituzione di un’assicurazione europea sui depositi a completamento dell’unione bancaria, che già prevede sorveglianza e procedure di risoluzione delle crisi bancarie comuni (il famoso bail-in), è subordinata allo smaltimento da parte delle banche (leggi italiane) dei titoli pubblici e delle sofferenze bancarie ( pena sanzioni). Qui il paper dimentica che nel 2011-12 le banche italiane furono spinte a impiegare la liquidità della Bce per accollarsi i titoli di Stato italiani di cui le banche franco-tedesche si stavano sbarazzando, evitando il crollo dell’euro. Se la Bce fosse intervenuta prima questo non sarebbe accaduto. Così come si dimentica sia che le sofferenze sono in gran parte dovute alle politiche di austerità, che dell’ammontare spaventoso di titoli speculativi che gravano sulle banche tedesche e francesi, come documentato a dicembre dalla Banca d’Italia.

Si tratta comunque di misure destabilizzanti per il debito pubblico e le banche italiane. E circa la promessa garanzia sui (vostri) depositi, l’assicurazione europea interverrà solo se una crisi bancaria in uno o più Paesi esaurisce la quota del fondo assicurativo comune che è di loro pertinenza (e che essi avranno versato attraverso “premi assicurativi“ commisurati al rischio- Paese), dunque una condivisione dei rischi limitata a crisi sistemiche.

È NELLA PARTE fiscale che il surrealismo dà il meglio di sé. Qui si propone di sostituire al pareggio di bilancio (aggiustato per il ciclo economico con regole assai arbitrarie) un obiettivo di crescita della spesa pubblica in linea con la crescita di lungo periodo del Pil, ma minore di quest’ultima nei Paesi ad alto debito di modo che lentamente rientrino nel rapporto debito/Pil. La carota sarebbe che il trendfissato per la spesa è predeterminato, sicché non vi sarebbero (ulteriori) tagli nelle fasi basse del ciclo. Dio solo sa quanta arbitrarietà v’è tuttavia nel calcolare la crescita di lungo periodo del Pil. Inoltre l’analisi keynesiana suggerisce che la spesa pubblica contribuisce a guidare il Pil. Se la facciamo crescere meno, crescerà meno anche il Pil (e con essa le entrate fiscali, mortificando l’aggiustamento dei conti). Siamo alle solite fatiche di Sisifo. E se ci trovassimo a violare la (nuova) regola, dovremmo finanziare la spesa emettendo dei titoli di serie B ( junior bond) sui quali dovremo pagare tassi più elevati.

LA LOGICA punitiva offre il massimo di sé nel principio schaubliano per cui ogni assistenza finanziaria da parte del fondo salva-Stati Esm ( European Stability Mechanism), assistenza che può rendersi indispensabile nel caso che per uno Stato fosse proibitivo rifinanziarsi sul mercato a tassi accettabili, andrebbe subordinata a una ristrutturazione del debito (che ne allunghi le scadenze e se necessario ne cancelli una quota, per esempio relativa alle junior bond di cui sopra). Ciò vuol dire che sotto la minaccia di una ristrutturazione dei debiti saranno i mercati a vigilare sul rigore fiscale dei Paesi ad alto debito imponendo tassi più elevati, senza più bisogno di applicare sanzioni, operazione politicamente complicata. Nella prospettiva della dismissione dell’ombrello protettivo della Bce, questa riforma lascerà indifeso il mercato dei titoli italiani. Ça va sans dire che, invece, i Paesi che avranno dato prova di virtù fiscale sono premiati e avranno accesso incondizionato all’Esm per affrontare, presumibilmente, temporanei rialzi dei tassi di interesse sui loro titoli di Stato accedendo ai più vantaggiosi tassi sui prestiti erogati dal fondo. L’Europa c’è quando v’è meno bisogno. La carota sarebbe nella creazione di un (piccolo) fondo a cui potrebbero ricorrere i Paesi la cui disoccupazione superasse certe soglie. Il sostegno è tuttavia una tantum, quindi non volto a contrastare la disoccupazione strutturale, e disponibile solo ai Paesi che si attengono scrupolosamente alle regole. Alla faccia del risk sharing , la contribuzione al fondo sarà maggiore per gli Stati che più probabilmente vi ricorreranno. Da dove un esponente di Liberi e Uguali (Nicola Fratoianni su Huffington Post) abbia potuto dedurre che il documento propone il superamento dei vincoli europei non è dato sapere, a ulteriore testimonianza che il surrealismo domina il dibattito sull’Europa.


* Fonte: Fatto Quotidiano del 24 gennaio 2018

martedì 23 gennaio 2018

BAGNAI CON LA LEGA: UN GIORNO TRISTE di Moreno Pasquinelli

[ 24 gennaio 2018 ]

Non condivido quanto scrive l'amico Sergio Cesaratto, che non solo si "complimenta" con Bagnai per la sua scelta di candidarsi con la Lega di Salvini ma gli si augura "un grande successo".

Non nascondo anzi la mia tristezza. E non ci consola per niente il fatto che noi, già nel 2013, avessimo previsto che Bagnai si sarebbe buttato con la destra. In cuor nostro speravamo non sarebbe mai accaduto.

E' triste dirlo ma era tutto già scritto, sin da quando il Nostro ci diede addosso dicendo che "l'uscita da sinistra dall'euro" era una fregnaccia; quando, per giustificare la sua pulsione a siglare il patto col diavolo, sosteneva che siccome l'euro è nazista ogni uscita sarebbe stata benefica, anche se nazional-liberista. 

Non c'è dubbio alcuno che l'essenza della Lega di Salvini sia liberista (sorvoliamo per carità di patria su razzismo, securitarismo fascistoide ecc. ed altre schifezze). Ma questo Bagnai lo sa benissimo, per questo è politicamente grave che si sia messo al servizio di Salvini per camuffare il liberismo reazionario con una spruzzata di keynesismo sinistrorso. Il keynesiano de' noantri, verrebbe da dire. E che pena che il Nostro abbia accettato di dare la notizia partecipando ad una una conferenza stampa voluta da Salvini per rispondere in tempo reale alla mossa di Berlusconi che da Bruxelles si accreditava come un europeista al cento per cento e garantiva a Lorsignori che Salvini medesimo... è un cane che abbia ma non morde.
Berlusconi eurista, Salvini euroscettico.... Un'Armata Brancaleone, quella delle destre, compatta solo su una "cosetta": la visione neoliberista, che Berlusconi declina in modo ordoliberista mentre Salvini in quello all'amatriciana.

Consapevole di aver accettato il ruolo di comparsa in una corte dei miracoli ecco come Bagnai la racconta a Radio radicale:
«Noi non apprezziamo molto il metodo del processo d'integrazione europea proprio perché in nuce è un metodo e un processo che tende a negare il valore delle differenze e a schiacciarle; tutti i paesi devono essere uguali, se non si è uguali non entri; beh, questa coalizione di centro-destra fra le cose che diciamo personalmente apprezzo ha anche il fatto di essere una coalizione plurale e il fatto che Berlusconi rivendichi un suo afflato europeista e dei contatti con le istituzioni europee ai massimi livelli come ho già detto in conferenza stampa dal mio punto di vista è un vantaggio, un asset come direbbe un economista (mi faccia parlare da economista) per la coalizione piuttosto che essere una passività una liability per un motivo molto semplice che è opportuno che nella coalizione ci siano interlocutori che siano in grado di rapportarsi con le istituzioni europee sotto qualsiasi scenario ci si dovesse presentare».
Davvero patetico. 

Ciò che come economista Bagnai si era guadagnato sul campo, egli ora lo ha gettato nel cesso con la sua farlocca scelta di campo. Ingenuità politica? narcisismo? ambizione? Forse un miscuglio dei fattori. Come andrà a finire? Male!

Ps

Che poi l'uscita dall'euro sia solo il "Piano B", essendo quello "A" il restarci, è cosa oramai nota. Vale la pena segnalare come Borghi Aquilini abbia spiegato questo aggiustamento non da poco
«L'aspetto della dissoluzione concordata [dell'eurozona, NdR] per noi è stato sempre fondamentale. Cos'è stato il cambiamento? E' stato l'arrivo di Macron in Francia invece di madame Le Pen. Se ci fosse stata madame Le Pen questa dissoluzione concordata sarebbe già avvenuta, adesso ci vuole un po' più di tempo».
Capite cos'è il "Piano B"? 
Non l'uscita unilaterale, sovrana e costituzionale, sempre esclusa, anche dal Bagnai (fu un punto della nostra polemica), ma lo smantellamento concordato dell'eurozona con tedeschi e francesi. Aspetta e spera.. 

GERMANIA: CRISI FINITA? di Emmezeta

[ 23 gennaio ]

Stasera gli euristi brindano. Da Bonn è arrivata la notizia che attendevano. I delegati della SPD hanno detto sì al quarto governo Merkel. Capito su cosa si regge l'asse eurista? Sulla conservazione della politica austeritaria impersonata proprio dalla figlia del pastore luterano della Ddr. E pensare che ancora c'è chi crede, o più spesso fa finta di credere, alla possibilità di "riformare" l'Unione. L'esempio più vicino a noi di questi fenomeni da baraccone è quello di tutti i partiti italiani che si contenderanno il voto del 4 marzo.

Tra i primi commenti all'esito del congresso socialdemocratico quello di Juncker, che quando si tratta di brindare è notoriamente il più lesto di tutti: «Un’ottima notizia per un’Europa più unita, forte e democratica!». Ma anche pesce lesso Gentiloni, che sente il vento in poppa proprio grazie all'appoggio dei mascalzoni di Bruxelles (vedi la gravissima ingerenza di Moscovici), non è stato da meno. Questo il suo tweet: «#Spd Passata a maggioranza la proposta di @MartinSchulz per concludere un accordo di grande coalizione. Un passo avanti per il futuro dell'Europa».

Ma lasciamo perdere questi miserabili. La prima domanda da porsi è infatti un'altra, e riguarda il futuro della Germania. Davvero l'odierno voto di Bonn segna la fine dell'imprevista crisi politica tedesca, avviatasi con le elezioni del 24 settembre scorso? Noi non crediamo proprio che sia così.

Intanto nessuno credeva davvero ad un esito diverso del congresso della SPD, partito dall'inossidabile natura sistemica. Dunque, in un certo senso, la vittoria di Schultz è sostanzialmente una non-notizia. La notizia, semmai, è nelle striminzite proporzioni di questa affermazione. Sui 641 votanti dell'assise socialdemocratica, hanno espresso un sì solo 362 delegati contro 279. Insomma, Schultz vince, ma il partito è spaccato a metà. Un altro bel tassello da aggiungere al mosaico della crisi politica tedesca.

Il sì di oggi è un via libera all'avvio di negoziati con la CDU/CSU per la formazione del nuovo governo. I risultati del negoziato verranno poi sottoposti ad un referendum tra gli iscritti della SPD. E' davvero sicuro che la trattativa vada a buon fine? Le vicende politiche degli ultimi decenni fanno pensare che sì, andrà così. Ma la situazione attuale è assai diversa da quella del passato. Anche il precedente negoziato tra CDU/CSU, verdi e liberali avrebbe dovuto portare alla nascita della cosiddetta coalizione "Jamaica", ma così non è stato.

In ogni caso, anche se nascerà, il nuovo governo Merkel-Schulz sarà assai più fragile di quelli precedenti. La "Große Koalition" stavolta non potrà essere in nessun caso "grande". Questo per due motivi, il primo di natura numerica, il secondo di natura politica.

A settembre i due partiti del precedente governo Merkel hanno ottenuto il 32,9% l'Unione CDU/CSU, il 20,5% la SPD. Totale un modestissimo 53,4%, certo sufficiente a governare ma con una maggioranza assai meno "grande" del passato. Nelle ultime elezioni la batosta è stata infatti secca per entrambi: meno 8,6% la CDU/CSU, meno 5,2% i socialdemocratici.

Ma c'è anche un serio motivo politico a rendere la coalizione più fragile. Esso risiede nel notevole irrobustimento delle forze che in vario modo si collocano a destra di Angela Merkel. Se i nazionalisti della AfD hanno ottenuto a settembre il 12,6%, rilevante è stata anche l'avanzata degli ultra-liberisti della FDP (10,7%), senza dimenticare i settori più reazionari della CDU ed il peso che ancora mantiene (6,2% la sua percentuale nazionale) la costola bavarese (la CSU) dell'Unione capeggiata da Merkel.

Visti questi equilibri, la CDU/CSU - ammesso e non concesso che lo voglia - non potrà fare vere concessioni alla SPD. Da qui un vicolo abbastanza stretto per la trattativa. Ma forse un cappio al collo per lo stesso governo che ne nascerà. E che alla resa dei conti potrebbe scontentare tutti. Di certo le classi popolari che chiedono un cambio nella politica economica, ma anche i settori di un variegato ma emergente nazionalismo tedesco che il neoliberismo in salsa eurista è riuscito a far risorgere.

Tutto, dunque, può ancora accadere. Quel che ci sentiamo però di escludere è il tranquillo ritorno alla stabilità tedesca degli ultimi decenni, condizione di una qualche stabilità anche nell'Unione Europea. Ecco perché certi brindisi ci sembrano francamente fuori luogo. Insomma, la crisi politica tedesca non è per nulla finita. Questa almeno è la nostra opinione.

CONTRO IL FEMMINISMO DI REGIME di Carlo Formenti

[ 23 gennaio ]

Il recente dibattito interno al femminismo, testimoniato anche dall'Almanacco di Filosofia di “Micromega”, apre uno spazio per la ripresa delle correnti anticapitalistiche del femminismo, aiutandole a ricavarsi un ruolo egemonico nel movimento delle donne e a contenere l’influenza delle correnti “emancipazioniste” e dell’estremismo “genderista”, che funzionano da vie di penetrazione dell’immaginario neoliberista nel movimento.

Sull’ultimo numero del 2017, nel suo Almanacco di Filosofia, “MicroMega” ospita la dura polemica che ha opposto, da un  lato, lo storico Vojin Saša Vukadinovič e Alice Schwarzer (direttrice di EMMA, rivista storica del femminismo tedesco), dall’altro, la filosofa statunitense Judith Butler e la sociologa tedesca Sabine Hark[i]. Prendendo spunto da letture dissonanti del noto episodio della notte del 31 dicembre 2015, allorché una folla di immigrati musulmani invase il centro di Colonia esercitando molestie sessuali nei confronti delle cittadine tedesche che festeggiavano il capodanno, i due fronti si sono scambiati accuse di razzismo (Butler-Hark contro Vukadinovič-Schwarzer) e di un relativismo culturale giustificatorio, se non complice, nei confronti delle pulsioni  maschiliste dell’islamismo (Vukadinovič–Schwarzer contro Butler–Hark). 
Al netto della virulenza verbale (con insulti reciproci degni di una rissa fra stalinisti e trotskisti), il confronto sollecita una riflessione in merito a ciò che mi pare caratterizzi buona parte del dibattito teorico, tanto nel campo femminista “ortodosso” quanto in quello dei gender studies, vale a dire una sorta di oscillazione fra cattivo universalismo e cattivo relativismo. Cercherò di argomentare quanto appena affermato commentando, oltre che i testi sopra citati, la beffa architettata da Peter Boghossian e James Lindsay ai danni delle derive postmoderne negli studi di genere[ii], alcuni passaggi di un recente libro di Judith Butler[iii], un’intervista rilasciata dalla filosofa Luisa Muraro nel 2016[iv], infine un articolo di Nancy Fraser pubblicato su “Micromega” online[v].

Parto dall’esilarante “fake paper” del duo Boghossian-Lindsay. Si tratta di un testo intenzionalmente delirante che i due hanno sottoposto al vaglio di una rivista “scientifica” di studi di genere, ottenendone la pubblicazione in barba alla bibliografia in larga parte falsa, se non inventata di sana pianta, e all’incredibile florilegio di affermazioni insensate (si va dalla tesi che la postura dei maschi che siedono a gambe larghe è il riflesso di un atteggiamento di “stupro dello spazio vuoto circostante”, alla denuncia della responsabilità del pene come “propulsore concettuale del cambiamento climatico”, in quanto quest’ultimo è l’esito inevitabile “di uno stupro della natura da parte di una mentalità maschile predominante”). Gli autori spiegano di aver tratto ispirazione da un’operazione effettuata anni fa dal fisico Alan Sokal, il quale si proponeva di denunciare l’uso improprio di metafore mutuate dalle scienze naturali da parte degli studiosi postmodernisti di scienze sociali (il bersaglio era il gergo dei cultural studies con particolare riferimento agli studi postcoloniali). Boghossian e Lindsay sostengono che, a far accettare come ovvie verità le insensatezze inserite nel loro testo (alcune delle quali formulate ricorrendo al Generatore Postmoderno, un algoritmo creato da Alan Sokal), è stato il tono “moraleggiante” (leggi: la denuncia della natura intrinsecamente malvagia della mascolinità), mentre aggiungono di non nutrire illusioni in merito all’effetto demistificante della provocazione, in quanto il campo dei gender studies è affetto da dissonanza cognitiva, si fonda cioè su certezze aprioristiche che sfidano ogni smentita empirica. Una di tali certezze coincide con la convinzione secondo cui il pene anatomico avrebbe poco o nulla a che fare, non solo con il genere, ma persino con il sesso.

Contro tale dogma si rivolgono a loro volta Vukadinovič e Schwarzer, mettendo in luce come i teorici del gender facciano derivare dalla consapevolezza della storicità dei ruoli di genere, e dall’assunto che dietro di essi non si darebbero alcuna natura né alcuna realtà, la libera e arbitraria modificabilità degli stessi (costoro, scrive Schwarzer in proposito, “scambiano i propri giochi mentali per la realtà, suggeriscono che ogni essere umano può essere, qui e ora, esattamente quello che sente di essere”). Fin qui siamo nell’ambito del dibattito filosofico. 

Le cose si surriscaldano e assumono valenza politica laddove Vukadinovič sottolinea come dalle rivendicazioni del diritto a essere ciò che si sente di essere, venga fatta discendere la richiesta di “ripulire” testi accademici e letterari, linguaggio quotidiano, fenomeni sociali e problemi politici di tutto ciò che può essere ritenuto offensivo nei confronti di questo o quel gruppo di “emarginati”, fino all’invito a strappare le pagine dei testi incriminati (quando il politicamente corretto tocca vette che evocano sinistri ricordi dei roghi nazisti di libri).  E il calore sale ulteriormente laddove alla Butler viene rimproverato di non avere preso una posizione chiara e netta contro “l’orda di Colonia”, un’ambiguità che la filosofa statunitense giustifica con la necessità di tenere conto dell’esistenza di una differenza culturale che – nella misura in cui venisse ignorata – rischierebbe di far slittare l’indignazione femminista verso l’indignazione razzista.

Per cercare di precisare meglio il punto di vista di Judith Butler – a mio avviso più complesso rispetto a quello esposto dai suoi critici nel contesto appena illustrato, ma soprattutto non omologabile a quello degli esponenti più deliranti della gender theory – preferisco fare riferimento, invece che alla breve replica apparsa su “Micromega” (resa meno efficace dal risentimento nei confronti dei detrattori, che vengono persino accusati di “trumpismo”), a uno dei suoi libri più recenti[vi]. Le critiche che Butler rivolge all’universalismo del femminismo mainstream (facendo riferimento, per esempio, all’appoggio nei confronti delle leggi francesi che puniscono le donne che indossano il velo) prendono le mosse dalla convinzione che le donne dovrebbero riconoscere: 1) che esse non sono l’unico segmento di popolazione esposto a condizioni di precarietà e di privazione dei diritti; 2) che la popolazione sussumibile sotto la denominazione minoranze di genere e sessuali (quindi non solo  le donne ma la comunità LGBTQ) è differenziata al proprio interno in termini di classe, razza, religione, appartenenze comunitarie linguistiche e culturali. Da questa duplice presa d’atto, viene fatta derivare un’importante conseguenza politica: il movimento femminista dovrebbe diffidare delle forme di riconoscimento pubblico (riconoscimenti, aggiungo io, che oggi gli piovono generosamente addosso da partiti e governi di centro, destra e sinistra, media, canzoni, film, programmi televisivi, aule parlamentari e di tribunale, ecc.) soprattutto se e quando tali riconoscimenti servono a deviare l’attenzione dal massiccio disconoscimento dei diritti di altri soggetti. In conclusione: se Butler parla della necessità, in casi come quello della notte di Colonia, di trovare il modo di portare avanti un discorso antisessista che sia al tempo stesso antirazzista, non lo fa per negare la gravità dell’episodio, bensì perché si ritiene impegnata a indagare le vie attraverso le quali “la precarietà potrebbe operare come luogo di alleanza fra gruppi di persone che, al di là di essa, hanno poco in comune, o tra i quali c’è talvolta persino diffidenza o antagonismo”.

Non discuterò qui le strategie politiche che, secondo Butler, dovrebbero consentire di costruire tale alleanza (personalmente non le condivido, e in ogni caso non sono qui il tema principale). Sta di fatto che, almeno a mio parere, la sua critica a un certo cattivo universalismo coglie nel segno. Nel mio ultimo libro[vii], riferendomi agli attentati terroristici effettuati da immigrati di terza e quarta generazione in Francia, ho a mia volta sostenuto la necessità di non appiattirsi sul coro delle esecrazioni contro il fanatismo islamico in nome dei “valori universali” incarnati dalle democrazie occidentali[viii], rimuovendo, fra gli altri fatti: 1) che molti di quei ragazzi non solo non erano stati assidui praticanti religiosi fino a poco prima di commettere attentati, ma avevano condotto vite simili a quelle dei coetanei occidentali; 2) che in molti casi avevano vissuto esperienze radicali di esclusione e marginalità, alle quali, non solo le élite dominanti, ma nemmeno le sinistre tradizionali avevano saputo offrire risposte; 3) che la scelta di luoghi di consumo e divertimento come bersagli rispecchiava la frustrazione per la loro condizione di esclusi per cui poteva essere letta anche come espressione di un odio di classe (rafforzato dal conflitto razziale) “pervertito” in fanatismo religioso. Ciò non ha nulla a che fare con una “giustificazione” del terrorismo, così come penso che l’invito della Butler di andare al di là dell’esecrazione contro “l’orda di Colonia” non abbia nulla a che fare con una giustificazione della violenza maschilista. 

Il problema di un certo cattivo universalismo femminista deriva a mio parere dall’eredità che il femminismo degli anni Sessanta-Settanta ha mutuato dalla visione delle sinistre neomarxiste, mettendo in atto una sorta di slittamento dalla classe operaia al genere femminile come incarnazioni dell’interesse generale dell’umanità. Questa visione – variamente trasfigurata – si è perpetuata fino ai giorni nostri in barba alla progressiva disarticolazione delle strutture e delle identità sociali, fino all’attuale frammentazione di soggettività economiche, politiche, ideologiche, culturali, religiose, etniche, sessuali, ecc. Ma la sua riproposizione in condizioni storiche mutate finisce di fatto per sposare i valori dell’universalismo borghese occidentale, con la conseguenza di tracciare confini amico/nemico semplificati, che neutralizzano il groviglio di antagonismi sempre più complessi e intrecciati cui ci troviamo di fronte.

Tutto questo significa che la ragione sta tutta dalla parte di Judith Butler, mentre gli argomenti dei suoi critici sono inconsistenti? Assolutamente no, perché – ancorché più sofisticata di altri e altre esponenti della teoria gender – la visione della Butler incarna l’altro corno della contraddizione che richiamavo poco sopra, vale a dire quello del “cattivo relativismo”. Criticando l’universalismo femminista, la Butler rivendica infatti la propria opposizione a “un pensiero che astrae dalla persona nella sua individualità e dalle circostanze in cui si colloca”. Ma tale affermazione conferma che ci troviamo di fronte al tentativo “estremo e individualistico”, per usare le parole di Luisa Muraro[ix], di assumere nell’identità personale qualunque identità. 

L’esaltazione delle “singolarità” - che accomuna i gender studies alle correnti mainstream delle teorie postcoloniali, delle filosofie poststrutturaliste e del postoperaismo – è infatti un tratto caratterizzante di quel pensiero “americanizzato” che tende a neutralizzare le differenze "forti" – di classe, genere, etnia, religione, ecc. – sostituendole con la galassia delle microidentità, che vengono fatte proliferare fino a coincidere, appunto, con la singola persona. Riferendosi agli effetti politici delle concezioni egemoni nel campo delle teorie del gender, Muraro ha dichiarato: “è da tanto tempo che mi porto dietro l’idea che si procedesse nella direzione di far fuori la differenza sessuale irriducibile alla logica del capitalismo finanziario”[x]. 

Tornerò più avanti – discutendo le tesi di Nancy Fraser – su questa tendenza alla neutralizzazione della differenza sessuale da parte del modo di produzione tardocapitalista -, per ora mi limito a sottolineare la lucidità con cui Muraro coglie la contraddizione di un femminismo che, mentre punta alla parità togliendo di mezzo la differenza sessuale in quanto la ritiene la maggior fonte di discriminazione a danno delle donne, non sembra rendersi conto del fatto che “la parità è un concetto mutilante”, e che il carattere delle libertà civili “ha in sé qualcosa di intrinsecamente discriminatorio” che non può essere corretto dall’equiparazione.  Il “travestitismo generalizzato” promosso dalla sistematica sostituzione del linguaggio sessuato con il linguaggio gender, rincara Muraro, appare del tutto funzionale ai rapporti di potere che si illude di scalzare (soprattutto perché – chioserei io – una volta frantumate nel pulviscolo delle singolarità, le soggettività antagoniste non sono più in grado di costruire alleanze politiche, in barba ai discorsi di Negri sulla fantomatica “moltitudine” o di Butler sulla non meno fantomatica “alleanza dei corpi”).

Chiudo questa prima parte del mio intervento, ricordando che l’intervista da cui ho tratto le citazioni da Luisa Muraro risale al periodo in cui la filosofa aveva pubblicamente denunciato il business della maternità surrogata come un attacco diretto alla relazione materna, beccandosi (a conferma della furia censoria sopra denunciata da Vukadinovič) l’accusa di “seminare odio contro gli omosessuali”. Sempre in quella occasione, aveva affermato, a proposito dell’illusione di poter scegliere arbitrariamente di essere quello che si vuole/crede di essere:
«Cos’è la differenza sessuale? È la vita stessa. Ben prima che apparissero gli esseri umani la vita si è biforcata in maschio e femmina. Vogliamo cancellare questa cosa o la vogliamo tradurre in cultura? Io dico: non buttiamoci sulla differenza sessuale secondo le interpretazioni che di essa abbiamo ereditato. Poniamoci davanti,  in tutta tranquillità e libertà, il problema che noi siamo esseri radicati nella vita naturale e la sessualità è eredità che la natura ci affida (sottolineatura mia). Non rimuoviamo questa evidenza e andiamo avanti, al di là di ogni stereotipo, a interpretarla culturalmente»[xi].
Intendo ora spostare il discorso su un piano meno filosofico e più politico. Il momento di rilancio che il movimento femminista sta vivendo grazie  alle mobilitazioni promosse dalle militanti di “Non una di meno” sembra avere rimesso al centro dell’attenzione i temi del lavoro, riattivando la vocazione anticapitalista del femminismo anni Sessanta/Settanta. Una vocazione che era andata esaurendosi, sia perché la lotta per l’acquisizione di diritti individuali e civili nell’ambito del sistema esistente aveva preso il posto della lotta al sistema in quanto tale, sia perché si assumeva che lottare contro il patriarcato implicasse automaticamente lottare contro il capitalismo (tornerò più avanti sull’insostenibilità di questa identificazione fra sistema patriarcale e sistema capitalistico). 

Il ritorno di temi e obiettivi chiaramente anticapitalisti al centro della cultura e della pratica femministe è un evento di grande peso politico, ma finora tale svolta non è coincisa con l’abbandono di temi, obiettivi e valori tipici del femminismo identitario, emancipazionista-paritario nonché della cultura “genderista” di cui ho cercato di evidenziare limiti e contraddizioni. La domanda è: esistono, all’interno del campo femminista, punti di vista teorici in grado di superare tali contraddizioni, contribuendo a creare le premesse per la costruzione di un blocco sociale anticapitalista che non può prescindere dall’apporto del movimento delle donne? Credo si possa rispondere positivamente, grazie al lavoro di una serie di autrici che stanno gettando le basi di un nuovo “femminismo socialista” di cui Nancy Fraser rappresenta, a mio parere, l’esponente più significativa[xii]. Sintetizzerò qui di seguito alcune sue tesi, concentrando l’attenzione sull’articolo di “MicroMega” citato in apertura.

Il nodo centrale attorno al quale si sviluppa la riflessione di Fraser nel testo in questione è l’estensione del concetto di crisi capitalistica, estensione che avviene integrando nell’idea di crisi capitalistica generale il concetto di “crisi della cura”. Si tratta di un’operazione che comporta, da un lato, il superamento delle interpretazioni “economiciste” della società capitalista, dall’altro lo spostamento delle contraddizioni principali del sistema all’esterno del modo di produzione e delle relazioni di mercato (Fraser richiama in particolare l’attenzione sulla contraddizione che si genera al confine fra produzione e riproduzione). 

Si potrebbe osservare che lo spostamento delle radici della crisi al di fuori della sfera della produzione e del mercato non è una novità. In merito basti citare: 1) la tesi di Polanyi [xiii] sul carattere anomalo del capitalismo, in quanto unica formazione sociale che abbia tentato di fondare l’intero sistema delle relazioni umane sullo scambio mercantile, tesi che interpreta le crisi come effetto, non tanto e non solo delle contraddizioni immanenti al modo di produrre, quanto del conflitto fra capitalismo e mondi della vita (i quali lottano per la sopravvivenza manifestando la propria irriducibile estraneità alle relazioni economiche); 2) la tesi di Rosa Luxemburg [xiv] secondo cui l’accumulazione capitalistica può avvenire solo grazie allo sfruttamento di strati sociali, Paesi, attività e relazioni umane ad essa esterne (tesi che presenta analogie con quelle dei teorici dello scambio ineguale centro-periferia [xv]); 3) la rilettura della categoria gramsciana di egemonia da parte del  filosofo argentino Ernesto Laclau [xvi], il quale propone di sostituire il concetto di modo di produzione con quello di “formazione egemonica”, concetto fondato sull’idea che l’antagonismo non sia interno ai rapporti di produzione ma abbia luogo fra i rapporti di produzione e qualcosa di esterno ad essi; 4) infine va ricordato che lo stesso femminismo degli anni Sessanta e Settanta aveva richiamato l’attenzione sulla sfera riproduttiva come presupposto indispensabile all’esistenza del modo di produzione capitalista. Tuttavia l’approccio di Fraser, pur presentando analogie con le tesi appena elencate, ha il merito di proporre una versione originale della coppia oppositiva dentro/fuori.

Come Polanyi, Fraser sostiene che, fin dall’inizio, la società capitalistica ha separato il lavoro di riproduzione sociale dal lavoro di produzione economica. Il primo si svolge al di fuori del mercato – nelle case, nei quartieri, nelle reti informali e nelle istituzioni pubbliche - e solo in minima parte assume la forma del lavoro salariato. Al tempo stesso, come Luxemburg e altri, sostiene che queste attività “non economiche”, rappresentano una precondizione dell’esistenza stessa del sistema economico. Tuttavia, aggiunge, la propensione del capitalismo all’accumulazione illimitata tende a destabilizzare i processi di riproduzione sociale da cui pure dipende, ed è appunto da questa contraddizione antagonistica - che si colloca sul confine che separa e unisce al tempo stesso produzione e riproduzione - che nasce la “crisi della cura”, una crisi che assume modalità e intensità inedite nel contesto dall’attuale capitalismo finanziarizzato. 

Per afferrare meglio il senso dell’ultima affermazione, occorre seguirla nel suo tentativo di distinguere fra tre differenti fasi storiche del moderno sviluppo capitalistico. Il capitalismo liberale del secolo XIX lascia alle classi lavoratrici il compito di riprodursi autonomamente al di fuori del circuito mercantile. In questa fase le sfere produttiva e riproduttiva si separano e vengono rispettivamente affidate al lavoro salariato maschile e al lavoro gratuito delle donne. Il sistema capitalistico regolato dallo Stato del XX secolo “re-internalizza” la riproduzione sociale attraverso le istituzioni del welfare, il “salario familiare” sostituisce il salario dei capifamiglia, anche se le relazioni di subordinazione femminile restano più o meno immutate. L’attuale capitalismo finanziarizzato e globalizzato arruola in massa le donne nella forza lavoro salariata, promuove lo smantellamento del welfare e ri-esternalizza il lavoro di cura nelle famiglie – ora divenute bi-reddito - e nelle comunità, ma al tempo stesso diminuisce radicalmente la capacità di  queste ultime di sostenerlo (a parte le minoranze di coloro che possono permettersi di mercificarlo). 
«Se il regime precedente alleava la mercatizzazione con la protezione sociale contro l’emancipazione, scrive Fraser, questo genera una configurazione anche più perversa, in cui l’emancipazione si unisce alla mercatizzazione per indebolire la protezione sociale» [xvii].
È proprio cogliendo questa combinazione perversa di emancipazione e mercatizzazione che Fraser offre quello che forse è il suo contributo più importante all’analisi delle contraddizioni del capitalismo contemporaneo. La “perversione” è il frutto della convergenza fra la “guerra di classe dall’alto” - per usare le parole di Luciano Gallino[xviii] - del capitale contro le ridotte capacità di resistenza della forza lavoro dei paesi occidentali, e le rivendicazioni dei nuovi movimenti sociali (femministe, ecologisti, LGBTQ, ecc.) i quali, sostiene Fraser riprendendo e approfondendo le tesi di Boltanski e Chiapello[xix] , hanno dato vita a un paradossale “neoliberismo progressista” che celebra la diversità, la meritocrazia e l’emancipazione mentre accetta o addirittura considera come positivo lo smantellamento delle forme di protezione sociale tipiche della precedente fase capitalistica. 

La critica contro ogni tipo di gerarchia – di sesso, genere, etnia, razza e religione – viene fatta propria da un capitalismo gauchiste che si incarna nelle imprese della Silicon Valley, nell’industria culturale di Hollywood e nelle produzioni immateriali di servizi avanzati, mentre trova espressione politica nei Democratici alla Clinton, nel New Labour di Tony Blair e nelle sinistre socialdemocratiche europee. Al tempo stesso la rabbia delle classi subalterne che, abbandonate dai loro rappresentanti storici, si rivolgono ai populismi di destra, viene liquidata con disprezzo come fascista, razzista e sessista da questa sinistra sex and the city.

Questo equivoco connubio, aggiungerei, esercita tuttora un’influenza negativa anche nei confronti di quell’ala femminista che pure, come sopra ricordato, sta riscoprendo i temi della lotta anticapitalista, nella misura in cui l’immaginario del “femminismo di regime” - come l’ho definito nel mio ultimo libro[xx], contribuisce a dirottare l’attenzione e le energie verso una lotta al “patriarcato” che suona anacronistica nel contesto di una società capitalista il cui immaginario dominante, scrive la Fraser, 
«è liberale-individualista ed egualitarista rispetto al genere: le donne sono considerate uguali agli uomini in ogni sfera, meritevoli di uguali opportunità per realizzare i loro talenti, compreso – forse in modo particolare – nella sfera della produzione. La riproduzione, per contro, appare come un residuo arretrato, un ostacolo al progresso da eliminare, in un modo o nell’altro, nella strada verso la liberazione». 
Liberazione di chi? Dietro l’aura “femminista” dell’attuale società capitalista avanzata si nasconde non tanto la disparità salariale e di opportunità di carriera (prodotto di una strategia di divisione fra lavoratori più che del permanere di pregiudizi di genere), quanto il permanere d’una separazione produzione-riproduzione su basi di genere che non riguarda più le famiglie della middle class e gli strati superiori del proletariato dei Paesi occidentali, bensì le lavoratrici migranti “importate” dalle nazioni povere. “Lungi dal colmare il divario della cura, l’effetto netto è di delocalizzarlo – dalla famiglie più ricche alle più povere, dal Nord globale al Sud globale”. Si potrebbe dire che, da un lato, il capitalismo come forma sociale “pura” - così come è evoluto nei suoi centri storici – non ha di per sé alcuna relazione necessitante con le gerarchie di genere: ha convissuto con il patriarcato finché questo è stato funzionale alla sua autoriproduzione, ma oggi può farne tranquillamente a meno (potrebbe persino convivere con inedite forme di matriarcato, anche se la verità è – vedi sopra quanto affermato da Luisa Muraro – che il suo interesse ultimo sarebbe la neutralizzazione della differenza sessuale e dei suoi effetti destabilizzanti). Dall’altro lato, nella misura in cui non può sopravvivere senza attingere risorse di ogni tipo (naturali, umane, cognitive, ecc.) al proprio esterno, è costretto a tenere in vita il patriarcato esternalizzandolo, esattamente come esternalizza la produzione materiale verso i Paesi in via di sviluppo.

A mo’ di conclusione non mi resta che auspicare che le analisi di Nancy Fraser funzionino da riferimento teorico per le correnti anticapitaliste interne al femminismo, aiutandole a  ricavarsi un ruolo egemonico nel movimento delle donne e a contenere l’influenza delle correnti “emancipazioniste” e dell’estremismo “genderista” (che funzionano da vie di penetrazione dell’immaginario neoliberista nel movimento). 

Aggiungo solo alcune brevi considerazioni sul contributo che un approccio come quello della Fraser può dare al superamento di quella oscillazione fra cattivo universalismo e cattivo relativismo di cui mi sono occupato nella prima parte. Da un lato, tematizzare le contraddizioni alto/basso, centro/periferia, produzione/riproduzione che attraversano i confini di genere implica superare qualsiasi concezione dell’universalità come dato apriori, ascrivibile a questo o a quel soggetto di classe, genere, sesso, razza, etnia, religione ecc. per assumere viceversa l’universale come prodotto di una costruzione politica o, per usare le parole di Laclau, di un “processo di universalizzazione egemonica”. Al tempo stesso, consente di non cadere in una visione “orizzontalista” dei conflitti che metta sullo stesso piano tutte le rivendicazioni di riconoscimento identitario – associate alla progressione insensata e illimitata dei “diritti” di una miriade di sottoculture –, per costruire invece l’unità delle soggettività antagoniste nella contrapposizione contro un nemico comune che altri non può essere se non il sistema di dominio e sfruttamento capitalistico.
(19 gennaio 2018)

* Fonte: Micromega

NOTE

[i] Cfr. <> 8/2017 pp. 175 – 197
[ii] Cfr. Il pene concettuale come costrutto sociale, in <> 6/2017, pp. 225 – 249.
[iii] J. Butler, L’alleanza dei corpi, nottetempo, Milano 2017.
[iv] Cfr. La sacra differenza. Intervista a Luisa Muraro, http://www.tempi.it/sacra-differenza-intervista-a-luisa-muraro
[vi] L’alleanza dei corpi, cit.
[vii] C: Formenti, La variante populista, DeriveApprodi, Roma 2016.
[viii] Fra gli altri, anche Mario Tronti ha preso le distanze dagli inviti a convergere tutti sotto le bandiere dei valori occidentali. Cfr. Dello spirito libero, il Saggiatore, Milano 2015.
[ix] Cfr. intervista citata in nota IV.
[x] Ivi.
[xi] Ivi.
[xii] Cfr. fra le altre, A. Iris, D’Atri, Il pane e le rose. Femminismo e lotta di classe, Red Star Press, Roma 2106; N. Fraser, Fortune of feminism. Verso, London-New York 2014; S. Federici, Il punto zero della rivoluzione. Lavoro domestico, riproduzione e lotta femminista, ombre corte, Verona 2014.
[xiii] Cfr. C. Polanyi, La grande trasformazione, Einaudi, Torino 1974.
[xiv] Cfr. R. Luxemburg, L’accumulazione del capitale, Einaudi, Torino 1960
[xv] Mi riferisco, fra gli altri, ai lavori di Samir Amin, Gunder Frank, Giovanni Arrighi, Emmanuel Wallerstein.
[xvi] Laclau sviluppa il concetto della società capitalistica come formazione egemonica soprattutto nel suo ultimo libro: Le fondamenta retoriche della società, Mimesi, Milano 2017.
[xvii] Contraddizioni del capitale…op. cit.
[xviii] Cfr. L. Gallino, La lotta di classe dopo la lotta di classe, Laterza, Roma-Bari 2012.
[xix] Cfr. L. Boltanski – E. Chiapello, Il nuovo spirito del capitalismo, Mimesis, Milano 2014.
[xx] Cfr. La variante…op. cit.

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