lunedì 11 novembre 2019

LIBERIAMO L'ITALIA, FRONTE SOVRANISTA, VOX ITALIA

[ lunedì 11 novembre 2019]

I nostri lettori sanno che siamo stati tra i promotori della manifestazione del 12 Ottobre.
Il Coordinamento nazionale di Liberiamo l'Italia, raccogliendo la spinta che saliva dalla quella riuscita mobilitazione sta operando per costituire nelle diverse regioni Comitati Popolari Territoriali. Cosa sono? Come si costruiscono? Quali i loro compiti? Come si diventa attivisti? E' possibile aderire facendo già parte di altri partiti o gruppi? Liberiamo l'Italia sarà un partito o un movimento?

Non sono pochi, infine, coloro i quali ci chiedono quali siano le differenze con altri gruppi quali Vox Italia e Fronte Sovranista.

A queste domande risponde il documento licenziato dal Coordinamento nazionale che qui pubblichiamo. Si tratta di proposte, che saranno sottoposte al vaglio di tutti gli attivisti sabato 7 dicembre, giorno in cui si svolgerà la prima Assemblea nazionale di Liberiamo l'Italia.

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LIBERIAMO L’ITALIA: COME DIVENTARE ATTIVISTI


Coordinamento Nazionale di LIBERIAMO L'ITALIA


Da più parti ci giungono varie domande relative al costituendo movimento Liberiamo l’Italia.

Diverse sono le curiosità, ma raggruppandole, ci sembra che le risposte più urgenti riguardino 3 questioni fondamentali.

1) Come si fa a costituire un Comitato Popolare Territoriale di Liberiamo l’Italia?
2) Qual è la differenza tra Partito e Movimento?
3) Qual è la differenza tra Liberiamo l’Italia e VOX Italia o il Fronte Sovranista Italiano?

Ci proponiamo qui di rispondere a queste prime dirimenti questioni.


Come si forma un Comitato Popolare Territoriale di Liberiamo l’Italia?


Premettiamo che l’Assemblea del 7 dicembre a Roma darà l’avvio al processo costituente di Liberiamo l’Italia, che verrà concluso con un Congresso, nella primavera del 2020.

Quanto qui scriviamo e suggeriamo è quindi da intendersi come indicazione generale frutto della discussione del Comitato Promotore. Partecipate all’Assemblea del 7 dicembre per discutere e migliorare insieme queste iniziali proposte organizzative.

E’ auspicabile che intanto nascano quanti più Comitati Popolari Territoriali è possibile.

Quelli già costituiti saranno i primi a prendere la parola all’assemblea del 7 dicembre, così che il loro esempio e testimonianza possa fungere da sprone per quei cittadini che stanno già lavorando o sono in procinto di iniziare, per costruire un Comitato Popolare Territoriale.

I Comitati Popolari Territoriali saranno il cardine, l’ossatura del Movimento Liberiamo l’Italia.

Potranno farne parte tutti i cittadini che ovviamente condividano i 5 punti fondamentali su cui è stata indetta la manifestazione del 12 ottobre, e che qui ripetiamo: «Usciamo dalla gabbia della UE! Riprendiamoci la sovranità monetaria! Riconquistiamo la democrazia! Applichiamo la Costituzione del 1948! Lavoro e dignità per tutti!».

A partire da queste basi, il nostro Movimento vuole essere trasversale e inclusivo, incarnare l’interesse nazionale, ovvero quello della grande maggioranza del popolo.

Questo Movimento vuole diventare la casa comune di tutti coloro che condividono i principi politici e i valori etici scolpiti nella Costituzione del 1948 e che si considerano eredi della tradizione patriottica e democratica nazionale.

Su questa base possono quindi aderire al Movimento cittadini, a partire dal sedicesimo anno d’età, di diverso orientamento ideologico a patto che siano di fede democratica, repubblicana, antiliberisti e di specchiata moralità.

- I Comitati Popolari Territoriali sono anzitutto organismi di lotta, strumenti basati sulla partecipazione diretta dei cittadini alla battaglia politica e sociale.
- Per fondare un Comitato Popolare Territoriale occorre che in una data città o in un determinato comprensorio, coloro che condividono i nostri scopi, si auto organizzino e svolgano la riunione fondativa, con la presenza di un componente del Coordinamento Nazionale.
- Verificata la disponibilità dei partecipanti a costituirsi come comunità politica, la riunione elegge un proprio coordinatore, che potrebbe entrare a far parte del Coordinamento Nazionale di Liberiamo l’Italia.
- Possono far parte dei Comitati Popolari Territoriali tutte le persone che condividano i nostri scopi, anche se appartengono ad altre formazioni politiche e associative, a patto che siano a loro volta, fedeli alla Costituzione e alla sua visione politica e morale democratica e antiliberista.
- Il Comitato Popolare territoriale dovrebbe riunirsi di norma ogni 15 giorni, in un luogo fisico prestabilito.
- Il Coordinatore dovrebbe amministrare la chat iscrivendovi tutti gli attivisti e i simpatizzanti della zona, così da comunicare loro data e ordine del giorno delle riunioni ed eventuali comunicazioni del Coordinamento Nazionale.
- Tre sono i compiti fondamentali del Comitato: a) organizzare nella propria città o nel proprio territorio, regolari iniziative pubbliche, con il concorso e l’aiuto del Coordinamento Nazionale, allo scopo di sensibilizzare e possibilmente mobilitare i cittadini; b) fare del Comitato un luogo di formazione e crescita culturale e politica, ciò implica, anche in questo caso con l’aiuto del Coordinamento Nazionale, svolgere riunioni e seminari di approfondimento su temi e questioni attinenti alla battaglia generale, in difesa del lavoro, dei diritti sociali e civili, della legalità (non ingiusta e repressiva come quella delle élite dominanti) per riconquistare sovranità, democrazia e attuare la Costituzione del 1948; c) curare la base degli iscritti e (visto il lungo cammino che ci attende in questo senso) promuovere iniziative per sollecitare nuove adesioni
- Il primo compito immediato del Comitato Popolare Territoriale è organizzare nella propria città o nel proprio comprensorio la Campagna in difesa del contante il cui Appello è stato approvato per acclamazione alla manifestazione del 12 ottobre, campagna che si concluderà venerdì 6 dicembre con una manifestazione a partire dalle ore 15:30, sotto il Parlamento, a Roma.
- Il secondo compito immediato di ogni Comitato Popolare Territoriale, già costituito o in via di costituzione, è assicurare la partecipazione dei propri attivisti all’Assemblea nazionale del 7 dicembre a Roma, Assemblea che darà il via alla fase costituente di Liberiamo l’Italia, che dovrà concludersi con un Congresso fondativo da svolgersi nella primavera 2020.

Qual è la differenza tra Partito e Movimento?



I Partiti odierni si caratterizzano tutti per essere portatori e difensori di interessi particolari, di casta, di ceto o di classe. Sono quindi, ognuno a suo modo, dei comitati d’affari. Ve ne sono poi altri, minoritari, che si fondano sulle ideologie che hanno segnato profondamente la modernità. Tutti quanti si caratterizzano per la loro forma gerarchica e verticale, per cui il vertice decide tutto e la base non conta nulla, altresì sono accomunati dalla visione liberista antitetica all’impostazione della Costituzione del 1948.

Non possiamo poi tralasciare il fatto che spesso alcune giuste lotte sono state portate avanti dai diversi Partiti (liberisti) solo a fini elettoralistici, salvo poi tradire la stessa battaglia e con essa il popolo che l’aveva appoggiata (è il caso, per fare solo qualche esempio, del referendum sull’euro proposto dal 5 Stelle e buttato nel dimenticatoio, o il caso dei MiniBot tanto desiderati dalla Lega, votati quasi all’unanimità dal Parlamento, mai realizzati, oppure le dichiarazioni sull’irreversibilità dell’euro di Matteo Salvini, che hanno suscitato l’ira di tanti suoi elettori).

Un Movimento per definizione non è rigido né verticistico.

Liberiamo l’Italia, nei tempi necessari, sapendo che occorrerà tanta fatica e tanti saranno gli ostacoli, vuole rendere protagonisti, partecipi in prima persona, i cittadini. Gli stessi a cui il 12 ottobre a Roma, a conclusione della bella manifestazione, è stato detto: «Andiamo a casa, ma non torniamo a casa! La manifestazione del 12 ottobre costituisce solo un primissimo passo».

Nel Movimento che vogliamo costruire, trasversale, plurale e inclusivo, è la base degli attivisti che decide tutto.


Qual è la differenza tra Liberiamo l’Italia, Vox Italia e il Fronte Sovranista Italiano?


Anche il neonato Vox Italia e il FSI si battono per la sovranità popolare e per l’uscita dall’euro. Abbiamo quindi con questi partiti, con i quali auspichiamo la massima collaborazione, le stesse finalità. Gli iscritti ad entrambi questi partiti sono dunque i benvenuti in Liberiamo l’Italia, movimento al quale (lo ricordiamo) si aderisce solo individualmente.

Rispetto a queste formazioni noi abbiamo scelto, però, un’altra strada. Non pensiamo infatti che sia utile costruire un altro partitino sovranista aperto solo a pochi devoti adepti, né vogliamo un cenacolo elitario ed intellettuale. Per quella strada, l’esperienza lo insegna, non si va da nessuna parte. Liberiamo l’Italia vuole essere invece un movimento popolare che attivizzi il maggior numero di cittadini, favorisca la partecipazione ed educhi alla lotta. Solo con questa forza, manifestatasi in nuce il 12 ottobre, sarà possibile costruire l’alternativa di cui c’è bisogno oggi.

7 novembre 2019

DA COSA CI DIFENDEVA QUEL MURO di Alceste De Ambris

[ lunedì 11 novembre 2019 ]

Il Sistema e i media ufficiali celebrano la caduta del muro di Berlino. In realtà c’è ben poco da festeggiare. A parte la retorica fasulla sull’unione e affratellamento dei popoli, la realtà è che da quel 1989, a cui è presto seguito il crollo dell’Urss, ha preso piede in Occidente un modello sociale molto più oligarchico e liberticida di quello che si pretende di criticare.

Il socialismo sovietico non era certo perfetto, essendo afflitto da problemi strutturali fin dalla nascita, dovuti anche all’applicazione autoritaria di certi principi ad un contesto arretrato. Tuttavia non è necessario essere neo-stalinisti o nostalgici per riconoscere le sue conquiste in termini di progresso civile all'interno, e soprattutto gli enormi benefici che esso ha provocato all’esterno. Semplificando, si può dire che paradossalmente il socialismo reale non ha funzionato dove c’era, ma ha funzionato benissimo dove non c’era. Il capitalismo liberale per affrontare la minaccia comunista ha dovuto, per emulazione o per paura, riformarsi, dando vita a quel modello keynesiano e social-democratico che ha assicurato progresso e benessere diffuso nei “trent’anni gloriosi”. A ciò va aggiunto il supporto che l’Unione sovietica ha sempre fornito ai movimenti anti-colonialisti in tutto il mondo, dando forte impulso ai processi di decolonizzazione.

Venuta meno la concorrenza del socialismo reale, il capitalismo ha dismesso i panni civili, mostrando nuovamente il suo vero volto, feroce. Quando il gatto è assente topi ballano, dice il proverbio.


E così il NEOLIBERISMO, questo strano esperimento sociale consistente nel riportare indietro di mezzo secolo l’orologio della storia - tentativo iniziato in Cile con il golpista Pinochet, e poi replicato in Gran Bretagna e Stati Uniti con Thatcher e Reagan — esperimento che sarebbe rimasto probabilmente isolato... si afferma invece sia in Europa, con la nascita dell’Unione europea (1992), sia in parte nel resto del mondo, tramite

istituzioni come il Wto (1995), i piani di aggiustamento del Fmi, il monopolio accademico di certe dottrine pseudo-scientifiche, la diffusione della mentalità mercantile a tutti i livelli...

Come il demone delle favole che, una volta liberato, sembra impossibile reincatenare, anche se provoca danni e distruzioni continue.

Contro cosa ci difendeva dunque quel muro? Dai MALI DEL PRESENTE, alcuni dei quali sarebbero stati inimmaginabili fino a qualche decennio orsono.

La globalizzazione, ossia la libertà di movimento dei Capitali, ora liberi di spostarsi ovunque per aggirare le resistenze locali onde ottenere i maggiori profitti.
La finanziarizzazione dell’economia, che genera l'arricchimento di pochissimi e crisi periodiche per tutti gli altri. Banche e multinazionali dispongono di più risorse degli Stati, che, ormai legittimati, devono tagliare servizi e stato sociale.
La deindustrializzazione, l’attacco ai diritti dei lavoratori, il ritorno della disoccupazione di massa, della precarietà, della povertà.
Il dogma dell’indipendenza della Banca centrale, che assoggetta gli Stati al ricatto dei mercati per finanziare il debito pubblico.
Le privatizzazioni, che hanno regalato i beni pubblici ai privati, i quali così ne ricavano facili rendite di posizione oligopolistiche.
La fine della democrazia sostanziale, ridotta al vuoto rito delle elezioni tra partiti-fotocopia, posto che la politica non ha più il potere di controllare l’economia.
L’eclissi della partecipazione politica, sostituita dalla creazione di movimenti eterodiretti, pseudo-femministi, pseudo-ambientalisti, pseudo-antirazzisti… fino alle rivoluzioni colorate.
L’immigrazione di massa come esercito industriale di riserva messo in concorrenza con i lavoratori locali.
La ricomparsa della guerra, anche in Europa (Jugoslavia, Kossovo, Ucraina) e il riarmo, anche nucleare.
Il ritorno mascherato del colonialismo da parte di alcuni membri della Nato (Usa, ma anche Francia) che, ormai indifferenti al diritto internazionale, invadono minacciano e controllano le sorti di Paesi sovrani (Afganistan, Iraq, Libia, Siria, Venezuela ecc.).
La retorica della lotta al terrorismo, che contrasta fortemente con il sostegno a mercenari jihadisti ovunque sia ritenuto utile.
La ricomparsa di ideologie razziste e nazionaliste. La crisi dell’istruzione, l’irrilevanza degli intellettuali, un generale imbarbarimento culturale.
La scomparsa del giornalismo e del pluralismo mediatico (si veda il mio precedente articolo) e il ritorno della propaganda e della censura.

La “grande muraglia" di Berlino rappresentava dunque simbolicamente (al di là delle intenzioni chi l’ha costruita) un argine contro le invasioni di quei barbari che, dilagati, ora governano le nostre vite. Il compito storico dei sovranisti è dunque enorme: niente di meno che ripristinare la civiltà.

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domenica 10 novembre 2019

ÉLITE, POPOLO, RIVOLUZIONE di A.V.

[ domenica 10 novembre 2019 ]

Abbiamo ricevuto, e pubblichiamo, questa critica all'articolo di Moreno Pasquinelli LOTTA DI CLASSE E RIVOLUZIONI COLORATE. Essa tira in ballo, tra le altre questioni: (1) la funzione storica delle élite e quella dei popoli o, se si preferisce il rapporto tra "avanguardia e masse" e (2) le cause scatenanti delle rivoluzioni; (3) il concetto di "rivoluzione colorata" i di "false flag". 
Ci torneremo su...

[ Tutte le foto nell'articolo sono della grande sollevazione popolare che ha scosso l'Iraq il mese scorso ]


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ÉLITE, POPOLO, RIVOLUZIONE 

Per una critica teorica al populismo socialdemocratico di M. Pasquinelli

di A.V.

Il teoricamente importante articolo di M. Pasquinelli su “Lotta di Classe e Rivoluzione Colorate” si dipana sciogliendo tre nodi.


a) La crisi strategica della plutocrazia neo-liberista conduce inevitabilmente alla rivolta sociale; Pasquinelli, sebbene citi il teorema della “Rivoluzione Colorata”, finisce per concludere implicitamente che la rivolta sociale di popoli incolleriti sarebbe il soggetto in atto.
b) Nonostante taluni difetti teoretici lo storicismo marxista sarebbe nel giusto: è la Lotta di Classe l’essenza del movimento storico.
c) Le elite strategiche geopolitiche, per quanto siano storicamente presenti nel tentativo di orientare la direzione delle rivolte, non incarnerebbero da un certo punto in avanti lo spirito del tempo. Il popolo e la marcia sociale di questo stesso avranno ragione di ogni differente tentativo strategico, in questo caso delle “Rivoluzioni Colorate” delle elite atlantiche. Pasquinelli conclude citando gli esempi delle recenti rivoluzioni arabe e quello libanese e iracheno.


Rivoluzione Colorata è rivoluzione o è guerra ibrida imperialista?


La vera e propria Rivoluzione Colorata nasce storicamente nel contesto della guerra jugoslava. A guidarla fu il famoso “Otpor!”, dal serbo Resistenza. Il movimento Otpor ebbe originariamente una dimensione sociale e politica basata sulla non violenza e sulla resistenza passiva. L’elite del movimento di Resistenza venne però addestrata dall’MI6 britannico, l’obiettivo era quello di delegittimare il governo socialista e patriottico di Slobodan Milosevic. Dopo la caduta del leader serbo, effettivamente portata a casa da “Otpor!”, la figlia del socialista serbo Marija Milosevic rilasciò una importante intervista in cui tratteggiò la storia della “Resistenza serba” al nuovo Patriottismo serbo rappresentato dal Governo Milosevic. Rilevò il ruolo centrale di varie intelligence occidentali, MI6 in prima linea. La Rivoluzione Colorata è solitamente non violenta, concentra ideologicamente la propaganda su un humus preciso e simbolico, inclusivo e non esclusivo, come avverrà nella prima Rivoluzione Colorata ucraina (2004). La “rivoluzione” ucraina del 2014 non è invece, a nostro avviso, un modello di rivoluzione colorata. Fu una autentica insurrezione armata il cui motivo ideologico, esclusivista e esplicitamente razzista, fu lo sciovinismo ucraino russofobo. Motivi sociali e economici, per quanto presenti, finirono in secondo piano. Fu originariamente una insurrezione eurofila e atlantista? 


No. Qui Pasquinelli (che ho visto in precedenti articoli sostiene comunque saggiamente i russofili ucraini) ha in parte ragione. Chi conosce la storia ucraina, sa che il nazionalismo razzista e antirusso ucraino non è stato creato dall’MI6, così come, facendo un altro esempio, il forte antisionismo grande-russo non venne creato di punto in bianco dall’Ochrana ai primi del '900 e dovette infatti essere reintegrato nella stessa ideologia di regime dell’Urss, sebbene non fosse inizialmente previsto. I vari movimenti nazionalisti ucraini hanno finito inevitabilmente, pur non essendo questo probabilmente nelle intenzioni originarie, per gravitare nel campo dell’imperialismo occidentale-sionista divenendone a tutti gli effetti braccio armato. L’insurrezione armata di una elite ultranazionalistica e russofoba addestrata ha trasformato l’iniziale Rivoluzione Colorata di milioni di manifestanti in un chiaro evento di guerra ibrida imperialista russofoba e occidentalista. Le azioni di guerra non ortodossa (strage del 20 febbraio coordinata dall’ambasciata Usa di Kiev) hanno accelerato la vittoria dell’insurrezione russofobica, non l’hanno però predeterminata. Altro esempio, a tal proposito, è la tentata insurrezione armata dei sionisti di Guaidò in Venezuela di pochi mesi fa. In questo caso, il pronto intervento di reparti operativi inviati dal Cremlino ha messo in fuga gli insorti antivenezuelani. A differenza del regime di Victor Janukovyc, il governo neo-chavista di Maduro gode di un importante e sostanziale consenso popolare, in questo caso, dunque, l’intervento russo era politicamente giustificato e legittimato. Da questi eventi si comprende che non si sfugge né si può sfuggire al conflitto o al confronto tattico e strategico tra elite globali imperialiste (sioniste americane e probabilmente cinesi), imperiali (putiniane), democratiche antimperialiste (persiane e fronte della Resistenza "sciita"). Se l'Ottocento fu in parte il secolo delle scosse sociali che non si seppero saldare con l'elite politica; se il Novecento fu il secolo in cui l'elite politica seppe guidare il movimento; il secolo attuale sarà il secolo dello scontro e del conflitto tra elite globali. 

La Lotta di Classe come sostanza del movimento sociale storico?


Qui non si tratta di essere marxisti o antimarxisti, ma di osservare il movimento storico novecentesco. La storia contemporanea novecentesca non ha conosciuto lotta di classe che si sia realizzata in rivoluzione politica. Come sostiene Martov in un fondamentale studio, sottovalutato, Leninismo fu l’elite militare (spesso e volentieri antioperaista) al potere, non fu di certo classismo operaistico (1); Maoismo fu rivoluzione nazionale dei ceti contadini e di piccoli commercianti; Castrismo fu allo stesso modo elite militare al potere e così di seguito. Dunque fa bene Pasquinelli a precisare che l’Operaio non è la quintessenza di un quid metafisico e trascendentale. Nonostante questo, risulta forzato considerare ogni moto sociale di per sé diveniristico e potenzialmente ribellistico; la storia ha infatti mostrato che è dalla guerra che si sviluppa solitamente un movimento sociale rivoluzionario che trova sistematicamente anche l’elite politica che sappia orientarne nella giusta direzione l’impulso principale. La storia del Novecento lo mostra per chi vuole vederlo e la chiudiamo dunque qui. Pasquinelli infine si tradisce. Scrive che la rivolta di Hong Kong è reazionaria e filoimperialista. Questo mostra bene, come sopra puntualizzavamo, che è l'elite politica (in tal caso filobritannica), non il moto sociale originario, a dare un colore e un carattere alla rivolta. Dobbiamo però portare come caso a parte la Rivoluzione Iraniana del ’79, secondo vari interpreti la Rivoluzione più imponente e decisiva del secolo passato, che effettivamente non si è sviluppata da una guerra e sembrerebbe frutto di un primordiale movimento sociale. Abbiamo quindi modo di ricollegarci alle stesse recenti rivoluzioni arabe.


Primavera araba e Risveglio globale Islamico 


Il popolo iraniano, con una civilizzazione millenaria superiore a quella occidentale, non ha potuto partecipare alle Due Guerre Mondiali. Il regime taghuti degli anni ’40 dello scorso secolo, pavido e corrotto, arrivò anche a accettare supinamente l’umiliazione superimperialista anglosovietica del 1941 pur di continuare a regnare sulla pelle dei lavoratori iraniani e del nascente ceto medio. Cosa ispirò politicamente l’imam negli anni ’60 nel suo progetto di Governo Islamico antioccidentale? L’imam, secondo talune testimonianze di studenti di Qom, fu particolarmente e benevolmente colpito dalla rivoluzione anticolonialista algerina. Khomeini, un patriota iraniano strategicamente nemico di Yalta e del superimperialismo sionista, considerò il movimento anticolonialista algerino nel suo elemento di continuità strategica con il movimento delle masse musulmane nella Seconda Guerra Mondiale. Il popolo musulmano non aveva ancora donato all'umanità la sua azione rispetto al secondo conflitto mondiale di cui fu con Gerusalemme occupata la prima vittima storica. La Rivoluzione Iraniana fu perciò, in netta continuità di tendenza con i motivi principali della Seconda Guerra Mondiale, azione di alta strategia politica e geopolitica. Il messaggio globale della Rivoluzione fu infatti anzitutto contro Yalta, “né Oriente né Occidente, Nazione Iraniana e popolo globale musulmano”; il vecchio e reazionario mondo di Yalta, che l’Iran dileguerà, rispose imponendo 10 anni di “Guerra Imposta” con più di un milione di morti (in gran parte adolescenti e giovanissimi) alla gente persiana, ma la Repubblica islamica resistette. Evidentemente, il messaggio di imam Khomeini essendo un messaggio rivoluzionario e democratico, l’ayatollah si è infatti rivolto al tempo stesso alla Nazione Iraniana e all’intera umma islamica e a tutti gli oppressi di ogni razza, religione e sesso, ha posto le basi, ben più di un Castro o di un Mandela o di un Giap, per un Risveglio universale, in particolare di quei popoli islamici sottomessi a regimi filoccidentali filosionisti taghuti. 


La dimensione sociale, in riferimento al Fronte mondiale degli oppressi rappresentato dall’imam, non ha una sua autonomia in questo contesto, ma è subordinata o viaggia di pari passo con la logica morale e politica della classe dirigente rivoluzionaria che accoglie le rivendicazioni universali dei diseredati e degli umili. Sia la Guida Suprema Seyyed Ali Khamenei sia la precedente presidenza Ahmadinejad hanno immediatamente accostato le cosiddette primavere arabe al Risveglio globale Islamico, in continuità diretta con il ’79; addirittura la cerchia di Ahmadinejad con un giudizio che sembrò accettato dalla Guida sostenne che la scintilla a Piazza Tahrir si accese tra le masse oppresse quando lo spirito del Mahdi illuminò le folle presentandosi lì in veste spirituale (2). Quanto più lontano vi possa essere dalla lettura pseudo-democratica (in realtà profondamente aristocratica) marxista e/o liberale delle masse che si mettono in moto solo perché spinte dalla fame, dallo stomaco o dal primitivo bisogno sociale. D’altra parte il quadro di sovversione e destabilizzazione finalmente aperto dalle cosiddette primavere arabe nel Grande Medio Oriente se manda in frantumi, come ben spiega il Pasquinelli, ogni grottesca ipotesi complottista, basterebbe pensare alla eroica Rivoluzione Yemenita e alla seconda Rivoluzione baathista interna nella Siria di Bashar al Asad o a quanto sta avvenendo in Libano e in Iraq dove lo sciismo antisionista scavalca quello ufficiale, dissolve allo stesso modo il populismo socialdemocratico del Pasquinelli: dallo Yemen al Libano sono le elite “progressiste” politico-militari provenienti dal movimento di massa, non staccate da questo come fu nel caso di un certo nazionalismo panarabista e del kemalismo occidentalista, consolidatesi e formatesi sul campo, a contrastare colpo su colpo la guerra mondiale ibrida dell’imperialismo e del sionismo: il popolo senza l’elite sciita antimperialista non troverebbe via d’uscita e rischierebbe di fare la fine del mercenariato curdo-arabo filosionista e filosaudita arruolato dal “re di Prussia”. 


Non vi è spazio quindi per una generica e mistificatrice "sollevazione sociale delle classi subalterne", tale lettura è fuorviante, ma unicamente per storiche azioni di resistenza antimperialista di fronte alla guerra ibrida o classica che le elite imperialiste sioniste, francesi e anglosassoni hanno imposto da più di un secolo, e continuano ad imporre, nel Grande Medio Oriente. Gli eventi attuali di Libano e Iraq chiariranno agli scettici la posta in gioco. 

Note

1) Sul bolscevismo come movimento non operaistico, si rimanda a: https://www.viella.it/libro/9788833131177 <https://www.viella.it/libro/9788833131177>

2) Collegando la primavera araba alla lotta antimperialista islamica, la Guida espose le quattro aspirazioni di base: far rivivere l’onore nazionale, dopo decenni di dominio tirannico filoccidentale; ricercare la giustizia sociale e uno sviluppo economico rispettoso dell’identità islamica; resistere all’influenza culturale del capitalismo occidentale e del “governo fantoccio sionista” di Israele, stato crociato estraneo alla cultura mediterranea e del Vicino Oriente. La Guida invitò i sinceri rivoluzionari mussulmani a contrastare i piani dei “nemici esterni” e delle Potenze Arroganti (Nato, Usa, Gb, Francia, Germania, Italia) il cui fine principale era sabotare il Risveglio globale islamico. La conferenza internazionale sul Risveglio islamico di Tehran venne non a caso boicottata, assieme ad occidentali e sionisti, dalle varie Fratellanze mussulmane del Cairo e di Istanbul.

sabato 9 novembre 2019

IL RISORGIMENTO? UN GOLPE DI BANCHIERI di Francesco Amodeo

[ sabato 9 novembre 2019 ]


L'articolo di Piemme L'ULTIMA FESSERIA DI FRANCESCO AMODEO ha suscitato diverse polemiche, nonché l'irritazione di Amodeo medesimo, che ha replicato nella sua pagina facebook.
Più sotto, com'è nello stile di questa redazione, pubblichiamo la sua risposta.
Amodeo dice di essere stato "diffamato". A noi non pare che considerarlo un "principiante che ha scritto una fesseria sul piano storiografico" sia una diffamazione.  Ci saremmo aspettati una risposta seria, di contenuto, invece Amodeo la butta in caciara e, ciò che non gli si addice, facendo leva sul vittimismo morale.
Posto che non curiamo questo blog — che per la cronaca è il più letto nella cosiddetta "area sovranista" e non ha certo bisogno di criticare Amodeo per avere "un po' di traffico" — in ossequio al buonismo di veltroniana memoria ed al  politicamente corretto, veniamo al punto: è accettabile ridurre quel complesso e controverso processo storico che condusse all'Unità d'Italia a "colpo di stato finanziario al pari dell'Unione europea"?
No, non è accettabile. Non lo è per almeno quattro ragioni fondamentali: 
- la prima perché si tratta di grossolano falso storico; 
- la seconda perché nasconde un'implicita nostalgia per il Regno borbonico quindi la considerazione che l'Unità nazionale fu una sciagura; 
- la terza perché il disprezzo conclamato per il Risorgimento è funzionale al tentativo dell'élite cosmopolitica di sradicare in seno al popolo radici storiche, coscienza di sé e identità nazionale rimpiazzandole con la transgenica europeistica;
- ne consegue che viene minata alle fondamenta la legittimità politica della liberazione e della sovranità nazionale.
Ci auguriamo che questo dibattito prosegua, speriamo stando ai contenuti.



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IL RISORGIMENTO? UN GOLPE DI BANCHIERI 

di Franceco Amodeo


Solitamente non rispondo mai agli attacchi pretestuosi che ricevo sul web: Mi rendo conto che una qualsiasi risposta farebbe il gioco di chi mi attacca: cercare visibilità a qualsiasi costo. Questa volta però, gli autori dell’attacco nella fretta di vomitare odio, si sono dimenticati di mettere sul viso la maschera che sono soliti indossare in pubblico quando celano i propri attacchi e le proprie finalità, dietro post intrisi di moralismo, ipocrisia e finto buonismo.

Chiedo a chi mi segue la cortesia di leggere l’articolo in allegato, senza entrare nel merito delle due visioni storiche non concilianti. La “mia”, che riconosce le responsabilità di oligarchie finanziarie come i Rothschild anche dietro il processo di Unità d’Italia, da me considerato un golpe finanziario al pari dell’Unione Europea, con i medesimi finanziatori e per i medesimi scopi: trasferire ricchezza dal Sud al Nord, drenare soldi dai cittadini per riempire i caveau dei banchieri centrali. Una invasione spacciata per Unione. Ieri Sud Italia. Oggi Sud Europa.

Visione che a quanto pare non concilia con la versione degli autori di questo articolo, che invece tentano l’impresa di deresponsabilizzare i Rothschild, facendoli passare come semplici banchieri dediti al proprio lavoro ma senza secondi fini e quindi totalmente estranei alle logiche speculative celate dietro l’Unità d’Italia, che a loro avviso è stata favorita dall’encomiabile sforzo di quelli che considerano grandi uomini: garibaldi e mazzini (volutamente in minuscolo).


Due versioni agli antipodi. A dire il vero entrambe con solide basi e quindi di difficile valutazione oggettiva. Visioni non concordanti, come è giusto che accada nella logica democratica del pluralismo di idee e della legittima libertà di esprimerle.

Per questo non proverò ad imporre la mia visione come verità assoluta. Non l’ho mai fatto. E non proverò neanche a smentire l’altra. Ma chiedo a voi una valutazione di questo articolo scevra da quelle che sono le vostre idee ed il vostro giudizio sui fatti narrati. Leggetelo da esseri umani. E ditemi se nel leggerlo avete l’impressione che qualcuno vi stia presentando la propria versione dei fatti (giusta o sbagliata che sia) o se cogliete tra le righe parole di odio, voglia di diffamare l’altro, voglia di far prevalere le proprie idee come verità assolute anche al costo di denigrare l’altro. Ditemi se non avete avvertito mancanza di rispetto, competizione, ossia quelli che sono i tratti che contraddistinguono il modus operandi dei neoliberisti. Proprio quella mentalità e quel modo di fare predatori da sempre usati da quelli che gli autori di questo articolo fingono pubblicamente di voler contrastare.

Ma allora Liberiamo l’Italia da chi? da chi semina odio per la volontà di imporre la propria idea, da chi diffama l’altro secondo la logica della competizione ad ogni costo, per finire poi nelle mani di qualcuno capace di esprimere in un articolo tale disprezzo per le idee altrui e la volontà di imporre la propria secondo la logica neoliberista della diffamazione e del tentativo di annichilire la dignità dell’altro non allineato. NO GRAZIE.

È proprio questo il motivo per cui decisi di non presentarmi alla manifestazione di Roma del 12 Ottobre. Lo stimato Fabiuccio Maggiore mi aveva messo in guardia sul fatto che proprio i toni ribaditi in questo articolo, fossero quelli usati dagli organizzatori nelle proprie chat private. Con tale odio facevano riferimento alla mia persona definendomi  “da sfruttare solo ai fini della manifestazione per poi attaccarmi”. Rimasi basito nel leggere quelle frasi. Senza parole. Anche perché gli stessi che le scrivevano in privato, pubblicamente mi sorridevano, mi stringevano la mano e mi pubblicizzavano come promotore del loro evento.


Proprio come fanno i peggiori ordoliberisti. Stesse tecniche: sfruttare, attaccare, fingere. Hanno anche provato ad attribuirmi parole che non ho mai detto: mai parlato in vita mia di “finanza ebraica” come scrivono ingannevolmente in questo articolo. Io non ne ho mai fatto una questione di razza. Mai. Anche perché si tratta di dinastie che considero di  apolidi. Ma mi rendo conto che anche questa è una tecnica per delegittimare l’avversario. Diciamo che in questo articolo non si sono atti mancare nulla. Dai neoliberisti hanno attinto persino per le strategie più subdole.

Fino ad oggi queste cose non le ho mai volute raccontare, a differenza di quanto fatto dall'amico Fabiuccio Maggiore che le ha denunciate con alcuni post pubblici. Io ho preferito semplicemente annunciare la mia estraneità alla manifestazione, senza spiegarne la motivazione, anche al costo di deludere le persone che non riuscivano a trovare una spiegazione plausibile alla mia scelta di non presenziare più ad un evento che pubblicamente veniva proposto con i più nobili intenti. Conoscerete tutti la frase: “Potete ingannare tutti per qualche tempo. Potete ingannare qualcuno per sempre. Ma non potete ingannare tutti per sempre.”

Sapevo quindi che presto o tardi le maschere sarebbero cadute. E mi sono seduto sul fiume fino ad oggi, che questo articolo ha svelato a tutti la vera natura dei liberatori della patria, quelli a cui non sia mai racconti che “ i Rothschild furono i burattinai del Risorgimento” ti si scagliano contro come iene.

Mi dispiace tanto per lo stimatissimo prof Mauro Scardovelli, che insieme a queste persone si è mostrato pubblicamente. So bene che le parole e i toni usati in questo articolo non rientrano neanche lontanamente nella sua concezione di rispetto dell’essere umano, di  libertà di pensiero e sono lontane anni luce dalla sua concezione di rapporto tra individui.

Questo articolo, infatti, non può essere opera di qualcuno che ha a cuore altri esseri umani e che può infondere speranza, voglia di rivalsa, resistenza ai soprusi e al pensiero neoliberista. Quando dentro porti questo rancore, questo disprezzo, non puoi che proiettarlo nel mondo esterno che altro non è che la materializzazione dei nostri stati  interiori. Come l’acqua che prende la forma del proprio contenitore.


Voglio concludere rispondendo alla domanda dell’autore su come si comporterà VOX nei miei confronti per le tesi da me esposte. Non lo so come si comporterà VOX nei miei confronti però so per certo come si comporterà Vox nei vostri confronti finché ci sarò io nel Direttivo: a personaggi del genere non sarà mai permesso di avvicinarsi al partito. I dirigenti di Vox potranno smentirmi domani mattina e mettermi alla porta, lasciandovi salire nuovamente sui loro palchi, ma finché ci sarò io dentro, i neoliberisti travesti da liberatori della patria rimarranno sempre alla porta.

Spero intanto di aver portato un po' di traffico sul vostro blog. Questa volta l’avete meritato. Ma non vi abituate a questi numeri, la vostra replica non riceverà ulteriore attenzione.


Con affetto,
Francesco Amodeo
6 novembre 2019

venerdì 8 novembre 2019

LIBERIAMO L'ITALIA: ASSEMBLEA NAZIONALE IL 7 DICEMBRE

[ venerdì 8 novembre 2019 ]



Sabato 26 ottobre, a Firenze, si è riunito il Coordinamento nazionale di Liberiamo l’Italia. Dopo articolata discussione è stata approvata all’unanimità la risoluzione (vedi più sotto) con cui si è deciso di avviare il processo costituente per fare di Liberiamo l’Italia un movimento politico popolare alternativo al centro destra e al centro sinistra.

«Il prossimo 7 dicembre si svolgerà a Roma l’assemblea con cui verrà pubblicamente aperto il processo costituente di LIBERIAMO L’ITALIA come movimento politico democratico basato sulla partecipazione attiva dei cittadini nei Comitati Popolari Territoriali già in via di formazione.

Per partecipare all’assemblea è necessario registrarsi sul sito web liberiamolitalia.org, segnalando così la propria partecipazione.

L’Assemblea del 7 dicembre deve:

(1) Approvare per acclamazione una mozione politica d’indirizzo con cui viene dato avvio al processo costituente di LIBERIAMO L’ITALIA come movimento politico indipendente. Questa deve contenere i principi del modello organizzativo che dovrà darsi LIBERIAMO L’ITALIA e le regole basilari che accompagnano il Movimento fino alla sua effettiva fondazione (primavera 2020).


(2) Approvare nelle linee generali la bozza di Manifesto politico del Movimento, che dovrà contenere la nostra visione sociale e politica. Manifesto che appunto sarà sottoposto al vaglio del processo costituente ed ai vari Comitati Popolari Territoriali.
(3) Eleggere per acclamazione il Coordinamento nazionale.
(4) L’Assemblea si concluderà con un giuramento solenne di fedeltà alla Costituzione del 1948 e l’impegno di ognuno che la lotta continuerà fino a quando la Repubblica italiana non diventerà pienamente sovrana, libera e democratica».

LOTTA DI CLASSE E "RIVOLUZIONI COLORATE" di Moreno Pasquinelli

[ martedì 5 novembre 2019 ]


I fatti....



Iraq: il 1 ottobre scoppia a Bagdad, una rivolta popolare, coi giovani in prima fila, contro il carovita, la disoccupazione, l’endemica corruzione. Dopo pochi giorni i rivoltosi, sempre più numerosi malgrado il coprifuoco e le prime vittime, chiedono che il governo se ne vada a casa. Nei giorni successivi la sollevazione si estende al sud, travolgendo proprio le città a maggioranza shiita: Basra, Nassiyia, Najaf, Kerbala. Decine i morti ammazzati dalle forze di sicurezza e da milizie filo-governative, più di mille i feriti.

Ecuador: il 3 ottobre il popolo si solleva contro il paquetazo, il pacchetto di misure anti-sociali sollecitato dal Fondo monetario internazionale che prevede, tra l’altro, l’eliminazione dei sussidi statali ai combustibili e la liberalizzazione del prezzo della benzina e del diesel.

Libano: 13 ottobre, si svolgono enormi manifestazioni inter-confessionali e spontanee contro le misure liberiste di austerità (più tasse e aumento dei prezzi tra cui i combustibili) chieste da FMI e Banca Mondiale quindi adottate dal governo di coalizione presieduto da Hariri e sostenuto anche da Hezbollah. Diventano ben presto proteste politiche contro il regime, la corruzione. Malgrado le dimissioni di Hariri il 29 ottobre, le proteste continuano

Cile: 18 ottobre: la scintilla che ha scatenato la più grande rivolta popolare (anche qui giovani protagonisti) dalla fine degli anni ’60 è scattata subito dopo la legge che aumentava il prezzo del biglietto della metropolitana della capitale, Santiago. Dopo due settimane è diventata una mobilitazione politica per cacciare il il regime neoliberista di Piñera e una nuova costituzione

Egitto: 26 ottobre, al Sisi, dopo la repressione violenta delle proteste di strada, proroga per la decima volta consecutiva lo Stato d’emergenza.


Il giudizio



Domanda: al di là di affinità evidenti, c'è qualcosa di fondo, di universale, che accomuna la grande sollevazione popolare cilena, il successo elettorale dei peronisti in Argentina, le violente rivolte che scuotono il mondo islamico dall’Egitto all’Iraq, passando per il Libano? 

I tratti comuni di queste rivolte, a dispetto dei differenti contesti nazionali, saltano tuttavia agli occhi: la scintilla che da fuoco alle polveri sono le misure austeritarie di impronta neoliberista. I settori popolari che ne vengono colpiti si ribellano, contestano la corruzione delle classi dominanti e dei loro servi politici, velocemente diventano
Bagdad, ottobre 2019
mobilitazioni politiche che chiedono non solo le dimissioni dei governi ma un vero e proprio cambio di regime.

E da che dipende questa affinità? Viene dal fatto che la globalizzazione neoliberista ha ornai afferrato ogni Paese nella sua spirale distruttiva, che essa, come uno rullo compressore, ovunque schiaccia chi sta in basso fino al punto limite oltre il quale non può esserci che la sollevazione generale.

C'è di più, quindi, c'è proprio la dinamica simile. Piccoli fuochi di rivolta urbana, coi giovani come punta di lancia, tendono ad estendersi velocemente a macchia d'olio trascinando nelle strade i ceti sociali oppressi fino alla rivolta popolare generale che ben presto, da difensiva, diventa politica e offensiva.

V'è infine un'altra caratteristica comune ed un segno che contraddistingue il tempo che viviamo: il simbolo che dappertutto queste masse utilizzano ed in cui si riconoscono è la rispettiva bandiera nazionale.

Impossibile non vedere l'elemento di fondo, universale, che accomuna tutti quanti questi tumulti: la lotta di classe, quella, per quel cane-mai-morto di Carlo Marx rappresentava, in ultima istanza, la forza motrice della storia. E la storia in effetti si va rimettendo in moto, con la differenza che il ritmo della sua danza ricomincia ad essere dettato non da chi sta in alto bensì da chi sta in basso.

Giusto discutere di cosa sia ancora vivo e cosa sia morto della teoria marxista. Di sicuro è morta la tesi operaista che per lotta di classe intendeva solo quella tra operai salariati (metafisicamente portatori di progresso) e capitale (ontolgicamente parassita). La lotta di classe, invece, è un fenomeno per sua natura polimorfa, che quindi può assumere, a seconda del momento storico, della struttura sociale e delle tradizioni spirituali di un dato Paese, aspetti, dinamiche e modi di essere anche molto diversi, ma sempre essa ha la medesima sostanza: i dominati si ribellano ai dominanti e premono per la loro emancipazione. 

Malgrado questa verità sia evidente v'è chi si ostina a negarla.
Beirut, ottobre 2019

Non parliamo qui dei liberali o dei fascisti, per i quali il rifiuto della lotta di classe è punto dogmatico di dottrina. Entrambi sono infatti, non solo geneticamente anti-egualitari. Entrambi sono accomunati dalla medesima idea per cui la storia non la fai mai la "plebaglia", bensì i grandi condottieri, le élite aristocratiche degli ottimati, o le grandi potenze.

Parliamo di diversi amici i quali inneggiano a queste rivolte fino a quando puntano contro quelli che considerano "governi nemici", e le condannano come "rivoluzioni colorate" quando esse contestano "governi amici". Viva la sollevazione cilena o ecuadoregna dunque, ma abbasso quella irachena o libanese. Essi equiparano infatti le rivolte in Iraq e Libano a quelle di Hong Kong o alle mobilitazioni contro Maduro in Venezuela o contro Evo Morales in Bolivia, addirittura ad EuroMaidan in Ucraina.

Entra quindi in ballo la geopolitica, con tutti i suoi accecanti automatismi. 

Facciamo degli esempi. Dal fatto che si debba difendere la Russia putiniana dalle evidenti provocazioni USA-NATO se ne deduce che ogni protesta sociale che avvenga in Russia non solo sia per sua natura disdicevole, è pressoché scontato che dietro vi siano gli americani, e che i sobillatori siano al soldo della CIA. Non conta, agli occhi dei geopoliticisti, che chi protesta rivendichi legittimi diritti, non conta che la situazione per le classi subalterne sia intollerabile, non conta che il governo putiniano segua una politica sociale sostanzialmente liberista. Essi vedono solo un aspetto della politica putiniana, dimenticando tutti gli altri. Con queste lenti distorte non vogliono vedere le intollerabili ingiustizie sociali, rifiutano di considerare l'esistenza di un'oligarchia capitalista che fa il bello e il cattivo tempo. 

Dicendo questo noi vogliamo forse negare che nell'opposizione al putinismo vi siano forze al soldo dei nemici imperialisti occidentali della Russia? Ovviamente no, diciamo che va fatta un'analisi concreta della situazione concreta, che è doveroso distinguere il grano dal loglio, ovvero stabilire quale sia la "natura di classe", sociale e politica, di una data protesta, di una data opposizione. La geopolitica, le dinamiche ed i conflitti internazionali, non possono cancellare quelli interni ad ogni singolo paese. Non geopolitica o lotta di classe, bensì geopolitica e lotta di classe. L'uno aspetto non sopprime l'altro.

Così ad esempio non ci sfugge affatto che le violente rivolte a Hong Kong, iniziate a maggio contro il governo locale sostenuto da Pechino, per quanto massicce, siano di
Santiago, ottobre 2019
natura reazionaria e filo-imperialista. E poco importa stabilire se i suoi leader siano o meno su libro paga della CIA; parlano le loro rivendicazioni separatiste, parlano i simboli, parla il fatto che esse siano 
animate non dai subalterni ma dai pupilli della borghesia della ex-colonia inglese.

Di converso sono chiare le cause sociali delle rivolte di massa in Iraq e in Libano. Negare la loro genuinità e la loro legittimità, giungendo addirittura a giustificare la repressione (sanguinosa nel caso iracheno), fallita in quello libanese, è cosa inaccettabile. Anche in questo caso l'argomento di chi condanna le rivolte popolari in Iraq e Libano usa un solo argomento: siccome l'Iran svolge una funzione positiva di contrasto all'imperialismo nordamericano, e dal momento che l'indegno e corrotto governo di Bagdad è sostenuto da Tehran e che il governo Hariri c'è Hezbollah, ogni sollevazione sociale delle classi subalterne è illegittima, peggio, ogni sollevazione sarebbe una "rivoluzione colorata al servizio dei nemici dell'Iran".

Ci viene alla mente quanto Mao Zedong disse, se non erro nel 1955, a proposito della frazione filo-sovietica avversaria nel suo partito: "Per questi compagni le scoregge dei russi profumano". Per i filo-iraniani il fatto che Teheran sotto la minaccia di aggressione, giustifica ogni porcheria politica del regime.

Chi afferma oggi queste posizioni sono gli stessi che al tempo (2011-12) liquidò le "primavere arabe" come "rivoluzioni colorate". Tra questi si annoverava il compianto Costanzo Preve, che in quel frangente abbracciò in toto i paradigmi del geopoliticismo.

Ne nacque una polemica  teorica — GEOPOLITICA E ANTIMPERIALISMO: LA POLEMICA TRA COSTANZO PREVE E MORENO PASQUINELLI — che alla luce degli odierni accadimenti riteniamo valga la pena di essere segnalata.


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giovedì 7 novembre 2019

IL SOVRANISTA DI SUA MAESTÀ di Sandokan

[ giovedì 7 novembre 2019 ]


C'è puzza di bruciato...

Ora ci spieghiamo due "cosette".
L'ESPRESSO in edicola svela che la Lega di Salvini acquistò l'enorme cifra di 300mila euro di azioni della Arcelor Mittal.

Questo ingente investimento finanziario (leggi prestito) a favore della multinazionale che ora vuole licenziare 5mila dipendenti e dimezzare la produzione (la stessa multinazionale che non ha speso un soldo in investimenti com'era nel protocollo di accordo del novembre 2018) ci aiuta forse a capire due "cosette".

La prima è la ragione dell'attuale sperticata e scandalosa difesa della multinazionale da parte di Salvini. Una posizione che da sola smaschera il "sovranismo" del Matteo col Rosario. Non prima l'Italia e gli Italiani ma gli affari (sporchi) delle multinazionali.

Ce n'è poi una seconda, di "cosetta", che ora si capisce meglio.

Parlo della decisione del governo giallo-verde di ripristinare col Decreto 101 l'immunità penale per i dirigenti della Arcelor Mittal — scudo poi tolto il 6 settembre scorso —, decisione che infatti fu perorata dalla Lega di Salvini.

Vedremo se l'accusa de L'ESPRESSO è verace.
Una cosa verace non lo è di sicuro, l'ostentato "sovranismo" di Matteo Salvini.



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RIPRENDIAMOCI L'ACCIAIERIA DI TARANTO Liberiamo l'Italia

[ giovedì 7 novembre 2019 ]

«A fini di utilità generale la legge può riservare originariamente o trasferire, mediante espropriazione e salvo indennizzo, allo Stato, ad enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti determinate imprese o categorie di imprese, che si riferiscano a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio ed abbiano carattere di preminente interesse generale». 
Art. 43, Costituzione della Repubblica Italiana



Nazionalizzzazione, bonifica, decarbonizzazione



“Dare in affitto” per poi consegnare la ex-ILVA di Taranto alla multinazionale Arcelor Mittal è stato un gravissimo errore, ultimo atto della svendita sistematica dei beni pubblici operata da governi e politicanti venduti al grande capitalismo, il tutto in ossequio dell’ideologia liberista per cui “pubblico brutto, privato bello”.

Quello dello “scudo penale” si va rivelando solo un pretesto. Nell’incontro col governo, la multinazionale franco-indiana ha svelato le sue vere intenzioni: dimezzare le maestranze per poi smembrare e infine dismettere l’acciaieria.

E’ vero che essa inquina, che è causa di patologie mortali nei quartieri adiacenti di Tamburi, Paolo VI e Borgo. E’ vero che l’impianto va sottoposto a bonifica e ristrutturazione.

E’ Possibile? Si lo è, decarbonizzando gli altoforni e alimentandoli a gas o elettricamente — ciò che del resto accade in molte altre acciaierie — e automatizzando i reparti più obsoleti e pericolosi, salvaguardando dunque la salute degli operai e dei tarantini.

Nessuna multinazionale, nessun privato, dati i costi, lo farà mai, tanto più in tempi in cui c’è sovrapproduzione mondiale di acciaio e di calo dei prezzi.

Si deve tornare al controllo pubblico dell’acciaieria, se necessario nazionalizzandola, affinché lo Stato si faccia carico della bonifica e della decarbonizzazione — e che non accada più che, dopo aver rimesso in sesto gli impianti, essi vengano riconsegnati ai privati in base al criterio liberista “socializzazione delle perdite e privatizzazione degli utili”.

Sbagliata sarebbe invece la cosiddetta “riconversione” che implicherebbe cessare la produzione di acciaio e dismettere la fabbrica.

L’acciaio è infatti indispensabile all’economia italiana tutta, a meno che non si pensi di continuare il processo di de-industrializzazione in atto, o fare dell’Italia una zona di spaccio per multinazionali straniere. La sovranità industriale, assieme a quelle monetaria, alimentare e tecnologica, è indispensabile. Senza di essa il nostro Paese diventerebbe succube delle multinazionali e preda delle loro politiche di rapina.

Mentre denunciamo le destre cosiddette “sovraniste”, che si sono fatte paladine del ricatto e degli interessi della multinazionale, chiediamo al governo non solo di respingere il ricatto della Arcelor Mittal, chiediamo che compia il solo atto sovrano e decente: portare la ex-ILVA sotto controllo pubblico, nazionalizzandola se necessario. E che questo atto assicuri il diritto della maestranze di eleggere propri delegati di fiducia nel consiglio di amministrazione.

Il Comitato Promotore di Liberiamo l’Italia
7 novembre 2019

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