martedì 5 giugno 2018

I ROSSOBRUTTI di Sandokan

[ 5 giugno 2018 ]


Leonardo Mazzei denunciava il 24 maggio scorso il vergognoso attacco portato da Micromega a Stefano Fassina, etichettato come "rosso-bruno" a causa di certe sue frequentazioni. [1] Quali  fossero queste frequentazioni è presto detto, un convegno di P101 dal titolo VINCERE LA PAURA, con Luciano Barra Caracciolo e Antonella Stirati. E segnalava come, quest'accusa, fosse stata adombrata da il manifesto, guarda caso, soli due giorni prima. [2]

L'élite neoliberale non perdona a Fassina la sua dichiarazione di critica vicinanza a Alberto Bagnai malgrado si fosse candidato con la Lega. Men che meno gli perdona la sua proposta di costruire una sinistra del patriottismo costituzionale, che per l'élite rassomiglia come una goccia d'acqua a quella di P101 di costruire e in fretta una sinistra patriottica per la sovranità popolare e nazionale. Nè tantomeno può abbonargli la sua condanna di chi, a sinistra, condanna l'alleanza di governo M5s-lega come "fascio-leghista".

Morale della favola: il bollare come "rossobruno" Fassina da parte dell'élite è solo un antipasto. Ci si deve aspettare nel prossimo futuro che venga scatenata una vera e propria campagna di criminalizzazione del "rossobrunismo" [3], ovvero contro chi si rifiuterà di intrupparsi tra le file della sinistra sorosiana e antinazionale. 

Chi vivrà vedrà: faranno dossieraggio, insulteranno, sputtaneranno, dichiareranno l'ostracismo, faranno forse anche di peggio: mobiliteranno le piazze e aizzeranno i cittadini affinché la protesta "dal basso" incontri quella "dall'alto", ovvero della medesima élite. Senza escludere, come scrivevo il 19 maggio, una vera e propria "rivoluzione arancione" in stile Euromaidan. 

Dalle parti del Pd han già dato un nome alla bestia: "Fronte repubblicano". 
Il rischio, appunto, è che certi "sinistri radicali" e "antagonisti" fungano da truppa cammellata, diventando gli utili idioti dell'élite eurocratica e antipopolare. 

Prenderebbe così corpo il ROSSOBRUTTISMO.

Se è così, mi chiedo e vi chiedo: meglio morire "rossobruni" o rossobrutti?

Ps.

Piccolo dossier sul ROSSOBRUTTISMO

(1) L'ammucchiata rossobrutta prende forma già nel gennaio scorso con la petizione "mai più fascismi", firmato, oltre che dal Pd, da Rifondazione, Partito Comunista Italiano ecc. 
(2) Pietra dello scandalo è la vergognosa dichiarazione dell'ANPI del 27 maggio di appoggio a Mattarella.
(3) Martina, reggente del PD, da subito la linea: "faremo opposizione durissima al pericoloso governo populista più a destra della repubblica".
(4) Il 3 giugno parla Soros in persona che dichiara guerra al governo M5s-Lega... filo-russo e fascistoide.
(5) Tomaso Montanari, quello del Brancaccio, a ruota, il 2 giugno, davanti alla nascita del governo giallo-verde scrive che ".... si alza su Palazzo Chigi la bandiera della paura".
(6) Idem con patate  per quanto concerne il sindaco napoletano De Magistris e la sua neonata DEMOS.
(7) Il 2 giugno Potere al Popolo denuncia il "governo dell'austerità armato di manganello"
(8) Si allinea a PaP, anzi peggio, J.L. Mélenchon: "Évidemment, ce sont des fachos" — dove "fachos" sta per fascisti.
(9) Contropiano (Eurostop che a sua volta sta in Potere al Popolo) rispetto al governo giallo-verde, prova ad attestarsi a fatica sulla posizione del nè-né, ma vacilla: "Facciamo sommessamente notare, ancora una volta, che questo governo è un compromesso tra fasciorazzismo ed europeismo, perfettamente equilibrato tra ministri politici di destra e tecnici di provata fedeltà comunitaria.
(10) Vi risparmio la rubrica delle posizioni tra i gruppuscoli di estrema sinistra, un vero e proprio delirio contro il governo fascista, sovranista e populista.


NOTE


[1]  Scrive il 19 maggio Anna Maria Rivera su Micromega:
«Infine, inquietante è l'attuale indulgenza verso i fascio-stellati da parte di qualche politico formalmente di sinistra. In un'intervista rilasciata al manifesto il 17 febbraio(in realtà il 17 maggio, ndr),Stefano Fassina, deputato di Liberi e Uguali, il quale non disdegna la frequentazione di rosso-bruni, ammette che, sì, "non è il governo che sognavamo", ma "chi li attacca oggi è per lo più per la conservazione". E più avanti, con lessico alquanto ambiguo, depreca "la deriva cosmopolita di parte della sinistra, che considera una parolaccia l'interesse nazionale"».

[2] Su il manifesto del 17 maggio Daniela Preziosi chiede a Fassina:

«D. Lei è un sovranista di sinistra? Un ’rosso-bruno’?
R. Chi mi definisce così mette in atto un tentativo di discredito per non fare i conti con la realtà. Faccio notare che la rivista dell’Anpi, cioè dei partigiani italiani, si chiama Patria indipendente. Purtroppo la deriva cosmopolita di parte della sinistra considera una parolaccia l’interesse nazionale.


D. La sinistra non è cosmopolita. È internazionalista.

R. Purtroppo non è sempre così. E dà del rossobruno a chiunque si azzarda a fare un riferimento all’interesse nazionale.
[3] L'11 aprile scorso segnalavo un patetico dossieraggio: UN LAVORO DA SBIRRI.
E, sempre sul "rossobrunismo" SOLLEVAZIONE aveva pubblicato questo intervento di carattere storico: LO SPAURACCHIO DEL ROSSOBRUNISMO.

R. Purtroppo non è sempre così. E dà del rossobruno a chiunque si azzarda a fare un riferimento all’interesse nazionale.
28 maggio 2018

lunedì 4 giugno 2018

DOVE SI GIOCA LA PARTITA di Sergio Cesaratto

[ 4 giugno 2018 ]


«Quello M5s-Lega non è certamente un governo progressista però sono curioso di capire se andrà a scontrarsi con Bruxelles. È lì che si gioca la partita” (...) 

"Sovranista" è un termine che non utilizzo perché è diventato sinonimo di nazionalista. Non mi piace. Mentre penso che “Stato nazionale” sia sinonimo di autogoverno e democrazia. Chi non lo comprende è un liberista, anche se mascherato da internazionalista». 

*  *  *

intervista a Sergio Cesaratto di Giacomo Russo Spena *



In questi anni Sergio Cesaratto, economista e professore all’università di Siena, ha scritto libri, interventi e relazioni contro l’attuale assetto dell’Unione Europea. Adesso ha un giudizio interlocutorio, ma anche preoccupato, sul nuovo esecutivo. Se pensa che la cancellazione della riforma Fornero sulle pensioni sia giusta, dall’altra critica la flat tax: “È una redistribuzione del reddito dal basso verso l’alto: una misura che accresce l’ingiustizia sociale e, persino, la crisi finanziaria perché penalizza la domanda interna”. In sospeso rimane poi la battaglia cardine, quella con l’Europa. 

D. Professore, partiamo dal contratto di governo siglato tra Salvini e Di Maio. Sono state fatte varie promesse ma, secondo lei, esistono le coperture finanziarie? 

R. Il problema delle coperture finanziarie è reale, fare sia la flat tax che il reddito di cittadinanza, oltre alla riforma della Fornero, sarà pressoché impossibile. Farlo con

l’aumento dell’IVA o peggio con tagli alla spesa sociale sarebbe socialmente iniquo e depressivo per la domanda interna. Non si capisce bene questo governo dove voglia precisamente andare. 

D. Quindi siamo solo ad annunci propagandistici di Salvini e Di Maio? 

R. Attenzione, il problema di recuperare risorse ce l’avrebbe un qualsiasi governo progressista che si prefissi di cambiare lo status quo ponendo al centro, ad esempio, gli investimenti e la politica industriale o la redistribuzione del reddito a favore delle classi lavoratrici oltre che incapienti. Va fatto un passo indietro. Quali politiche macroeconomiche vorremmo adottare affinché queste risorse emergano? Questo governo ha annunciato alcune proposte di spesa discutibili, senza ancora chiarire il lato macroeconomico che implica poi il punto di collisione con l’Europa. 

D. Proprio le posizioni euroscettiche di Paolo Savona hanno aperto un braccio di ferro con il presidente Mattarella e, alla fine, Salvini e Di Maio hanno ceduto alla sua richiesta depennando Savona dal ministero dell’Economia. Pensa che questo governo abbia, comunque, il coraggio di battere i pugni a Bruxelles o sarà in linea con gli esecutivi precedenti? 

R. È difficile prevederlo. Sicuramente agli Esteri, con Moavero, hanno scelto un profilo moderato. Il ministro Tria, invece, è un liberista con qualche tinta keynesiana. Però in fondo lo è anche Paolo Savona e non enfatizzerei un’opposizione tra i due. Ciò detto, insisto, non mi è ancora chiaro cosa questo governo vuol chiedere all’Europa. Non ci si può limitare all’alternativa secca che o si obbedisce ai vincoli europei o si rompe, pensando dunque all’uscita dalla moneta unica. Nelle varie prese di posizione del governo non sono per ora contemplate vie di mezzo, entro cui peraltro collocare le decisioni di finanza pubblica (discutibili nel merito). Questo mi preoccupa. Ma concediamo ancora qualche settimana al governo per chiarire il quadro. 

D. Lei cosa chiederebbe all’Europa? 

R. Beh, condivido una proposta che viene da lontano e sottoscritta da centinaia di colleghi nella “lettera degli economisti” del 2010, ma è un’idea ben più vecchia. L’obiettivo di un Paese come l’Italia, ad alto debito, dovrebbe essere la stabilizzazione del rapporto tra debito pubblico e Pil (non la sua riduzione, si badi). Con bassi tassi di interesse – che l’Europa ci deve assicurare – si può fare un po’ di deficit spending e far ripartire domanda interna e crescita. Siamo per dire all’Europa e ai mercati che ci impegniamo a stabilizzare quel rapporto in maniera compatibile con la ripresa della crescita del Paese. 

D. Eh, nel concreto, come possiamo far aumentare la crescita? 

R. La questione è cambiare i parametri dell’UE. Gli economisti sanno che se l’Europa si impegna ad andare verso l’annullamento dello spread tra titoli italiani e bond tedeschi, è possibile conciliare la stabilizzazione del rapporto debito-Pil e avere dei deficit primari (disavanzi al netto della spesa per interessi). Ciò dimostra che è possibile fare politiche fiscali espansive tenendo bloccato il rapporto debito-Pil. 

D. Mi scusi, ma per annullare lo spread ci vorrebbe un intervento diretto della Bce. Lo trova possibile? 

R. Quando Salvini e Di Maio scrissero nella bozza del contratto di governo che la Bce deve annullare il debito di 300 miliardi, si espressero malissimo, generando confusione. La proposta, per esempio, di Wyplosz, che è uno dei più noti economisti europei, prevede che la Bce mantenga in grembo questi titoli e non li rimetta nel mercato. Già così abbiamo eliminato il 10% e oltre del debito pubblico italiano. Quindi, innanzitutto, a Bruxelles va fatta una proposta: l’Ue cominci a fare misure per annullare lo spread, in cambio l’Italia si impegna a non aumentare il rapporto debito/Pil. Questo permette deficit spending e crescita economica. Tutto questo ragionamento mi pare assente nel nuovo governo, siamo schiacciati tra il profilo moderato di Moavero e la (presunta) proposta no-euro di Savona. Bagnai lo conosce benissimo, tuttavia. 

D. Nel suo recente libro (“Chi non rispetta le regole? Italia e Germania le doppie morali dell’euro”, Imprimatur editore) ha mosso fortissime critiche all’Unione Europea e ha spiegato come l’europeismo ordoliberista non sia altro che una forma estrema di nazionalismo della potenza dominante, ovvero la Germania. È una boutade dire che siamo una colonia di Berlino? 

R. Non so se noi siamo definibili come colonia, ma certamente la classe dirigente tedesca è molto nazionalista, oltre che ottusa e arrogante. 

D. Se questo è il quadro, può esserci un margine di trattativa con Bruxelles? L’Europa si può cambiare da dentro? 

R. La Germania ha detto no alle proposte di Macron, pur essendo molto minimali. Figuriamoci se accetta una proposta come questa avanzata della stabilizzazione del rapporto debito/Pil, del tutto ragionevole ma che ai tedeschi sembrerà orribile. È tuttavia una regola del gioco dell’unione monetaria: il Paese più forte deve avere un’inflazione più forte. Questo permette di dare respiro ai paesi più deboli. 

D. E allora? 

R. È interessante che il premier francese sia stato il primo a telefonare a Conte, nel momento del primo incarico cercando una sponda ai tavoli di trattative per una riforma dell’unione monetaria e per contrastare i nein tedeschi. È fondamentale che Italia e Francia (e forse la Spagna di Pedro Sánchez) ribaltino la narrazione europea, mostrando che è la Germania che la sta facendo esplodere rifiutando le riforme. Poi, certo, se fallisse il piano A rimane sempre il piano B. 

D. Ricapitolando: consiglia al governo di giocarsi la partita su due piani. Il piano A consiste nel rinegoziare i vincoli con Bruxelles, e il piano B in cosa consiste? 

R. Non si può morire per l’Europa, come extrema ratio sono per il recupero della piena sovranità monetaria. E ciò non ha niente a che vedere col nazionalismo di destra, ha a che fare con la nostra democrazia. 

D. Si definisce un sovranista? 

R. È un termine che non utilizzo perché è diventato sinonimo di nazionalista. Non mi piace. Mentre penso che “Stato nazionale” sia sinonimo di autogoverno e democrazia. Chi non lo comprende è un liberista, anche se mascherato da internazionalista. 

D. Ritorniamo al piano B. Lei rimane sempre e comunque contrario all’uscita dall’euro? 

R. Entrare nella moneta unica è stato un errore, ormai lo dicono in molti. Ma, una volta dentro — grazie soprattutto all’Ulivo e ai suoi esponenti — è difficile adesso uscirne. Credo sia l’extrema ratio. I problemi sono molti. Nel breve periodo c’è da ripristinare il sistema dei pagamenti (con cui le banche operano eseguendo i nostri ordini di pagamento), se l’Europa ci tagliasse fuori dal famoso Target 2. Può darsi che la cosiddetta moneta fiscale sia una preparazione surrettizia di un sistema dei pagamenti alternativo e della stampa di nuove banconote. Nel lungo periodo i problemi sono il debito estero non ridenominabile in lire, incluso gran parte del debito pubblico, e le possibili ritorsioni commerciali. Ma nel caso di una accentuazione della crisi (magari perché il governo disubbidisce ai diktat), a un aiuto europeo e alla Troika in casa, preferibile l’uscita che fare la fine della Grecia. 

D. Un’ultima domanda: l’economista Emiliano Brancaccio, in una intervista sul nostro sito, ha proposto di applicare l’articolo 65 del Trattato di funzionamento dell’Unione Europea per bloccare le fughe di capitale e tenere a bada le scorribande degli speculatori. È d’accordo? 

R. Un qualsiasi Stato sovrano e progressista come primo provvedimento adotta il controllo dei movimenti di capitale. Non a caso Margaret Thatcher, quando andò al governo nel 1979, come primo atto smantellò questo controllo. Però la proposta di cui parla mi pare estemporanea e poco strutturata. Esattamente, di che cosa stiamo parlando? Controllare i capitali dei residenti o anche dei non residenti? Dobbiamo congelare i capitali stranieri investiti nei titoli pubblici italiani? Dubito che il menzionato articolo 65 lo permetta facilmente. Mi sembra che misure di questo tipo siano parte di un percorso di ripresa della sovranità monetaria. Allora questo contesto va specificato, sennò si lanciano solo slogan ad effetto che aiutano poco.


* Fonte: Micromega

LA BOMBA TEDESCA

[ 4 giugno 2018 ]

E' da almeno dai tempi del troglodita Lutero che l'élite tedesca non cessa di dare lezioni all'Italia. Un atteggiamento che prima ancora di essere imperiale è demenziale. [a sinistra la copertina del DER SPIEGEL, più sotto quelle di tempi addietro].

Ne hanno titolo? Ovvio che no.

Facciamo un esempio. Lo sapevate che l'evasione fiscale dalle parti di Berlino è superiore a quella italiana? Per la precisione, lo sapevate che l'economia sommersa ammonta a ben 351 miliardi di euro (quella italiana è stimata attorno ai 250-300), per un danno all'erario teutonico di circa 65 miliardi di euro? 


Secondo esempio: lo sapevate che la Deutsche Bank ha in pancia la cifra stratosferica di 48 mila miliardi di euro derivati, 14 volte il Prodotto interno lordo della Germania? 

Leggere per credere e... occhio alle tabelle.







*  *  *

Perché Deutsche Bank è la banca più pericolosa al mondo


Crollo di utili e valore. Taglio di 10 mila dipendenti. Pressing di Fmi e Bce sul record mondiale di derivati. Agenzie di rating pronte a declassarla. E feroci regolamenti di conti. La bomba è disinnescabile?


di Barbara Ciolli

Il problema numero uno per Angela Merkel, che in merito non smette di gettare acqua sul fuoco, è disinnescare a breve la bomba globale dei derivati di Deutsche Bank. Niente affatto nuova: nel 2016, in occasione degli stress test della Federal reserve americana falliti dal primo istituto bancario tedesco che aveva diverse pendenze legali negli Usa, il Fondo monetario internazionale definì Deutsche Bank «fonte dei maggior rischi sistemici tra le banche al mondo». La situazione, nonostante i ripetuti cambi al vertice, non è da allora cambiata e non è neanche più prorogabile: esploderà? Alle strette, scatta il maxi piano di risanamento contenuto e dilazionato nel tempo, con migliaia di nuovi esuberi a bilancio per il 2018. Mentre i 4.500 azionisti, in riunione il 24 maggio 2018, chiedono sempre più insofferenti nuove teste ai vertici.

REGOLAMENTO DI CONTI INTERNO. È appena saltato l'amministratore delegato, due anni in anticipo dalla scadenza, il britannico John Cryan, e si vuol far fuori l'austriaco Paul Achleitner, dal 2012 presidente del Consiglio di sorveglianza accusato di aver avallato scelte strategiche sbagliate. Le agenzie di rating incalzano il colosso tedesco che dalla crisi del 2007 sta perdendo sempre più terreno, scavalcato in Europa dai grandi gruppi francesi e inglesi e in rosso dal 2015, quando scattarono blitz e perquisizioni finanziarie. Fitch, che a settembre 2017 ha declassato Deutsche Bank da A- a BBB+, ammonisce sul riassetto «lento e insufficiente». Standard & Poor's deve esprimersi sul downgrade, Moody's è scettica sui dettagli delle strategie future dell'istituto e anche Dbrs non nasconde previsioni negative.


Ormai è una corsa contro il tempo. Ma per i guru della finanza neanche i tagli più estremi (dal comunicato aziendale gli assunti devono scendere dagli oltre 97 mila attuali a «chiaramente sotto i 90 mila», secondo il Wall Street Journal fino a 10 mila posti sono in bilico, per risparmi fino a 800 milioni di euro nel 2018) sono sufficienti. Perché il problema di Deutsche Bank sono gli assodati 48 mila miliardi di euro lordi - 14 volte il Prodotto interno lordo della Germania - in pancia all'istituto. Dall'istituto tedesco fanno notare come i derivati vadano considerati sul valore netto, più di 20 mila miliardi per Deutsche Bank, «non di più delle americane Goldman Sachs o Jp Morgan», e che i derivati non siano tutti prodotti a rischio.

NUOVA RICAPITALIZZAZIONE NEL 2019? Ma è un dato che la forte esposizione per la gestione all'americana del gruppo, unita ai miliardi finiti in spese legali, risarcimenti e patteggiamenti nei veri processi e procedimenti legali negli Usa, abbiano affossato la credibilità internazionale dei banchieri delle lussureggianti torri gemelle di Francoforte. Deutsche Bank risparmia (è avviata dal 2015 la ristrutturazione per 9 mila dipendenti tagliati) e non macina utili da anni: ancora un tonfo secco del 79% nel trimestre 2018 (120 milioni di euro), rispetto ai 575 milioni dei primi tre mesi del 2017. Per l'investitore che previde il crollo finanziario e immobiliare del 2008, l'americano gestore di hedge fund Steve Eisman, «Deutsche Bank ha problemi di redditività. Non investe in tecnologia da moltissimo tempo e probabilmente è sottocapitalizzata».

Servirebbe insomma per Eisman una «nuova raccolta di capitali nel 2019» - dopo l'aumento di capitale di 8 miliardi nel 2017 - e una pezza potrebbe essere la fusione, ventilata da tempo ma mai conclusa, con il secondo istituto bancario tedesco Commerzbank. Con una fusione importante si ammortizzerebbero alcuni costi e affluirebbero capitali. Ma senza ripulire davvero - e rapidamente - tutto il marcio del settore dell'investment banking, che dalla sede centrale di Londra ha lanciato e gestito una massa di operazioni spericolate, il matrimonio presenta enormi rischi. Tra alti e bassi Commerzbank tiene, ma i suoi conti non fanno certo faville e risanare Deutsche Bank è un'impresa che potrebbe trascinare a picco. Già nei primi Anni 2000 The Economist dipingeva le due torri di Francoforte come un «gigantesco contenitore di hedge fund».

NESSUNO HA INVERTITO IL TREND. Le speculazioni in espansione sotto la lunga era dello svizzero Josef Ackermann, amministratore delegato dal 2002 al 2012, avrebbero reso Deutsche Bank la prima cassaforte di derivati al mondo. Da allora nessun nuovo capo è riuscito a invertire davvero corso. Sotto il primo successore di Ackermann, l'anglo-britannico Anshu Jain, i derivati si erano ulteriormente impennati al record di 75 mila

miliardi. Il giovane neo amministratore delegato Christian Sewing ha messo nero su bianco, nell'urgente piano di riassetto, un drastico ridimensionamento del vituperato settore, così da ridurre l'esposizione e l'accumulo di titolo tossici. Il bilancio opaco di Deutsche Bank è sotto la lente anche della Banca centrale europea, che ad aprile 2018 ha chiesto all'istituto di calcolare i costi di un'eventuale liquidazione delle attività di trading. E da gennaio le azioni della società hanno perso il 32%. Un trend drammatico per diversi osservatori.

* Fonte: LETTERA43

domenica 3 giugno 2018

ORA È IL MOMENTO di Fausto Sorini

[ 3 giugno 2018 ]

Riceviamo e volentieri pubblichiamo


«Ora è il momento di un fronte popolare sovranista e antimperiale

Il fuorionda di D'Alema: "Se torniamo alle elezioni per il veto a Savona, Salvini piglia l'80%".

Forse non l'80% - dico io - ma è probabile che l'asse sovranista Lega-5Stelle conquisti una maggiorata assoluta schiacciante, che sarà in grado anche di eleggere il nuovo Presidente della Repubblica.


Saranno in grado i comunisti e le forze della sinistra antimperialista - se mantengono un minimo di lucidità - di promuovere un fronte sovranista che sia in grado di partecipare alla durissima battaglia in difesa della sovranità nazionale, con una propria autonomia?

Un nuovo CLN in cui i comunisti siano presenti con le proprie peculiarità».

LA STRANA HIT PARADE DEI GOVERNI REAZIONARI

[ 3 giugno 2018 ]

Sembra una di quelle storie che  la cronaca sempre più spesso ci propone.
Dopo il divorzio col popolo lavoratore, la sinistra ha deciso di commettere omicidio-suicidio.
Davanti al governo M5s-Lega il giudizio che prevale è il medesimo di quello delle élite liberali e oligarchiche: il popolo si sarebbe fascistizzato, avremmo "il governo più a destra della storia repubblicana", per la precisione un "governo fascio-leghista". 
Per fortuna qualcuno va controcorrente

*  *  *

LA STRANA HIT PARADE DEI GOVERNI REAZIONARI
di Militant


Non avevamo fatto in tempo ad anticiparla che, puntualmente, è arrivata la dichiarazione del segretario del Prc che definisce il neonato governo pentaleghista come quello più a destra della storia. Se quello presieduto da Conte è il peggiore di sempre, ci chiediamo allora dove vadano collocati, in questa speciale hit parade, i governi anticomunisti di Scelba e Tambroni e degli operai ammazzati nelle piazze. Oppure quelli che preparavano i golpe e commissionavano le stragi ai servizi e ai fascisti. O ancora i governi delle leggi speciali, degli arresti di massa e dei compagni giustiziati a sangue freddo dai carabinieri di Dalla Chiesa. Oppure quelli della macelleria sociale e della distruzione del welfare, dell’attacco al salario, della precarizzazione del lavoro e delle guerre umanitarie in Iraq e Jugoslavia. O, per finire, quello che ha introdotto il pareggio di bilancio in Costituzione sterilizzandone così tutti gli articoli che tutelavano l’equità sociale. E’ davvero difficile riuscire a fare una classifica nella lunga scia di sangue e sacrifici che ha scadenzato la lotta di classe in questo paese nel dopoguerra, ma almeno per adesso il governo nato ieri non si è ancora conquistato il primo posto.

Quello che più ci preme, però, non è fare sterili polemiche storiografiche, quanto piuttosto rimarcare come questo approccio, non solo sia inutile, ma, alla lunga, possa rivelarsi addirittura controproducente. Strillare “al lupo al lupo” può rincuorare i nostri, convincerli che restiamo dalla parte giusta della storia, ma non sposta di una virgola un quadro politico in cui il vento del senso comune soffia da tempo in direzione opposta alla nostra rotta. Occorre prenderne atto ed elaborare una linea di condotta adeguata alla situazione. Non è dunque questo il piano su cui va costruita l’opposizione al governo di Di Maio e Salvini, anche perché, sia detto per inciso, rischieremmo di trovarci dei compagni di strada ancora peggiori dei due, come il Pd di Renzi e Martina che proprio ieri è sceso in piazza per “difendere la Costituzione” che solo un anno fa voleva affossare. Occorre invece incalzarli sugli elementi apparentemente “progressivi” che pure sono contenuti nel cosiddetto contratto di governo, far esplodere le contraddizioni della loro impraticabilità all’interno dell’architettura economica sancita dai trattati europei, non permettendogli di cavarsela a buon mercato con la xenofobia, il giustizialismo e il ricorso alla guerra tra poveri. Probabilmente non ci vorrà molto perchè questi nodi vengano al pettine: in autunno il passaggio della Legge di Stabilità ed il suo vaglio da parte della Ue saranno un primo banco di prova. Allo stesso tempo occorrerà ingaggiare finalmente una battaglia (che, non illudiamoci, sarà lunga e faticosa) per l’egemonia su quei settori di classe che oggi ripongono nel populismo le loro aspirazioni. Fare di ogni erba un “fascioleghista”, ammassare tutto in un indistinto magma razzistoide tendente al nero, significa invece regalare ai populisti interi pezzi di società ed alienarsi la possibilità di ricostruire con questi ultimi ogni canale di comunicazione.

* Fonte: MILITANT

sabato 2 giugno 2018

PER UN COMITATO DI LIBERAZIONE NAZIONALE (Roma 16 giugno)

[ 2 giugno 2018]

Per quanto nato nelle ore che seguirono il tentato golpe di Mattarella, per quanto il contesto politico sia quindi mutato a causa del compromesso tra M5S, Lega e Quirinale che ha dato vita al neo-governo giallo-verde, l'appello lanciato da alcuni importanti intellettuali e lavoratori mantiene un indiscutibile valore politico. Quali che siano e saranno i pasticci, i compromessi temporanei, gli stop and go, la questione della riconquista della sovranità popolare e nazionale è sul  tappeto e lo scontro con i poteri eurocratici è inevitabile. 
Programma 101 e la redazione di SOLLEVAZIONE condividendo la proposta di costituire un COMITATO DI LIBERAZIONE NAZIONALE in vista di un GOVERNO DI SALUTE PUBBLICA, sostengono l'appello e invitano i cittadini a partecipare all'ASSEMBLEA CHE SI SVOLGERÀ A ROMA IL 16 GIUGNO PROSSIMO.

*  *  *


Per un Governo Costituzionale di Salute Pubblica!

Per un Comitato di Liberazione Nazionale!

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Dopo il referendum del 2011 in difesa dell’acqua come bene comune, dopo quello del 4 dicembre 2016 in difesa della Costituzione repubblicana, il 4 marzo i cittadini hanno ribadito il loro NO alle politiche neoliberiste di austerità, hanno detto basta alla sospensione della democrazia ed ai governi asserviti agli interessi dei poteri oligarchici interni ed internazionali.

La speranza di una svolta, quella di un governo che ponga fine alle politiche antipopolari e rispetti la sovranità popolare, rischia tuttavia di essere nuovamente mortificata da quegli stessi poteri forti che tramano per imporre la strada che ha portato il Paese allo sfascio, la strada della disoccupazione, della precarietà permanente, dell’umiliazione dei lavoratori, dei salari da fame, dell’insicurezza sociale, delle devastazioni ambientali

Dobbiamo impedire questo disegno, dobbiamo mobilitarci affinché sia rispettata la volontà della grande maggioranza dei cittadini. Facciamo appello innanzitutto al Movimento 5 Stelle, la forza politica premiata dai cittadini per la sua opposizione ai governi dei forti, perché attui un Governo Costituzionale di Salute Pubblica. Un governo che nel rispetto della Costituzione del 1948 — inapplicata, violata e tradita dalle forze che per decenni hanno governato — realizzi i grandi cambiamenti necessari che soli potranno dare un futuro al Paese. Questo governo, ne siamo certi, avrà dalla sua parte il consenso consapevole e attivo del popolo italiano, consenso indispensabile per vincere tutti i tentativi di sabotaggio che i poteri oligarchici, interni ed esterni, tenteranno di mettere in atto.

Il Parlamento è sovrano. I parlamentari, anzitutto quelli del M5S, nel rispetto della volontà della maggioranza degli italiani, debbono adoprarsi affinché il governo non si pieghi alle stesse forze che hanno causato il disastro del Paese, per un programma di Salute Pubblica che attui le seguenti misure

1.     Abolizione della legge Fornero;
2.     Abolizione del Job’s Act e lotta al lavoro precario;
3.     Ripristino e ricreazione di spazi di democrazia effettiva, oltre le scadenze elettorali, per una partecipazione crescente della grande maggioranza della popolazione del nostro paese alla gestione delle società e della propria vita;
4.     Grande piano di spesa pubblica in vista della piena occupazione, per la cura del territorio e la bonifica dell’ambiente, per una sanità universale efficiente, per la rinascita della scuola e dei saperi, per la difesa dei beni comuni.
5.     Un reddito di cittadinanza che assicuri una vita dignitosa ai cittadini privi di lavoro;
6.     Riconquista della sovranità nazionale e democratica, contro l’Europa della finanza, contro la Nato per un’Italia che ripudia la guerra.

Il Parlamento, che è già nella pienezza dei suoi poteri, può e deve adottare dei provvedimenti d’urgenza per risolvere crisi industriali potenzialmente tragiche per i lavoratori e per tutto il Paese. Occorre da subito assicurare la bonifica e la vita dell’ILVA, nazionalizzare e rilanciare Alitalia, impedire la chiusura della Embraco, della Rational, della ex Lucchini e di tutte le aziende condannate da proprietari che le chiudono, che trasferiscono e delocalizzano gli impianti, che mentre calpestano i lavoratori danneggiamo gravemente tutto il Paese. Il buongiorno si vede dal mattino: dalla giusta soluzione di queste crisi, primo passo verso un rinnovamento radicale del Paese, verificheremo se chi è stato eletto ha davvero a cuore il bene comune.

E’ ora che tutte le forze che vogliono il cambiamento, per far uscire il Paese dal disastro in cui è stato gettato, si mobilitino contro la riproposizione delle stesse politiche degli ultimi anni. 

Facciamo perciò appello alle forze del cambiamento, ed ai singoli attivi sul piano politico, sindacale, sociale ed intellettuale che si riconoscono in questa necessità, perché si uniscano in un nuovo Comitato di Liberazione Nazionale, che liberi il paese da questi occupanti e ne avvii la ricostruzione con criteri nuovi, fondati sulla partecipazione delle classi dei lavoratori e delle lavoratrici e di tutte le masse popolari, per il diritto al lavoro, per la difesa dei beni comuni e dell’ambiente.

Invitiamo ad aderire  all’appello e a promuovere la partecipazione a una prima assemblea nazionale che terremo  il 16 giugno a Roma, in sede che provvederemo a comunicare a breve termine.

Invitiamo ad aderire all’appello e a promuovere la partecipazione a una prima assemblea nazionale che terremo il 16 giugno dalle 17 alle 20, a Roma, allo Scout Center di Roma, in Largo dello Scautismo 1.


Primi firmatari:

Ugo Mattei, giurista
Alberto Lucarelli, giurista
Paolo Maddalena, vicepresidente emerito della Corte Costituzionale

Sergio Cesaratto, economista
Luigi de Giacomo, fondatore percorso Attuare la Costituzione
Paolo Berdini, urbanista
Rinaldo Valenti, Gruppo Operaio Cooperativa Rational, Massa
Forum Ambiente Salute Lecce
Giovanni Gioffrida, Spazi Popolari di San Nicola di Lecce
Gianni Di Vincenti , operaio Maserati Grugliasco (TO)
Stefano Battolla, Cobas, RSU Richard Ginori, Sesto Fiorentino
Domenico De Stradis, USB; FCA Melfi
GalleryArt, organizzazione culturale, spazio occupato in Galleria Principe, Napoli
Fabio Frati, CUB Alitalia
Felice Floris, Movimento dei Pastori Sardi
Comitato Salute Pubblica di Cecina
Coordinamento Art. 1 – Camping C.I.G., Piombino
Ivana Fabris, Movimento Essere Sinistra
Rossana Becarelli, medico e antropologo
Jean Claude Martini, KFA Italia, Associazione di Amicizia con la Corea del Nord
Ciro Totaro, Associazione Libera Architettura, Napoli


Per adesioni: 
governodisalutepubblica@gmail.com
(specificare qualifica professionale, appartenenza eventuale a collettivi operai, organismi sindacali, sociali, culturali, politici e luogo di residenza)

venerdì 1 giugno 2018

DOMANI? TUTTI A CASA!

[ 1 giugno 2018 ]



Comunicato n. 8/2018 – Programma 101


Il 28 maggio, dopo l’atto di forza del Presidente della Repubblica e l’incarico a Cottarelli per formare il governo, mentre saliva nel Paese un’ondata massiccia di indignazione, il Movimento 5 Stelle non solo prometteva di avviare la procedura per porre in Stato d’accusa Mattarella ma indiceva per il 2 giugno, 
pur con evidenti limiti,[1] una giornata di protesta popolare, tra cui una manifestazione nazionale a Roma. 

Come Programma 101 abbiamo subito aderito dichiarando: 
“Sia M5S che Lega, le forze che hanno vinto le elezioni, a cui è stato impedito di governare per porre fine all'austerità e alla sudditanza verso le oligarchie europeiste, hanno chiamato alla mobilitazione in occasione del 2 giugno. Doveva essere la festa della Repubblica, è invece il giorno della rabbia e della protesta».
A tre giorni di distanza, il quadro politico è radicalmente mutato.

Luigi Di Maio, dopo aver fatto dietrofront sulla proposta di mettere in Stato d’accusa il Presidente della Repubblica, è giunto in soccorso a Mattarella (il cui governo tecnico nasceva morto) riaprendo la porta ad un governo giallo-verde ma senza Paolo Savona al Ministero dell’economia. La Lega, che sembrava ferma nel respingere il veto di Mattarella, ha quindi deciso di seguire Di Maio. Un neo-governo giallo-verde si insedierà quindi oggi.

Daremo nei prossimi giorni un giudizio ponderato su questa vicenda e sul neo-governo M5S-Lega.


Nel frattempo quella del 2 giugno, che doveva essere una giornata di protesta e rabbia, Di Maio la farà diventare una cerimonia di giubilo per il “suo successo”.
Per questo non ci andremo».


Consiglio nazionale di Programma 101
1 giugno 2018


* Tutti a casa tranne in quel di Salerno, ove P101 convoca i cittadini ad un incontro per discutere della FASE POLITICA E DELLA CRISI.
SABATO 2 GIUGNO, ORE 10:30
Presso la Sala Bar Moka in Corso Vittorio Emanuele 108


*  *  *
[1] Recitava l'appello del gruppo dirigente di M5s:

«Sabato 2 giugno ci vediamo tutti insieme a Roma in piazza Bocca della Verità alle ore 19 per dire con una sola voce: #IlMioVotoConta. Organizzatevi con le macchine, con i treni, con i pullman, con blablacar, ma è importantissimo che siate presenti! Rivolgetevi ai portavoce regionali per avere più informazioni sulla logistica. Sarà una manifestazione assolutamente pacifica e democratica.

Noi amiamo la democrazia e la Costituzione- che abbiamo più volte difeso in questi ultimi anni da chi voleva manometterla - e in questa occasione lo ribadiremo. Sabato 2 giugno non è un giorno qualsiasi per gli italiani, è la Festa della Repubblica. E la nostra piazza non è una piazza contro il Quirinale, non è una piazza contro qualcuno, ma è a favore: a favore dei diritti, del nostro diritto di votare e scegliere. Noi vogliamo che sia una Festa per stare insieme pacificamente, una prosecuzione della parata a cui parteciperanno nostri parlamentari e Roberto Fico, Presidente della Camera. C’è stata tanta delusione e dispiacere per un governo che era a un passo dal nascere, ma il nostro incontro di sabato sarà il momento per dire a gran voce che il voto dei cittadini conta e conterà sempre. La voglia di cambiamento è viva più che mai e questo è il momento di sostenerla. Proprio per questo motivo, in un momento così importante, ribadiamo che chi vuole usare questo giorno per scopi violenti o di attacco è lontano dalla nostra idea di Paese.
Stiamo uniti e compatti. Ci vediamo il 2 giugno a Roma in piazza della Bocca della verità alle ore 19. #IlMioVotoConta». 

UNA REPUBBLICA FONDATA SULLO SPREAD di Norberto Fragiacomo

[ 1 giugno 2018 ]

«Ritengo ci siano gli estremi per avviare la procedura di cui all’articolo 90 della Costituzione, sono convinto dell’opportunità che il Presidente faccia un passo indietro — e lo dico proprio per il grande rispetto che provo per la carica di cui è investito. Finché dà voce alla Costituzione chi sta al Quirinale va ascoltato in religioso silenzio; quando inizia a parlare la lingua dei mercati, degli interessi di parte ecc. egli diventa criticabile al pari di qualsiasi altro politico».

Ritorno (un po’ più) frigido pacatoque animo sulla questione del discorso presidenziale del 27 maggio, che ha suscitato nel sottoscritto una vivissima riprovazione. 

Le mie convinzioni politiche non c’entrano nulla — non ero e tuttora non sono un simpatizzante della Lega, e del M5S ho scritto peste e corna. Il punto è evidentemente un altro: qui si tratta di Democrazia con la maiuscola, rispetto della Carta Costituzionale e delle istituzioni. Il Presidente, ci è stato insegnato all’università, è la Viva vox Constitutionis, il suo primo necessario attuatore: spetta a lui rispettarne non soltanto la lettera, ma anzitutto lo spirito. “Il Presidente della Repubblica nomina, su proposta del Presidente del Consiglio, i Ministri”: il testo dell’articolo 92 si ferma qui, non precisa — non espressamente — se la scelta presidenziale sia discrezionale o vincolata. Il riferimento alla “proposta” è però chiarificatore, e lumeggia un aspetto: il Presidente della Repubblica non fa di testa sua, si attiene a quella che è, a tutti gli effetti, una designazione.


In fondo è cosa abbastanza logica, quasi scontata, che chi è stato incaricato di guidare l’esecutivo sia libero di indicare i propri futuri collaboratori. Ciò non significa che il Capo dello Stato debba accettare qualsivoglia diktat: tocca a lui verificare che i candidati presentino i requisiti — morali, ma non solo — per poter accedere all’alta funzione. 

Pertanto casserà le singole proposte che non superino un vaglio di legittimità e/o ragionevolezza, perché ad esempio il prescelto è ineleggibile, incandidabile ecc., oppure in conflitto d’interesse  (anche potenziale) ovvero perché la sua condotta passata presenta delle macchie (es.: commissione di reati che non lo rendono tuttavia ineleggibile) tali da sconsigliare una sua partecipazione al governo  del Paese. 

Ho parlato di condotte, cioè di fatti: ciò che è inammissibile, in democrazia anche formale, è che un candidato sia respinto perché le sue idee sono giudicate “pericolose” - attenzione: non sovversive, odiose o antidemocratiche, semplicemente non in linea con quelle dell’establishment, o addirittura con gli interessi di organismi stranieri ed operatori economici. Se il Capo dello Stato fosse legittimato ad effettuare valutazioni siffatte, chiaramente “di merito”/opportunità, non avrebbe più senso parlare di irresponsabilità (da un punto di vista giuridico, sia chiaro): sarebbe lui, di fatto, il capo del governo, colui che ne detta la linea. 

In effetti, l’articolo 92 è stato interpretato dai costituzionalisti, con pochissime eccezioni, nel senso da noi proposto — aspetto più importante, per decenni la prassi istituzionale si è sviluppata su questa falsariga, assurgendo con il tempo a consuetudine (costituzionale, e dunque vincolante). Il Presidente della Repubblica non è un “notaio”, ma neppure un decisore, perché rispetto al Governo è figura terza: deve assicurare il rispetto delle regole, non coniarne di nuove. 

Si possono ipotizzare delle eccezioni, nelle eventualità — sempre più frequenti — di “governi del Presidente”: allora il potere di ingerenza si rafforza, si potrebbe parlare di una co-decisione rispetto alle nomine ministeriali, ma proprio perché siamo di fronte a governi c.d. “tecnici” e non politici (almeno sulla carta, perché se si guarda a visione della società e disegno strategico dovremmo concludere che uno degli esecutivi più politici della Storia della Repubblica sia stato quello presieduto da Mario Monti). Il Governo Conte-Di Maio-Salvini, pur nel suo carattere di novità, era chiaramente espressione di una maggioranza politica, pertanto il Presidente avrebbe dovuto limitarsi ad effettuare una verifica formale, mai e poi mai avrebbe dovuto scendere nel merito, pronunciarsi sull’opportunità delle singole scelte. A questa  massima il Quirinale non si è attenuto: al contrario, nel discorso di domenica 27 maggio il Presidente ha voluto essere sin troppo chiaro, esplicitando le ragioni per cui ha deciso di non nominare il Professor Savona e tirando addirittura in ballo il risparmio degli italiani(!). 

Sembra di essere ritornati all’epoca della “democrazia bloccata”, con la differenza che oggi le cose vengono dette apertamente e senza infingimenti: certe politiche, anche se appoggiate dalla maggioranza dei votanti, sono vietate ai governi, off-limits a prescindere da chi si adoperi per portarle avanti. Dovremmo apprezzare questa rinuncia ad un’«ipocrisia» che, a conti fatti, poteva essere anche interpretata come rispetto per le forme? 

Personalmente non la apprezzo affatto — anzi, provo sconcerto e rabbia per una simile politicissima dichiarazione di intenti da parte di chi dovrebbe, al contrario, assicurare la libertà del gioco democratico e assumere sempre una posizione imparziale di garanzia. 

Parafrasando Grillo, il Quirinale non è di destra né di sinistra: è sopra. Se scende nell’agone politico, pretendendo di imporre una linea ai governi, si arroga funzioni non sue, e soprattutto entra in conflitto  con la volontà popolare liberamente espressa. Domenica 27 maggio ci è stato detto, in sostanza, che il nostro voto vale meno di un’oscillazione dello spread, che avere opinioni contrarie a quelle mainstream è proibito, che la nostra è una Repubblica “democratica” fondata sul pareggio di bilancio e l’inchino ai Trattati europei. La prova? L’immediata estrazione dell’asso dalla manica: l’incarico a  Cottarelli, un neoliberista graditissimo ai nostri “partner” (i contorcimenti dello Spread sono un invito inequivoco a concedergli una rapida fiducia parlamentare). 

Una decisione d’impeto? Suvvia, siamo seri…

Ritengo ci siano gli estremi per avviare la procedura di cui all’articolo 90 della Costituzione, sono convinto dell’opportunità che il Presidente faccia un passo indietro — e lo dico proprio per il grande rispetto che provo per la carica di cui è investito. Finché dà voce alla Costituzione chi sta al Quirinale va ascoltato in religioso silenzio; quando inizia a parlare la lingua dei mercati, degli interessi di parte ecc. egli diventa criticabile al pari di qualsiasi altro politico.

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