domenica 5 novembre 2017

LIBANO: COSA BOLLE IN PENTOLA di Campo Antimperialista

[ 5 novembre 2017 ]

Sul CORRIERE DELLA SERA di ieri, Lorenzo Cremonesi ci informa delle dimissioni del primo ministro libanese Saad Hariri, noto fantoccio dell'Arabia Saudita, agitando lo spauracchio iraniano.
Ma non dice l'essenziale...

Milleseicentonovanta. Questa la distanza in chilometri percorsa dal primo ministro di Beirut per andare ad annunciare le sue dimissioni a Ryad. Una cosa senza precedenti. Il secondo viaggio in cinque giorni nella terra dei Saud. Forse un po' troppo per tenere nascosto il ruolo dei sauditi nell'ennesimo tentativo di destabilizzazione del Libano.

Sauditi che però non sono soli, basti considerare le crescenti minacce israeliane al confine, la discussione semi-pubblica nell'establishment sionista circa la decisione di un nuova invasione del Libano, la forte svolta anti-iraniana recentemente impressa alla politica americana da Trump. Non sempre due più due fa quattro, specie nella complessa geopolitica mediorientale, ma generalmente uno (Israele) più uno (Stati uniti) più uno (Arabia Saudita) fa tre, cioè guerra ad Hezbollah.

Ed è proprio Hezbollah nel mirino di Hariri junior, che ha giustificato la sua scelta con presunte minacce rivolte alla sua vita. Il passaggio cruciale di un discorso dai pesanti toni anti-iraniani è in questa testuale minaccia: «il braccio dell'Iran nella regione sarà tagliato». Ovvio il riferimento ad Hezbollah. Peccato che proprio l'organizzazione sciita abbia tessuto la tela che portò, giusto un anno fa, alla fine della lunghissima crisi politica libanese, con l'elezione del cristiano maronita Michel Aoun alla presidenza della repubblica.

Adesso la scelta saudita di destabilizzare di nuovo il Libano attraverso il burattino Hariri. Sbaglieremmo a pensare ad una mera vicenda interna alla pur complicata politica libanese. Qui è in ballo qualcosa di più. Mentre il tentativo americano - via curdi iracheni e siriani - di interrompere il corridoio iraniano verso il Mediterraneo sta fallendo (vedi la ritirata curda in Iraq), si tenterà ora la carta libanese. Il che significa, di necessità, un nuovo e più potente attacco (rispetto a quello sostanzialmente respinto nel 2006) ad Hezbollah.

Non possiamo ovviamente sapere come e quando si svolgerà questa azione, ma senza dubbio la mossa di Hariri serve a preparare il terreno, riaccendendo le tensioni confessionali nel Paese dei cedri. Una mossa che va di pari passo alle nuove sanzioni americane contro il movimento sciita ed alla richiesta di Trump all'Europa di inserirlo nella lista delle organizzazioni terroristiche. Tutti tasselli di una strategia applaudita a Tel Aviv.

Questa ennesima ingerenza saudita negli affari interni del Libano - Paese che fra l'altro ospita attualmente un milione di profughi siriani - è dunque una vera e propria dichiarazione di guerra ad Hezbollah ed al Libano intero. Come ha detto il presidente (cristiano-maronita) Michel Aoun, denunciando la politica saudita: 
«il movimento sciita è una risorsa militare difensiva per tutta la popolazione... e rappresenta la forza dell'unità nazionale contro la minaccia jihadista e la politica aggressiva e colonialista israeliana».
Del resto - aggiungiamo noi - chi difese eroicamente il Libano durante l'aggressione israeliana del 2006 se non Hezbollah?

sabato 4 novembre 2017

EINSTEIN CREDEVA VERAMENTE IN DIO? di Mauro Pasquinelli

[ 4 novembre 2017 ]


Nello scambio di commenti ad un mio articolo contro lo specismo è stato tirato in ballo Einstein e il suo giudizio sulla religione.

Considero Einstein non solo il più grande scienziato del 900 ma un filosofo ed un socialista di primaria grandezza da cui ognuno di noi quotidianamente dovrebbe cercare ispirazione. E' un saggio, un sapiente illuminato  uno dei massimi vertici della cultura occidentale.
Ascoltiamo dunque Einstein:
«Per quel che riguarda l'uomo primitivo è soprattutto la paura a evocare nozioni religiose. [...]  
Tuttavia c'è un terzo stato di esperienza religiosa che li riguarda tutti, sebbene solo raramente si trovi nella sua forma pura, e che chiameremo sentimento religioso cosmico. È molto difficile spiegare questo sentimento a chi ne sia totalmente privo, specialmente perché non c'è alcun concetto antropomorfico di Dio che vi corrisponde. L'individuo percepisce l'inutilità dei desideri e degli scopi umani e la sublimità e l'ordine meraviglioso che si manifestano in natura e nel mondo del pensiero. Considera l'esistenza individuale come una sorta di prigione e vuole indagare l'universo come un tutto unico pieno di significato. [...] 
Grandi spiriti religiosi di tutti i tempi si sono distinti per questo tipo di sentimento religioso che non conosce né dogmi né un Dio concepito a immagine dell'uomo; così non vi può essere una Chiesa i cui insegnamenti centrali vi siano basati. [...] 
Secondo me, la funzione più importante dell'arte e della scienza è proprio quella di risvegliare questo sentimento e tenerlo vivo in quelli che non sono in grado di sentirlo. 
[...] L'uomo che è completamente convinto dell'azione universale della legge della causalità non può, nemmeno per un istante, soffermarsi sull'idea di un essere che interferisce nel corso degli eventi – cioè se prende l'ipotesi della causalità veramente sul serio. [...]  
Il comportamento etico di un uomo dovrebbe in realtà basarsi sulla solidarietà, l'educazione e i legami sociali; non è necessario alcun fondamento religioso. L'uomo si troverebbe in una ben triste situazione se dovesse venir trattenuto dalla paura di una punizione e dalla speranza di una ricompensa dopo la morte. [...]  
Non ho mai attribuito alla natura una intenzione o un fine o qualsiasi altra cosa che si potesse interpretare in senso antropomorfico. Quel che vedo nella natura è una struttura magnifica che possiamo capire solo molto imperfettamente, il che non può non riempire di umiltà qualsiasi persona razionale. Si tratta di un autentico sentimento religioso che non ha niente a che fare con il misticismo. [...]  
Dato che le nostre esperienze interiori consistono nel riprodurre e combinare le impressioni sensoriali, il concetto dell'anima senza il corpo mi pare del tutto senza significato. [...]  
Sono, ovviamente, menzogne quelle che Lei ha letto riguardo alla mia fede religiosa, menzogne che vengono sistematicamente ripetute. Non credo in un Dio personale, né ho mai negato questo fatto, anzi ho sempre espresso chiaramente il mio parere in proposito. Se c'è in me qualcosa che si possa definire sentimento religioso è proprio quella infinita ammirazione per la struttura del mondo rivelata dalle scoperte della scienza. 
[...] Il sentimento religioso destato dalla comprensione logica dei principi di interrelazioni profonde è di un genere alquanto diverso da quello comunemente definito religioso. Si tratta più di un sentimento di timore reverenziale per l'ordinamento che si manifesta nell'universo materiale; non ci conduce a modellare un essere divino a nostra immagine, un personaggio che abbia delle esigenze nei nostri confronti, che si interessa a noi in quanto individui. Non vi è in ciò né volontà né scopo, né necessità, ma solo l'essere allo stato puro. [...]  
Le nostre prospettive scientifiche sono ormai agli antipodi. Tu ritieni che Dio giochi a dadi col mondo; io credo invece che tutto ubbidisca a una legge, in un mondo di realtà obiettive che cerco di cogliere per via furiosamente speculativa. Lo credo fermamente, ma spero che qualcuno scopra una strada più realistica —o meglio un fondamento più tangibile— di quanto non abbia saputo fare io. Nemmeno il grande successo iniziale della teoria dei quanti riesce a convincermi che alla base di tutto vi sia la casualità, anche se so bene che i colleghi più giovani considerano quest'atteggiamento come un effetto della sclerosi. Un giorno si saprà quale di questi due atteggiamenti istintivi sarà stato quello giusto. [...] 
La principale fonte dei conflitti odierni tra le sfere della religione e della scienza sta tutta in questa idea di un Dio personale. [...]
Più un uomo è consapevole dell'ordinata regolarità di tutti gli eventi, più si rinsalda nella convinzione che non c'è posto, accanto a questa ordinata regolarità, per cause di natura differente. Per lui non esisterà né regola dell'umano né regola del divino come causa indipendente dagli eventi naturali».
Appare evidente  che la religiosità di Enstein era di tipo immanentistico, naturalistico e razionalistico, una visione cosmica bruniana che nel medio evo sarebbe stata tacciata di eresia e perseguitata con i roghi. Non ha nulla a che spartire con l'ammirazione col Dio personale e antropomorfo delle tre religioni monoteistiche ma si confonde quasi con una spiritualità orientale e buddista, che rifiuta l'idea di un Dio trascendente e architetto del reale.
Per Einstein la natura è organizzata secondo leggi razionali che non hanno altra causa indipendente dalla stessa natura, capace di auto-organizzarsi in modo complesso secondo un ordine cosmico-razionale, che desta lo stupore e la meraviglia dell'individuo. Essa è eterna e se eè eterna per sua stessa natura  non può che escludere l’ipotesi di un Dio causa sua, architetto e costruttore del reale. La natura è causa sui.

So che è difficile accettare questa conclusione perché la mente umana ragiona sempre per causa ed effetto, progetto e finalità. Ma se ci fosse stato un architetto del mondo chi avrebbe a sua volta architettato l'architetto? E che bisogno avrebbe avuto di estraniarsi nel non-dio ed oggettivarsi nel mondo materiale? Forse non era auto-sufficiente, in pace ed armonia con il proprio essere infinito ed onnipotente? 
Se c’è un Dio architetto che opera secondo una finalità ci deve essere per forza uno spazio-tempo precedente allo spazio-tempo cosmico. Ma se Dio è spazio-tempo allora è materia. Quindi tanto vale formulare l’equazione Dio=infinito=natura. Tesi, appunto, di Giordano Bruno e Spinoza. Ma, aggiungo come corollario, che nell’equazione, Dio si può tranquillamente togliere perché non è più una ipotesi necessaria. Lasciando solo infinito e natura.

Inoltre se Dio ama l'uomo fino a crearlo a sua immagine e somiglianza vuol dire che si sente essere incompiuto e manchevole. E se lo ama davvero perché lo consegna al caos degli eventi? E che senso avrebbe avuto isolare l'uomo in un angolo sperduto dell'universo circondandolo di infinita materia inorganica, inaccessibile, fredda, oscura e non cosciente? Non avrebbe potuto creare un mondo più piccolo e a dimensione umana? Sono tutte domande che hanno percorso la filosofia occidentale senza trovare mai risposte adeguate.

Allo stupore di Einstein io aggiungo un sentimento opposto di sospetto e di angoscia verso l’irriducibilità dell’ente cosmico alla razionalizzazione umana. Niente di strano, essere e nulla convivono nel reale e in ognuno di noi. L’universo  è indifferente ai nostri destini e noi siamo solo un bagliore di luce nello spazio-tempo infinito.

venerdì 3 novembre 2017

SALVINI, MELONI E LE TRE BABILONIE di Sandokan

[ 4 novembre 2017 ]

Tutti a cena a Catania, presso il ristorante "Il cavaliere". Chi lo sappiamo: Berlusconi, Salvini e la Meloni. Titolo giornalistico: "siglato il patto dell'arancino".
Come quello della "Crostata" del 1997, anche questo finirà nel cesso. 
I destri tutti uniti fino al giorno del voto, poi ognuno per i fatti suoi.
Questo è l'alibi con cui i salviniani devoti e i meloniani flagellanti giustificano il loro portare acqua al mulino del puttaniere di Arcore. Un alibi che ogni persona intelligente non può che considerare risibile.
Qui non si tratta solo che Salvini e la Meloni sono andati in soccorso di Berlusconi. Attraverso Berlusconi essi in verità assolvono la funzione di stampelle del regime, un regime plutocratico la cui cabina di regia non sta a Roma (dove si agitano solo dei servi) ma nelle tre babilonie: Berlino, Francoforte e Bruxelles.
Salvini e Meloni potranno sì dire, dopo il voto (con una legge elettorale truffa) "liberi tutti!", ma sanno di aver aiutato Berlusconi a restare in sella per soccorrere il Partito democratico per farci un nuovo governo "di larghe intese".
Proprio come vogliono i..."mercati" —leggi i poteri forti euristi e atlantisti.
Salvini e la Meloni, politicanti d'accatto, maestri dell'opportunismo senza principi. E' bastato che la Le Pen prendesse la batosta che ha preso, per mettere nel cassetto il rifiuto dell'euro, la critica dura all'Unione europea.
Poco è bastato perché dimenticassero che il futuro del Paese è appeso ad un filo.
L'Italia Ribelle, il popolo di sotto, non si aspettava certo che dalla destra venisse la speranza. Dopo vent'anni e passa siamo ancora al...popolino delle libertà.
A sinistra non va meglio, invece di seguire l'esempio di France Insoumise, tutti col cappello in mano da D'Alema e Bersani ad implorare qualche strapuntino per entrare in Parlamento. Niente, visione, niente ideali, niente passione politica. L'opportunismo a sinistra gareggia con quello nel campo della destra.
L'Italia Ribelle forse non ce la farà nemmeno questa volta ad entrare in Parlamento. Ci si sta provando, contro ostacoli quasi insormontabili.
Ci vorrebbe un miracolo. Vorrei tanto credere ai miracoli...

ROSATELLUM 2.0: UN'ALTRA LEGGE ANTICOSTITUZIONALE di Felice Besostri

[ 3 novembre 2017 ]

Col Rosatellum 2.0 stanno partorendo l'ennesima legge elettorale "anticostituzionale". Felice Besostri, classe '44, è avvocato amministrativista, docente di diritto pubblico comparato ed ex Senatore dei Ds. 
In passato ha proposto ricorsi contro le leggi elettorali adottate per il Parlamento europeo e le regioni Lombardia, Campania, Umbria, Sardegna e Puglia. 
Ma, soprattutto, è stato protagonista dei ricorsi, parzialmente vinti, contro il Porcellum e l'Italicum. Ora, da rappresentante del coordinamento degli Avvocati Antitalikum, sta affilando le armi per la prossima battaglia giuridica, quella contro il Rosatellum 2.0. Il prossimo 12 dicembre la Corte stabilirà l'ammissibilità del ricorso. "Già l'aver chiesto la fiducia rende questa legge incostituzionale, la Consulta la riterrà incompatibile coi valori della nostra Carta", afferma.

intervista a Felice Besostri di Giacomo Russo Spena

Besostri, il Parlamento ha varato la terza legge elettorale consecutiva che verrà considerata incostituzionale?

Siamo alla violazione dell'art 54 della Carta, il quale prevede che "i cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore". Qui, invece, non c'è limite alla decenza. In nessun altro Paese d'Europa sarebbe consentita una cosa del genere.

Secondo l'editorialista del Corsera Aldo Cazzullo "lei è diventato un personaggio di culto come distruttore di leggi elettorali". Si riconosce in tale affermazione?

Oltre ad essere un avvocato, sono un socialista e mi sta a cuore la nostra Costituzione. La gente ha combattuto per ottenere questa Carta ed è giusto difenderla con ogni mezzo.

Al di là che il Rosatellum è passato con il voto di fiducia, quali sono i punti incostituzionali?

L'aspetto fondamentale è la violazione dell'art 48 della Costituzione che stabilisce che il voto debba essere segreto, libero, uguale e personale. Se tali caratteristiche del voto erano già negate con l'Italicum, ora lo sono negate in maniera persino maggiore.

Il voto congiunto (tra collegio uninominale e liste per il proporzionale), le liste bloccate e le pluricandidature, sono questi gli altri elementi che vanno a minare i principi costituzionali?

La prima e più importante ragione di incostituzionalità del Rosatellum 2.0 riguarda la impossibilità di esprimere la preferenza. I cittadini, in base alla nostra Carta,  hanno il diritto di scegliere i loro rappresentanti. Ma non sarà così: due terzi dei parlamentari, deputati e senatori, saranno nominati da capi-partito con liste bloccate. Inoltre, un'altra cosa grave: nel sistema misto, stabilito dal governo, non scorporano gli eletti con i voti presi all'uninominale. In poche parole, i consensi all'uninominale vanno ad incrementare, alterandola, la quota proporzionale.  

Però è stato tolto il premio di maggioranza, considerato incostituzionale dalla Consulta, che invece era previsto con l'Italicum. Non è un buon segno?

Siamo ad una truffa, il premio di maggioranza c'è ma è nascosto. Il partito che ottiene la maggioranza relativa nei collegi uninominali, otterrà un premio nella parte proporzionale. A differenza dell'Italicum non è quantificabile, però esiste eccome. 

Ci faccia un esempio concreto, per far capire i lettori...

In base ai sondaggi, il M5S è dato al 25% al proporzionale mentre nel complesso, in Parlamento, dovrebbe avere il 20% degli eletti perdendo così quel 5% di differenza che andrà al partito che otterrà più voti nella parte uninominale. Come lo chiama questo se non premio di maggioranza?

Per il costituzionalista Gaetano Azzariti questa legge tradisce l'elettore "facendogli credere che si sono costituite delle alleanze mentre i partiti rimangono tra loro separati, tanto è vero che il giorno dopo le elezioni potranno liberamente concordare governi e maggioranze con i partiti di qualsiasi altra parte politica comprese quelle avversarie rispetto al voto espresso". È d'accordo?


Era così anche prima. È la combinazione tra voto congiunto e liste bloccate che porta questa legge fuori dall’alveo costituzionale. I parlamentari non rappresenteranno, infatti, la Nazione senza vincolo di mandato, come chiede l’art. 67 della Costituzione, ma chi li ha nominati. Praticamente, col Rosatellum 2.0 si decide di sacrificare la giusta rappresentanza con l'obiettivo di una stabilità di governo che non si raggiungerà. Si sacrifica inutilmente la rappresentanza.

Il presidente Mattarella non dovrebbe firmare la legge?

Già il fatto d'esser stata approvata col voto di fiducia, dovrebbe spingere Mattarella a non firmarla. Tra l'altro, l'unico modo per salvare questa legge elettorale consiste nel rimandarla alle Camere con alcune osservazioni. Il Parlamento potrebbe accogliere i suggerimenti di Mattarella modificandola sotto alcuni aspetti per renderla costituzionale. 

E se Mattarella la promulgherà? 

Verrà ricordato come il Presidente della Repubblica che ha avallato un'ennesima truffa per gli italiani. Spero vivamente che la legge verrà bocciata dalla Consulta.

Del Tedeschellum cosa ne pensava?

Senza l'inserimento del voto disgiunto, era anticostituzionale. Mentre la soglia di sbarramento, se identica sia alla Camera che al Senato, può essere compatibile con la nostra Carta. Nel Porcellum, invece, era prevista la follia di soglie differenti per i due rami del Parlamento.

In passato Lei si è schierato a favore di un sistema proporzionale. Solo questo è compatibile con la nostra Carta?

Essendo un difensore della Costituzione, sono favorevole al proporzionale perché i nostri Padri costituenti avevano stabilito la forma parlamentare e questo sistema elettorale. Ma, attenzione, il proporzionale non è il solo legittimo: ho già ribadito più volte, ad esempio, che un sistema maggioritario, sul modello inglese ad esempio, sarebbe totalmente compatibile con la Costituzione. 

Nella sua crociata contro il Rosatellum 2.0, ha avuto rapporti con qualche partito?

Nell'ultima audizione al Senato sono stato invitato a Palazzo Madama sia dal M5S che da Sinistra Italiana. Per un certo periodo sono stato anche candidato alla Corte Costituzionale in quota M5S, però resto un giurista e mi tengo alla larga dalla politica. I gruppi parlamentari facciano la loro battaglia contro il Rosatellum ed io la mia.

Nel caso in cui la Corte non riterrà ammissibile il ricorso, sta pensando ad altri strumenti?

C'è un altro organo dello Stato a cui appellarsi che è il "popolo sovrano" e capire se c'è o meno conflitto di attribuzione. In base alle recenti sentenze della Corte di Cassazione (8878/2014) e della Consulta (1/2017 e 25/2017), in nuce la giurisprudenza dovrebbe elevare il livello di tutela riconoscendo al popolo sovrano cioè al corpo elettorale di poter sollevare il conflitto di attribuzione. Il diritto, cioè, di votare secondo la Carta. Principio che questa classe politica continua costantemente a
violare.

* Fonte: Micromega

giovedì 2 novembre 2017

SICILIA: NOI VOTIAMO CINQUE STELLE

[ 2 novembre 2017 ]

Chi ci segue sa che alla lista dei nostri amici siciliani è stato negato, causa pretese irregolarità formali all'atto del deposito della lista, l'accesso alle elezioni. Il TAR regionale ha confermato lo sbarramento.
Gli amici siciliani della Confederazione per la Liberazione Nazionale comunicano che voteranno per i Cinque Stelle. Di seguito il loro appello.




«C'è bisogno, in Sicilia, di un'immediata svolta politica ed elettorale.
L'unica opportunità di svolta disponibile è rappresentata oggettivamente dal voto a favore di Giancarlo Cancelleri del M5S.
Anche per chi fino ad ora non ha mai votato M5S.

Difronte allo spessore della crisi e alla fuga dei nostri giovani, osservando le risposte divisive della cosiddetta sinistra e quelle impresentabili della destra ci chiediamo SE NON ORA QUANDO?
Se non ora quando dare un segnale chiaro di sfiducia alla classe dirigente tout court della Seconda Repubblica omologata su visioni neoliberiste funzionali ad un capitalismo finanziario di inaudità rapacità?

Come possiamo da cittadini democratici, padri e madri consapevoli, lavoratori responsabili, innescare un processo di svolta nella nostra regione? Forse protestando con l'astensione o sforzandoci di individuare singole personalità nei vari schieramenti?
la condizione della Sicilia è troppo compromessa per poter immaginare un futuro senza una rottura vera con gli interessi parassitari e clientelari che soffocano la dinamica economica e le iniziative imprenditoriali.

Per queso occorre assumersi la responsabilità di agevolare il successo elettorale di una nuova generazione politica, autenticamente democratica e popolare.
saranno i fatti dei prossimi cinque anni a verificare le capacità di governo dei Cinque Stelle.

Di certo avremo azzerato definitivamente una classe dirigente, inadeguata per mancanza di visione e con conflitti d'interesse, a guidare il popolo siciliano».

FIRMATARI

Antonio Piraino, economista ed esperto bancario
Beppe De Santis, esperto sviluppo
Steni Di Piazza, bancario, esperto in finanza etica
Erasmo Vecchio, esperto in marketing
Paolo Lo Conte, direttore formazione
Pietro Attinasi, ex-preside
Giovanni Di Cristina, esperto sviluppo
Claudia Capaci, docente
Antonino Lombardo, funzionario servizi sociali
Antonio Pulvirenti, medico chirurgo
Giorgio Lo Conte, studente universitario
Emanuela Avola, dottore commercialista
Celia Carla Zappulla, architetto
Emanuele Valenti, pensionato
Agata Toscano, media-planner
Loredana Zappulla, insegnante
Antonella Compagno, medico chirurgo
Pietro Romano, imprenditore
Antonio Hassan, bancario.


* Fonte: Beppe De Santis


SOROS E LA LEGA NORD di il pedante

[ 2 novembre 2017 ]

Se il voto elettronico è una minaccia per la democrazia: il clamoroso caso del referendum lombardo gestito da una multinazionale amica di Soros.
Qui sotto un interessante articolo de il Pedante.


Confesso di essermi documentato poco sui referendum autonomisti del Lombardo-Veneto. Perché, lo confesso, non mi interessavano. Confesso anzi che fino a ieri li reputavo irrilevanti, nel bene e nel male, salvo chiedermi come avrebbe reagito l'elettorato cispadano e quanto l'iniziativa avrebbe danneggiato - e quanto giustificatamente - la credibilità delle aspirazioni nazionali dei suoi promotori.

Fino a ieri, appunto. Poi ho ascoltato il commento di Roberto Maroni alla giornata elettorale e mi si è accesa una lampadina, anzi una sirena antiaerea:
«... è un sistema perfetto. Quindi è il futuro. Abbiamo sperimentato il futuro per l'Italia, per il sistema di voto che potrà essere utilizzato in qualunque elezione e io chiederò, ho già annunciato e preannunciato al ministro Minniti, che già le prossime elezioni in regione Lombardia possano utilizzare questa procedura. Abbiamo garantito oggi che funziona in tanti seggi diversi e in tante modalità operative diverse e abbiamo dimostrato che è sicuro». 
E ancora:
«Abbiamo sperimentato un sistema di voto elettronico che potrà essere il futuro del sistema di voto in Italia. Ho sentito questa sera poco fa il ministro Minniti per dirgli di questo risultato a urne... no, a voting machine chiuse, preparerò per lui una relazione dettagliata che gli invierò nei prossimi giorni e gli chiederò che il nostro sistema sia utilizzato in futuro, magari già alle prossime elezioni politiche».
Il governatore parlava ovviamente del sistema di voto elettronico utilizzato nella consultazione lombarda. Confesso che anche di questo, come di tutto il resto, mi ero disinteressato. E ne ho colpa. Perché erano anni che aspettavo e temevo di ascoltare queste parole, immensamente più rilevanti e più gravi del piccolo episodio referendario che ne ha fornito l'occasione.

Per i suoi effetti sulle libertà fondamentali, l'imposizione del voto elettronico fa il paio con quella della moneta elettronica di cui abbiamo già parlato in questo blog. In entrambi i casi si tratta della centralizzazione di un potere diffuso - economico attraverso la moneta, politico attraverso il voto - che non a caso include i due poteri su cui si fonda la libertà civile dei singoli: di disporre dei propri patrimoni e di partecipare alle decisioni collettive opponendo la propria autonomia all'arbitrio di chi governa. La diffusione di questi poteri, cioè la misura in cui i cittadini possono rivendicarne liberamente l'esercizio e la titolarità, coincide con la sostanza stessa della democrazia. Vi sembra che si stia esagerando? Vediamo.

Nel recente caso lombardo l'opzione del voto elettronico è stata proposta con una modifica alla Legge 34 dai soliti cinquestelle, quelli che già votano tra di loro su un portale online privato, a codice chiuso e senza obbligo di rendicontazione, e approvata con il voto dei consiglieri di centrodestra. Secondo il capogruppo PD Enrico Brambilla si sarebbe trattato «con tutta evidenza» di una «merce di scambio tra i grillini e la maggioranza» per appoggiare il referendum dei colleghi leghisti. Data la sproporzione delle poste in gioco, è difficile per chi scrive non sospettare che l'obiettivo di alcuni possa essere stato quello - cioè esclusivamente quello - di sdoganare il nuovo sistema di voto, quale ne fosse il pretesto.

L'appalto lombardo per la fornitura e gestione dell'infrastruttura di voto era affidato alla multinazionale Smartmatic. Come funzionano i software di acquisizione, registrazione e trasmissione dei dati della Smartmatic? Attraverso quali algoritmi elaborano le preferenze dei votanti? Non si sa né si può sapere, perché il codice è chiuso e protetto da segreto industriale.

Come possono i presidenti di seggio verificare che i risultati del report finale corrispondano ai voti espressi? Non possono, per lo stesso motivo. Esiste la possibilità di convalida a valle da parte di un pubblico ufficiale? No. Tutto ciò che accade all'interno delle macchine Smartmatic dipende solo da Smartmatic ed è verificabile solo da Smartmatic. Sicché il risultato elettorale è nelle mani di Smartmatic. Il governo popolare di milioni di elettori passa così nella camera blindata di un unico soggetto privato prima di essere riconsegnato al popolo. Se ciò non avvera necessariamente un sogno di onnipotenza e di controllo globale, ne soddisfa senz'altro tutte le condizioni. Non ci resta quindi che fidarci e chiederci, perlomeno, di chi ci stiamo fidando.

Partendo dalla segnalazione di un lettore apprendo che l'attuale presidente di Smartmatic, Mark Malloch Brown, figura oggi nel board della fondazione Open Society di George Soros avendo ricoperto in passato i ruoli di vice direttore dell'Open Society Institute e del fondo Quantum dello stesso Soros, nonché di vice presidente del Soros Fund Management e, nei primi anni '90, di consigliere nel Soros Advisory Committee in Bosnia durante gli anni in servizio presso la ONG Refugees International. Nel 1995 fonda la ONG International Crisis Group grazie alle ingenti donazioni dell'Open Society Institute e dello stesso Soros.

Nella sua lunga carriera istituzionale Malloch Brown ha lavorato per l'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR), la Banca Mondiale e il Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (UNDP), di cui era amministratore quando, nel 2004, il neopresidente georgiano Mikheil Saakašvilivi attinse un fondo cofinanziato da UNDP e da Open Society Institute per «sostenere le riforme» del governo scaturito dalla rivoluzione delle Rose in cui lo stesso Soros avrebbe investito non meno di 40 milioni di dollari. Per avvicinarsi alla sede di lavoro, un anno prima Brown si era trasferito con la famiglia in una villa di proprietà di George Soros a Katonah, nella contea di Westchester, diventando così anche vicino di casa del miliardario ungherese. All'apice del suo percorso politico, nel 2006 ha servito come segretario generale aggiunto alle Nazioni Unite sotto il mandato di Kofi Annan e, dal 2007 al 2009, come ministro degli Esteri nel governo inglese di Gordon Brown.

Giornalista di formazione, ha scritto per l'Economist e attraverso lo studio Sawyer-Miller di cui è socio è stato consulente di immagine nella campagna elettorale di Gonzalo Sánchez de Lozadain Bolivia, Mario Vargas Llosa in Perù e Corazón Aquino nelle Filippine. Nel 2012 dà alle stampe un libro che si racconta già nel titolo, The Unfinished Global Revolution: The Limits of Nations and The Pursuit of a New Politics, nella cui quarta di copertina leggiamo che i governi nazionali non sono più attrezzati per affrontare problemi complessi come il cambiamento climatico e la povertà. Sempre più spesso, sopperiscono le ONG, la società civile e il settore privato.

Nel 2014 si scopre anche capitano d'industria. Conosce Antonio Mugica, giovane ingegnere venezuelano convinto che la e-democracy e «il voto online esploderanno nei prossimi anni» e fondatore negli anni '90 della Smartmatic, azienda di servizi informatici alle pubbliche amministrazioni dagli assetti proprietari e finanziari quantomeno opachi, stando a quanto ricostruito in un cablogramma del 2004 pubblicato da Wikileaks. Brown ne diventa presidente.

Di fronte a tanto curriculum, è davvero singolare l'entusiasmo con cui un governatore del partito più sovranista d'Italia affida le sorti elettorali della sua regione, e chiede di affidare quelle della Nazione tutta, ai sistemi informatici dell'uomo forse più globalista del globo. E il Matteo Salvini che definisce l'infrastruttura di voto fornita dal vice e dirimpettaio di George Soros una «opportunità» che il Ministero dell'Interno dovrebbe offrire «anche per le elezioni della prossima primavera», è lo stesso Matteo Salvini che metterebbe «fuorilegge tutte le istituzioni finanziate anche con un solo euro da gente come Soros»?

Intendiamoci, Smartmatic non è finanziata da George Soros. E Malloch Brown vi si è insediato solo tre anni fa. Ma se si ignorano le liasons politiche più recenti dell'azienda, prima di entusiasmarsi se ne dovrebbero almeno considerare i precedenti, ad esempio che è poco gradita negli Stati Uniti già dal 2006 quando, dopo avere quasi mandato all'aria le elezioni amministrative di Chicago, è finita sotto i riflettori del Committee on Foreign Investment per i suoi legami poco chiari con il governo venezuelano e la difficoltà di stabilirne le quote di proprietà, disperse in una «elaborata rete di aziende offshore e trust stranieri». Nelle ultime presidenziali è bastata la notizia - falsa - che la società dell'ing. Mugica avrebbe fornito i suoi sistemi ad alcuni Stati per gettare nel panico l'opinione pubblica americana. Più recentemente è stata messa sotto inchiesta nelle Filippine per essere intervenuta senza autorizzazione sui voti già acquisiti. Ma è di questa estate il caso forse più grave di tutti, proprio sotto la presidenza di Brown e proprio in Venezuela, quando Mugica ritirò i suoi tecnici dal paese per poi annunciare alla stampa che i dati sull'affluenza alle elezioni della nuova assemblea costituente venezuelana di cui era appaltatore sarebbero stati manipolati. Con quella mossa, inspiegabile secondo logiche commerciali, tirava la volata ai nemici politici di Nicolás Maduro (qui Repubblica) che poterono così disconoscere i risultati della consultazione adducendo l'«autorità» dei tecnici.

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Checché si pensi della società Smartmatic e dei suoi vertici, è francamente inaudito che i processi elettorali di uno Stato sovrano siano affidati a un soggetto privato, straniero e per di più dall'azionariato poco o punto identificabile. Se le democrazie si governano attraverso le elezioni, la privatizzazione delle urne è una privatizzazione del governo. Come minimo, i software utilizzati dovrebbero essere di proprietà pubblica e a codice aperto, e i tecnici che li installano e ne verificano il buon funzionamento ufficiali pubblici o forze di polizia. Ma, anche così, la maggiore sicurezza del voto elettronico sarebbe garantita?
No, assolutamente no.

Perché il problema è di natura fisica, non tecnologica. I dati acquisiti da un dispositivo elettronico non sono visibili e la loro manipolazione non lascia traccia. Non c'è modo di sottoporre al vaglio empirico di un essere umano la corrispondenza tra l'input (il dito che tocca lo schermo di un tablet, o che preme un tasto) e l'output (il risultato restituito dalla macchina). A prescindere dalla tecnologia e dalla baroccaggine delle procedure di sicurezza adottate. L'unico sistema sicuro - cioè sicuro almeno tanto quanto i metodi tradizionali - sarebbe quello di stampare una ricevuta che i votanti verificano e depositano anonimamente in un'urna per il conteggio in contraddittorio degli scrutatori e il riconteggio in caso di contestazioni. Ma allora si ritornerebbe al vecchio sistema, sostituendosi semplicemente la stampante alla matita con qualche milionata di costi in più.

Il fatto è che nelle elezioni si è sempre brogliato, con qualsiasi sistema. Non potendosi garantire la fedeltà assoluta, l'obiettivo deve essere quello di rendere i brogli più difficili e dispendiosi. È qui che il voto elettronico fallisce miseramente e si trasforma in una minaccia per la democrazia.Perché da un lato accentra il controllo sui voti nelle mani dei pochi o dei singoli che programmano i dispositivi - laddove la carta richiederebbe la connivenza di squadre di scrutatori e osservatori - dall'altro offre l'opportunità di una manipolazione istantanea, automatica e senza traccia a chiunque si trovi nella stanza di controllo: un appaltatore venduto, un funzionario infedele, lo stesso governo in carica o una sinergia dei tre. Installando un software truccato su tutte le macchine di voto si otterrebbe senza costi l'equivalente di corrompere decine di migliaia di sezioni elettorali (per non dilungarci oltre sulla vulnerabilità sostanziale del voto elettronico rimandiamo i più tecnici a questo eccellente paper dell'Institute for Critical Infrastructure Technology).

In linea di principio non stupirebbe dunque se un così enorme potenziale di controllo attirasse l'attenzione di chi si è già dedicato con altri mezzi a condizionare le vicende elettorali degli Stati. Stupisce invece, e anzi rattrista, che lo strumento sia acclamato da chi può subirne gli abusi: gli elettori, i politici, i governi stessi.

Da un lato, l'ossessione della digitalizzazione riflette il desiderio di conformarsi a una narrazione politica che indica nel dovere di «innovarsi» tecnologicamente la filiale di un «progresso» rispetto al quale siamo sempre in ritardo, coltivando nelle masse un senso di difetto eterno e perciò una smania di abbracciare tutto ciò che si presenta loro nell'incarto lessicale della novità (le «riforme»). Il progresso dei progressisti è acefalo, non dichiara i traguardi a cui tende, ma in compenso è «inevitabile». Chi in questi giorni si chiede come sia possibile che si voti ancora come un secolo fa, dovrebbe anche chiedersi perché mangiamo ancora per vivere come centomila anni fa, o perché utilizziamo ancora muri e portoni, e non un più agile firewall, per proteggerci dalle incursioni dei ladri.

Ci sono cose che devono rimanere materiali perché... l'essere umano è materiale. Se fossimo un software potremmo infilarci nei tablet e rincorrere i pacchetti di dati per identificarli. Ma non lo siamo. Esistiamo in una dimensione fisica diversa dove si percepiscono la carta e i segni, non le cascate di impulsi a 5 volt. Sicché nella ubriacatura della dematerializzazione non si intravede solo il veicolo politico di un accentramento dei poteri, ma forse più a monte, e più gravemente, una patologia sociale. Vi si legge una hýbris di reazione, il sogno onnipotente di un'umanità schiacciata da uno sviluppo non più umano che si illude di disumanizzarsi per tenere il passo, che immagina di superare i suoi limiti diventando liquida e veloce per comprendere ciò che non riesce a comprendere e accettare ciò che non può accettare.

Perché in effetti la realtà fisica è l'ultimo ostacolo che si frappone tra il mondo promesso dalle teorie economiche e sociali in voga e la sua realizzazione. Sicché occorre negarla muovendo guerra ai suoi fenomeni: la geografia con le favole «no border», le distanze e gli oceani con la «globalizzazione», le culture locali con l'omologazione dei consumi e delle unioni politiche, le etnie con l'eugenetica del «meticciato», la biologia con le teorie «gender», i rapporti interpersonali con i social network, il bisogno di sicurezza e di identità con l'etica della precarietà e della migrazione perenne, la memoria di sé con il «cloud», gli averi personali con il «cashless», la storia con l'iconoclastia ecc. Muovendo insomma guerra a tutto ciò che, tracciando un limite, traccia il perimetro della nostra umanità, e quindi all'umanità stessa.

Oggi tocca - e non è certo poco - alla democrazia, ma la posta in gioco potrebbe essere ancora più alta.


da il Pedante

mercoledì 1 novembre 2017

I CATTOLICI E LA QUESTIONE SOCIALE di Luigi Bruni

[ 2 novembre 2017 ]

Suscitò un mezzo pandemonio, a sinistra, che il quotidiano il manifesto avesse pubblicato, come supplemento un libricino coi discorsi di Papa Bergoglio dal titolo Terra, casa, Lavoro.
Iniziativa, invece, benemerita.
Non per stupire i nostri lettori segnaliamo un importante articolo tratto dal quotidiano cattolico l'avvenire. 

Proposte dei cattolici e non-ascolto. Difetto di laicità



di Luigi Bruni

A chi interessa ciò che il mondo cattolico vive, pensa, propone in ambito sociale ed economico? Dal silenzio imbarazzante dei media cosiddetti laici sui lavori e sulle proposte della 48ª Settimana Sociale dei cattolici italiani di Cagliari, si direbbe che interessi soltanto al mondo cattolico, ai suoi media, ai suoi giornali. E questa non è una bella notizia per l’Italia.

Quattro intensi giorni di dibattito, mille rappresentanti, proposte concrete per cambiare e migliorare il mondo del lavoro, l’economia e la società, che non hanno dunque meritato la dignità per entrare tra i fatti e i temi segnalati all’attenzione dell’opinione pubblica. Le ragioni di questa grave distrazione sono molte. Tra queste, forse, l’apparente semplicità delle (utili e realizzabili) proposte avanzate e l’assenza di proposte più "profetiche" (come quelle, specialmente care anche a chi scrive, sull’«economia disarmata»), sulle quali il consenso all’interno del variegato mondo cattolico sarebbe stato probabilmente più difficile. O, forse, anche una serie di ospiti che stavolta non ha incluso personalità del mondo culturale laico italiano e internazionale. Altre volte e in altre sedi questo tipo di dialogo si era intessuto con particolare intensità, ma la disattenzione non era stata minore. Forse, dunque, per tutto ciò ci sono anche ragioni più profonde.

La prima ha a che fare con il bizzarro concetto di laicità che si è affermato nel nostro Paese. Le contrapposizioni ideologiche del XIX e del XX secolo, hanno generato una cultura dove è sufficiente che in un discorso compaiano le parole "Dio" o "Bibbia", perché vengano automaticamente classificate faccende private di un sotto-insieme del Paese, non abbastanza "laiche" per interessare tutti. Così, invece di intendere la vita democratica come la somma delle diversità civili, la si concepisce come una sottrazione per arrivare alla piccola zona comune fra tutti, che è sempre troppo piccola per la pubblica felicità che ha bisogno della «convivialità delle differenze» (Don Tonino Bello). La società perde biodiversità generativa, perché si eliminano le dimensioni più innovative e creative dei diversi mondi vitali.Ma se poi andiamo a scavare di più, troviamo qualcosa di ancora più puntuale. Ai cattolici, in realtà, si lascia un certo spazio e una certa libertà di esprimersi "in pubblico", ma soltanto su temi inseriti in una lista chiusa di argomenti "eticamente sensibili". Se si esce da questa lista, anche se la Chiesa e i cattolici parlano è come se non parlassero: non hanno "voce" in questi capitoli. Possono parlare di povertà, di vita (senza esagerare), un po’ di famiglia. Ma se iniziano a parlare di lavoro, di tasse, di scuola, addirittura di economia o di finanza, escono dalla lista bloccata e semplicemente vengono ignorati. Quindi, quando i cattolici si esprimono sui temi laicamente consentiti dalla lista si è legittimati, ma non ascoltati, perché considerati espressione di una visione culturale partigiana. Quando dicono la loro sui temi fuori lista, sono semplicemente bocciati perché fuori tema. Un segnale di questo è che tra le pochissime notizie di Cagliari che sono riuscite a passare tra le maglie di questa censura culturale, non sono le proposte concrete su economia e banche, ma il tema del lavoro domenicale, uno di quei pochissimi argomenti "economici" presenti nella lista degli argomenti non all’Indice, perché, si pensa, ha a che fare con il culto - e quindi non preso sul serio, non capendo così che la sfida della domenica è esattamente la libertà dai "faraoni" che vorrebbero che gli schiavi lavorassero sempre, e quindi l’essenza della democrazia.

Il mondo cattolico è tra le poche "agenzie globali" capaci, per vocazione, di portare avanti un discorso profetico sull’economia, sul lavoro, sulla finanza - e lo sta facendo, anche se pochi se ne accorgono, e le deve fare con sempre maggiore forza e profezia.

Ma la laicità delle lobby preferisce lasciarlo parlare 'soltanto' di fine vita e di assistenza – senza ascoltarlo –, e così tenerlo ben distante dall’economia e dalla finanza. Perché intuisce che se gli riconoscesse diritto di parola su questi temi, dovrebbe fare i conti con i dogmi della sua propria laica religione. La nostra società non ascolta la voce dei cristiani sul capitalismo perché il capitalismo del XXI secolo è diventato esso stesso una religione, con un culto severissimo che non ammette altri dèi al di fuori di esso. Il capitalismo non vuole il discorso religioso cristiano perché ha già il suo. Ma per capirlo ci vorrebbe proprio quella laicità che gli manca. Per questo, nonostante la disattenzione di media che vedono sempre più a stento e sempre più parzialmente il Paese reale, i cattolici devono continuare a occuparsi dei temi della lista e, soprattutto, di quelli fuori lista. Perché, con le parole di Paolo VI, «se il mondo si sente straniero al cristianesimo, il cristianesimo non si sente straniero al mondo».


* Fonte: L'AVVENIRE

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