martedì 5 gennaio 2016

M5S: "HA VINTO CASALEGGIO, ME NE VADO" Intervista a Paolo Becchi

[ 5 gennaio ]

Paolo Becchi [nella foto] ha lasciato il Movimento 5 Stelle. Il professore di filosofia, più volte definito ideologo M5S e tra i primi sostenitori del progetto politico di Beppe Grillo, ha dato l’annuncio del suo addio in un’intervista al quotidiano online Formiche.net. Intervista qui sotto.

«A Roma si profila un nuovo accordo in stile Patto del Nazareno, questa volta tra Pd renziano e Movimento 5 Stelle. Scaricato Silvio Berlusconi e la sua Forza Italia alla deriva, il premier Matteo Renzi ha capito che sui singoli temi può trovare una sponda favorevole nei tanto avversati grillini. A differenza del precedente, il nuovo patto non viene annunciato, anzi è ripetutamente negato a gran voce e protetto dalle contrapposizioni di facciata. Si potrebbe sintetizzare così l’analisi sulla situazione del Movimento 5 Stelle fatta da Paolo Becchi in questa conversazione con Formiche.net, nella quale il professore annuncia l’addio ufficiale al Movimento con tanto di cancellazione dell’iscrizione lo scorso 31 dicembre. Un intervento che rientra nell’approfondimento avviato con l’intervista al senatore ex 5 Stelle Luis Alberto Orellana.

Docente di Filosofia del Diritto all’Università di Genova, descritto in passato come l’ideologo dei 5 Stelle prima che avanzasse alcune critiche (qui in una sua precedente intervista a Formiche.net) e che Beppe Grillo ne prendesse le distanze sul blog, Becchi ora parla della delusione per la piega presa dal Movimento, anticipando alcuni contenuti di un suo intervento in uscita a febbraio su Mondo Operaio dopo quello di qualche mese fa (qui il link).


R. Quel processo è progredito, al di là della battuta fatta. Oggi preciserei che il Movimento si sta trasformando in un partito ibrido, nel quale si cerca di fare convivere diversi aspetti. Prendiamo le elezioni amministrative: dove si può vincere ma si ha paura di farlo e magari non lo si vuole proprio, come a Roma, si sceglie di seguire l’intero e impegnativo percorso democratico per la selezione delle candidature con non so quanti passaggi in rete, facendo mostra di questo dispiegamento di energie per la democrazia diretta. Dove invece si vuole lottare per vincere davvero, il candidato e la lista vengono blindati e imposti dall’alto come accaduto con Massimo Bugani a Bologna (qui un ritratto di Formiche.net). Questo è il partito ibrido che da un lato acchiappa chi ancora crede negli ideali di rottura del vecchio Movimento e dall’altro si avvicina alla logica partitica.

L’elezione dei giudici della Corte costituzionale rientra in questa logica?

Certamente. Lì si è capito come il Patto del Nazareno tra Pd e Fi sia finito del tutto e ne sia nato un altro tra Pd e M5S, tenuto segretissimo tanto che chi ne parla viene ricoperto di insulti in rete, ma questa è la sostanza. Basta andarsi a leggere cosa ha scritto il blog di Grillo nel giro di due settimane: prima si critica il costituzionalista del Pd Augusto Barbera ricordando alcuni scandali concorsuali nei quali è spuntato il suo nome, poi si sposta l’attenzione sull’avversione al berlusconiano Francesco Paolo Sisto e infine si dice di aspettare le proposte di Renzi avanzando la candidatura di Franco Modugno e votando Barbera in accordo con Renzi. Tutto ciò per il sistema dei partiti è perfettamente normale, rientra nella loro logica, ma non per un Movimento che si dichiarava anti-sistema. Perché i parlamentari 5 Stelle non hanno tenuto la linea di opposizione sulle votazioni dei giudici della Consulta? Dopo 30 fumate nere sarebbe dovuto intervenire il Presidente della Repubblica, si sarebbe creato un caos istituzionale, invece loro hanno tolto le castagne dal fuoco a Renzi. Da mesi si discute su questa elezione, e Gianroberto Casaleggio va invece a dire al Corriere della Sera che non c’era tempo per coinvolgere la rete. Ma vogliamo scherzare?

Quali altri passi prevede?

Il prossimo sarà quello sulle unioni civili. Sulla votazione del ddl Cirinnà ci sarà l’accordo tra Renzi e l’M5S, il quale finisce così a fare nuovamente da stampella al governo, quando invece sarebbe andato incontro a grosse difficoltà. Poi la legge sullo ius soli, anche qui sconfessando Grillo. E magari per finire anche l’eutanasia. Non rendendosi conto che in questo modo si fa soltanto il gioco di Renzi.

Grillo non ha più il controllo?

E’ stato sconfessato dal vicepresidente della Camera addirittura sul Financial Times, al quale Luigi Di Maio ha detto che loro non sono favorevoli all’uscita dell’Italia dalla Nato come invece ha sostenuto Grillo. Agli inizi del Movimento se qualcuno si fosse azzardato a dire una cosa del genere, peraltro su un giornale così importante, sarebbe stato radiato, ora invece l’intervista viene ripresa dal blog di Grillo.

E invece adesso comanda Casaleggio?

Guardi, il mio nuovo intervento per Mondo Operaio l’ho proprio titolato “Dal Movimento liquido di Grillo al partito ibrido di Casaleggio”. Si apre però il problema del garante; Grillo ha detto che è “un po’ stanchino”, ma che sarebbe rimasto il garante delle regole. Peccato però che qui non venga rispettata nessuna regola, come sull’espulsione della senatrice Serenella Fucksia: indubbiamente c’erano motivazioni valide e l’obiettivo sarebbe stato raggiunto ugualmente, ma non c’è stata nessuna assemblea dei parlamentari con voto poi ratificato dalla rete. Ormai regna l’arbitrio, al posto del rispetto delle regole. Si critica chi non rispetta le regole e ci si comporta allo stesso modo.

E dietro l’angolo ci sono le comunali, per le quali però i sondaggi danno l’M5S in forte crescita.

Sono convinto che alle amministrative il Movimento avrà un risultato favorevole, ma ritengo che ai vertici queste elezioni interessino poco. Ciò che conta per loro è andare al governo, ma non si sa bene per fare cosa, tranne le politiche anti-casta. Il M5S aveva una visione il nuovo partito deve ancora costruirsela.

Sono state abbandonate alcune battaglie politiche? Ad esempio quella sull’euro?

Grillo aveva promesso agli italiani che entro il dicembre 2015 o al massimo nel gennaio 2016 ci sarebbe stato il referendum sull’euro. Ora più nessuno ne parla, salvo per i banchetti fatti in estate quando il tema appassionava di più e c’era da soffiare qualche voto alla Lega. Ma cosa pensa il Movimento sull’euro? Perché non si porta avanti con convinzione in Parlamento la legge di iniziativa popolare per il referendum? E sulla politica estera, in particolare sul tema della Nato, qual è la posizione? Grillo o Di Maio? Perché non si lancia una forte campagna di opposizione alla riforma costituzionale in vista del referendum sul quale Renzi punta tutto quest’anno? Si pensa troppo a fare opposizione di facciata, come nel caso della mozione di sfiducia alla Boschi su Banca Etruria. Insomma, il Movimento sta diventando opportunistico, nel senso che cerca di guadagnare qualcosa in ogni situazione. E per la verità al momento ci riesce benissimo. La democrazia diretta è stata da tempo accantonata e sostituita dalla democrazia eterodiretta da Casaleggio.

Becchi, è deluso?

Sì, tanto che il 31 dicembre ho cancellato la mia iscrizione al Movimento al quale avevo aderito con grande convinzione e entusiamo; l’ho fatto perché non corrisponde più a quella speranza dell’inizio. Non sono nella testa di Beppe, e non so se questo suo progressivo farsi da parte sia sintomatico di un po’ di delusione anche da parte sua, ma è sempre più politicamente assente. Ha fatto un discorso di fine anno che era uno spot pubblicitario al suo spettacolo, un intervento teatrale nel quale dice che tutti siamo ologrammi ma, ahimé, è diventato un ologramma pure lui. Forse era inevitabile che il Movimento si istituzionalizzasse, ma il sogno è finito.

* Fonte: Formiche

lunedì 4 gennaio 2016

REFERENDUM ITALICUM: SE D'ALIMONTE FA GLI ESORCISMI di Leonardo Mazzei

[ 4 gennaio ]
Roberto D'Alimonte [nella foto] e un sondaggio sul referendum costituzionale previsto per il prossimo autunno

«Se lo perdessi sarebbe il fallimento della mia esperienza politica». Così Renzi nella conferenza stampa di fine anno. Ben detto! E' quel che sosteniamo da tempo. Chissà se il Bomba ne comprende tutte le conseguenze. Forse sì, forse no, ma in ogni caso non ha alternative. Sarà la sua Madre di tutte le battaglie, dicono i suoi sodali. Un ottimo suggerimento sul da farsi per tutti i suoi nemici.

Ma prima che il 2015 chiudesse i battenti, anche lo zio dell'Italicum - al secolo Roberto D'Alimonte - ha voluto dir la sua quasi ad esorcizzare l'anno in arrivo. Che sarà l'anno del referendum costituzionale, "confermativo" dicono i renziani, ad esorcizzare pure loro l'eventualità di un voto invece contrario. Un voto "sconfermativo", per dirla con un neologismo che ci piace assai.

Ma torniamo a D'Alimonte. Il politologo abruzzese, pur barcamenandosi tra mille cautele e col linguaggio di chi sa che le cose non saranno semplici come sembra, lancia così il suo esorcismo: Renzi vincerà, perché la sua riforma costituzionale piace anche ad una parte consistente di elettori della destra e di M5S. Impeccabile la sintesi del titolo dell'articolo apparso sul Sole 24 ore il 31 dicembre: «Il premier punta sul referendum perché incassa consensi trasversali».

Per dare forza al suo ragionamento, D'Alimonte cita un sondaggio realizzato a novembre dal CISE. Sondaggio in verità assai curioso. Secondo i numeri citati dal professore della Luiss, alla richiesta di un giudizio sulla (contro)riforma, il 55% si sarebbe pronunciato positivamente, a fronte di un 45% di contrari. «Una chiara maggioranza a favore ma non una maggioranza schiacciante», commenta il politologo. Che un 55 a 45, ad un anno dal voto, rappresenti una «chiara maggioranza» è ovviamente discutibile. Ma il fatto è che limitando il sondaggio a chi ha dichiarato che andrà certamente a votare, il risultato si sbilancia notevolmente a favore di Renzi con un netto 68 a 32%.

Numeri che fanno la gioia del D'Alimonte, ma che bisogna vedere meglio. Secondo il sondaggio, il 60,6% degli elettori del Pd voterà sì, l'8,2% no, mentre il 31,2% al momento è orientato a non votare. Nel Movimento 5 Stelle il 26,6% sarebbe per il sì, il 28,8% per il no, il 44,7% per il non voto. In Forza Italia voterebbe sì il 47,3% dell'elettorato, per il no il 15,8%, per il non voto il 37%. Tra i votanti della Lega il sì riscuoterebbe il 23,0%, contro un 19% di no ed un 58% di non voto. 

Insomma, la trasversalità la fa da padrona. E questo sembrerebbe dar ragione a Renzi. Ma è davvero così? Se i numeri del CISE fossero veri, avremmo una percentuale di sì del 33% contro il 15% dei no. Al 52% la quota dei non votanti. Grazie ad un'astensione così elevata il 33% si trasformerebbe poi in un 68% dei voti validi per il sì, mentre il 15% dei no varrebbe soltanto un 32% di questi.

Fermiamoci qui con i numeri e proviamo invece a ragionarci sopra. 
La prima questione che balza agli occhi è il divario tra coloro che si dichiarano contro la controriforma renziana (45%) e quelli che hanno già deciso di dare seguito a questo orientamento con il voto (32%). Uno scarto notevolissimo, che consente a Renzi di trasformare il suo risicato 55% in un ben più marcato 68%. Insomma, i sostenitori del sì sono al momento assai più motivati a recarsi alle urne di coloro che sulla controriforma esprimono un parere negativo. In un certo senso è naturale che oggi sia così. Da che mondo è mondo, chi crede di essere sul carro del vincitore è sempre il più lesto a mettersi in mostra in prima fila. Tuttavia, la differenza tra i no potenziali e quelli che già oggi si esprimerebbero nell'urna resta comunque troppo elevata. Uno scarto in buona parte dovuto alla debolezza delle forze di opposizione, che sulla questione non mostrano certo la determinazione necessaria.

Ed è su questo che punta D'Alimonte. In sostanza, egli dice, Forza Italia avrà grandi difficoltà a motivare un no su una legge costituzionale che fino ad un certo punto ha condiviso e votato, mentre M5S dovrà pensarci due volte prima di affossare una "riforma" che cancellerebbe di fatto anche quell'Italicum di cui molti grillini pensano, pur non potendolo dire, di avvantaggiarsi. 

Altre considerazioni si potrebbero fare sull'elettorato della Lega e di Fratelli d'Italia. E' chiaro che in quel mondo le spinte autoritarie e presidenzialiste non possono che piacere. Questo significa che Renzi arriverà al referendum senza avversari in grado di contrastarlo? Credo proprio di no.

C'è infatti un secondo dato che merita di essere considerato. Il fatto che già oggi un 45% delle persone si dichiari contro la "riforma" costituzionale è una base di partenza ottima, direi eccezionale. Siamo ancora a quasi un anno dal referendum (si ipotizza il prossimo mese di ottobre), con un'opinione pubblica distratta da altri eventi, con tutto il sistema mediatico a favore di Renzi, con i partiti d'opposizione in tutt'altre faccende affaccendati. Quell'odierno 45% ci dice allora, ed in modo inequivocabile, che la vittoria del no è possibile.

Certo, molto dipenderà dall'atteggiamento delle forze politiche, dai calcoli che prevarranno. Nel caso di M5S non vogliamo neppure pensare ad una scelta di basso profilo onde incamerare l'Italicum. Un atteggiamento del genere sarebbe semplicemente suicida. E questo per un motivo semplice semplice, che tutti dovrebbero comprendere. In breve: il risultato referendario annuncerà quello delle successive elezioni politiche. Un Renzi trionfante in autunno diventerebbe imbattibile nel voto politico che di lì a poco seguirebbe. E' così difficile capirlo?

La vera domanda alla quale gli elettori dovranno rispondere sarà quindi: volete voi l'approvazione di una legge che segnerà la costruzione del regime renziano? A questa domanda, che non sarà scritta sulla scheda ma dovrà essere impressa nella mente degli elettori, è ben difficile che la maggioranza risponda sì.

E' forse esagerato parlare di regime? Assolutamente no, perché l'accoppiata Italicum-controriforma costituzionale disegna un presidenzialismo di fatto, peraltro senza i contrappesi dei presidenzialismi di diritto. Un premier padrone del parlamento, con ai suoi piedi la Corte costituzionale ed un Senato ridotto ad ente inutile.

E' a questo livello che deve porsi l'allarme democratico e la necessaria risposta che ne discende. Solo così il no potrà affermarsi ed il disegno renziano potrà essere sconfitto. Come abbiamo visto all'inizio, il fiorentino ha ben chiara la posta in gioco. Sarà bene che l'abbiano altrettanto chiara i suoi oppositori.

Non ingannino comunque gli odierni sondaggi. Quando diventerà finalmente chiaro che la partita referendaria non è per niente chiusa si aprirà uno scenario del tutto opposto a quello attuale: gli avversari di ogni tipo prenderanno coraggio, i media cominceranno ad essere meno compatti, chiunque abbia un buon motivo per detestare Renzi (e sono tanti) deciderà di andare a votare. Forse mi sbaglio, ma penso che ne vedremo delle belle. Probabilmente anche D'Alimonte in cuor suo lo sa, ed è per questo che prova ad esorcizzare il tutto provando a far credere che i giochi siano già chiusi. No, non è così. Il no può vincere. Che la campagna per fermare il regime renziano inizi quanto prima.

CATALOGNA: INDIPENDENZA NAZIONALE E NEOLIBERISMO

[ 4 gennaio ]

Abbiamo spesso scritto sulla "crisi organica" del regime politico e istituzionale spagnolo, quello bipartitico e oligarchico sorto dopo la fine del franchismo. Una crisi confermata dalle recenti elezioni del 20 dicembre: l'affermazione di Podemos da una parte e, dall'altra, che nessuno dei due partiti sistemici ha i numeri per formare il governo. Uno solo è il modo per evitare le elezioni anticipate: l'alleanza formale tra Partito popolare e socialisti. Questo è, di sicuro, ciò che si augurano gli burocrati e, con loro, i grandi poteri economici e finanziari.

Nel frattempo si acuisce la crisi politica della Catalogna, una regione ancora senza governo dopo le elezioni del 27 settembre —il 9 novembre scorso il Parlamento catalano aveva approvato una risoluzione indipendentista rimasta bloccata finché non ci sarà un governo.


Ebbene, la sinistra indipendentista della CUP (Candidatura d'Unitat Popular) ha rifiutato, in seno al Parlamento catalano, di dare la fiducia ad Artur Mas, motivando il suo no col fatto che il programma da questi presentato è liberista e fondato sull'austerità. Non dimentichiamo che Mas vuole sì secedere dalla Spagna ma è un deciso assertore dell'Unione europea e della permanenza della catalogna nella zona euro.

Ci sembra, quella della Cup, una decisione giusta. La battaglia per l'indipendenza nazionale non dev'essere staccata da quella per la giustizia sociale. 
Che indipendenza sarebbe mai quella per cui ci si svincola dalla debole supremazia spagnola per accettare il ben più potente giogo euro-tedesco?
Giusto lottare per la sovranità nazionale, ma a patto che ciò significhi sovranità popolare, e non il passaggio da una sottomissione ad un'altra.

Artur Mas ha adesso tempo fino al prossimo 9 gennaio per negoziare un nuovo accordo. Altrimenti si tornerà alle urne a marzo.

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domenica 3 gennaio 2016

Come avanza la follia europea su banche e sofferenze di Guido Salerno Aletta

[ 3 gennaio ]
«Più praticabile, invece, è la prospettiva di ottenere dalla Corte costituzionale la dichiarazione di illegittimità costituzionale del decreto legislativo e della legge delega di recepimento della direttiva europea sul bail-in, per contrasto con l’articolo 47 della Costituzione»
«I nodi sono venuti al pettine. Caduti improvvidamente nella trappola del bail in, bisogna tirarsene fuori al più presto: nello stesso tempo, infatti, abbiamo a che fare con un problema oggettivamente molto piccolo, la crisi di quattro banche locali risolta in modo assai controverso dal decreto legge 183/2015, talchè la questione è divenuta politicamente assai spinosa, e con uno estremamente grande rappresentato dalle sofferenze complessive del sistema bancario italiano. Da tempo sostengo la necessità di un piano organico per provvedere alle sofferenze bancarie, ricapitalizzare le imprese e rilanciare il settore immobiliare. Si è preferito scantonare. Oggi, dopo aver avuto solo un piccolo assaggio di quello che a partire dal prossimo gennaio sarà il bail in, si cerca di correre ai ripari.
Ad ottobre scorso, le sofferenze lorde erano arrivate 198,9 miliardi di euro, mentre a fine 2007 erano di 47,2 miliardi. La loro crescita è stata enormemente più veloce rispetto a quella del debito pubblico: se a fine 2007 questo era di 1.605 miliardi di euro, ad ottobre è arrivato a 2.212 miliardi. La crisi ha fabbricato 152 miliardi di nuove sofferenze bancarie (+421%) e 607 miliardi di nuovo debito (+38%). Cifre immense, frutto non della crisi ma della sua pessima gestione.
Sempre ad ottobre, il rapporto tra sofferenze lorde ed impieghi è stato del 10,4% (9,5% un anno prima; 2,8% a fine 2007), valore che raggiunge il 17,9% per le imprese (15,7% un anno prima; 3,6% a fine 2007) ed il 7,2% per le famiglie consumatrici (6,8% un anno prima; 2,9% a fine 2007). Le sofferenze nette sono arrivate ad 87,2 miliardi di ottobre: il loro rapporto sugli impieghi è arrivato al 4,85% (4,61% un anno prima; 0,86%, prima dell’inizio della crisi). A giugno, gli affidati in sofferenza erano 1 milione e 188 mila, in prevalenza imprese e famiglie.
Rispetto al totale del sistema bancario, le quattro banche di cui si è occupato il decreto legge 183 rappresentavano circa l’1% della raccolta mentre avevano in pancia crediti in sofferenza per 8,5 miliardi, pari al 4,27%. Svalutati di 7 miliardi, sono stati iscritti per 1,5 miliardi come unici attivi della bad bank, a fronte di un corrispondente debito verso le nuove banche: la perdita è stata dell’82,4%. Il loro valore commerciale residuo è appena del 17,6%.
In proporzione, rapportando quindi le perdite delle quattro banche alle sofferenze dell’intero sistema bancario, ne deriverebbe una potenziale perdita teorica di 163,9 miliardi di euro. Questa è il dato macro, pari ad oltre il 10% del pil, con cui occorre confrontarsi.
Sulla gestione delle quattro banche è inutile fare dello scandalismo: il rapporto tra i prestiti in sofferenza sul totale dei prestiti concessi era del 25,8%. Una cifra alta, ma non strabiliante: rispetto ad un anno fa, la percentuale delle sofferenze lorde è ancora cresciuta, dello 0,9%, esattamente come il pil. L’economia non cresce a sufficienza, nè per ridurre la disoccupazione né per fronteggiare i debiti pregressi.
Il problema dunque non è il marcio nella gestione delle banche, che pure può esserci stato in questi anni come prima della crisi, né le presunte lacune della Vigilanza: le sofferenze non sono altro che la contabilizzazione sul piano finanziario dei danni provocati dalle politiche di rigore volute fortemente non solo dalla Unione europea con il Fiscal Compact, ma anche dalla Bce e dalla Banca d’Italia. Basta ricordare la lettera dell’11 agosto del 2011, in cui i rispettivi Governatori Trichet e Draghi sostenevano che non era ancora sufficiente l’impegno assunto dal governo italiano di raggiungere il pareggio strutturale di bilancio nel 2014, e che ulteriori riforme strutturali erano necessarie. Nonostante le continue manovre restrittive di Tremonti, Monti, Letta e Renzi prima di quest’ultima legge di Stabilità, il pareggio non è stato ancora raggiunto, mentre l’obiettivo si è continuamente allontanato per via della caduta del Pil. Se tutto va bene, ci arriveremmo nel 2018.
Non si può discutere di bail-in, oppure di bail out, come se ci si trovasse in una situazione astratta. Perché, ragionando in astratto, l’unica soluzione sensata per l’Italia sarebbe quella di rientrare in possesso delle quote già versate all’EFSF ed all’ESM, pari a circa 48 miliardi di euro (mentre rimangono appesi ad un ignoto destino i 10 miliardi di prestito bilaterale concesso alla Grecia), al fine di utilizzarli per la costituzione di una bad bank di sistema. Poiché si tratta di debito pubblico già contratto, sarebbe una misura neutrale dal punto di vista dei conti pubblici, che sgraverebbe davvero il sistema bancario da tante preoccupazioni. Purtroppo, si tratta di impegni internazionali cui non possiamo sottrarci.
Più praticabile, invece, è la prospettiva di ottenere dalla Corte costituzionale la dichiarazione di illegittimità costituzionale del decreto legislativo e della legge delega di recepimento della direttiva europea sul bail-in, per contrasto con l’articolo 47 della Costituzione. Anche la fatidica Comunicazione della Commissione europea sugli aiuti di Stato alle banche, a quel punto, sarebbe carta straccia. Purtroppo, il vulnus alla tutela del risparmio sotto ogni forma, garantito dalla nostra Carta costituzionale ma non dai Trattati europei, era già venuto meno con la autorizzazione alla emissione di obbligazioni bancarie subordinate, ora aggravato dal fatto che con il bail in anche le obbligazioni senior potranno venire colpite con la risoluzione bancaria. La Banca d’Italia, sostenendo l’emissione di titoli ibridi in alternativa alle più costose ricapitalizzazione, ha commesso un grave errore.
Anche la recente indagine conoscitiva svolta dalla Commissione Finanze del Senato, pur molto accurata ed avvertita, non pare aver colto questo punto: è necessario mantenere chiara la specificità della raccolta bancaria, in depositi ed obbligazioni, rispetto a quella di tutto il restante sistema finanziario. Solo così si può ancora distinguere il risparmio dall’investimento ed assicurare ancora una tutela specifica al primo. Le conclusioni dell’indagine si soffermano solo sulla questione degli impieghi, ed in particolare sulla opportunità di ripensare alla scelta in favore della banca universale, che può indistintamente erogare credito oppure fare internal trading sui mercati.
La banca di deposito ha senso solo in quanto “mette al lavoro”, attraverso la erogazione del credito, somme che altrimenti rimarrebbero inoperose. Il deposito bancario non è un parcheggio: la banca lo prende a prestito per erogare credito. Per questo il risparmio deve avere remunerazione, tassazione e garanzie peculiari rispetto a tutti gli altri investimenti. La banca di deposito serve in quanto la sua organizzazione riesce a erogare risorse a chi altrimenti non riuscirebbe ad ottenerle dal mercato finanziario. Ed ancora, il privilegio di ottenere liquidità dalle banche centrali, a fronte della vigilanza prudenziale, rapresentano le due facce della stessa medaglia. Affermare, come si fa nelle Conclusioni dell’indagine, che oggi sarebbe controproducente reintrodurre il divieto di internal tradig, visto che i margini sugli interessi sono assai esigui, è invece la prova della distorsione avvenuta, e assai timidamente contrastata dalla Bce con le T-Ltro finalizzate alla erogazione del credito. La gran parte della liquidità, dalle Ltro all’acquisto di Cb ed Abs, a quella ancora oggi immessa acquistanto titoli di Stato con il Qe, è mantenuta inoperosa presso la Bce, che infatti sta progressivamente penalizzando questo comportamento applicando tassi negativi.
L’economia europea, e quella italiana in particolare, è stata fortemente colpita dalla recessione: gli investimenti non risalgono, il credito langue e le sofferenze appesantiscono i bilanci delle banche. Il recupero strutturale della competitività è stato focalizzato sulla riduzione del costo del lavoro e la sua flessibilità, inducendo le imprese a ritardare gli investimenti. Ridurre il costo del credito, in uno con l’onere per gli interessi sui debiti pubblici, è stata una misura di politica monetaria tardiva ed insufficiente. Prima si è imposto il deleveraging, ora invece ci si lamenta del fatto che il cavallo non beve.
C’è un ulteriore punto di fondo da chiarire, quello dell’azzardo morale: il comportamento spericolato di coloro che sanno che comunque la passeranno liscia. La questione nacque con riferimento alle banche “too big to fail”, poi declinato nel “too big to jail”: per questo motivo, ora, alle banche di rilievo sistemico si chiedono requisiti particolari. Il commissariamento della banca, ed i più recenti rimedi in tema di rimozione dei vertici, costituiscono rimedi sufficienti rispetto a comportamenti contrari alla sana e prudente gestione bancaria.
Negli Usa, la riforma bancaria ha cercato di rendere più semplice la risoluzione delle crisi imponendo alle banche criteri organizzativi e gestionali finalizzati a rendere possibile la cessione tempestiva di asset in bonis, in modo non distruttivo per il resto della banca. Mentre in America la risoluzione della crisi consiste nell’imporre alla banca la cessione di asset validi per fronteggiare le perdite, in Europa è un sinonimo della liquidazione: taglieggia tutti, dagli azionisti fino ai depositanti. Venendo meno il criterio della riserva frazionaria, impone un rapporto di uno a uno tra perdite sui crediti e passività: si brandisce una mannaia che spaventerà i risparmiatori, senza recare vantaggi ad alcuno. Accrescerà la disaffezione già in atto verso le obbligazioni bancarie, quali che esse siano, facendo venir meno la forma più solida e stabile di raccolta: il suicidio delle banche.
Riuscire a far dichiarare la illegittimità costituzionale del bail in serve a consentire all’Italia di continuare ad applicare la previgente normativa, ivi compresa la disciplina del Fondo Interbancario di tutela dei depositi. Una volta saltato il divieto di aiuti di Stato alle banche, perché contrasta con la disposizione costituzionale secondo cui la Repubblica favorisce e tutela il risparmio in ogni sua forma, tutti i giochi si riaprono: per operare salvataggi, assentire garanzie pubbliche, costituire bad bank volte non a liquidare ma a gestire al meglio le sofferenze.
All’economia serve tempo per riprendersi, serviranno anni. Non facciamo come con il Fiscal Compact, adottato al suono delle fanfare e poi ripudiato. Predicare la liquidazione immediata delle sofferenze, velocizzando fallimenti ed aste, significa auspicare soluzioni di mercato laddove il mercato ha già fallito. Meglio cambiare strada che mettersi a correre verso il baratro».
* Fonte: Formiche.net

sabato 2 gennaio 2016

Le information technologies ci libereranno dal capitalismo?

[ 2 gennaio ]

Avevamo già parlato (era l'11 ottobre scorso) e criticato le tesi sostenute da Paul Mason [nella foto] nel suo libro PostCapitalism. A Guide to Our Future. Il libro sta per uscire in Italia e vale la pena tenere tenersi pronti al dibattito.
Qui sotto un articolo comparso sul Corriere della Sera del 6 settembre scorso, a firma di Ennio Caretto. Patetica la difesa del capitalismo, che sarebbe eterno, perché capace di adattarsi a tutto e di soddisfare tutti i bisogni.....

Un libro che s’intitola PostCapitalism. A Guide to Our Future («Post capitalismo. Una guida al nostro futuro») non può non incuriosire e non suscitare polemiche, soprattutto in periodi di crisi come il nostro. E infatti, a un solo mese dalla sua pubblicazione presso l’editrice Allen Lane, a Londra questo saggio sta causando più clamore di quanto ne causò l’anno passato Il capitale nel XXI secolo del francese Thomas Piketty (Bompiani). Probabilmente era ciò che desiderava il suo autore, Paul Mason, un noto giornalista, già alla Bbc, direttore dei programmi economici del Canale 4 della tv britannica e autore di altri libri di successo, tra cui Meltdown. The End of the Age of Greed del 2009 sul crollo delle Borse dell’anno prima, pubblicato in Italia da Bruno Mondadori con il titolo La fine dell’età dell’ingordigia .

Paul Mason non è un economista, ha studiato musica all’università. È un autodidatta di simpatie laburiste, formatosi sui testi di Marx e Keynes e sui teatri delle crisi finanziarie, da Wall Street nel 2008 ad Atene nei mesi scorsi: impegnato socialmente, è quello che gli americani chiamano un liberal . E l’intento del suo libro non è quello di Piketty, uno stimato accademico che ha voluto scrivere una «summa» del capitalismo. L’intento di Mason è stimolare e provocare, un obiettivo realizzato: in Inghilterra e in America PostCapitalism, che sarà pubblicato in Italia dal Saggiatore il prossimo anno, è una lettura controversa, ma obbligata per la élite politica, economica e mediatica.


La tesi di Mason è che l’attuale capitalismo finanziario, successore del capitalismo industriale, erede a sua volta di quello mercantile, ha i giorni contati. 

«Come accadde alla fine del feudalesimo 500 anni fa», scrive, «la transizione al postcapitalismo sarà accelerata da chock esterni e plasmata dall’emergere di un nuovo tipo di esseri umani. Essa è già iniziata». 
Che cosa promuoverà la transizione? I cambiamenti prodotti dalla rivoluzione informatica negli ultimi 25 anni e negli altri a venire, risponde il giornalista, una rivoluzione che sta modificando i concetti di produzione e di valore. E adduce tre ragioni.
Secondo Mason, in primo luogo le tecnologie dell’informazione hanno ridotto e ridurranno ulteriormente la necessità per l’uomo di lavorare e reso più elastico il rapporto tra lavoro, tempo libero e guadagno. Esse hanno inoltre corroso e corroderanno ulteriormente la capacità del mercato di stabilire i prezzi e il diritto alla proprietà privata. Hanno dato infine luogo, e lo daranno ulteriormente, a una «nuova economia» più giusta dell’attuale, di tipo associativo, con monete parallele, cooperative, con beni e servizi alternativi. Qui Paul Mason adduce l’esempio di Wikipedia, l’enciclopedia elettronica, «prodotta gratuitamente da volontari, che sottrae all’industria pubblicitaria 3 miliardi di fatturato annui».



Le information technologies, sostiene Mason, avranno un effetto analogo a quello delle fabbriche nel XIX secolo. «John Thelwall ammonì gli industriali che con i loro impianti creavano una pericolosa forma di democrazia: ogni fabbrica è una società politica, nessun Parlamento può zittirla, nessun magistrato può scioglierla». Internet è la fabbrica di oggi, una fabbrica immensa, prosegue l’autore, e il popolo del web è il suo proletariato, una metafora molto suggestiva. «Noi tutti partecipiamo alla creazione dei marchi, delle norme e delle istituzioni che ci circondano… E internet trabocca di conoscenza e di scontento».
L’1 per cento più ricco e più potente dell’umanità, afferma Mason, è consapevole che 
l ’infocapitalismo, ossia il monopolio dell’informazione, di cui sono maestre aziende come Google e Apple, è il suo ultimo strumento di difesa: «I colossi tecnologici sono monopoli su scala non più vista da due secoli». Ma il bisogno fondamentale dell’umanità, aggiunge il giornalista, è «usare liberamente le idee» e il restante 99 per cento, il pubblico del web, il popolo più informato e interconnesso della storia, li abbatterà come i tedeschi orientali abbatterono il Muro di Berlino.

Ci vorrà tempo ovviamente, osserva Mason, e ci vorranno importanti riforme politiche e sociali affinché l’attuale dittatura del mercato teorizzata dal neoliberismo e non contrastata, o meglio appoggiata dallo Stato, venga deposta. Il conflitto tra capitalismo finanziario o infocapitalismo da un lato e il postcapitalismo dall’altro potrebbe durare per decenni, ma lo sbocco più probabile sarà una società con un’economia sempre più sostenibile, con un ambiente e un clima in via di risanamento, senza più disuguaglianze e senza più il problema delle grandi immigrazioni, o quasi. 

Se così non fosse, ammonisce Mason, il mondo cadrebbe nel caos: «Nazionalismo, jihadismo, narcotraffico, censura, tortura contraddistinguerebbero lo Stato come accadde in Europa negli anni Trenta».

PostCapitalism è innegabilmente un viaggio di speranza nel futuro, un messaggio raro di questi tempi, ma è difficile condividerne premesse e conclusioni. Sinora il capitalismo ha saputo adattarsi a tutte le rivoluzioni tecniche e scientifiche e a riformarsi di fronte alle proteste popolari, la sua attuale involuzione non può durare a lungo. Di più. Mason ci invita a «immaginare un mondo senza mercato e senza proprietà privata», ma la sua immaginazione va troppo oltre: nel suo postcapitalismo non solo si vive del reddito di cittadinanza, una meta oggi perseguita dalle democrazie più avanzate, ma i banchieri centrali vengono eletti democraticamente e il potere è nelle mani della società civile, non dello Stato.


Più che una guida a un’età in cui il capitale non sarebbe più dominante, il libro è una sorta di manifesto per la sinistra europea, che non ha saputo opporsi costruttivamente al neoliberismo, un invito a tracciare un percorso sociale ed economico diverso, in cui le scosse distruttive siano minori e meno frequenti. I capitoli più incisivi sono quelli di denuncia della sfrenata globalizzazione finanziaria, che ha contribuito a esautorare sindacati e governi, a impoverire il ceto medio, ad aggravare i debiti sovrani e creare le premesse di un ristagno economico di 30-40 anni, come ammoniscono illustri economisti tra cui l’ex ministro del Tesoro americano Larry Summers.


Sull’«Independent», un giornale critico verso il capitalismo, Hamish McCrae ha definito PostCapitalism un’utopia, e lo ha paragonato a Looking Backward 2000-1887 («Guardare indietro. 2000-1887»), un romanzo avveniristico pubblicato nel 1888 da Edward Bellamy negli Stati Uniti, che diede temporaneamente vita a una serie di comunità utopiche. L’opera di Mason ha tuttavia il merito di farci riflettere sui disastrosi effetti di un’austerità spietata, e non solo in Europa, come l’opera di Piketty ci ha fatto riflettere sugli eccessi del capitalismo e come l’opera del Nobel dell’economia Joseph Stiglitz nel 2012, Il prezzo della disuguaglianza (Einaudi), ci ha fatto riflettere sulle tragedie umanitarie.

"SINISTRA ITALIANA": UNA MINESTRA RISCALDATA di Aldo Giannuli

[ 2 gennaio ]

Severissimo il giudizio di Aldo Granuli sulla Sel 2-0. Sbaglia Giannuli? Giudichino i lettori....

Nei giorni scorsi mi è capitato di assistere, presso il Concetto Marchesi, in Milano, all’affollatissimo incontro con Alfredo D’Attorre che presentava Sinistra italiana. Sala gremita e molto interesse, però devo dire di non aver ricevuto una gran buona impressione della nuova formazione politica, che tanto nuova non mi pare.

A cominciare dallo stile: un oratore ufficiale che parla per oltre un’ora di fila, magari punteggiando con numerosi “ed avviandomi alle conclusioni”, “un’ultimissima considerazione” (dopo di che sproloquia per altri 15 minuti, peraltro continuando a non dir nulla). E’ l’insopportabile cifra stilistica del classico dirigente che ammaestra le masse (che non ascolta mai). Roba vista troppe volte. E peggio ancora se poi infila una serie di castronerie che rivelano che non conosce le cose di cui parla. E passi per la solita tirata onirica su “un altro Euro ed un’altra Ue” (non si può proibire a nessuno di sognare), ma che, nel 2015, qualcuno dica che “occorre battersi perché vengano respinte le direttive europee in contrasto con la Costituzione che deve prevalere”, ignorando

a. che ci sono dei trattati che stabiliscono esattamente il contrario

b. che sin dal 1984 si è formata una costante giurisprudenza costituzionale di segno contrario, che si può anche non condividere, ma che per ora fa testo. E magari, dopo 30 anni, ci si può anche informare.

Ma quello che mi ha peggio impressionato sono stati i silenzi: non ho sentito né la parola “Etruria” né quella “fisco”. C’è stato, si, un rapidissimo passaggio sulla questione delle banche ma quanto di più generico e superficiale si possa immaginare. Sinistra Italiana ha decentemente votato la mozione di sfiducia contro la Boschi presentata dal M5s, ma non mi pare di aver sentito alcuna particolare enfasi nella denuncia delle malefatte di quella banca e dei suoi protettori politici. C’è da chiedersi quale sarebbe stato il comportamento se, al posto della Boschi, ci fosse stato Berlusconi o la Carfagna o la Gelmini.

Ma il punto più dolente è quello del fisco, semplicemente ignorato da D’Attorre che si è profuso in (genericissime) indicazioni sulla battaglia per l’occupazione. Giustissimo, ma, ci fosse stato tempo per il dibattito (reso invece impossibile dal fatto che l’augusto dirigente ha terminato la sua alluvionale esternazione alle otto meno un quarto) gli avrei chiesto “Ma come si fa a produrre più occupazione con questa pressione fiscale?”. Senza una ripresa dei consumi non può esserci alcuna ripresa occupazionale e, se la tasche della gente sono prosciugate dal fisco, come pensate che i consumi possano risalire? Quanto alle aziende, strette nella morsa dei tassi da usura praticati dalle banche e pressione del fisco, è così strano che chiudano a raffica, mettendo centinaia di migliaia di persone in mezzo ad una strada?

Ma la sinistra è convinta che la lotta contro l’eccessivo prelievo fiscale sia una parolaccia, una cosa da lasciare alla destra e se Renzi accenna a qualche demagogica promessa di tagli alle tasse, lo si attacca non perché le sue sono promesse da marinaio, ma perché bisogna battersi per mantenere le tasse sulla casa in nome della lotta ai “ricchi”. Ed, ovviamente, senza che ci sia alcuna azione per colpire le rendite finanziarie.

Penoso, francamente penoso e le premesse per l’ennesima sconfitta di questa sinistra da salotto e da terrazza romana sono già tutte presenti. E’ solo l’ennesima replica di un film visto troppe volte. Auguri!

venerdì 1 gennaio 2016

GIANO, PODEMOS E MANOLO MONEREO di Santiago Alba Rico*

[ 1 gennaio ]

Nella foto: l'abbraccio tra Manolo Monereo e Pablo Iglesias. Madrid 13 dicembre 2015.


Un intervento, quello qui sotto, che ci spiega molte cose sull'aria che si respira in Spagna dopo le elezioni del 20 dicembre, ma che offre elementi importanti per comprendere il fenomeno Podemos e quanto sta accadendo a sinistra.

«Gennaio è il mese di Giano, il dio romano che guardava sia avanti che indietro, la doppia porta che collegava il passato e il futuro. Se consideriamo le elezioni del 20 dicembre una soglia gianica e guardiamo indietro, è difficile esagerare i mutamenti subiti dalla Spagna da due anni a questa parte, da quando a Madrid venne alla luce l’iniziativa che oggi chiamiamo Podemos. La strada intensa, imprevedibile e talvolta tortuosa che ha portato a questi 69 deputati hanno già consegnato al nostro Paese almeno tre cambiamenti decisivi.

Il primo ha a che fare con la messa in discussione di tutti gli accordi di ferro della cosiddetta “transizione” e, di conseguenza, delle pratiche politiche associate al bipartitismo dominante negli ultimi decenni.

Appoggiandosi all’aura immunologica del 15M [gli Indignatos, NdR], Podemos ripoliticizzato le maggioranze sociali spostando l’egemonia in una direzione opposta a quella dilagante in Europa. Nel paese che sembrava meglio blindato, peggio preparato e più conservatore, è riuscito a rimuovere il tabù che pesava su alcune questioni chiave (la monarchia, il modello economico e, soprattutto, "la questione nazionale") imponendo un nuovo quadro discorsivo alle forze proprie ed a quelle del regime e bloccando la strada, così facendo, al populismo di destra che avanza nel continente.

Un piccolo esempio recente: mentre in seguito agli attentati di Parigi il 13 novembre, il Fronte nazionale imponeva al "socialista" Hollande una reazione bellicosa e islamofoba, in Spagna Podemos, con la sua iniziativa di pace e contro i bombardamenti indiscriminati, ha dettato il ritmo agli altri partiti disattivando la danza elettoralista del “patto antijihadista".
Monereo: "Dalla criai alla rivoluzione democratica"


Qui, come sulla "questione nazionale" Podemos è stato in grado di agganciare e spostare il senso comune senza perdere, anzi, un solo voto. Difendere i principi può essere la strategia più pragmatica se una direzione politica etica e la spinta sociale diventano improvvisamente udibili sui media degli stessi avversari, la maggioranza della società. Questa vera e propria rivoluzione discorsiva (sì al referendum in Catalogna sull’indipendenza!) è stata accompagnata da una democratizzazione delle pratiche politiche e una ri-politicizzazione del comportamento dei cittadini.

Il secondo cambiamento ha a che fare con le istituzioni. Nel corso di quest'anno elettoralmente insensato Podemos e le candidature affini sono riusciti a vincere nei comuni e nei parlamenti regionali, realizzando non solo una rottura simbolica ed estetica ma, attraverso essa, a produrre effetti sociali e democratici tangibili. Madrid, Barcellona, ​​Cadice hanno dimostrato in meno di un anno che la volontà politica è in grado di ridurre il debito, aumentare la spesa sociale o rallentare le privatizzazioni. Nel frattempo, la rappresentanza podemita nelle giunte regionali è diventata un vero e proprio martello per i bipartitisti e uno strumento di rieducazione democratica. Spesso a sinistra, in quanto al rapporto tra le istituzioni e la piazza, passa l’idea di una opposizione inconciliabile, e ciò a partire da una doppia convinzione: che, poiché dalle istituzioni non si può cambiare nulla solo dalla piazza si può fare "educazione popolare". La breve esperienza istituzionale dell’anno appena passato dimostra che il primo assunto è vero solo in parte mentre il secondo è radicalmente falso. Anche ammettendo, con doloroso realismo, che anche una larga maggioranza sarebbe insufficiente a garantire i cambiamenti strutturali contro il capitalismo europeo, non dobbiamo dimenticare che le istituzioni sono uno strumento pedagogico indispensabile, come mostrato, al contrario, l'uso che ne hanno fatto, compresi i mezzi di comunicazione annessi, i due partiti di regime negli ultimi decenni. Conta prendere il potere, non solo la piazza, per costruire un senso comune trasformatore e democratico.




["Siamo entrati in uno "Stato d'eccezione" che decide il futuro della Spagna. Se non sapremo cambiare periremo". L'intervento, lucido, appassionato, chiaroveggente, di Manolo Monereo, al decimo con congresso nazionale di Izquierda Unida del dicembre 2012. Invece della svolta perorata da Monereo, l'apparato dirigente di Iu decise di attestarsi sulla linea della continuità burocratica. Il risultato si è visto alle elezioni del 20 dicembre.
]

L'ultima modifica ha a che fare con il Giano che guarda al futuro; cioè con quei 69 parlamentari che in realtà pongono fine alla confortevole alternanza tra i due partiti dominanti e, di conseguenza, a 35 anni di "partito unico articolato", di governo. Non si tratta solo di ricordare che mai forze di sinistra hanno ottenuto in Spagna una forza parlamentare tanto potente e ampia, ma di segnalare che questa presenza comporta l'impossibilità di continuare a governare come prima. E’ vero: avremo, come sostiene Julio Anguita, un patto tra le parti che formano l'unico partito al fine di garantire la "stabilità" minimale e mettere in atto le nuove misure di austerità chieste dall'Europa; ciò implica, naturalmente, continuare a lavorare per ampliare il consenso popolare. Ma questo stesso patto, quale che sarà la risposta della piazza, fornirà al nuovo blocco parlamentare un’autorità e una visibilità senza precedenti. In Parlamento si farà finalmente politica, e la vanno a fare persone prive di soggezione ideologica o economica; e, nel caso di una legislazione breve, e davanti al più che probabile crollo del PSOE, Podemos ed i suoi partner potranno affrontare con grandi speranze un secondo assalto.

Per questo sarà necessario insistere sul principio inverso della porta girevole: la porta girevole tra la piazza e il Parlamento. Penso che i nostri 69 deputati, per la loro origine, la loro giovinezza e le loro convinzioni, saranno all’altezza della sfida.

Dovremo quindi continuare a lavorare, per ampliare e rafforzare il campo popolare. Di tutte le immagini della scorsa campagna elettorale una, nel raduno alla Caja Mágica de Madrid, è particolarmente emozionale ed eloquente: l'abbraccio tra Pablo Iglesias Manolo Monereo, che il leader podemita ha qualificato come suo "padre politico". È più di una immagine e più di un abbraccio: è un emblema. Come interpretarlo?

Si tratta, senza dubbio, di un omaggio meritato ad un intellettuale comunista le cui analisi lucide, sia teoriche che fattuali, hanno fertilizzato la sinistra spagnola nell’arco degli ultimi trent'anni. Una premessa: tra i meriti di Podemos c’è stato quello di portare alla luce e riunire migliaia di giovani talenti, una generazione che segnerà sicuramente la storia della Spagna che, senza questa organizzazione si sarebbe dispersa nell’aria o ponendosi al servizio, a malincuore e senza alternative, di multinazionali e grandi aziende private. Ma questa generazione, che ha avuto buoni insegnanti, non ha avuto maestri. Quelli che avrebbero dovuto esserlo sono stati talmente ai margini, da essere stati impercettibili, esercitando un insegnamento clandestino, quando non hanno abdicato ad ogni insegnamento. Che Pablo Iglesias riconosca pubblicamente davanti a 10.000 uno di questi maestri costituisce un significativo gesto di gratitudine, di amore verso la conoscenza e impegno militante e di ripristino di una tradizione interrotta. A sinistra questo abbraccio dovrebbe rassicurarci e rallegrarci.

Ma questo abbraccio è anche una lezione. Chiunque abbia letto gli articoli Manolo Monereo pubblicato in questo stesso sito da due anni conosce la sua scommessa coerente e coraggiosa. Membro e dirigente per anni e fino a pochi mesi fa di Izquierda Unida, ha sempre cercato di costruire un "partito organico", una forza "nazional-popolare" o "blocco plebeo-democratico" in grado di affrontare il capitalismo europeo, trasformare il quadro produttivo e prefigurare un repubblicanesimo democratico, ecologico e femminista. Possiamo non essere d'accordo con alcune delle sue posizioni (sono discutibili per noi alcuni suoi assunti sulla geopolitica internazionale), ma non si può negare che Monereo ha giustificato con rigore lucido, ed a volte con coraggio doloroso, ogni passo compiuto per arrivare il 13 dicembre scorso all'abbraccio con il suo amico e allievo Pablo Iglesias nella Caja Magica di Madrid.

Monereo sosteneva Izquierda Unida e sostiene ora Podemos per le stesse ragioni. E continua sostenendo —con tutta la forza dei suoi argomenti e tutto il battito del suo grande cuore rosso militante— l’unità e la "confluenza", e questo malgrado l’incomprensione e talvolta le calunnie e l'aggressività dei suoi ex-colleghi di partito Monereo resta quel che era 50 anni fa: un leninista Gramsciano allergico, come la realtà stessa, alle linee rette ed al patriottismo delle sigle.

Nell'abbraccio della Caja Magica Monereo ha abbracciato il futuro del suo passato.Pablo Iglesias ha abbracciato il passato del suo futuro ed anche la Izquierda Unida che deve farne parte. Ai miei occhi questo abbraccio spontaneo, ragionato e toccante, è lo specchio della confluenza cui si dovrebbe guardare, se non dell’ "apparato", di dei dirigenti e molti membri e sostenitori di Izquierda Unida, ingiustamente ferita a morte, è vero, ma del tutto inutile, se non controproducente, per servire il progetto per il quale è nata».


* Fonte: Cuarto Poder
** Traduzione a cura della redazione

«ODIO IL CAPODANNO» di Antonio Gramsci

[ 1 gennaio 2016 ]

«Ogni mattino,quando mi sveglio ancora sotto la cappa del cielo, sento che per me è capodanno.
Perciò odio questi capodanni a scadenza fissa che fanno della vita e dello spirito umano un'azienda commerciale col suo bravo consuntivo, e il suo bilancio e il preventivo per la nuova gestione.
Essi fanno perdere il senso della continuità della vita e dello spirito.
Si finisce per credere sul serio che tra anno e anno incominci una novella istoria e si fanno propositi e ci si pente degli spropositi, ecc. ecc. E' un torto in genere delle date...

Così la data diventa un ingombro, un parapetto che impedisce di vedere che la storia continua a svolgersi con la stessa linea fondamentale immutata, senza bruschi arresti...

Perciò odio il capodanno.
Voglio che ogni mattino sia per me un capodanno.
Ogni giorno voglio fare i conti con me stesso, e rinnovarmi ogni giorno.

Nessun travettismo spirituale. Ogni ora della mia vita vorrei fosse nuova,pur riallacciandosi a quelle trascorse» 


Antonio Gramsci. 
1 Gennaio 1916. Rubrica "Sotto la Mole". Edizione torinese dell'Avanti!

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