martedì 22 dicembre 2009

DIO È MORTO, MARX PURE... ... ma nessuno si sente davvero bene

[ 22 dicembre 2009 ]

riceviamo e volentieri pubblichiamo 

«La reazione spontanea contro l'impossibilità di vivere come serialità é il gruppo , in quanto prassi intenzionale di soggetti umani collegati tra loro allo scopo di rovesciare questa situazione storica, sfuggendo alla passività e all'inerzia. Esso é movimento che nasce da un pericolo comune, al quale intende reagire mediante una prassi comune. Nel momento caldo iniziale si realizza una integrazione reale degli individui, che si scoprono capaci di agire secondo fini e liberi membri di un insieme organico, in cui nessuno comanda e nessuno obbedisce, ma tutti sono pervasi da una comune volontà di lotta contro comuni nemici. E' il gruppo in fusione , quale si costituisce nelle fasi iniziali dei movimenti rivoluzionari. Quando però viene meno la pressione del pericolo esterno, l'evidenza di scopi e la necessità di una prassi comune tendono a sparire. Per impedire che l'individuo ricada in forme di prassi meramente individuali, il gruppo, che prima era il mezzo per il raggiungimento di fini comuni, propone se stesso come fine. La cosa importante diventa salvaguardare l'esistenza del gruppo e a questo provvedono l'organizzazione e poi l'istituzionalizzazione del gruppo, ma, così facendo, il gruppo ricade nella serialità».

Ho riprodotto questo passo non solo perché lo ritengo una ricostruzione alquanto fedele di uno dei ragionamenti più noti di J. P. Sartre, in quanto esso ci offre una possibile spiegazione dello stato di catalessi in cui paiono precipitati tutti i gruppi rivoluzionari. Può apparire un paradosso ma proprio mentre è sopraggiunta una delle crisi più serie e dagli esiti ignoti del sistema capitalistico, nell'area dei gruppi rivoluzionari, oramai tutti ridotti al lumicino, pare scomparso il senso del nemico esterno, e quindi, per dirla con Sartre, si sfalda il vincolo di solidarietà, si dedica sempre meno energie alla lotta, si scappa nel privato, si riduce l'impegno verso la conoscenza e aumenta spropositatamente il tempo dedicato al cazzeggio, quello che passa per il labirinto internettaro anzitutto. Non si sta più assieme, non si vuole più patire e com-patire insieme, ognuno si costruisce un suo proprio mondo e ci si barrica dentro illudendosi che li sia protetto. La fiducia nell'altro, nel compagno di lotta svanisce, se non si sta in cagnesco ci si tiene a distanza. Ogni idea di comunità è polverizzata e con essa s'ingessa la comunicazione. Alla fine, come sosteneva Sartre, il gruppo si atrofizza, perde le sue capacità performative, e ricade nella serialità. I pochi che resistono vengono a trovarsi in un vicolo cieco, tutti i tentativi posti in essere per rivitalizzare il gruppo paiono vani. Per citare ancora Sartre, alla fine, c'è lo scacco.

Spiegare questo processo di spappolamento del movimento rivoluzionario con la crisi del marxismo e del movimento comunista non è sufficiente. Il difetto principale di questa spiegazione è che essa è intimamente e profondamente razionalista. La crisi del militante rivoluzionario è la crisi della sua propria ragione, ovvero che la sua ragione non è più sufficiente a sorreggerlo, malgrado proprio la ragione dica che oggi più che mai sarebbe importante lottare e attrezzarsi in vista delle decisive prove future. Al militante gli viene a mancare la Volontà e la Passione, questo è il punto.

Per questo, pur sentendomi distante dalla corrente empirista di pensiero, mi è venuto in mente David Hume il quale contestò radicalmente l'idea razionalistica per cui i comportamenti umani fossero anzitutto determinati dalla ragione. Hume considerava invece i sentimenti la principale forza motrice delle azioni umane. Penso non avesse torto. «La ragione, da sola, non può mai essere motivo di una qualsiasi azione di volontà, la ragione non può mai contrapporsi alla passione nella guida della volontà. (...) La ragione è, e deve solo essere, schiava delle passioni e non può rivendicare in nessun caso una funzione diversa da quella di servire e obbedire a esse».
Se questo paradigma è corretto dobbiamo chiederci da cosa dipenda questo crollo della passione rivoluzionaria. E com'è che mentre alcuni restano appasionatamente rivoluzionari (pur portandosi appresso tanti difetti), i più hanno il gigantesco difetto di perdere proprio la passione rivoluzionaria. Non nascondo che me lo sono chiesto svariate volte, cercando di darmi una risposta.
L'imborghesimento generalizzato, ovvero il riferimento alle condizioni economiche e alle concrete relazioni sociali, l'accettazione della vita seriale, risponderanno alcuni. Certo questo conta, ma non è sufficiente. Occorre andare più a fondo, più dentro le correnti culturali che predominano di questi tempi e, perché no, in fondo all'animo umano.
Da tempo hanno preso il sopravvento correnti utilitaristiche ed eudomonistiche, per cui ognuno cerca la felicità e la soddisfazione dei suoi propri bisogni. Quando l'individuo non trova né felicità né soddisfazione nello scambio relazionale con gli altri, allora egli ripiega, cerca entrambi nella sfera egotica del personale. Il proprio Io prima di tutto.

Non si tratta solo di una tendenza momentanea, essa risponde a precise caratteristiche antropologiche, oso dire a costanti bio-psichiche dell'essere umano. Solo in eccezionali circostanze sociali infatti, gli uomini mettono da parte il loro egoismo, e sono in grado di vivere slanci altruistici straordinari e commoventi. In questi frangenti l'Io si dissolve nel Noi, la solidarietà comunitaria viene prima dei propri interessi, ovvero, i più realizzano che solo nella comunità l'uindividuo riconosce se stesso e realizza volontà passioni e sentimenti. L'individuo riesce in questi momenti a slanciarsi verso l'altro proprio perché mette da parte la ragione, poiché la ragione è spesso il rivestimento sofisticato del realismo e dell'egoismo.
Il cuore, diceva B. Pascal, ha le sue ragioni, che la Ragione non riconosce.
Questi sono tempi in cui siamo tutti schiacciati dalla Ragione, anzi una Ragione calcolante e onnivora, in cui l'Amore per gli altri che soffrono è considerato un lusso, una follia. L'Amore è degenerato perché sprofondato nel personalismo (brutta bestia). Alla fine un "amore" senza cuore e senza passione, atomizzato, di specie inferiore.
Come può amare davvero, nel senso più spirituale e integrale, anche un solo essere, chi non con-patisce anzitutto i tanti oppressi che soffrono e combattono perché ogni Amore gli viene negato? Certo, si dirà che questi tanti non sono qui, che sono distanti da noi, o forse non vogliamo vederli e giriamo la faccia dall'altra parte, ma solo questo Amore, prima ancora che la ragione, sorregge un "rivoluzionario". Se vien meno questo il militante è come "un cerchio che abbia perso il suo centro", il senso stesso della sua missione. E che una comunità politica ricada nella serialità perché non può resistere a lungo in un habitat ostile, come surrogato di una più vasta comunità sociale solidale, non è che una triste consolazione.

 L.S.

Civiltà occidentale. Un’apologia contro la barbarie che viene

[ 22 dicembre 2009 ]

Volentieri segnaliamo l'ultimo lavoro degli amici Marino Badiale e Massimo Bontempelli
per contatti con gli autori: marino.badiale@unito.it

Marino Badiale-Massimo Bontempelli
Civiltà occidentale. Un’apologia contro la barbarie che viene
Il Canneto, Genova 2009
www.cannetoeditore.it
Prefazione di Franco Cardini
Pag. 309, euro 20.

Quella di “civiltà occidentale” è una nozione attorno allaquale si sono recentemente accesi dibattiti di grande rilevanza politica e culturale. Relativismo,universalismo, scontro di civiltà, dinamiche geopolitiche: sono solo alcuni dei nodi tematici rispetto ai quali lanozione di “civiltà occidentale” ha assunto un peso culturale e ideologico sempre maggiore. Questo libro pone tale nozione al centro di una serrata analisi storica e filosofica, evidenziandone il carattere sfuggente e ambiguo, ma anche il grande significato ideale e fondativo, e la straordinaria forza propulsiva. La tesi
fondamentale che sembra emergerne è che la “civiltà occidentale” propriamente intesa appare oggi in drammatico, forse irreversibile, declino, e che tale declino è causato non da fattori ad essa esterni o avversi, ma da forze che nascono nel cuore dell’Occidente stesso.

FUORI DAL RECINTO

Siamo ad un tornante della storia
APPELLO CONVOCATORIO del II. incontro di Chianciano 

dicembre 2008 

La crisi economica in corso porta con se una tremenda crisi sociale, culturale, ambientale.
Essa travolge le vecchie certezze: dal mito della globalizzazione, a quello del mercato. Poche decine di ipermiliardari possiedono più beni di intere nazioni e di miliardi di persone. La natura tutta – aria, acqua, suoli – è vicina al collasso. L’economia e la politica sono fuori controllo e sempre più in mano a comitati d’affari mafiosi che stanno usando ogni mezzo per scaricare la crisi sui popoli, sui lavoratori e sugli emarginati di ogni angolo del pianeta.

Ma questo non gli basta. 

La soluzione che il sistema  cova nel suo grembo è ancora una volta la guerra.

La crisi del 1929, per diversi aspetti di minore ampiezza e profondità di quella che ci sta travolgendo, fu risolta soltanto con la seconda guerra mondiale. E’ nostra convinzione che quel processo possa ripetersi oggi, con un impatto distruttivo ben superiore, proporzionato alla enorme potenza distruttiva dei moderni armamenti.

Ecco perché pensiamo che sia questo il momento di agire.

Di fronte a questa crisi ed ai suoi effetti devastanti, il sistema politico appare totalmente sottomesso alle oligarchie finanziarie che l’hanno prodotta.

Questa sottomissione, aggravata da un bipolarismo autoritario, è la causa del distacco crescente tra i cittadini e i loro rappresentanti, della vergognosa corruzione castale, dell’intreccio con l’economia criminale, della morte  della democrazia.

E’ riformabile questo sistema? Noi riteniamo di no. 

Il malaffare, come ci mostrano le innumerevoli inchieste in corso, è la norma non l’eccezione. Non si tratta dunque di mettere qualche toppa, ma di dare vita da subito ad un percorso per la costruzione di un’alternativa.

Nelle recenti elezioni abruzzesi un elettore su due ha rifiutato l’inganno della scelta all’interno del recinto in cui vorrebbero rinchiudere ed uccidere la democrazia. Questo rifiuto è la manifestazione del distacco non dalla politica, bensì dalla sua riduzione a mera gestione affaristica e autoritaria dell’esistente.

Occorre raccogliere ed organizzare questo rifiuto di massa sulla base della consapevolezza comune della straordinaria gravità della situazione, per un’alternativa fondata sui principi di Libertà, Uguaglianza e Fraternità, che affermi che l’economia, il lavoro, la vita non debbono più ubbidire a fantomatiche leggi di mercato bensì al criterio politico del bene comune, riprendendo anche i principi, sempre disattesi, della Prima parte della Costituzione Italiana.

Occorre dunque lavorare ad una risposta e ad un’organizzazione di massa, che sappia ripensare e far rinascere la politica e la democrazia, chiamando all’impegno, alla partecipazione e alla lotta tutti quanti hanno maturato – in forme e per vie sicuramente diversissime – la coscienza dell’insopportabilità del presente.

Non ci spaventano le differenze, ci spaventa l’immobilismo. In momenti eccezionali, servono risposte eccezionali, confidando sull’intelligenza, il sentimento, la responsabilità di tutti quanti risponderanno a questo appello.

Siamo convinti della necessità di questo salto di qualità perché giudichiamo inservibili le forze politiche esistenti, comprese quelle oggi costrette all’opposizione extraparlamentare, che appaiono incapaci di recidere il cordone ombelicale che le assoggetta alle forze del capitale. Esse sono caratterizzate dall’assoluta incapacità di ripensare radicalmente il presente e restano chiuse nella loro nicchia e nella autodistruttiva logica del “meno peggio” che prepara sistematicamente il peggio.

Contro le oligarchie dominanti, penetrate come metastasi in ogni angolo della società, c’è bisogno di un nuovo soggetto politico che faccia dell’alternativa la sua stella polare. Un movimento ampio, pluralista, aperto, democratico quanto deciso nell’iniziativa.

Abbiamo davanti molta strada da fare. Costruire un programma, avviare le prime iniziative,  pensare e realizzare una forma di organizzazione nuova ed efficace, affrontare come prioritaria la questione dell’informazione e della comunicazione.

Riteniamo quest’ultimo aspetto decisivo, data la necessità di cominciare a contrastare seriamente la grande menzogna in cui viviamo. Una menzogna che si dirama dal vertice del potere fino ai luoghi più reconditi della vita sociale, attraverso l’uso totalitario dei mezzi d’informazione di massa.

E’ giunto il momento di cominciare a sfidare seriamente il potere anche su questo terreno.
In questo tornante della storia gravido di incognite la maggioranza delle persone vede la propria esistenza avvolta nell’incertezza. Chi già viveva in quella condizione la vede peggiorare di giorno in giorno. Chi credeva davvero di vivere nel migliore dei mondi possibili comincia ad avere molti dubbi.

Non è che l’inizio, la crisi continuerà a demolire ogni certezza. L’illusione di uscirne con misure tese al rilancio dello “sviluppo” avrà vita breve. Stiamo andando verso una generale resa dei conti: con la natura devastata sull’intero pianeta, con l’incontenibile flusso di popolazioni in fuga dai paesi depredati, nel quadro, che si allarga, di una tragica guerra infinita.

I centri dominanti del potere economico e politico entreranno ben presto in conflitto, ognuno per salvare se stesso contro gli altri, ma tutti uniti contro la stragrande maggioranza della popolazione chiamata a pagare, a soffrire, a subire ogni tipo di prepotenza.

Non possiamo attendere oltre, è questo il momento di agire!

Tutti coloro che si riconoscono in queste esigenze sono invitati a partecipare, per unirsi in un progetto di radicale cambiamento dell’attuale stato di cose.

 

domenica 20 dicembre 2009

IL 13 DICEMBRE DI SILVIO BERLUSCONI

[ 20 dicembre 2009 ]

di Leonardo Mazzei

Il potere di un’immagine che ci parla di una crisi del potere 
 
L’uomo fatto immagine ha paura delle sue fotografie datate 13 dicembre? Sembrerebbe di sì. 
Sta di fatto che Google, di gran lunga il più importante motore di ricerca, ha censurato fino a ieri le immagini del Cavaliere ferito e insanguinato. Digitando “Berlusconi ferito”, “Berlusconi insanguinato”, “Berlusconi colpito” nella sezione “immagini” uscivano soltanto foto di un Berlusconi sorridente, che fa le corna, che alza il dito medio. Insomma il Berlusconi di sempre, quello del suo popolo che canta “Meno male che Silvio c’è”.
La cosa è stata notata da molti, e questa mattina, come per incanto, una piccola parte delle foto del Berlusconi colpito è riapparsa. Al tempo stesso, altre foto che fino a ieri comparivano su altri motori di ricerca (es. Yahoo, ma non solo) sono ora scomparse. Insomma, è come se qualcuno avesse deciso di mettere in atto una censura parziale, rimuovendo l’anomalia più vistosa (quella di Google) per estendere però il filtraggio selettivo delle immagini agli altri motori di ricerca.
Non sappiamo da chi sia partita l’iniziativa censoria. Forse c’è stata una prima decisione di Google, con la quale alla fine gli altri hanno deciso di raccordarsi. Ma anche se fosse “soltanto” così, la cosa avrebbe comunque un preciso significato: è finita l’epoca del Paese imbambolato, i tempi si vanno incattivendo, meglio non mostrare l’immagine di un potere ferito e confuso. Del resto, si sa, le immagini hanno un grande potere simbolico ed evocativo. 
L’Italia è ormai devastata da oltre un quindicennio dal teatrino politico bipolare, il cui piatto forte non è stata tanto l’ormai decotta dicotomia destra-sinistra, quanto la tragicomica rappresentazione di uno scontro tra la squadra nero-azzurra dei berlusconiani e quella multicolore, ma ultimamente tendente al viola, degli antiberlusconiani.
Finché il Paese galleggiava, pur tra sacrifici, privatizzazioni e precarizzazione bipartisan, questo teatrino sembrava un gioco – da qualcosa sarà pur nato il concetto di politica-spettacolo. Un gioco che faceva a pezzi la democrazia, che uccideva la politica ed ogni idea di protagonismo delle masse, ma pur sempre un gioco al quale un popolo cloroformizzato si prestava passivamente.
Oggi, che dal galleggiamento si sta passando progressivamente allo sprofondamento, le cose cambiano. Al gioco seguirà lo scontro. Anzi, assai più realisticamente, seguiranno vari tipi di scontro. Tutti lo sanno, molti lo temono ed in tanti vorrebbero esorcizzarlo. Ecco perché l’immagine del Cavaliere ferito può dar fastidio. A destra e a manca.
Coloro che ragionano solo sulla politica del giorno per giorno – un occhio ai sondaggi, un altro alla rassegna stampa, non dimenticando mai la chiacchiera dei salotti televisivi – tendono a vedere il cui prodest immediato. A chi giova la bottarella nei denti del Paperone d’Arcore? Questo è il loro unico pensiero.
A costoro non passa neppure nella mente che il suo volto insanguinato, sorpreso, incupito e smarrito, possa invece diventare l’icona di un cambio di fase, sia rispetto agli assetti governativi a breve, sia soprattutto per quanto riguarda gli scenari politici e sociali nel medio periodo.
La nostra ipotesi è che sia proprio quest’ultima possibile funzione simbolica, quella che infastidisce maggiormente tanto a destra quanto nel centrosinistra.
Proviamo ad immaginare di essere stati raggiunti dalle immagini di piazza Duomo ad una certa distanza dal pollaio di casa nostra. Tentiamo di figurarci cosa può aver pensato un osservatore attento ma fisicamente lontano, poniamo per esempio uno svedese, ricordandoci che spesso la visione del contesto migliora con l’aumentare della distanza.
Cosa può aver pensato questo ipotetico osservatore, se non di avere davanti l’istantanea della crisi italiana? Una sintesi fotografica dove la parola “crisi” contiene i diversi ma convergenti significati di crisi economica, sociale e politica?
Da questo punto di vista poco importa chi sia Massimo Tartaglia. Di lui sappiamo soltanto che si tratta di un anonimo signore senza identità politica, un ingegnere elettronico titolare di una ditta, abitante nell’hinterland milanese e dotato di una discreta mira nel lancio di modellini del duomo.
Questa volta i dietrologi delle opposte sponde, che pure non sono mancati, hanno davvero poche frecce da lanciare.
 
La torbida situazione italiana

Ieri è stato il giorno delle dimissioni di Berlusconi, dall’ospedale ovviamente non dalla carica di primo ministro. Se qualcuno pensa ad una qualche pausa (anche solo “natalizia”) nella crisi politico-istituzionale del Paese, verrà presto smentito.
Per comprenderlo bisogna fare un piccolissimo passo indietro, alle dichiarazioni di Casini del 12 dicembre, in cui il leader dell’Udc ha parlato esplicitamente di un fronte antiberlusconiano che arriverà a comprendere (ecco svelato il segreto di Pulcinella) Gianfranco Fini.
Il problema per Berlusconi non saranno tanto i postumi della “duomata” milanese, quanto la resistenza al blocco oligarchico che vuol dargli il benservito, di cui Fini e Casini sono soltanto gli agenti politici.
Questo blocco, anche se ancora in formazione e non privo di contraddizioni, ha comunque bisogno di accelerare i tempi. Il suo scopo principale è infatti quello di arrivare ad una sorta di esecutivo d’emergenza, che potrà essere definito “governo tecnico” od “istituzionale”, ma che avrà in ogni caso la ragion d’essere nella sua politica emergenziale, specie in materia economica. Per capirsi, sarà il governo che avrà il compito di riportare in auge la parola “sacrifici”. Una parola incompatibile con il “populismo” del Cavaliere.
A questo blocco oligarchico-progressista, dai colori multiformi in piazza ma dal ferreo comando padronale nella cabina di regia, si contrappone il blocco populistico-reazionario capeggiato da Berlusconi. Un blocco, quest’ultimo, che non mollerà facilmente la presa. Il capo del governo si è tagliato ormai tutti i ponti alle spalle, ed è dunque costretto a combattere fino in fondo. La grande maggioranza dei suoi uomini è costretta a seguirlo, anche se molti ne farebbero a meno e non pochi stanno già tenendosi aperte le solite vie di fuga.
Il problema, per la destra, è quello di disporre di un consistente blocco sociale, ma non di un adeguato strumento politico. Da questo punto di vista la destra è tuttora Berlusconi-dipendente, per cui tutti comprendono che se dovesse saltare il capo si aprirebbe una furibonda guerra per bande al proprio interno ben difficile da governare.

Il passaggio delle regionali

In questa situazione di stallo il blocco oligarchico-progressista potrà arrivare a prevalere solo a condizione che inizi a sfaldarsi almeno un po’ il blocco populistico-reazionario berlusconiano. Fini da solo non basta ed i “finiani” sicuri sono ancora troppo pochi.
Quando vi saranno le condizioni di un simile sfaldamento? Semplice, quando i peones del Pdl cominceranno ad aver chiara la percezione dell’affondamento della loro nave. A quel punto, e solo a quel punto, i sorci scapperanno alla disperata ricerca della (loro) salvezza, abbandonando insieme alla nave il capitano al quale avevano giurato eterna fedeltà.
Questa percezione dell’affondamento non potrà però essere figlia né di manifestazioni di piazza, né di inchieste giudiziarie, né di uno scontro istituzionale, ma solo di una netta sconfitta elettorale; l’unico linguaggio comprensibile all’attuale ceto politico (non soltanto quello di destra).
Per questa ragione, non per altro, sarà decisivo il risultato delle elezioni regionali previste a fine marzo. Assisteremo dunque in questi tre mesi all’intensificarsi della guerra per bande, a colpi bassi, a trucchi di ogni tipo. La posta in gioco non sarà tanto il governo di questa o quella regione, quanto piuttosto il potere centrale.
Questo scontro, che si preannuncia oltremodo feroce, avverrà ancora secondo lo schema classico di questi ultimi 15 anni: berlusconiani contro anti-berlusconiani. Ma il suo esito potrebbe rappresentare proprio la fine di questa strutturazione del sistema politico. Lo schema attuale zoppica infatti da anni, ma è stata soprattutto la crisi a metterne in luce il disfacimento e l’inadeguatezza dal punto di vista di quelle stesse classi dominanti che lo vollero costruire ad ogni costo agli inizi degli anni ’90.
 
Costruire un’alternativa al blocco reazionario ed a quello oligarchico

Non possiamo sapere quali saranno i rapporti di forza tra i due blocchi, quello populistico-reazionario e quello oligarchico-progressista, alla fine di marzo. Pensiamo però che lo scontro politico sarà furibondo anche perché andrà ad intrecciarsi con una questione che per ora sembrerebbe sullo sfondo: chi pagherà la crisi? Quali saranno i settori sociali più colpiti?
Abbiamo già detto che l’immagine del Cavaliere ferito rappresenta un’icona assai forte degli scontri che si aprono: quello a breve, con in palio il governo nazionale; ma soprattutto quello che prevedibilmente si scatenerà nel medio periodo, con la fine della lunghissima letargia sociale dell’ultimo trentennio.
Se il primo di questi scontri si giocherà inevitabilmente sul terreno bipolare, con le masse ancora relegate ad un ruolo se non passivo certamente subalterno; quello che prevedibilmente seguirà avrà leggi e dinamiche del tutto diverse.
La conclusione, in breve, è che mentre occorrerà tenersi fuori dal primo di questi scontri, combattendo entrambi i blocchi in lotta tra loro; bisognerà invece prepararsi al meglio allo scontro successivo.
No dunque ad ogni risorgente “menopeggismo”, no alla trappola elettorale in questo contesto truccato ed antidemocratico. Sì, invece, alla riorganizzazione politica per affrontare uno scontro politico e sociale che potrà forse riaprire la questione della fuoriuscita dal capitalismo.
Detto in altri termini: un no fermo e radicale all’attuale teatrino della politica come premessa indispensabile per entrare credibilmente nella mischia del conflitto che si annuncia per i prossimi anni.

CAMBIARE IL SISTEMA PER SALVARE LA TERRA!



[ 20 dicembre 2009 ]

L'intervento di Hugo Chavez al vertice di Copenaghen sul clima 



Signor Presidente, signori, signore, amici e amiche, prometto che non parlerò più di quanto sia già stato fatto questo pomeriggio, ma permettetemi un commento iniziale che avrei voluto facesse parte del punto precedente discusso da Brasile, Cina, India e Bolivia. Chiedevamo la parola, ma non è stato possibile prenderla.


Ha parlato la rappresentante della Bolivia, e porgo un saluto al compagno Presidente Evo Morales qui presente, Presidente della Bolivia.
Tra varie cose ha detto, ho preso nota: il testo che è stato presentato non è democratico, non è rappresentativo di tutti i paesi. Ero appena arrivato e mentre ci sedevamo abbiamo sentito il Presidente della sessione precedente, la signora Ministra, dire che c’era un documento da queste parti, che però nessuno conosce: ho chiesto il documento, ancora non l’abbiamo. Credo che nessuno sappia di questo documento top secret.
Certo, la collega boliviana l’ha detto, non è democratico, non è rappresentativo, ma signori e signore: siamo forse in un mondo democratico? Per caso il sistema mondiale è rappresentativo? Possiamo aspettarci qualcosa di democratico e rappresentativo nel sistema mondiale attuale? Su questo pianeta stiamo vivendo una dittatura imperiale e lo denunciamo ancora da questa tribuna: abbasso la dittatura imperiale! E che su questo pianeta vivano i popoli, la democrazia e l'uguaglianza!
E quello che vediamo qui è proprio il riflesso di tutto ciò: esclusione. C'è un gruppo di paesi che si credono superiori a noi del sud, a noi del terzo mondo, a noi sottosviluppati, o come dice il nostro grande amico Eduardo Galeano: noi paesi avvolti come da un treno che ci ha avvolti nella storia [sorta di gioco di parole tra desarrollados = sviluppati e arrollados = avviluppati NdT]. Quindi non dobbiamo stupirci di quello che succede, non stupiamoci, non c'è democrazia nel mondo e qui ci troviamo di fronte all'ennesima evidenza della dittatura imperiale mondiale.
Poco fa sono saliti due giovani, per fortuna le forze dell'ordine sono state decenti, qualche spintone qua e là, e i due hanno cooperato, no? Qui fuori c'è molta gente, sapete? Certo, non ci entrano tutti in questa sala, sono troppi; ho letto sulla stampa che ci sono stati alcuni arresti, qualche protesta intensa, qui per le strade di Copenaghen, e voglio salutare tutte quelle persone qui fuori, la maggior parte delle quali sono giovani.
Non ci sono dubbi che siano giovani preoccupati, e credo abbiano una ragione più di noi per essere preoccupati del futuro del mondo; noi abbiamo – la maggior parte dei presenti – già il sole dietro le spalle, ma loro hanno il sole in fronte e sono davvero preoccupati. Qualcuno potrebbe dire, Signor Presidente, che un fantasma infesta Copenaghen, parafrasando Karl Marx, il grande Karl Marx, un fantasma infesta le strade di Copenaghen e credo che questo fantasma vaga per questa sala in silenzio, gira in quest'aula, tra di noi, attraversa i corridoi, esce dal basso, sale, è un fantasma spaventoso che quasi nessuno vuole nominare: il capitalismo è il fantasma, quasi nessuno vuole nominarlo.
È il capitalismo, sentiamo ruggire qui fuori i popoli. Stavo leggendo qualcuna delle frasi scritte per strada, e di questi slogan (alcuni dei quali li ho sentiti anche dai due giovani che sono entrati), me ne sono scritti due. Il primo è “Non cambiate il clima, cambiate il sistema”.
E io lo riprendo qui per noi. Non cambiamo il clima, cambiamo il sistema! E di conseguenza cominceremo a salvare il pianeta. Il capitalismo, il modello di sviluppo distruttivo sta mettendo fine alla vita, minaccia di metter fine alla specie umana. E il secondo slogan spinge alla riflessione. In linea con la crisi bancaria che ha colpito, e continua a colpire, il mondo, e con il modo con cui i paesi del ricco Nord sono corsi in soccorso dei banchieri e delle grandi banche (degli Stati Uniti si è persa la somma, da quanto è astronomica). Ecco cosa dicono per le strade: se il clima fosse una banca, l'avrebbero già salvato.
E credo che sia la verità. Se il clima fosse una delle grandi banche, i governi ricchi l'avrebbero già salvato. Credo che Obama non sia arrivato (il discorso di Chavez è stato pronunciato il 16 dicembre – ndr), ha ricevuto il Premio Nobel per la Pace quasi nello stesso giorno in cui mandava altri 30mila soldati ad uccidere innocenti in Afghanistan, e ora viene qui a presentarsi con il Premio Nobel per la Pace, il Presidente degli Stati Uniti. Gli USA però hanno la macchinetta per fare le banconote, per fare i dollari, e hanno salvato, vabbè, credono di aver salvato, le banche e il sistema capitalista.
Bene, lasciando da parte questo commento, dicevo che alzavamo la mano per unirci a Brasile, India, Bolivia e Cina nella loro interessante posizione, che il Venezuela e i paesi dell'Alleanza Bolivariana condividono fermamente; però non ci è stata data la parola, per cui, Signor Presidente, non mi conteggi questi minuti, la prego.
Ho conosciuto, ho avuto il piacere di conoscere Hervé Kempf – è qui in giro –, di cui consiglio vivamente il libro “Perché i mega-ricchi stanno distruggendo il pianeta”, in francese, ma potete trovarlo anche in spagnolo e sicuramente in inglese. Hervé Kempf: Perché i mega-ricchi stanno distruggendo il pianeta. Per questo Cristo ha detto: E' più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio. Questo l'ha detto Cristo nostro Signore.
....... Bene, Signor Presidente, il cambiamento climatico è senza dubbio il problema ambientale più devastante di questo secolo, inondazioni, siccità, tormente, uragani, disgeli, innalzamento del livello del mare, acidificazione degli oceani e ondate di calore, tutto questo acuisce l'impatto delle crisi globali che si abbattono su di noi. L'attività umana d'oggi supera i limiti della sostenibilità, mettendo in pericolo la vita del pianeta, ma anche in questo siamo profondamente disuguali.
Voglio ricordarlo: i 500 milioni di persone più ricche del pianeta, 500 milioni, sono il sette per cento, sette per cento, seven per cento della popolazione mondiale. Questo sette per cento è responsabile, questi cinquecento milioni di persone più ricche sono responsabili del cinquanta per cento delle emissioni inquinanti, mentre il 50 per cento più povero è responsabile solo del sette per cento delle emissioni inquinanti.
Per questo mi sembra strano mettere qui sullo stesso piano Stati Uniti e Cina. Gli Stati Uniti hanno appena 300 milioni di abitanti. La Cina ha una popolazione quasi 5 volte più grande di quella degli USA.
Gli Stati Uniti consumano più di 20 milioni di barili di petrolio al giorno, la Cina arriva appena ai 5,6 milioni di barili al giorno, non possiamo chiedere le stesse cose agli Stati Uniti e alla Cina. Ci sono questioni da discutere, almeno potessimo noi Capi di Stato e di Governo sederci a discutere davvero di questi argomenti.
Inoltre, Signor Presidente, il 60% degli ecosistemi del pianeta hanno subito danni e il 20% della crosta terrestre è degradata; siamo stati testimoni impassibili della deforestazione, della conversione di terre, della desertificazione e delle alterazioni dei sistemi d'acqua dolce, del sovrasfruttamento del patrimonio ittico, della contaminazione e della perdita della diversità biologica. Lo sfruttamento esagerato della terra supera del 30% la sua capacità di rigenerazione.
Il pianeta sta perdendo ciò che i tecnici chiamano la capacità di autoregolarsi, il pianeta la sta perdendo, ogni giorno si buttano più rifiuti di quanti possano essere smaltiti. La sopravvivenza della nostra specie assilla la coscienza dell'umanità. Malgrado l'urgenza, sono passati due anni dalle negoziazioni volte a concludere un secondo periodo di compromessi voluto dal Protocollo di Kyoto, e ci presentiamo a quest'appuntamento senza un accordo reale e significativo.
E voglio dire che riguardo al testo creato dal nulla, come qualcuno l'ha definito (il rappresentante cinese), il Venezuela e i paesi dell'Alleanza Bolivariana per le Americhe, noi non accettiamo nessun altro testo che non derivi dai gruppi di lavoro del Protocollo di Kyoto e della Convenzione: sono i testi legittimi su cui si sta discutendo intensamente da anni.
E in queste ultime ore credo che non abbiate dormito: oltre a non aver pranzato, non avete dormito. Non mi sembra logico che ora si produca un testo dal niente, come dite voi. L'obiettivo scientificamente sostenuto di ridurre le emissioni di gas inquinanti e raggiungere un accordo chiaro di cooperazione a lungo termine, oggi a quest'ora, sembra aver fallito. Almeno per il momento. Qual è il motivo? Non abbiamo dubbi. Il motivo è l'atteggiamento irresponsabile e la mancanza di volontà politica delle nazioni più potenti del pianeta...
Il conservatorismo politico e l'egoismo dei grandi consumatori, dei paesi più ricchi testimoniano di una grande insensibilità e della mancanza di solidarietà con i più poveri, con gli affamati, con coloro più soggetti alle malattie, ai disastri naturali. Signor Presidente, è chiaramente un nuovo ed unico accordo applicabile a parti assolutamente disuguali, per la grandezza delle sue contribuzioni e capacità economiche, finanziarie e tecnologiche, ed è evidente che si basa sul rispetto assoluto dei principi contenuti nella Convenzione.
I paesi sviluppati dovrebbero stabilire dei compromessi vincolanti, chiari e concreti per la diminuzione sostanziale delle loro emissioni e assumere degli obblighi di assistenza finanziaria e tecnologica ai paesi poveri per far fronte ai pericoli distruttivi del cambiamento climatico. In questo senso, la peculiarità degli stati insulari e dei paesi meno sviluppati dovrebbe essere pienamente riconosciuta.
.... Le entrate totali delle 500 persone più ricche del mondo sono superiore alle entrate dei 416 milioni di persone più povere, i 2800 milioni di persone che vivono nella povertà, con meno di 2 dollari al giorno e che rappresentano il 40 per cento della popolazione mondiale, ricevono solo il 5 per cento delle entrate mondiale...
Ci sono 1100 milioni di persone che non hanno accesso all'acqua potabile, 2600 milioni prive di servizio di sanità, più di 800 milioni di analfabeti e 1020 milioni di persone affamate: ecco lo scenario mondiale.
E ora, la causa, qual è la causa? Parliamo della causa, non evitiamo le responsabilità, non evitiamo la profondità del problema, la causa senza dubbio, torno all'argomento di questo disastroso scenario, è il sistema metabolico distruttivo del capitale e della sua incarnazione: il capitalismo.
Ho qui una citazione di quel gran teologo della liberazione che è Leonardo Boff, come sappiamo, brasiliano, che dice: Qual è la causa? Ah, la causa è il sogno di cercare la felicità con l'accumulazione materiale e il progresso senza fine, usando, per fare ciò, la scienza e la tecnica con cui si possono sfruttare in modo illimitato le risorse della terra.
Può una terra finita sopportare un progetto infinito? La tesi del capitalismo, lo sviluppo infinito, è un modello distruttivo, accettiamolo.
..... Noi popoli del mondo chiediamo agli imperi, a quelli che pretendono di continuare a dominare il mondo e noi, chiediamo loro che finiscano le aggressioni e le guerre. Niente più basi militari imperiali, né colpi di Stato, costruiamo un ordine economico e sociale più giusto e equitativo, sradichiamo la povertà, freniamo subito gli alti livelli di emissioni, arrestiamo il deterioramento ambientale ed evitiamo la grande catastrofe del cambiamento climatico, integriamoci nel nobile obiettivo di essere tutti più liberi e solidali.
.... Questo pianeta è vissuto migliaia di milioni di anni, e questo pianeta è vissuto per migliaia di milioni di anni senza di noi, la specie umana: non ha bisogno di noi per esistere. Bene, noi senza la Terra non viviamo, e stiamo distruggendo il Pachanama*, come dice Evo e come dicono i nostri fratelli aborigeni del Sudamerica...

Tratto da Pachanama = Madre Terra
Traduzione di Marina Gerenzani

giovedì 17 dicembre 2009

INCONTRO TRA RIVOLUZIONE DEMOCRATICA E «PER IL BENE COMUNE»

[ 17 dicembre 2009 ]

UN SEGNALE IN CONTROTENDENZA 
Comunicato della Associazione per una Rivoluzione Democratica



Sabato 12 dicembre 2009 a Firenze si è tenuto l’incontro tra una delegazione de Per il Bene
Comune
, rappresentata da Monia Benini e dall’ex senatore Nando Rossi, ed alcuni esponenti di Rivoluzione Democratica.

Leonardo Mazzei, introducendo alcuni temi di discussione, ha voluto sottolineare come sia emersa,
a partire dal dibattito tenutosi in Rivoluzione Democratica, l’esigenza di sviluppare un più ampio confronto con altre realtà della politica italiana.

Il carattere sistemico della crisi con il suo portato di esclusione e ingiustizia per milioni di italiani, la corruzione dilagante dell’intero ceto politico, classe separata alla ricerca costante di privilegi di casta mercè la sottomissione ai voleri delle oligarchie finanziarie, l’autoritarismo bipolare che rappresenta un volano per le spinte razziste e xenofobe, sono alcuni degli elementi sui i quali si è incentrata la discussione.

Monia Benini, richiamandosi al manifesto di convocazione del primo Incontro “Fuori dal Recinto”
tenutosi a Chianciano, ha ribadito la concordanza di valutazioni soprattutto per quel che concerne il giudizio da esprimere sulla sinistra,categoria della politica ormai svuotata di ogni contenuto ideale,
ed è entrata nel merito di alcune proposte contenute sia nel manifesto “La catastrofe è imminente come affrontarla”che nella proposta di Carta fondativa.

Moreno Pasquinelli ha descritto brevemente lo scenario internazionale nel quale leggere anche gli accadimenti della vicenda politica italiana che si situano su un asse che va da Parigi ad Atene, intendendo con ciò collegare l’ipotesi di un cambiamento radicale alle istanze sociali più significative (lotte delle banlieu e sollevazioni ateniesi).

Nando Rossi, prendendo spunto anche dalla recente esperienza di parlamentare, ha analizzato il rapporto tra politica ed affari,evidenziando i legami pervasivi della criminalità organizzata con gli esponenti del ceto politico ad ogni livello.

Facendo infine riferimento al processo di frantumazione che ha investito partiti,organizzazioni ed associazioni, Maurizio Fratta e Maria Grazia Da Costa hanno sottolineato la positività di un incontro che può rappresentare,in controtendenza, un momento di aggregazione anche per altre realtà.

Al termine della riunione si è deciso di procedere sulla strada del confronto tramite l’organizzazione di incontri su tematiche specifiche  e la promozione di iniziative comuni capaci di affrontare argomenti di interesse generale.

sabato 5 dicembre 2009

GIOCANDO A MOSCA CIECA (II)

[ 05 dicembre 2009 ]

Note sulla crisi sistemica del capitalismo occidentale e le tre possibili strade che l’Italia ha davanti

di Moreno Pasquinelli*

(seconda e ultima parte)

Nella prima parte concludevamo che la crisi storico-sistemica pone l’Italia (anello debole della catena imperialistica), davanti a tre possibili sbocchi: (1) galleggiamento: si agisce di rimessa per agganciare la ripresa dei partner principali (USA e UE)  facendo dell’esportazione (e non dell’aumento dei consumi interni) la leva principale per uscire dalla recessione; (2) affondamento: la recessione si trasforma in depressione poiché la ripresa dei principali mercati d’esportazione (USA e UE) non ci sarà; (3) cambio di rotta: si adotta un diverso modello sociale il che implica un radicale riposizionamento geo-politico del paese (sganciamento dal centro sistemico USA e UE, agganciamento invece degli “emergenti” e delle periferie).

Prepararsi allo sbocco più probabile, non escludere quello possibile, perorare quello auspicabile

Abbiamo anche detto che il “terzo sbocco”, per quanto possibile, è nel breve-medio periodo, in questa prima fase della crisi storico-sistemica, altamente improbabile. Affinché lo diventi sono necessarie almeno due condizioni, la prima soggettiva, la seconda oggettiva. Per quanto attiene a quella soggettiva: nessuna svolta sociale di grandi dimensioni è possibile senza l’esistenza di una compagine politica (forte di un correlativo blocco sociale di massa) che impugni la svolta e la rappresenti strategicamente. Ciò implica un gigantesco mutamento politico: la trasformazione del debole in forte e di converso del forte in debole. Altrimenti detto: piccole minoranze diventano maggioranza e la tradizionale maggioranza diventa minoranza. Un simile capovolgimento politico non matura mai a dosi omeopatiche, come risultato della crescita inesorabile della minoranza e la simmetrica decrescita della maggioranza. Un simile capovolgimento implica uno sconvolgimento, che si dispieghi una preliminare condizione oggettiva. Senza tante ambagi: un cataclisma economico-sociale del sistema. Ossia: il terzo sbocco diventa pensabile solo a patto che il sistema affondi, che occluso il primo sbocco la società precipiti nel secondo.
Lo sbocco più probabile è dunque il primo, il galleggiamento.
Ma galleggiamento non significa né stasi, né equilibrio né, come vedremo, pace sociale. Anche solo per galleggiare, per agganciare la “ripresa” dei principali partner e rilanciare le esportazioni, l’Italia dovrà sottoporsi ad una cura da cavallo e pagare costi sociali ingenti. Non conoscerà dunque un nuovo periodo di prosperità generale. Il sistema dovrà infatti  accrescere la propria competitività, la quale si ottiene, in condizioni di mercato, solo con l’aumento forte dell’esercito industriale di riserva e la relativa riduzione dei salari. Ma deve anche contrarre la spesa pubblica se vuole evitare un vero e proprio default (ci vuole poco a far sì che i titoli di stato italiani siano considerati non più esigibili).
In altre parole il galleggiamento implica: un aumento inevitabile e non momentaneo della disoccupazione, un peggioramento delle condizioni di lavoro e di vita di chi resterà occupato,  un’espansione massiccia dell’area dell’esclusione sociale (delle fasce di popolazione che vivranno al di sotto di quella che viene chiamata soglia di povertà). Il galleggiamento porta dunque con sé un disfacimento inesorabile del tessuto sociale, che sarà aggravato da due fattori collaterali: dall’esaurimento dei risparmi che hanno consentito alle famiglie di fungere da supplente del rachitico welfare state e dall’incapacità dello Stato e delle sue articolazioni amministrative locali di assicurare un livello accettabile di prestazioni e servizi sociali.
Chiediamoci: è plausibile immaginare, date queste condizioni, che la pace sociale possa reggere? che i proletari gettati sul lastrico non si sollevino? che milioni di giovani precari spinti all’elemosina di un lavoro qualsiasi non si sollevino? che i piccoli industriali trasformati in proletari non si ribellino? Che larghe masse di cittadini toccate sul nervo scoperto dei loro interessi vitali ed esistenziali non usciranno dalla narcosi sociale? Che interi distretti e comunità desertificati non insorgano?
Certo, nulla è ineluttabile nella storia sociale, tuttavia è facile dare una risposta negativa. Siamo però dell’opinione che quando un sistema si pianta, dal momento che getta larghe fasce sociali sotto la soglia di povertà, la rivolta diventa altamente probabile. Questa probabilità è tanto più forte per due ragioni collaterali. La prima è che come ogni crisi essa accrescerà le disuguaglianze sociali: alle disgrazie dei più corrisponderà la fortuna dei meno, una minoranza capitalista, affiancata da speculatori e aggiotatori, continuerà ad arricchirsi, mentre la maggioranza del popolo subirà un processo di pauperizzazione. Ciò causerà in chi sta sotto, a cui soltanto vengono chiesti pesanti e ingiusti sacrifici, un’infiammabile sentimento d’indignazione. La seconda ragione è che in questo contesto solo questa minoranza di nuovi aristocratici sarà decisa nel difendere e nel conservare l’ordine costituito, di qui la prevedibile funzione dello Stato, che per sua stessa natura, agirà come sentinella di questa minoranza. E’ a questo punto che il più piccolo errore dello Stato rischierà di fungere da scintilla, con la probabilità che si incendi tutta a prateria.
Se non è possibile prevedere con certezza tempi e modi della rivolta sociale, si deve quindi essere sicuri che essa ci sarà.

Dal seminare caos nell’ordine all’introdurre ordine nel caos

Se diciamo che l’Italia è l’anello debole della catena imperialistica è perché la crisi economica sopraggiunge e si accavalla alla acuta crisi istituzionale e politica che si trascina ormai dalla fine degli anni ’80 del secolo scorso. L’attuale guerra per bande tra le frazioni politiche della classe dominante non a caso sta subendo in questi ultimi mesi una recrudescenza. Questa si spiega proprio perché, col sopraggiungere della fase delle vacche magre e delle misure sociali draconiane, ogni frazione cerca di scaricare sull’altrui base sociale le pesanti conseguenze della cura da cavallo. La conclusione più probabile è che questi due comitati d’affari continueranno a bisticciare fino a quando non saranno obbligati a siglare, se non la pace, un armistizio, dal quale scaturirà un patto, un governo d’emergenza o di “salvezza nazionale” la cui funzione sarà appunto quella di salvare il sistema dal collasso e contrastare l’incipiente rivolta popolare. Quando ricorreranno a questo escamotage – è probabile che come al solito vi giungeranno in ritardo – vorrà dire che l’attuale disordine starà già per trasformarsi in caos generale.
Se per un lungo periodo le effettive forze antisistemiche, ridotte ad uno stato di debilitamento senza precedenti, sono state obbligate ad un ruolo puramente resistenziale e oppositivo, costrette a rappresentare strati marginalizzati minoritari (a seminare caos nell’ordine sistemico); si avvicinerà l’ingresso in un’altra fase, quella offensiva, che non consisterà  solo nel dare battaglia in difesa degli interessi vitali delle larghe masse impoverite, ma nel predisporsi al “terzo sbocco”, nel tracciare una “linea di massa” per battere le forze sistemiche (introdurre ordine nel caos).
Ma in cosa consiste una “linea di massa” in tempi di crisi-storico-sistemica? Il movimento operaio d’un tempo conosceva due vie e due soltanto (ognuna con delle varianti più o meno eccentriche): la fuoriuscita graduale e riformistica dal capitalismo e quella palingenetica rivoluzionaria. Il ‘900 è stato il campo entro il quale i portatori di queste due vie si son dati battaglia. Risultato: invalidate entrambi, i due contendenti sono morti per consunzione, e i superstiti passati tutti dalla parte del nemico. Riproporre l’una o l’altra via sarebbe dunque non solo un errore, ma una irragionevole bestialità. Quindi, se è vero che la crisi storico-sistemica fa della fuoriuscita dal capitalismo una necessità, non meno imperioso, per le minoranze anticapitaliste e antimperialiste, diventa indicare la via,  i passaggi di fase, le forze motrici, il blocco sociale e le alleanze, gli strumenti e le misure imprescindibili di questo trapasso.
Sarebbe certo illogico parlare di fuoriuscita senza prima indicare l’approdo, la meta che ci si propone di raggiungere. Forse un terzo modello sociale tra capitalismo e socialismo? No, non pensiamo esista una terza possibilità, se non la sciagurata ipotesi che l’umanità precipiti in una barbarie generale. Il problema è che evocare un nuovo socialismo senza antecedentemente ridisegnarlo, senza indicare in cosa si differenzi, non solo dal capitalismo, ma dalle forme di socialismo storicamente realizzatesi nel ‘900, sarebbe come riempire il vuoto col nulla. Abbiamo noi compiuto questo lavoro? No, l’abbiamo solo abbozzato. Vero è che anche altri hanno avviato questo lavoro di ripensamento del socialismo, ma anch’essi c’hanno consegnato solo frammenti di questo nuovo socialismo. Accusiamo un ritardo inquietante, mentre non possiamo chiuderci in convento per dare corpo e coerenza alle nostre elaborazioni. Ci troviamo costretti ad elaborare camminando, ovvero a ripensare il socialismo nel corso della lotta, mentre siamo gettati nella mischia.
Alcune cose tuttavia abbiamo imparato dalla storia e del passato. (1) E’ molto probabile che una società comunista, ovvero il regno della felicità, dell’abbondanza e della perfetta armonia sociale, sia solo un’utopia. Non per questo il socialismo è meno necessario. (2) Che socialista è quel sistema che assicuri, in assoluta armonia con la natura, se non la felicità, una dignitosa qualità della vita non per una parte ma per tutti i cittadini, il che significa non solo poter soddisfare i bisogni primari, ma che consideri come insindacabili i fondamentali diritti di libertà dell’essere umano. (3) Contestualmente ai diritti i cittadini avranno dei doveri che saranno sanciti dalle leggi, e chi viola queste leggi andrà incontro a sanzioni. Questi doveri dipendono dal primo comandamento di un sistema socialista, che la comunità viene prima dell’individuo e i suoi propri diritti hanno la precedenza su quelli singolari. La comunità avrà bisogno quindi di organismi di autotutela che continueranno ad andare sotto il nome di Stato. (4) E’ illusorio pensare che tutti i cittadini in modo assembleare possano concorrere alla decisioni politiche e in virtù di questo che esse siano applicate e rispettate. Il principio della delega delle funzioni politiche e amministrative è indispensabile in ogni comunità sociale aggregata e complessa, fatto salvo il principio dell’elezione e della revoca di ogni carica di rilevanza pubblica. (5) Il socialismo non si stabilisce dall’oggi al domani. Di mezzo ci sarà un sistema per sua natura contraddittorio che conterrà necessariamente elementi e particelle del vecchio, mentre gli organismi di potere popolare introdurranno quegli elementi destinati ad essere i mattoni di quello che verrà. (6) In questa lunga fase di transizione pre-socialista il mercato, poiché non alloca affatto equamente e razionalmente le risorse rispondibili e crea disuguaglianze sociali, dovrà sottostare a regole e indirizzi pubblici. Il diritto di proprietà non sarà incondizionato, la comunità dovrà limitarlo ogni volta che arrechi pregiudizio ai principi della fratellanza e dell’eguaglianza, della sicurezza sociale, del buon vivere e dei diritti di cittadinanza. Ogni accumulazione che violi questi principi dovrà essere considerata illecita  e punita per legge. (7) Tra le differenti forme di proprietà, la comunità avrà il dovere di promuovere quella autogestita, in cui i cittadini, invece di faticare come schiavi, siano protagonisti della produzione, partecipi delle scelte della loro azienda, primi fruitori dei suoi risultati. Tutti i settori di interesse nazionale, telecomunicazioni, trasporti, energia, istruzione, sanità, previdenza, banche, assicurazioni, dovranno essere di proprietà pubblica, e posti sotto il controllo dei lavoratori per evitare burocratismo, spreco di risorse, e corruzione.

Elementi di strategia

Possiamo infine indicare alcuni basilari elementi strategici, certo non apodittici ma corroborati dall’esperienza storica e contemplati dal pensiero politico rivoluzionario moderno. Essi costituiscono la trama, la grammatica della prospettiva  rivoluzionaria.
(1) Questo sistema non si cambia se non con una rottura rivoluzionaria di cui le masse pauperizzate sono la forza di spinta.
(2) Mentre ristrette minoranze possono abbracciare un ideale sociale avveniristico e adoprarsi per il suo inveramento a prescindere dagli interessi del loro ceto di provenienza, le grandi masse senza la cui azione ogni ideale sociale resta fantastico, possono abbracciare un simile ideale solo se costrette dal bisogno, a causa di interessi materiali e corporei.
(3)  Una crisi rivoluzionaria si determina per la congiunzione di tre fattori: quando le classi e i ceti dominanti non possono più governare come prima (sfascio e disarticolazione delle loro capacità di comando); quando le masse popolari non possono più vivere come prima e sono perciò disposte all’offensiva;  quando esiste una compagine politica rivoluzionaria che oltre a godere di un ampio consenso ideale e morale tra queste ultime, sia considerata affidabile come embrione dello Stato futuro.
(4) La fuoriuscita non è un balzo sesquipedale, un atto escatologico, consiste piuttosto in un processo, una serie di trasformazioni concatenate l’una all’altra, di balzi in avanti che fanno capo al primo, la conquista del potere statale.
(5) Sé è plausibile, in circostanze particolari, conquistare il potere dello Stato a cominciare dal governo nel rispetto delle regole costituzionali, è un fatto acclarato che chi abbia conquistato la postazione governativa ma abbia esitato a bonificare e conquistare gli altri apparati dello Stato, è stato costretto a soccombere.
(6) La classe operaia industriale non ha, contrariamente a quanto affermato dal marxismo, alcuna nativa ed esclusiva funzione di forza motrice o di guida del passaggio storico al socialismo, ciò è confermato non solo dalle rivoluzioni fallite nei centri imperialistici, ma anche da quelle vittoriose. La rivoluzione sociale è un fenomeno per sua natura eterogeneo, un fiume in piena in cui confluiscono tutti gli svariati rivoli della rivolta sociale. La sua natura dipende dai suoi scopi, ovvero dalla direzione politica che indirizza questo fiume.
(7) Data la complessa e difforme composizione della società tardo-capitalistica, a causa della persistenza di svariate correnti politiche e culturali, nessuna reductio ad unum è pensabile. Non un unico partito potrà rappresentare il composito blocco sociale rivoluzionario, essendo invece molto probabile che le potenze che si troveranno sospinte alla testa della rivoluzione, sceglieranno la forma di fronte o alleanza, per loro natura polivoci e plurali.
(8) La rivoluzione inizia dunque sul terreno politico, muta la natura dello Stato, che passa dall’essere lo strumento di una minoranza sociale a quello della maggioranza. Avremo quindi una rivoluzione democratica come atto fondativo di una nuova Repubblica.
Convinti della solidità di questi concetti ed elementi strategici, come pure della nostra analisi della realtà sociale, non li  consideriamo tuttavia indiscutibili. Essi debbono essere sottoposti piuttosto alla prova del contraddittorio, nella speranza che altri vogliano discuterne con noi. E noi siamo pronti a farlo, a condizione che l’accordo ci sia almeno sul perno di tutto il nostro discorso: che se non dipende dai rivoluzionari, data la loro attuale debolezza, condizionare gli accadimenti dell’oggi, occorre mettersi al lavoro per costruire quella compagine politica che possa indirizzarli domani. Chiamatelo partito, soggetto politico, forza antagonista, movimento rivoluzionario. Ognuno ha comunque capito di cosa stiamo parlando.

* Esponente del Campo Antimperialista
 

venerdì 4 dicembre 2009

GIOCANDO A MOSCA CIECA

[ 04 dicembre 2009 ]

Note sulla crisi sistemica del capitalismo occidentale e le tre vie d’uscita che l’Italia ha davanti 

di Moreno Pasquinelli *

PRIMA PARTE 

Com’è noto l’economia, la produzione e lo scambio di beni e servizi, solo con l’avvento della borghesia come classe dominante ha occupato il centro della scena storico-sociale. Nel capitalismo l’economia costituisce la piattaforma sulla quale si erge tutto il resto del sistema. Ciò che accade a questa piattaforma è destinato ad avere inevitabili ripercussioni sulla sovrastruttura che ci si appoggia sopra. Si capisce dunque che la conoscenza del mondo economico è fondamentale, sia per chi si pone l’arduo scopo di salvare il capitalismo dal suo incerto destino, sia per coloro i quali, tra cui ci annoveriamo, si pongono l’obbiettivo più modesto di trarre in salvo solo l’umanità lasciando che il suo involucro moderno vada alla malora.

Una crisi storico-sistemica, un passaggio epocale

Di contro le tesi minimaliste, noi siamo stati tra i primi a considerare come “strutturale” la crisi scatenata del crack finanziario esploso nel settembre 2008 e con epicentro il sistema bancario-finanziario  nordamericano.
Nel gennaio 2009 connotavamo infine la crisi come storico-sistemica,  senza tuttavia commettere l’errore di interpretare l’obamismo come una specie di resa dell’impero americano il quale, ben al contrario, avrebbe opposto la più tenace resistenza al suo declino - ciò che avrebbe causato l’inasprimento e non  l’attenuazione delle tensioni geo-politiche.
Nel giugno scorso avemmo modo di spiegare che l’eventuale agonia del capitalismo americano, e con esso quello occidentale, non sarebbe equivalsa per niente alla rovina del capitalismo in quanto tale.
Ciò che stava crollando, dicevamo, era precisamente il turbo-capitalismo, ovvero quel modello sui generis di capitalismo affermatosi nel dopoguerra e contraddistinto da due fattori intrinseci e uno geopolitico: il consumismo di massa come motore della crescita economica (con la relativa trasformazione del proletariato in “ nuova classe media”), il totale predominio della finanza speculativa sugli altri comparti economici con la  conseguente incorporazione degli Stati come criminogeni comitati d’affari, e quindi l’indiscussa supremazia planetaria degli Stati Uniti che di questo modello sono stati artefici e campioni.
Segnalavamo dunque che il tramonto di questo modello, ovvero dell’Occidente, avrebbe condotto allo spostamento ad oriente del baricentro del capitalismo mondiale, spostamento che avrebbe gettato l’umanità in un passaggio di fase di dimensioni epocali, delle stesse dimensioni dei tre che contrassegnarono le tappe fondamentali della storia moderna del capitalismo. Il primo, grazie alla rivoluzione industriale e alla sconfitta delle ambizioni francesi, pose le basi della supremazia del colonialismo inglese. Il secondo, quello tra la fine dell’ottocento e gli inizi del novecento, segnò il passaggio all’imperialismo e aprì il ciclo del predominio conflittuale euro-americano. Il terzo prese il via subito dopo la seconda guerra mondiale, con l’annientamento dell’egemonia tedesca in Europa e giapponese in Asia che spianò la strada al definitivo predominio dell’imperialismo a stelle e strisce, controbilanciato a sua volta dal momentaneo  condominio bipolare conflittuale con l’Unione Sovietica.
Concludevamo infine che questo spostamento di baricentro non sarebbe stato indolore poiché, come ogni passaggio epocale di queste dimensioni, anche questo è destinato a causare profonde fratture rivoluzionarie e controrivoluzionarie all’interno dei singoli paesi e gravissime tensioni geopolitiche, comprese guerre tra nazioni e tra coalizioni di nazioni.
Sono queste tesi corroborate o smentite dallo svolgimento dei fatti più recenti? In altre parole: ad un anno e poco più dal collasso sistemico del settembre 2008, avevamo ragione noi a parlare di crisi storico-sistemica, oppure i “minimalisti”, tutti protesi a ringalluzzire gli spiriti animali del capitalismo con l’idea che la crisi era solo un postema momentaneo? Andiamo dunque a leggere e soprattutto ad interpretare i dati macroeconomici che ci vengono forniti dagli stessi organismi sistemici.

Il gigante dai piedi d’argilla

Dal crack finanziario americano del settembre 2008, è tutto un frenetico affastellarsi di dati e di previsioni sulla “ripresa”. Negli ultimi giorni un vero e proprio profluvio: il Dipartimento del Commercio americano, la Commissione Europea, l’OCSE, la Confindustria. Non poteva mancare Tremonti. Qual è il leit motiv? Che dopo averla tanto evocata, la “ripresa” sarebbe finalmente arrivata. Questo in effetti si capisce dai titoli dati in pasto alla pubblica opinione la quale, incapace a districarsi nel groviglio statistico di cifre che quei titoli accompagnano, ad essi si deve fermare.
Se poi si tenta di decodificare queste cifre, si capisce l’inganno, ovvero il disperato tentativo di tenere su il morale dei consumatori. E’ proprio come in certi film catastrofisti holliwoodiani, in cui le autorità, temendo che dicendo la verità si diffonda il panico, tengono nascosto l’imminente disastro.
Vediamoli questi numeri, partendo dalla cosiddetta “ripresa” americana.
Evviva! Il Pil sarebbe cresciuto, nel terzo trimestre 2009, del 2,8% rispetto a quello precedente. Prendiamo un attimo per buono il criterio di calcolo del Pil. Quest’aumento non ci dice tuttavia proprio nulla sull’effettivo stato di salute dell’economia USA, che è infatti più cagionevole e preoccupante dell’anno scorso.
La notizia del 2,8% è stata infatti giudicata negativamente dagli tessi “analisti”. Essi non hanno mancato di sottolineare due dati lampanti: che dato il -6% di Pil su base annua, e vista l’impressionante mole di denaro nel frattempo immessa dall’amministrazione Obama nel sistema economico per rilanciare l’economia (789 miliardi dollari!): un trimestrale +2,8% è una quisquilia, come se la montagna avesse partorito un minuscolo topolino.
Ma se i consumi boccheggiano, dov’è finita questa enorme massa di quattrini? Semplice, siccome furono fatti passare dalle banche, queste se li sono in gran parte intascati per sanare i loro bilanci, e poi per ricominciare a giocarseli nei casinò borsistici (ma su questo torneremo più avanti).
Per un’economia come quella americana, per cui i consumi contribuiscono per ben il 70% del Pil, l’incremento di quest’ultimo dopo che all’inizio dell’anno esso era sceso al –6,4, vuol dire solo che i consumi non si stanno affatto riprendendo. Un incremento “drogato”, che gli addetti ai lavori spiegano in buona parte con gli incentivi alla rottamazione (Marchionne aveva fiutato il business) e l’aumento delle spese militari (alla faccia della svolta di Obama!).
Se i consumi non salgono nonostante gli incentivi, malgrado parte del debito privato se lo sia addossato lo Stato, non è solo perché i cittadini temono il peggio (fattore psicologico) ma per due fattori di una brutale fisicità: la disoccupazione reale è salita al 17% e il potere d’acquisto degli occupati si è andato drasticamente riducendo. Ben Bernanke, che la sa lunga, parla di “ripresa anemica”, per dire che non crede affatto che i consumi potranno ritornare ad essere il motore della crescita, e che il Pil risalirà davvero soltanto cambiando musica, ovvero se sarà sostenuto anzitutto dagli investimenti delle aziende.
In altre parole ci sta dicendo che l’economia USA riconquisterà la sua supremazia mondiale solo a patto di cambiare paradigma, passando dal modello incentrato sul consumismo compulsivo (american way of life) a quello fondato sulla centralità della produzione di beni d’investimento.
Un passaggio che ammesso possa realizzarsi, ovvero non sia interrotto da nuovi collassi finanziari, necessita di tempi medio-lunghi e del ritorno dello Stato come principale attore economico. Che questa trasformazione non sarà indolore, che avrà enormi costi sociali, col relativo rischio che si accendano forti conflittualità interne, anche questo gli analisti l’hanno messo nel conto.

Economia-mondo

Mentre gli USA, l’Unione Europea e la corte di paesi imperialisti che hanno rappresentato il centro dell’economia mondiale dal dopoguerra ad oggi sono vittime della catalessi, leggi recessione piena, il resto del mondo è in piena ebollizione.
Una spia infallibile per capire l’andazzo è cosa si dicono in camera caritatis i grandi investitori finanziari. Essi parlano per bocca dei loro “analisti”. E cosa ci dicono questi ultimi? Che a causa dell’elevato indebitamento sia pubblico che privato nonché di altri handicap macoreconomici i paesi imperialisti difficilmente usciranno dalla crisi e se ne usciranno ci vorrà tempo e cure da cavallo. Ci dicono che la crisi sta causando un profondo riequilibrio di poteri per cui i “paesi emergenti” (così vengono chiamati i paesi capitalistici semi-coloniali di media potenza fino a ieri soggiogati da quelli imperialistici) usciranno mediamente rafforzati dalla crisi. I dati parlano chiaro: struttura economica più solida, maggiore competitività,  bassi livelli d’indebitamento, sia pubblico che privato, una struttura demografica dominata dalle fasce giovani, di qui i maggiori tassi di crescita attesi. Per questo i grandi investitori stanno voltando le spalle all’Occidente per puntare sugli “emergenti”, andare a fare profitti in Cina, in India o in Brasile.
Ci dicono che gli “emergenti” ospitano l’80% della popolazione mondiale, beneficiano di tassi di crescita cinque volte superiori a quelli dei paesi imperialistici e possiedono il 62,3% delle riserve di valuta estera. Ci dicono che “la chiave” per capire come fare soldi nei prossimi anni sono “gli alti livelli di risparmio e i bassi livelli di indebitamento”. Abbiamo che il debito estero in rapporto al Pil è del 128% in Germania e del 104% negli USA; mentre in Cina ammonta al 10%, in India al 20%, in Russia al 30%.  Sottolineano che le economie “emergenti” si caratterizzano per la minore dipendenza dalle economie dei paesi imperialistici (la tendenza sarebbe addirittura  all’inversione del rapporto di dipendenza) e per la crescente centralità della domanda interna che starebbe sostituendo le esportazioni come motore della loro crescita.
Alcuni dati aiutano a capire meglio questa tendenza: mentre negli USA i consumi rappresentano quasi il 70% del Pil e in Europa il 60%, in Cina non si arriva al 37%. Se nel 1991 il 23% delle esportazioni degli “emergenti” sono sbarcate nel mercato nordamericano, nel 2008 questa quota è scesa al 12%, mentre le esportazioni degli “emergenti” in terra cinese sono passate dal 2% al 16%. Un dato lampante: l’indice MSCI-Emerging Markets Index (l’indice creato dalla Morgan Stanley che designa e misura le performances dei mercati azionari dei 26 più importanti paesi “emergenti”) indica che dopo il tonfo dell’ottobre 2008 esso ha recuperato il 111% rispetto al 40% messo a segno dal MSCI-world (ovvero l’indice che misura le performances dei 23 paesi imperialistici).
Si capisce quindi come mai dal G7 si sia passati al G20 (con l’asse chinamericano del G2) e la prepotente ascesa cinese come grande potenza.
Dati empirici che ci pare confermino in maniera lampante la correttezza della nostra lettura della crisi, come “crisi storico-sistemica dei centri imperialistici”, e la cui conseguenza di portata epocale, a meno che il blocco imperialista capeggiato dagli USA non si decida a passare al redde rationem bellico, è appunto lo spostamento del baricentro dell’economia capitalistica mondiale dall’Occidente all’Oriente, Cina in primis.

Pulsione di morte

Sarà ora importante vedere come sta reagendo il capitalismo occidentale a questo terremoto globale. Noi azzardiamo una prima risposta: invece di liberarsi dalla piovra finanziaria, invece di tornare ai fondamentali esso, dopo il crack, sta bellamente tornando al suo modus vivendi, accentuando addirittura i suoi aspetti truffaldini e criminogeni, dedicandosi al puro e semplice aggiotaggio. Invece di liberarsi del turbo-capitalismo, questo pare avere deciso di curarlo e rimetterlo in pista (in gergo yankee: business as usual) per cristallizzarlo nella forma di un vero e proprio capitalismo-casinò.
Il sintomo più infallibile di quanto diciamo è il vero e proprio boom che le borse hanno conosciuto nel 2009. Il flusso degli scambi finanziari a Wall Street è cresciuto dopo il tonfo del settembre dell’anno passato del 55%, la borsa di Milano addirittura del 77%. Il che vuol dire che gli investitori stanno facendo soldi a palate. Secondo alcuni analisti finanziari le borse sono attualmente un vero e proprio paese del Bengodi. Questi straordinari risultati delle borse significano forse che l’Occidente sta uscendo dalla recessione e ha imboccato la strada della “ripresa”? Al contrario, essi dimostrano che esso non solo per “ripresa” intende fare soldi “tanti, maledetti e subito”, ma che è prigioniero di una vera e propria sindrome da pulsione di morte.
Da cosa infatti è causato questo boom? Cosa esattamente viene scambiato nelle borse? E chi sono i principali investitori? Com’è possibile che la sfera finanziaria sia tanto feconda mentre produzione e scambi sono crollati, mentre siamo in piena recessione e gli utili delle aziende non risalgono?
La risposta, ed è bene ficcarselo in testa, non può prescindere dal fenomeno che ha caratterizzato il turbo-capitalismo, ovvero l’autonomizzazione, il distacco totale della sfera finanziario-speculativa dall’economia che per convenzione semantica chiamiamo “economia reale”. Una volta il grosso degli scambi azionari era legato alle prestazioni delle grandi aziende produttive di merci, ovvero alla loro capacità di fare profitti dall’investimento di capitale nel mondo della produzione e degli scambi. Da tempo questi scambi, il grosso dei flussi finanziari, dipendono dagli scambi di denaro con denaro, dal puro e semplice gioco d’azzardo, dalle prestazioni dei soggetti capaci di fare denaro col denaro.
Per dare un’idea precisa di quanto stiamo dicendo basti pensare ai “derivati” (quelli scambiati nell’ultimo anno nelle borse ammontano a tre volte il Pil mondiale). Sarebbe lungo decifrare i tecnicismi relativi alla natura dei “derivati”. Tagliando con l’accetta: si tratta di pacchetti di contratti e titoli d’acquisto, siano essi riferiti a prodotti finanziari o a  merci, che vengono transatti nelle borse e che possono passare più volte di mano fino al contraente finale. Il guadagno (e di converso la soglia di rischio), può essere molto alto data l’alta differenza di valore tra l’investimento iniziale e il paniere sottostante di prodotti (in gergo: effetto di moltiplicazione dell’investimento).
Se poi guardiamo chi sono coloro che si dedicano al gioco d’azzardo dei “derivati” per fare quattrini “tanti, maledetti e subito”, scopriamo che si tratta anzitutto di banche, le scatole cinesi degli hedge fund, fondi pensioni, stati ed enti pubblici, ed infine le stesse aziende capitalistiche. Tutti attratti dalla allettante possibilità di far soldi, tanti e in fretta, anche a costo di correre altissimi rischi, invece che investirli nel mercato azionario tradizionale che da tempo offre rendimenti molto bassi.
Ma anche coi “future” non andiamo meglio. E’ vero che a differenza dei “derivati” sono contratti di compravendita agganciati al valore di un bene fisico (merce) sottostante, o ad un paniere di beni (commodity future). Ma se andiamo ad osservare quale perverso meccanismo (sorvoliamo sui Financial future perché questo ci porterebbe ancor più lontano) abbiamo un’altra prova che il grande flusso di scambi borsistici è rappresentato dalla pura speculazione finanziaria.
Ci spostiamo quindi al LME, al London Metal Exchange di Londra, da dove passa il grosso dello scambio mondiale di metalli e petrolio. L’anno in corso, malgrado la recessione, è stato un vero anno boom al  LME. Come mai? Prendiamo un esempio, quello del rame. Il suo prezzo è aumentato del 30%, malgrado con la recessione gli scambi di questo metallo siano del 15%. La regola vorrebbe che a domanda calante e offerta crescente i prezzi di un bene scendano. Cos’è accaduto? Dobbiamo appunto chiamare in causa i future, ovvero quei contratti con cui un soggetto si impegna a comprare un determinato quantitativo di beni ai prezzi in quel momento vigenti sul mercato e a farselo consegnare entro un dato lasso di tempo. Dove sta l’arcano? Che quel soggetto acquirente ha la facoltà di rivendersi il suo contratto d’acquisto, ovviamente ad un prezzo maggiorato, ad un secondo soggetto, questo ad un terzo, e il terzo ad un quarto, e così via. Tutti comprano attendendosi un aumento del prezzo finale di realizzo. Nel frattempo il rame non è forse neanche stato estratto dalla miniera.
Alla fine, dopo questi numerosi passaggi di mano dei contratti future che hanno fatto ingrassare i loro diversi momentanei titolari, giunge sul mercato, e chi volesse acquistarlo, ad esempio un’industria, dovrà pagarlo al prezzo finale, lievitato blindato. Il meccanismo è chiaro: produttori di materie prime e industrie finali di trasformazione del rame avranno pagato loro la catena di S. Antonio dei parassiti, che non hanno aggiunto un centesimo al valore reale del metallo, ma solo speculato sul suo prezzo. Facile immaginare come, capitalismo per capitalismo, le aziende estrattrici e quelle trasformatrici siano strozzate e per tenersi a galla si può esser sicuri che scaricheranno questi costi sugli ignari operai (Marx avrebbe detto che il lavoro vivo deve soggiacere a quello morto). Per avere un’idea delle dimensioni di questo fenomeno dei future, che altro non riusciamo a chiamare se non aggiotaggio, si tenga presente che gli scambi di future sulle materie prime al LME di Londra, nell’anno in corso, ammontano ad un valore nominale di 10 volte superiore a quello delle materie prime effettivamente in circolazione.
Abbiamo quindi che nonostante il crack del settembre 2008, gli sciacalli sono tornati alla grande e hanno riconquistato il bastone del comando. Ma come? si chiederà il lettore, i governi non erano intervenuti con faraonici piani d’emergenza? Non avevano assicurato un radicale aggiustamento delle regole? Non solo di regole severe per stroncare il capitalismo-casinò non se n’è vista neanche l’ombra. Abbiamo il paradossale risultato per cui la montagna di denaro fresco immesso in circolazione dalle banche centrali (la quantità di denaro circolante nel mondo dopo il crack del 2008 è raddoppiata del 100%) è stata utilizzata dalle banche, che l’hanno acquistato a prezzi praticamente stracciati, proprio per reimmetterli nel casinò dei derivati e dei future. Senza dimenticare che questa montagna di denaro è stata stampata ricorrendo al debito pubblico, senza che ad essa corrisponda una equivalente ricchezza reale.
Chiediamoci: Adam Smith avrebbe accettato di chiamare questa truffa economia di mercato? Avrebbe accettato di chiamare capitalista colui che ottiene utili senza alcun reale investimento di capitale? Certo che no! Avrebbe preso atto che nella sua fase senescente, il capitalismo, ha dismesso la sua mano “invisibile” per passare a quella ben materiale e furfantesca.

Italia: aspettando Godot

Venendo al nostro paese è di questi giorni la confortante notizia che “la nostra ripresa è più consistente rispetto agli altri paesi dell’Unione ”. Ma di che stiamo parlando? Che nel terzo trimestre c’è stata una crescita del Pil dello 0.6%. Tenendo conto che Pil italiano era sceso del 6,5% vuol dire che su base annua il Pil si attesta ad un secco -5%. Insomma, la situazione è più che pessima, anche tenendo conto che la cifra potrebbe essere mitigata dalla ricchezza che sfugge alle verifiche statistiche, ovvero prodotta dall’economia sommersa.
Ma vediamo di capirci di più. Solo un quinto di questo crollo del Pil è stato causato dalla riduzione dei consumi, che in Italia, essendo già più bassi che in altri paesi europei, sono diminuiti di meno rispetto a questi ultimi. Quasi il 60% della recessione è stato causato dalla diminuzione delle esportazioni (-24,5%) e da quello di investimenti in capitale fisso (macchinari e mezzi di trasporto). Non è che la competitività rispetto alla concorrenza sia diminuita (visto che qui abbiamo i salari più bassi dell’Unione), è che tra la fine del 2008 e la prima parte del 2009 il commercio mondiale ha subito la profonda contrazione di 1/3. In termini monetari l’export italiano è diminuito di circa 67 miliardi di euro. Più precisamente l’economia italiana paga la recessione che ha colpito i primi cinque mercati d’esportazione: in particolare Stati Uniti, Regno Unito e Spagna, subito dietro Germania e Francia.
In altre parole la possibilità che l’Italia esca dalla recessione viene a dipendere, più ancora che dal rilancio dei consumi interni, dalla ripresa mondiale e in particolare dall’uscita dalla recessione dei paesi imperialisti con cui è più forte l’interscambio commerciale. Ipotesi altamente improbabile visto che il vero e proprio boom esportativo italiano del biennio 2006-2007 (+22% in due anni, un risultato superiore a quelli tedesco e giapponese), fu determinato dalla “bolla globale” dei consumi drogati e degli investimenti a debito.
Vista da questo punto di vista la politica economica del governo Berlusconi-Tremonti consiste nel banale navigare a vista, ma dato che la costa non si vede a causa della nebbia fittissima, si dovrebbe dire che si gioca a mosca cieca. Il rischio di naufragio è dunque altissimo. Ma sarebbe un errore pensare che solo il governo si affidi alla Divina Provvidenza della ripresa mondiale. Con sottili differenze liturgiche anche l’opposizione (sindacati compresi), la Banca d’Italia, il circuito della grande finanza, la Confindustria, tutti recitano il medesimo rituale spiritistico.
Nessuno, nel circo Barnum delle classi dirigenti italiane, vista la probabile catastrofe incombente, ha il coraggio di dire le cose come stanno, tanto meno di suggerire quali dovrebbero essere le vie d’uscita. Tutte occupate a farsi gli sgambetti tra loro, le diverse frazioni di cui si compone il mono-blocco sistemico sanno tuttavia che le alternative sono due e solo due: o si cambia radicalmente modello economico-sociale, il che implica un radicale riposizionamento geo-politico del paese, cioè lo sganciamento dal rapporto di sudditanza con gli USA e con l’asse anglo-renano dell’Unione Europea, oppure il solo modo per tenersi a galla, sperando di agganciare l’agognata ripresa altrui, è un ulteriore aumento della capacità competitiva, che in poche parole significa ridurre drasticamente salari e diritti dei lavoratori e quindi accrescere l’esercito industriale di riserva affinché chi lavora accetti di continuare a prestare servizio come uno schiavo.
Siccome non si vede neanche l’ombra di qualche forza sistemica che osi avventurarsi sul primo sentiero, il secondo è ineluttabile come la morte. Domanda: potrà resistere indenne il tessuto sociale italiano al massacro di massa che si prospetta? Potrà resistere l’attuale pace sociale? La massa di proletari resteranno inerti davanti alla loro schiavizzazione? E tutto il sofferente e indebitato conglomerato di piccole e medie aziende, riuscirà a valicare i prossimi mesi?
Ma c’è un’altra possibilità, con o senza un altro crack finanziario: che la ripresa mondiale tanto attesa non si faccia viva, che la recessione si trasformi in una “depressione” prolungata, addirittura accompagnata da inflazione dei prezzi. In queste circostanze il fallimento delle politiche economiche sarebbe totale, la credibilità delle classi dominanti col loro stuolo di politicanti travolta, il sistema, già oggi in via di disfacimento, destinato a crollare su se stesso. Allora, e solo allora, terremotato il panorama politico, la pressione popolare farà emergere non solo nuove idee di società ma anche le forze che se ne faranno portatrici. Ma su questo torneremo più avanti.

* Esponente del Campo Antimperialista
(continua)

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