"SIAMO PAZZI ARRENDETEVI!" - II. ASSEMBLEA-FORUM DELLA CLN

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1/2/3 SETTEMBRE - Grande Albergo Fortuna - Chianciano Terme

sabato 19 agosto 2017

BRANCACCIO: SE L'ECONOMISTA FA CILECCA di Alessandro Visalli

[ 19 agosto 2017 ]

Ci eravamo occupati qualche giorno fa dell'ultima uscita di Brancaccio sull'immigrazione. 
La cosa davvero brutta è che l'intervento di Brancaccio era parte di una sinfonia in cui il direttore d'orchestra risultava, non a caso, Eugenio Scalfari. Il quale, udite! udite! così scrive
«…Ma se invece di ragionare su un processo millenario ragioniamo di un processo di pochi secoli, allora l’Africa diventa un elemento positivo, che va aiutato in tutti i suoi problemi. E non solo l’Africa, ma tutti i popoli migranti che hanno di mira Paesi di antica ricchezza, con i quali convivere nel tentativo di ridurre le disuguaglianze. La vera politica dei Paesi europei è quindi d’essere capofila di questo movimento migratorio: ridurre le diseguaglianze, aumentare l’integrazione. Si profila come fenomeno positivo, il meticciato, la tendenza alla nascita di un popolo unico, che ha una ricchezza media, una cultura media, un sangue integrato. Questo è un futuro che dovrà realizzarsi entro due o tre generazioni e che va politicamente effettuato dall’Europa. E questo deve essere il compito della sinistra europea e in particolare di quella italiana».
Lo scivolone di Brancaccio non è sfuggito nemmeno a Visalli, che sul suo blog ha scritto quanto segue.

L’economista marxista Emiliano Brancaccio è da molti anni uno dei più coerenti e determinati critici dell’assetto delle cose, con il tempo ha guadagnato, dalla sua cattedra periferica a Benevento, una certa capacità di intervento nella sfera pubblica, anche su testate rilevanti come L’Espresso (o il Sole 24 Ore). 
È il caso di questo intervento agostano, nel quale costruisce un sillogismo piuttosto schematico:
1.      se la sinistra di governo si è in passato schiacciata sul liberismo (inseguendo la svalutazione del lavoro, la liberazione dei capitali e la riduzione del ruolo dello stato in economia),
2.      e se lo ha fatto in cerca di una identità (suppongo dopo il crollo dell’identificazione con il socialismo, più o meno “reale”), “scimmiottando l’avversario”,
3.      allora anche oggi la tendenza a introdurre elementi di critica alla piena liberazione dei flussi di emigrazione dai paesi poveri del mondo è solo un’altra manifestazione di questa “tentazione”. Quella di andare dietro questa volta alla “destra xenofoba” (l’altra volta a quella tecnocratica neoliberale), emulandola.

Insomma, la sinistra sarebbe in crisi perché attua politiche di destra e si dimentica di essere se stessa. Sul finale ci dirà in una frase che significa per la sinistra essere se stessa: “La sinistra può prosperare solo se radicata nella critica scientifica del capitalismo, nell’internazionalismo del lavoro, in una rinnovata idea prometeica di modernità e di progresso sociale e civile.

In effetti si tratta di una visione molto tradizionale dell’ispirazione centrale della sinistra di derivazione marxista, che si autocomprende come radicalizzazione e completamento dell’illuminismo e dello scientismo sette-ottocentesco. Però “Rinnovare” una idea “prometeica”, a chi si è formato, o ha anche solo incontrato, la cultura filosofica e di critica sociale del novecento, è frase che non si lascia leggere senza qualche attenzione e distinzione.

Ma Brancaccio non è certo un filosofo, dunque per ora lasciamo questo piano e torniamo sull’economia (anche se qui il piano dirimente è politico): perché avere dubbi sull’apertura “internazionalista” del lavoro, ovvero sulla piena fluidità degli spostamenti dei lavoratori (qui, attenzione, non si parla affatto di richiedenti asilo, che dall’epoca della Convezione sui Rifugiati del 1951, sono tutelati e non possono essere respinti in un paese nel quale sarebbero a rischio), sarebbe semplicemente “xenofobia”, magari ben mascherata? Secondo l’argomentazione prodotta in questo articolo il motivo è essenzialmente che non corrisponde ai fatti del mondo (ovvero che la limitazione non fa male, o che l’apertura fa bene). Ma leggendo altri interventi, come di seguito faremo, si vede che qualche corrispondenza l’ha. Dunque il tema è un altro: il tema esiste, ma è pericoloso, non dovrebbe essere quello sul quale giocare la battaglia dell’egemonia in quanto il vero tema sono i capitali. Ci torniamo.

A supporto dell’implicita affermazione forte che l’immigrazione non ha effetti (che, altrimenti, oltre alla xenofobia -ovvero all’emozione irrazionale ed alla coscienza corrotta- ci sarebbe anche la razionalità come possibile spiegazione), in questo articolo Brancaccio porta una scheletrica confutazione della “pretesa che gli immigrati contribuirebbero ad abbassare i salati e le condizioni di vita dei lavoratori nativi”. Ovvero dell’affermazione che insieme ad altri fattori anche singolarmente più rilevanti (come la libertà di movimento di capitali e merci) l’indiscriminata attrazione di lavoratori deboli immigrati contribuisca ad abbassare i salari ed anche le condizioni al contorno non salariali (ovvero le condizioni di lavoro e le altre protezioni) almeno di alcune sezioni dei lavoratori nativi. Affermazione che, come ricorda è stata in alcune occasioni avanzata anche da Corbyn e Sanders, oltre che da Melenchon.

Tutto ciò appare strano, perché come abbiamo già detto in alcune altre occasioni lo stesso Brancaccio aveva ammesso il punto (certo, a rovescio, per così dire), ma ora solo dirlo è direttamente “emulazione” e cedere ad una “tentazione”. Ora invece tutto ciò è semplicemente falso; infatti: “a nulla valgono le evidenze scientifiche sull’assenza di legami causali tra immigrazione e criminalità e sui controversi e modesti effetti dei flussi migratori sulle dinamiche salariali. Considerato che anche la tesi opposta secondo cui gli immigrati sarebbero essenziali per la sostenibilità del sistema previdenziale presenta varie inconsistenze logiche ed empiriche, si deve giungere alla conclusione che a sinistra in tema di migrazioni non si fa che saltare da una mistificazione all’altra”.

Questo è il cuore tecnico dell’argomento economico di Brancaccio, dunque leggiamolo con calma. Ci sono, per l’autore, non meglio precisate “evidenze scientifiche” che individuano due cose distinte che restano in qualche modo confuse nello sviluppo del testo: l’assenza di legami causali tra immigrazione e criminalità e la presenza di effetti dei flussi migratori sulle dinamiche salariali, ma il loro carattere complessivamente modesto e controverso (per alcuni positivi, per altri negativi). Scritto così suona diverso, vero?
Suona ancora diverso se si prova ad uscire dall’effetto del pollo e ci si chiede per chi è modesto, per chi è significativo, quindi per chi è positivo (ad esempio per chi ha bisogno di un domestico, o di un operaio, e li vuole pagare di meno), per chi è negativo (ad esempio per chi è un domestico o un operaio, e deve abbassare le proprie assurde pretese, ovvero, come dice Boeri ed altri, non vuole più fare quei lavori – a quel prezzo-). Suona cioè diverso se si fa caso a come si concentrano gli effetti.

Ma qui, a fare distinzioni, per Brancaccio, si “sta a guinzaglio”. Meglio quindi chiudere il lupo dentro la stalla che riconoscere che c’è.

Eppure ci sono economisti famosi, certamente non privi della capacità di analizzare i dati, come l’ultimo Stiglitz che dicono esserci “più di un fondo di verità” nella relazione tra immigrazione e riduzione della forza contrattuale (e quindi salariale) dei lavoratori nell’occidente industrializzato. L’economia mainstream sostiene che l’apertura dei commerci e della forza lavoro, dato che le persone sono reinserite in ambienti molto più produttivi, e per una serie di effetti di sostituzione in sequenza che ben funzionano nei modelli matematici senza attrito della disciplina, produce un miglioramento complessivo di utilità; ovvero, sostiene, che si ottiene più ricchezza. Certo, la stessa economia, come Stiglitz ricorda, dice anche che questa ricchezza si produce su alcuni e non su altri (ad esempio va come maggior utile agli imprenditori, e maggior reddito agli immigrati, data la loro base molto bassa, ma, contemporaneamente va come minor reddito a chi a quel prezzo non può più lavorare).
È esattamente lo stesso meccanismo del libero commercio. E come questo nello spazio astratto dei modelli ha una facile soluzione: si toglie a chi guadagna e si dà a chi perde. L’idea è tanto semplice da sembrare, come molte della disciplina economica, infantile: se ad esempio per produrre un bene avevo una distribuzione 3/7 tra imprenditore (tra profitto e sostituzione beni capitali) e lavoro, e introduco un lavoro più efficiente, che può produrre il bene con 4 unità di remunerazione avrò ora 6/4, oppure potrò produrre 1,3 beni (lasciando il rapporto tra 3 e 4, ovvero impegnano solo 7 unità di remunerazione per produrre il bene). Certo, chi lavora prima aveva 7 ed ora ha 4, ma sono persone diverse, in realtà chi aveva 7 ora ha 0 e chi aveva 0 ora ha 4 (semplifichiamo). Posso, dunque, prelevare dall’imprenditore una parte del surplus, qualificandolo come “sociale”, e spenderlo per consentire a chi aveva perso di riqualificarsi e spostarsi su un segmento superiore di produttività, e quindi remunerazione. In altre parole, prelevo 2 unità di profitto, delle 3 liberate, e le utilizzo per politiche di formazione, ampliamento del welfare, politiche industriali, ricerca: tutte cose che rendono più efficiente la società.

Ovvero se introduco nuova forza lavoro più economica ho un surplus complessivo che mi consente di investire in efficientizzazione del sistema economico e sociale, cosa che alla fine va a vantaggio di tutti.

Bella la teoria, vero?

Quale la pratica? Che i profitti sono invece accompagnati da riduzione delle tasse alle imprese, da indebolimento dei sistemi di controllo, che altrimenti il sistema diventa meno competitivo, e da smantellamento accelerato del welfare (che, tanto, non funziona più).

Allora, se non si cambia tutto il sistema economico (cosa che Brancaccio in effetti non si stanca di chiedere), come funziona la cosa? Come funziona se, mentre si aumenta progressivamente la competizione sul lavoro, sia attraverso l’apertura del commercio sia attraverso l’apertura dei flussi di lavoratori di sostituzione, si riduce la redistribuzione (sotto la spinta della cosiddetta “austerità”)? Lo ricorda Stiglitz: “con curve discendenti della domanda (il caso abituale), un incremento dell’offerta porta normalmente a un prezzo di equilibrio più basso. Sui mercati del lavoro questo significa che un afflusso di lavoratori dequalificati porta a una diminuzione dei salari. e quando i salari non possono scendere oltre, o non vengono diminuiti, ne consegue una maggiore disoccupazione” (p.347).

Sarà anche un effetto “modesto” (ma non è controverso), ma è necessario? E, soprattutto, quanto è modesto su chiE dove? La verità è che, magari non a Benevento (che ha un’economia piuttosto chiusa e dipendente da un’agricoltura piuttosto ricca, vinicola, e da lavoro pubblico), ma in generale, “l’onere ricade tutto sulle spalle di chi è meno equipaggiato a sostenerlo” (Stiglitz, p.348).
Non è questo un problema per la sinistra?

Dirlo significa imitare Salvini? Io credo, sinceramente, di no. Anche se è vero che, nei luoghi in cui è radicata sono decenni, sono i ceti popolari, a bassa scolarizzazione e relativamente deboli sul mercato del lavoro, ovvero chi è “meno equipaggiato”, a sentirsi rappresentati dalla Lega Nord, mentre la sinistra si radica nei quartieri borghesi e in alcune nicchie specifiche.

Siamo tornati molte volte sul tema, e altre lo faremo, dunque non credo utile ora accumulare altri argomenti sulla rilevanza del fenomeno (che, certo, si accompagna a molti altri, anche singolarmente molto più forti), ma qui mi pare interessante chiedersi perché oggi prenda questa posizione lo stesso autore che nel 2013, ad esempio, scrive che nelle condizioni di piena mobilità dei capitali, i lavoratori nativi non possono che perdere e “saranno costretti a ripartire con gli immigrati una parte residuale della produzione”. Ripartire, dunque, una quota calante di reddito socialmente disponibile (i 10 dell’esempio), sapendo che “questa ripartizione del residuo evidentemente rischia di scatenare la più classica guerra tra poveri, specialmente in una fase in cui la produzione cade o ristagna”. L’articolo del 2013 è interessante, perché qui Brancaccio si riconosce meglio:
    .      nega recisamente che l’immigrazione sia “indispensabile alla nostra economia”,
    .      e che “aiuti il sistema previdenziale”.
    .      Rivendica l’appartenenza di queste affermazioni al sistema logico neoclassico, per il quale in effetti “la disoccupazione non esiste” e in conseguenza “l’immigrato contribuisce automaticamente alla crescita del prodotto sociale”, oppure che “i mercati del lavoro sarebbero segmentati, per cui il lavoro svolto dagli immigrati sarebbe complementare e non si sostituirebbe mai a quello dei nativi”.
Afferma che “in condizioni di libera circolazione dei capitali – e di relativo smantellamento della produzione pubblica – non è certo la volontà dei singoli ma è il meccanismo di riproduzione capitalistica, con la sua instabilità e le sue crisi, che decide della distribuzione, della composizione e del livello della produzione e dell’occupazione”, dunque che “l’immigrato non costituisce di per sé un fattore di crescita della ricchezza. Piuttosto, è la dinamica capitalistica a determinare il suo destino, ossia il suo impiego in aggiunta oppure in sostituzione – e quindi in competizione – con i lavoratori nativi”.

Il lavoratore immigrato è dunque in competizione con i lavoratori nativi, Brancaccio dixit.

Ancora, e più chiaramente: “Bisognerebbe insomma guardare in faccia la realtà, e abbandonare sia gli alibi della teoria dominante sia le fantasiose rappresentazioni del conflitto suggerite dagli ultimi epigoni del negrismo. Il migrante, infatti, non rappresenta necessariamente né una ‘forza produttiva’ né una ‘forza complementare’ né tantomeno una ‘forza sovversiva’, ma può al contrario rivelarsi, suo malgrado, uno strumento di repressione delle rivendicazioni sociali”.

Come esce il nostro da questa contraddizione? Con una svolta a sinistra, ovviamente: ciò che bisogna fare è “arrestare i capitali”, se si vuole “liberare i migranti”. Insomma, il problema è ben altro.

Più che giusto, il “labour standard sulla moneta”, che altrove aveva proposto sarebbe utile e forse decisivo, ma nel frattempo?

Ci teniamo solo la “rinnovata idea prometeica di modernità e di progresso sociale e civile”?

Per troppi non è sufficiente.

Io credo che, rifiutando il ricatto morale implicitamente proposto da Brancaccio (non si è necessariamente xenofobi se si riconosce il vero), occorre distinguere e procedere per grado di urgenza:
    .      Bisogna salvare chiunque è a rischio di vita, sempre e indiscriminatamente;
    .      Rispettare il diritto di asilo e la clausola di non-refoulement;
   .      Ma riuscire a farlo senza far crescere la pompa idrovora che sta svuotando, letteralmente, le periferie del mondoper riempire le nostre. Ogni periferia (termine che prendo qui principalmente sotto il profilo della posizione rispetto al processo di produzione e riproduzione sociale), è da considerarsi sul piano morale eguale quanto ai suoi intrinseci diritti e dignità, ma resta il fatto che, come quando si alimenta un'industria dei rapimenti remunerandola, il processo è rafforzato dalla riduzione dei suoi relativi costi di produzione.
   .  Dunque bisogna operare sui due corni, riducendo la domanda di lavoro servile ed agile da noi, e riducendo il bisogno di prestarvisi da loro. Ogni altra strategia è semplicemente utile a potenziare il fenomeno (ed in ultima analisi a fare più morti).

Per me dunque la mia posizione si può riassumere così:
1.      bisogna togliere l'interesse privato dalla tratta dei corpi delle persone che, a torto o a ragione, vogliono venire in occidente, ovunque si annidi;
2.      bisogna ripristinare la legalità che è la prima condizione perché i diritti non siano svuotati e la sovranità annullata; bisogna dunque che tutti siano tratti in salvo, se sono anche solo in potenziale pericolo, direttamente dalle autorità pubbliche o da chi opera per esse. In questo modo il fenomeno sarà ricondotto a più ragionevoli dimensioni, evitando che ci sia qualcuno che guadagna dal suo potenziamento.
3.      bisogna che chi decidiamo democraticamente di poter accogliere (e sono moltissimi), sia integrato nel modo più rapido ed efficiente possibile, in modo che non sia sfruttato a danno degli altri lavoratori deboli in forme odiose di dumping sociale di cui gli immigrati sono esclusivamente vittime;
4.      in generale bisogna che la competizione per il lavoro non sia al massimo ribasso, ma si svolga in un quadro di decenza (ovvero con salari minimi adeguati, “eguale salario ad eguale lavoro”, feroce repressione degli abusi, e finanche lavoro di ultima istanza, per tutti, garantito dallo Stato).

Fino a che queste condizioni (che, certo, presumono anche nuovi controlli su capitali e scambi di merci), non saranno implementate, bisognerà operare come si può, un passo alla volta. Quel che vorrei solo sottolineare è che non si possono aiutare gli ultimi ad esclusivo danno dei penultimi (e di chi rimane a casa), dalla guerra tra poveri guadagnerebbero solo i soliti noti (di cui, se guardiamo bene, potremmo fare parte).

Neppure con la scusa che altrimenti si favorisce Salvini, o chi per lui.


Continua »

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venerdì 18 agosto 2017

IN DIFESA DEL MARXISMO di Dino Greco

[ 18 agosto 2017 ]

Dino Greco sottopone ad esame critico il breve saggio Sinistra transgenica pubblicato giorni or sono su SOLLEVAZIONE.
Fedeli alla massima che per cambiare occorre agire, ma prima di agire occorre pensare, siamo ben lieti di consegnare la critica di Dino ai nostri lettori. 




Cari compagni,

scusandomi per l’eccessivo schematismo provo a mettere in fila alcune considerazioni sul breve ma importante saggio di Moreno Pasquinelli, “Sinistra transgenica”, che mi pare contenga il nocciolo duro, il fondamento teorico e il presupposto politico della Confederazione per la Liberazione Nazionale (CLN).

Rovesciando l’ordine del discorso di Moreno, comincio dal tema “cruciale” che per me come per voi è il progetto su cui far nascere una soggettività sociale e politica capace di mettere sul serio (e non per finta) in discussione l’ordine delle cose presente.

Quella che nella vulgata corrente, per uno di quei paradossi che la storia talvolta ci riserva, continua a chiamarsi (e ad essere chiamata) sinistra, credo abbia da tempo superato lo stadio della manipolazione transgenica.
Qui si è perfettamente compiuta una totale mutazione.
Del ceppo originario non vi è più la ben che minima traccia. Questo è talmente vero che le classi dominanti usano la “destra” e la “sinistra” politica indifferentemente, solo in base a calcoli di convenienza.
Possiamo tranquillamente definirle “destra e sinistra del capitale”.

La tua ricostruzione/decostruzione dell’ideologia progressista, (dalla rinunzia a rovesciare i rapporti di proprietà capitalistici per sostituirvi la mitologia della crescita, all’infatuazione per la sola rivoluzione di cui si può parlare, quella tecnologica, all’astratta declamazione di diritti e valori, in un mondo in cui non esistono più classi, ma solo individui in reciproca concorrenza) non fa una grinza.

Ne deriva che non soltanto il Pd, ma anche i suoi transfughi, di qualunque genia e provenienza, del tutto interni a questa ideologia e – diciamolo – avvinti agli interessi di cui sono espressione, sono per noi come la peronospora per la vite. Igiene mentale, prima che politico, impone che da costoro ci si tenga lontani come da una malattia infettiva.

Quella che invece chiami (e per comodità chiamiamo) la “sinistra radicale”, essa vive davvero, nella sua caleidoscopica frantumazione, un processo di straniamento, essendo il frutto svergolo di un sincretismo culturale che ha fuso in un mix incoerente teorie o pezzi di teorie le più varie, spesso ridotte a vuoti catechismi e a imparaticci ideologici, che mentre hanno svuotato di potenzialità euristica la potente elaborazione dei classici, non hanno saputo dotarsi della strumentazione critica indispensabile per decifrare la struttura complessa del mondo moderno, con categorie non già  bell’e pronte, ma da elaborare analizzando la mutata realtà, come Marx ha sempre raccomandato di fare e come i grandi rivoluzionari, da Lenin a Mao a Gramsci hanno fatto. Solo quando si è conquistato questo bagaglio critico si è potuto tentare di cambiare il mondo e non – parafrasando Marx - solo “le frasi” di questo mondo.

Ebbene, la “sinistra radicale” oscilla dalla recita stucchevole di improbabili vangeli all’improvvisazione che la rende succube e dunque vittima di altrui ideologie e di interessi sociali ben più consapevoli di sé.

L’approdo ad un ingenuo globalismo cosmopolita, la credenza che “porsi al livello del capitale” significhi collocarsi sul terreno da esso scelto per riaffermare il proprio dominio, l’idea che battersi per riconquistare la sovranità popolare, nazionale, non rappresenti che una gravissima capitolazione nei confronti dello sciovinismo nazionalistico della destra fascistizzante, la credenza che il potere – esso sì sovrano – dell’oligarchia capitalistica europea sia contendibile non mettendo in discussione l’architettura monetaristica che ne rappresenta l’instrumentum regni, dicono di quanto carente sia la comprensione di cosa sia la formazione economico-sociale europea, il “blocco storico” che ad essa ha dato vita. E, soprattutto, di quale strategia, essa sì radicale, si debba costruire per abbattere il mostro e per tornare a parlare a quei proletari, a quelle masse diseredate di cui ci si erige, senza sense of humor, a rappresentanti.

Una strategia di patriottismo costituzionale, che ridia significato alla seconda parte dell’articolo 1 (“La sovranità appartiene al popolo”), sorretta da un solido impianto programmatico di classe, è ciò di cui ha bisogno come l’aria la sola sinistra che si può fregiare di questo nome. Il resto sono solo giaculatorie al vento che lasciano il tempo che trovano.

Per quanto riguarda la prima parte del lavoro di Moreno, quella che si riferisce al “teorema fondazionale”, più precisamente al pensiero di Marx, mi permetto qualche sommaria osservazione.

Ogni autore, persino il più lungimirante e acuto – e dio sa quanto Marx lo sia stato – è figlio del suo tempo.
Anche il Moro, malgrado la stupefacente potenza innovativa del suo pensiero, non è immune da condizionamenti culturali (la vulgata positivista, l’evoluzionismo darwiniano, ecc.), ma gli faremmo un torto grave se gli intestassimo una sorta di filosofia della storia, una cosmologia sociale che vaticina l’immancabile trionfo del comunismo e l’uscita dalla preistoria della società umana.

La famosa “Prefazione a per la critica dell’economia politica” del 1859 è stata spesso usata come la prova regina, come la ‘pistola fumante’ che inchioderebbe Marx e ne farebbe il mandante morale del meccanicismo secondo-internazionalista:

“Una formazione sociale non perisce finché si siano sviluppate tutte le forze produttive a cui può dare corso; nuovi e superiori rapporti di produzione non subentrano mai, prima che siano maturate in seno alla vecchia società le condizioni materiali della loro esistenza”.

In realtà, tutta l’imponente opera di Marx, vista nel suo insieme, dalle opere filosofiche giovanili (pensa a quell’autentico giacimento teorico condensato nelle due paginette che hanno per titolo “Tesi su Feuerbach”) fino alle opere più mature, non è che la confutazione del materialismo meccanicistico, del soggettivismo idealistico e di ogni escatologismo rivoluzionario.

In Marx non c’è nessuna torsione deterministica.
Marx è un pensatore dialettico. Egli ritiene che date determinate condizioni si dia la possibilità di un’azione rivoluzionaria, non la necessità di essa.
L’interazione reciproca fra struttura e sovrastruttura, fra realtà oggettiva e soggetto che operando consapevolmente forza la situazione data è sempre presente in Marx.
Non si capirebbe altrimenti perché egli abbia dedicato l’intera sua vita alla costruzione del partito rivoluzionario.

Lenin rovescia il paradigma (la gramsciana “rivoluzione contro il Capitale”) e applica il suo straordinario genio tattico ad un processo di trasformazione rivoluzionaria nel punto d’Europa in cui il capitalismo è meno sviluppato, immaginando (vale la pena sottolinearlo) che di lì a poco la rivoluzione avrebbe infiammato l’Italia e la Germania e stramazzando di fronte alla successiva constatazione che la Russia sarebbe rimasta sola.

Chiedo: è lecito pensare che l’arretratezza dello sviluppo delle forze produttive e l’inesistenza di un’esperienza di democrazia borghese in quel paese (si passa d'emblée dall’autocrazia semifeudale zarista al socialismo) abbiano fortemente segnato di sé la storia successiva, i tratti dell’esperimento profano, come lo ha definito Rita Di Leo, e segnato, per così dire, una rivincita del Capitale sulla rivoluzione?

A scanso di fraintendimenti: io credo che (al di là di ogni ricostruzione controfattuale di quell’evento epocale) noi dovremo essere eternamente grati a quel pugno di uomini e di donne che hanno provato a scrivere un’altra Storia.

Allo stesso modo, penso che la lezione di Lenin e quella dei Quaderni del carcere di Gramsci sulle ragioni della storica subalternità del proletariato italiano alle classi dominanti e sulle condizioni per una rivoluzione in Occidente - oggi totalmente rimosse anche a causa del drammatico analfabetismo politico che regna sovrano nell’arcipelago comunista - dovrebbero essere ritrascinate a forza nel dibattito politico, insieme al tema centrale della nazione e dello Stato, trattati, per una clamorosa amnesia politica, come cani morti.

Ciò avviene proprio in quanto non si mette più a tema la concreta analisi di come, con quali forze, con quali alleanze, con quale attrezzatura culturale e programmatica organizzare la una seria lotta politica (compresi gli appuntamenti elettorali, purché questi non si trasformino nel feticcio che la sinistra “radicale” tenta di esorcizzare rimanendone poi sistematicamente vittima, in forme che nel tempo hanno prodotto un discreto effetto comico).

Ora, se quella che chiamavamo “classe operaia centrale” si è quantitativamente alquanto prosciugata, mentre se n’è andata evaporando la “coscienza di sé”, da trent’anni a questa parte demolita a colpi di piccone (con il contributo complice del sindacato la cui degenerazione è stata speculare a quella della sinistra post-comunista) è tuttavia aumentato fortemente l’esercito proletario, l’area vasta di coloro che sono oggetto, in varie forme e modalità, dello sfruttamento che estrae dal loro lavoro plusvalore assoluto.

Questo è il nostro démos, oggi balacanizzato e senza guida, a cui offrire una prospettiva, un progetto di riscatto, una ideologia che lo renda coeso, una credibile strategia nella quale identificarsi e per cui tornare a combattere, qui ed ora.

Dovremo farlo nelle forme possibili, con il tanto di coraggio necessario (che non è spregiudicato avventurismo), evitando di rimettere in circolo, nella sinistra che tenta di rinascere, tossine letali.
Dino Greco

Ancora un paio di cose.

La prima.
Quando Moreno parla del processo di americanizzazione che ha snaturato la sinistra storica (del Pci, per intenderci), aprendola ad una progressiva metamorfosi, una sorta di “fuga nell’opposto”, per raccontarla con linguaggio meta-psicanalitico, dice cose vere ma compie un passo della gamba - almeno a me pare - troppo veloce.

So bene che l’uovo del serpente maturava lì dentro.
Ho vissuto personalmente e drammaticamente quella fase, la feroce lotta interna che si svolse nel partito.
Potrei persino indicare le rotture di faglia fondamentali che ne hanno sviato il percorso (una per tutte, a mio avviso la più dirompente: l’XI congresso del ’66, con la vittoria di Amendola e l’abbandono – sebbene mai apertamente dichiarato – della necessità di riforme che intervengano sui rapporti di proprietà, come scritto nel titolo III della Costituzione, non a caso oggetto di un durissimo scontro nel dibattito della Costituente del ’47 la cui attualità dovremmo ricordare).

Insomma, il processo va descritto meglio, in tutti i suoi aspetti, senza semplificazioni o salti arbitrari, non solo per dare a Cesare quel che è di Cesare, ma per capire bene cosa è successo e perché e quale utilità possiamo trarre da un’analisi seria della sinistra italiana dal ’48, dalla promulgazione della Costituzione, alla definitiva liquidazione del Pci.

Questo aiuterebbe a capire proprio perché è da lì, da quella Costituzione, che bisogna riprendere il cammino, senza sconti per nessuno. Con buona pace di coloro che pensano che essa sia un mediocre compromesso borghese e che non vale la pena di impegnarsi per meno della rivoluzione.

La seconda, ovvero, la questione migrante, che ha molte facce e che non si riduce alla questione dell’accoglienza dei profughi.

Ora, Moreno polemizza contro l’accoglienza indiscriminata, ma allora bisognerebbe capire come, con quali risposte e quali politiche si affronta l’esodo consistente (sebbene non di massa come si racconta) che è in corso.
Perché l’esodo, prodotto – per dirlo con una formula sommaria - dei disastri del neo-colonialismo che l’Occidente continua a scatenare, non si ferma.

L’Italia (come l’Europa) lo risolve sostanzialmente – al netto cioè delle chiacchiere pseudo-umanitarie – con i lager, in Libia come in Turchia, come qui da noi.

Se l’approdo naturale degli sbarchi non fossero le nostre coste il nostro governo si comporterebbe esattamente come la Francia, come l’Austria e compagnia cantante.

Parzialmente diverso l’atteggiamento della Germania, ma soltanto perché di fronte a un tasso di disoccupazione frizionale i padroni sanno di dovere rimpiazzare diversi milioni di lavoratori che entro pochi anni usciranno dal mercato del lavoro. E il ricambio autoctono non è sufficiente.
Soltanto per questo Frau Merkel resiste alla crociata xenofoba interna e obbedisce alla richiesta di apertura alla migrazione che viene dalla Confindustria tedesca.
Non un’accoglienza indiscriminata, però: Siriani sì (in quanto più colti e più pronti ad entrare nel circuito produttivo), Iracheni e Sub-Sahariani no.

Quanto al noto refrain, “aiutiamoli a casa loro”, esso rappresenta l’apoteosi dell’ipocrisia perché non c’è nessuno che vi creda, a partire da chi ne fa un uso propagandistico.

Tornando alla vexata quaestio, chiedo a Moreno: in cosa consiste l’accoglienza “discriminata”?

Permettetemi un ricordo.
Nella mia esperienza di sindacalista, quando dirigevo la Camera del lavoro di Brescia, una delle più entusiasmanti esperienze di lotta di classe fu quella che si sviluppò nel 2000 intorno alla richiesta di permesso di soggiorno di migliaia di lavoratori immigrati venuti, come quasi tutti, clandestinamente nel nostro paese e utilizzati “in nero” nell’apparato produttivo bresciano: Senegalesi e Ghanesi in siderurgia, Pakistani nei macelli e nelle aziende alimentari, Indiani Sick nelle stalle industriali, Cinesi nell’indotto delle confezioni in serie.

Non vi fu all’origine nessuna intenzione di realizzare una sorta di mistica culturale, un melting pot fra diverse etnie: il miracolo lo fece la lotta di classe, che per mesi unì i capi delle diverse comunità con i quadri italiani delle maggiori e più combattive fabbriche bresciane, Cgil e centri sociali.

Piazza della Loggia fu occupata per un mese, tenemmo in scacco la polizia che non riuscì ad attuare l’ordine di sgombero del ministero degli interni (c’era il centro-sinistra e titolare del dicastero era il ministro Bianco), si impegnò il recalcitrante governo della città, anch’esso di centro-sinistra, in un confronto permanente, l’intera società bresciana ne fu profondamente scossa.
Vincemmo. Quella lotta straordinaria, che dissolse come neve al sole tutti i pregiudizi e tutti luoghi comuni, culminò con un viaggio in pullman da Brescia a Roma, in pieno Giubileo, sfidando la “zona rossa” che portava al Viminale, squarciando persino l’ostinato silenzio dei media, per imporre la concessione dei permessi di soggiorno.
Ne dovettero concedere 5 mila, consegnati, nella stessa piazza epicentro della lotta, direttamente dai protagonisti di quella battaglia al ritmo di 500 al giorno.
La lotta ebbe come conclusione simbolica la “manifestazione delle rose”, così passata nella memoria collettiva perché i migranti, in particolare le donne, donarono ai passanti, taluni increduli, altri sorridenti, migliaia di rose rosse.
Fu quello il momento di inabissamento della Lega nord che per molto tempo non riuscì più a guadagnare ascolto.

Come Camera del lavoro di Brescia pubblicammo unistant book per ricostruire la storia di quella vicenda, fatto da 5 interviste ad altrettanti migranti che di quella epopea furono i protagonisti e da una bellissima documentazione fotografica.

La morale di questo breve raccontino è che se c’è in campo una soggettività politica e sindacale forte riesci a tenere insieme tutto, puoi dare a tutti, migranti e non, risposte convincenti e non contraddittorie. E la convinzione di un destino comune o di nessun destino si rafforza.
Dove invece la soggettività politico-sindacale latita si scatena inesorabilmente la lotta fra poveri, portatrice di mille e ancora mille divisioni di cui si pasce il potere costituto.
Ma è data un’alternativa?
Continuiamo a discuterne.



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ITALIANI, POPOLO DI PECORONI? di Luca Massimo Climati

[ 18 agosto 2017 ]

L’esercito vigliacco e presuntuoso degli “auto-razzisti”
Un triste mantra accomuna i radical chic ed i finti coatti da bar dello sport, che poi sono due facce della stessa regressione barbarica.

La loro irricevibile sentenza empirica, ci descrive e consegna un popolo di presunti pecoroni, incapace di ribellarsi-sollevarsi: quello degli “Italioti, razza dannata!”.

Come se tutti gli altri Popoli, a prescindere dalle oggettive condizioni, naturalmente a-sincroniche di sviluppo, cultura e storia, fossero tutti più portati all’eroismo o quantomeno ad avere un minimo senso civico o di appartenenza o comune senso di giustizia.

Se riflettiamo un attimo sul numero di commentatori sputacchianti sul popolo italiano e la loro magnifica diffusione, ne verrebbe fuori un vero e proprio esercito di potenziali militanti, capace di spazzare via, se unito, qualsiasi nemico reazionario o corrotto, che vanifichi i loro desiderata e cambiamenti …da chiacchiere e distintivi.

Invece no: nulla cambia, i loro commenti fluidificano e battono il tempo dei nostri problemi come una noiosa messa cantata coralmente.

In fondo è un alibi perfetto, gattopardesco e fancazzista: affinchè nulla cambi, bisogna rendere nulla l’evoluzione storica, sociale e culturale. Sottoscrivere rivoluzioni galattiche, super-internazionalismi ed anti-capitalismi, mai masticabili per colpa di quei pezzenti degli “italioti”…..quindi meglio starsene a casa, ad inviare mail narcisiste ed atomizzate o ad emettere inutili sentenze.

C’è qualcosa di profondamente “razzista” e “super-omista”, diciamolo, chiaramente fascistoide nel loro pensiero da bancarella: il disprezzo delle masse e la presunzione di avere capito tutto, dall’alto di una esperienza parziale-settoriale-provinciale (senza offesa per chi sia oggettivamente abitante in centri minori) e dalle probabili prime fregature ricevute nel duro cammino della Liberazione.

“Loro hanno capito tutto”… la colpa è degli esseri inferiori che non permettono che le loro idee superiori per investimento divino o di razza eletta, possano applicarsi. Essi proiettano nell’Iperuranio un cinquantuno per cento irraggiungibile, per colpa o degli idioti che credono alle chiacchiere degli imbonitori o di chi si vende per un piatto di lenticchie.

Il loro idealismo però si muta in cinismo, dal momento che se ne guardano bene dal domandarsi il vero perché delle cose, come mai e quale consolidamento di sfiducia porti la loro disprezzata plebe italiota a preferire l’uovo subito piuttosto della gallina invisibile.

Il razzista vero disprezza il Popolo, la gente: non possiede sentimenti di empatia o di pietas: è la vergognosa monade o la nullità atomizzata che giudica e corregge gli errori con la doppia matita colorata, ma non ne cura causa ed effetti.

Se non si hanno sentimenti genuini di amore per gli esseri umani, percependo la sofferenza e l’ingiustizia nelle loro vite, ascoltandone il sibilo e il dolce suono delle sane aspirazioni, non si può aspirare ad un processo rivoluzionario o di minimo positivo cambiamento.

Sono oramai troppi coloro i quali si appellano alla presunta impossibilità del Popolo Italiano alla propria legittima Rivoluzione, per la quale si può decidere scientemente di destinare tutta una vita, illusioni perdute e sconfitte comprese. In questo caso la scelta è tutta vostra, cari censori degli “Italioti”, ma ve ne guardate forse da tali fatiche, o meglio RESPONSABILITÀ.

Invece di emettere sentenze da bar dello sport, studiatevi la storia, ma soprattutto prima impegnatevi e date un senso alla vostra probabilmente inutile ed invisibile esistenza o linea di galleggiamento, su questi mari nostri.

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giovedì 17 agosto 2017

VACCINI, SCIENZA E MACCHINA MEDIATICA di Sandro Arcais

E alla fine hanno ottenuto il loro decreto urgente in assenza di urgenza. La vicenda è emblematica, cristallinamente rappresentativa del saldo intreccio di interessi internazionali, piccoli e grandi, che presiede al governo mondiale, della macchina mediatica che lo copre e ne è strumento e che gli permette di governare “democraticamente” (almeno nei paesi occidentali), della trasformazione della scienza e dei suoi metodi in dogmatismo.

La scienza trasformata in dogma

Pochi giorni fa, esattamente il 29 luglio, il Consiglio direttivo nazionale della Società Italiana di Psiconeuroendocrinoimmunologia (SIPNEI) ha reso pubblico un comunicato ufficiale in cui prende posizione sul decreto legge sull’obbligo vaccinale e sul dibattito da esso suscitato. Subito dopo il riconoscimento che è
un dato oggettivo che i vaccini siano una risorsa di prevenzione sanitaria assolutamente preziosa
il documento afferma chiaramente che
La decisione governativa di estendere l’obbligatorietà delle vaccinazioni … non regge ad un esame ravvicinato dei dati e delle premesse su cui si fonda.
La premessa a sostegno dell’urgenza del decreto-legge era una sola, ma declinata in due modi diversi. Il primo modo rimandava alla “verità scientifica” che affermava che per debellare il morbillo definitivamente (perché è stato il morbillo il grimaldello utilizzato dal governo nella battaglia mediatica ingaggiata contro i fautori della libertà di scelta) fosse necessario raggiungere e superare il 95% di bambini vaccinati (la cosiddetta “immunità di gregge”). Il secondo modo rimandava a una ipotetica epidemia di morbillo scoppiata nei primi mesi del 2017.
In riferimento al secondo modo, il documento afferma:
La serie storica dei dati degli ultimi anni e il suo paragone con paesi europei simili, pur senza sottovalutare l’andamento dell’infezione, non confermano l’eccezionalità dell’attuale diffusione del morbillo. Al 16 luglio 2017 (ultimo dato disponibile al momento della redazione di questo documento) si sono registrati 3672 casi1, in tutto il 2013 i casi sono stati di meno (2258), ma nel 2011 sono stati di più (4671). C’è da notare che il massimo della copertura vaccinale si è registrato tra il 2008 e il 2012. (vedi la situazione aggiornata alla prima settimana di agosto)
Il documento passa poi subito a mettere in discussione la premessa generale, cioè che l’immunità di gregge abbia come conseguenza “scientifica” necessaria e automatica il debellamento definitivo del morbillo:
La premessa scientifica, su cui si fonda la decisione dell’estensione dell’obbligatorietà vaccinale, che è costituita dalla cosiddetta “Immunità di gregge”, secondo cui “è necessario raggiungere il 95% della copertura vaccinale per ottenere l’effetto gregge” e cioè la protezione totale della popolazione, presenta molte falle.
L’argomentazione che segue a supporto di tale affermazione è documentata, ricca di dati e ragionamenti rigorosi, ed è soprattutto scientifica nel senso che è confutabile.
La prima falla è che l’immunità di gregge non è necessaria per tutti i vaccini (e quindi, perché renderli obbligatori?). Infatti,
Ci sono vaccini per patologie che non sono trasmissibili da soggetto a soggetto, come il tetano
e altri che
sia per la bassa immunogenicità (che quindi causa una quota rilevante di vaccinati che non rispondono) sia per la scarsa durata dell’immunizzazione anche nei responders, non sono in grado di bloccare la trasmissione dell’agente infettivo.
Ma anche nel caso del morbillo ci sono elementi che mettono in dubbio il totem
dell’immunità di gregge. Il documento presenta al riguardo quattro casi che mettono in dubbio tale verità, o almeno la dovrebbero ridimensionare:
  1. la Cina ha una copertura vaccinale del 97%, eppure sono presenti ancora focolai di morbillo;
  2. la Vallonia, una regione del Belgio con una copertura vaccinale superiore al 95%, ha presentato recentemente un focolaio di morbillo;
  3. nel 2015 e nel 2016 il Portogallo, dove la copertura vaccinale è altissima, era stato dichiarato libero dal morbillo, ma recentemente ha presentato un focolaio di morbillo (stesso discorso vale per gli USA e per la Corea);
  4. un recente studio condotto nella Repubblica Ceca ha rivelato che più del 96% di coloro che avevano contratto il morbillo prima dell’entrata in vigore della vaccinazione presentavano gli anticorpi specifici, a fronte del 61-75% delle persone che erano state vaccinate.
A questi casi aggiungerei una considerazione che ho già posto in evidenza in un precedente post, il fatto cioè che non c’è perfetta coincidenza tra livello di copertura vaccinale e incidenza del morbillo né in Italia.


Tutti questi elementi portano alla conclusione che
 anche il vaccino antimorbillo, con gli anni, tende a perdere la sua efficacia.


Ora, qualcuno dirà che ci vuole ben altro per mettere in dubbio una verità scientifica acquisita (ben altro cosa? acquisita come? da chi? Ma lasciamo perdere queste quisquilie), e ammettiamo pure che l’immunità di gregge sia un obiettivo da raggiungere necessariamente per il bene pubblico. In questo caso si impone la questione se l’obbligo vaccinale sia lo strumento più idoneo per raggiungere e superare il fatidico 95%. Anche in questo caso una semplice ricerca scientifica che ha messo a confronto l’obbligatorietà o meno della vaccinazione con i livelli di vaccinazione stessa afferma qualcosa che mette in dubbio le granitiche certezze degli obbligazionisti:
This comparison cannot confirm any relationship between mandatory vaccination and rates of childhood immunization in the EU/EEA countries.
Peccato, vero? Sembra che appena applichi il rigore della ricerca e discussione scientifica alla questione vaccini tutti i puntelli delle sicumerezze degli obbligazionisti cadano.


Ma andiamo avanti.
La domanda che si impone a questo punto è: perché questi elementi, questi dati, risultato della applicazione del metodo scientifico di indagine, non hanno potuto entrare nella discussione sulla opportunità del decreto-legge? Una primo possibile livello di risposta è nelle motivazioni che hanno indotto gli estensori del documento della SINPEI ad attendere l’esito parlamentare del decreto-legge prima di prendere pubblicamente posizione:
Abbiamo atteso a prendere una posizione, sia come Società scientifica sia come singoli, perché, a nostro avviso, s’è infiammato un dibattito di scarso valore scientifico, tendenzioso e, a tratti, estremamente violento. La responsabilità della bagarre è di chi rifiuta i vaccini tout court con motivazioni extra-scientifiche (“è l’industria che condiziona il governo”) e, talvolta, schiettamente antiscientifiche (“I vaccini causano solo danni alla salute”), ma, lo diciamo con rammarico, è anche di chi avrebbe dovuto collocare la discussione pubblica su un terreno pacato, razionale e confortato da prove.
Istituzioni scientifiche, professionali e singole personalità, con l’amplificazione dei media, hanno dato una pessima prova, adottando un atteggiamento paternalistico, dogmatico e, a un tempo, di allarme sociale, bollando con marchio d’infamia tutti coloro che, anche in sede professionale e scientifica, hanno espresso valutazioni articolate e di merito sui singoli vaccini (efficacia, dinamica, costi-benefici etc.), fino al punto da sottoporre a procedimento disciplinare, conclusosi con la radiazione dagli Albi, alcuni medici critici.
Quello che si nota, a parte un certo fastidioso cerchiobottismo e una altrettanto fastidiosa schifiltoseria, è l’allusione a una generica violenza del dibattito che trova però nel proseguo del testo citato un’unica concretizzazione nel potere politico, medico e mediatico che ha bollato “con marchio d’infamia tutti coloro che … hanno espresso valutazioni articolate e di merito sui singoli vaccini …, fino al punto da sottoporre a procedimento disciplinare, conclusosi con la radiazione dagli Albi, alcuni medici critici”. Insomma, ci voleva molto coraggio personale a esporsi pubblicamente con una posizione critica nei suoi confronti prima della conclusione dell’iter del decreto-legge.
Ma com’è che tutto questo dogmatismo poco scientifico, tutta questa violenza e intimidazione, tutta questa evidente isteria in assenza di reale urgenza non hanno suscitato sospetto e resistenza nell’opinione pubblica, e in particolare in quella parte dell’opinione pubblica più istruita, progressista, di sinistra? Al contrario, l’istruito, progressista di sinistra, spesso, nei social, è stato in prima linea nell’appoggiare il decreto-legge, nel lanciare anatemi, nel combattere l'”oscurantismo medievale” di coloro che si opponevano all’obbligatorietà dei vaccini.
Qui veniamo alla seconda questione.

La macchina mediatica …

… ovvero la presstituta, per usare un neologismo, inventato da Paul Craig Roberts, che funziona benissimo anche per un italiano che non conosce l’inglese. Il fatto è che la maggior parte del “popolo di sinistra” legge La Repubblica delle Banane, e gli altri si costruiscono un’opinione sul Corriere della Serva o sullo Zerbino del Padrone. I più lobotomizzati si fanno asfaltare il cervello (quel poco che gli rimane) dalla tv. Rimangono solo le mamme con figli piccoli, in cui le “viscere” prevalgono sul “cervello”, la preoccupazione sulla manipolazione intimidatoria.
Sul controllo da parte degli spioni inglesi sull’informazione in Italia sin dalla occupazione Alleata del Meridione ha detto una parola definitiva Giovanni Fasanella nel suo Colonia Italia. Sulla dipendenza economica di tutte le maggiori testate italiane dalle banche e quindi dalla finanza ha scritto Luigi Zingales. Sulla vera e propria orchestrazione della campagna di stampa in appoggio del decreto-legge, sull’unisono delle tre maggiori testate, sulla medesima tempistica e vocabolario ho scritto io.
Alla domanda “Che cos’è il mainstream?” Giulietto Chiesa risponde con queste parole:
siamo nella situazione della comunicazione mondiale centralizzata … quello che si vede in superficie sono i proprietari, Murdock, la BBC, la CNN … ma non contano granché. Anche loro sono stati messi su dei binari da un sistema centrale unificato della comunicazione … L’informazione è unificata. Noi tutti, Italiani, Francesi, Tedeschi, siamo immersi in un flusso informativo che viene deciso da un centro, o alcuni centri, molto limitati di persone, i quali determinano l’agenda del giorno … E questa qualche parte [i centri che controllano il flusso informativo] … sono i servizi segreti … L’informazione anglosassone determina tutta l’informazione dell’Occidente e gran parte dell’informazione mondiale. Se tu stai dentro questi binari, vai bene. Se tu esci da questi binari, esci dal giornalismo … mainstream … Se tu stai dentro, tu sei costretto a raccontare bugie … perché loro selezionano i quadri … Questo mainstream è potentissimo, è invalicabile … Ci sono interi uffici che lavorano per nutrire il mainstream di notizie false, di notizie mezze false, di notizie false per un terzo, a seconda dei casi. E queste notizie diventano norma. Ormai nel giornalismo contemporaneo … non c’è più il criterio della verifica delle notizie. (vedi l‘intero video)
Appunto.
Se tutto quanto detto ha un qualche fondamento, la domanda che necessariamente qualsiasi cittadino (cittadino, dico) dovrebbe porsi è: ma come posso fidarmi di questa mastodontica fabbrica del consenso? Come non farmi sfiorare dal dubbio che perseguano uno scopo diverso da quello di informarmi? Come non arrivare all’umile e realistica conclusione che, data l’incommensurabile sproporzione di risorse, conoscenze, competenze e strumenti a disposizione di questa macchina in confronto a quelli a disposizione di un singolo individuo, io sono sempre in pericolo di essere manipolato?
Solo l’energia insopprimibile e “irragionevole” delle viscere materne può opporsi a questa macchina da guerra. Al contrario, lo spocchioso sentimento di superiorità che domina l’elettortipo istruito, progressista e di sinistra (in tutte le sue versioni, anche le più radicali) lo espone ad essere infiocinato dalla macchina manipolatoria mediatica mondiale senza neanche che se ne accorga. È tanto sicuro (l’elettortipo istruito, progressista e di sinistra) del suo senso critico, della sua indipendenza intellettuale, della sua capacità di non farsi influenzare che, abbassando le soglie della vigilanza critica, alla fine si ritrova a pensare pensieri costruiti per lui mentre è convinto che siano farina del suo sacco.
E per oggi è tutto, gente!

* Fonte: Pensieri Provinciali

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