sabato 28 ottobre 2017

CATALOGNA: PARLA LA SINISTRA INDIPENDENTISTA

[ 28 ottobre 2017 ]

Madrid, attivando l'Art, 155 della Costituzione spagnola, ha di fatto commissariato la Catalogna. E' la risposta di Rajoy alla dichiarazione d'indipendenza adottata ieri pomeriggio dalla generalitat, il parlamento catalano.
A favore della dichiarazione d'indipendenza hanno votato i deputati di Junts pel Si e quelli della C.U.P. (Candidatura d’Unitat Popular). 
Al voto di ieri hanno partecipato, votando NO, gli 11 deputati di Sì Que Es Pot —la coalizione catalana vicina a PODEMOS— guidati da Joan Coscubiela. Gli spagnolisti del Partito popolare, i socialisti e Ciudadanos hanno abbandonato l'aula.
Cosa accadrà adesso?
Per farcene un'idea è importante conoscere la strategia della C.U.P. (Candidatura d’Unitat Popular), il movimento più forte della sinistra radicale catalana, stretto alleato di Puigdemont. Qui sotto l'intervista di Andrea Nicastro a Carles Riera i Albert, uno dei leader della C.U.P.

*  *  *


«Anticapitalista, femminista, antisistema, comunista e soprattutto, in queste ore di tensione ad alto voltaggio, indipendentista senza tentennamenti. Il gruppo di Candidatura d’Unitat Popular (Cup) nel Parlament di Barcellona, è compatto nello spingere la Catalogna allo strappo e Carles Riera i Albert, leader tra i più in vista, fa di tutto per far arrivare al president Puigdemont il loro messaggio: «Non si può tradire il referendum, 5 anni di impegni, leggi, mobilitazioni. Siamo assolutamente contrari alla scappatoia di elezioni anticipate, sarebbe un imbroglio alla democrazia. I catalani hanno parlato nel voto dell’1° ottobre e la sovranità popolare va rispettata».

D. Dichiarare l’indipendenza significa giustificare il commissariamento del governo centrale e, probabilmente, far arrestare i membri del governo Puigdemont. Ne vale la pena?

R. «Sì, perché le elezioni non permetterebbero di smuovere lo stallo che ci ha obbligato a scegliere anni fa la via dell’indipendentismo unilaterale. Torneremmo alla stasi di sempre: Barcellona che chiede con il cappello in mano e Madrid che rifiuta. Elezioni anticipate sotto ricatto implicano il ritorno alla cornice legale spagnola nella quale, l’abbiamo visto in 40 anni, non c’è soluzione alla domanda di indipendenza e di Repubblica».

D. Quindi meglio farsi arrestare e perdere anche l’autonomia regionale?
R. «È stupefacente che alcuni politici della maggioranza di Puigdemont non avessero
Carles Riera I Albert, uno dei leader della C.U.P.
previsto né la reazione autoritaria dello Stato spagnolo né la complicità dell’Ue. Noi sappiamo che l’Ue è un club poco democratico di Stati e che la Spagna mantiene istinti dittatoriali. Siamo pronti alle conseguenze delle nostre scelte».

D. Quindi?

R. «Attiveremo un governo di sovranità alternativa gestita dal popolo. L’amministrazione sarà in mano ai municipi e alla società civile».

D. È la rivoluzione.

R. «Sarà un movimento di resistenza non violenta. All’occupazione poliziesca dello Stato spagnolo la Catalogna risponderà con il contropotere popolare dei municipi a cui sarà affidata la gestione della Repubblica».

D. In pratica?

R. «Bisognerà rendere effettiva la legalità repubblicana, difendere i diritti delle persone, fare da ombrello alla violenza dello Stato contro il genocidio culturale della Catalogna e di ri-spagnolizzazione che è in marcia».


D. Come? Con un governo in esilio a Perpignan, in Francia?
R. «La polizia non è stupida, ma la Cup neanche. Non possiamo svelare in anticipo il nostro piano di emergenza. Voglio però dare un avvertimento. Ci risultano dei piani da parte del governo centrale per creare disordini e poi incolparne i movimenti indipendentisti e in particolare noi della Cup. Chiunque ci accusi di qualcosa si convertirà nel primo sospettato».

D. Resistere nei municipi al commissariamento di Madrid rischia di generare scontri.
R. «Non da parte nostra. Da anni portiamo in piazza milioni di persone senza mai un incidente. La nostra è una strategia non violenta. Anche davanti a provocazioni illiberali dello Stato».


Fonte: CORRIERE DELLA SERA del 26 ottobre 2017

venerdì 27 ottobre 2017

CATALOGNA PATATRAC

[ 27 ottobre 2017 ]

ULTIM'ORA
Barcellona. La Generalitat, il parlamento catalano —con 70 voti favorevoli, dieci contro e due astensioni—, ha approvato, la proposta di Junts pel Sì e della CUP che propone di dichiarare l'indipendenza e di aprire un processo costituente in vista della redazione e approvazione della costituzione della nuova repubblica. Nella foto i parlamentari catalani mentre, cantando l'inno nazionale, festaggiano il voto.

Potete leggere QUI la Risoluzione che annuncia l'indipendenza approvata dalla maggioranza della Generalitat. Un testo impeccabile dal punto di vista formale, in classico stile liberal-democratico, poco o niente si sente lo zampino della sinistra radicale della C.U.P (che lo ha approvato). Degno di nota che la Risoluzione sull'indipendenza affermi infatti a chiare lettere, citiamo:
«Manifestiamo la volontà della costruzione di un progetto europeo che rafforzi i diritti sociali e democratici della catalogna, così come l'impegno di applicare, senza soluzione di continuità e in maniera unilaterale, le norme dell'ordinamento giuridico europeo...». 
Leggi: Maastricht, Lisbona, la moneta unica, il Fiscal compact. Non è certo una gran bella roba.

La risposta di Madrid non si è fatta attendere: "Restaureremo la legalità". Con ogni mezzo? Ed a quale prezzo? Sembra di assistere ad una commedia. Solo con la forza, e solo con quella, i catalani potranno ottenere l'indipendenza; altrettanto vale per la monarchia e Rajoy se vogliono davvero impedirla. Speriamo davvero che non vada a finire in tragedia. 
Vedremo...

Nel frattempo Pablo Iglesias, segretario generale di Podemos —alle prese con le dimissioni dalla direzione di Carolina Bescansa, su posizioni anticatalane radicali—, coerente con la posizione già assunta (ieri abbiamo pubblicato le sue SETTE CONSIDERAZIONI SULLA CRISI CATALANA) ha criticato la dichiarazione unilaterale d'indipendenza, sottolineando che essa è "illegale" e "illegittima", e che è un gran servizio a Rajoy e alle destre spagnoliste.  

Iglesias ha ribadito che i secessionisti "hanno avuto un risultato elettorale che dà loro il diritto di governare, non di dichiarare l'indipendenza". Iglesias, al contempo, condanna "la repressione" che si aggrappa alla attuazione dell'articolo 155 della Costituzione e ha insistito sul fatto che la soluzione  passa attraverso un referendum concordato in cui, tra i quesiti ci sia quello per una Spagna multinazionale, repubblicana e federale. 

Da parte sua Irene Montero, portavoce Unidos Podemos nel Congresso e membro del consiglio di Podemos, ha parlato di  "disastro nazionale" e, sulla stessa linea di Iglesias, ha detto che la dichiarazione di indipendenza "non ha alcuna legittimità democratica". "L'80% della popolazione catalana è a favore di un referendum concordato con garanzie". 
Sulla stessa linea il coordinatore federale di UI, Alberto Garzón.

CLAUDIO BORGHI AQUILINI: C'ERA UNA VOLTA L'USCITA DALL'EURO ...

[ 27 ottobre 2017 ]

Sabato scorso, a Roma, si è svolto un convegno dal titolo "L'Interesse nazionale", promosso da Riscossa Italia, Indipendenza e Costituzione e Risorgimento Socialista.
Tra gli ospiti di spicco Claudio Borghi Aquilini, esponente della Lega Nord, molto vicino a Matteo Salvini, compagno di strada di Alberto Bagnai, ammirato da diversi amici a vario titolo sovranisti.

Ebbene, consigliamo vivamente i sovranisti-menopeggisti-votiamo-per-salvini ad ascoltare quanto dice il Borghi Aquilini. Borghi è un milanese, e come milanese, si sa, è pragmatico, anche troppo per quanto ci riguarda. 
Che dice Borghi? Dice in buona sostanza: "lo so che con Berlusconi non si esce dall'euro, ma non ci resta che votare Lega Nord e, dal governo, sperare nell'adozione di qualche palliativo, tipo l'emissione di Bot da parte del ministero del Tesoro", ovvero una sotto-specie di moneta complementare.
Che ne caviamo? Che la batosta della Le Pen in Francia ha spinto la destra no-euro a fare una marcia indietro strategica; che correre dietro alla Lega, è non solo inutile, ma porta alla morte certa del sovranismo costituzionale.
Per cui? Per cui a maggior ragione, vogliamo o no dare ai cittadini la possibilità di trovare sulla scheda un soggetto che affermi in modo netto che l'uscita dall'euro, per quanto non sufficiente, è un passo assolutamente necessario?
I sovranisti battano un colpo. 


MARIO TRONTI, UN BOLSCEVICO IN SENATO? di Moreno Pasquinelli

[ 27 ottobre 2017 ]

Poi dice che i pennivendoli di regime non servono a niente.

Che invece una qualche utilità ce l'abbiano, ce lo mostra Aldo Cazzullo, celebre firma che per il CORRIERE DELLA SERA si arrabatta nel seguire la cronaca politica e parlamentare.

E' grazie a Cazzullo se siamo venuti a sapere delle bizzarrie accadute al Senato mentre il Presidente Grasso, suo malgrado, doveva avallare ben cinque voti di fiducia sulla infame legge elettorale Rosatellum 2.0.

Tra gli interventi pittoreschi Cazzullo ci segnala, in particolare, quello del senatore piddino Mario Tronti [nella foto]. Nella grande caciara scatenatasi in Senato tra un voto di fiducia e l'altro, Tronti ha chiesto la parola ed ha pronunciato, segnalando il centesimo anniversario, un'appassionata apologia della Rivoluzione d'Ottobre e dei bolscevichi che l'han promossa.

Scrive Cazzullo il 24 ottobre:

«Tra i voti segreti respinti e la fiducia chiesta dalla povera e vituperata Finocchiaro, s’avanza l’uomo del momento: il professore operaista Mario Tronti, senatore Pd. Dalle finestre del Senato arrivano gli strepiti dei manifestanti tenuti a bada dai carabinieri, ma sono altri i tumulti che vedono gli occhi di Tronti: "L’anima e le forme è lo splendido titolo di un libro del giovane Lukàcs che esce nel 1911. Era l’anima dell’Europa... Colleghi, lo spirito anticipa sempre la storia .. Il 24 ottobre del 1917, secondo il calendario giuliano, o il 7 novembre, secondo il calendario gregoriano, esplodeva nel mondo la Grande Rivoluzione russa...Soldati, operai, contadini russi, non sparate contro i soldati e i contadini tedeschi, ma voltate i fucili e sparate contro i generali zaristi!... La lucida strategia dei bolscevichi contro i menscevichi era che i comunisti dovevano mettersi alla testa della rivoluzione democratica...».
Il giorno dopo Cazzullo ritorna sul siparietto, segnalando cosa, nel surreale dibattito, Gasparri abbia risposto a Tronti: 
«Ma se Tronti è figlio della Grande Rivoluzione, allora è cugino di Pol Pot?... Consiglio al professor Tronti di rileggersi Le livre noir du communisme, lui è talmente colto che potrebbe apprezzare l’edizione originale…La rivoluzione di cui Tronti si sente figlio oggi non ci consentirebbe di discutere la legge elettorale, perché le elezioni non ci sarebbero!».
L'agenzia AGI è più precisa nel riportare quanto detto da Tronti:
«Vorrei ricordare un evento di cui ricorre quest'anno il centenario. Il 24 ottobre, secondo il calendario giuliano, o il 7 novembre, secondo il calendario gregoriano, del 1917 esplodeva nel mondo la rivoluzione in Russia. Mi sono interrogato sull'opportunità di proporre qui, nel Senato della Repubblica, il ricordo di questa data; sono consapevole che questo può arrivare a turbare la sensibilità di alcuni e di alcune, che legittimamente possono nutrire nei confronti di quell'evento un'ostilità assoluta, ma siamo a cento anni da quella data e possiamo parlarne, come io intendo fare, con passione e nello stesso tempo con disincanto. Non voglio nascondere, tantomeno giustificare, le deviazioni, gli
errori, la violenza e i veri e propri crimini commessi... la prima rivendicazione, che forse più di altre produsse il successo della rivoluzione, fu la rivendicazione della pace: la pace ad ogni costo, si disse, anche a costo di perdere la guerra. Quando Lenin, contro tutti, firmò il Trattato di Brest-Litovsk, accettò tutte le più pesanti condizioni, pur di riportare a casa i soldati... Lenin era l'autore di quella che a mio parere è stata la più audace forma di appello rivoluzionario, quando disse ai soldati, agli operai ed ai contadini russi che combattevano in guerra di non sparare contro i soldati e contadini tedeschi, ma di voltare i fucili e sparare contro i generali zaristi. C'era quella idea, che era stata per prima di Marx, dell'internazionalismo proletario; un'idea niente affatto di parte, che affonda invece le sue lunghe radici nell'umanesimo moderno».
Da un'altra fonte veniamo a sapere che l'intervento di Tronti ha suscitato la replica di un altro senatore di Forza Italia, Mario Mauro:
«Quei giorni della Rivoluzione d'ottobre rappresentano la chiave di interpretazione delle ideologie del Novecento e hanno sintetizzato un punto di vista sull'uomo molto semplice: il potere è tutto e l'uomo non è niente. Quando Lenin e Stalin presero il potere in Russia, volevano creare una società su misura per gli operai e per i nuovi ceti proletari; ma la Russia non era quel Paese. Hanno preso, allora, 20 milioni di piccoli contadini proprietari, i kulaki, e li hanno uccisi, perché la realtà potesse stare dentro quella da loro immaginata».
Per la cronaca segnaliamo che il panegirico di Tronti ha scomodato anche un'altra grande aquila politica, il democristiano Marco Follini.

Orbene, perché mai ci occupiamo di questa vicenda? Perché, i giovani non lo sanno, Mario Tronti è una delle migliori teste che abbia prodotto la sinistra italiana. Lui è l'autore di un libro memorabile, Operai e capitale, tra i fondatori di quella peculiare esperienza che segnò la storia sociale italiana negli anni '60, l'operaismo. La stessa sorgente di pensiero e azione da cui vennero fuori, ma per imboccare sentieri diversi Toni Negri, Massimo Cacciari o Asor Rosa. Già, diversi, poiché, com'è noto, il Nostro, non solo aderì al Partito comunista italiano ma resterà annidato nella pancia del "serpentone metamorfico" —definizione di Preve— Pci-Pds-Ds-Pd. Tronti è infatti senatore piddino. Di più: fedele piddino, dato che come senatore ha votato negli anni ogni nefandezza piddina, fino, appunto, alla infame leggete elettorale del Rosatellum 2.0.

Uno dirà: "embé, sono tanti i voltagabbana, i trasformisti che da posizioni di sinistra radicale sono passati dall'altra parte". Vero, ma il punto, come minimo singolare, per non dire assurdo, è che Mario Tronti, ha annunciato il suo voto favorevole al Rosatellum... con un panegirico sulla Rivoluzione d'Ottobre. 

Tronti ci perdonerà, ma riteniamo la cosa un tantinello ridicola. Egli sa bene che Lenin, se venisse a sapere che un suo seguace, abbia votato per indegne porcherie come il Jobs Act o il Rosatellum, si rivolterebbe nella tomba.

Cazzullo ci informa che Tronti ha provato a giustificarsi. 
«Vi dico che non sarei qui se non fossi partito da lì, qui a fare politica per gli stessi fini con altri mezzi; è un esercizio addirittura spericolato, ma entusiasmante, se entusiasmo può esserci ancora concesso in questi tristi tempi. Vi chiedo ancora scusa».
Più che ai nominatissimi e squalificati senatori che lo stavano ascoltando, Tronti le scuse dovrebbe presentarle alle moltitudini di oppressi che certo non bivaccano in quell'aula ovattata, in primis ai milioni che nel Novecento han combattuto per gli ideali della Rivoluzione russa. Occorre precipitare veramente in basso, occorre una bella faccia tosta per sostenere che egli faccia una politica rivoluzionaria solo.. "con altri mezzi". Oltre a Lenin anche il Macchiavelli si starà agitando nella fossa. 
La mente umana può giungere a vette inesplorate, ma non fino al punto stratosferico di ritenere che Matteo Renzi sia il "moderno Principe". E così il Tronti starà facendo scalpitare anche Antonio Gramsci —autore che in effetti il Nostro non ha mai particolarmente amato.

Già la stratosfera, anzi, un misticismo messianico di marca spiritualista sembra essere il punto di approdo di Mario Tronti. Lo si evince dal suo ultimo ponderoso libro Dello spirito libero che consiglio vivamente di leggere. Non solo per comprendere il succo del pensiero di Tronti —il 900 è stato un secolo immenso, quello dell'assalto al cielo, alla fine il movimento comunista non solo ha perso, è uscito fuori dalla storia, e non ci resta che contemplarlo in attesa di secoli migliori— ma per fare un'utile scorpacciata di buona filosofia.

E più ancora di questo testo consiglio di leggere un libello, più agevole ma dannatamente più denso politicamente Il nano e il manichino. La teologia come lingua della politica. Pamphlet che ha fatto
Carl Schmitt
imbestialire, per il suo recupero della teologia apocalittica, e quindi il pensiero di Carl Schmitt, tante anime belle di sinistra. Vi troverete intuizioni grandi, imprescindibili a chi voglia oggigiorno fare politica, come dire, rivoluzionaria. Segnalo questo lampo:
« La politica è per sua natura —per la sua natura moderna— un comportamento di pensiero e di azione scorretto rispetto alla Storia: perché si contrappone ad essa, non accetta il suo corso e si propone di deviarlo. La mia idea di politica pensa per capire, ma capisce per cambiare».
Ed è proprio in questo testo che troviamo una possibile chiave di volta per capire come Tronti pensi se stesso. Facendo encomio del pensiero del "nazista" Carl Schmitt il Nostro scrive:
«Ripartire da Carl Schmitt è la prima mossa intellettuale obbligata. Non è la sua persona, è il suo pensiero a risultare centrale su questo tema. Si può separare il pensiero dalla persona? Penso di sì».
Sono d'accordo con Tronti, si può, anzi si deve, separare il pensiero dalla persona. Tuttavia... Tuttavia, come non possiamo affatto perdonare a Schmitt la sua adesione al nazismo, riteniamo scandalosamente intollerabile quella di Tronti al Pd. Sommessamente ricordiamo al Nostro che Schmitt, da coerente cattolico contro-rivoluzionario, nel 1937, ruppe con l'hitlerismo.

Mario quand'è che porrai fine al tuo annaspare nella porcilaia sistemica? Quando manderai a quel paese i servi di cui sei politicamente sodale?



giovedì 26 ottobre 2017

FENOMENI FACEBOOKARI DA BARACCONE: EMILIA CLEMENTI

[ 26 ottobre 2017 ]

«Si chiama Emilia Clementi e la sua plateale protesta scandita da innumerevoli “fitusi politici” è diventata virale su Facebook. La donna siciliana ha condiviso una diretta da Montecitorio il 15 settembre, giorno in cui è scattato il diritto alla pensione per 608 parlamentari al compimento dei 65 anni. Un video che ha fatto subito il giro della rete e che è stato visto quasi 7 milioni di volte e ha ricevuto oltre 300mila condivisioni».

Sette milioni e passa di condivisioni, più modestamente di visite alla sua pagina Facebook. Emilia Clementi è senza dubbio una star degli anti-social network. Un successo spontaneo (frutto della dilagante stupidità politica generale) o pilotato (da pupari che spingono, investendo soldi, per amplificare le sue piazzate?
Secondo me, un mix di entrambe le cose. Chi ci mette i soldi sta dietro le quinte, ma il pubblico, come in preda a pulsioni voyeuristiche, partecipa allo spettacolo virtuale sua sponte.

Che poi tra il virtuale ed il reale... ci sia di mezzo il mare, l'ha dimostrato il plateale fallimento della chiamata alle armi sotto Montecitorio proclamata dalla Clementi per il 12 ottobre. Erano in venti, lei compresa. Meglio così...

La qual cosa ce ne dice almeno due: che per mobilitare i cittadini c'è da fare poco affidamento sugli anti-social network e, cosa ancor più importante, che il populismo d'accatto, qualunquista e cripto-fascistoide, oggi come oggi, è un fenomeno da baraccone estremamente minoritario.

Tra questi fenomeni da baraccone resto del parere che quello che è meglio non prendere sottogamba è rappresentato dal giullare dell'Arma, ex-generale vitaliziatissimo, Antonio Pappalardo —ne parlavo giorni addietro, dopo la chiassata di cui è stato patetica vittima il pentastellato Di Battista. Ad attenta analisi, non a caso, risulta che la Clementi sia a sua volta una pedina dell'ex-generale.

Non ho dubbi che dietro a questo sicofante ci siano alcuni poteri occulti e "deviati" e che l'ex-generale sia solo una marionetta. Dietro alla chiassosa demagogia populista —portata avanti da pseudo-eversivi arresti di questo o quel parlamentare— c'è un'evidente strategia golpista.

Per portare avanti e camuffare questa torbida strategia, il Pappalardo ha bisogno di atteggiarsi a salvatore della patria e quindi di truppe cammellate a supporto delle sue sceneggiate pittoresche. Per trovare adepti Pappalardo persegue, sin dal 2012, una sistematica quanto goffa opera di infiltrazione in questo o quel movimento. Ci provò già coi Forconi siciliani di Mariano Ferro. 
Poi, col Movimento 9 dicembre del 2013. In entrambi i casi il caglioffo cercò di prenderne la testa, senza riuscirvi. Si avventò dunque sui cascami più squalificati del 9 dicembre, in particolare con il gruppetto del non meno ambiguo Danilo Calvani, il quale, non contento di aver provocato la frattura e quindi la consunzione del Movimento 9 dicembre di Mariano Ferro (si alleò coi neofascisti di Casa Pound), nel marzo 2015, fondò a Pontinia il "Movimento 9 dicembre Forconi".
Un'entità che, se trasse in inganno anche persone per bene —vedi foto a destra, con Giulietto Chiesa e Marco Mori— attirò subito l'attenzione del Pappalardo, che ci si gettò a capofitto.

Nacque il sodalizio tra Calvani e Pappalardo con la nascita, nel giugno scorso del Movimento PAS
(Partito autonomista siciliano) Forconi. vero ideologo è l'avvocato Alfonso Luigi Marra.

Molto istruttivo leggere gli intenti, le proposte e la strampalata ideologia di questo accrocchio. Salta agli occhi l'appello alla "massoneria buona" contro "quella cattiva", il rifiuto di uscire dall'euro che invece va "appropriato dal popolo", l'infatuazione per il "sublime Nietzsche", quindi il disprezzo per la sinistra in ogni sua declinazione e per il cristianesimo. Sì, proprio così, massoneria ci cova...

Un sodalizio, quello tra Calvani e Pappalardo, durato lo spazio del mattino. Nel giugno scorso già volavano gli stracci. Insulti reciproci, contumelie, espulsioni e controespulsioni.

Il Pappalardo, per nulla impensierito dall'ennesima scissione, non ci ha pensato due volte ed ha fondato la sua creatura, il Movimento Liberazione Italia.



E qui torniamo alla Emilia Clementi, che nella sua pagina Facebook, annunciando la sua manifestazione del 12 ottobre, si vantava che ci sarebbe stato anche Pappalardo.
Dio li fa e poi li accoppia...


 





7 CONSIDERAZIONI SULLA CRISI CATALANA di Pablo Iglesias

[ 26 ottobre 2017 ]

In esclusiva presentiamo ai lettori un documento in sette tesi di Pablo Iglesias, segretario generale di Podemos. Un documento molto importante perché segnala il carattere plurinazionale dello stato spagnolo e denuncia il vero disegno del regime monarchico: sconfiggere il nazionalismo catalano per edificare uno Stato centralista e autoritario sul modello del franchismo. Presenta infine la posizione di Podemos sulla vicenda catalana: indire un referendum concordato in cui i cittadini catalani possano decidere il loro futuro, non quindi avendo sulla scheda solo le due opzioni (unionista e indipendentista), ma pure quella di rifondare la Spagna come Stato democratico, plurinazionale federale. Posizione che noi condividiamo pienamente.

Lettera aperta agli iscritti/e di Podemos

Da 135 al 155 o la controrivoluzione dall’alto del blocco monarchico

La Spagna vive una crisi di regime contraddistinta da almeno tre aspetti: sociale ( la continua pauperizzazione delle classi popolari, così come il peggioramento del livello di vita e delle aspettative dei settori della classe media); istituzionale (la corruzione e il patrimonialismo del Partido Popular non è l’eccezione ma bensì la regola); e l’aspetto territoriale; quest’ultimo lo tratterò in queste considerazioni.

La crisi di regime che vive il nostro paese la riconoscono anche le élite al comando (politiche, economiche, televisive) che hanno guidato il regime del 78 e che mantengono una parte del loro potere. La figura politica più importante della nostra storia
12 ottobre: Felipe Gonzales alla recepción real 
contemporanea, Felipe González, lo riconosceva senza mezzi termini nella recepción real [ricevimento nel palazzo reale in occasione della festa nazionale, NdR] del 12 Ottobre: «Sono un orgoglioso rappresentante del regime del 78». Quella recepción è stata l’immagine del complotto monarchico per superare, attraverso una restaurazione conservatrice e centralista, la crisi spagnola.


Ma dalla festa reale ( che non hanno sospeso nemmeno dopo la morte di un lavoratore delle forze armate che partecipò alla sfilata) non è uscita l’immagine di una squadra coesa, coerente e capace di ridisegnare una politica che risolva le soluzioni del paese.
Anche se nella foto del 12 ottobre c'era tutto il potere (politico, militare, economico, ecc.) non c'erano statisti di talento.
Dopo il discorso di Felipe VI il 4 ottobre, il blocco unito dei partiti, mezzi di comunicazione e delle grandi imprese, ha enormi difficoltà a portare a termine i suoi obiettivi. Lo stesso fatto che li vedano e li percepiscano come casta li indebolisce. Un progetto di regime degno di questo nome ha bisogno di un governo, ma anche di un’opposizione credibile come tale. Ma l’opposizione non c'era al Palazzo Reale.

L’accordo tra il PSOE e il PP che implicò la riforma dell’articolo 135 della costituzione spagnola, e che ha significato la subordinazione dell’interesse sociale agli interessi dei creditori bancari, rappresentò la rottura del patto sociale nel nostro paese. Oggi, il nuovo accordo tra il PP, il PSOE e la nuova estrema destra rappresentata da Ciudadanos implica di fatto la rottura del pacto territorial. Lo spirito del 155 come politica di violazione dei diritti e delle libertà democratiche non ha motivo di valere solamente in Catalunya. Di fatto i dirigenti del PP già hanno minacciato d’applicare qualcosa di simile nel Paese Basco e in Castilla-La Mancha (in questa regione il PSOE governa con noi).

Il blocco vicino alla monarchia sostiene un imprevedibile progetto di restaurazione basato sui seguenti punti :

a) Mantenere il PP alla guida del governo tutto il tempo necessario.

b) Sospendere l’autonomia in Catalunya, prendendo il controllo i tutte le istituzioni catalane, mezzi di comunicazione pubblici come radio ed emittenti televisive incluse, convocare subito dopo elezioni (probabilmente per perderle nuovamente).

c) Mantenere Unidos Podemos e i suoi alleati lontani dal governo dello Stato, anche a costo di sacrificare il ritorno del PSOE al governo della Spagna.

Il blocco monarchico ha a sua disposizione tutti i mezzi coercitivi per sviluppare il suo progetto, ma gli manca —a differenza di quello che accadde 40 anni fa— la capacità politica d’integrazione, imprescindibile affinché la Spagna sia sostenibile come realtà politica e territoriale a medio e lungo periodo.

1) PERCHE SIAMO CONTRO L'APPLICAZIONE DELL’ARTICOLO 155

La sospensione dell’autonomia della Catalunya non solo farà saltare in aria uno dei patti essenziali della Transizione (la restaurazione di un’istituzione repubblicana come la Generalitat, riconosciuta dalla Costituzione del 1978, fu la base di un ampio appoggio
sociale al testo costituzionale in Catalunya), ma segna un attacco agli stessi fondamenti della democrazia spagnola.

Il dialogo senza condizioni che reclama la maggioranza della società catalana e spagnola (come segnalano vari sondaggi) è incompatibile con una situazione d’amministrazione coloniale della Catalunya.

Che Rajoy e i suoi ministri diventino di fatto in president Y Govern de la Generalitat (quando il PP non ha ottenuto che l’ 8,5% dei voti nelle ultime elezioni in Catalunya) costituisce semplicemente un’assurdità e un'enorme goffaggine politica.

Il nuovo Govern, con Rajoy, Zoido y Montoro alla guida, sarà controllato solamente dal Senato, dominato dal PP con maggioranza assoluta, grazie a una legge elettorale antidemocratica e assurda.

Il vicerè Rajoy vorrà amministrare la Catalunya e incontrerà una resistenza che solo potrà affrontare con la repressione e con più detenzioni.

Prima o poi dovrà convocare le elezioni e tutto sembra prevedere che i partiti che appoggiano il viceregno non miglioreranno i loro ultimi risultati elettorali.

2) PERCHE SIAMO CONTRARI ALLA DICHIARAZIONE D’INDIPENDENZA

Il problema di una dichiarazione d’indipendenza non è la sua illegalità (o l’unilateralità) né la sua illegittimità.
Le forze politiche sostenitrici dell’indipendenza ottennero il 47,8% dei voti (ovvero, qualcosa in più del terzo dell'elettorato) alle elezioni di settembre del 2015. Questo risultato, di gran lunga superiore a quello del blocco monarchico (C’s-PSC-PP) e a quello nostro, gli da tutto il diritto di governare la Catalunya, ma non dichiarare l’indipendenza.

La mobilitazione politica dello scorso 1 ottobre da parte dei sostenitori del dret a decidir è stata imponente, viste le condizioni nella quale si sviluppò. È stato rilevante che più di due milioni di cittadini catalani esprimessero la loro volontà politica. Ma, anche accettando i dati offerti dalla Generalitat, è evidente che quella mobilitazione non forniva le condizioni e le garanzie come quelle di un referendum che permettesse determinare la relazione giuridica della Catalunya con il resto dello Stato spagnolo.

Il 1 ottobre non si produsse solo l'esibizione delle capacità di mobilitazione del sovranismo, ma anche l’espressione di una volontà maggioritaria della società catalana di decidere il futuro nelle urne ed è stato anche un esempio di mobilitazione pacifica di fronte alla repressione ordinata dal governo. Nessun responsabile politico può ignorare questo.

Ma, allo stesso modo, non si può nemmeno accettare che questa grande mobilitazione sociale giustifichi l’indipendenza.

3) PERCHE DIFENDIAMO UN REFERENDUM CONCORDATO

Un referendum legale e concordato, oltre ad essere una soluzione democratica, è la sola soluzione che possa assicurare che la Catalunya continui a far parte della Spagna.

L’incapacità della direzione dello Stato da parte del blocco felipista si rivela nella sua ossessione nel non discutere riguardo la possibilità di svolgere un referendum legale e con
garanzie democratiche. La chiave del successo della Transizione rispetto alla Catalunya fu l'accordo sull’autonomia che, di fatto, condizionò il modello territoriale della Spagna. Oggi, l’applicazione dell’articolo 155 in Catalunya (che potrebbe benissimo trasformarsi in articolo 116 se il Governo incontrasse delle resistenze ) può condizionare anche un’offensiva reazionaria in tutta la Spagna.

Quando il PP ha costretto il Tribunal Constitucional (TC)a far saltare per aria l’Estatut (approvato nel Parlament, nel Congreso de los Diputados e dal popolo catalano in un referendum), ha, di conseguenza, fatto implodere buona parte delle basi del patto territoriale che aveva reso possibile la Spagna come uno Stato che integrava una territorialità plurinazionale complessa. 

Le decisioni politiche hanno conseguenze. Si può affermare che se il PP avesse rispettato la volontà popolare della Catalunya, comefece con lAndalusia (alcuni degli articoli del Estatut che il TC dichiarò incostituzionali sono tali e quali a quelli vigenti in altri Statuti d’autonomia), oggi non sarebbe necessario svolgere un referendum in Catalunya. E, come conseguenza della decisione del PP e dei suoi magistrati affini al TC, oggi dobbiamo batterci in maniera imprescindibile per il referendum.

Numerosi costituzionalisti sostengono che svolgere un referendum è compatibile con la Costituzione e la legge; però, anche non fosse così, riteniamo che in democrazia le leggi debbano adattarsi alle necessità democratiche. L’Andalusia si è guadagnata il diritto di essere riconosciuta come nazionalità grazie a una mobilitazione sociale di massa e al risultato di un referendum che, tuttavia, non era in linea con la legge vigente. Fu allora che i partiti cambiarono la legge per adattarla alla decisione della gente.

In ogni caso, il referendum non dovrebbe essere circoscritto a due quesiti; l'opzione maggioritaria in Catalunya (secondo i sondaggi) opta per un nuovo ordine costituzionale che riconosca la Comunidad come nazione e venga attribuita ad essa una maggiore autonomia amministrativa.

Pensiamo che i cittadini/e catalani/e hanno il diritto di scegliere anche questa opzione, accanto alle altre due: indipendentista ed unionista.

4) IL PROGETTO DEI MONARCHICI : MEGLIO UNA SPAGNA SPACCATA CHE UNIDOS PODEMOS AL GOVERNO

Dalla nascita di Podemos e la sua crescita assieme alle forze politiche sorelle con le quali siamo confluiti e condividiamo il progetto, le élite hanno mobilitato tutti i mezzi necessari per evitare che potessimo arrivare al governo.
Tentarono di forzare l’accordo tra PP, PSOE y C’s facendo pressione anche su Mariano Rajoy affinché rinunciasse alla guida del paese e creasse una Grosse Koalition fra i tre partiti. Rajoy ha resistito e ci fu un ulteriore tentativo di favorire un governo con un programma neoliberale pattuito fra PSOE y C’s, a condizione che Podemos non partecipasse a codesto governo.

Le elite si sono opposte con tutte le loro forze di fronte a un possibile accordo fra noi, il PSOE con le alttre forze politiche catalane e basche.

Lo stesso Pedro Sánchez ore dopo essere stato obbligato alle dimissioni da Segretario General del PSOE nel 2016, riconobbe in un’intervista con Jordi Évole che fu pressato, tra gli altri da César Alierta [uno dei più potenti capitalisti spagnoli, NdR], così come dai dirigenti del giornale El País e dalla vecchia guardia del suo partito, a non formare un governo con noi.

Le élite sanno perfettamente che solo un governo di coalizione con Unidos Podemos avrebbe potuto concordare una soluzione democratica al problema catalano, ma la nostra presenza al governo avrebbe implicato anche cambiamenti nello Stato che avrebbero minacciato i loro privilegi e il tessuto della corruzione sarebbe stato esposto a un’azione giudiziaria senza interferenze da parte del potere politico.

Prima di mettere in pericolo i privilegi e le impunità, le élite hanno deciso di mettere a rischio l’integrità territoriale della Spagna.

5) LA DIREZIONDE DEL PSOE HA RINUNCIATO A GUIDARE IL GOVERNO

Dopo il fallimentare tentativo di provocare limplosione interna di Podemos, i poteri oligarchici fallirono anche nel loro tentativo di riportare il PSOE alla sua normalità storica.

La vittoria della base del PSOE contro l’apparato del partito e contro i principali poteri mediatici del paese si è basata su tre punti: plurinazionalità, maggior avvicinamento a
Podemos e un’opposizione reale al PP che non escludeva una mozione di sfiducia a Rajoy.

Disfacendosi dei tre punti che assicurarono la sua vittoria del partito, il nuovo Segretario Generale del PSOE, Pedro Sánchez, non solo ha collocato il Partito socialista catalano su una posizione impossibile indebolendo i settori del partito che lo fecero vincere, ma ha ringalluzzito i suoi avversari interni, che non lo hanno mai accettato come uno di loro. Mille volte ci hanno raccontato dell'assassinio di Viriato e mille volte la storia si ripete [ riferimento]

La vittoria de Pedro Sánchez provocò un’ondata di illusione in Spagna, sia tra gli elettori socialisti che tra i nostri elettori, che vedevano questa vittoria della base un orizzonte di governo di coalizione e la possibilità di realizzare riforme avanzate socialmente e risolvere democraticamente il conflitto catalano. Appoggiando il PP e sostenendo il blocco felipista, il PSOE ha rinunciato alla guida di un governo del cambiamento.

6) LA SPAGNA SARÀ PLURINAZIONALE O NON SARÀ

Il problema storico dei monarchici è non aver mai capito la Spagna, che hanno solo saputo dominare e sottomettere.

Mai sono stati in grado, eccetto quando furono obbligati dalla pressione democratica delle masse, di trasformare la nostra ricchezza plurinazionale in un progetto patriottico. 

Le esperienze delle monarchie durante i secoli XIX e XX si sono caratterizzate per una visione limitata, uninazionale ed autoritaria della realtà spagnola. Per i sostenitori della
monarchia associare il termine «nazione»  che non sia la Spagna era inaccettabile poiché sempre hanno identificato lo Stato Spagnolo con la monarchia mentre la Spagna è qualcosa che va oltre la monarchia ed è destinata a sopravvivere oltre l’attuale sistema monarchico. 

Uno dei primi elementi di rottura con il franchismo durante la Transizione è stata la restaurazione della Generalitat, con il ritorno del president Tarradellas prima ancora che il paese si dotasse dell’attuale Costituzione. Si riconosceva così la riorganizzazione della Catalunya secondo un suo ordinamento politico, che in questi giorni si sta cercando di abolire. Questo processo di decentramento avvenne anche in Euskadi, dove non fu riconosciuta la costituzione fino a che non furono riconosciuti i suoi fueros. Le nazionalità storiche si riconoscono, precisamente, nel fatto di possedere istituzioni proprie che non derivano dai dettami della costituzione del 1978. 

A partire del 1982, il modello delle autonomie funzionò grazie alla stabilità offerta dai grandi partiti nazionalisti catalano (CiU) e basco (PNV). Tuttavia, negli ultimi dieci anni con l’avvento della crisi economica che ha indebolito il progetto dell’Unione Europea, la stabilità del regime del 78 si è frantumata per due cause: il 15M ed il processo di sovranità in Catalunya in seguito alla sentenza del TC sullo Estatut. 

La Spagna e la Catalunya affrontano oggi la realtà della loro storia, delle relazioni e dell’assenza di una soluzione democratica negoziata. 

Per noi la soluzione è indire un referendum legale e concordato che presenti l’opzione di una relazione libera tra i popoli, per condividere in forma adeguata i benefici e gli oneri d’appartenere ad un’unico Stato.

7) ABBIAMO UN PROGETTO SOCIALE E SOVRANO PER  LA CATALUNYA E LA SPAGNA

Non si può capire la Spagna partendo dalla sua omogeneità ma  dalla sua eterogeneità e fraternità.

Mi inorgoglisce come democratico che la Catalunya sia sempre statala una chiave cruciale del cambiamento politico in Spagna e m’indigna come spagnolo che la strategia nazionalista verso il problema catalano da parte delle élite centrali pretende di impedire che la e Catalunya dia una mano alla formazione di una nuova Spagna.


Non accettiamol ricatto che condanna i progressisti catalani come appestati, in modo da impedire la formazione di un’alleanza con le forze progressiste spagnole. Ove la nostra opzione trionfasse al referendum, spingeremo i progressisti catalani affinché costruiscano assieme a noi una nuova Spagna e una nuova Catalunya.

Adesso la crisi in Catalunya richiede ripensare soluzioni federali e confederali, per affrontare la plurinazionalità della Spagna come legame affettivo basato nel riconoscimento delle plurali tradizionali di ogni popolo.

L’applicazione dell’articolo 155 non è un’iniziativa isolata ma forma parte di una strategia autoritaria di nuova centralizzazione, che minaccia l’attuazione degli statuti d’autonomia impedendo che i popoli si dotino di strumenti adeguati per garantire la propria esistenza storica , sia nel campo economico, culturale e linguistico, sia in quello del riconoscimento internazionale.

È necessario difendere la Spagna assumendo il diritto del popolo catalano di decidere sul suo futuro in un referendum e, a partire da qui, discutere sul modello di stato plurinazionale che non solo riconosca la Catalunya come nazione ma che accetti finalmente la realtà plurinazionale della nostra patria e costruisca un paese basato sulla giustizia sociale e sulla sovranità popolare.

La Spagna possiede nelle sue viscere una riserva democratica enorme; uno spirito repubblicano che deve smettere di essere una nostalgia legato ai simboli del XX secolo ma ha il dovere d’accompagnare quella spinta costituente inaugurata con il 15M.

Lo spirito costituente del 15M deve promuovere la nuova Spagna a cui aspiriamo: sociale, repubblicana e plurale.

Un abbraccio fraterno e affettuoso

Pablo Iglesias
Segretario Generale di Podemos


* Traduzione di Francesco Lamantia e SOLLEVAZIONE

mercoledì 25 ottobre 2017

IL SOCIALISMO? QUALE SOCIALISMO? di Sergio Cesaratto

[ 25 ottobre 2017 ]
Un'interessante intervista di Sergio Cesaratto. Segnaliamo anzitutto la risposta alla terza domanda, dove Sergio sollecita una riflessione su quale potrebbe/dovrebbe essere un socialismo ragionevole e sostenibile. Giuste questioni. Intanto però vediamo di uscire dalla gabbia della Ue e dal marasma del capitalismo-casinò per evitare la catastrofe.


D. In queste settimane è in elaborazione e discussione la manovra finanziaria 2017, una manovra che si preannuncia in continuità con le politiche liberiste volte alla tutela delle imprese attraverso le decontribuzioni e la riduzione della tassazione sui profitti. Qual è il suo punto di vista?

R. Non ho francamente molto da dire sulla Legge Finanziaria che se non propone tagli massicci per non mortificare una ripresa già anemica, neppure si proietta a incentivarla. Il sostegno all’occupazione a tempo indeterminato aiuta sì questo tipo di contratti, come si è visto nel 2015-16, ma cosa accadrà poi al termine della decontribuzione? Si pongono poi discrimini per età che sono francamente ingiusti: come se avere 36 anni fosse meglio di averne 35, e 35 meglio di 29.
Van bene i sostegni a favore dell’innovazione —la sinistra non deve opporsi al progresso tecnologico— ma che si monitori l’uso del fondi. A fronte del mantenimento del ridicolo bonus ai diciottenni o al sostegno ai vivai calcistici si lesina nelle assunzioni nella ricerca (e si perpetua una ingiustizia verso i professori universitari). La conferma del prolungamento dell’età lavorativa a età avanzate (67 anni lo sono) è una vera tortura per chi aveva l’aspettativa di un po’ di anni di riposo in salute. Mai dimenticare che l’alto peso del sistema pensionistico sul Pil in Italia dipende dalla debole base occupazionale, non tanto (o non solo) dall’invecchiamento. E ci sono milioni di giovani italiani a spasso. E certo che non fanno figli!
Il contesto europeo è ahinoi un po’ questo, e gli spazi di politica fiscale limitati. Nel futuro potrebbe andar peggio se il nuovo governo tedesco riuscisse a fare la voce grossa a Bruxelles sul rigore fiscale. O forse non la farà perché ci getterebbero nel baratro. Continueranno a farci campare alla giornata. E non sappiamo come sarà la nuova BCE a guida tedesca. Certo i tassi saliranno, e con essi il costo del debito pubblico.


D. A fine anno, in un silenzio politico e mediatico totale, il Parlamento sarà chiamato alla ratifica del Fiscal Compact, il trattato fiscale che ha assunto una natura persino simbolica delle politiche di austerity della UE contro la sovranità economica e politica degli Stati. Intanto, la UE si prepara ad un consolidamento politico e giuridico delle asimmetrie economiche su cui si fonda: la cosiddetta “Europa  a due velocità”. Qual è il progetto a cui tendono le classi dominanti europee ed, in particolare, quella egemone, cioè quella tedesca?

D. Secondo molti l’iscrizione del Fiscal compact nei Trattati non cambierebbe molto. In effetti la legislazione fiscale europea è una giungla che come docente di economia europea trovo difficile a districare. L’ennesimo esempio dell’anti-democraticità dell’Europa: questa risulta incomprensibile al semplice cittadino. I medesimi vincoli fiscali sono dunque ripetuti da più parti in varie salse, per cui una volta di più una meno… Dovremmo naturalmente approfondire, ma la sinistra è occupata, come è ben noto, in chiacchiere elettoralistiche o nell’assemblearismo alla Falcone/Montanari con gli over 60. Circa l’Europa a due velocità non si è mai ben capito di cosa consista. Una rafforzata alleanza franco-tedesca? Chi comanderebbe è chiaro. Oppure un gruppo di testa con una rafforzata governance tedesca? E l’Italia dove la vorranno collocare?
I progetti tedeschi di riforma dell’eurozona sono nella direzione di una definitiva sottrazione di sovranità fiscale ai paesi membri, in cambio di briciole come una parvenza di sussidi di disoccupazione europei (proposta invero francese) e di assicurazione sui depositi bancari sotto i 100 mila euro (in cambio le banche italiane dovrebbero rapidamente ricapitalizzarsi per tener conto dei crediti deteriorati che possiedono, un salasso per le banche; e disfarsi dei titoli di Stato, un salasso per i titoli pubblici). Ma i liberali tedeschi ora rifiutano persino questi piatti di lenticchie offerti alla periferia. Probabilmente nei fatti la linea dura dei liberali non prevarrà, ma serva questo da monito a chi a sinistra vagheggia più Europa. Se va bene l’Europa continua così. Questi sinistresi sono persino meno realistici di Renzi.
Non so a cosa tenda la Germania, non sono bravo negli scenari. Di certo i tedeschi si tengono stretto il proprio modello. Sono un società ben organizzata e non vogliono annacquarla con il vino di cattiva qualità del sud europeo. Se fossi in loro farei lo stesso. E perché mai dovremmo aspettarci solidarietà. Dovremmo piuttosto cominciare a badare a noi stessi. Di interessante c’è che con la coalizione Jamaica, la Merkel distribuirà una mancia a ciascuno dei partiti della compagine da spendere nel proprio bacino elettorale (tutto il mondo è paese). Ma non basterà certo a far uscire quel paese dalla austerità fiscale.

D. Nell’ambito del dibattito scientifico ed economico internazionale, molti osservatori rimarcano il rischio incombente di una nuova crisi finanziaria pronta ad esplodere, una crisi incubata ancora negli USA, frutto – si sostiene – delle politiche monetarie espansive e della mancata regolamentazione finanziaria da più parti invocata dopo lo scoppio della crisi del 2007/2008. Quanto è concreto questo rischio?

R. Da come capisco Trump sta facendo marcia indietro sul quel po’ di regolazione dei mercati finanziari che era seguita alla crisi del 2007-8. D’altronde il capitalismo deve generare domanda aggregata da qualche parte. Se non lo fa con elevati salari diretti e indiretti (come nell’epoca keynesiana), o con le esportazioni (come fa la Germania), lo deve fare con l’indebitamento delle famiglie tramite credito al consumo, o con gli effetti ricchezza dalle bolle borsistiche, o con la spesa militare. E’ il capitalismo, bellezza! Questa non è stata né la prima né l’ultima crisi. A fronte di questo i compiti della sinistra sono enormi. Ma l’occasione del centenario della rivoluzione sta passando senza un minimo di riflessione. Sto tornando da una bella cittadina tedesca. Qui il cinema comunale ha una mesata di iniziative sull’anniversario. In Italia nulla, o quasi —di mio ho organizzato un paio di presentazioni di libri al casale Alba 2 a Roma con Giacché (5 novembre) e Rita di Leo (26 novembre). 
Eppure su un nuovo modello di sviluppo si dovrebbe tornare a ragionare. Il socialismo si è scontrato con molti problemi. Provo a citarne alcuni. Nel capitalismo la mano invisibile di Adam Smith, cioè il sistema dei prezzi, svolge una funzione di coordinamento delle decisioni di produzione, sebbene si sia rivelato non in grado di assicurare la piena occupazione e l’assenza di crisi. La pianificazione socialista è forse riuscita a evitare le crisi e assicurare la piena occupazione, ma a costo dell’efficienza economica. 
Come se ne esce? Possiamo andar oltre il modello socialdemocratico nordico —il modello più di successo che conosciamo, ma che non ha certo abolito il capitalismo? La piena occupazione, nel capitalismo come nel socialismo porta al rifiuto del lavoro. La maggior parte delle occupazioni sono alienanti (se non peggio). Se il posto di lavoro è sicuro la gente non lavora. Come se ne esce? 
E, infine, possiamo abolire le gerarchie? Assieme ai prezzi, le relazioni gerarchiche sono un mezzo per gestire flussi complessi di informazioni, e soffrono esse stesse di inefficienze. Nel capitalismo queste sono tenute sotto controllo dal mercato (chi è inefficiente chiude), e nel socialismo? Danno e beffa: gerarchie e per giunta inefficienti! Controllo democratico, mi direte: ma anche questo è lento e inefficiente. Su tutto questo si deve ragionare. Eppure è un dibattito antico, che partì nel 1908 quando un economista italiano (un grande marginalista), Enrico Barone, argomentò che il socialismo non poteva che funzionare come imitazione burocratica del mercato capitalista. Hayek argomentò più tardi che, allora, il mercato sarebbe stato più efficiente dell’imitazione. E poi c’è il presunto socialismo cinese su cui ragionare… Dov’è la sinistra?

AUTOMAZIONE, INTELLIGENZA ARTIFICIALE E NUOVA SCHIAVITÙ di Giovanna Cracco

[ 25 ottobre 2017 ]

Il più importante studio sull'automazione e la "intelligenza artificiale" è il rapporto dell'americana McKinsey: A future that works: automation, employ-ment and productivity. 
Di contro a certa sinistra che adora il "progresso" macchinico, Giovanna Cracco mette in evidenza come, in ambiente capitalistico, esso produrrà più sfruttamento, più emarginazione, più disumanizzazione.
«Negli Stati Uniti, la percentuale di occupazioni che può essere completamente automatizzata è molto piccola, meno del 5%, ma l'automazione influenzerà quasi tutte le occupazioni, non solo i lavoratori e gli impiegati di fabbrica ma anche giardinieri paesaggistici e tecnici dentistici, stilisti, venditori di assicurazioni e amministratori delegati, in misura maggiore o minore. Il potenziale di automazione di queste professioni dipende dalla tipologia di attività lavorativa che comportano, ma come regola di base circa il 60% di tutte le occupazioni hanno almeno il 30% delle attività che sono tecnicamente automatizzabili. Negli Stati Uniti, Paese per cui disponiamo dei dati più completi, il 46% del tempo trascorso in attività lavorativa in tutte le professioni e le industrie è tecnicamente au-tomatizzabile con le tecnologie attualmente esistenti. Su scala globale, l'automazione potrebbe interessare il 49% delle ore lavorative, che equivalgono a 1,1 miliardi di lavoratori e 15,8 trilioni di dollari in salari. Tra i diversi Paesi, il potenziale varia tra il 40 e il 55%, con appena quattro, Cina, India, Giappone e Stati Uniti, che rappresentano poco più della metà dei salari e dei lavoratori totali. Il potenziale potrebbe essere importante anche in Europa: secondo la nostra analisi, l'equivalente di 54 milioni di lavoratori a tempo pieno e più di 1,9 trilioni di dollari in salari nelle cinque grandi economie del continente: Francia, Germania, Italia, Spagna e Regno Unito. Questo allo stato attuale, ma poiché la tecnologia diventa sempre più avanzata, il potenziale crescerà»

Questo il rapporto McKinsey A future that works: automation, employ-ment and productivity del gennaio 2017, ma non è l'unico studio prodotto da società di ricerca sull'impatto della cosiddetta 'intelligenza artificiale' (AI) sul mondo della produzione manifatturiera e dei servizi, e dunque anche sul mondo del lavoro. Un impatto importante, che muterà completamente la realtà come oggi la conosciamo, e che non avrà nemmeno tempi lunghi se pensiamo che gli scenari parlano del 2055 come anno nel quale la metà delle attività lavorative potrebbe essere automatizzata - anche se gli studi sottolineano che ciò può avvenire vent'anni prima come vent'anni dopo, a seconda di

diversi fattori: lo sviluppo costante delle capacità tecnologiche, il costo della tecnologia, i vantaggi sulla produttività delle prestazioni automatizzate, la concorrenza con il lavoro (ossia quanto saranno bassi i salari e docili i lavoratori, visto che, dal punto di vista del Capitale, una macchina ha anche il pregio di non rivendicare diritti né scioperare) e l'accettazione sociale ("Un robot", scrive McKinsey, "può, in teoria, essere in grado di sostituire alcune funzioni di un'infermiera, per esempio. Ma per ora la prospettiva che questo possa effettivamente accadere in modo visibile potrebbe rivelarsi sconvolgente per molti pazienti che si aspettano e si fidano del contatto umano"). Come spesso capita — l'informazione italiana non brilla certo per qualità e ampiezza di sguardo -un tema che in molti Paesi è al centro del dibattito pubblico, qui trova ben poco spazio sui media main-stream (diversa è la rete): al più vengono spese le parole "automazione" e "Industria 4.0", senza entrare nel merito del loro significato né delle conseguenze.

Difficile dare una definizione di AI
, perché ne esistono diverse; semplificando, si può dire che è l'abilità di una macchina, sulla base di sistemi hardware e software, di svolgere funzioni e ragionamenti tipici della mente umana, che significa anche modificarli relazionandosi con l'ambiente e imparando dall'esperienza; robot che saranno anche interconnessi fra loro e alla rete.

McKinsey ha analizzato 2.000 attività lavorative all'interno di 800 occupazioni, iniziando la ricerca sul potenziale di automazione dei settori dell'economia statunitense, per stabilire il quadro metodologico, e poi ampliando l'analisi ad altri quarantacinque Paesi, utilizzando dati comparabili nazionali e internazionali. La conclusione è che a

essere toccata dalla robotizzazione non sarà solo la produzione agricola e manifatturiera ma anche i trasporti, i servizi alberghieri e di ristorazione, il commercio al dettaglio, le attività d'ufficio e finanziarie, i servizi ospedalieri: in una battuta, "dal broker statunitense all'agricoltore indiano". L'intelligenza artificiale permetterà poi l'automazione non solo dei lavori poco qualificati e a basso reddito, ma anche di quelli che richiedono medie ed elevate competenze, a cui corrispondono quindi buoni salari: McKinsey calcola che negli Usa le occupazioni sotto i 15 dollari l'ora possono essere automatizzate al 51%, mentre quelle tra i 15 e i 30 dollari l'ora al 46%; la differenza quindi è minima.

Si pone dunque il problema di una fuoriuscita dell'elemento umano dal lavoro, con conseguente crescita di disoccupazione. Qui gli scenari dei diversi studi vanno in direzioni opposte: chi prefigura una disoccupazione di massa, non più assorbibile in alcun modo, perché le nuove figure professionali create dall'automazione non saranno mai in misura superiore ai posti di lavoro eliminati, e chi, come McKinsey, si dice convinto che dopo un'iniziale fase di destabilizzazione le persone licenziate troveranno un'altra occupazione. Quale non è dato sapere, poiché l'affermazione resta sul vago, ma è significativo il fatto che lo studio non si sottrae a una riflessione sull'istituzione di un possibile reddito di base erogato dallo Stato, anche se lo considera una soluzione temporanea che dovrebbe sostenere il lavoratore mentre, riqualificandosi, passa da un tipo di lavoro a un altro.

La prima considerazione che si fa strada leggendo questo genere di studi, riguarda il divario tra realtà economica e realtà politica: la prima, appoggiandosi a tecnologia e scienza, corre veloce all'inseguimento della produttività e dei profitti, non preoccupandosi di altro; la seconda resta indietro, arranca, cercando di comprendere le conseguenze di tale mutamento e di ipotizzare come regolarlo. Emblematica la relazione presentata il 27 gennaio scorso al Parlamento europeo da parte del Working group on robotic and artificial intelligence istituito dalla Commissione Legal Affairs. Ne hanno fatto parte anche rappresentanti di altre tre commissioni —Industria Ricerca ed Energia, Mercato interno e Protezione dei consumatori, Occupazione e Affari sociali— e il gruppo di lavoro ha consultato esperti di ambiti diversi, ricevendo contributi inclusi nella relazione. Una lettura da cui si riemerge con una sola certezza: non abbiamo la più pallida idea di che cosa abbiamo e avremo davanti né dove stiamo andando.

Innanzitutto, le conseguenze sull'Uomo: 
la relazione sottolinea «che lo sviluppo della tecnologia robotica dovrebbe concentrarsi sul complemento delle capacità umane e non sulla loro sostituzione» e deve «garantire che l'uomo abbia sempre il controllo sulle macchine intelligenti»; invita poi ad avere «particolare attenzione al possibile sviluppo di una connessione emotiva tra esseri umani e robot, in particolare nei gruppi vulnerabili (bambini, anziani e persone con disabilità)», sotto forma di «attaccamento emotivo e conseguente grave impatto emotivo o fisico».
Poi la questione della privacy dei dati, visto che le macchine AI sono interconnesse fra loro e alla rete: 
«Occorre prestare particolare attenzione a robot che rappresentano una minaccia significativa alla riservatezza per il loro collocamento in aree tradizionalmente protette e private, e perché sono in grado di estrarre e inviare dati personali e sensibili».
C'è anche il risvolto legale, che può sembrare marginale ma se ci sofferma a ragionare, non lo è affatto: chi sarà responsabile di eventuali danni causati da un robot AI? 
«Nell'ambito dell'attuale quadro giuridico" scrive la Commissione, "i robot non possono essere ritenuti responsabili di per sé per atti o omissioni che causano danni a terzi: le norme esistenti in materia di responsabilità coprono i casi in cui la causa del comportamento o dell'omissione del robot può essere ricondotta a un determinato agente umano, come il fabbricante, l'operatore, il proprietario o l'utente, e dove tale agente avrebbe potuto prevedere ed evitare il comportamento nocivo del robot. Secondo l'attuale quadro giuridico quindi, la responsabilità del prodotto —se il suo produttore è responsabile di un malfunzionamento— e le norme che regolano la responsabilità per azioni dannose —dove l'utente di un prodotto è responsabile di un comportamento che porta a danni— si applicano ai danni causati da robot, anche AI. Ma nello scenario in cui un robot può prendere decisioni autonome, le regole tradizionali non bastano a dar luogo a responsabilità legali per i danni causati da un robot, in quanto non consentirebbero di identificare il soggetto responsabile a cui richiedere l'indennizzo per il danno causato; è dunque necessario un chiarimento delle responsabilità per le azioni dei robot e, infine, della capacità giuridica e/o dello status dei robot».
Ci sono poi le conseguenze nel lavoro. Anche la relazione europea pone l'attenzione, come il rapporto Mc-Kinsey, sul rischio di disoccupazione di massa dovuto all'automazione, e rivolge diversi inviti ai governi dei Paesi: avviare un'analisi e un monitoraggio per settori della tendenza del mercato del lavoro; sviluppare sistemi di formazione e di istruzione in linea «con le future esigenze dell'economia del robot"ì»; aprire un dibattito «sulla sostenibilità dei sistemi fiscali e sociali sulla base dell'esistenza di redditi sufficienti, compresa la possibile introduzione di un reddito di base generale"ì»; e infine esaminare l'eventualità di istituire una tassa per l'utilizzo e il mantenimento di un robot, che potrebbe essere finalizzata al «sostegno e riqualificazione dei lavoratori disoccupati i cui posti di lavoro sono stati ridotti o eliminati"ì».

Ma c'è un altro aspetto su cui riflettere, e riguarda la mutazione del lavoro di chi un impiego l'avrà, a contatto con i robot AI. 
Se, come scrive McKinsey, nel 60% delle occupazioni a essere automatizzate saranno solo alcune singole attività, significa che le persone completeranno il lavoro svolto dalle
macchine. Dunque, per prima cosa, la relazione Uomo-macchina muterà radicalmente. Non sarà quella dell'operaio con la catena di montaggio, per intenderci: con la AI parliamo anche di dispositivi che l'essere umano indossa per collaborare con un robot che ha la capacità di ragionare e dialogare con l'ambiente circostante. A questo si aggiunge la possibilità, secondo la relazione europea, che l'automazione possa portare a un aumento dei rischi per la salute e la sicurezza dei lavoratori: 
«Mentre la tecnologia robotica indossabile, come gli esoscheletri volti a proteggere dalle lesioni sul posto di lavoro, potrebbero aumentare la produttività, potrebbero dare origine ad aspettative più elevate dei lavoratori umani e, a loro volta, a maggiori rischi di lesioni»; in più, se «la robotizzazione può, da un lato, ridurre l'onere fisico sui lavoratori, può anche portare a una maggiore tensione mentale tenuto conto della crescente responsabilità dell'individuo in processi produttivi più complessi»; senza dimenticare la necessità di fissare "ì«regole di responsabilità che assicurino che i danni causati da robot autonomi possano essere chiariti in favore dei dipendenti».
Infine, scongiurando uno scenario, la relazione fa intravedere un possibile orizzonte: 
«La decisione individuale di scegliere o rifiutare un impianto, la protesi o l'estensione a un corpo umano non deve mai portare a un trattamento o a minacce sfavorevoli riguardo all'occupazione, all'istruzione, all'assistenza sanitaria, alla sicurezza sociale o ad altri vantaggi, e si sottolinea che tutti i cittadini devono avere accesso uguale e privo di barriere a beneficiare di nuove tecnologie». 
L'automazione quindi potrebbe avere carattere coercitivo nel mondo del lavoro, ed è più che probabile che l'avrà, arrivando a obbligare un essere umano a impianti tecnologici pena il licenziamento —e la stessa imposizione potrebbe verificarsi nella scuola, nella sanità, nella sicurezza sociale (previdenza, welfare ecc.). E sarà anche fortemente concreta la possibilità che si sviluppi una nuova forma di diseguaglianza: cittadini di serie A, che potranno accedere (economicamente, lo snodo è sempre quello) a protesi tecnologiche, aumentando così in qualche modo le proprie capacità, e cittadini di serie B che ne saranno esclusi.

C'è chi, a sinistra, saluta l'avvento dell'intelligenza artificiale e dell'automazione, scorgendovi la possibilità di vedere realizzata l'utopia della liberazione dell'Uomo dal lavoro sfruttato e alienante; una visione nella quale si inserisce, come cardine, l'istituzione di un reddito universale di base. Difficile però credere che il futuro possa essere questo. La maggior parte delle istituzioni politiche ed economiche —e non fanno eccezione il rapporto McKinsey e la relazione approvata dal Parlamento europeo— parlano di un "reddito di inclusione sociale". Al di là della confusione mediatica nata sulla definizione, il modello, di fatto, è quanto già esiste in Gran Bretagna —che l'ultimo film di Ken Loach, "Io, Daniel Blake", mostra nei suoi meccanismi oppressivi e violenti— e implementato anche in Germania con il Piano Hartz
[1]: sussidi sociali al limite della sopravvivenza collegati a un lavoro coatto gratuito o che paga un salario miserevole —per inciso, anche la proposta presentata dal Movimento 5 Stelle va in questa direzione. 

Come evidenzia McKinsey, l'applicazione dell'automazione nella sfera produttiva dipenderà anche dalla concorrenza con il lavoro. È molto più probabile quindi che il futuro vedrà una larga parte della popolazione, quella che non avrà accesso, per impossibilità economiche, alle migliori scuole che creeranno le nuove figure professionali, più schiava che libera: persone destinatarie del reddito sociale e che andranno a creare quel settore del lavoro i cui salari saranno talmente bassi —o addirittura inesistenti— da far risultare il lavoratore umano più conveniente di una una macchina; e in quanto a docilità, la perdita del sussidio in caso di rifiuto a farsi sfruttare, la renderà estrema.

Non si tratta di condannare la tecnologia a priori, ma il punto è che il suo sviluppo si inserisce in un sistema capitalistico. Se non si tiene nel dovuto conto questo che è un dato fondamentale, si rischia di perdere la visione d'insieme.

* Fonte: Pagina Uno

NOTE

1) Cfr. Collettivo Clash City Workers, La Germania incantata, Paginauno n. 53/2017

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