domenica 27 agosto 2017

CLN: I PROTAGONISTI DEL FORUM INTERNAZIONALE

[ 27 agosto 2017]

Venerdì prossimo, 1 settembre, alle ore 10:00, presso il Grande Albergo Fortuna (Chianciano Terme), inizia dunque la II. Assemblea della Confederazione per Liberazione Nazionale.

Come abbiamo annunciato la prima giornata consisterà in un FORUM INTERNAZIONALE.
Un'occasione preziosa per ascoltare esponenti di punta di movimenti che nei loro paesi si oppongono alle politiche neoliberiste delle élite dominanti.
Un FORUM imperdibile per tutti gli attivisti che in Italia si impegnano per la liberazione sociale e nazionale, e che si vogliono guardare attorno per capire chi sono e chi saranno gli alleati della futura Italia libera e sovrana.


(Qui il programma delle giornate di sabato e domenica

Questi i temi ed i protagonisti del FORUM INTERNAZIONALE:


Venerdì 1 settembre

Prima sessione ore 10:00 - 13:00
Gran Bretagna

Dalla Brexit all'affermazione di G. Corbyn
La parola a KUNLE OLULODE 
(portavoce di Invoke Democracy Now

Kunle Olulode













Germania
Die Linke è un'alternativa alla socialdemocrazia?
La parola a INGE HÖGER 
(parlamentare della Linke)

Presiede: Whilelm Langthaler

Inge Höger













Seconda sessione ore 15:30 - 19:00

Spagna
Podemos e la Catalogna: secessione o Spagna federale?
La parola a DIOSDADO TOLEDANO GONZALEZ
(coordinamento generale di Cataluña En Comu e portavoce di Socialismo XXI)

Presiede: Moreno Pasquinelli

Diosdado Toledano Gonzalez
 












Francia
Un nuovo patriottismo: l'esperienza e la proposta di France Insoumise
La parola a GABRIEL AMARD e CHRISTIAN RODRIGUEZ 
(dipartimento esteri di France Insoumise)

Presiede: Giuseppe Angiuli

Gabriel Amard













 
Christian Rodriguez
 













Grecia
Dopo Syriza cosa? 
La parola a DIMITRIS MITROPOULOS
(direzione di Unità Popolare)

Dimitris Mitropoulos




sabato 26 agosto 2017

Dies IReS di Fiorenzo Fraioli

[ 26 agosto 2017 ]

«Dies irae, dies illa, dies tribulationis et angustiae, dies calamitatis et miseriae, dies tenebrarum et caliginis, dies nebulae et turbinis, dies tubae et clangoris super civitates munitas et super angulos excelsos».

Mi telefona l'amica M.M.

- come la vedi la situazione politica?
- stiamo lavorando ad una lista sovranista per le politiche del 2018
- vi alleate con il m5s?
- non credo proprio, anche se ci rivolgeremo agli elettori del m5s che non dormono in piedi
- allora vi alleate con la Lega?
- ma scherzi? Sono liberisti, e noi socialisti. Vogliamo uscire dall'euro e dall'UE, per ripristinare la legalità costituzionale
- ah interessante; va bene ciao.


Oddio, mi sono un po' sbilanciato perché non so se la si farà, questa benedetta lista sovranista costituzionale per le politiche del 2018, ma intanto all'amica M.M., sinistrata di razza, gliel'ho detto. Non me ne voglia per il "sinistrata di razza", le voglio bene ma la politica è affare piuttosto rude.

Comunque penso che questa lista si farà. Forse si chiamerà "Italia Ribelle e Sovrana", IReS come ha acrostizzato Barbaro D'Urso, egregio commentatore sul blog Sollevazione.

L'obiezione principale che viene fatta a questa (non ancora certa) scelta è: sarà un fiasco. L'egregio commentatore Barbaro D'Urso, ad esempio, argomenta su Sollevazione: "l'attuale legge elettorale italiana, cioè quel pasticciaccio brutto costituito dall'Italicum 'consultellato' alla camera e dal Porcellum parimenti 'consultellato' al senato, prevede la necessità di raggiungere il 3% su base nazionale alla camera e la stessa percentuale a livello di singole regioni al senato per accedere alla ripartizione dei seggi. Meno di così, magari ci si mette in vista durante la campagna elettorale, ma poi non si può incidere e non si può mantenere una pur minima visibilità a livello mainstream".

Ho evidenziato il passaggio cruciale: "ma poi non si può incidere e non si può mantenere una pur minima visibilità a livello mainstream". Barbaro D'Urso avrebbe perfettamente ragione se l'obiettivo di IReS fosse quello di "incidere" e/o mantenere una visibilità a
livello mainstream. Ma, se fosse così, io non sarei della partita, preferendo continuare a zappare l'orto. Il quale, detto en passant, mi sta dando grandi soddisfazioni a dispetto della gran secca. Questo, semmai, è l'obiettivo della sinistra sinistrata, quella che cerca qualche poltroncina per poi condurre battaglie insignificanti, e di pura facciata, sempre rispettose delle compatibilità sistemiche perché, come ebbe a dire uno dei suoi illustri esponenti, il dentifricio è ormai uscito dal tubetto. Per me la battaglia politica, nelle condizioni storiche che stiamo vivendo, è ben altra cosa! Ecco, questo è il momento di invocare il benaltrismo. Per me, e credo non solo per me in questo periodo storico, l'impegno politico è ben altro, significa lotta per la (ri)conquista del potere da parte del mondo del lavoro.

Incidere cosa? Visibilità de che? Sono espressioni, queste, che rivelano, mi scusi Barbaro D'Urso, una subalternità che è, prima che politica, psicologica nei confronti delle classi dominanti capitaliste. Qui non è questione di incidere, o di conquistare "visibilità" nei media di proprietà del capitale, ma di dare inizio a una lunga marcia che abbia come obiettivo finale la conquista del potere in nome e per conto del mondo dei lavoratori. La vera e sola questione, dunque, è se sia più efficace la strategia adottata dal FSI di saltare questo appuntamento elettorale, oppure sfruttarlo per accelerare il processo di costruzione di un'opposizione di classe. Personalmente sostengo la seconda opzione.

A questo punto del discorso mi corre l'obbligo di chiarire un aspetto importante, anzi fondamentale. Non vorrei, infatti, che questa posizione radicale fosse intesa come una qualche inclinazione per la lotta armata, come fecero gli imbecilli delle brigate rosse prima maniera (dopo fu affare di servizi segreti) negli anni settanta. Il punto non è il rifiuto a priori e moralistico del ricorso alla violenza, bensì la banale considerazione che questa strada è intrinsecamente incompatibile con l'obiettivo della costruzione di una democrazia popolare fondata sul lavoro. Semmai, sono le classi dominanti che hanno bisogno di ricorrere alla violenza, e lo fanno ah se lo fanno! per sopperire allo svantaggio di essere numericamente inferiori, mentre per i lavoratori questa strada è sempre un'apparente scorciatoia, quando non la premessa per una sconfitta epocale. Occorre dunque partecipare alla vita democratica, sempre, approfittando di tutte le opportunità che si presentano.

Le elezioni politiche sono una di queste opportunità, sebbene non l'unica. Ci sono, è vero, coloro che ritengono che il punto essenziale sia riaccendere una conflittualità sociale diffusa, mentre partecipare al gioco elettorale sarebbe una forma di cedimento alle regole del gioco imposto dalla borghesia. Non sono d'accordo. Ma l'obiezione più importante viene oggi da quanti, ad esempio il succitato FSI, sostengono la necessità di continuare a rafforzare ancora per qualche anno il movimento sovranista, al più esercitando l'opzione elettorale in occasione di elezioni locali o al massimo regionali, per rimandare la sfida per le politiche a quando avremo raccolto intorno alle nostre idee un numero molto più significativo di militanti. Si tratta di una strategia opposta a quella di IReS, e saranno i fatti a stabilire chi ha ragione.

Le metriche da usare per misurare la validità della scelta di accettare il confronto alle elezioni politiche del 2018 sono due: da un lato, evidentemente, il mero risultato numerico, dall'altro la crescita del movimento sovranista come conseguenza della nostra discesa in campo. La seconda essendo, a mio avviso, ben più importante della prima. Quanto al mero risultato numerico, la soglia che discrimina il successo dal fallimento è, a mio avviso, intorno all'1%, ovviamente nei collegi dove riusciremo, con le nostre forze, a presentarci. Il che significa una proiezione a livello nazionale di alcune centinaia di migliaia di voti. Un obiettivo plausibile, e tale da spingere alla mobilitazione e all'impegno qualche migliaio di militanti.

Una mobilitazione e un impegno che sono indispensabili per la crescita politica e, mi sia consentito, psicologica, delle decine di migliaia di cittadini che, agendo ogni giorno sui social, riescono già ora a costituire un pericolo per la melassa informativa mainstream, così preoccupante da suscitare allarme; ma che devono affrontare un processo di maturazione personale che li trasformi dall'essere agenti atomizzati di controinformazione a cellule viventi di un processo di alternativa politica. Per dire una cosa figa, si tratta di rovesciare la teoria nella prassi, imparando anche ad accettare il fatto che, in questo passaggio, è necessario liberarsi dall'ossessione della purezza ideologica. Dunque l'operazione IReS dovrà essere sia inclusiva che radicale. Ove col termine "radicale" non si intende, ovviamente, la vera centrale ideologica dell'ordoliberismo italiano, quel partito radicale che, in combutta col fogliaccio di Scalfari, è riuscito nell'arco di quarant'anni a cambiare il cuore dei lavoratori italiani!

Il decalogo della CLN, che ha proposto l'operazione IReS (continuo a chiamarla così per il momento) è un ottima sintesi di quella che ho definito una proposta radicale:
«(1) Il potere appartiene al popolo, non all'élite finanziaria. (2) Lo Stato prevale sui "mercati" . (3) La comunità è la base per l'emancipazione della persona. (4) L'eguaglianza e la solidarietà sono i principi della convivenza civile. (5) La dignità e il diritto al lavoro vengono prima di tutto. (6) La politica dirige e programma l'economia nell'interesse della collettività. (7) L'immigrazione va regolata, contro ogni discriminazione etnica e religiosa, in base alle possibilità della comunità. (8) Per la sicurezza sociale, contro ogni forma di criminalità e di sopruso. (9) Per un patriottismo democratico, repubblicano e costituzionale. (10) Per la sovranità nazionale, contro la globalizzazione e l’Unione Europea».
Su questa base è possibile aprire un confronto ad ampio spettro sia con le numerose piccole organizzazioni sovraniste e/o critiche dei trattati europei, sia con il pulviscolo di sigle che operano sui social; nonché con le decine di migliaia di italiani che,
sperimentando sulla propria pelle il progressivo degrado della vita economica e della nostra convivenza civile, potrebbero rispondere attivamente ad un appello alla mobilitazione politica, in vista del chiaro e puntuale obiettivo rappresentato dall'appuntamento elettorale del 2018. La discussione è aperta, e se ne parlerà in occasione dell'appuntamento dell'1-2-3 settembre organizzato dalla CLN, al quale parteciperò con la speranza nel cuore che questa sia, finalmente, la volta buona.

Se c'è una cosa che posso riferire ai pochi lettori di questo blog, questa è che sulla radicalità c'è già accordo unanime, e chi non l'accetta può risparmiarsi la fatica di venire. Resta da discutere sul versante dell'inclusività, e non sarà facile. Personalmente propendo per la massima apertura, a patto di non arretrare sulla radicalità. E, ovviamente, stando attentissimi alle manovre entriste alla rovescia...

* Fonte: Ego della rete

venerdì 25 agosto 2017

L'OCCIDENTE ED IL CORPO DELLE DONNE di anonima

[ 25 maggio 2017]

Continua il dibattito suscitato dall'articolo PAOLO BARNARD E L'ISLAM, quindi da quello dell'anonima lettrice IL CORPO DELLE DONNE, L'ISLAM E L'OCCIDENTE.

La stessa lettrice ha inviato un commento, che noi condividiamo, in risposta alle critiche ricevute.



Non avrei immaginato che un mio commento finisse come articolo di questo blog, motivo per cui volevo ringraziare la Redazione per l'attenzione alle mie parole.

Vorrei aggiungere a quanto ho già detto, solo alcune cose per precisare.

Prima però debbo notare come l'occidentalismo anti-islamico di certi super-sovranisti rassomigli come una goccia d'acqua a quello dei sacerdoti della globalizzazione, alla Soros per intenderci, che almeno non nascondono che per essi globalizzazione equivale a occidentalizzazione.

Ma andiamo avanti.

Mi rivolgo a Radek ,il quale dice che «il discorso sull'Islam ed Occidente non si riduce alle rispettive "deformazioni fisiche"».

Ovviamente, nulla da obiettare.

Ma il mio commento era una risposta ai commenti all'articolo su Paolo Barnard.

Guarda caso proprio i commenti dei lettori si sono concentrati su questo aspetto, che tra l’altro porta con sé la visione della donna e dei rapporti uomo-donna nell’islam, e a catena, l’indignazione nostra nella convinzione che i maschi musulmani siano “brutti e cattivi”.

Terrorismo, velo e infibulazione sono le uniche cose che vengono nominate quando si parla di musulmani.

Mi soffermo ancora una volta sull’infibulazione, ringraziando di nuovo la Redazione per aver precisato che NON è una pratica islamica, e per di più considerata dall'Islam come Haram, vietata.

Perché in occidente si continua a tenere saldo e stretto il connubio Islam=infibulazione?

E' opinione diffusa nella nostra società che l'“infibulazione” sia una pratica presente soltanto nelle società di cultura islamica.

Niente di più inesatto e falso!, perché questa crudele operazione veniva praticata fin dagli molti secoli prima della comparsa sulla scena della Storia della religione islamica. Il fenomeno è presente in 28 paesi Africani, e in un passato abbastanza recente era praticata in regioni del mondo non ancora toccate dalla cultura islamica, come l’Australia, il Messico Orientale, il Perù, il Brasile occidentale, a comprova del fatto che il fenomeno trae le sue origini in costumi molto antichi che investono il problema dei rapporti uomo donna ancor prima che l’Islam nascesse.

C’è qualcuno a conoscenza del fatto che paesi come l’Arabia Saudita, culla dell’Islam, l’Iran, la Turchia, non sono vittime di questa barbarica usanza? In diverse regioni africane la pratica infibulatoria è condivisa da donne musulmane, cristiane e animiste a
dimostrazione del fatto che questa pratica non trova la sua motivazione in dogmi di natura religiosa ma in antichissime consuetudini!

Da qui a capire che per poterle sradicare ci vogliono battaglie, storie e sommovimenti sociali, che non possono essere imposti da noi sommi educatori occidentali, il passo è breve; questa lotta incessante va condotta dall’interno di quelle culture che ancora la praticano, da parte di donne coraggiose che abbiano la capacità di liberarsi dai lacci delle loro stesse tradizioni culturali e religiose e non dai tribunali penali dell’opinione pubblica occidentale.

Ad ogni modo, e qui rispondo a Ippolito Grimaldi, mi sconvolge completamente che non riesca a vedere "alcuna analogia tra infibulazione e pratiche chirurgiche con finalità estetiche delle culture occidentali". E' quello che io invece, profondamente indignata, volevo sottolineare. La barbarie ce l'abbiamo in casa e la nostra mente completamente coattata, non la vede.

Radek aggiunge che si tratta di scelte individuali.

Mi sento peggio.

E’ proprio questo il problema, le scelte individuali. Non sono spontanee, sono indotte dal sistema culturale in cui viviamo.
Herbert Marcuse


Ricordo solo il profetico discorso di Marcuse per il quale uno degli elementi che caratterizza il totalitarismo disumanizzante della società tardocapitalista consiste proprio nel fatto di creare bisogni artificiali devianti, che è ben lieto di poter soddisfare.
Diceva Marcuse che la libertà sessuale offerta dal sistema è solo un surrogato della libertà dell'eros, ed è diventata uno strumento di integrazione e di consenso, essendo anche il sesso ed il corpo mercificati e la persona sessuale nient'altro che una riduzione all'oggetto del desiderio. La presunta libertà occidentale è molto spesso un'offesa umiliante alla dignità degli individui. Se dico questo non penso di star difendendo le consuetudini islamiche. 

Sto dicendo che non si può essere contro questo sistema se non ci si oppone al mondo simbolico dei bisogni devianti, all'esibizionismo nevrotico e all’individualismo narcisista. Non c'è antagonismo senza rifiuto della manipolazione dei bisogni operata dal sistema dominante.



LA XENOFOBIA? NON ESISTE!

[ 25 agosto 2017 ]

Dice la Treccani: 
«xenofobìa – Sentimento di avversione generica e indiscriminata per gli stranieri e per ciò che è straniero, che si manifesta in atteggiamenti e azioni di insofferenza e ostilità verso le usanze, la cultura e gli abitanti stessi di altri paesi, senza peraltro comportare una valutazione positiva della propria cultura, come è invece proprio dell’etnocentrismo; si accompagna tuttavia spesso a un atteggiamento di tipo nazionalistico, con la funzione di rafforzare il consenso verso i modelli sociali, politici e culturali del proprio paese attraverso il disprezzo per quelli dei paesi nemici».

Com'è noto nessuno si considera xenofobo, né razzista.
Uno tuttavia di sicuro esiste. Abita a Breno di Borgonovo Valtidone, comune del piacentino. Quello che davanti alla struttura che deve ospitare quindici profughi minorenni, ha scritto sul muro di cinta "Breno dice no ai neri all'invasione e alle coop".

Ce n'è uno solo tra noi? Parafrasando una frase attribuita a Togliatti: "Uno xenofobo è una spia, dieci sono provocatori, mille sono un problema politico".
Non nascondiamocelo, la xenofobia è un problema politico, anzi, date le dimensioni, un enorme problema politico. Se in una piccola comunità c'è chi rifiuta di ospitare una quindicina di minorenni, beh, siamo alla frutta! 

Supponiamo che chi ha fatto quella scritta indecente non sia un figlio di papà. Di sicuro è un giovane proletario, magari senza lavoro o precario. E concediamo anche che egli sia pieno di rabbia e rancore sociale contro un sistema che lo esclude e lo fa sentire uno "scarto sociale". Vale forse questo a giustificare il suo razzismo? Il suo odio per i.."neri"? No, mille volte no. Va detto chiaro e tondo che il rifiuto dell'anarco-immigrazione e dell'accoglientismo a prescindere, non può giustificare il prendersela con gli immigrati, tanto più se più deboli, quelli che uno Stato degno di questo nome ha il dovere imprescindibile di proteggere. Se non c'è questo non c'è civiltà.
Il rifiuto dell'anarco-immigrazione e dell'accoglientismo non può diventare un alibi per giustificare la guerra tra poveri la quale, oggi come sempre, va a solo vantaggio di chi sta sopra e che ha tutto l'interesse affinché la santa indignazione sociale sia deviata dal bersaglio grosso su qualche spaventapasseri.

E qui veniamo ai fattacci di Roma. Tutti li conoscete. La polizia ha caricato l'assembramento di un centinaio di immigrati (non clandestini badate, tutti in possesso di regolare permesso di soggiorno come rifugiati), precedentemente sgomberati da un palazzo occupato. Le forze di polizia sono andate giù dure: primo, ripulire Piazza Indipendenza dal bivacco. Vale ricordare che molte di queste famiglie sloggiate hanno figli regolarmente iscritti nelle scuole delle vicinanze e se erano in quella piazza era per protestare perché non sanno dove andare, sotto quale tetto vivere. 

Ma prima di sgomberare con la forza per riconsegnare lo stabile ai pescecani che se lo erano comprato all'asta, le autorità preposte non avrebbero dovuto trovare una soluzione? Scopriamo che tutte queste autorità, comune di Roma a 5 Stelle compreso, se ne sono lavati le mani. Ce lo dice lo stesso capo della Polizia Gabrielli.

Eccoci dunque al capolinea, al teatrino della politica.

A sinistra è tutto un lagnarsi per l'albero che cade ma non per la foresta che brucia —la foresta di centinaia di migliaia di immigrati che vivono ai margini della società come paria. Una sinistra che insiste che dovremmo accogliere tutti ma non ci dice, nel marasma che vive il Paese, come dare alla moltitudine di stranieri già arrivati o in arrivo un lavoro, una casa, i diritti sociali e civili sanciti dalla Costituzione. Un accoglientismo a prescindere, che mentre allontana la sinistra dagli strati più disagiati del nostro popolo, si risolve nel fare gli interessi di un capitalismo sempre più selvaggio che chiede forza lavoro a basso costo per "competere sui mercati globali".

E a destra? Si sono scatenati nella gara a coccolare i sentimenti più retrivi che covano tra tanti cittadini stremati dalla drammatica situazione economica. Peggio: gettano benzina sul fuoco della xenofobia e del razzismo, nonché invocando la linea del pugno di ferro poliziesco.

Matteo Salvini su Facebook ha scritto: «Sono col poliziotto, senza se e senza ma!» —anche con quello che invocava di spezzare le gambe. Gli ha fatto subito eco Barbara Saltamartini, vice capogruppo alla Camera della Lega: «Mi aspetto da parte delle altre forze politiche un’immediata condanna a questi intollerabili episodi di violenza e che il Ministro degli interni proceda subito con le espulsioni». Roberto Calderoli, vice presidente del Senato, bisogna continuare con gli sgomberi e aggiunge un ringraziamento «a tutti quegli agenti che hanno riportato la legalità e l’ordine a Roma». La Giorgia Meloni non è stata da meno: «Chi commette reati non è un rifugiato ma un banale criminale, non ha nessun diritto ad essere accolto a spese degli italiani e deve essere espulso immediatamente dall’Italia». Maurizio Gasparri a ruota dichiara solidarietà «alle forze di polizia intervenute in piazza Indipendenza. A chi, da sinistra, chiede garanzie per chi aveva occupato lo stabile, bisogna rispondere che l’unica garanzia è quella di essere riportati al rispetto delle leggi».

Quanto cinismo, quanta viltà farisaica in questi atteggiamenti! Ma tutto fa brodo, anche l'indecenza, se serve a strappare voti e la vanagloria di andare al governo
.


giovedì 24 agosto 2017

IL CORPO DELLE DONNE, L'ISLAM E L'OCCIDENTE di anonima

[ 24 agosto 2017 ]

L'articolo PAOLO BARNARD E L'ISLAM, com'era prevedibile, ha suscitato l'ira degli islamofobi. Cos'è una fobia? La paura angosciosa per lo più immotivata e quindi a carattere patologico.
E quanto questa fobia sia "immotivata", basata su pregiudizi implicitamente razzisti lo dimostra questo commento:
«E' innegabile l'alta correlazione mondiale tra mutilazioni femminili e influenza islamica. Bisogna anche condannare le mutilazioni maschili... per me, se ste cose le fai A CASA MIA, ti dò 30 anni di galera (lesioni + tortura + tentato omicidio) e questo anche per le mutilazioni maschili e vale pure per gli ebrei».
L'islamofobia patologica grida allo sdegno per le pratiche della Clitoridectomia e infibulazione malgrado tali pratiche sono vietate dall’ISLAM.*  Tace invece sul fatto che proprio il "progredito e avanzato" Occidente è una vera e propria fabbrica fordista di mutilazioni dei corpi, femminili anzitutto. Ciò ovviamente non per qualche prescrizione di carattere religioso o spirituale, ma per qualcosa di molto più profano: l'idolatria del corpo, diventato, per la "medicina", eufemisticamente chiamata "estetica", oggetto di manipolazioni artificiali e seriali. Ne ha fatta di strada, qui in Occidente... l'emancipazione femminile.

Ringraziamo l'anonima che ce lo ha ricordato con il commento qui sotto.




«Ma prima di preoccuparci e soprattutto indignarci delle altrui pratiche millenarie, perchè non ci concentriamo sulle occidentali barbare "amputazioni" delle parti intime femminile e non solo? In occidente siamo più furbi, e la chiamiamo "chirurgia estetica".
Esistono pratiche sempre più diffuse di modifiche chirurgiche e non, eseguibili sui genitali femminili su richiesta dell’interessata: tatuaggi, piercing, chirurgia estetica genitale …

altrettanto inconcepibili ed inumane come le mutilazioni genitali di altre culture.

Ecco un esempio delle occidentali mutilazioni:
- Riduzione delle piccole labbra (labioplastica riduttiva o ninfectomia):- Labioplastica vaginale additiva- Riduzione delle grandi labbra- Liposuzione del pube- Lipofilling del pube- Esposizione del clitoride- Clitoridoplastica di riduzione- Ricostruzione dell’imene (imenoplastica)- Ringiovanimento vaginale o vaginoplastica (cosmetic vaginal tightening):- Perineoplastica- Amplificazione del punto G
Le ripercussioni sulla salute fisica ed emotiva?
dolore, il gonfiore e la sensazione di tensione, formazione di ematomi, le infezioni, le emorragie, complicanze quali ritenzione urinaria, infezioni vescicali ed ematuria; la

labioplastica o vaginoplastica interferisce durante i parti a causa degli esiti cicatriziali, i rapporti sessuali sono alterati.
Anche se medicalizzate, si tratta sempre di “amputazioni”! Ma noi ne andiamo orgogliosi, perchè esaltano il diritto individuale di modificare il nostro corpo per adeguarlo ad un ideale di bellezza altro., frutto della perfida civiltà dell'immagine.

Vogliamo spostarci in Italia? Vogliamo parlare, al di là della chirurgia estetica, di quella pratica, diffusa a partire dall''800, chiamata Episiotomia, della quale l'OMS denuncia che “l’utilizzo sistematico della pratica dell’episiotomia, non ha giustificazione scientifica”.
Di cosa si tratta? L'episiotomia è un taglio praticato su vulva e vagina durante la fase espulsiva del parto. Le principali evidenze scientifiche mostrano che l'episiotomia NON va praticata, perché non è utile in nessuna delle circostanze in cui si pensava che lo fosse, eppure dal '800 noi continuiamo a praticarla, sempre.


In Italia è praticata sul 70% delle partorienti nell'Italia del sud, nel 60% a nord.

Questo significa che oltre 200.000 donne durante il parto ricevono un taglio delle parti intime, con gravi conseguenze sulla propria vita sessuale e fisica, senza che vi siano motivazioni mediche specifiche.
Una lacerazione spontanea è meglio di un'episiotomia
In ogni caso, una lacerazione spontanea è da preferire all'episiotomia poiché ha un decorso molto più breve, non coinvolge necessariamente il muscolo, e la sua cicatrizzazione è più rapida di quella dell'episiotomia.

In conclusione, colpisce che nelle culture in cui si pratica l'infibulazione, la posizione delle donne è che sono convinte della "validità" delle giustificazioni tradizionali ed anzi esse stesse si pongono come attive propugnatrici degli ideali tradizionali e delle pratiche che si ritengono veicolarli, esattamente come le donne occidentali sono convinte delle mutilazioni da chirurgia estetica e se ne fregano delle alterazioni del vissuto sessuale o del dolore al parto, inchinate ad un modello estetico indotto.
A ciascuno le proprie battaglie?»




  • * CLITORIDECTOMIA, INFIBULAZIONE E ISLAM
    INFORMARSI PRIMA DI DIRE SCIOCCHEZZE (COME FA BARNARD)

    So che non convincerò chi è affetto da islamofobia, ma la precisazione che mi accingo a compiere è doverosa.

    La clitoridectomia (rimozione totale della clitoride) o, peggio, l’infibulazione (clitoridectomia seguita dall’asportazione delle piccole labbra e dalla cucitura delle grandi labbra), non solo non è una pratica islamica, essa è HARAM, VIETATA dall’ISLAM.

    Alcuni anti-musulmani a prescindere fanno confusione con il KHIFAD, del quale si parla effetti in tre ahadith. Ossia di una piccola incisione sul clitoride che equivale alla circoncisione maschile (KHITAN). Segnalo poi che questa pratica non è considerata obbligatoria da ben tre scuole giuridiche.

    Che CLITORIDECTOMIA e INFIBULAZIONE non abbiano origine islamiche (egizia in particolare) è confermato da ogni studio antropologico.
    Da notare infine che essa pratica viene a tutt'oggi effettuata in ampia scala non solo in zone musulmane ma pure dai cristiani copti come anche di rito cattolico: nel Corno d'Africa (Etiopia ed Eritrea), in Sudan, Sud Sudan e in Kenya

    Moreno Pasquinelli

ELEZIONI IN SICILIA: MANOVRE GENERALI di S.St.

[ 24 agosto ]

Il mese di agosto non ha portato grandi novità per quanto riguarda le elezioni del 5 novembre.

Sul fronte dei maggiori partiti solo i Cinque Stelle, con il loro candidato Cancelleri, hanno preso sui concorrenti un deciso vantaggio. I Cinque Stelle avevano promesso in pompa magna la grande campagna d'agosto che avrebbe visto Di Maio e Di Battista, girare l'isola in lungo e largo accanto a Cancelleri. Cosa che è avvenuta ma non nelle dimensioni che ci si aspettava. Tuttavia i Cinque Stelle, nelle loro tappe, hanno riempito le piazze, ad indicare quanto ci si attende, che dalle urne usciranno come il primo partito. Ma qual è la proposta politica dei Cinque Stelle? Riducendo tutto all'osso essa si riduce alla parola magica "onestà". Davvero pochino se si pensa alla tremenda situazione che vive la Sicilia. Insomma: se Cancelleri vincerà, al netto della sua "onestà", sarà più per demerito degli avversari che per la forza delle sue proposte.

Infatti sul fronte dei due schieramenti di regime, Centro-sinistra e centro-destra, agosto non ha portato alcuna novità. E' in entrambi i campi una lite continua sull'eventuale candidato unitario e tutti tirano per la giacca Angelino Alfano, che sembra essere l'ago della bilancia. A destra, malgrado gli sforzi del gaulaiter di Berlusconi Gianfranco Miccichè, non c'è accordo con Fratelli d'Italia della Meloni, che tiene duro (col sostegno di Salvini) sostenendo l'ex-missino Nello Musumeci.

Dall'altra parte, sul fronte del centro-sinistra c'è il marasma totale. Il PD vuole ad ogni costo l'alleanza con Alfano, ma anche qui non c'è accordo sul candidato presidente. E il PD ha almeno due spine nel fianco. L'attuale sputtanato governatore Crocetta, che chiede la primarie e minaccia di scendere in campo con la sua propria lista. C'è poi Articolo 1-MDP che implora la coalizione col PD, ma senza gli alfaniani. Da questa parte l'ago della bilancia è il sindaco di Palermo Leoluca Orlando, che a Palermo governa sostenuto da una maggioranza che va dai democristiani fino a Rifondazione e Sinistra Italiana (Sinistra Comune).

Sul fianco sinistro del PD abbiamo visto che alcuni pezzi —il Partito della Rifondazione Comunista, il Partito Comunista Italiano, i civatiani di Possibile, Azione Civile di Ingroia  e cespugli sinistrati vari— hanno proclamato che faranno una loro lista con l'ex-DS Navarra candidato presidente.
Attenzione però. Il 1 agosto scrivevo:
«Ma è proprio sicuro che i siciliani troveranno nella scheda il simbolo della "Sinistra Alternativa"? Non proprio visto che il loro candidato Ottavio Navarra ha dichiarato che è pronto a farsi da parte nel caso la sua allegra compagnia venga accettata nel listone con orlandiani, MDP, e Sinistra Italiana».
Confermo questa possibilità. A meno che... A meno che Leoluca Orlando in vista delle regionali abbandoni il "modello Palermo" e si butti col PD e alfaniani convergendo sul candidato Fabrizio Micari (attuale rettore dell'università di Palermo).

Temendo questa evenienza Sinistra Italia/Sinistra Comune minaccia di mollare Orlando e di andare con la "Sinistra Alternativa". Così giorni addietro c'è stato un incontro tra Rifondazione e Sinistra Italia/Sinistra Comune per verificare l'eventualità di andare assieme. Civati ha colto la palla al balzo salutando l'incontro auspicando l'unità anche con Articolo1-MDP. Vedremo.

La sola rilevante novità, per quanto i media regionali abbiano fatto molta attenzione a non parlarne affatto, è la lista "Sicilia Libera e Sovrana- Noi siciliani con Busalacchi".

Nonostante la calura estiva e gli scarsi mezzi a disposizione la squadra di Busalacchi e De Santis non si è fermata un attimo, nemmeno nel mese di agosto. Chiudere le liste su nove province è un'impresa enorme. Il 22 c'è stato un significativo incontro a Siracusa. Tra gli altri era presente il portavoce dei Forconi Mariano Ferro. Ferro scioglierà la riserva accettando di far parte della lista di Busalacchi e De Santis? Lo sapremo presto.

Quali le idee e le proposte di questo movimento?

Idee e proposte che speriamo aiuteranno la lista, malgrado l'ostracismo dei partiti di regime, a farsi largo e ad ottenere il consenso che merita.



mercoledì 23 agosto 2017

EUROPA: I COSTI DEL PREDOMINIO TEDESCO di Costas Lapavitsas

[ 23 agosto 2017 ]

Intervista a Costas Lapavitsas di Steven Forti*
“L'euro ha soltanto facilitato un'Europa a trazione germanocentrica”. 
Costas Lapavitsas (1961), professore di economia presso la School of Oriental and African Studies della University of London, è un fermo partitario dell’uscita della Grecia dall’Euro. È autore di diversi libri, tra cui Crisis in the Eurozone (Verso, 2012) e, con Heiner Flassbeck, Against the Troika. Crisis and austerity in the Eurozone (Verso, 2015). Militante storico della sinistra ellenica, entrò in Syriza nel 2012 e venne eletto deputato nel primo governo di Alexis Tsipras nel gennaio del 2015. Abbandonò il Parlamento greco e il partito dopo la firma del Terzo Memorandum nell’estate di due anni fa. Da allora è estremamente critico con l’esperienza dei governi di Syriza e con DIEM25, il progetto europeo dell’ex Ministro delle Finanze Yannis Varoufakis.

QUI i numerosi interventi di Lapavitsas pubblicati da SOLLEVAZIONE
D. Sembra che la crisi sia terminata. È davvero così?
Si è placata, direi. Però più che della crisi, ciò di cui mi sembra più corretto parlare ora è della nuova Europa che sta nascendo. E non si tratta di un’Europa molto piacevole. 

R. Quale sarebbe questa “nuova” Europa?



La Germania ha affrontato con successo la crisi dell’Eurozona. In Europa si è formato un centro, rappresentato dalla Germania, e più nello specifico dal compesso industriale tedesco. Soprattutto il settore automobilistico e chimico, che è molto focalizzato nell’esportazione. Attorno a questo centro si stano formando una serie di periferie. All’inizio della crisi nell’Eurozona parlavamo di una sola periferia. Ed era corretto. Ora sappiamo che esistono più periferie. E in questo l’Italia è importante perché si trova a metà strada tra questo nuovo centro e le periferie. L’Italia sta ancora soffrendo la crisi, ma è anche l’unico paese in Europa che ha un complesso industriale che può competere con la Germania. Molto più della Francia che ha distrutto le sue industrie e ha sofferto un profondo processo di finanziarizzazione dell’economia negli ultimi decenni. 

Ha parlato di diverse periferie. Quali sono? E in cosa si differenziano?
Possiamo riconoscere chiaramente due tipi di periferie. Una è quella dei satelliti della Germania. Si tratta di paesi che possono fare parte dell’Euro o no, come la Polonia, la Repubblica Ceca, la Slovacchia, la Slovenia e parte dell’Austria. Paesi che sono collegati direttamente al processo industriale tedesco. Questo è il centro produttore europeo. Che sta iniziando ad attrarre altri paesi: la Romania, l’Ungheria… L’economia di questi paesi dipende sempre di più da come funziona il settore automobilistico tedesco. L’altra periferia è quella del sud: la Grecia, la Spagna, il Portogallo, una parte dell’Italia. Sono paesi che dispongono di un forte settore pubblico, hanno alti livelli di disoccupazione, sono economicamente poco competitivi e non hanno una struttura industriale che possa competere a livello internazionale. E, dato importante, sono membri dell’Euro. Che è la ragione per cui non sono competitivi. Il loro ruolo è quello di fornire mano d’opera alle industrie tedesche. 

Qual è il ruolo della Francia in questa “nuova” Europa?
La Francia è un paese del centro, ma non ha la forza industriale per competere con la
Germania. Ha perso la partita con i tedeschi all’interno dell’Euro. A medio o lungo termine sarà subordinata alla Germania.


L’arrivo di Macron all’Eliseo può modificare questa situazione?
La Francia rimane un paese potente, ma che cosa potrà fare Macron per competere economicamente con la Germania? Potrà anche stringere migliori rapporti con Merkel rispetto a Hollande o rinforzare la presenza militare francese nel mondo, ma non cambierà nulla. Per di più il suo programma economico contiene esattamente ciò che vogliono i tedeschi: salari più bassi, riforma del lavoro, privatizzazioni… l’unica speranza per la Francia in questo contesto è rafforzare il suo sistema finanziario. Lì ha dei vantaggi importanti. 

Secondo alcuni economisti, l’Euro è stato uno “scudo protettore” durante la crisi. Cosa risponde a questa interpretazione?
Chi ancora crede che l’Euro sia stato in qualche modo un fattore di protezione dell’Europa o non ha capito nulla di quel che è successo negli ultimi anni o è completamente ossessionato dall’Euro. L’Euro è stato un disastro per la capacità dell’economia europea di affrontare lo shock della Grande Crisi del 2007-2009. Ha ingigantito i suoi effetti, ha aggiunto altri problemi e ha devastato ogni settore dell’economia. L’Euro è stato un fallimento totale in questo senso. Credo sia più interessante piuttosto riflettere sul fatto che l’Euro ha permesso alla Germania di trasformarsi nel paese dominante in Europa. Questo è il vero significato dell’Euro. La moneta unica ha permesso a Berlino di dominare il mercato europeo e di convertirsi in un paese esportatore a livello globale capace di penetrare nel mercato cinese o in quello statunitense. E di convertirsi in proprietaria di asset finanziari. I risultati che ha dato l’Euro sono esattamente il contrario di quello che ci si aspettava. 

Qualcosa è cambiato con la Brexit?
La Brexit è stata in un certo senso una reazione alla trasformazione dell’UE in un’istituzione che protegge e maschera il potere tedesco. Una reazione causata dalla perdita di sovranità. È importante perché segnala una risposta che viene dal basso al nuovo potere che sta emergendo in Europa. La volontà di separarsi da questo nuovo impero. Le difficoltà che il Regno Unito sta vivendo in quest’ultimo anno mostrano quanto ciò sia difficile. Ma non sottovaluterei la forza del capitalismo britannico. In Europa ci sono solo tre capitali che contano: Mosca, Berlino e Londra. E Londra ne è cosciente. 

Vede analogie tra la Brexit e la vittoria di Trump?
Trump è un’altra cosa. È una risposta che viene dall’impasse del neoliberalismo. Trump cerca di sfruttare la sensazione di perdita di sovranità popolare e di aumento delle disuguaglianze sociali dicendo menzogne. Non ho ancora visto una politica di Trump che rispetta le sue promesse elettorali. Mi sembra il tipico presidente repubblicano che liberalizza l’economia. Un classico demagogo populista. 

Yannis Varoufakis sostiene che si possa ancora democratizzare l’Europa. Lei è fermamente contrario a quest’ipotesi. Perché?
Abbiamo perso l’ultimo decennio discutendo su come era possibile cambiare l’Unione Europea. Syriza pensava ingenuamente che, vincendo le elezioni e governando la Grecia, poteva cambiare la UE da dentro. Syriza ha fallito. E non perché la Grecia è un piccolo paese. Sarebbe stato lo stesso per qualunque governo di sinistra in Spagna o in Italia. Rispetto a qualche anno fa, però, ora sappiamo perché le cose sono andate così. Per la nascita di una nuova struttura di centro-periferia in Europa, con un centro che domina e che non permette nessuna dissidenza. Chi da sinistra vuole davvero cambiare le cose deve iniziare a combattere le istituzioni europee e a crearne di nuove. 

Possiamo imparare qualcosa dall’esperienza di Syriza?
Possiamo imparare ciò che non si deve fare. Non c’è nulla di positivo in questa esperienza. Syriza ha promesso moltissimo, ha vinto le elezioni ed è andata al governo, trasformandosi in un partito di massa. Si diceva che era una nuova forma di organizzazione politica per la sinistra. Ma già nel 2012, quando è diventata il primo partito dell’opposizione, e ancora di più nel 2015, quando è andata al governo, non esisteva una democrazia interna. Syriza è una macchina assorbita dallo Stato che ruota attorno a un leader. Ha fallito nel creare una nuova organizzazione politica realmente democratica. Però ha fallito anche nel tentativo di cambiare l’economia e la politica. Gli è mancata la capacità di radicarsi sul territorio. Ma se si vuole davvero cambiare il mondo, questa è una questione fondamentale. Syriza non lo ha fatto. E si è arresa, trasformandosi in un partito di governo. Syriza ci mostra cosa non si deve fare e come non ci si deve organizzare.

Qual è la situazione della Grecia a due anni dalla firma del Terzo Memorandum?
Penso che non ci sia stato negli anni della crisi un governo più sottomesso di quello di Tsipras. Si sono arresi completamente. Hanno accettato l’obiettivo di un avanzo primario pari al 3,5% del Pil per i prossimi cinque anni. È incredibile. Nessuno parla più ormai della ristrutturazione del debito. Sperano semplicemente che le liberalizzazioni e le privatizzazioni gli permettano di far ripartire l’economia. Con queste politiche l’economia greca potrà forse crescere o contrarsi un po’, ma in realtà rimarrà stagnante. La disoccupazione non si ridurrà significativamente e la Grecia diventerà un paese povero e irrilevante alle frontiere dell’Europa. Crescerà moltissimo la disuguaglianza, i giovani continueranno a emigrare, l’economia si baserà sul turismo. È un disastro.

Si parla molto dell’esperienza portoghese con il governo socialista di António Costa appoggiato dalle sinistre. Cosa ne pensa?
Se questo è il meglio che può fare la sinistra, allora non abbiamo bisogno della sinistra in Europa. La sinistra è una corrente politica che ha sempre lottato contro i poteri forti per costruire un nuovo mondo. Cosa c’è di tutto questo in Portogallo? Cosa hanno fatto? Sono andati al governo. Forse riusciranno a limitare l’applicazione delle misure di austerity. Ma cosa pensano che potrà succedere? Un miracolo? Il Portogallo non crescerà molto. Continuerà bloccato. Come la Grecia. Non hanno altre ambizioni? Pagheranno un prezzo per questo.

Cosa deve fare dunque la sinistra?
La questione chiave è ridefinire la sovranità. Cosa significa la sovranità popolare oggi? Ma bisogna ridefinire anche la sovranità nazionale. I corpi transnazionali dell’Unione Europea lavorano contro gli interessi dei lavoratori e dei governi di sinistra e mantengono la gerarchia esistente in Europa. Sono questioni cruciali perché vanno al cuore di cosa può essere il socialismo. A questo deve aggiungersi un programma economico anti-neoliberale e anticapitalista: nazionalizzare la banca, potenziare gli investimenti pubblici, rafforzare il Welfare State… Se si pensa che si possano raggiungere questi obiettivi cambiando l’UE, significa che non si è capito nulla di ciò che è successo negli ultimi dieci anni. È impossibile. Bisogna combattere i meccanismi dell’Unione Europea e il potere della Germania. Non è anti-europeo ciò che sto dicendo. Non si tratta di nazionalismo. Non confondiamo l’internazionalismo del grande capitale che si è imposto in Europa negli ultimi trent’anni con l’internazionalismo della sinistra e dei lavoratori. 

È favorevole dunque a una futura federazione europea?
Certo. Il fatto che non esista una nazione europea, non lo considero una debolezza. Siamo quel che siamo: italiani, francesi, greci… è ciò che rende l’Europa quel che è. Ciò di cui abbiamo bisogno non è un demos europeo, ma un autentico internazionalismo. Detto questo, è ovvio che ci sono molte cose che possiamo condividere. E si possono costruire delle istituzioni in questo senso. 

È ottimista?
Prendo sul serio Gramsci. [ride] Sono particolarmente ottimista quando guardo la gioventù europea. Se penso alla Grecia, mi rendo conto che i giovani hanno viaggiato di più e sono più istruiti e informati di tutte le generazioni precedenti. Sono migliori di come eravamo noi. Vedremo cosa farà la gioventù europea nel futuro. In questo sono fiducioso. 



* Fonte: Micromega

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