lunedì 5 febbraio 2018

VERSO LE ELEZIONI, SCHEDA 6: IL PROGRAMMA A CINQUE STELLE

[ 5 febbraio 2018 ]

Continuiamo con le schede sui programmi delle diverse forze politiche che troveremo il 4 marzo sulla scheda elettorale. Ricordiamo che mettiamo a fuoco, dei diversi programmi, quanto dicono dell'Unione europea e dell'euro. Oggi ci occupiamo dei 5 Stelle. Scopriremo grandi sorprese...


Ricordiamo le schede precedenti:
SCHEDA 1: PER UNA SINISTRA RIVOLUZIONARIA
SCHEDA 2: PARTITO COMUNISTA
SCHEDA 3: L'ALTRA EUROPA CON TSIPRAS

SCHEDA 4: POTERE AL POPOLO
SCHEDA 5: LIBERI E UGUALI

*  *  *

Non abbiamo messo a caso, dovendo quest'oggi parlare del Movimento 5 Stelle versione 2.0 (ovvero la versione addomesticata con Luigi Di Maio capo politico) l'immagine del padre del neoliberismo Von Hayek. E sì, perché se quello originario era un mix di liberismo e antiliberismo, il programma elettorale della versione 2.0 è neoliberismo conclamato. E' sotto gli occhi di tutti che il profilo protestatario e popolare del grillismo delle origini ha lasciato il posto ad un soggetto tutto proteso a leccare il culo alla borghesia e ad essere accettato dal sistema entro il suo perimetro.


Non ci occupiamo qui di tutti i voltafaccia compiuti dalla cupola a Cinque Stelle, che sono svariati. Né vogliamo parlare del regime interno e della rivelatasi fandonia della "democrazia diretta". Ci occupiamo di quel che dice oggi M5S sull'Unione europea e sull'euro.

Di segnali, del pornografico passaggio dal no-euro al sì-euro, ce ne sono stati diversi, il più clamoroso fu, nel gennaio dell'anno scorso, il tentativo, goffamente fallito di entrare nel gruppo ALDE del Parlamento (si fa per dire) europeo, tra tutti quello più liberista ed eurista.

Ora questo passaggio è sacramentato nel programma elettorale dei 5 Stelle a direzione Di Maio. 

Che c'è scritto su euro e Unione europea?
Niente, assolutamente niente! Nemmeno una parola su quella che è la questione delle questioni.
Alle prime avvisaglie della svolta ci eravamo chiesti se, per caso, il programma di Di Maio l'avesse scritto Renzi. Nella sua versione finale le cose stanno anche peggio. Per quanto costretto a rientrare nei ranghi, Matteo Renzi qualche velata critica all'Unione eurocratica continua a farla. Di Maio, dopo aver nel frattempo fatto il giro delle sette chiese per imbonirsi i poteri forti, dopo aver detto colossali scemenze, ha puramente e semplicemente rimosso la questione. La qual cosa è un fatto grosso, visto che, più o meno, tutti coloro che sono in gara, chiedono o alludono almeno al "cambiamento dei trattati".


Guardare (sopra) per credere. Potete confrontare il programma con cui M5S fece il pieno di voti nel 2013 (a sinistra), dove si chiedeva almeno un referendum sull'euro, con quello attuale (a destra). Adesso non solo ogni riferimento all'euro è scomparso ma, oltre al rosario di misure economiche e sociali che fanno invidia ai liberisti dei due poli storici di centro-destra e centro-sinistra, si promette, nel caso che M5S salga al governo, una "RIDUZIONE DEL RAPPORTO DEBITO PUBBLICO-PIL DI 40 PUNTI IN DIECI ANNI".


clicca per ingrandire
Incredibile! Un taglio LIBERISTA alla spesa pubblica più forte di quello previsto dal famigerato Fiscal Compact. Viene fuori che M5S è il solo partito che chiede il rispetto di un trattato-mannaia esiziale per l'economia italiana.

Di acqua, in poco tempo, ne è passata sotto i ponti.

I Cinque Stelle, prima di Di Maio, non solo chiedevano un referendum affinché i cittadini decidessero se restare o uscire dall'eurozona. Ci fu un tempo in cui (vedi grafica a destra) ebbero il coraggio di parlare apertamente di uscita dall'eurozona.

L'approdo all'eurismo ha numerose e gravi implicazioni, innerva tutto il programma elettorale dei 5 Stelle. Scomparsi tutti gli obbiettivi sociali. Dal "nessuno deve restare indietro" al "chi sta sopra ci deve restare". E' degno di nota che su alcuni punti il programma elettorale è più a destra di quello di Berlusconi e Salvini. Nessun riferimento all'abolizione del Jobs Act e per quanto concerne la Legge Fornero e quella della Buona Scuola non si chiede una cancellazione bensì..."il superamento".

Qual è dunque la visione sottesa al programma 2018? Quella liberista delle mani libere alle imprese in nome del famigerato dogma "più mercato e meno Stato". Ovvero proprio ciò che ha causato il disastro sociale e il declino nazionale. 



SOVRANISTI DA STRAPAZZO

[ 5 febbraio 2018 ]

Luigi Pecchioli [nella foto], segretario del "partito" Riscossa Italia, si è sentito in obbligo di rispondere, con un messaggio video, a SOLLEVAZIONE in merito alla candidatura di due loro dirigenti di spicco con formazioni neofasciste; per la precisione del segretario Marco Mori con Casa Pound, e della senatrice Paola De Pin con Forza Nuova ed a quanto scritto da Boghetta e Porcaro in merito all'approdo di Alberto Bagnai alla Lega salviniana. 


QUANDO LA PEZZA È PEGGIORE DEL BUCO

Luigi Pecchioli è una brava persona. Il suo messaggio video fa anzi una certa tenerezza. La sua difesa d'ufficio di Riscossa Italia fa acqua da tutte le parti. Come avvocato la sua arringa è un disastro poiché conferma i gravi capi d'imputazione che gravano sulla testa dello sfortunato assistito.

Quale fosse il succo della nostra critica è presto detto. Se un piccolo movimento politico vede il suo portavoce (Marco Mori) e una dirigente di primo piano (la senatrice Paola De Pin) passare il primo con Casa Pound e la seconda con Forza Nuova, qualcosa vorrà dire. Non indica forse che c'era del marcio nel "sovranismo" di questo "partito"? 
Cosa fosse "marcio" è presto detto: in virtù della favoletta che non ci sarebbero più né destra né sinistra, ed in barba ai giuramenti solenni sulla Costituzione, Riscossa Italia postulava un'idea ambigua della sovranità per cui: (1) uscita "keynesiana" o liberista dall'euro sarebbe questione di lana caprina; (2) quindi sì ad un'alleanza politica di tutti i "sovranisti", leghisti e fascisti compresi. Due tesi distintive del "Bagnai pensiero" (che tanti danni ha fatto) il quale, più furbo e ambizioso, è infatti finito con la Lega.

C'è forse, nel discorso di Pecchioli, un'autocritica? Nessuna. Si prende forse atto che il "piccolo mondo sovranista" era affetto da un morbo? Che Riscossa Italia era uno dei fattori di  contagio? Che un ciclo si chiude e uno nuovo va aperto? Per niente, tutto va bene madama la marchesa. Buona fortuna!

Può essere utile a questo punto segnalare i passaggi più significativi del discorso del Pecchioli. Il primo è formidabile:
«Non ci siamo presentati a queste elezioni per non spaccare il fronte sovranista, che si è compattato dietro alla candidatura di Alberto Bagnai. (...) Presentarsi con la Lega mentre si sforza di voltare pagina aggiungendo alla loro compagine dei sovranisti importanti... è una cosa importante, e per questo abbiamo deciso di non ostacolare questa posizione».
Suvvia amici cari! Che cazzata è mai questa? Non vi siete presentati per la semplice ragione che non ce l'avete fatta, e non ce l'avete fatta perché avete scioccamente sperato, fino all'ultimo istante, che la senatrice De Pin, aderente al gruppo parlamentare GAL, potesse per questo evitare la faticosa raccolta delle firme.
«L'errore [di Programma 101 e SOLLEVAZIONE, Ndr] è quello di cercare la purezza delle posizioni di sinistra negli altri. Quindi si dialoga solo con chi è di sinistra, solo con chi ha una storia di sinistra... Quindi questo essere settari, questo cercare la purezza, che è un po' razzista, è ciò che ha portato spesso alla sconfitta e alle scissioni della sinistra». 
Sorvoliamo per carità di patria sulla "purezza razzista". Pecchioli, di nuovo, mente sapendo di mentire. Sin da luglio scorso Programma 101 e la C.L.N. fecero appello a tutti i gruppi del sovranismo costituzionale  a fare fronte in vista delle elezioni. La risposta di Riscossa Italia, carta canta, fu un secco no. L'11 novembre facemmo l'ennesimo tentativo unitario. Assieme agli amici di Unione di Scopo convocammo un incontro unitario, lanciando l'allarme che i tempi per una lista del sovranismo costituzionale erano ormai strettissimi. Riscossa Italia addirittura non si peritò di partecipare. L'accusa di settarismo va dunque respinta al mittente. 

Ma procediamo passando alla terza chicca:
«Questa purezza porta a criticare un Bagnai che onestamente ha provato in tutti i modi a cambiare la sinistra dall'interno ma ha trovato solo rifiuto e derisione e che si è candidato giustamente con l'unico partito che gli ha dato un minimo di spazio. La Lega è il partito in cui Salvini è uscito dalle consultazioni con Napolitano sventolando il suo libro Il tramonto dell'euro dicendo che quella era una lettura che lo aveva illuminato e che avrebbe molto pensato su questo».
Eccoci alla seconda storiella, quella per cui l'essersi candidato con la destra liberista e xenofoba sarebbe colpa della sinistra che non ha compreso il grande genio Bagnai e gli ha chiuso la porta in faccia. Questa bubbola autoassolutoria del Bagnai è falsa ed è diventata stucchevole. C'era la possibilità di costituire un movimento politico indipendente del sovranismo costituzionale che avrebbe potuto aprirsi un varco grande a sinistra, Bagnai, con "contezza di spirto", si è sempre messo di traverso. Punto. 
Perché lo ha fatto? Per quattro ragioni fondamentali che condensano il Bagnai pensiero: (1) ha sempre ritenuto che l'euro sarebbe venuto giù da solo e molto presto; (2) nel caso sarebbe comunque stato un pezzo dell'élite a farci uscire dall'euro; (3) la sinistra si è suicidata, la destra avanza, ed è a destra che occorre buttarsi; (4) siamo in un sistema "nazista" che ci consente solo di votare contro, in cui non c'è spazio di votare per.
A questa visione in cui ogni porcheria politica si autogiustifica (la profezia che si autoavvera) si aggiunge un elemento psicologico, la  mania di grandezza, il narcisismo conclamato di Bagnai. 
Ma Pecchioli non solo scagiona Bagnai dalle sue responsabilità politiche, fa peggio. Dopo l'umiliante marchetta del seminario dell'ottobre scorso insiste con un patetico endorsement elettorale per la Lega. Infatti egli afferma: 
«Ora, Salvini sarà tutto quello che vi pare, però lui sta cercando di fare uno spostamento della Lega la quale all'interno ha la parte più becera, per carità, però qualcosa ha cercato di fare  e sicuramente Bagnai può aiutare piuttosto che portare l'acqua alla parte liberista. Ci riuscirà, non ci riuscirà, non importa, è una scelta che va capita».
Qual è dunque il desolante succo del discorso di Pecchioli?  Si può riassume così: "Beh, sì, certo, Mori non avrebbe dovuto andare con Casa Pound, né la De Pin con Forza Nuova. E' con Bagnai e Salvini invece che dobbiamo andare".

Non la zuppa, il panbagnato. E il marcio resta.

domenica 4 febbraio 2018

IL MOSTRO DI MACERATA E L'ANTIFASCISMO di Piemme

[ 4 febbraio 2018 ]

Berlusconi minimizza sostenendo che si tratta di uno squilibrato mentale; i fascisti che giustificano la mancata mattanza; quelli che lo condannano come atto criminale; Salvini e la Meloni che dicono che la colpa è dell'immigrazione e di chi la favorisce; il Saviano che rimprovera a Salvini di essere il mandante morale; l'estrema sinistra, sulla stessa scia, se la prende tuttavia anche coi "complici silenti"; Di Battista che in quanto a ignavia supera tutti quanti. Ci sarà infine qualche cretino che griderà al complotto di qualche servizio segreto per favorire il Pd nelle urne.

C'è poi chi equipara il gesto del mostro di Macerata e quelli disperati degli islamisti riconducibili all'ISIS. La similitudine sta secondo me altrove: Traini, colpendo ogni immigrato che gli è capitato a tiro ha emulato le pratiche della destra neonazista e suprematista americana. 

Dopo l'americanizzazione delle sinistre, abbiamo quindi l'americanizzazione del fascismo, lo sceriffo bianco fai date. Sintomo evidente di una società spappolata, il cui tessuto si va progressivamente sfasciando, producendo un'individualismo nichilista della morte.

Non c'è dubbio che questo Luca Traini, oltre ad essere un infame —come definire altrimenti chi fa il tiro al bersaglio con gente inerme e indifesa— è uno "squinternato"; uno squinternato che fa un'americanata ma con delle idee politiche fasciste, uno che per di più, solo un anno fa, era candidato della Lega di Salvini. 

La qual cosa che ci dice? Ci dice che nel marasma italiano, pur tra stop and go, si va configurando un ectoplasma politico reazionario, diviso su molte questioni ma con un collante ideologico e sociale comune: la xenofobia. Ora Di Stefano si agghinda col doppio petto, ma nessuno deve dimenticare che nel 2011, a Firenze, il suo simpatizzante Gianluca Casseri sparò e uccise due ragazzi senegalesi. Ora Casa Pound è un avversario elettorale della Lega, ma non si deve scordare che nel 2015 Salvini e i "fascisti del terzo millennio" siglarono un patto politico il cui marchio di fabbrica era "basta immigrazione! prima gli italiani!". Il patto si è rotto perché Salvini decise di allearsi con Berlusconi. Vedrete che se questa alleanza dovesse rompersi, a crisi sociale incalzante, l'anima nera della Lega riporterà in auge quel perverso sodalizio. La barbarie sociale neoliberista, non solo produce anime nere, le spinge ad assembrarsi, a fare fronte. 

C'è quindi una logica sociale, oggettiva, nella follia terrorista del "lupo solitario" Luca Traini. Guai a non vederla! Guai a coloro che se gli parli della xenofobia montante fanno spallucce.

Antifascismo necessario quindi, ma quale? Ce ne sono almeno due, uno può vincere, l'altro destinato a farci perdere. Per capire quali essi siano si guardi questo breve filmato sulla mobilitazione avvenuta ieri a Genova. Una grande e combattiva manifestazione indetta per protestare contro il crimine di Macerata. Pare che quelli del Pd siano stati cacciati dal corteo. Cosa buona e giusta. Si ascoltino quindi i due manifestanti che parlano al microfono. Sono l'icastica rappresentazione dei due antifascismi di cui parlo: quello patriottico del vecchio partigiano, e quello retorico e declamatorio difeso da un giovane. Ahimé non è quello partigiano che ha l'egemonia.

No so se faremo in tempo a fermare il mostro che la putrescente società liberista e liberale nutre nella sua pancia. 

So che per impedire il parto si dovrebbe uccidere la madre che lo tiene in grembo. So che questo parto è agevolato da quelle sinistre bastarde le cui cifre identitarie sono oramai il disprezzo dello stato e della nazione, l'accoglienza a prescindere col mito suicida della "società multietnica", il cosmopolitismo liberal-cattolico al posto dell'internazionalismo.  

So che per evitare una nuova tragedia storica occorre anzitutto rimettere ordine nei pensieri, sbarazzarsi dei fiori oramai appassiti e coltivarne di nuovi. Occorre ricostruire una nuova comunità politica dalle forti radici democratiche, rivoluzionarie e patriottiche. 
Faremo in tempo?

sabato 3 febbraio 2018

CHE SUCCEDE NEL VENEZUELA DI MADURO?

[ 3 febbraio 2018 ]

I sostenitori a prescindere di Maduro non condivideranno la critica dura che viene rivolta in questo articolo al governo venezuelano. Lo pubblichiamo perché esso ci aiuta a capire la difficilissima situazione politica e sociale in Venezuela. 


*  *  *
Il Venezuela dopo le elezioni comunali
di Sinistra Classe Rivoluzione

«Come previsto, le elezioni municipali del Venezuela del 10 dicembre hanno prodotto una vittoria schiacciante per il Partito Socialista Unito (PSUV) al potere. Ha conquistato 308 dei 335 consigli comunali, vincendo in 23 capitali su 25. L’opposizione, che si è divisa e ha ampiamente boicottato le elezioni, è riuscita a conquistare solo due importanti consigli comunali, quelli di San Cristóbal, la capitale di Tachira e Libertador, la capitale di Mérida.
L’opposizione reazionaria filo-imperialista sta concludendo l’anno 2017 estremamente spaccata al suo interno, con la propria base demoralizzata e priva di una chiara strategia, dopo la sconfitta del loro tentativo di rovesciare il governo in maniera violenta avvenuta nella prima metà dell’anno.

I candidati rivoluzionari di sinistra contro la burocrazia

La debolezza dell’opposizione ha fatto in modo che le contraddizioni represse all’interno del campo bolivariano venissero alla luce. In un certo numero di comuni la sinistra del movimento chavista ha sfidato i candidati ufficiali del PSUV.
Nella capitale Caracas, Eduardo Saman si è candidato per il consiglio del Libertador, che comprende la maggior parte dei quartieri operai e poveri della parte occidentale della città. Ex funzionario del governo e ministro sotto Chavez, noto per la sua accanita opposizione ai capitalisti e alle multinazionali, per la sua lotta contro il racket e per la sua difesa del controllo operaio, Samán si è presentato come candidato sia per il PPT (Patria per tutti) sia per il Partito comunista (PCV).
Ha dovuto affrontare il sabotaggio costante da parte dello Stato e della burocrazia del PSUV e gli è stata inoltre preclusa la possibilità di apparire nei media. Inoltre, il suo nome non era nemmeno stato stampato sulle schede ufficiali! Alla fine ha ottenuto il 6,6% dei voti contro il 66% ottenuto dalla candidata chavista ufficiale Erika Farias. Tuttavia la sua campagna in uno sforzo congiunto è riuscita a raccogliere gran parte della sinistra rivoluzionaria del chavismo a Caracas.

Tra coloro che hanno sfidato da sinistra i candidati ufficiali del PSUV c’erano Jesus Silva che è riuscito a ottenere un discreto 16% dei voti nel comune di Moran (Lara). Nel comune di Cajigal (Sucre), Augusto Espinoza, un leader del movimento comunale locale, ha ricevuto il 51% dei voti, battendo il candidato del PSUV che ha ottenuto il 45%. Nel comune di Paez (Apure) un candidato della corrente rivoluzionaria Bolivar Zamora, Chema Romero, ha vinto con il 61% dei voti, anche se in questo caso ha avuto il sostegno del PSUV.

Gli esempi più scandalosi di manovre burocratiche per ostacolare i candidati chavisti di sinistra sono quelle adottate nel comune di Monagas Libertador e nel comune di Simon Planas a Lara. Nel primo caso, Régulo Reyna il candidato sostenuto dal PCV, ha vinto con un massiccio 62% dei voti, contro il 30% ottenuto dal candidato del PSUV. Qui, incredibilmente, il Consiglio elettorale nazionale (CNE) ha sostenuto, dopo le elezioni, che l’Assemblea costituente, di cui Reyna è un membro eletto, non gli aveva dato il permesso di presentarsi. Pertanto, nonostante il fatto che la sua candidatura fosse stata accettata dal CNE, che non fossero stati notificati eventuali impedimenti e che il suo nome fosse sulla scheda elettorale, la CNE ha dichiarato nulla la sua candidatura e ha proclamato come vincitore il precedente candidato del PCV, Presilla! Poiché Presilla ha rifiutato di partecipare a questa finzione, il CNE ha quindi nominato un sindaco provvisorio. Il PCV e la popolazione locale sono in rivolta e continuano a lottare per il riconoscimento di Reyna come legittimo vincitore!

Anche per quanto riguarda Angel Prado, nel comune di Simon Planas (Lara), la situazione è ugualmente scandalosa. Come spiegato in altri articoli, Prado è una figura di spicco nel movimento bolivariano all’interno del suo comune, che coinvolge migliaia di contadini e operai poveri. Era stato eletto all’Assemblea Costituente a luglio 2017 con un grande sostegno. Ha quindi raccolto migliaia di firme a sostegno della sua candidatura per il consiglio comunale. Il Consiglio elettorale nazionale si è opposto alla candidatura affermando che fosse necessario il permesso dell’Assemblea Costituente. Nonostante il sostegno schiacciante alla sua candidatura e il fatto che molti membri dell’Assemblea Costituente fossero candidati, la presidenza dell’Assemblea costituente gli ha negato il permesso di presentarsi alle elezioni.

Basandosi sulla mobilitazione di massa dei contadini poveri a livello locale, Prado ha insistito sul fatto che si sarebbe presentato con lista del PPT e che chiunque avesse votato per il PPT avrebbe votato per lui. Il CNE ha poi stampato le schede elettorali in cui il PPT sosteneva il candidato ufficiale PSUV. Tuttavia, sfidando questa situazione kafkiana, il 57% ha votato per il PPT e solo il 34% per il PSUV. Dal momento che il nome di Prado non era sulla scheda, il CNE ha insistito sul fatto che il vincitore fosse il candidato del PSUV Jean Ortiz. Le masse hanno quindi circondato il municipio per impedirgli di giurare. Da allora migliaia di persone hanno marciato verso Caracas, hanno presentato una petizione all’Assemblea Costituente e al presidente e hanno promesso di non cedere fino a quando non fosse proclamato il legittimo vincitore.

Lezioni della lotta per le elezioni comunali

Tutti questi conflitti e tensioni all’interno del chavismo, sebbene limitati a pochi comuni, rivelano una serie di caratteristiche molto interessanti.
Primo, il fatto che la burocrazia statale e di partito non si fermerà di fronte a nulla per rimanere al potere e distruggere qualsiasi potenziale sfidante proveniente dall’ala sinistra del movimento. I metodi utilizzati contro i candidati sono in realtà molto simili a quelli usati durante la Quarta Repubblica che il chavismo aveva smantellato nel 1998-2000: clientelismo, intimidazioni e minacce, boicottaggio dei media, uso delle risorse statali per persuadere la gente a votare per il ” giusto “candidato, ecc.

Secondo, il fatto che esiste un sentimento di rabbia e di malcontento diffuso tra la base del movimento bolivariano contro la burocrazia e i riformisti ai vertici del partito e all’interno dello Stato, i quali sono percepiti come sempre più distanti dagli autentici ideali del movimento. Ciò è aggravato dalla crisi economica e da tutte le concessioni fatte dal governo ai capitalisti e alle sezioni dell’opposizione di destra. Anche se il movimento è ancora in gran parte disorganizzato e sparpagliato, la campagna per sostenere questi candidati alle elezioni locali e, in seguito, la lotta per difendere le loro vittorie hanno fornito un punto di riferimento per la sinistra rivoluzionaria del chavismo che ha, forse per la prima volta, sviluppato un collegamento a livello nazionale.

Non è un caso che le aree in cui la sinistra rivoluzionaria è meglio organizzata siano quelle rurali e legate alle organizzazioni comunitarie. Sono in grado di produrre almeno prodotti alimentari di base e quindi di evitare i peggiori effetti del tracollo economico. Nelle città principali, d’altra parte, la pressione della lotta per la sopravvivenza quotidiana ha inferto un duro colpo al livello di attività politica delle masse bolivariane.

2018: elezioni presidenziali e crisi economica

Con l’arrivo del 2018, la sconfitta dell’offensiva dell’opposizione nella prima metà del 2017 non ha realmente risolto nessuno dei problemi alla base della rivoluzione bolivariana. L’aspra crisi economica è stata aggravata dalle sanzioni finanziarie imposte da Washington e ha costretto il governo a muoversi verso la rinegoziazione del debito estero. La politica di Maduro è stata efficace nell’indebolire l’opposizione di destra e quindi è probabile che convochi elezioni presidenziali anticipate l’anno prossimo. Ma in realtà il governo ha già fatto concessioni alla classe capitalista su molti degli aspetti cruciali.

C’è un’offensiva contro la corruzione in PDVSA che ha visto decine di alti funzionari e persino il presidente dell’azienda e il ministro del petrolio incriminati. Non c’è dubbio che ci sia corruzione a tutti i livelli dell’azienda, ma è difficile sfuggire alla conclusione che questa campagna faccia parte di una purga interna contro Rafael Ramirez. Egli è l’ambasciatore venezuelano all’ONU (una posizione dalla quale è stato costretto a dimettersi) ed anche ex presidente del PDVSA e ministro del petrolio e quindi una figura potente, contro cui sono anche avviati procedimenti penali.

Nel frattempo, la Banca centrale ha attuato la politica folle di stampare denaro senza alcun controllo, in modo che il governo potesse pagare le tredicesime prima delle elezioni municipali del 10 dicembre. Ciò, naturalmente, ha contribuito ad aumentare i già gravi problemi dovuti all’iperinflazione. Tra il 20 ottobre e l’8 dicembre, la massa monetaria è raddoppiata, per 5 settimane consecutive è salita di oltre il 9% ogni settimana! L’offerta di moneta è aumentata dell’800% nei primi 11 mesi dell’anno ed è aumentata del 12.000% da quando Maduro è stata eletto nell’aprile 2013.

In realtà quello che vediamo è un governo che usa metodi sempre più burocratici e autoritari per rimanere al potere, mentre allo stesso tempo mette in discussione molte delle conquiste della rivoluzione facendo concessioni all’oligarchia. D’altra parte, se l’opposizione dovesse arrivare al potere, lancerebbe un attacco frontale ai lavoratori e ai poveri per far pagare loro l’intero prezzo della crisi.

La classe dominante sta pensando di sostenere l’imprenditore Lorenzo Mendoza come candidato contro Maduro nelle elezioni presidenziali del 2018. È uno dei più potenti capitalisti del paese, controlla il gruppo alimentare Polar che detiene il monopolio della distribuzione. Ha mantenuto una prudente distanza dai violenti tentativi dell’opposizione di rovesciare il governo nella prima metà del 2017. Potrebbe probabilmente candidarsi con l’argomentazione che “almeno un uomo d’affari sa come gestire l’economia” e fingerebbe di essere estraneo alla violenza screditata dei partiti di destra.

Qual è la via da percorrere?

Come abbiamo prospettato già da parecchi anni, le politiche del governo di Maduro stanno preparando la strada per il ritorno dell’oligarchia al potere. L’unica strada da percorrere è quella in cui la sinistra rivoluzionaria del movimento bolivariano – che abbiamo visto emergere, in maniera incipiente, qua e là, durante la campagna per le elezioni comunali – si organizzi a livello nazionale con un chiaro programma socialista rivoluzionario.
Gli eventi del 2017 hanno dimostrato che, malgrado tutto ciò che hanno dovuto passare le masse, esiste un sano istinto di classe nel respingere i violenti tentativi dell’opposizione di destra di rovesciare il governo. I lavoratori e i poveri sanno bene che cosa significherebbe una vittoria dell’oligarchia e che sarebbero chiamati a pagarne il prezzo.
Questo sano istinto è cinicamente usato dalla burocrazia con il solo scopo di rimanere al potere. In questa situazione, qualsiasi sfida proveniente dalla sinistra deve chiaramente funzionare all’interno del quadro della rivoluzione bolivariana. Se commettessero errori settari che consentano alla burocrazia di rappresentare questi gruppi e tendenze come parte dell’opposizione, sarebbero screditati agli occhi delle masse più ampie.

Un’opposizione rivoluzionaria proveniente dall’interno della base deve avere come idea centrale la rivendicazione delle vere tradizioni del chavismo, quelle della democrazia e della partecipazione, della responsabilità della leadership, del controllo operaio e della lotta contro il capitalismo. È la burocrazia del PSUV che ha tradito l’eredità di Chavez, non l’opposizione di sinistra che sta emergendo all’interno del movimento.

Il punto di partenza di un movimento per rigenerare il chavismo deve essere l’ultima dichiarazione del presidente Chavez, in cui aveva avvertito che erano rimasti in sospeso due compiti chiave: la costruzione di un’economia socialista e la distruzione dello stato borghese. Non è la sinistra rivoluzionaria, ma piuttosto la burocrazia che ha rotto con il movimento bolivariano e ha tradito i suoi principi.
Se le elezioni municipali di dicembre 2017 contribuiranno a gettare le basi di un simile movimento, allora rappresenterebbero un buon inizio».

* Fonte: Rivoluzione

venerdì 2 febbraio 2018

BINGO! PAOLA DE PIN CON FORZA NUOVA

28 aprile 2013, Paola De Pin vota la fiducia ala governo Letta
[ 2 febbraio 2018]

Elezioni del 4 marzo 2018. Va bene che siamo nella "società dello spettacolo" ma quello con cui abbiamo a che fare è un vero e proprio bordello. 
Per esempio, chi più e chi meno, tutti hanno messo in lista, spesso in posizioni apicali, fetecchie e saltimbanchi vari. L'estrema destra non fa eccezione.

Prendiamo il caso di Augusto Sinagra, piduista e famigerato avvocato di Licio Gelli: sarà candidato a Roma nelle liste di Casa Pound. Niente di nuovo sotto il cielo: di vecchia data il sodalizio tra certi ambienti neofascisti, logge massoniche, sette esoteriche e servizi segreti vari.

Sempre per restare laggiù, ancora più in fondo a destra, c'è il caso della Senatrice veneta Paola De
Pin, eletta nel 2013 nelle liste del Movimento 5 Stelle. Con una conferenza stampa, Fiore presente, la De Pin ha comunicato che sarà candidata nelle liste di Forza Nuova. 
Ne ha fatti di salti della quaglia la De Pin!
Leggiamo da sito Giornalettismo:
«Dopo tre mesi dall’arrivo in Parlamento abbandona il partito di Beppe Grillo. Si iscrive al gruppo misto e dà vita insieme ad altri ex M5S alla componente Gruppo Azione Popolare. Ad ottobre 2013 vota la fiducia al governo Letta e negli stessi giorni il suo mini gruppo cambia denominazione in Azione Partecipazione Popolare. Alle elezioni europee di maggio 2014 dà il suo appoggio alla sinistra, che si presenta con la lista unitaria L’Altra Europa con Tsipras (definisce il leader greco «il più credibile rappresentante dell’unico europeismo possibile») e, pochi giorni prima del voto, aderisce a un’altra componente del gruppo misto, Italia Lavori in Corso, sempre in compagnia di altri senatori ex pentastellati. È il giugno 2015 invece quando aderisce alla Federazione dei Verdi (alla quale sarà iscritta fino al 2016). Negli stessi giorni al Senato si iscrive a un gruppo di centrodestra, Gal, ovvero Grandi Autonomie e Libertà, di cui fanno parte anche democratici cristiani. Ne farà parte fino a fine legislatura senza tuttavia abbandonare altre iniziative. Nel 2016 ad esempio dopo l’esperienza con i Verdi arriva la fondazione di un nuovo movimento politico, Riscossa Italia».
Vabbè che non in Italia c'è il vincolo di mandato, ma qui siamo davanti ad un caso patologico di incontinenza politica. Dopo tutti questi cambi di casacca addirittura sprofondare in Forza Nuova? Non sarebbe stato più dignitoso ritirarsi mestamente a vita privata? Invece prevale la coazione a ripetere, un'egotica smania di essere sulla ribalta, anche a costo di apparire macchiette.

Non ci occuperemmo della De Pin se non fosse stata, negli ultimi due anni, una dirigente e un'icona di Riscossa Italia... Per chi non l'avesse capito uno dei movimenti politici del campo "sovranista". 

Già, Riscossa Italia, lo stesso gruppo il cui portavoce era Marco Mori, finito in Casa Pound. 

Speriamo che gli amici di Riscossa Italia rifletteranno a fondo non solo sulla "fuga dei cervelli" che han subito, ma sulle ragioni del loro approdo devastante. 

Il comunicato emesso il 20 gennaio (vedi accanto) se non è un modo furbo di mettere la polvere sotto il tappeto, fa sperare che ci sarà un'autocritica radicale. Se due dirigenti di spicco hanno scelto certi lidi non è perché sono impazziti all'ultimo momento. C'era evidentemente qualcosa di ambiguo e fragile nelle stesse fondamenta politiche di Riscossa Italia. Un "sovranismo costituzionale" che mascherava disegni ben più torbidi.

Come abbiamo già scritto si chiude un ciclo del "sovranismo". Perché si chiude? perché il sovranismo si è scisso in due campi: quello sciovinista e fascistoide e quello patriottico e socialista.

Da che parte andranno i "sovranisti" scampati alla carneficina?



I BARCONI DI MATTEO SALVINI di Fiorenzo Fraioli

[ 2 gennaio 208 ]

Io sono un sovranista della prima ora, e lo ero quando Matteo Salvini ancora sproloquiava di padania nell'euro e sud alla malora. Io sono un uomo di sinistra che non ha mai accettato l'immigrazionismo senza limiti. Io sono uno che, se fossi stato un paraculo, avrei potuto intrupparmi nel 5S ed essere in parlamento. Io sono uno che preferisce lavare i vetri ai semafori pur di potersi fare la barba guardando una faccia che gli piace. Io sono un italiano.

Oggi leggo che Salvini dice "Riempirò barconi, navi e aerei e li riporterò in Africa". Caro Matteo, e cari sovranari - cioè falsi sovranisti - che gli date retta, stai confermando di essere un mentecatto. Riportare in Africa 500mila immigrati, 100mila all'anno? A che gioco stai giocando? Vuoi combinare un casino?

Tutti gli immigrati che sono già arrivati in Italia, se vogliono, dovranno poter restare! Sono i nuovi immigrati che vanno fermati. E vanno fermati con tutta la determinazione possibile, ma ciò che è già accaduto va accettato, fa parte dei danni che ci ha inflitto il liberismo - ideologia che tu non rinneghi - e che dobbiamo sforzarci di trasformare in un nuovo punto di partenza. Gli immigrati che sono già arrivati diventeranno italiani, lavoreranno con noi e combatteranno al nostro fianco la battaglia contro chi vuole negare al popolo lavoratore il diritto di essere proprietario di ciò che crea e produce. Tu, Matteo Salvini, con la tua idea di una contro migrazione forzata dimostri di essere perfettamente coerente con la logica del capitale, per cui gli esseri umani sono solo fattori di produzione che possono essere spostati (voi dite allocati) con atti di forza. Il vero sovranismo, se non lo hai ancora capito, gioca in difesa e in anticipo, vuole impedire che accadano cose che non possono essere sostenibili, ma non ha la pretesa di spostare popolazioni. Il vero sovranismo ha il senso del limite, non è schiavo della hybris liberista.

Matteo Salvini, tu e tutti quelli che ti appoggiano nella speranza di salvare i loro risparmiucci dalla mannaia dell'Unione Europea, vi siete fermati all'idea che l'euro non è solo una moneta ma è un'istituzione. Purtroppo non riuscite a fare l'ultimo passo, e cioè capire che ogni istituzione è fondata sulla morale. Altrimenti a che servirebbero le istituzioni? Sarebbero solo contratti da onorare e, quando ciò non avvenga, da imporre con la forza delle armi.

Matteo Salvini, sei anche tu un italiano, ma stai disonorando la nostra antica civiltà. Ti regalo un minibot personalizzato.

* Fonte: ego della rete

giovedì 1 febbraio 2018

BAGNAI di Ugo Boghetta Mimmo Porcaro

[ 1 febbraio 2018 ]

Boghetta e Porcaro ci hanno inviato queste loro considerazioni sulla scelta di Alberto Bagnai di candidarsi con la Lega. 
Essi, scrivono, "non sono entusiasti".
E ci mancherebbe altro! 
Forse leggiamo male ma vi leggiamo una certa indulgenza verso la mossa sciagurata di andare con la Lega prestandosi a fare lo specchietto per le allodole di Salvini.


*  *  *


Dunque Bagnai si candida con la Lega.

Alcuni sono sconcertati, altri entusiasti. Crediamo abbiano torto entrambe le fazioni-

Bagnai giustifica questa scelta a causa dell’insensato europeismo della pluralità della sinistra: né LeU, né Potere al popolo pongono la questione dell’uscita dall’euro. A sinistra, anzi, c’è chi stupidamente afferma che la scelta di Bagnai è la fine inevitabile di qualsiasi impostazione indipendentista, salvo che, ovviamente, non si parli di altri paesi europei, latino americani o del vicino oriente: “Not in my back yard”. L’opinione di costoro non vale le tastiere su cui sbattono le dita invece di resettare il cervello. In effetti le uniche posizioni no euro le troviamo a destra.

In questo contesto si può comprendere l’idea di continuare nella Lega la battaglia noeuro ritenuta (a ragione) strategica. Non c’è nulla di sconcertante.

Noi, tuttavia, non siamo affatto entusiasti di questa scelta.

In primo luogo la Lega ha fatto un accordo con quel Berlusconi che questa volta ha deciso di coprirsi sotto le sottane della Merkel e dell’Unione: ha imparato la lezione del “golpe”. E’ la solita confusione ed incoerenza italiana: ci si allea fra posizioni opposte!! Inoltre, la presentazione della candidatura, avvenuta il giorno in cui Berlusconi era a Bruxelles a rassicurare tutti, ci dice dell’uso strumentale ed elettoralistico che di Bagnai fa Salvini.

La narrazione poi dice che la Lega può condizionare Berlusconi. In realtà il risultato elettorale può essere micidiale per Salvini. Se si addiverrà al governo del Presidente, Forza Italia sarà della partita. Nel caso la Lega aderisca, addio condizionamento. E sarà fiele tutti i giorni. Ogni giorno Bagnai dovrà votare contro il suo libro: “l’Italia può farcela”. Anzi ha già cominciato a farlo. Ha detto che capisce l’europeismo di Berlusconi dopo che per anni ha sparato a palle incatenate contro chiunque accennasse a questa possibilità. Ha affermato che la flat tax, anticostituzionale e pro ricchi, non è poi così male!? Nel caso invece la Lega non aderisse alle larghe intese sarà al limite della scissione e/o diventerà del tutto marginale. Del resto si può pensare davvero che la Lega, la destra, abbia una classe dirigente credibile per porre, al di là dell’elettoralismo, la questione dell’euro e praticare la rottura con l’Unione a favore delle classi popolari italiane!? Portare voti e credibilità a Salvini, ed anche a Berlusconi, finisce solo per avvallare il resto del programma: oltre alla tassa per i ricchi, privatizzare tutto quello che si può di così via. Si passerebbe dalla padella liberista unionista a quella in salsa italiota. Inoltre, che ci fa Bagnai nella Lega: c’è già Borghi!?

Uscire dall’euro, infatti, non è una scelta che può essere propagandata e praticata a prescindere dalla prospettiva, da quale modello sociale si vuole costruire. Non c’è un modo neutrale per uscire dall’euro. Una cosa è porre il tema sovranista-conservatore-liberista come fa Salvini. Una cosa è porre il tema dell’indipendenza politica e monetaria per dare centralità sociale e politica al lavoro, ai lavoratori, rilanciare il ruolo dello stato, la scuola pubblica, i servizi, la democrazia. Solo Bagnai ha finto di non saperlo. La sua posizione più volte espressa contro l’uscita a sinistra dall’euro è stata sempre sbagliata e, ora, è diventa una paraculata autoassolutoria. Bagnai una volta eletto, potrà certamente contribuire a diffondere ancora il verbo no euro, ma potrebbe anche confondere e rallentare la nascita e crescita di quel fronte largo necessario a determinare e gestire la rottura con la moneta unica e l’Unione.

In questo senso l’obiezione di fondo sta nel fatto che la Lega, Salvini e la sua base, in realtà sono ostativi a qualsiasi allargamento del fronte noeuro. Al netto della possibilità e volontà della Lega di porre il tema dell’uscita, il fatto è che per perseguire questo obiettivo politico è fondamentale (conditio sine qua non) la costruzione di un Fronte Indipendentista Costituzionale.

Questa scelta (così come quella di Fassina e D’attore) ci riporta dunque all’irrisolto problema italiano: la mancanza di un campo, un movimento, un soggetto politico indipendentista, progressista, coerentemente e radicalmente costituzionale: al limite del socialismo. Questa mancanza va imputata anche a Bagnai stesso che si è sempre rifiutato di prendere in considerazione questo prospettiva e, spesso, l’ha combattuta. Ha continuato a chiedere alle forze di sinistra di prendere in mano la bandiera no euro quando gli si diceva che proprio i dirigenti della sinistra erano il vero ostacolo. La scelta della Lega, in questo senso, non è imposta dalle circostanze, non è colpa della sinistra, ma è stata oggettivamente costruita come unica inevitabile conclusione personale. Del resto, quando uno si pensa da solo, come individuo, come blog, inevitabilmente finisce per essere subalterno e ostaggio di chi invece l’organizzazione l’ha costruita. Si finisce per essere l’eterna mosca cocchiera. Il fatto è che Bagnai, come altri, non ha voluto comprendere e accettare che ci sono momenti nella storia in cui non si può essere solo economisti, scrittori, professori universitari, commentatori. Ci sono momenti in cui ognuno deve prendersi le proprie responsabilità, spendersi in prima persona per costruire ex novo il soggetto politico tanto inesistente quanto necessario. Come è ben evidente, l’Italia è l’unico dei grandi paesi a non avere una forza simile.

In verità giornalisti paragonano Grasso a Corbyn, Potere al Popolo a Podemos o Melenchon, ma questa è solo l’ennesima dimostrazione di ignoranza e basso livello politico.

Fra un mese le cose saranno più chiare. Il risultato elettorale, il nuovo governo tedesco, Trump, ci diranno quali scelte saremo chiamati a fare per vivere e non sopravvivere. E ci dirà se avremo il coraggio, la volontà di compiere scelte nuove e diverse e non accodarci a questo o quel carro. O rassegnarci a fare i commentatori delle partite giocate da altri.

* Fonte: Socialismo 2017

BRITANNIA

[ 1 febbraio 2018 ]

Era il 2 giugno 1992. 
Pochi mesi prima era entrato in vigore il famigerato Trattato di Maastricht che dava vita all'Unione europea.
Il panfilo dei reali inglesi, prestato ad una lobby di finanzieri anglo-americani denominata "gli invisibili", attracca a Civitavecchia. SI svolge un summit a cui partecipano, tra gli altri, i vertici dell'industria e della finanza italiana: Mario Draghi, Giulio Tremonti (sì, proprio lui, quello che si farà bello come "colbertista"), rappresentanti dell'ENI, dell'AGIP, Riccardo Gallo dell'IRI, Giovanni Bazoli dell'Ambroveneto, Antonio Pedone della Crediop, alti funzionari della Banca Commerciale e delle Generali, ed altri della Società Autostrade.
Di cosa discussero questi signori dall'Italia? 
Ce lo spiega Rino Formica, uno dei massimi esponenti del vecchio Partito socialista. E quel che volevano è proprio ciò che poi accadrà....


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