martedì 8 marzo 2016

IN ARRIVO UNA NUOVA TEMPESTA FINANZIARIA

[ 8 marzo ]

Giorni addietro pubblicavamo un comunicato di P101 dal titolo Prima che sia troppo tardi.
Esso segnalava il rischio di una nuova tempesta finanziaria globale che avrebbe avuto ripercussioni sociali ancor più devastanti di quella che partì dagli Usa nel 2007-2008:
«Il 2016 è iniziato con una nuova tempesta sui mercati finanziari. Solo nelle borse europee, epicentro della tempesta, banche e grandi aziende hanno perso gran parte del loro valore —quelle italiane sono state quelle più colpite.Chi comanda si sforza di tranquillizzarci, che si tratterebbe solo di un temporale passeggero. Mente! Questa bufera ne annuncia altre, che avranno effetti letali sull’economia italiana, già impantanata in una recessione distruttiva. Nuovi fallimenti a catena di aziende e banche, aumento della già endemica disoccupazione, impoverimento del popolo lavoratore, degrado sociale crescente, crescita della precarietà, definitivo sprofondamento del Mezzogiorno nel terzo mondo».
Proprio ieri la minaccia di una nuova "tempesta perfetta" veniva confermata niente meno che dalla Banca dei regolamenti internazionali (Bri).

Allarme della Bri: vacilla la fiducia dei mercati nelle banche centrali, tempesta vicina
di Vito Lops*

Per la prima volta la fiducia dei mercati nelle capacità curative delle Banche centrali sta venendo meno. Un segnale preoccupante che - nonostante l’assestamento delle Borse nelle ultime tre settimane - potrebbe preludere in futuro a nuove turbolenze. Il monito viene lanciato dalla Banca dei regolamenti internazionali (Bri), l’organizzazione con sede a Basilea che promuove la cooperazione tra le banche centrali.

«Quelli che vediamo potrebbero non essere fulmini isolati,ma i segnali di una tempesta vicina, che si sta preparando da molto tempo - avverte Claudio Borio, capo del dipartimento monetario della Bri, illustrando il rapporto trimestrale - Malgrado condizioni monetarie eccezionalmente espansive, la crescita nelle aree più importanti è stata deludente e l'inflazione è rimasta bassa. Gli operatori di mercato ne hanno preso atto e la loro fiducia nei poteri curativi delle banche centrali - forse per la prima volta - vacilla. Anche i policymaker farebbero bene a prenderne atto».

La Bri cita anche dei dati a conferma delle tensioni in atto sui mercati: nell’ultimo trimestre del 2015 l’ammontare dei titoli di debito internazionali ha accusato la maggior flessione da tre anni, con i rimborsi che hanno superato le nuove emissioni di 47 miliardi. La flessione è imputabile soprattutto alla scarsità di nuove emissioni obbligazionarie da parte delle banche nelle economie avanzate. Una spia che potrebbe preludere a un progressivo inaridirsi delle fonti di finanziamento.

Era «inevitabile che le tensioni fra la tranquillità dei mercati e le vulnerabilità economiche sottostanti dovessero arrivare a un punto di risoluzione. Nel recente trimestre potremmo avere assistito all'inizio di questa fase di risoluzione - osserva Claudio Borio - l'apprensione è cresciuta e si è propagata in seguito alla decisione della Bank of Japan di adottare tassi ufficiali negativi. Nel punto di apice, sono stati negoziati a rendimenti negativi oltre 6.500 miliardi di dollari di titoli di Stato, estendendo ancora una volta i confini dell'impensabile. A fronte di un calo prolungato della crescita della produttività, aggravato dalla crisi, i livelli globali di indebitamento hanno continuato a salire e i margini di intervento delle politiche sono diventati sempre più stretti: un insieme di fattori che - conclude l'economista - potremmo definire le tre mine vaganti» che gravano sul futuro dei mercati.

Il monito arriva pochi giorni prima dell’atteso Consiglio direttivo della Banca centrale europea che deve varare nuove misure di stimolo per l’economia in funzione anti-deflazione. Tra queste, gli operatori si attendono un nuovo taglio dei tassi di interesse sui depositi che le banche commerciali dell’Eurozona “parcheggiano” quotidianamente alla Bce. Attualmente il tasso è già negativo (-0,30%) e potrebbe scendere a -0,40 per cento.Anche questa cura, se protratta nel tempo, secondo la Bri potrebbe rivelarsi rischiosa. «C’è una grande incertezza - avverte la Bri - sul comportamento di privati e istituzioni se i tassi dovessero ulteriormente scendere in territorio negativo o se dovessero restare negativi a lungo».

La Bri offre infine una interessante interpretazione sulla massiccia uscita di capitali subìta dalla Cina negli ultimi trimestri. Solo nel periodo luglio-settembre del 2015 c’è stato un deflusso netto di 175 miliardi di dollari, di cui soltanto 12 miliardi sono frutto di operazioni della Banca centrale cinese sulle riserve. Cosa è successo? «Ci sono due diverse interpretazioni - spiega la Bri - Una parla di vendite massicce di asset cinesi da parte degli investitori, l’altra invece di rimborso dei debiti in dollari da parte delle imprese cinesi. La nostra analisi propende per la seconda ipotesi. C’è inoltre un dato che entrambe le tesi non considerano: la flessione dei depositi offshore in renminbi».

lunedì 7 marzo 2016

VENDOLA: POCO CRISTIANO E PER NULLA COMUNISTA di Daniela Di Marco

[ 7 marzo 2016 ]

 
«Se Dio  non esiste, tutto è permesso» — Dostoevskij

«Se il  Partito non esiste, tutto è permesso» —anonimo


Nichi Vendola,  per tramite del suo compagno Ed Testa, pur di soddisfare la sua egoistica smania di possedere un figlio, ha deciso di realizzarla “acquistando” un bambino, invece di adottarlo.
Con ciò, Vendola e compagno hanno sborsato migliaia di euro per dotarsi di un cosiddetto “diritto”, quello alla paternità a tutti i costi.
Ed Testa e Nichi Vendola hanno sborsato 135 mila euro.

Che ci hanno fatto con questi soldi?
Hanno  comprato un bambino, una vita, considerandola alla stessa stregua di una merce qualunque.
Stando  alle indiscrezioni, per avere il prodotto finale, Ed Testa ci ha messo lo sperma, una donna californiana ci ha messo gli ovuli.

Il tutto è stato poi assemblato nell’utero di una donna indonesiana, con contratto di lavoro a tempo determinato della durata di 9 mesi. Il prodotto è stato sfornato “made in USA”, precisamente in una clinica californiana, il 27 febbraio.

Dentro questa depravata civiltà capitalistica con  i soldi si può comprare tutto, persino una vita, e la nascita di un bambino viene trasformata in una “produzione di merce a mezzo di merce”, una transazione mercantile come tante altre, e il figlio (molto probabilmente scelto e selezionato in base a criteri eugenetici) l’oggetto di un desiderio di chi se lo può permettere.

Perché la  scelta di comprare una vita?
Nicki Vendola


Ordinare  un bambino e saldarne il prezzo alla nascita non significa forse concepirlo come una cosa invece che come un essere umano?  Altro che “gesto d’amore”!  Reificazione e mercificazione non furono mai tanto palesi. Ci mancava solo che lo acquistassero su Amazon.

Dire che alla base di tutto questo ci sia “amore” riporta alla mente il mondo mostruoso immaginato da G. Orwell in 1984 —“la guerra è pace, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza ”. —, quello dove l’inganno manipolatorio e il capovolgimento della verità sono le letali armi del potere politico per soggiogare i sudditi.

Patetici gli alibi di chi sfodera l’argomento che quella del Nostro sarebbe una scelta meramente personale, privata, quindi non sottoponibile al giudizio pubblico.

Con atto narcisistico d’imperio, lui, leader politico, esponente di spicco di Sinistra Italiana (raccapricciante la standig ovation a lui riservata alla recente “Cosmopolitica”), ha non solo  trasformato questo costituendo partito in una clonazione del Partito radicale, egli vorrebbe portare a compimento la degenerazione neoliberista della sinistra tutta, dando ai cosiddetti “diritti civili” di esigue minoranze un rango sovraordinante rispetto ai diritti sociali delle larghe masse popolari.

Ha  detto il Nostro col suo proverbiale cinismo poetico: «Uso provocatoriamente questo mio sogno contro la pigrizia della politica sul tema dei diritti civili». Provocatore svergognato certo, che col pretesto dei diritti civili si fa paladino di una concezione del mondo tutta liberal-liberista, mai appartenuta allo spirito ed alle tradizioni del movimento operaio e popolare.

Vendola ha infatti posto il proprio Sé, davanti ai diritti degli oppressi, dei tanti lavoratori che tribolano per tirare a campare, delle tante giovani coppie che, causa miseria, disoccupazione e selvaggia precarietà, non possono né metter su famiglia, né tantomeno fare figli.

Non vogliamo poi dimenticare che il Nostro, come governatore della Puglia, circondatosi negli anni di portaborse e carrieristi corrotti, ha lasciato che loschi soggetti vincessero le gare d’appalto della sanità pugliese, ha deliberatamente ignorato le proteste dei suoi concittadini organizzati in comitati popolari contro le sue distruttive politiche ambientali ed energetiche. Né possiamo scordarci che Vendola risulta scandalosamente implicato nel caso Ilva, rinviato a giudizio con l’accusa di concussione aggravata in concorso, per disastro ambientale —e chi parla delle centinaia di tarantini morti per tumore? Chiaro che per lui è meglio parlare del suo “diritto ” ad una paternità ottenuta attraverso l’orribile pratica dell’utero in affitto.

Per questo diciamo che Vendola svela la sua anima profondamente elitaria e borghese, in ciò comportandosi non solo da anticomunista ma anche da anticristiano —lui che pur di raccattare voti, si definiva cattolico.


  

domenica 6 marzo 2016

ESPROPRIO (ANTI)PROLETARIO di Leonardo Mazzei

[ 6 marzo ]

«Un tempo i reazionari spaventavano chi possedeva una casa dicendo che i comunisti gliela avrebbero presa. Oggi che nessuno ci cascherebbe più, sono ben altri gli espropriatori in agguato...»

La porcata è venuta alla luce ed il governo sta provando a rattopparla. Ma l'esproprio resta, chiariamolo subito. Dopo i ritocchi annunciati, molti si chiedono se le case degli italiani messi in difficoltà dalla crisi siano davvero sotto attacco. La risposta è sì. E gli attaccanti sono i soliti noti, un trio composto da banche, governo ed Unione Europea.

Del resto, perché stupirsi? Non è forse il medesimo trattamento imposto da Bruxelles a Spagna e Grecia? All'origine del decreto governativo c'è infatti la solita direttiva europea. Renzi avrebbe voluto recepirla senza troppo rumore, ma gli è andata male. Questa volta l'azione dei deputati M5S è stata impeccabile. La riunione della commissione Finanze è saltata, i media sono stati costretti ad un minimo di informazione, il governo ha dovuto annunciare "modifiche".

Ovvio che se il silenziamento avesse funzionato, nessuno nella maggioranza avrebbe accettato cambiamenti sostanziali al decreto. Ma non è il caso di cantare vittoria perché, quando nella prossima settimana i lavori parlamentari riprenderanno, il tentativo sarà quello di abbellire il testo per tenere fermo l'obiettivo che interessa a Lorsignori.

Quale sia questo obiettivo è presto detto: mettere le mani sulla casa delle famiglie in ritardo con i pagamenti del mutuo il prima possibile; mettercele per procedere alla vendita immediatamente, senza aspettare - come oggi - i tempi delle aste giudiziarie. Insomma, un esproprio bello e buono.

Naturalmente i piddini negano. Giurano che per i cittadini morosi nulla cambierà. Ma allora perché la direttiva Ue ed il conseguente decreto? Il bello è che lo giuravano anche prima di essere stati costretti a promettere miglioramenti al testo, e questo la dice lunga sull'onestà intellettuale di costoro.

Flebili i loro argomenti. Il primo è che anche oggi le banche possono far scattare le procedure esecutive dopo il mancato pagamento di 7 rate. Vero, ma oggi i tempi giudiziari allungano la pratica mediamente fino a 7 anni, mentre il decreto (anche ammesso che il governo mantenga le sue ultime promesse) consentirà l'esproprio e la vendita dell'immobile dopo soli 18 mesi.

Il secondo argomento piddino è che l'esproprio sarà possibile solo per il futuro e soltanto su base volontaria. Che sarà valido solo per il futuro è da vedere. Quel che sappiamo è che il testo originario conteneva una parolina messa lì appositamente per consentire di applicare la norma retroattivamente anche ai mutui già in essere. In quanto alla volontarietà è fin troppo facile osservare come il rapporto tra la banca e colui che va a chiedere un mutuo sia tutt'altro che paritario. Non è difficile prevedere, quindi, che chi vorrà un mutuo dovrà sottostare alle nuove clausole.

Le modifiche di cui tanto parlano gli esponenti del governo in questi ultimi giorni, se da un lato sono la prova della loro malafede (perché non ci avevano "pensato" prima?), dall'altro non spostano di molto i termini del problema. Dalle iniziali sette rate non pagate, sembra che adesso si arriverà a 18 prima che la banca possa impossessarsi dell'immobile. Ma diciotto mesi sono brevi, maledettamente brevi per le famiglie messe in croce dalla crisi, specie per chi si ritroverà senza lavoro.

Si dice anche che il decreto impedirà la svendita del bene posseduto. Questo perché il mutuatario potrà nominare un esperto che ne tuteli gli interessi in fase di valutazione... E ci mancherebbe altro! Ma, anche in questo caso, non è difficile immaginare chi sarà maggiormente tutelato tra il mutuatario e la banca. Tanto più in una fase di grande depressione del mercato immobiliare come questa. Non dimentichiamoci che alla banca sarà sufficiente ottenere un prezzo che le consenta di recuperare il credito residuo, dato che la parte eccedente spetterebbe comunque al mutuatario, che rischia così di ritrovarsi becco e bastonato.

Mai come in questo caso le rassicurazioni dei cosiddetti "esperti" gridano semplicemente vendetta. Ancora di più quelle dei diretti interessati. Prendiamo il caso del sig. Patuelli, presidente di quell'Associazione bancaria (Abi) tanto interessata al decreto. Ancora prima che si parlasse di modifiche al testo proposto, questa faccia di bronzo ha avuto il coraggio di dichiarare che: «Non c'è il rischio di avere la casa pignorata... Ho studiato il documento del governo che recepisce la direttiva e non riguarda fatti passati, ma eventualità, possibilità per il futuro, è una cosa lasciata alla libera contrattazione tra le famiglie e gli istituti bancari» (Il Sole 24 Ore, 3 marzo 2016). Libera contrattazione! Capito quale vantaggio per le famiglie!

Da notare che per le banche la quota dei mutui sulla casa in percentuale sul totale dei crediti in sofferenza è piuttosto modesta, ma colpire le famiglie è assai più facile che rifarsela con i bancarottieri professionali.

Secondo il Bollettino statistico di Bankitalia (qui citato dalla Confartigianato) il 70,3% delle sofferenze riguarda affidi superiori ai 500mila euro, che nel 2015 hanno rappresentato addirittura il 91,8% dell'incremento delle sofferenze registrate nell'anno. Ovvio che non si sta parlando di mutui per la casa. Dati confermati da quanto pubblicato dal Corriere della Sera del 24 gennaio scorso, secondo cui la quota di sofferenze relativa alla fascia di prestito tra 125 e 250mila euro (quella in cui si concentrano i mutui casa, anche se ne comprende altri di diverso tipo) è pari ad un misero 10,08%.

Con le regole attuali spesso le banche non hanno interesse ad arrivare al pignoramento e preferiscono procedere con una trattativa con il mutuatario. Ciò nonostante le abitazioni finite all'asta nel secondo semestre 2015 sono state ben 28.672. Andando a spanne è perciò realistico stimare un totale annuo tra le 55mila e le 60mila case messe all'asta nel 2015. Un dato decisamente rilevante, in un anno in cui il totale delle case vendute in Italia si è fermato a quota 444mila.

Ovvio che con il decreto governativo la vendita delle case pignorate non potrà che aumentare di brutto. E' vero che la crisi del mercato immobiliare rappresenta un indubbio ostacolo a questa operazione, ma proprio per questo la soluzione potrà essere quella della svendita, pur sempre vantaggiosa per la banca, del tutto rovinosa per il suo cliente.

Per tutti questi motivi è ben chiara la posta in gioco. Di certo è chiaro il disegno del trio banche-governo-Unione Europea, come sempre uniti nella lotta per depredare il popolo lavoratore. Quello messo in ginocchio dalla crisi e dalle politiche austeritarie degli ultimi anni.

Abbiamo visto, però, la difficoltà politica degli uomini di Renzi una volta che il tema è divenuto di pubblico dominio. Vedremo adesso come ricalibreranno questo ennesimo imbroglio. Di certo il trio non mollerà la presa, ma sul piano del consenso un altro fronte si è aperto per il fiorentino.

Che dire in conclusione? Un tempo i reazionari spaventavano chi possedeva una casa dicendo che i comunisti gliela avrebbero presa. Oggi che nessuno ci cascherebbe più, sono ben altri gli espropriatori in agguato...

venerdì 4 marzo 2016

POPULISMO O MUERTE di Moreno Pasquinelli

[ 4 marzo ]



«C’è oligarchia quando sovrani sono coloro che detengono la ricchezza. Democrazia, al contrario, quando sovrani sono coloro che non possiedono molte ricchezze ma sono gente di modeste condizioni».
Aristotele, la Politica (Τὰ πολιτικὰ)


Numerose sono state, con l’avvento dell’ultima fase del capitalismo —quella che va sotto il nome di
“globalizzazione neoliberista”— le trasformazioni sistemiche in seno alle società occidentali, quella italiana inclusa.
Dei cambiamenti relativi alla sfera economica (in particolare il processo di iper-finanziarizzazione o capitalismo-casinò), come pure di quella sociale (nuova configurazione delle classi sociali), ci siamo occupati in più occasioni.

Viene subito una prima domanda: aveva ragione Marx nel sostenere che a mutamenti profondi della struttura economica e sociale corrispondono necessariamente modificazioni nella sovrastruttura politica e istituzionale, quindi dei sistemi politici?     
Sì, indubbiamente aveva ragione.

Se è così sorge una seconda domanda: che tipo di metamorfosi hanno subito i sistemi politici occidentali?

Risposta: alla smisurata concentrazione di ricchezza nelle mani di una ristretta minoranza neo-capitalista (quella che abbiamo chiamato “nuova aristocrazia finanziaria”) ha corrisposto una altrettanto radicale verticalizzazione della sfera politica, l’occupazione dei luoghi politici di comando da parte di ristrettissime élite politiche vassalle dell’aristocrazia di cui sopra —il neologismo inglese governance sta per questa modalità per cui i luoghi di decisione politica non sono più le assemblee elettive bensì cenacoli composti da clientes tenuti ad un patto di sudditanza rispetto ai loro patroni. Un processo, quest’ultimo, reso possibile dall’occupazione dispiegata da parte dei grandi paperoni di tutti i grandi mezzi di comunicazione di massa.

Anche in Europa ha finito per prevalere, in parallelo al consolidamento dell’Unione europea, il modello politico nord-americano. Da sistemi democratici, per quanto capitalistici, siamo piombati, vista la concentrazione a livello continentale dei poteri esecutivi, in regimi oligarchici, anzi, ultra-oligarchici.

Vogliamo essere più precisi: siccome il processo unionista è venuto imponendosi seguendo la falsariga del paradigma ordoliberista, e con la moneta unica come chiave di volta, esso ha addirittura radicalizzato l’oligarchismo d’oltre oceano, e questo sotto due aspetti.

Il primo è consistito nel trasferimento di sostanziali poteri esecutivi propri degli Stati-nazione ad organismi tecnici sovranazionali che operano senza legittimità democratica e ubbidiscono in prima istanza agli interessi della aristocrazia finanziaria continentale e globale.

Il secondo: a questa perdita di sovranità degli Stati-nazione (nel caso greco possiamo parlare di vero e proprio protettorato coloniale), ha corrisposto la trasformazione delle élite politiche nazionali in appendici e protesi degli organismi burocratici.
Il regime politico in cui siamo intrappolati non è quindi solo oligarchico, è anche tecnocratico.

Non si è trattato soltanto di una “alterazione” dei sistemi di democrazia costituzionale, ovvero di modificazioni solo formali, ma di una vera e propria metamorfosi contro-democratica —quindi non meramente post-democratica.
[In Italia questa degenerazione oligarchica è venuta consolidandosi col passaggio dalla “prima” alla “seconda” Repubblica —di cui le “riforme” renziane sono il momentaneo punto di approdo].

E’ quindi cambiato profondamente il campo da gioco dove si svolge la lotta politica, e con esso sono mutate modalità e regole stesse di questa lotta. Per sommi capi: (1) il crollo del “socialismo reale” non ha soltanto portato un colpo letale al movimento comunista e operaio e all’idea stessa della rivoluzione, ma anche alla politica fondata su visioni del mondo. Col “pensiero unico” si è affermata l’idea della politica come tecnicità, come amministrazione ottimale dell’esistente. (2) E’ giunta a consunzione la tendenza storica che ha caratterizzato la storia recente: quella alla partecipazione diretta e di massa alla battaglia politica. Non più i luoghi di lavoro, di studio e di vita sono i teatri della battaglia politica. Tv prima e (anti)social network dopo sono diventati i soli luoghi in cui le masse fanno esperienza politica —de facto luoghi di disattivizzazione. (3) Alla polverizzazione sociale (“società liquida”) ha corrisposto una verticalizzazione della sfera politica, segnata dal distacco tra rappresentati e rappresentanti, dallo scollamento senza precedenti tra elettori ed eletti, tra base e vertici dei partiti. Se prima, al netto dei processi di burocratizzazione, i partiti si legittimavano per dare forma a spinte sociali che provenivano dal basso, dai corpi sociali, oggi la dialettica è capovolta: è dall’alto verso il basso che scende la politica. (4) Venuta meno, nella sfera politica, la dimensione ideale, simbolica e filosofica, con la vittoria del “pensiero unico”, ha finito per diventare senso comune che non esistano più né destra né sinistra. Ciò che è una delle varianti della sindrome T.I.N.A. (There Is Not Alternative)


Del “populismo”

Il nuovo campo da gioco e le sue nuove regole non potevano non avere decisive ripercussioni sulle dinamiche che sottostanno alla costruzione del consenso e della rappresentanza politica. Gli stessi nuovi partiti/movimenti sorti negli ultimi vent’anni, per poter entrare nel campo da gioco, per ottenere consenso di massa, hanno dovuto adattarsi all’ambiente, mimetizzarsi, imitare le modalità élitarie.
I partiti politici non sorgono mai come astratto riflesso di dati interessi materiali, in diretta corrispondenza a questa o quella classe. Non solo la visione del mondo di chi li fonda ha la sua decisiva importanza. Essi sono anche il risultato dei condizionamenti dell’habitat in cui sorgono, del campo da gioco in cui si calano, e quindi delle regole del gioco stesso.

Tuttavia questi nuovi partiti/movimenti, proprio per strappare consensi ed imporsi come protagonisti del campo da gioco, non potevano che nascere in opposizione all’ordinamento oligarchico.

Le forme di resistenze alla deriva oligarchica e tecnocratica hanno assunto forme peculiari a seconda dei differenti contesti nazionali e sociali. Una divaricazione salta agli oggi: mentre nell’Europa centrale, orientale ed in parte settentrionale, queste resistenze —anti-oligarchiche, anti-elitarie ed anti-mondialiste— vanno assumendo i panni di un sovranismo reazionario, in quelli meridionali (dalla Grecia al Portogallo, passando per Italia e Spagna), questo sovranismo, per quanto spurio e inconseguente, ha invece connotati democratici, erede di almeno tre tradizioni ideologiche: quella liberale, quella socialista e quella della nuova sinistra sorta col ’68.

La reazione della setta tecno-oligarchica e ordoliberista contro tutte le forze sociali e politiche oppositive è stata ed è dura, frontale. Essa si declina in modi differenti —la sorte toccata a SYRIZA non è la medesima di quella che tocca al governo ungherese di Viktor Orban o a quello polacco di Beata Szydlo (e non è un caso)— ma l’accusa, usata come anatema, è unica: “POPULISMO”.

Populista in Spagna è Podemos, in Portogallo lo sono le sinistre radicali che respingono l’austerità. In Francia il Front National. In Gran Bretagna populisti sono bollati l’UKIP di Farage, i conservatori anti-Ue come pure la sinistra laburista. In Germania lo è l’AfD che contesta la moneta unica. Come populisti sono condannati tutti i partiti, dall’Olanda alla Svezia, i cui segni distintivi sono la xenofobia e l’islamofobia. In Italia sono bollati come populisti la Lega Nord di Salvini ed il Movimento 5 Stelle.
Si tratta di una vera e propria crociata contro chiunque, a torto o a ragione, da destra come da sinistra e dal centro, contesti i dogmi ordoliberisti e, soprattutto, l’Europa tecno-oligarchica, la mondializzazione e la confisca delle sovranità nazionali e popolari.

L’uso descrittivo dell’aggettivo “populista” che compie il gregge degli intellettuali, dei giornalisti e dei politologi prezzolati è solo la foglia di fico dell’uso prescrittivo. Chiunque si opponga all’ordine di cose esistente e alla “governance ordoliberale” è sputtanato come “populista”, additato al pubblico ludibrio come un demagogo che fa leva sulla “pancia e gli istinti delle masse”; bollato quindi come avventuriero irrazionale, come nemico della modernità. Demonizzato come il nuovo “male assoluto”, addirittura hitlerizzato, ciò che è funzionale al suo annientamento, oggi con il fuoco di sbarramento della diffamazione, domani con quello ben meno immateriale della forza.

Questa crociata esprime come meglio non si potrebbe non solo il disprezzo delle masse popolari da parte delle élite dominanti. Essa esprime una vera e propria paura delle masse le quali, nei populismi, hanno trovato, date le circostanze, i canali per manifestare indignazione e protesta contro le crescenti diseguaglianze sociali e le oligarchie dominanti, ovvero trovato la via della loro ripoliticizzazione.

In effetti, di contro all’apatia indotta e voluta da chi comanda, i populismi sono stati il veicolo di un generale risveglio, per quanto ancora solo passivo e delegato, dei popoli e, entro essi, anzitutto dei ceti e delle classi sociali che, dopo essere stati colpiti da decenni di globalizzazione, sono stati maciullati dalla grande crisi —proletari a vario titolo, gioventù precarizzata, ceti medi pauperizzati, capitalisti espulsi dal mercato, ecc.

«Il populismo non è un fenomeno degenerativo dei sistemi democratici, è la forma politica che la lotta di classe assume nell’era dell’economia finanziarizzata e globalizzata e della conversione liberista di tutte le élite tradizionali».
In conclusione

(1) Le stesse forze genuinamente democratiche e rivoluzionarie, quelle mosse dai più nobili fini etici e che non considerano i cittadini clientes, non hanno scampo, saranno bollate dalle sette neoliberaliste come “populiste”, condannate all’ostracismo.
(2) Ma di necessità esse possono e debbono fare virtù. Il disprezzo delle élite è in verità non solo il prezzo da pagare, esso è di buon auspicio nella prospettiva di una “andata al popolo”.

Queste forze genuinamente democratiche e rivoluzionarie sono costrette ad agire come “populiste”. Non parliamo tanto di questa o quella modalità, ma del fatto stesso che sono obbligate ad agire dall’alto per andare verso il basso. Il primo loro compito è quindi quello, compresa la fase politica e stabilita una strategia, di costruire un centro propulsore potente, un comitato di irradiazione di poche idee forti. Un centro, una direzione politica che non solo educhi i propri militanti, ma sappia costruire, sperimentandole, pratiche e modalità di una nuova attivizzazione delle masse. Con ciò questo centro politico starà fattivamente modellando, a partire dalle sue prime linee, il popolo stesso.

Ciò di cui abbiamo bisogno, oggi, nel nostro Paese, è quello che abbiamo chiamato “bolivarismo all’italiana”, un partito/movimento che riesca a portare a fusione, ad includere nel suo seno, le diverse correnti di pensiero che fanno della giustizia sociale — quindi di un’eguaglianza reale e non solo formale— la loro stella polare, il principio a cui incardinano la loro visione del mondo. Parliamo ad esempio dei filoni comunista e socialista, di quello del cattolicesimo di base, del liberalismo democratico-repubblicano. Quelle correnti di pensiero le cui idee solo in parte sono confluite nella Costituzione —non a caso inapplicata.

Si tratta di correnti che hanno radici storiche profonde, che non sono riusciti a sradicare. Su queste radici si può avviare un nuovo inizio. A condizione, come detto, che venga presto alla luce un gruppo pensante che con coraggio sappia fungere da elemento catalizzatore.


PROTEZIONISMO E LIBERO MERCATO (in memoria di Marcello De Cecco) di Emiliano Brancaccio

[ 4 marzo ]

L’economista Marcello De Cecco [nella foto] è morto ieri, a Roma, all’età di 77 anni. Nato a Lanciano nel 1939, laureatosi in legge a Parma e in economia a Cambridge, ha insegnato in numerosi atenei italiani ed esteri, tra cui Norwich, Siena, la Normale di Pisa e la Luiss di Roma. Dotato di simpatia innata, colto e raffinato interprete della storia della moneta e della finanza, De Cecco conquistò uno spazio nella ricerca accademica internazionale per i suoi contributi alla comprensione del “gold standard”, il sistema aureo vigente fino alla prima guerra mondiale. Il suo Money and Empire, pubblicato nel 1974 da Basil Blackwell, è considerato un autorevole esempio di analisi storico-critica delle relazioni monetarie internazionali. Il libro, basato su una accurata disamina delle fonti documentali, rivela il radicato scetticismo dell’autore verso ogni tentativo di esaminare le relazioni economiche tra paesi in base a teoremi astratti e decontestualizzati.
Alla luce di questa metodologia di ricerca, De Cecco ha avanzato spesso obiezioni verso la tradizione di pensiero economico sostenitrice dei “meccanismi di aggiustamento automatico”, secondo i quali le forze spontanee del mercato dovrebbero essere in grado di garantire l’equilibrio degli scambi commerciali e finanziari tra i diversi paesi. Per gli esponenti di questa visione, il funzionamento del gold standard era assicurato dal meccanismo spontaneo secondo cui, per esempio, l’eventuale eccesso di importazioni di un paese avrebbe dato luogo a un deflusso d’oro verso l’estero tale da generare un calo di domanda interna e quindi dei prezzi nazionali, con un conseguente aumento della competitività e un riequilibrio tra import ed export. Sia pure rivisto e aggiornato, questo tipo di meccanismo rappresenta ancora oggi un ineludibile punto di riferimento per la maggioranza degli economisti accademici e viene talvolta citato nei rapporti ufficiali delle principali istituzioni monetarie per giustificare politiche di laissez-faire negli scambi internazionali. Per De Cecco, tuttavia, simili aggiustamenti spontanei in realtà non hanno mai avuto rilevanza concreta. A suo avviso, piuttosto, le relazioni economiche tra paesi sono strutturate su basi imperialistiche, intrinsecamente votate allo squilibrio, condizionate dalle scelte politiche e finanziarie dei governi e dipendenti in ultima istanza dai rapporti di forza tra capitalismi nazionali. In questo senso, nei suoi lavori De Cecco ha suggerito che il gold standard prebellico poté sopravvivere solo fino a quando l’Impero britannico fu in grado di imporre uno specifico regime di governo coloniale dei flussi finanziari internazionali, in base al quale l’India avrebbe dovuto assorbire i titoli del debito emessi dalla Gran Bretagna per coprire il disavanzo estero di quest’ultima.
La teoria dei meccanismi automatici di aggiustamento è stata anche alla base dell’entusiasmo con cui molti economisti accolsero la nascita della moneta unica europea. L’idea che gli squilibri commerciali e finanziari tra i paesi dell’Unione monetaria potessero esser facilmente risolti tramite movimenti spontanei dei prezzi o attraverso migrazioni di lavoratori, era piuttosto diffusa vent’anni fa tra gli studiosi. Questa visione semplicistica, potremmo dire “idraulica”, del funzionamento dell’Unione monetaria europea, è sempre stata criticata da De Cecco, il quale anche al caso dell’euro ha applicato i suoi complessi schemi di lettura storica dei rapporti economici internazionali. In particolare, egli ha più volte segnalato che la tendenza della Germania ad accumulare surplus commerciali verso l’estero genera il paradosso di un paese egemone che, anziché svolgere il ruolo tradizionale di creatore e diffusore della moneta all’interno del sistema che esso domina, tende piuttosto a risucchiarla presso di sé sottraendola agli altri paesi membri. Tale contraddizione, secondo De Cecco, non ha precedenti nella storia dei regimi monetari e chiaramente pregiudica la sostenibilità del processo di unificazione europea.
I dubbi sull’efficacia dei meccanismi di aggiustamento automatico interni all’Unione monetaria non hanno tuttavia mai indotto De Cecco a contestare il progetto europeo. Membro del consiglio degli esperti economici dei governi Prodi e D’Alema negli anni Novanta, tra i fondatori del Partito Democratico nel 2007, De Cecco ha condiviso fino in fondo il percorso politico che ha legato i destini della sinistra di governo italiana alle speranze di successo dell’integrazione europea. Anche quando nel 2010 fu tra i firmatari di una lettera di trecento economisti che evocava la possibilità di una rottura dell’eurozona, in privato De Cecco contestò ai suoi promotori, tra cui il sottoscritto, una frase finale del documento che esplicitamente contemplava una opzione politica di uscita di uno o più paesi dalla moneta unica. La sua sfiducia verso un’eventualità del genere era fondata sul timore che l’abbandono dell’euro sfociasse in un mero deprezzamento del cambio, magari lasciato alle forze erratiche del mercato: una soluzione che a suo avviso avrebbe solo favorito quegli spezzoni di piccolo capitalismo, arretrato e talvolta parassitario, che in passato già avevano fatto tanti danni e sui quali non riteneva possibile fondare alcuna reale speranza di sviluppo economico ed emancipazione civile del paese.
Emiliano Brancaccio
Il fatto che rigettasse la mera ipotesi di un ritorno alle valute nazionali, non consente di collocare l’economista di origine abruzzese tra i rassegnati alle lacrime e al sangue dell’attuale processo di integrazione europea. Sia pure con discrezione e senza clamori, Marcello De Cecco ha sempre portato avanti, in accademia e in campo divulgativo, una tesi assolutamente eretica e controcorrente: vale a dire l’idea di avviare una riflessione critica sugli effetti della indiscriminata apertura ai movimenti internazionali di capitali e di merci, e di immaginare delle ipotesi di ripristino di forme coordinate di controllo degli scambi tra paesi. 
In un articolo pubblicato nell’aprile 2010 sulla Rivista italiana degli economisti, De Cecco passò in rassegna le posizioni degli economisti italiani del Novecento in tema di liberoscambismo: esaminando gli scritti di un giovanissimo Franco Modigliani, di Marco Fanno, di Giorgio Fuà ed altri, egli mostrò che le critiche all’apertura incontrollata alle transazioni con l’estero risultavano prevalenti. Nel 2013, nella introduzione al suo ultimo libro, De Cecco fu poi ancor più esplicito: egli scrisse che l’aver screditato e messo da parte per più di un cinquantennio soluzioni come il protezionismo e la regolamentazione degli scambi «come se si trattasse di pulsioni peccaminose e indegne di una nuova e superiore organizzazione internazionale, è stato colpevole e persino stupido, perché in forma blanda esse dovevano rimanere in voga» mentre oggi ci si ritrova a ripristinarle «velocemente e in dosi assai maggiori, senza usufruire dei vantaggi che sarebbero derivati da dosi moderate, e correndo in pieno il pericolo di precipitare il mondo intero in un nuovo disordine internazionale» (Ma che cos’è questa crisi, Donzelli).
Anche in sede politica De Cecco provò di tanto in tanto ad avanzare tesi simili. Nel mezzo della crisi degli spread, in una riunione presso la sede del PD con l’allora segretario Bersani e il responsabile economico del partito Fassina, con la sua proverbiale flemma De Cecco dichiarò che l’ipotesi di un moderato protezionismo verso la Germania in fondo non andava scartata a priori, a condizione che l’Italia potesse delinearla in accordo con la Francia, un paese caratterizzato da strutture produttive per più di un verso complementari alle nostre. Ricordo che Bersani restò attonito. I tempi evidentemente non erano maturi.
Negli ultimi anni della sua vita Marcello De Cecco considerava sempre più tangibile il rischio di un rapido riflusso verso forme di ultranazionalismo e di razzismo, ma lo interpretava come una tremenda eterogenesi dei fini del globalismo indiscriminato e dell’europeismo acritico che negli anni precedenti avevano imperversato tra le forze politiche, specie a sinistra. Questo nesso di causa ed effetto suggerisce un’interpretazione non banale della storia recente delle relazioni internazionali. Su di esso sarebbe utile provare a riflettere.

giovedì 3 marzo 2016

UTERO IN AFFITTO: FASSINA CONTRO VENDOLA

[ 3 marzo ]


Con piacere pubblichiamo questa intervista in cui l'amico Stefano Fassina prende le distanze da Nichi Vendola.

«Chiede un minuto di tempo, Stefano Fassina. Non è facile passare dagli incontri nelle borgate romane ad «alte questioni antropologiche». Bisogna mettere in ordine le idee. Anche se, in questo caso, le idee del leader di Sinistra italiana e candidato sindaco nella Capitale (ma soprattutto, in questo caso, padre di tre ragazzi) sono chiare: «Resto stupito, amareggiato, di fronte alla mercificazione del momento più alto e spirituale della vita, la nascita di un bambino. Un figlio non è un diritto e la maternità surrogata è davvero insostenibile. Non appartiene, non può appartenere alla sinistra». 

D. Anche lei, da sinistra, alza una parola forte dopo il caso Vendola? 


R. Vede, per me, e in generale credo per ogni uomo e donna di sinistra, i diritti sono uncontinuum. I diritti civili vanno insieme a quelli economici, sociali e politici. Non si può essere favorevoli al neo-umanesimo sul terreno del lavoro, del welfare e dell’ecologia e poi accettare il paradigma dell’individualismo liberista sui diritti civili. È una contraddizione. Ne voglio parlare con Nichi. 

Si spieghi meglio... 


La dico facile: è contraddittorio voler rimettere la persona al centro del sistema economico e sociale e poi dimenticarla quando si tratta di rispettare la dignità della donna o l’inalienabile diritto del bambino a godere del legame con la mamma. E poi anche il luogo in cui si è svolta questa vicenda, la California, gli Usa, mi sembra paradigmatica: il 'mercato della vita' è possibile o dove ci sono gravi disagi sociali oppure, ed è questo il caso, dove domina l’individualismo proprietario. 

Stanno venendo fuori due diverse anime 'etiche' della sinistra italiana?
 


Io faccio un discorso europeo che tocca almeno gli ultimi 25 anni. Da quando la sinistra è diventata impotente nella rappresentanza del lavoro e si è appiattita sul modello liberista, ha cercato di compensare la sua perdita d’identità battendo la frontiera dei diritti civili. Il modello-Zapatero, per intenderci. Ma i diritti civili e individuali non si esercitano nel vuoto etico, hanno significato solo in presenza di limiti precisi. La maternità surrogata travolge limiti che non possono essere abbattuti. Riconoscere limiti all’individualismo è una battaglia di sinistra, autenticamente di sinistra. 

E cristiana, religiosa, se permette... 


L’Europa ha due grandi matrici culturali: quella cristiana e quella socialista che hanno generato un sistema di welfare basato sulla centralità della persona. L’Ue potrebbe e dovrebbe essere protagonista di una grande iniziativa internazionale contro la mercificazione della vita. L’Italia ancora di più, alla luce della nostra Carta costituzionale. Io vedo affinità culturale tra credenti e una sinistra autentica contro ogni tentativo di comprare e vendere l’uomo e l’ambiente. Penso alla convergenza sull’ecologia integrale della 'Laudato si’'. 

Intanto alla Camera si parla di mettere mano a un testo sulle adozioni. Lei che linea ha?


È un tema da discutere con grande attenzione, facendo riferimento esclusivo al bene del bambino e della bambina. Io non mi nascondo: sono favorevole alla stepchild, che serve a dare diritti a minori che vivono in una coppia omosessuale e rischiano di trovarsi in una sorta di terra di nessuno. Ma proprio la pratica della maternità surrogata, paradossalmente, ha l’effetto di rendere più difficile la tutela di questi bambini che ne avrebbero bisogno. Il legame tra gestazione surrogata e stepchild va scisso partendo da una conferma e un rafforzamento del divieto di ricorrere all’utero in affitto. 

Come giudica l’operato del governo su questi temi? 


Penso che Renzi e molti suoi ministri vivano quella contraddizione che le dicevo prima circa la sinistra europea. Totalmente subalterni al paradigma liberista in economia e poi in piazza per i diritti civili. In fondo è il motivo per cui ho lasciato il Pd. La sinistra ha senso storico e politico se porta avanti un neoumanesimo integrale in alternativa al liberismo: i diritti civili sono fondamentali ma non bastano».


* Fonte: l'Avvenire

P101: PALERMO, INCONTRO PUBBLICO CON ERNESTO SCREPANTI

[ 3 marzo ]

Segnaliamo ai lettori siciliani un importante incontro pubblico.

Presentazione del libro di Ernesto Screpanti
“L'imperialismo globale e la grande crisi”

Sabato 5 marzo 2016, ore 16,00

Sala delle Lapidi (sede Consiglio Comunale)
Palazzo delle Aquile, Piazza Pretoria n. 1, Palermo

Coordinerà i lavori il Dott. Roberto Caggia
Porgerà il saluto la Dott.ssa Nadia Spallitta, Vice Presidente Vicario del Consiglio Comunale

Presenterà l'Autore e il suo libro il Dott. Angelo Sicilia, economista, saggista, formatore.

Interverranno:

- Dott. Beppe De Santis, co-Promotore del “Programma 101”, esperto di programmazione
economica: “Il capitalismo delle multinazionali globali, la lotta contro le multinazionali agroalimentari, la strategia di resistenza dei territori, il rilancio dello stile di vita mediterraneo con l'occasione storica del riconoscimento della Dieta Mediterranea come bene culturale dell'umanità”;

- Arch. Erasmo Vecchio, esperto di marketing: “Sudditanza e sovranità agroalimentare”
- Prof. Ernesto Screpanti, docente di Economia Politica all'Università di Siena;
- Dott. Francesco Panasci, manager della comunicazione, sul tema: “La Comunicazione ad Alta Definizione per la riconquista dell'Identità e della Sovranità nazionale e autonomistica” ;
- Prof. Pietro Attinasi, Dirigente scolastico, Presidente di Noi Mediterranei: “L'Appello del Programma 101”;
- Francesco D'Antoni, imprenditore: “L'esperienza dei piccoli imprenditori siciliani: una
resistenza”.

Parteciperanno al dibattito: 

Dott. Antonio Piraino, economista, esperto bancario; 
Leo Urbani, Prof. Emerito dell'Università di Palermo; 
Giuseppe Castelnuovo, fondatore del Movimento Lavori in corso per il Sud; 
Giuseppe Pizzino, leader del Movimento “Progetto Sicilia”; Prof.
Olindo Terrana, urbanista, esperto di sviluppo locale; 
Dott. Sebastiano Di Mauro, delegato dei GAL (Gruppi di Azione Locale) nel Comitato di Sorveglianza del PSR (Piano Sviluppo Rurale) Sicilia 2020; 
Ciro Coniglio, sindaco di Baucina, co-Coordinatore istituzionale dei GAL siciliani;
Dott. Giuseppe Catania, sindaco di Mussomeli; 
Giuseppe Lo Verde, sindaco di Polizzi
Generosa; Dott. Giuseppe Di Martino, sindaco di Castellana Sicula; 
Dott. Roberto Garaffa,Presidente del Consiglio Comunale di Modica; 
Dott. Francesco Sutera, medico, responsabile Servizi sociosanitari territoriale; 
Sen. Bartolo Fazio, amministratore delegato I.DI.MED (Istituto Dieta Mediterranea); Giuseppe Giammalva, Presidente di “Nuovo Senso Civico”; 
Alfonso Lo Cascio, giornalista direttore della rivista Espero. 

Altri interventi.

Conclusioni del Prof. Andrea Piraino, Ordinario di diritto costituzionale all'Università di Palermo

e del Dott. Paolo Amenta, Vice Presidente dell'ANCI Sicilia.

P101: INCONTRO CON MARCO MORI E GIUSEPPE PALMA. PERUGIA, SABATO 12 MARZO,

[ 3 marzo ]

Proseguono le iniziative pubbliche di Programma 101.

In quel di Perugia la locale sezione promuove un incontro dal titolo "Come liberare il popolo italiano dalla dittatura europea". Protagonisti i giuristi Marco Mori e Giuseppe Palma.

Per informazioni e partecipare clicca QUI.



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