lunedì 9 giugno 2014

BALLOTTAGGI: LA BELLA LEZIONE DI LIVORNO

9 giugno. Scriviamo a caldo, mentre giungono i risultati dei ballottaggi. Straordinario il risultato di Livorno, dove la lista Cinque Stelle, candidato sindaco Filippo Nogarin (nella foto), ha battuto quella del Partito Democratico. Nella città dove nacque il Partito comunista, i pentastellati hanno vinto grazie all'appoggio dichiarato della locale sinistra anticapitalista. Un segnale importante, che dimostra quale potrebbe essere la "alleanza giusta", quella che può sfidare e vincere le forze di regime. Un'indicazione forte, che deve far riflettere chi guida M5S (ancora "niente alleanze con nessuno"?) e sferra un colpo micidiale a chi, nell'estrema sinistra, ha tenuto sin qui una posizione settaria e ostile a prescindere verso i Cinque Stelle.

«Filippo Nogarin è il nuovo sindaco di Livorno. Lo hanno deciso i 35.899 che lo hanno votato (1/4 dell'elettorato) e che sono stati sufficienti per mandare per la prima volta il Pd all'opposizione, visto che l'ex partitone ha preso solo 31.709 voti, 2.300 in meno che al primo turno. Più che una vittoria dei 5 Stelle appare una disfatta del Pd.

Ci sono alcuni aspetti inequivocabili di questo voto. Il primo è il drastico calo della partecipazione dal 64% del primo turno al 50% del secondo. Il secondo è che il Pd non è riuscito a portare a casa nemmeno gli stessi voti del primo turno, fatto che fa sospettare che un po' di renziani non siano andati a votare nemmeno a questo giro. Come ultimo aspetto quello della provenienza del voto: i 19.500 voti in più che sono arrivati a Nogarin (al primo turno ne aveva presi 16.210) provengono per la maggior parte da sinistra, sicuramente molti dei 13.973 presi da Raspanti al primo turno (Buongiorno Livorno e alleati). Ma anche molti da parte di cittadini che in questi anni hanno condiviso le lotte contro il rigassificatore, il megainceneritore, la discarica di Limoncino, le speculazioni di Nuovo Centro e Porta a Mare.

Vediamo commenti di molte persone che vivono fuori Livorno che sono stordite da questo risultato e da posizioni come le nostre. Chi vive qui sa benissimo che la sinistra organizzata elettoralmente (eccetto Rifondazione), quella organizzata dal basso e quella diffusa nel sostegno a tante lotte sul territorio, hanno votato in massa per i 5 Stelle, o meglio contro il Pd. Molti tappandosi il naso ma per il bene della città, altri in modo naturale visto che nella sede del Movimento 5 Stelle di Livorno sono appese le bandiere "No Rigassificatore" e "Referendum Acqua Pubblica", le stesse che molti hanno in casa. Col Pd invece cosa c'era da condividere? Nulla, se non la vuota retorica di chi spesso parla facendo credere ai propri elettori che esiste sempre il Pci. Anzi, probabilmente molti possono condividerci le decine di denunce e i processi dei prossimi mesi per molte battaglie recenti e passate.

Ci sarà sicuramente qualcuno che la farà passare come la sconfitta della Livorno rossa e della sinistra e interpreterà questo risultato come l'avanzamento delle destre. Noi sappiamo solamente che in questo consiglio comunale ci sarà solo una rappresentante del centrodestra su 32 consiglieri (minimo storico della destra livornese). Ci saranno 20 del M5S di cui ne conosciamo alcuni che abbiamo incrociato in qualche lotta ambientalista, ci saranno 3 di Buongiorno Livorno e ci sarà Marco Cannito. Se qualcuno in tutto ciò ci vede l'avanzamento della destra (storica o moderna) ce lo spieghi bene. Sicuramente in questo consiglio comunale ci sarà meno rappresentanza per banche e lobby, anche se sappiamo che i poteri forti della città continueranno a comandare e il consiglio comunale è ormai un luogo dove le sorti della città si decidono in misura minima.

Tuttavia in Comune stasera c'erano molte facce preoccupate: dirigenti, funzionari, vertici dei Vigili Urbani e molti altri che hanno sempre avuto la faccia arrogante di chi si sentiva tutelato da un potere inscalfibile. Questa è la sconfitta di un malgoverno ventennale, di un potere adagiato e sempre più privo di qualità. È anche la sconfitta culturale de Il Tirreno che ha cercato fino all'ultimo di reggere il gioco a Ruggeri sull'impegno a cambiare, dipingendo Nogarin come un improvvisato.

Chiudiamo ribadendo un passaggio che abbiamo scritto nell'editoriale preballottaggio: Sappiamo bene che quando si apre un tombino sigillato esce tanta merda sottoforma di ambigui imprenditori che aspettavano la fine di un'era, personaggi incapaci che pensano di aver inventato la politica o pericolosi cialtroni. Ma sappiamo anche che quando un potere pluridecennale se ne va, libera anche tante energie spesso represse in questa cappa di piombo che ha sempre visto coesi partito-sindacato-amministrazione.

Noi continueremo a fare quello che abbiamo sempre fatto. Militanza politica e un giornale indipendente.

Livorno ha dato, come sempre, un segnale di ribellione sapendo di rischiare. Ma come disse Lenin: "Per fare una frittata bisogna cominciare a rompere delle uova"».

* Fonte: Senza Soste

«FRANCIA: PERCHÉ HA VINTO IL FRONT NATIONAL» di Jacques Sapir

9 giugno
"Una nuova fase di crisi nella zona euro già da settembre". Intervista a Jacques Sapir (nella foto)

D. Con il Fronte Nazionale di Marine Le Pen che è divenuto il primo partito del paese con un programma che chiede chiaramente l'uscita del paese dall'euro, è dalla Francia che è arrivato il messaggio più forte a Bruxelles alle ultime elezioni europee. Si tratta di un vero «terremoto» come l'ha definito il primo ministro Manuel Valls. Che cosa ha spinto il popolo francese a questa scelta?

R. I francesi hanno fatto questa scelta per diverse ragioni. Alcune riguardano la costruzione europea: è chiaro, infatti, che per molti francesi votare per il Front National significa dire chiaramente a Bruxelles che rifiutano sia l'Euro sia l'UE. Da questo punto di vista, se altri partiti, soprattutto il Front de Gauche, avessero avuto posizioni più chiare e comprensibili, il risultato sarebbe stato un po' diverso. I progressi realizzati dal partito “gaulliste” Debout la République (Ndt. In piedi Repubblica), che ha ottenuto quasi il 4 % dei voti ci dimostra proprio come un discorso chiaro sia immediatamente proficuo in questo contesto.
Altre ragioni sono da cercare poi nella situazione particolare che vive oggi la Francia. Nel paese è crescente, infatti, l'esasperazione contro la politica di un governo, e di un Presidente, che sta distruggendo quello che si era costruito con quasi quarant'anni di lotte sociali. Ancora una volta, a torto o a ragione, il Front de Gauche non è stato in grado di convogliare a sé la parte dell'elettorato che era logicamente sua in questo voto di protesta, sempre a causa delle sue posizioni poco comprensibili. Eppure, la sanzione rispetto al voto PS è stata molto chiara e il crollo della popolarità di François Hollande lo conferma.
Per finire, esiste un voto di adesione ai temi sviluppati da oltre tre anni dal Front National. Fra questi non sono da sottovalutare (e nemmeno da sopravvalutare) un sentimento se non di xenofobia almeno di stanchezza nei confronti dell'immigrazione come si sviluppa oggi. Per molti francesi dai redditi più bassi, i nuovi arrivati sono una concorrenza diretta su vari punti (come la concessione di alloggi o la sanità). Noto tra l'altro che numerosi francesi immigrati degli anni '60 a '80 hanno votato FN. Basta analizzare il voto quartiere per quartiere per verificarlo. E quindi, dire che questo è un voto “razzista” è una grande idiozia, anche se ci sono effettivamente razzisti all'interno del FN, come ce ne sono purtroppo in altri partiti. Ma, non si è misurato a sufficienza la vulnerabilità dei francesi delle classi popolari di fronte alla nuova ondata d'immigrazione. Molto spesso, sono ex immigrati, naturalizzati francesi, integrati nella società francese che considerano che i nuovi arrivati hanno più diritti di loro o mettono in pericolo gli stessi budget sociali sui quali hanno la precedenza. Tale fenomeno spiega il voto delle classi sociali più bassi verso il Front National.
Da questo punto di vista, le manifestazioni di giovani liceali ed universitari, poco più di qualche migliaia in tutta la Francia, sono state molto esaustive. Nel caso di quella di Parigi, che è stata la più importante, c'erano quasi esclusivamente dei “ bianchi” e dei “borghesi”. Non c'era quasi nessun giovane proveniente dai licei professionali. Oggi, la “protesta” contro il voto FN si manifesta solo nelle classi ricche della società, ed è senz'altro questo il vero “terremoto”.


D. Il prossimo Parlamento europeo accoglierà tre gruppi che si sono opposti nelle loro campagne elettorali alle politiche di Bruxelles, Berlino e Francoforte, a guidarli saranno Marine Le Pen, Nigel Farage e per la sinistra A. Tsipras. Riusciranno a creare un blocco d'opposizione compatto per impedire alla tecnocrazia europea di continuare nel suo progetto d'austerità ?

R. Non credo. Non so se il Front Natonal riuscirà a costituire un gruppo al Parlamento Europeo, ma è chiaro che esistono troppe differenze tra FN, UKIP e Syriza per formare un blocco unico d'opposizione. E questo fatto è la testimonianza più viva di come non esista un popolo europeo e che la dimensione nazionale del voto è sempre preminente. Poi, chiaramente, è probabile che al momento di votare su singole tematiche si creeranno certe convergenze. Se un'alleanza su determinate questioni sarà possibile, dovrà farsi intorno a queste parole d'ordine: innanzitutto, interruzione delle trattative con gli Stati Uniti del trattato di libero scambio transatlantico (TTIP). Si tratta di un trattato leonino che contribuirà in modo definitivo allo smantellamento del modello sociale europeo. Abbiamo proprio in questi giorni la prova dell'aggressività della politica degli Stati Uniti contro l'Europa e gli europei. Poi, questi partiti dovrebbero mettersi d'accordo per rifiutare ogni misura che potrebbe aggravare le politiche di austerità che sono oggi in atto in Europa. Con questo sfondo, è possibile che alleanze di circostanza si facciano anche con il gruppo dei “Verdi” e perfino con certi membri del PSE.


D. Il PPE e il PSE saranno obbligati a gettare la maschera della finta opposizione e finiranno, come già fanno alla perfezione in diversi paesi, per fondersi per formare la prossima Commissione. Non teme che queste «larghe intese europee» creeranno il paradosso di favorire un'ulteriore perdita di sovranità nazionale dei paesi, senza tener conto dell'urlo di protesta che hanno lanciato i popoli europei?

R. Temo, purtroppo, che nessuno sentirà quella richiesta, perché i partiti del PPE e del PSE si disinteressano sistematicamente delle reazioni e delle reticenze dei popoli da ormai quasi 25 anni. E quindi avremo la costituzione di una coalizione per fare del Parlamento europeo una camera di registrazione delle decisioni tecnocratiche prese dalla Commissione.

D. La propaganda pre-elettorale dei governi al potere e di Bruxelles ha voluto rassicurarci sulla situazione economica attuale della zona euro, anche se le economie italiane di Italia, Olanda e Portogallo sono tornate a contrarsi e la Francia è in una situazione di stagnazione. Inoltre, l'area monetaria è in una situazione di inflazione molto bassa – deflazione per diversi paesi – che rende sempre meno sostenibile la traiettoria debito/Pil di diversi paesi. In un tale contesto, ritiene che la zona euro rischia una nuova crisi che potrebbe rimettere in discussione gli strumenti creati o davvero « il peggio è dietro di noi » come ci hanno detto?

R. Il rischio di una nuova crisi è già presente. È la ragione per cui Mario Draghi, il Presidente della Banca Centrale Europea, ha dovuto agire il 5 giugno. Ma i limiti della sua azione dimostrano anche la sua impotenza di fondo. Le uniche cose che è stato in grado di fare sono state di introdurre un tasso negativo sui depositi ed un nuovo LTRO a favore delle banche per un ammontare di 400 miliardi di euro. Non è assolutamente l'equivalente del “quantitative easing” della riserva federale. Si sa che i tassi negativi hanno un'efficacia molto limitata.
Quanto al LTRO, ce n'era già stato uno nel 2012. È interessante guardare come ha reagito il tasso di cambio tra l'Euro e il Dollaro. La mattina del 5 giugno era sceso a 1,35 USD per 1 Euro. È risalito al 1,36 la sera stessa. È la prova che Draghi non ha più quella capacità che aveva due anni fa di incantare i mercati. Questi vogliono qualcosa di tangibile. Ma il presidente della BCE non può farlo senza aprire un conflitto maggiore con la Germania. Inoltre, i mercati guarderanno ora da molto vicino l'evoluzione della situazione in paesi come la Grecia, ma anche l'Italia e la Francia. Sono dunque già presenti tutte le condizioni per una nuova fase di crisi nella zona euro già dalla prossima estate o da settembre.


D. Sappiamo che segue molto da vicino la crisi attuale in Ucraina. Qual è il suo giudizio complessivo sull'azione dell'UE? E quale dovrebbe essere su scala europea la strategia migliore da adottare per uscire dal tragico impasse attuale?

R. L'azione dell'Unione Europea è stata alquanto nefasta. Ha messo difatti l'Ucraina davanti ad una scelta impossibile, quella tra l'Europa e la Russia. Ma, vista la complessità e la fragilità di questo paese, era proprio quello che bisognava evitare. Poi, i dirigenti dell'UE hanno chiuso un occhio sul movimento popolare di piazza Maidan, il quale, iniziato come una protesta contro la corruzione del regime, ha cominciato a deviare sin dal dicembre 2013 quando è stato egemonizzato da alcuni partiti di estrema destra. Per finire, l'UE ha sostenuto implicitamente il colpo si stato che ha spodestato il Presidente Yanukovich proprio quando era stato firmato un accordo tra l'opposizione ed il governo per indire nuove elezioni. Accordo spazzato via dal colpo di stato.
La crisi attuale dello stato ucraino è nota, in particolare i referendum di autodeterminazione che hanno avuto luogo nell'est del paese che hanno prodotto una vera e propria guerra civile. Il governo di Kiev usa i suoi aerei ed elicotteri contro gli insorti, si tratta dello stesso livello di violenza che era stato il pretesto per un intervento in Libia e che aveva suscitato l'emozione della comunità internazionale in Siria. L'UE dovrebbe fare una fortissima pressione sulle autorità di Kiev affinché proclamino un cessate il fuoco e aprano immediatamente delle trattative incondizionate con gli insorti. E' inoltre chiaro come siano necessarie nuove elezioni per la costituzione di un'Assemblea costituente, che sarà l'unica a poter determinare la natura ed il grado di federalizzazione del paese. A quel punto tutte le parti esterne, tanto l'UE quanto la Russia, si devono impegnare a rispettare l'indipendenza e la neutralità dell'Ucraina.


D. Lei è un noto economista che ha avuto il merito di porre all'attenzione del dibattito pubblico le insostenibilità economiche dell'euro tra i diversi paesi membri; ritiene che i risultati di queste ultime elezioni abbiano rafforzato la battaglia intellettuale contro la moneta unica?

Penso che è proprio perché abbiamo segnato punti importanti in questa battaglia intellettuale che si è registrata quest'ondata d'euro-scetticismo alle ultime elezioni del 25 maggio. Ed è chiaro che il livello dell'astensionismo e la crescita delle forze euroscettiche renderà ora i discorsi che facciamo da anni sull'Euro udibili da una platea più grande.

Fonte: RussEurope
Traduzione di Sandra Vailles da il  l'antidiplomatico

sabato 7 giugno 2014

RIFONDAZIONE: ERRARE È UMANO, PERSEVERARE.... di Ugo Boghetta

7 giugno. Il superamento dello sbarramento elettorale  (per il rotto della cuffia) da parte della Lista Tsipras ha dato una boccata d'ossigeno anche al Prc, che ora ri-propone (dopo la mala sorte dell'Arcobaleno e di Rivoluzione Civica) una coalizione unitaria di sinistra, questa volta sul modello di Izquierda Unida in Spagna. Errare è umano, perseverare è diabolico, verrebbe da dire. Qui di seguito l'intervento e la dichiarazione di voto di Ugo Boghetta (nella foto), uno degli esponenti dell'area no-euro del Prc e membro del nostro Coordinamento in occasione della riunione del Comitato politico nazionale del Prc svoltasi il 31 maggio e i 1 giugno scorsi.

«1) Ho votato la lista Tsipras turandomi il naso perché era l'unico modo per votarla: ogni volta che la Spinelli ed altri (anche del PRC) parlavano d'Europa dovevo dare una stretta alla narici.

2) Il superamento del quorum per un pelo è una vittoria psico-politica, vale a dire che crea una condizione psicologica e politica positiva per poter proseguire. Tuttavia ciò sarà possibile a condizione che si riconoscano e si mettano in discussione gravi errori analitici e politici:
- la campagna ed il risultato sono ampiamente autoferenziali; riguardano un ceto politico e d'opinione genericamente di sinistra;
- come era ampiamente prevedibile sull'austerità è stato più vincente ed efficace Renzi; e Grillo ha rappresentato nonostante tutto rabbia e protesta;
- l'aggregato Tsipras (Prc, Sel ed altri) ha perso dalle politiche dell'anno scorso 1 milione di voti circa acquisendone solo 2/300 mila;
- non c'è stata nessuna capacità di parlare ai lavoratori e più genericamente alle masse popolari massacrate dalla crisi; scusate se è poco per una lista che si dice di sinistra.

3) Ciò è anche colpa del PRC: un partito di muli quando si tratta di sfacchinare, raccogliere le firme o altro, ma che risulta assente sulla politica.
Abbiamo abrogato completamente la linea che ci eravamo dati al congresso per ignavia, subalternità a professori, ignoranza. È sparita la rottura o la disobbedienza all'Europa, l'uscita a sinistra dalla crisi, figuriamoci l'irriformabilità dell'Europa che emerge e sparisce dai documenti della Sinistra Europea. È stata cassata la decisione del Congresso di approfondire la questione euro (cosa che sarebbe stata anche utile dal punto di vista elettoralistico). Siamo appunto un partito di muli, un contenitore senza contenuti che continua a dirsi di essere rifondazione comunista.
Ma può esistere un partito comunista (ma anche una sinistra che si rispetti) senza porsi il tema del socialismo? Senza si finisce per essere una delle tante variabili di sinistra, altro che comunista o rifondazione!

4) Le elezioni non sono state un terremoto ma hanno dato una grande scossa. Il risultato della Le Pen ha azzoppato una gamba su cui si regge l'Europa: la Francia. I risultati inglesi e greci accentuano le difficoltà. Bisognerà vedere come reagiranno per salvare i partiti di questi paesi chiave. In ogni caso non modificheranno i punti fondamentali su cui si regge l'Unione.
Nelle elezioni emerge in modo palese che non c'è un paese che abbia un assetto politico uguale all'altro. Questo dipende da situazioni e condizioni sociali e storiche diverse. È la plastica evidenza che non si possono fare gli Stati Uniti d'Europa e che dunque questo modello d'Europa è da distruggere con buona pace della famiglia Spinelli.
Al nord la critica prede la strada dei nazionalismi di destra, al sud della sinistra. Una sinistra che al suo interno ha in modo vario e legittimo (tranne che in Italia) una forte componente noeuro.

5) Queste elezioni ci dicono un'altra cosa: è posta la questione nazionale. Si tratta di decidere come affrontarla. Si tratta di connettere la nazione e la questione democratica, di pensare come popoli e proletariati possano unirsi nel reciproco interesse fuori dalla gabbia dell'Unione e dell'Euro. Checché dica la relazione di Ferrero, il nesso questione nazionale/internazionalismo fa parte del patrimonio dei comunisti. È incredibile questa rimozione. Per converso non significa nulla e non è serio proporre di unire i popoli col pensiero o riproporre sovranità e disobbedienza in modo generico.

6) In questo contesto la Lista Tsipras può continuare come una spazio pubblico aperto purché si ripensi profondamente l'asse, la linea politica che dovrebbe essere popolare, classista, democratica e pluralista nelle opzioni da approfondire. Così come è necessario parlare di blocco sociale da aggregare senza il quale i programmi sono generici e non saremo in grado di aggredire l'astro vincente Renzi né l'astro in difficoltà Grillo.
È un problema di linea politica grave e pesante che abbiamo dinnanzi.

Per concludere propongo:
* approfondire come da congresso la questione dell'euro (dentro l'Europa post elettorale);
* avviare la discussione e la ricerca sul socialismo e l'uscita a sinistra dalla crisi;
* la conferenza d'organizzazione».


DICHIARAZIONE DI VOTO NON FAVOREVOLE 
AL DOCUMENTO DELLA SEGRETERIA
Se la vittoria è psico-politica e crea una situazione positiva, il documento rappresenta un'altra occasione che si perde:
* è un documento che non parla delle dinamiche e delle contraddizioni europee eppure le elezioni hanno dato segnali forti e l'Europa sovradetermina le condizioni sociali e politiche;
* ovviamente non si vuole approfondire la questione euro costituzionalizzando una voluta ignoranza; c'è la paura di discutere;
* abbiamo perso un milione di voti ma questo non è un problema;
* alle amministrative quando il Prc va da solo prende 1-1,5% e questo non è un problema;
* non sappiamo parlare ai lavoratori ed alle classi popolari e questo non è un problema;
* ciò significa che non sapremo intervenire su Renzi o il M5S, e questo non sembra un problema di linea politica; quindi continueremo a parlare del PD;
* né sapremo per l'ennesima volta affrontare la questione sindacale;
* nulla sul socialismo, così continueremo ad essere rifondazione di nulla;
* si propone il continuismo, l'ovvietà, il volontarismo;
* si dice inoltre di cedere sovranità ad una lista senza sapere cosa sarà; se la lista Tsipras rimane questa come è possibile cedere qualcosa anche solo sul piano elettorale?!

venerdì 6 giugno 2014

"IL MIO PRIMO GRADINO" di Alberto Bagnai

6 giugno. I seguaci di Bagnai non crederanno alle loro orecchie....


E' passato un anno da quando ci permettemmo di criticare il Prof. Bagnai. Non l'avessimo mai fatto! Se l'ebbe talmente a male che, perso il senso del decoro, iniziò a coprirci d'insulti. Considerò la nostra critica come un "tradimento". In verità, semmai fosse il caso, fummo noi a considerarci traditi. E nel filmato, che vi proponiamo (prodotto da Eco delle rete) è lo stesso Bagnai che lo conferma. Era il 6 dicembre 2012, un anno dopo il nostro convegno Fuori dall'euro, fuori dal debito, quando i più ci chiesero: "Bagnai chi?".




Ci spinse, a fare una disamina delle posizioni di Bagnai, la scoperta del suo salto della quaglia, ovvero la firma, assieme ad hayekiani di primo pelo, del Manifesto di solidarietà europea. Non solo Marx, anche Keynes si rivoltava nella tomba. 

Ci chiedemmo quale fosse la radice di quella che speravamo fosse una sbandata. 
E che dicemmo in buona sostanza? Che nella produzione teorica di Bagnai, a cominciare da “Il tramonto dell’euro”, fatto paradossale e imperdonabile, era del tutto assente il concetto di “crisi del sistema capitalistico”; ciò che appunto lo accomunava allo schieramento degli economisti mainstream. Economisti i quali si basano sul medesimo paradigma mercatista, quello la cui caratteristica genetica è quella di dare per scontato che quello capitalistico non è un sistema storicamente determinato, con contraddizioni insanabili, bensì destinato ad essere eterno. Tutt’al più esso conoscerebbe solo “squilibri”, quindi la divisione è su come detti squilibri, considerati accidentali e momentanei, debbano essere superati. Sostenemmo infine che senza una teoria generale non si può spiegare la malattia congenita che affligge il sistema capitalistico e che lo precipita da una crisi all'altra, quindi l'aleatorietà delle terapie basate su quel paradigma.

Sinceramente sperammo che la firma di quel Manifesto fosse una sbandata "economicista". Invece fu l'anticamera di alcune mosse squisitamente politiche, l'inciucio con rottami politici berlusconiani come Gianni Alemanno, Magdi Allam, Matteo Salvini, o boiardi liberisti di Stato come Paolo Savona, fino all'invito a votare per la lega Nord alle recenti elezioni europee.

Lesa maestà segnalare certe porcherie senza principi? Giudichino i lettori. Sta di fatto che il Bagnai da allora non perde occasione per coprirci di contumelie, e continua a farlo.
  
Ora, dopo che per un anno ha compiuto opera di ignobile depistaggio facendo credere ai suoi ignari apostoli che le sinistre erano tutte pro-euro (l'alibi per giustificare il suo guardare a destra); ora che alcuni di questi si sono accorti che una sinistra no-euro esiste quindi auspicando la collaborazione, egli ha risposto: "Esisterà quando lo faremo noi, ma prima bisognerà aspettare un certo naufragio, e la scomparsa di certi residui organici, che la pioggia spazzerà via".

Difficile che la pioggia possa spazzarci via. A ben altre tempeste, noi non-pariolini, abbiamo resistito. E se davvero il Nostro, dopo aver sbattuto il muso a destra, svoltasse a sinistra, a noi troverà di sicuro sulla sua strada. E scoprirà che non ci metteremo di traverso, se davvero si vorrà fondare un partito serio, ovvero basato, non sul culto della personalità, ma su una teoria generale del capitalismo, e su una strategia per uscire dall'euro adesso, e dal capitalismo poi.


Firmato: i marxisti dell'Illinois

giovedì 5 giugno 2014

EURO: COS'È L'USCITA DI SINISTRA intervista a Moreno Pasquinelli

5 giugno. In occasione della III: Assemblea del Coordinamento nazionale della sinistra contro l'euro, Bottega partigiana  ha chiesto a Moreno Pasquinelli (nella foto) cosa deve intendersi per "uscita da sinistra dall'euro". Pasquinelli si sofferma sui tre aspetti della questione: politico, sociale ed economico-monetario. Pasquinelli mette poi in guardia dalla "uscita a destra", la quale potrebbe manifestarsi nella sue due varianti principali. Gli eurocrati hanno senz'altro nel cassetto un "piano B", ovvero un smembramento pilotato della moneta unica ed un ritorno alle valute nazionali, in continuità con politiche neoliberiste di macelleria sociale. La seconda variante è quella di un tracollo improvviso e caotico che potrebbe lasciare spazio a svolte stataliste ma di tipo "neofascista".



mercoledì 4 giugno 2014

L'EUROPA NON "CAMBIA VERSO" di Leonardo Mazzei

4 giugno. Una manovra da 20-25 miliardi?

Ieri è stata la volta dei dati dell'Istat sulla disoccupazione, i più alti mai registrati. La crisi non "cambiaverso", e neppure l'Europa. A confermarlo, ieri l'altro, erano arrivate le "pagelle" della Commissione UE. L'Italia è rimandata a settembre, ma solo grazie ad una considerazione politica. Non si poteva dare un schiaffo troppo forte al bamboccio subito dopo un successo elettorale che ha fatto tirare un sospiro di sollievo agli eurocrati di Bruxelles.

Ora si discute sul reale significato delle cosiddette "raccomandazioni". Richiedono una manovra aggiuntiva oppure no? A leggerle una cosa pare chiara: la Commissione è in scadenza, ma le regole dei trattati assolutamente no. Chi si illude su una qualche riformuccia resterà deluso assai. Certo, le "furbate" non mancheranno, a partire dal ricalcolo del Pil con la prevista inclusione delle attività criminali.

Come sempre lorsignori prendono tempo, sperando di salvare capra e cavoli, cioè il sistema euro ed il consenso. Operazione pressoché impossibile, come dimostrato - con la spiegabilissima eccezione italiana - dall'esito delle recenti elezioni europee.

Ma vediamo le famose "raccomandazioni", che hanno il senso di tenere i singoli stati sul "retto" binario del Fiscal Compact. Nel caso italiano - in attesa dell'applicazione della regola della riduzione del debito di un 5% annuo della quota eccedente il 60% del Pil, meccanismo che scatterà dal 2016 - l'obiettivo è quello di arrivare al pareggio di bilancio, attraverso un preciso percorso di riduzione del deficit strutturale.

Questo obiettivo, originariamente previsto per il 2015, è stato spostato dal governo Renzi al 2016. La qual cosa non ha reso troppo felici Olli Rehn e soci. Pare, infatti, che in un primo momento la Commissione intendesse bocciare seccamente questo rinvio. Poi, così come avvenuto per altri paesi (la Francia in primo luogo), hanno prevalso considerazioni politiche. Il che non significa che l'Unione Europea abbia rinunciato ad un severo giudizio politico.

La Commissione è «del parere che siano necessari sforzi aggiuntivi, in particolare nel 2014, per garantire la conformità ai requisiti del patto di Stabilità e Crescita». Di che si tratta? Siccome l'aggiustamento strutturale previsto dal governo per il 2014 è di 0,2 punti percentuali, mentre le regole europee esigerebbero uno 0,7%, si tratta di 8 miliardi di euro.

Ma la Commissione non si dimentica che dopo il 2014 verrà il 2015. Anno in cui l'Italia dovrà «garantire il rispetto del requisito della riduzione del debito», completando fra l'altro «l'ambizioso piano di privatizzazioni». Richieste assai perentorie, dato che si è scritto a premessa che l'Italia è tenuta ad «assicurare attuazione piena e tempestiva» alle "raccomdazioni".

A scanso di equivoci, giusto per ricordare chi comanda, la Commissione non si è limitata alle osservazioni tecniche e contabili, inserendo nel testo una precisa valutazione politica: «E' importante sottolineare che rinviare il raggiungimento degli obiettivi di medio termine non pone l'Italia in una buona posizione nei confronti delle regole che ha sottoscritto e che ha inserito nella Costituzione».

Il suo ruolo dominante la Commissione l'ha voluto ricordare anche in un altro passaggio, laddove si vorrebbero addirittura imporre i tempi delle misure richieste. E' questo il caso dell'attuazione della delega di riforma fiscale, che si richiede venga messa in atto entro il marzo 2015. E' la seconda volta (era già capitato alla Slovenia) che una simile richiesta viene messa nero su bianco. Alla faccia di ogni residua sovranità nazionale e democratica.

Ma non si pensi che l'invasione di campo, del resto non nuova, si limiti alla tempistica. Dietro a tanta fretta c'è della sostanza. Sul fisco la Commissione chiede anche un ulteriore spostamento del carico fiscale dalle imposte dirette a quelle indirette, quelle cioè che sfuggono ad ogni criterio di progressività, come l'IVA, le accise, eccetera. E poi c'è ancora qualcuno che riesce a non vedere la natura classista del mostro chiamato UE...

Fin qui la "pagella" degli eurocrati. Ma quale sarà la conseguenza nell'immediato? Padoan giura che non vi saranno manovre aggiuntive, ma come stanno davvero le cose?

Vediamo cosa scrive Dino Pesole sul Sole 24 Ore del 3 giugno:
«A conti fatti, per rendere strutturale il bonus Irpef ed eventualmente estenderlo alla platea di contribuenti finora esclusi (pensionati, incapienti, partite Iva), onorando al tempo stesso gli impegni già inseriti nella legislazione vigente (la legge di stabilità del 2014), occorreranno non meno di 15 miliardi. Se poi si aggiungono interventi inderogabili da finanziare in corso d'opera (tra cui la Cig, le missioni internazionali) ci si avvicinerà a quota 20 miliardi. Difficile immaginare fin d'ora che per effetto dell'eventuale correzione del deficit 2014 si debba raggiungere l'astronomica cifra di 25 miliardi».
Avete capito bene: quasi 20 miliardi, che potrebbero salire a 25. Così, giusto per scaldarsi, in attesa della piena applicazione del Fiscal Compact. E questo in un anno di "transizione", già segnato da un notevole aumento della pressione fiscale chiamato Tasi (tema di cui ci occuperemo in un prossimo articolo). Volendo scherzare, quante "auto blu" dovrà vendere ilBomba per far quadrare i conti? Tornando seri, quanto potrà ancora abusare di un consenso figlio di una propaganda più falsa perfino della sua presunta simpatia?

martedì 3 giugno 2014

AVANTI COSÌ! La terza assemblea della sinistra contro l'euro

3 giugno. Sabato e domenica scorsi si è svolta a Chianciano Terme la III. Assemblea del Coordinamento nazionale della sinistra contro l'euro. Nella foto il tavolo della presidenza della prima sessione. Da sinistra: Toni Manigrasso, Beppe De Santis e Shirin Chehayed.

«Non era scontato.
Non era scontato che la nostra III. Assemblea nazionale registrasse un successo e infondesse ottimismo agli attivisti presenti. Venivamo da elezioni europee che hanno visto i diversi gruppi che compongono il Coordinamento attestarsi su posizioni diverse. Chi per l'astensione, chi per votare M5S, chi per la lista Tsipras. Differenze che potevano, visto che il Coordinamento ha solo pochi mesi di vita, avere effetti distruttivi.
Invece... Invece usciamo dalla III. Assemblea più forti e determinati di prima.

Quanti coordinamenti abbiamo visto nascere e scomparire ben presto dalla scena alla prima prova seria? Molti, quasi tutti. Di esempi, a sinistra, ne abbiamo anche di recentissimi. Quand'è che un coordinamento supera le difficoltà che incontra sulla sua strada? La risposta sembra semplice: quando le sue fondamenta politiche si dimostrano solide, quando ciò che unisce è più forte di ciò che divide. Le fondamenta del Coordinamento si sono dimostrate indistruttibili: non basta uscire dall'euro, occorre uscirne "da sinistra": sovranità nazionale sì, ma con democrazia, eguaglianza sociale, e per la fratellanza tra i popoli.
In questo senso la grande importanza del fresco di stampa VADEMECUM sull'uscita dall'euro, fiore all'occhiello del Coordinamento, e che tutti si sono impegnati a diffondere.

La III. Assemblea ha anzitutto svolto un'analisi attenta del quadro politico uscito dalle elezioni e quindi descritto i possibili scenari futuri, a livello europeo anzitutto, e quindi italiano. Le difficoltà e le contraddizioni che incontra il progetto euro-unionista si sono aggravate, l'instabilità sociale e politica si approfondiscono, ciò che rende la strada del governo Renzi tutta in salita e irta di difficoltà. Gli spazi per l'iniziativa dei movimenti no-euro e euro-critici si allargano.

L'Assemblea ha quindi indicato come la nostra azione dovrà procedere nei prossimi mesi.
(1) Rafforzare il Coordinamento;
(2) agevolare l'unità d'azione con le forze no-euro a noi affini;
(3) avviare una campagna di massa per la disdetta del Fiscal compact che sfidi il governo Renzi e smascheri le sue promesse, capace quindi di aggregare in un fronte ampio sia le minoranze no-euro che le forze sociali e politiche che pur non chiedendo l'uscita dall'euro sono contro le politiche austeritarie e contro i Trattati europei.

L'Assemblea ha dato quindi mandato al Comitato operativo nazionale di mettere nero su bianco, con precisione, le conclusioni e le proposte emerse e condivise.

In questo quadro segnaliamo il FORUM EUROPEO promosso dal Coordinamento e che si svolgerà ad Assisi dal 20 al 24 agosto prossimi, sfida grande, che l'Assemblea ha riconfermato senza esitazioni, non senza precisare meglio finalità e modalità di svolgimento.

Ma non usciamo più forti solo per questo. Come in ogni consesso fatto di umani contano anche altri fattori: spirituali, culturali, psicologici, ed anche affettivi. Non c'é coesione che possa resistere (tanto più quando devi ancora remare controcorrente, e quando è grande la sproporzione tra obbiettivi e forze a disposizione) se l'accordo politico non è affiancato da sentimenti forti di fratellanza, di reciproca fiducia, di amicale empatia. Molti di noi, prima che nascesse il Coordinamento, non si conoscevano affatto. Passo dopo passo, in solo pochi mesi, questi vincoli si sono consolidati. E la III Assemblea ne è stata una prova. Un'Assemblea in cui ognuno, più che nelle precedenti, ha avuto la possibilità di dire la sua, di portare il suo contributo, superando timori e diffidenze.
Siam fatti così. Non ci affidiamo né a guru, né a vate, né a capi supremi. Stiamo plasmando un organismo politico in cui le diversità sono davvero un punto di forza. In cui ci si ascolta e le decisioni adottate frutto di un'elaborazione collettiva.
Ringraziamo tutti coloro che sono venuti a Chianciano Terme, ed anche tutti coloro che ci affiancano e che per mancanza di risorse e per ogni sorta di impedimento, non ce l'hanno fatta a venire.
Avanti così».

** Per contatti col Comitato operativo del Coordinamento: sinistracontroleuro@gmail.com

lunedì 2 giugno 2014

LOTTA ALL'EURO: TATTICA E STRATEGIA di Piemme

2 giugno. Le elezioni europee hanno confermato che l'Unione oligarchica e la moneta unica che ne costituisce il pilastro, traballa. Le difficoltà delle oligarchie dominanti quindi si accentuano. Per salvare il mostro esse dovrebbero non solo limitarsi a qualche aggiustamento di politica monetaria (che la Bce forse farà presto portando i tassi a zero) ma ricorrere ad modifiche sostanziali di politica economica.
teoricamente possono farlo, in pratica è altamente improbabile, visto che ciò significherebbe modificare sostanzialmente i trattati e, tra questi, l'ultimo arrivato, il Fiscal compact.

A parte la farraginosa e lunga procedura di modifica, queste sono infatti possibili e le autorità tedesche e il potente blocco euro-liberista accetteranno davvero, per usare lo slogan renziano, di "cambiare verso all'Europa". Svolta che, appunto, è da escludere.
Questa ha delle implicazioni grandi nella battaglia per demolire l'euro e l'Unione
In un primo momento l'irrigidimento dei dominanti, il loro muro contro muro, potrà dargli dei risultati. In prospettiva sarà meglio per le forze sovraniste, comprese quelle democratiche.

Il muro contro muro, intanto, metterà in difficoltà le forze blandamente euro-critiche, quelle che pur non volendo uscire dall'euro, si battono sinceramente per la fine dell'austerità e respingono i trattati euro-liberisti.

Siccome il blocco eurista non si batte (ormai sarà chiaro) solo con le chiacchiere, limitandosi a svolgere con convegni, né solo con opere pur meritorie di divulgazione di teorie economiche alternative; siccome quella contro l'euro-dittatura è una lotta, occorre chiedersi come questa lotta dev'essere condotta. Gli aspetti sono diversi, ma uno è di solare evidenza: occorre mettere in piedi un movimento sociale e politico forte, e per essere forte dev'essere il più ampio possibile.

Proviamo ad esprimerci con una metafora.
L'euro è il cuore pulsante del fronte nemico, e che il nemico ha depositato in un bunker a sua volta circondato da una fitta rete di trincee e cinte murarie.
Non disponendo di un'arma letale che possa puntare a demolire questo bunker in un colpo solo, o ci illudiamo che la fortezza cada da sola, o che i nemici alzino bandiera bianca prima ancora della guerra vera e propria, o stiamo alla finestra lasciando che i dominanti si adottino il loro "piano B"; oppure conduciamo la guerra attaccando i punti deboli delle linee difensive nemiche, sempre sapendo che occorrerà raggiungere il bunker.
Solo se sfondiamo la prima linea del dispositivo difensivo nemico possiamo dare coraggio alle forze antagoniste e seminare il panico in quelle nemiche.
Noi pensiamo che questa prima linea difensiva dei dominanti sia il Fiscal compact. Questa dobbiamo anzitutto attaccare perché presenta diversi varchi che possono consentirci di aprire una breccia  
Anzitutto è una prima linea debole perché il Fiscal compact contiene clausole difficilmente applicabili. In secondo luogo sono contro di esso numerose forze oppositive anche solo "euro-critiche". In terzo luogo sul Fiscal compact può anche dividersi il blocco dei dominanti.

Occorre unire, nella battaglia per disdettare il Fiscal compact, le forze no-euro con quelle che sperano e si illudono di poter "riformare l'euro, pena il fallimento dell'offensiva. Si può e si deve dare vita ad un movimento di massa contro il Fiscal compact in arrivo e, qui in Italia, sfidare il governo Renzi che se non ottiene e presto risultati tangibili, andrà incontro ad una crisi.

Bisogna agire dunque. Un ciclo si è chiuso, un altro, nuovo se ne apre. Immaginiamo che nell'area no-euro qualcuno respingerà quanto diciamo, preferirà arroccarsi nella sua turris eburnea. Sarebbe un errore gravissimo.

Coordinare forze sociali e politiche diverse contro un singolo punto del dispositivo difensivo nemico non vuol dire necessariamente fare sodalizio politico. Non ci illudiamo che sia possibile edificare un fronte tra forze profondamente eterogenee. Un Fronte vero e proprio, per noi, è un'alleanza strutturata che traccia, pur tra forze pur diverse, un percorso che ha per sbocco la piena vittoria sul nemico. 
Forze completamente eterogenee possono però dare vita a forme di unità d'azione necessariamente circoscritte e momentanee, per ottenere anche solo un obbiettivo parziale. 

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