mercoledì 20 gennaio 2010

E se D'Alema non fosse così fesso come sembra?

[ 20 gennaio 2010 ]

Una lettura controcorrente della telenovela pugliese e degli intrighi nazionali che vi ruotano attorno

di Leonardo Mazzei


Tra le tante disgrazie della loro terra, in questa settimana gli abitanti della Puglia avranno anche il problema di dribblare i gazebo delle primarie. Nel 2005 ci riuscirono assai bene: il “bagno di democrazia” all’americana vide la partecipazione di circa 80mila persone su 4 milioni di abitanti e 3 milioni e 300mila elettori. Un po’ poco, anche se a sentire i vendoliani (allora una sottomarca locale dei bertinottiani) pareva che si fosse mosso il popolo tutt’intero, dal Gargano alla punta del tacco d’Italia. Il Santo pugliese vinse con 1.600 voti di scarto davanti allo stesso rivale che si ritroverà di fronte domenica prossima: Francesco Boccia, un nome che non promette molto, ma che ha la sponsorizzazione di un ex primo ministro e del genero di Caltagirone. Forse non gli sarà  sufficiente, ma chissà...
Ci sono molti modi di leggere questo scontro pugliese, che solo pugliese non è. L’aspetto prevalente sembra il caos: c’è confusione nel Pd, nell’intero centrosinistra e sembrerebbe anche nella testa dei singoli personaggi in campo. Ma c’è confusione anche a destra. Che sia l’aria della Puglia? O non sarà piuttosto che qui si gioca una partita fondamentale per i futuri schieramenti nazionali?
Può sembrare un paradosso, ma in questa partita nazionale Vendola non conta niente. La sua è una lotta per la sopravvivenza, sua (soprattutto) e (molto, ma molto secondariamente) della sua barchetta micro-arcobalenica, quella che in un anno ha cambiato tre simboli a causa delle progressive amputazioni subite (vedi Vendola in manutenzione). E’ una lotta disperata per rimanere alla guida della regione, ma Vendola non ha alcun progetto nazionale che non sia quello di accodarsi al centrosinistra sempre e comunque, cercando magari di abbellire in poesia il suo appoggio all’atlanto-liberismo degli alleati che ai versi lascia ben poco spazio.
Per D’Alema e Casini, e non solo per loro, la partita è invece strategica: ecco perché la Puglia ha oggi un rilievo inusitato nelle cronache politiche. Ed ecco perché D’Alema non si è fermato davanti a niente, neppure di fronte ad una straordinaria collezione di figuracce che ha portato in tanti ad ironizzare sulla declinante astuzia della “Volpe del Tavoliere”.
Apparentemente Vendola sta vincendo la partita: non ha ceduto alla richiesta di non ricandidarsi, ha ottenuto le primarie e – se le vincerà – sarà di nuovo alla testa della coalizione di centrosinistra.
Apparentemente D’Alema sta perdendo in maniera disastrosa: ha bruciato il suo uomo (il sindaco di Bari, Emiliano), ha dovuto piegarsi alle primarie, ha spaccato il Pd, ha lanciato Boccia ma lasciando capire che la sua sarà una corsa in salita.
Per tutti questi motivi, secondo alcuni il vero disperato sarebbe Massimo D’Alema. Siamo sicuri che sia proprio così?

Non si può che avere il massimo disprezzo per il bombardatore della Jugoslavia: per le sue scelte, per la sua concezione della politica, per quel ghigno beffardo tipico di chi costruisce la sua presunta “superiorità” sullo stare sempre con i più forti, sia che si tratti delle oligarchie finanziarie che dei vertici della Nato.
Lo stesso disprezzo va però riservato a chi, magari intervallando il tutto con qualche guerricciola secondaria per le poltrone, altro non sa proporre che l’alleanza con il partito del bombardatore e con la coalizione che gli sta attorno, che in quanto a liberismo ed atlantismo ha pochi rivali anche a destra.
Chiarito il nostro disprezzo per entrambi i contendenti, si tratta ora di capire se la rappresentazione che va per la maggiore è davvero giusta. Si tratta dunque di comprendere quali saranno gli sviluppi e le conseguenze della telenovela pugliese.

In questa vicenda la contraddizione che più colpisce è quella tra l’ingovernabile caos pugliese e la determinazione con la quale il gruppo dirigente bersaniano (in realtà, dalemiano) sta cercando comunque di imporre la propria linea.
Nelle ultime settimane il caos è stato davvero totale, ed imbarazzante anche per un partito che pure vi è abituato come il Pd.
I “democratici” hanno prima lanciato la candidatura di Emiliano, ma l’assemblea che avrebbe dovuto incoronarlo alla fine dell’anno venne annullata per “impraticabilità di campo”, vista l’invasione di manifestanti pro-vendoliani dell’albergo dove avrebbe dovuto tenersi. A quel punto Emiliano dichiarava di accettare le primarie, ma poi chiariva che le avrebbe accettate solo con l’approvazione in fretta e furia di una leggina che gli avesse consentito di candidarsi alle regionali mantenendo al tempo stesso la carica di sindaco. Per quella leggina ad personam (Berlusconi ha fatto scuola) era però troppo tardi. Sembrava che a quel punto il Pd dovesse acconciarsi – sia pure obtorto collo –  a sostenere Vendola, ma non era ancora finita. Ecco infatti la ricandidatura di Boccia, sulla quale all’inizio l’Udc (il vero Convitato di pietra delle decisioni del Partito democratico) sembra storcere la bocca in mancanza di un ritiro di Vendola. Alla fine però Boccia viene benedetto da Casini, e si arriva così alle primarie. Primarie che si svolgeranno con una campagna elettorale brevissima, di pochi giorni: ed è questa brevità l’unica notizia positiva per i pugliesi.

La mia opinione personale è che queste primarie – a dispetto di tutte le apparenze – segneranno comunque un successo della strategia dalemiana, mentre si apriranno in ogni caso grandi problemi prima per il Santo pugliese e poi per la sua piccola corte.
Va detto che nell’immediato – ma solo nell’immediato – per il partito degli assessori, cioè per la vera struttura portante di Sel (Sinistra, ecologia e libertà), le primarie pugliesi sono un autentico brodino. Il sospiro di sollievo tirato da questa congrega di opportunisti all’ennesima potenza ha percorso non a caso l’intera penisola, dal Piemonte alla Calabria: ve li immaginate costoro a dover minacciare la rottura nelle varie regioni in risposta allo scaricamento del loro capetto pugliese? Ci aveva provato il romano Nieri, ma pare che gli interlocutori gli avessero riservato solo qualche sorrisetto di compatimento...
Ma se con l’accoglimento delle primarie gli aspiranti assessori hanno potuto riprendere momentaneamente un po’ di colore, completamente diverso è il discorso per Vendola e per le prospettive di Sel.
Se l’attuale governatore dovesse perdere le primarie si troverebbe semplicemente a dover tirare la carretta al rivale, senza neppure aver potuto trattare le condizioni della resa. Ma, paradossalmente, non sarebbe questo lo scenario peggiore. Infatti dopo le primarie vi saranno comunque le “secondarie”, cioè le elezioni vere. Un Vendola vincitore alle primarie sarebbe “obbligato” a vincere le elezioni regionali, obiettivo alquanto arduo senza i voti dell’Udc.
Una sua sconfitta, piuttosto probabile, segnerebbe quasi certamente la sua fine politica. Il Santo barese è anche uno straordinario Narciso che vede pugliesi plaudenti in ogni dove, ma non ci risulta che la sua popolarità sia così alta, gli scandali della sanità non possono (dopo 5 anni!) essere semplicemente scaricati sulla giunta precedente e le fratture nella coalizione ben difficilmente non avranno ricadute elettorali.
Vediamo ora come queste stesse possibilità possono essere gestite nel campo avverso, quello dalemiano. Per D’Alema la vittoria di Boccia alle primarie sarebbe un’indubbia rivincita, che peserebbe enormemente anche all’interno del Pd. In ogni caso rappresenterebbe l’investitura “popolare” alla nuova alleanza con l’Udc.
Ma anche una sconfitta di Boccia potrebbe essere gestita positivamente nell’ambito di una strategia nazionale. Se Vendola vincesse le primarie, ma non le elezioni, D’Alema perderebbe la Puglia ma vedrebbe confermata la sua strategia come “linea obbligata”, tanto più se l’alleanza con l’Udc portasse (come possibile) alla vittoria il centrosinistra in Piemonte, Liguria, Marche e Calabria... 
Insomma, mentre Vendola chiuso nel fortino pugliese ha come solo risultato utile un due a zero assai improbabile, D’Alema gioca una partita più ambiziosa, che può ammettere una sconfitta alle primarie purché non vada ad inficiare il progetto nazionale. Un progetto che ha evidenti appoggi internazionali e la benedizione delle oligarchie nostrane, un progetto al quale Vendola non potrà che accodarsi, se non altro in nome del solito antiberlusconismo copri-tutto.
Detta così, questa descrizione può sembrare una intollerabile riduzione della politica al più bieco politicismo, come se fosse soltanto una cinica partita a scacchi priva di contenuti. Ma l’odierna politica bipolare è anche e soprattutto così. Ed anche per questo siamo convinti della giustezza della linea astensionista nell’attuale contesto politico.
A quando, piuttosto, un bilancio dei sinistro-libertari (e dei loro cugini sinistro-federati) sugli esiti tragicomici della loro politica delle alleanze? Non sarebbe questo il momento giusto, almeno per quel che riguarda i governi regionali? Ma questi signori sfuggono questo bilancio come la peste: troppo duro dover ammettere di essere dentro fino al collo all’odierno marciume della politica istituzionale.
Del resto, il fatto che Vendola si sia dovuto barricare nel ridotto pugliese, mentre per D’Alema la Puglia è solo una pedina (per quanto importante) di un gioco più complesso, ci dice chiaramente chi è subordinato a chi. Non si pensi che sia semplicemente un problema di rapporti di forza. E’ invece principalmente una questione di visione e di prospettiva strategica. La prospettiva del parolaio Vendola è del tutto interna al bipolarismo: può agitarsi ma non uscirne. La gerarchia tra chi comanda e chi è subalterno è dunque stabilita. Comunque vadano le primarie di domenica prossima.

martedì 12 gennaio 2010

POPOLO DI FORMICHE E FRATTURAZIONE SOCIALE

[ 12 gennaio 2010 ]

a proposito dell’ultima indagine Istat
sui redditi delle famiglie italiane ("consumi e povertà")

di  P.M.


L’Istat, si sa, è l’Istituto italiano delle statistiche, e le statistiche occorre prenderle cum grano salis che, come diceva Trilussa, se Tizio mangia due polli e Caio nessuno, per la statistica ne avremmo mangiato uno a testa.

Tuttavia sarebbe sbagliato snobbare i dati che l’Istat ci fornisce, che sono  come le elezioni, consegnano un’immagine infedele della realtà, ma pur sempre un’immagine che all’ingrosso restituisce la realtà medesima.
Parliamo dell’ultimo caso, dall’inchiesta recentissima sui redditi e le condizioni di vita degli italiani, resa nota a fine ottobre 2009, quindi dopo due anni di recessione e ad un anno dal collasso bancario americano.
I dati indicano che tra l’ottobre 2008 e il settembre 2009, i consumi hanno subito un calo del 1,5%, mentre il poter d’acquisto delle famiglie sarebbe sceso nello stesso periodo dell’1,6%. Secondo la Federcomsumatori le cose sarebbero andate un po’ peggio ( -1,9% del potere d’acquisto, pari a 565 euro annui in media). Uno scostamento comunque non decisivo.
L’Istat segnala poi che lo scostamento tra potere d’acquisto e reddito disponibile si spiega con un aumento del risparmio: “La paura del futuro ha portato le famiglie ad aumentare il risparmio dello 0,4% su base annuale”. Una quisquilia che certo non giustifica i commenti euforici del ministro Brunetta, ma che attesta che la recessione economica non si è tramutata in un collasso o una catastrofe generale del sistema economico e del tessuto sociale, che le grandi masse non hanno ancora subito un tracollo delle loro condizioni di vita. E questo concorre a spiegare come mai non abbiamo avuto generalizzati conflitti sociali. 
Questi dati, inseriti nel frullatore dei software di statistica, come una nutella spalmata indistintamente, dietro al dato omogeneo, nascondono  tuttavia le differenze, le eterogeneità, le fratture sociali che si vanno inesorabilmente producendo. Differenze che se la “scienza statistica” considera “discrepanze”, sono invece decisive per capire quanti sono e chi sono coloro che la crisi sistemica getta, se non nella miseria, o nell’emarginazione, in una situazione di forte disagio sociale. Per essere più precisi: nell’area della esclusione sociale. 
Dagli stessi dati Istat emerge infatti un fenomeno che viene avanti da alcuni anni, ovvero che, a fronte di una tenuta dei livelli di vita dei lavoratori dipendenti (un tempo si sarebbe detto “garantiti”, noi diciamo “inclusi”, inclusi nel sistema consumistico e assistenzialistico del welfare paternalistico e familistico all’italiana), assistiamo ad un peggioramento drastico delle condizioni di vita e delle aspettative di benessere di strati sociali che vengono, appunto, lentamente gettati nell’area dell’esclusione, una zona grigia sempre più ampia sotto cui sta chi vive sotto la ufficiale soglia di povertà.
Coloro che hanno subito pesantemente il contraccolpo della recessione sono anzitutto, non tutti i salariati, ma i lavoratori dipendenti licenziati o messi in Cassa integrazione e, ovviamente lo stuolo dei precari. In altre parole, oltre alla parcellizazioni che frantumano il lavoro dipendente si è aggiunta una frattura serissima tra chi ha un reddito garantito e chi non ce l’ha più e non vede come possa ottenerlo o rioettenerlo.
Dai dati Istat emerge infine un secondo dato eclatante. Chi ha visto taglieggiato il proprio reddito e quindi la propria capacità di consumo, non sono tanto i lavoratori a reddito fisso, bensì i cosiddetti “autonomi”, i titolari di Partita Iva, i cui incassi hanno risentito infatti in modo molto pesante degli effetti della recessione. Il “popolo delle Partite Iva”, vero vanto del capitalismo italiano e del berlusconismo, è stato azzoppato e decimato dalla crisi, è stato lo strato sociale letteralmente falcidiato dalla recessione.
Se questa situazione continuasse, se l’economia enrasse nella tanto esorcizzata “depressione” (recessione prolungata), milioni di “autonomi” verrebbero gettati in massa nell’area della esclusione sociale e della nuova povertà, mentre non è detto che questo accada al grosso dei lavoratori dipendenti a reddito fisso (che quindi resterebbero tra gli “inclusi”).
Questa peculiare fratturazione sociale quali conseguenze avrà sulla stabilità sociale e sul piano politico?
L’Italia già conobbe un precedente simile, dopo la prima Grande guerra. Allora la pauperizzazione di quella che veniva chiamata “piccola borghesia” causò, in ultima istanza, la vittoria del fascismo, il quale aizzò i piccolo borghesi inferociti contro il movimento operaio organizzato e la “minaccia bolscevica”.
Andiamo verso una ripetizione? Difficile dirlo. Certo viene a mancare, affinché una radicalizzazione extraparlamentare e antioperaia della piccola borghesia possa assumere una forma fascista, il bersaglio ideologico e sociale, il collante simbolico, ovvero la minaccia del comunismo dilagante. Non abbiamo più un movimento operaio forte che difenda accanitamente i suoi propri interessi, con le relative e strutturate organizzazioni di massa. Lo spappolamento del movimento operaio, la narcosi dei salariati è oggi talmente seria, che non si vede come una radicalizzazione dell’accozzaglia degli “autonomi” (molto spesso “autonomi” camuffati, perché spesso reali proletari) possa indirizzarsi verso l’ombra sbiadita che ne resta. Certo è che questa radicalizzazione, se dalla recessione il capitalismo non uscirà presto, è pressoché inevitabile.

lunedì 11 gennaio 2010

I DEPORTATI DI ROSARNO E LA "PROFEZIA" DI PIER PAOLO PASOLINI

[ 11 gennaio 2010 ]

Video tratto da 

«Essi sempre umili
essi sempre sudditi  
essi sempre infimi
essi sempre colpevoli
essi che ebbero occhi solo per implorare
essi che vissero come assassini sotto terra 
essi che vissero come banditi in fondo al mare
essi che vissero come pazzi in mezzo al cielo 
essi che si costruirono leggi fuori dalla legge
essi che si adattarono ad un mondo sotto il mondo
essi che ebbero occhi solo per implorare 
essi che credettero in un Dio servo di Dio
essi che cantarono ai massacri dei re
essi che ballarono alle guerre borghesi
essi che pregarono alle lotte operaie ....

... usciranno da sotto la terra per rapinare
saliranno dal fondo del mare per uccidere
scenderanno dall'alto del cielo per espropriare
per insegnare ai compagni operai la gioia della vita 
per insegnare ai borghesi la gioia della libertà
per insegnare ai cristiani la gioia della morte, 
distruggeranno Roma e sulle sue rovine deporranno il germe della storia antica...

... poi col Papa e ogni sacramento andranno come zingari verso l'Ovest e il Nord
con le bandiere rosse di Trotsky al vento»


La poesia "Profezia" è recitata da Toni Servillo

Il Cavaliere e il sondaggio

[ 11 gennaio 2010 ]

Come cambia, dentro la crisi
l'umore popolare 

 di Leonardo Mazzei*


«Mi auguro che tutte le fabbriche del disfattismo e del pessimismo la smettano di produrre un’atmosfera che non è solo di odio e di violenza nella politica, ma è anche negativa sul piano del consumo e degli investimenti.»
Chi non ha riconosciuto in queste righe la prosa del Cavaliere, per l’occasione (vigilia di Natale) nella versione incerottata e “amorosa”?
Da tempo il cosiddetto “dibattito politico”, cioè il teatrino quotidiano che ha la funzione di ridurre ogni tema rilevante a chiacchiera da ballatoio, tende a ricondurre l’analisi della crisi ad una questione di umore, di ottimismo piuttosto che di pessimismo.
Ovviamente ottimismo e pessimismo esistono, ma non dovrebbe essere difficile comprendere, ad esempio, le ragioni del pessimismo di un lavoratore appena licenziato, come non dovrebbe essere particolarmente arduo capire l’ottimismo di un finanziere che ha messo a segno un’importante speculazione.
Nello stesso periodo natalizio è uscito un interessante sondaggio di Demos & Pi, pubblicato da la Repubblica. Naturalmente i sondaggi vanno presi con le molle, ma ci dicono sicuramente di più, perlomeno a grandi linee, delle profezie degli economisti. E questo sondaggio ci parla dell’umore degli italiani, ma non solo.

Gli effetti della crisi

La prima domanda sottoposta ai 1310 intervistati è rigorosamente oggettiva: «Ci può dire se nella sua famiglia, nell’ultimo anno, qualcuno ha perso il lavoro?» Ha risposto di sì il 17,5%, contro il 13,3% del novembre 2008. E – trattandosi dello stesso campione – è proprio il confronto con le risposte date un anno prima l’aspetto più interessante del sondaggio.
La stessa tendenza è rilevabile nelle risposte alla domanda sui familiari finiti in cassa integrazione od in mobilità nell’ultimo anno. Una situazione che nel dicembre 2009 è stata registrata nel 20,4% dei casi, contro il 12,5% del novembre 2008.
Ma non si tratta solo di occupazione – e del resto il sondaggio non era rivolto ai soli lavoratori dipendenti – ma anche della situazione finanziaria delle famiglie in generale. Il 50,1% degli intervistati dichiara infatti di aver visto diminuire, sempre nell’ultimo anno, il valore dei propri risparmi e/o investimenti. Nel novembre 2008 (nel pieno della crisi finanziaria) la percentuale era del 43,9.
Questi dati, del resto sostanzialmente in linea con le statistiche ufficiali, ci sembrano difficilmente confutabili ed assai indicativi della ricaduta concreta della crisi sui lavoratori e le loro famiglie. Possono sembrare perfino ovvi, e tuttavia sono utili perché ci indicano una tendenza che spiega anche la percezione della crisi e le aspettative per il futuro.

Un’aspettativa sempre più incerta

Arriviamo qui alla questione del famoso “pessimismo” tanto evocato da Berlusconi. Citiamo sempre dal suo discorso natalizio (Radio Anch’io del 24 dicembre, tanto per cambiare in diretta dall’Aquila...): «Il fatto di insistere sempre su questa crisi e di creare paura in tutti produce la crisi perché a furia di dire una cosa alla fine si avvera.»
Questo disco incantato del Paperone di Arcore è in verità assai penoso, ed in ogni caso non sembra che risulti troppo convincente. Vediamo infatti qual è stata la risposta degli intervistati alla domanda: «Secondo lei, quando finirà l’attuale crisi economica?»
Il sondaggio proponeva quattro possibili risposte: entro sei mesi, entro un anno, entro due anni, tra più di due anni. I dati, confrontati questa volta con quelli registrati nel giugno scorso, sono estremamente interessanti. Mentre i superottimisti (fine della crisi entro sei mesi) sono rimasti stabili ma su una percentuale bassissima (7,5%), i moderatamente ottimisti (fine entro un anno) sono calati dal 25,7 al 21,0%. Andamento speculare tra i “pessimisti”, tra i quali quelli che pensano che la crisi finirà entro due anni sono rimasti stabili poco sotto il 27%, mentre coloro che ne collocano la fine oltre i due anni è salita in sei mesi dal 31,1 al 38,0%.
Naturalmente i sostenitori della bizzarra tesi della genesi psicologica della crisi potrebbero leggere questi risultati come il frutto del lavorio «delle fabbriche del disfattismo e del pessimismo», ma queste «fabbriche» hanno in realtà una modesta potenza di fuoco rispetto al messaggio trasmesso da tutti i centri del potere capitalistico, e ripreso dall’intero sistema mediatico negli ultimi mesi, quello secondo il quale «il peggio è alle nostre spalle» e  «si intravede l’uscita dal tunnel».
Che sia proprio questo messaggio a non funzionare? Che il pensiero unico dell’ottimismo forzato faccia cilecca? Dal sondaggio sembrerebbe proprio che sia così. Maledetti pessimisti...

La sfiducia nella politica e nel sindacato

In questa situazione così fosca, chi difende i lavoratori? In risposta a questa domanda il sondaggio propone una griglia assai ampia, e dunque un po’ troppo dispersiva, di opinioni. Tuttavia non mancano anche qui alcune indicazioni interessanti.
Ecco i risultati più significativi, ed i relativi scostamenti, in questo caso raffrontati con le risposte avute nell’ottobre 2004.
Come “difensore” degli interessi dei lavoratori scende il sindacato (dal 29,9 al 24,6% attuale), mentre salgono le famiglie (dal 10,3 al 17,2%) e lo Stato (dal 4,4 al 9,3%). Com’era facilmente prevedibile, la credibilità del sindacato è sempre più bassa, mentre i dati sulle famiglie – pure in un’epoca di crisi della famiglia! – attestano quanto il nucleo familiare continui in qualche modo a funzionare come luogo di compensazione e redistribuzione del reddito. Il raddoppio di coloro che hanno indicato lo Stato va probabilmente inteso non come una valutazione positiva delle attuali politiche statali, quanto piuttosto come l’emersione di una nuova consapevolezza sulla necessità del ruolo dello Stato. Un’interpretazione del resto confermata dal calo (dal 6,7 al 4,2%) di coloro che pensano che il lavoratore possa difendersi solo individualmente.
Come “difensori” dei lavoratori i partiti giustamente godono di una credibilità vicina allo zero. Sono tuttavia interessanti le variazioni avvenute in cinque anni. Se nel 2004 solo il 2,1% degli intervistati indicava come “difensori” dei lavoratori i partiti del centro-destra, contro il 4,8% del centro-sinistra, cinque anni dopo il rapporto si è invertito. I partiti del centro-sinistra vengono indicati ancora dal 5,2%, ma sono stati sorpassati da quelli del centro-destra (6,3%). Un dato, quest’ultimo, che può stupire solo chi abbia sottovalutato gli studi sui flussi elettorali realizzati negli ultimi anni; studi che assegnano alla destra un netto vantaggio tra i lavoratori dipendenti del settore privato, mentre il centro-sinistra regge soltanto nel settore pubblico e tra i pensionati.

Il consenso alle lotte

Rispetto alle conseguenze della crisi le lotte in corso sono ancora troppo deboli ed isolate. La letargia delle masse non è ancora finita, anche se i primi segnali di un risveglio ci sono. In questo quadro ancora incerto, è interessante il consenso rilevato dal sondaggio alle azioni di resistenza degli ultimi mesi.
Si dichiara favorevole alle proteste davanti alle aziende contro i licenziamenti il 79,9% degli intervistati, il 64,7% approva l’occupazione di queste stesse aziende, mentre il 24,7% è d’accordo anche con il sequestro dei dirigenti delle aziende che licenziano.
Sono dati chiari, che sembrano attestare la consapevolezza della necessità di innalzare il livello dello scontro. Naturalmente lo scarto tra opinioni e realtà, tra parole e fatti, potrebbe far sorgere il dubbio che si tratti dell’italico atteggiamento del tipo «armiamoci e partite».
Senza voler escludere la presenza di questo atteggiamento, non è difficile però scorgere un’altra ragione di questo scarto: la difficoltà che permane ad immaginare una prospettiva strategica in cui inserire le lotte. La prudenza potrebbe insomma essere il frutto non solo, e non tanto, del peggioramento dei rapporti di forza degli ultimi decenni, quanto piuttosto la conseguenza di quella sorta di «cancellazione del futuro» perseguita tenacemente dalla cultura dominante nello stesso periodo.
In ogni caso il sondaggio ci parla di un grande consenso alle lotte. Il consenso non è ancora la lotta, ma è il mare nel quale i pesci possono nuotare ed organizzarsi. Non è poco.

Conclusioni

Sarebbe errato trarre da un semplice sondaggio delle conclusioni troppo positive sulla consapevolezza popolare rispetto alla crisi. Quel che è certo è che il sentire del paese reale sembra distante anni luce dalla propaganda delle oligarchie economiche e dai loro servitori del sistema mediatico.
Il bombardamento quotidiano teso ad infondere ottimismo evidentemente non funziona. Berlusconi continuerà di certo ad inveire contro i disfattisti, ma probabilmente con risultati assai inferiori a quelli immaginati.
Solo il tempo ci dirà dove scoppierà effettivamente l’incendio, ma è sempre più chiara la crescita di un malessere sociale profondo che prima o poi finirà per esplodere.
Meglio prima che poi, ma quel che conterà davvero sarà la direzione dell’esplosione. E’ questa la vera partita alla quale prepararsi, la vera scommessa dei prossimi anni.

* da: http://www.campoantimperialista.it/ 

venerdì 8 gennaio 2010

CRISTO SI È FERMATO A ...ROSARNO

[ 08 gennaio 2010 ]

parte della rivolta dei braccianti neri senza se e senza ma

di Moreno Pasquinelli

Incazzati neri...
«Momenti di tensione a Rosarno (Rc) nella serata del 7 gennaio. Scene di guerriglia urbana da parte di alcune centinaia di lavoratori extracomunitari impegnati in agricoltura e accampati in condizioni disumane in una vecchia fabbrica in disuso e in un’altra struttura abbandonata. A fare scoppiare la protesta il ferimento da parte di persone non identificate di alcuni cittadini extracomunitari con un’arma ad aria compressa». (Il Quotidiano della Calabria)

... contro-incazzati bianchi
«Oggi 8 gennaio gli abitanti di Rosarno hanno occupato il municipio e bloccato la statale 18 in segno di protesta contro gli immigrati che da ieri si sono resi autori di danneggiamenti e atti di vandalismo. Intanto questa mattina il Ministro Maroni ha convocato una riunione al Viminale al termine della quale è stato deciso di costituire oggi stesso presso la Prefettura una task force». (Il Quotidiano della Calabria)

La "guerra tra poveri", lungamente evocata, è quindi ufficialmente cominciata. 
Tutto è partito dall'ennesima aggressione di alcuni teppisti bianchi contro alcuni indifesi proletari neri. Tutto è partito in una cittadina calabrese, ovvero in una regione che è la più povera e devastata del paese. Una regione dove capitalismo, politica e cosiddetta criminalità organizzata cono intrecciati in maniera indistricabile. Un'area dove l'agricoltura sopravvive grazie ad un sistema neo-schiavistico di sfruttamento. Un paese, Rosarno, dove mille e cinquecento immigrati di colore, oltre ad accettare paghe orarie da fame, vengono reclusi come bestie in tuguri fetidi.
Smettiamola di fare gli scongiuri contro l'intolleranza e il fascismo.
Smettiamola per favore di parlare di razzismo!
E smettiamola di usare il paravento della 'ndrangheta.
Qui siamo in presenza di un fenomeno terribile quanto completamente nuovo, che obbliga a riadeguare analisi sociale, paradigmi interpretativi, nonché il nostro stesso vocabolario sociale e politico.
I giovani (bianchi) che a intermittenza aggredivano i braccianti (neri), quelli che strutturati per bande, sin da ieri notte hanno tentato di rispondere alla legittima rivolta (gli è stato impedito dalla polizia), gli stessi  che da stamattina hanno ripreso il controllo della cittadina, bloccando la statale e occupando il comune, non sono degli "sgherri fascisti", non sono aguzzini al servizio del capitale e degli agrari locali, né scagnozzi manovrati dalla questura. Né sono giannizzeri aizzati dalla 'ndrangheta, che ha invece interesse, proprio come la morigerata borghesia padana, alla pace sociale e al buon rendimento dei suoi soldi "sporchi" riciclati nell'agricoltura (non confondete la 'ndrangheta con quell'accozzaglia che va sotto il nome di "camorra", o i fatti in corso a Rosarno con l'eccidio di Castel Volturno)
Chi vuole consolarsi con queste categorie faccia pure, ma non tirerà un ragno fuori dal buco. La stessa accusa di razzismo è ormai niente di più che una floscia convenzione semantica. Qui non siamo più in presenza del classico clichè per cui dei bianchi "per bene", più o meno in alto sulla scala sociale, guardano dall'alto verso il basso l'immigrato e ne chiedono la ghettizzazione.  Qui l'odio xenofobo per il colore della pelle si accoppia col disprezzo più viscerale verso i proletari immigrati, ovvero i deportati dall'imperialismo. Un'odio raddoppiato, esplosivo, carico di violenza. Qui si esprime la rabbia dei bianchi morti di fame, la barbarie purulenta e morbosa dei parvenu falliti, di una generazione che sognava di essere fuoriuscita dal proletariato e che si ritrova invece emarginata, spappolata, senza futuro. 
Ma questo alibi non è sufficiente ad assolvere la marmaglia bianca. Prendersela con chi, oltre che più povero, vive in condizioni spaventose e, lontano dai suoi affetti e dalla sua terra natia, si guadagna il pane col sudore della fronte, merita non solo il più deciso diprezzo, merita un sacco di legnate. Poiché le legnate, contrariamente a quanto pensano certi pacifisti, hanno e come! un indiscutibile valore pedagogico. Nessuna rivoluzione in questo paese sarà possibile senza domare e contrastare le pulsioni di morte, senza ricordare ai proletari bianchi chi essi fossero e da dove vengono, senza un risveglio delle coscienze, che non avverrà coi libri o con gli appelli, ma nel fuoco di uno scontro sociale furibondo.
E la sinistra e i cristiani decidano, se vogliono stare con gli schiavi in rivolta, o se, paolinamente, vogliono legittimare lo schiavismo, il rispetto di Cesare, e inculcare l'obbligo della sottomissione al padrone e alle sue leggi.
Vi saranno i dotti che ci suggeriranno, nello scontro tra due disperazioni, nella guerra tra poveri, di prendere una posizione equidistante, neutrale, equivicina, indifferentista. 
Impossibile! Ce lo impedisce non solo la nostra coscienza, ce lo impedisce la ragione politica. Una battaglia di strada non è un alterco da bar, o un'oziosa contesa parlamentare. E' il terreno in cui cittadini di norma assopiti, piegati da lavoro o rimbambiti dalle tv, annunciano il loro risveglio, agiscono collettivamente, costruiscono solidarietà e organizzazione, sondano la propria forza e quella dei nemici. In poche parole le battaglie di strada non hanno solo un altissimo valore simbolico, sono una vera e propria scuola, una palestra politica e di vita nella quale pochi giorni possono avere il valore di molti anni di quiete.
E' dalla parte dei braccianti neri che occorre stare, senza se e senza ma. Essi si sono autorganizzati per dare una lezione a gente che è stata silente davanti alle aggressioni subite, a gente che li emargina e li calpesta come esseri umani, che li tratta come cani randagi. Bene hanno fatto a ribellarsi, dimostrando che se essi sono esseri umani gli altri sono solo dei maiali.
Sono dalla loro parte la giustizia, la dignità e pure il diritto. La loro rivolta ha quindi un significato enorme. Chi non ha venduto l'anima al diavolo ha capito, ha capito che se si ribellano gli ultimi, i più deboli e indifesi, allora insorgere contro l'oppressione non solo è sacrosanto ma anche possibile. Una loro sconfitta, una loro umiliazione, il loro isolamento come appestati, avrebbe un significato altrettanto nefasto: che non si riuscirebbe a scalfire il putrido blocco sociale che va da Berlusconi fino all'ultimo morto di fame che sogna di diventare come lui, passando per quello sterminato e smidollato ceto medio abbarbicato ai suoi comfort miserabili come un cane al suo osso rinsecchito.
Ci volevano uomini della Sierra Leone, del Ghana o della Nigeria a ricordarci che questa società è uno schifo, che il sistema è fradicio, che il capitalismo è criminogeno, che le istituzioni sono allo sbando e che la legge è pur sempre quella del più forte. Ci volevano loro a ricordarci che esistono la schiavitù malamente salariata e la lotta di classe. 
Non possiamo che dire loro grazie! Grazie per la vostra lezione politica e morale.

 
Come vivono i dannati di Rosarno - Video
La rivolta degli schiavi di Rosarno - Cronaca
La contro-rivolta dei bianchi - Cronaca

giovedì 7 gennaio 2010

PERRCHÈ QUESTA CRISI AVRÁ EFFETTI CATASTROFICI


[ 07 gennaio 2010 ]

Ben Bernanke “uomo dell’anno”, mentre si attende l’iperinflazione e un governo mondiale

UN PUNTO DI VISTA CATTOLICO 

«Quella attuale non è perciò solo una crisi peggiore di quella del ’29 - ’33. L’iperinflazione, quando la si lasci scatenare, azzera il debito pubblico ed il risparmio privato, ma soprattutto sradica ogni precedente struttura istituzionale. Forse è questo il segreto scopo dei vari governatori della Federal Riserve - tra cui Bernanke - che nel corso degli ultimi 20 anni[9] hanno posto le premesse dell’iperinflazione: da un mondo prima bipolare, all’epoca dell’Unione Sovietica, e poi unilaterale, il segreto proposito, il loro vero intento nel porre le premesse dell’iperinflazione, era far in modo che si imponesse la costituzione di una banca centrale mondiale e di conseguenza pervenire ad un governo mondiale. Con più di sei miliardi di abitanti nel mondo, l’instaurazione di un impero mondiale significa che potremo ben presto dire addio ad ogni residua parvenza di democrazia e libertà. Il sogno di Serse di ordine, tolleranza e concordia mondiale si potrebbe forse concretizzare ai nostri giorni, a meno di nuove, forse improbabili, Termopili».

 di Maurizio d'Orlando


Il settimanale statunitense Time ha eletto “Uomo dell’anno” Ben Shlomo Bernanke, il governatore della Federal Reserve americana. A prima vista la scelta può avere diversi livelli di lettura. Si potrebbe infatti attribuire la scelta al ritorno dei mercati azionari ed obbligazionari mondiali verso livelli di quasi normalità: fenomenale in particolare è stato il rimbalzo della borsa americana, risalita quasi del 60 % negli ultimi nove mesi.
In tale ottica, dedicando la propria copertina a Bernanke, il Time avrebbe una motivazione ben chiara, proprio quella in effetti dichiarata. Sarebbe cioè un riconoscimento all’uomo che, dopo il quasi fallimento di Bear Stearns, il salvataggio di Fannie Mae e Freddie Mac, GMAC e di AIG[1], e dopo l’isolato, ma traumatico fallimento della banca d’affari Lehman Brothers,  ha salvato – con fondi pubblici [2]  – il grosso del sistema bancario americano (Citibank, Bank of America, ecc.) e mondiale dal rischio di un’imminente sbriciolamento (o meglio dalla certezza di un’inarrestabile evaporazione). Non vi potrebbe essere impresa e risultato maggiore nel curriculum – non punteggiato da altri specifici e notevoli contributi teorici e pubblicazioni  – di un comune professore di Princeton diventato il governatore della maggiore banca centrale del mondo. Bernanke, dunque, sarebbe, come Ettore o Achille in tempi epici, un eroe della finanza, un eroe della nostra epoca, che epica certo non è, dato che tutto basa sul calcolo economico e sul predominio della pecunia.

La ripresa economica è stentata, forse inesistente

Se questa è l’ipotesi corretta, si può dire come minimo che il riconoscimento da parte del Time è un po’ troppo precoce. La ripresa della borsa americana non ha molto senso perché, tranne pochissime eccezioni, la ripresa economica delle imprese è a dir poco stentata, se non inesistente, negli Usa come nel resto del mondo. Non sono ancora disponibili i bilanci delle imprese, ma di certo non saranno a tal punto brillanti da giustificare un così deciso rimbalzo borsistico.
In particolare, nei paesi più sviluppati, quei settori industriali che non hanno beneficiato di sussidi statali hanno registrato forti cali di fatturato, in media anche del 20 - 30 % – ed in certi casi anche del 50 % [3].  Pur con ogni possibile acrobazia contabile, è difficile supporre perciò che nell’economia reale vi siano grossi utili, tali da giustificare le attuali quotazioni dei mercati finanziari. Laddove le imprese, in casi specifici, avranno pur potuto contenere in qualche modo i danni, nella maggior parte dei casi il risultato è stato ottenuto non grazie ad un aumento delle vendite, ma comprimendo i costi. Infatti la domanda aggregata – cioè delle famiglie, delle imprese e della pubblica amministrazione – è diminuita e negli Usa si stima un calo del 20 % dei consumi per le classi di reddito medio ed inferiore [4].

Disoccupazione negli Usa e in Cina

Ridurre i costi significa che le imprese hanno potuto contenere le perdite riducendo gli investimenti per la ricerca e l’innovazione di prodotto e di processo, ma non solo. Spesso il contenimento delle “spese” è stato ottenuto soprattutto con riduzioni del personale. Di fatti, nonostante il pacchetto di stimolo senza precedenti storici, voluto con tanta enfasi da Obama, la disoccupazione americana è ancora in forte crescita: è oltre il 9 % secondo i dati ufficiali, oltre il 20 % se si adottano i più realistici criteri econometrici in vigore prima dell’era Clinton.
Non diversa è la situazione in molti altri Paesi. In Cina, ad esempio, i lavoratori migranti, che più di chiunque altro nel Paese hanno subito il peso della crisi, non ne hanno tratto beneficio nemmeno in termini di livelli di occupazione. Il loro impiego era e resta legato all’esportazione drogata dal tasso di cambio dello yuan renminbi –  la valuta cinese  –  fortemente sottovalutato rispetto al dollaro ed alle altre valute convertibili[5].
Si può dire che i due maggiori pacchetti di stimolo economici del 2009, quello americano e quello cinese, non hanno sortito alcun effetto reale, per lo meno in termini di occupazione, che era l’obbiettivo preannunciato.
Era logico che così fosse perché i due Paesi vivono di una simbiosi speculare: uno produce, è la “fabbrica del mondo” grazie al cambio arbitrariamente fissato dal Partito Comunista Cinese; l’altro consuma: il 70 % del Pil Usa è dato dai consumi in deficit da vari decenni, fra cui deficit del commercio estero, del bilancio pubblico, del risparmio delle famiglie e del debito estero delle imprese americane.
Era logico che così fosse perché, al di là delle apparenze  superficiali – il colore della pelle del nuovo presidente americano o i grattacieli e la “modernizzazione” del regime cinese  – e delle speranze, o meglio delle illusioni generate dalle rispettive propagande, nessuno aveva ed ha intenzione di cambiare le distorsioni di fondo del sistema.
Era logico che così fosse perché la globalizzazione non poteva che produrre un sistema di interdipendenze squilibrate: è la sintesi hegeliana di due “moderne” contrapposizioni del secolo scorso, eredità ancora dell’ottocento, di due opposti, ma in pari misura strutturalmente squilibrati materialismi.
Lo spettro dell’iperinflazione
Se la ripresa della borsa americana da un lato non ha molto senso, dall’altro lato un senso ce l’ha. Purtroppo però è un senso davvero sinistro perché ci indica che i mercati finanziari si attendono e scontano il sopraggiungere dell’iperinflazione. Per chiarirci, il valore di un’azienda non è dato solo dalla sua capacità di produrre utili futuri, ma anche da quello intrinseco del suo patrimonio tangibile, ad esempio terreni, capannoni industriali e simili. Allo stesso modo la quotazione in borsa di un titolo non esprime solo gli utili attesi, ma i mezzi propri, i suoi averi. Se è difficile ipotizzare un incremento medio del 60 % dei profitti aziendali nel prossimo futuro è evidente che il rimbalzo di borsa può aver senso solo se si pensa che aumenti il valore dei beni delle aziende per effetto dell’inflazione. In tal caso, se le ipotesi sono corrette e le quotazioni di borsa adeguate, l’inflazione attesa è piuttosto forte, ben superiore al 60 % perché si devono scontare le perdite di esercizio di questo e dei prossimi anni. Dal punto di vista più generale dell’economia, se ne deduce che agli effetti di una fase - quella attuale - di grande depressione si andrebbero perciò a cumulare quelli di un inflazione a due o tre, anche quattro cifre. Gli economisti la chiamano iperinflazione, uno dei fenomeni più socialmente distruttivi. Dagli archivi della storia rispuntano quindi gli spettri della Repubblica di Weimar, che in Germania spianò la strada ad Hitler; da quelli della cronaca si riaffacciano i disastri dello Zimbabwe. Non è, non vuole essere, gratuito catastrofismo, ma solo un modo leggere in maniera razionale un rimbalzo borsistico che difficilmente è spiegabile in termini di andamento degli utili netti aziendali.
Si può certo ipotizzare che gli attuali valori di borsa negli Usa sono soltanto troppo gonfiati rispetto al probabile livello degli utili e di conseguenza dedurne un prossimo nuovo forte crollo.

L’abisso del debito pubblico americano

Anche se AsiaNews non ha pretese di essere un bollettino di previsioni finanziarie, questa seconda ipotesi non appare però convincente, pur ammettendo come probabile un forte saliscendi di borsa. La ragione sta nel livello davvero abnorme dell’indebitamento del sistema americano, includendo in tale definizione sia il debito formalmente emesso che gli impegni debitori. Nel settembre 2008 ad AsiaNews dopo i salvataggi finanziari effettuati fino ad allora da Bernanke - includendo nell’indebitamento pubblico anche quello delle amministrazioni locali e l’esposizione debitoria di enti a capitale pubblico -  avevamo calcolato “debito pubblico americano” pari a “59.300 miliardi di dollari, e cioè 200.060 dollari pro capite di debito pubblico, inclusi vecchi, malati e bambini: il 429,37 % del Pil” [6]. Secondo altri economisti – John Williams – la cifra oggi è ben maggiore, circa 75:000 miliardi di dollari[7] ,ben oltre cinque volte il Pil americano.
Se consideriamo che il debito delle famiglie americane è uno dei più alti al mondo, circa il 99 % del Pil; che il debito delle aziende Usa è anch’esso il maggiore del mondo, più del 300 % del Pil; che oltre il 95 % del debito estero statunitense è detenuto da residenti esteri, di cui circa il 50 % è detenuto da Giappone e Cina, l’ipotesi che il Tesoro americano non possa far fronte ai propri impegni mediante le imposte e che debba perciò ricorrere ad emettere sempre più moneta non è fantascientifica, ma probabile. In tali condizioni ci sono tutte le premesse dell’iperinflazione. Un qualsiasi evento politico, anche minimo, basterebbe come innesco[8]. È dunque difficile che ci si possa sottrarre a tale esito, e le conseguenze politiche saranno a dir poco epocali non solo negli Usa, ma anche in Europa, in Asia e nel resto del mondo.

La “salvezza” di un governo bancario mondiale

Quella attuale non è perciò solo una crisi peggiore di quella del ’29 - ’33. L’iperinflazione, quando la si lasci scatenare, azzera il debito pubblico ed il risparmio privato, ma soprattutto sradica ogni precedente struttura istituzionale. Forse è questo il segreto scopo dei vari governatori della Federal Riserve - tra cui Bernanke - che nel corso degli ultimi 20 anni[9] hanno posto le premesse dell’iperinflazione: da un mondo prima bipolare, all’epoca dell’Unione Sovietica, e poi unilaterale, il segreto proposito, il loro vero intento nel porre le premesse dell’iperinflazione, era far in modo che si imponesse la costituzione di una banca centrale mondiale e di conseguenza pervenire ad un governo mondiale. Con più di sei miliardi di abitanti nel mondo, l’instaurazione di un impero mondiale significa che potremo ben presto dire addio ad ogni residua parvenza di democrazia e libertà. Il sogno di Serse di ordine, tolleranza e concordia mondiale si potrebbe forse concretizzare ai nostri giorni, a meno di nuove, forse improbabili, Termopili.     
Questa – è però improbabile – potrebbe forse essere una seconda lettura della decisione del Time di dedicare la copertina a Bernanke. In altri termini l’onore tributatogli è così palesemente paradossale da far ipotizzare che sia un modo per lanciare un avvertimento in un mondo caduto sotto il dominio della falsità.


[1] Sono le società a capitale privato ma di interesse nazionale che dall’epoca del presidente Roosevelt, settant’anni fa, hanno garantito i mutui immobiliari USA, oltre che la società (la AIG) che assicurava i rischi sui prestiti dei mercati finanziari. [2] Secondo Neil Barofsky, ispettore generale cui è stato affidato il compito di supervisione sui molti programmi di salvataggio finanziario, il relativo costo sarà in totale pari a 23.700 miliardi di dollari, un po’ meno del 165 % del Pil Usa.
[3] La logica conseguenza è che se delle singole aziende possono aver registrato un calo di fatturato del 30 % altre possono aver avuto una diminuzione del 70 %. Un calo di fatturato di tale genere a equivale ad un livello di perdite che rende nella maggior parte dei casi inevitabile la chiusura o il fallimento di un’azienda.
[4] Vedi : l’ultimo rapporto Gallup sull’andamento dei consumi: al roseo titolo: "Upper-Income Spending Reverts to New Normal"  –  Ritorna di nuovo normale la spesa nel segmento di reddito superiore –  corrisponde nel testo un ben più sobrio contenuto (Still, consumer spending by both income groups – middle and lower-income – continues to trail year-ago levels by 20 per cent) – Ciononostante, la spesa di entrambe le classi di reddito, medio ed inferiore, continua a rimanere indietro del 20 % rispetto ad un anno fa.    
[5] In termini di parità del potere d’acquisto interno cinese, vedi AsiaNews.it, 07/07/2009, I titoli tossici e le tossicodipendenze di Usa e Cina
[7] Vedi l’intervista a John Williams su  Fairfield County Weekly del 31/12/2009 We're Screwed!
[8] Nel caso della Repubblica di Weimar, il detonatore fu l’occupazione della Ruhr nel marzo del 1921 da parte della Francia e del Belgio, motivata dalla mancato pagamento delle riparazioni stabilite con il trattato di pace di Versailles dopo la 1a Guerra mondiale.
[9] Vedi AsiaNews.it, 07/08/2006, Il collasso del sistema finanziario mondiale

* Da: AsiaNews.it del 29 dicembre 2009

mercoledì 6 gennaio 2010

IN DIFESA DELLE TESI DE «L'IMPERO»


[ 06 gennaio 2010 ]

«Ciò che la proprietà privata è per il capitalismo e quella pubblica è per il socialismo, il comune dovrebbe essere per una nuova idea di comunismo». 

Intervista con Michael Hardt*

a cura di Giuliano Santoro

«Tutto ciò che avevamo visto nel periodo del movimento di Genova e di quello globale, cioè la costruzione di un nuovo ordine mondiale con nuove forme di organizzazione reticolare, oggi funziona a pieno regime – ci dice Michael - In questi anni, dopo Genova e l'11 settembre, ci sono stati momenti in cui poteva sembrare che gli Stati uniti erano davvero capaci di gestire il mondo secondo lo schema dell'imperialismo, in maniera unilaterale. La guerra in Iraq, ad esempio, era concepita dagli architetti della Casa bianca come una dimostrazione dell'esistenza di un ordine mondiale che andava contro l'ipotesi che avevamo descritto con Toni in 'Impero' e che aveva descritto il movimento in generale. Volevamo sottolineare che il nemico non era più uno stato-nazione. Ci opponevamo invece a tanti stati più le istituzioni sovranazionali come il Fondo monetario internazionale o il G8, oltre ovviamente ai grandi capitalisti. Si trattava di una rete di collaborazione in formazione, con diversi poteri di diversi tipi e con diverse gerarchie tra loro. Il fallimento dell'operazione unilateralista di George W.Bush non è solo militare. È anche economico e politico. È stato il fallimento dell'imperalismo. Per questo non ci troviamo allo stesso punto di otto anni fa, ma abbiamo la stessa necessità di capire il nuovo ordine in formazione, che corrisponde all'Impero. Il termine non m'importa molto, m'interessa il concetto. Mi interessa capire i lineamenti e la forma di questo nuovo potere. Il nostro compito, quindi, è ancora quello degli anni di Genova. Dobbiamo capire qual è il nostro nemico, analizzare il potere che si sta formando, trovare i modi per confrontarci con esso e gestire una resistenza efficace. Scrivendo 'Impero' ritenevamo che l'antiamericanismo tradizionale non fosse più adeguato al livello delle dominazioni mondiali. Questo fatto oggi è evidente a tutti».

Quando uscì «Impero» dovreste confrontarvi con due critiche, soprattutto. La prima proveniva dai marxisti più ortodossi, che vi accusavano di negare l'esistenza dell'imperialismo tradizionale. La seconda, molto più acuta, sosteneva che la vostra teoria rischiava di cadere, come aveva fatto il marxismo storicista, in una concezione lineare e progressiva del tempo. Rischiavate di ripetere lo schema secondo cui l'accumularsi delle contraddizioni cresce col tempo e porta necessariamente il capitalismo al collasso. Negli anni successivi avete sventato questa trappola teorica incrociando i vostri studi con i pensatori del sud del mondo e con l'archivio degli studi postcoloniali.

Le lotte anticoloniali e gli studi postcoloniali hanno il merito di analizzare il potere che viene dopo il colonialismo ma mantiene ancora forme di dominazione molto forti. Riconosco il pericolo di cadere in una nozione del progresso automatica, secondo cui il capitale stesso automaticamente sviluppa alternative economiche e sociali. La storia non è progressiva, è un misto di diversi tempi. Penso però che bisogna mantenere un'idea di progresso come esito delle lotte. Abbiamo una tradizione di lotte per la libertà, per la democrazia, per l'uguaglianza. Non stiamo parlando di una teleologia astratta, della «marcia di libertà della storia», come diceva Hegel, che si sviluppa oggettivamente. Tuttavia, dobbiamo riconoscere una marcia di libertà che viene da un'accumulazione di lotte, che costruiscono una specie di teleologia materiale.
Ma la coesistenza di più «tempi storici» e più «modi di produzione» dentro la globalizzazione e persino dentro lo stesso territorio di cui parlano i teorici postcoloniali ci evita di cadere in semplificazioni e schematismi.
Il concetto di «moltitudine» che preferisco è proprio quello che sottolinea l'eterogeneità di cui parli. Non si tratta solo di etereogenità sociale, cioè di diversi soggetti sociali che hanno diversi bisogni, ma anche di eterogeneità di tempi e di obiettivi. Per questo la lotta per la libertà non è unica e non pone il soggetto unificato. Non c'è una sintesi di tutte le lotte. Credo che questa eterogeneità di soggettività sia importante. L'Impero da questo punto di vista è più una domanda che una risposta. Lo stesso per la moltitudine. Come si fa a concepire in questa eterogeneità di soggettività di tempi e di società, un modo di lottare comune, in cui partecipiamo insieme? È la sfida che abbiamo imparato in questi anni sia dagli studi postcoloniali che, almeno per me negli Usa, dagli studi che arrivano dagli afroamericani e dalle femministe.

In questi anni è cambiata la situazione sociale italiana ed europea. Essa fornisce indicazioni sul fatto che non necessariamente questo soggetto multiplo che voi chiamate moltitudine produca effetti positivi? L'ossessione per la «sicurezza» non indica il fatto che una società irrappresentabile in senso tradizionale a causa delle sue ricchezze e delle sue differenze non si riconosca automaticamente in uno spazio comune e possa produrre gerarchie, razzismi, violenze?

La moltitudine non è solo un concetto empirico, come le masse o la folla. Io e Toni cerchiamo di capire il concetto di moltitudine come organizzazione. Non bisogna «essere moltitudine», bisogna «fare moltitudine». Ciò che vogliamo nominare per moltitudine è un modo di organizzazione. Per questo sono d'accordo con Paolo Virno quando parla delle ambiguità della moltitudine. La folla può produrre cose mostruose, come sappiamo. Ma noi guardiamo la cosa da un altro punto di vista, non parliamo di un processo spontaneo. Il nostro concetto di moltitudine non ha nulla a che fare con l'anarchia. La moltitudine è una nuova forma di organizzazione, e in questo mi sento comunista, alternativa alla tradizione che ci arriva dai partiti. L'ambiguità della moltitudine si combatte con nuove forme di organizzazione politica. Qui ci ricolleghiamo alla questione precedente: pensare che il progresso scaturisca automaticamente dalle condizioni date è un po' come pensare che da una moltitudine che origina dalle nuove forme di lavoro nascano spontaneamente effetti positivi. È necessaria una buona dose di allenamento politico per «fare moltitudine».

Nel 2000 concludevate Impero con tre punti per un programma politico: il reddito di cittadinanza, la libera circolazione dei migranti e la riappropriazione dei mezzi di produzione, che nel caso della produzione intellettuale era inteso come lotta al copyright. Sono rivendicazioni ancora attuali?

Non erano intuizione nostre. Raccoglievamo quello che sentivamo dai movimenti e dalla gente che avevamo attorno. Ci sembrava un buon modo per concludere un libro teorico. Un lettore poteva dire? «Adesso cosa si può fare?». Tanti giornalisti ci dicevano la stessa cosa che dicevano ai movimenti: «Questi non hanno nulla da proporrre in pratica». E invece allora come oggi c'erano tantissime proposte ragionevoli. Anche dieci anni dopo, quei punti indicano un campo di lotta politica attuale che corrisponde alle idee del libro.
Se ripensiamo al 2001, l'altro cambiamento riguarda il paese in cui vivi, gli Stati uniti. Antiamericanista o no, il militante di sinistra europeo aveva una certa spocchia nei confronti dell'America. Dalle ultime elezioni europee viene fuori che il Vecchio Continente si sposta a destra. E invece gli Usa di Obama sono un laboratorio delle nuove forme della politica. Tuttavia i movimenti che hanno contribuito alle'elezione di Obama, come quello dei migranti, sono in crisi.
Non sono un sostenitore di Barack Obama, ma credo che la sua amministrazione stia facendo un'operazione molto intelligente. Stanno sperimentando una nuova possibilità politica, anche se nell'ambito tradizionale statale. Come analista politico mi interessa. Quanto ai movimenti, credo soffrano una crisi di orientamento. Fare politica nei movimenti contro Bush e la guerra era facile. Adesso il governo non è «nemico» allo stesso modo. I movimenti sono vittime di uno schema: o decidono di trattare Obama come Bush, e quindi continuano a fare quello che facevano prima, o appoggiano il governo contro la destra. Non hanno ancora scoperto altre possibilità. In senso più generale, la situazione è analoga a quella che si vive in tanti paesi con governi di sinistra dell'America latina. Certamente, Obama non è di sinistra alla maniera di Chavez o Lula. Ma la situazione è simile per il fatto che i movimenti non hanno capito come attraversare quest'empasse, l'alternativa tra resistenza o appoggio. Per questo, i movimenti statunitensi possono imparare molto da movimenti latinamericani. In Bolivia e Brasile ci sono diversi esempi di movimenti che vanno oltre l'empasse del governo di sinistra. Questo non è un momento di grandi numeri e grandi attività per i movimenti statunitensi, invece ci sarebbe la possibilità di fare molte cose. Non siamo più costretti a combattere le idiozie di Bush come la tortura o l'unilateralismo. Possiamo fare cose molto più importanti e più belle. Non bisogna per forza scegliere tra resistenza e appoggio. Dobbiamo trovare il modo di essere contro il governo, ma in modo diverso dall'epoca Bush.

Fino a che punto Obama è cosciente del fatto che lui è frutto della crisi della rappresentanza e che deve molto ai movimenti?

Di sicuro nell'amministrazione Obama ci sono molti esponenti che vengono da una tradizione di lotte. I latinos, la lunga storia delle lotte afroamericane, persino i no global: alcuni uomini della staff di Obama non vengono dai quei movimenti ma sicuramente dall'onda di quei movimenti. Ovviamente questo non significa che continuino il lavoro di quei movimenti. Del resto, nessuno pensa che Evo Morales in Bolivia prosegua in maniera diretta l'azione dei movimenti. Il punto è scoprire come essere critici del governo.

In autunno esce negli Stati uniti il nuovo libro che hai scritto con Toni Negri. Di cosa vi occupate questa volta?

Il libro si intitola «Commonwealth», una parola che ha un doppio senso: si riferisce sia alla ricchezza comune che al governo della tradizione inglese del Seicento. Non so come potremmo rendere questo gioco in italiano, forse con «comune». È interessante che in italiano questa parola indichi anche il governo della città. Una delle cose di cui parliamo è il rapporto tra i due sensi del comune. Da un lato c'è quello che potremmo chiamare il «comune naturale», cioè la terra e tutto ciò che gli appartiene: acqua, terra e aria, tutto ciò che abbiamo e dobbiamo usare in comune. Questo è l'aspetto ecologico del comune. L'altro senso, di cui ci interessiamo di più, è il comune creato dall'attività umana, che è sempre più centrale nella produzione capitalistica: la produzione di idee, affetti, immagini, comunicazione, conoscenza. Ogni volta che questa sfera si fa proprietà privata o statale diventa meno produttiva. Ogni idea che diventa proprietà è meno produttiva, per questo la necessità del capitale di convertire il comune in proprietà distrugge la produttività stessa...

... ti interrompo solo per un chiarimento terminologico, visto che parli di «produzione». Dopo che i movimenti di questi anni hanno liberato dalle loro definizioni liberali i concetti di «libertà» e «democrazia» pensi sia il momento di riappropriarsi anche di questa parola?

Intanto voglio dire che [se ci riusciamo, ma non è scontato] dobbiamo liberare anche la parola «comunismo». Quanto alla produzione, per noi è centrale la produzione di soggettività. Ma la produzione di soggettività è centrale anche nella produzione capitalistica. Il capitalismo contemporaneo punta soprattutto a produrre rapporti sociali, affetti, idee. Sono completamente d'accordo con chi dice che si debba fermare la macchina che distrugge la terra e la vita sociale. Tuttavia, non so fino a che punto la teoria della decrescita riesca a tenere presente un concetto di produzione non industriale e non materiale.
Forse si tratta di abbandonare le pretese di unità di misura capitalistiche che ormai sono del tutto arbitrarie, a cominciare dalla pretesa di misurare il salario in ore di lavoro e la ricchezza in profitti. Quindi anche il concetto di «crescita» arbitrario. La crisi, in fondo è crisi dell'unità di misura capitalistica e del suo ultimo appiglio, la finanza. Il capitale non riesce più a contenere la vita.
Certamente. La vecchia misura capitalistica non funziona più. Ma il capitale è capace di trovare nuove unità di misura? Penso di no. Con la finanza abbiamo assistito a modi allucinanti di misurare la vita delle persone. Tuttavia, non penso che si debba semplicemente fissare una nuova unità di misura, magari più umana. Dobbiamo concepire la vita e il comune come qualcosa che non ha misura, che non è misurabile.
Del resto, la crisi economica ha mostrato quanto si intrecci il tema dei biocombustibili, che riguarda i beni comuni, con quello della speculazione finanziaria, dei mutui e delle assicurazioni, che riguardano la monetizzazione del comune, della vita e dei servizi.
La crisi impone questo confronto. È importante capire quali sono i rapporti tra le due facce del comune, quello naturale e quello artificiale, tra l'accesso all'acqua e la libera circolazione delle idee. Sono entrambi cruciali, e i legami tra di essi vanno sviluppato. In dicembre, a Copenaghen c'è il vertice sul postKyoto per i cambiamenti climatici. Quello potrebbe essere il momento di tessere meglio la relazione tra i movimenti contro il cambiamento climatico, che in generale non hanno molto sviluppato la prospettiva anticapitalistica, e quelli anticapitalistici che non hanno ancora elaborato una visione ecologista. Il tema del comune è un terreno su cui sviluppare questi conflitti. Dobbiamo occuparci del comune, di come governarlo senza distruggerlo. Dobbiamo capire come funziona il comune nella produzione capitalistica, come fondare istituzioni del comune, come costruire una società fondata né sulla proprietà privata né su quella pubblica. Si tratta di sviluppare una critica della proprietà, sia pubblica che privata, come forma del potere. Ciò che la proprietà privata è per il capitalismo e quella pubblica è per il socialismo, il comune dovrebbe essere per una nuova idea di comunismo.


Tratto da da: "Carta" 4 luglio 2009
* Michael Hardt è stato coautore assieme Toni Negri di "Impero" e di "Moltitudine"


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