martedì 29 maggio 2018

MAZZINI: LA NAZIONE COME RELIGIONE di Roberto Ferretti


[ 29 maggio 2018 ]

Figura controversa quant'altre mai quella del patriota Giuseppe Mazzini, Nazionalista ma cosmopolita, egualitarista ma antimarxista, religioso ma profondo critico della politica antinazionale della Chiesa, anticapitalista ma non collettivista, statalista ma non statolatra.
Volentieri pubblichiamo questo saggio del Ferretti mentre il nostro Paese, vive una crisi osiamo dire esistenziale, una crisi che per sua stessa natura non può che spingere ad andare alle radici della moderna "vicenda italiana".

*  *  *

Dio al vertice, e un popolo d’eguali alla base: 
non abbiate altra formola, altra Legge morale

«Chi legge le opere e l’immenso epistolario di Giuseppe Mazzini difficilmente si sottrae al fascino dell’uomo. Ma, se dai suoi scritti cerca poi di ricavare un sistema, una piana teoria, vede svanire l’accento poetico, sente la puntura di proposizioni dogmatiche, l’inceppamento del cursus logico, e mette insieme qualcosa che ricorda i sistemi teologici ricuciti con massime evangeliche o l’esegesi cranica dei dottori musulmani. Ciò spiega come non sia mai esistito un vero mazzinianesimo, in senso stretto. Chi ha esperienza della storia capisce che siamo di fronte non ad un filosofo, ma ad una di quelle personalità in cui pensiero e azione sono indistricabilmente intrecciate: profeti e apostoli che incarnano un momento dell’ideale umano, come i profeti d’Israele, l’apostolo Paolo, Maometto, Lutero; uomini la cui dottrina non può essere intesa se non compenetrata con la loro personalità e con la loro intima esperienza. E man mano che gli anni lo discostano da noi, la figura del Genovese, uscendo dagli oblii e dai dispregi dei contemporanei e della generazione immediatamente successiva, appare sempre più grande. Sentiamo com’egli sia l’esperienza religiosa che sta alla base della terza Italia, anche se restiamo fuori di questa o quella credenza sua e del pavore della stretta osservanza della dottrina. Sentiamo come egli abbia ancora qualcosa da dire alla nostra età».

Un giudizio così profondo fu espresso dal grande storico A. Omodeo (1889-1946). Va rilevato che, nonostante l’indubbia ammirazione manifestata dal nostro verso il profeta della Nuova Italia, si coglie un radicale attacco politico al Mazzini, che ha fatto purtroppo scuola. In tal senso non sarebbe mai esistito un mazzinianesimo. Non sarebbe mai esistita una dottrina politica e sociale mazziniana. Mazzini, “il fallito” di genio”: questo il Leitmotiv dell’ideologia liberale “globalista” cavouriana dell’epoca, fortezza strategica della grande borghesia italiana, che lo storico rielabora. Omodeo, quando scrisse queste pagine, che forse rimangono le più profonde, nonostante tutto, sull’impulso mazziniano, intendeva appunto difendere la veridicità storica e ideologica del liberalismo cavouriano rispetto alle ali estreme che andavano rialzando la bandiera del mazzinianesimo associandone il verbo alla possibilità di Rinascita storica e spirituale italiana: Fascismo da un lato, Giellismo dall’altro, che è politicamente altra cosa dall’Azionismo successivo (Cfr Belardelli, Nello Rosselli, Rubbettino 2007; De Luna, Storia del partito d’Azione, UTET 2006).Nella visione mazziniana dell’ideologia italiana nazionalpopolare, il Comunismo marxista sarebbe così estraneo allo spirito profondo della tradizione politica italiana, all’ “Italia del Popolo”: anzitutto poiché antimistico e antireligioso; poi perché nella visione del mondo di Mazzini, il Comunismo sarebbe addirittura, col suo classismo, una proiezione, per quanto estremizzata, del liberismo individualista e utilitarista. “A tal fine contrapponeva la propria dottrina del dovere a quella dei diritti individuali che stava alla base dell’erroneo indirizzo utilitaristico, comune econdo lui a tutte le correnti della democrazia contemporanea: “i Sansimoniani, i Fourieristi, gli Owenisti, i Comunisti…son tutti seguaci di Bentham” scriveva Mazzini (Belardelli, Mazzini, Mulino 2010, p. 21). Potrebbero notarsi talune affinità con il pensiero sociale proudhoniano, solo in parte concrete; Mazzini, infatti, col suo Cooperativismo, apparentemente vicino al pensiero di Proudhon, non si lasciava però avvincere avvolgere dalla furia del dileguare dell’anarchismo individualistico, rivendicando la sovranità giuridica ed etica dello Stato nazionale basato sul plebiscito e non sulla rappresentanza. Esplicita sarà invece in Sorel la revisione del marxismo fondata sulle basi dello spiritualismo etico mazziniano; il sociologo francese definì non a caso Mazzini politico il modello di un Socialismo religioso, ispirato, anticapitalista e antiplutocratico. 

Dunque, tornando ad Omodeo, chi scrive, ben più modesto, meno preparato e dotto del grande storico palermitano, ritiene però che non solo il mazzinianesimo è esistito ed esiste ma è probabilmente la quintessenza dell’ideologia nazionalpopolare italiana.  Cerchiamo di vederne brevemente, sinteticamente i punti fondamentali. Consapevoli che qualsiasi studio in tale direzione del Mazzini è riduttivo e monco, visto che esige una pratica politica all’altezza del tempo, dato che siamo di fronte al più geniale pensatore politico dell’era contemporanea.

L’Apostolato popolare


La visione mazziniana dell’Apostolato popolare muove dalla certezza che i concetti di Nazioni e Popolo non si basano su dati naturalistici e etnici ma su un fondamento metafisico. Come l’idea di Dio, come l’immagine dell’Angelo, la Nazione è un ente metafisico. Dunque, l’odierna polemica mondialista, anti-populista, ipotizzata su una base mazziniana sarebbe una sorta di attentato al concetto al divino. La principale missione che Mazzini si auto-assegna dai primissimi anni di militanza politica è quella di promuovere “l’associazione di tutti gli uomini che, per lingua, per condizioni geografiche, e per la parte assegnata loro dalla Storia, formano un solo gruppo, riconoscono uno stesso principio e si avviano, sotto la scorta d’un diritto comune, al conseguimento d’un medesimo fine” (EN, VI, p. 125). Quindi, le Nazioni ed i Popoli, che sono tali perché si riuniscono in Nazione, devono eseguire l’azione sacra, la volontà di Dio sulla terra “perché l’idea divina possa attuarsi” (EN, VI, p. 127). Le nazioni e i popoli sono in concreto Pensieri di Dio. Le Nazioni esigono cittadini animati da una superiore coscienza umana. Tale spiritualità suscita, plasma la adeguata condizione sociale che innalza il Popolo alla missione nazionale e alla coscienza del sacrificio e del dovere. Il messaggio mazziniano fa leva sul bisogno di sicurezza, di Fede. In questo senso, il mazzinianesimo è un attacco radicale al criticismo kantiano, ma anche all’eccessivo razionalismo panlogista hegeliano (non sappiamo se il Genovese abbia letto il filosofo tedesco, ma la sostanza non si modifica egualmente). Mazzini si lascia qui ispirare dal Lamennais, considerandolo come un profeta religioso e sociale che voleva unificare il cattolicesimo spiritualistico e mistico con la causa degli oppressi e dei diseredati. La missione italiana diviene, nella dottrina politica mazziniana, una questione teologica politica e al tempo medesimo religiosa. Probabilmente influenzato dalla visione, propria di A. Mickiewitz, basata sulla rappresentazione della Polonia come nazione martire, Mazzini reclama tale ruolo per l’Italia. Gli italiani sono il Cristo popolo, afferma con convinzione, ed egli il Cristo Uomo che sacrifica e sacrificherà sino al Martirio finale la sua intera vita per la redenzione italiana.
“Quando si nascondeva, era afflitto dal pensiero di dover portare con sé nella tomba il suo messaggio prima che il mondo potesse udirlo” (R. Sarti, La Politica come religione civile, Laterza 1997, p. 100).  
La nazionalità era per Mazzini una realtà spirituale che attendeva di manifestarsi, più permanente di qualsiasi finalità materiale; era una realtà intrinseca del mondo metafisico, assopita sino al risveglio causato dall’educazione e dall’esempio degli Apostoli del Popolo (EN, V, p. 123). In questo senso, Mazzini promuoveva la sua tattica di promozione dell’azione politica non soltanto per i suoi risultati a breve termine ma anche per il suo valore pedagogico “immortale”: l’azione politica era valida, pragmatica, anche quando conduceva a una sconfitta, perché era solo attraverso l’azione che il popolo spiritualizzava la coscienza politica.

L’Arcangelo della nazione, in questo caso del Popolo italiano, aveva così bisogno, per poter vivere nella materia, di Credenti. I credenti dovevano diffondere il vangelo della nazionalità nel popolo. Questi erano anche detti gli Apostoli del Popolo. Gli Apostoli del popolo non erano semplici militanti politici ma incarnazioni viventi del messaggio e della missione dell’Arcangelo. Dunque loro compito era mettere il popolo al contatto con la Verità (EN, IV, p. 378); muoversi tra il popolo pronti al martirio e al sacrificio (EN, IV, p. 320); il popolo italiano doveva essere conquistato dal loro senso martoriale, poiché “Il Popolo non è mai per coloro che stima deboli e da poco. Esso ama e segue i forti, e coi
forti combatte. E i forti son quelli che, in ogni circostanza, ad ogni momento, son presti a far testimonio, colla parola e colle opere, di tutta intera la fede dell’anima loro (Ivi, p. 322). Il suo sentirsi continuamente tradito, spiato, sorvegliato e assediato, dai nemici politici e dai potenti di tutto il continente ma anche dagli “amici”, che finirono per realizzare un presunto “Risorgimento” in larga parte alieno dal misticismo politico e dal repubblicanesimo demofilista del Genovese, finì per auto-rafforzare la sua immagine di figura storico-soteriologica simile al Cristo abbandonato da tutti nel Getsemani. Dall’immagine del Redentore tradito egli traeva la forza per combattere ed andare avanti, tra colpi alle spalle, ferite morali (ben più pesanti di quelle fisiche..), arresti, infamie di ogni tipo: il Maestro del vangelo dei nuovi tempi, quello della santità operativa Nazione e del Popolo, doveva essere abbandonato dai suoi discepoli e doveva essere lasciato con nessuna altra guida all’infuori della Voce del divino in lui.

In questo senso, Mazzini con la sua concezione “democratica” e mutualistica, si poneva in antagonismo politico strategico con quella che definiva l’ipocrisia demagogica e supercapitalista della Rivoluzione Borghese dell’89. La democrazia non era per il nostro esercizio dispotico e arbitrario di sovranità o tirannide da parte del popolo. Questa, oggi non a caso dominante, era per il Genovese la versione borghese e capitalista della democrazia. Al contrario, nella sua dottrina politica, o vi è Demofilia o vi è Oligarchia di plutocrati e capitalisti, anche quando compare mascherata da statalismo “socialista”. E la Demofilia mazziniana è anzitutto, soprattutto, redenzione metafisica del Popolo dalle mitologie nichiliste, materialiste che le diverse forme di “socialismo” vanno propagando. Questa Demofilia aveva il compito di risvegliare misticamente i popoli e porli sulla via del progresso, che era la via di Dio, non del progressismo tecnocratico e capitalistico dei nostri giorni.

Adolfo Omodeo definisce la Demofilia plebiscitaria e “antidemocapitalista” mazziniana il pensiero  rivoluzionario dell’800: “il pensiero apocalittico dei Nuovi Tempiun pensiero teocratico e visionario”….. Tale pensiero apocalittico affondava le sue radici nella meditazioni degli scritti dell’abate calabrese Gioacchino da Fiore (1130-1202) (EN, LXXIX, p. 90); non solamente quello sociale incentrato sulla missione universale della identità della “Roma del popolo”, la Terza Roma come è noto, ma anche quello più teologico incentrato sulla richiesta di una Terza via tra il materialismo e la religione tradizionale. La Terza via affermava la continuità della creazione, la realtà trascendente d’un Dio sorgente d’inesausta vita che si trasfonde nell’Infinito, ma al tempo stesso d’un divino vita vivente nell’umanità in forma di Pensiero e dunque forza che poteva, nella Immanenza, essere realizzata nella santità d’azione. Per il culto patrio, i vivi avevano l’obbligo di ricordare i morti in rituali e cerimonie. I monumenti erano altari sacri del Popolo che consacravano una comunione organica tra i vivi e i martiri della Patria e davano una dimensione di santità, trascendente ed immanente, al concetto di Nazione.  


Il Socialismo “religioso” mazziniano


Va premesso che la visione del Socialismo mazziniano scaturisce da un tentativo di sintesi di fasi strategiche e momenti politici in cui si delinea la proposta mazziniana. Egli spesso fa riferimento a se stesso nei termini di un Socialista ma al tempo stesso attacca a tutto tondo il socialismo della sua epoca. Va considerato che l’attacco mazziniano al socialismo è in realtà diretto a tutte le correnti ideologiche e filosofiche infettate dallo spirito del materialismo. Luis Blanc (1811-1892) era un obiettivo particolare a causa del suo principio secondo cui gli individui dovevano ricevere a seconda del loro bisogno. Il bisogno, secondo Mazzini, non era un’entità fissa che potesse servire da base per la ricompensa economica. Impostare una dottrina economica sul bisogno significava affermare una logica schiavista: erano le Opere che meritavano la ricompensa, perché il lavoro era, ancora prima che produzione materiale, azione morale-spirituale (EN, XLVII, pp. 107-110). Il Socialismo mazziniano è anzitutto religioso poiché postula che il materialismo è la radice d’ogni male, che il potere dissolvente del razionalismo causa malessere spirituale e intossicazione ideologica, che l’ossessione moderna e massonica per i diritti individuali è responsabile della perdita della comunità spirituale; di conseguenza il rimedio era unicamente nella declinazione sociale della formula ideologica medesima che fu sua sin dagli anni Trenta: Dio e Popolo

Il programma sociale mazziniano teorizza così la libera Associazione di individui in nuove "corporazioni", da ripristinare dopo la dissoluzione di queste operate dalla Rivoluzione Borghese d’89; nella polverizzazione di attività bancarie e di altri monopoli; in prestiti governativi per aiutare le piccole imprese; nell’imposta progressiva sui redditi; nell’esenzione delle tasse per i poveri; nella libera istruzione per tutti . Di contro al socialismo francese, macchiato dall’ateismo e dal materialismo, la via Italiana al Socialismo sarebbe stata invece caratterizzata dall’Associazione volontaria, dal culto della santità della patria e dalla libertà individuale nel rispetto comunitario (EN, XLII, p. 308). Uno dei punti fermi di tutte le Associazione operaie o Alleanze del Lavoro fondate su base mazziniana fu l’estinzione dell’odio di classe e la Concordia patriottica e il divieto dello sciopero se attuato sulla mera rivendicazione economica. A differenza di Marx, che parlava ai lavoratori in termini ideologici scientifici, Mazzini si affidava all’invocazione religiosa, parlando ai lavoratori il “linguaggio dell’amore” ed utilizzando un simbolismo di natura mistico-spiritualistica. Il capitalismo e il socialismo materialista sbagliavano allo stesso modo nel sottolineare la centralità dei diritti economici; entrambe queste ideologie definivano in maniera simile la felicità in termini economici e ciascuna non aspirava a null’altro che a un illusorio bene, parziale e deforme. La soluzione consisteva invece nel rompere tutti i legami con la filosofia materialista, puntando alla Repubblica sociale italiana fondata sulla già citata Demofilia. Gli operai sarebbero stati i soggetti sociali di questa vita repubblicana, in quanto erano coloro che davano forma, bellezza, senso alla materia priva di vita; Mazzini, che dedicò agli operai i Doveri dell’uomo, sosteneva che era un errore politico considerarli operai; questi erano anzitutto e prima di tutto italiani ed artisti sociali. 

La sua proposta per “l’unione di capitale e lavoro nelle stesse mani” aveva notevole risonanza tra gli artigiani romagnoli, ma anche toscani, umbri, marchigiani, dove i piccoli stabilimenti erano particolarmente numerosi e gli organizzatori mazziniani furono i primi a entrare in scena dopo l’unificazione nazionale. In queste regioni il movimento operaio mazziniano tenne duro contro i socialisti ufficiali (materialisti e antinazionali per la visione politica mazziniana) e i cattolici anche durante i primi decenni del XX secolo. In seguito, il movimento mazziniano confluirà nel Sindacalismo rivoluzionario.


Mazzini antimassone  


Una ingiusta e interessata polemica politica ha dipinto Mazzini quale massone. Ci si è avvalsi al fine peraltro anche di falsi costruiti ad arte: come la mai esistita corrispondenza con Pike (1809-1891). In realtà, come mostra Rosselli nel suo saggio “Bakunin e Mazzini”, come emerge dall’epistolario con F. Campanella, il Genovese non volle mai associarsi alla Massoneria e fu, anzi, politicamente decisamente antimassone. Come noto, il Genovese in più casi gridò forte che la Carboneria stessa, che non si può comunque schiacciare politicamente, indistintamente, sull’ideologismo massonico, era una istituzione senile che faceva danno alla causa nazionale. Peraltro egli cercò costantemente un canale di comunicazione politica con lo Stato pontificio, in funzione nazionalista, in funzione di consacrazione del culto comunitario della “santità d’Italia”; tale canale fu però sempre rifiutato dal Vaticano. Addirittura, Mazzini simpatizzò ideologicamente con l’enciclica di Pio IX, Quanta cura, (dicembre 1864) e con l’appendice, il Sillabo degli errori, che era l’elencazione degli errori del secolarismo e del materialismo. Il più preoccupante tra i movimenti materialistici del suo tempo era per Mazzini rappresentato dal cosiddetto “libero pensiero” massonico e positivista. “Le divergenze sui temi del libero pensiero e dell’anticlericalismo portarono Mazzini alla rottura con Luigi Stefanoni….un divulgatore della cultura positivista. L’anticlericalismo era riprovevole agli occhi di Mazzini. Le implicazioni filosofiche del libero pensiero ai suoi occhi comportavano una pericolosa tendenza verso il disimpegno…La vera minaccia proveniva non dall’avere troppa fede, ma dall’averne troppo poca” (R. Sarti, Op. Cit., p. 247). Di conseguenza, tra gli effetti più nefasti provocati dalla vittoria della frazione capitalista liberale e utilitarista del cavourismo su quella sociale mazziniana vi è stata una postuma antistorica “massonizzazione” del pensiero politico del Genovese, di cui i capofila, in questo secolo, furono la Fondazione La Malfa e a cui non fu estraneo lo stesso garante supremo del capitalismo della provincia Italia: E. Cuccia (1907-2000), fine stratega, ma di certo estraneo all’ethos religioso socialista mazziniano, fido scudiero della frazione strategica mondialista (radicalmente antitaliana) Meyer-Lazard.

Attualità politica di Mazzini statista?


Mazzini statista costituisce a nostro modesto parere l’archetipo dello statista italiano. Il realismo politico mazziniano, integrato nella dimensione certamente apocalittica ben rilevata da Omodeo, di cui si diceva prima, condusse il Genovese ad indicare, nella sua concezione del mondo, la missione dell’eroe di Stato nell’epoca contemporanea. E’ una missione che oggi gli analisti, i dotti, i corifei del capitalismo globale non esiterebbero a disprezzare come “Populista” e ultra-sovranista….  Ciò avvenne con la Repubblica Romana (12 febbraio 1849). 

Tale missione era costituita, nella dottrina politica mazziniana che si faceva in quel particolare momento di certo pratica sociale e azione di stato, dalla connessione con il potere spirituale dell’Anima di popolo e di nazione. Solo lo statista capace di realizzare tale comunione mistica era, agli occhi del nostro, un autentico capo nazional-popolare. 
«Nelle Rivoluzioni io non riconosco che gli uomini, i quali sono collocati alla testa del movimento per volere del popolo, abbiano responsabilità fuorché verso il popolo stesso, verso Dio, e verso la propria coscienza. L’unica legalità che io riconosco nelle Rivoluzioni sta nell’interrogare, nell’indovinare il potere del popolo e nell’attuarlo». (EN, LLXVII, p. 302).  
Esula dal presente scritto, che verte sulla esistenza o meno di una dottrina politica mazziniana, indagare sulle cause efficienti del tramonto della archetipica esperienza politica della Repubblica romana. Concludiamo questo modesto scritto, rievocando la figura di Mazzini statista traendola dalle antiche pagine del Saponaro:
«L'Assemblea Costituente elesse Mazzini al nuovo Triumvirato, insieme con Saffi e Armellini. Egli raccolse 132 voti, Saffi 125, Armellini 93. Divenne il capo unico. Dittatore senza terrore....L'Apostolo fu un buon amministratore, conciliando le grandi idee con la conoscenza e la pratica dei mezzi minimi. Mise ordine nella finanza disordinata senza ricorrere ad angherie, vendette o spoliazioni di beni ecclesiastici. Mandò denaro a Venezia e preparò un corpo di spedizione in soccorso del Piemonte. Preservò Roma dai delitti della piazza e della vendetta che minacciavano scatenarsi. Ripartì i beni rustici delle manomorte alle famiglie dei contadini. Aprì le stanze vuote del Sant'Uffizio ai senzatetto...Provvide all'armamento di un esercito che non c'era, abolì la pena di morte. "Qui a Roma non si può essere mediocrità morali. Dobbiamo agire come uomini che hanno il nemico alle porte, e in pari tempo come uomini che lavorano per l'eternità"...9 febbraio -3 luglio 1849. Tra queste 2 date la storia di Roma non è più storia ma epopea. La vita di Giuseppe Mazzini, nel mezzo del suo quarantaquattresimo anno, non è la vita di un solo uomo, è la vita dell'eterno spirito d'Italia da lui incarnato, dell'anima storica e poetica di tutto un popolo, carico di millenni di pensiero e di sventura...Sorse prodigiosa l'epopea della difesa del Vascello, di villa Spada, del Casino dei Quattro Venti, delle barricate ove le donne del popolo sostituivano i mariti caduti su gli spalti del Gianicolo. Morirono Daverio, Masina, Dandolo, Pietramellara, il fanciullo Morosini. Morì Luciano Manara, che il giorno innanzi aveva scritto: "Noi dobbiamo morire per chiudere con serenità il Quarantotto". Giacomo Medici restò immune tra le rovine fumanti del Vascello. Non morì Garibaldi serbato ad altra epopea: e la moglie Anita combatteva al suo fianco. Goffredo Mameli, ferito allo scontro del tradimento, e amputato poi alla gamba sinistra dal dottor Bertani, sopravvisse un mese, tra spasimi che lo spezzavano e speranze di gioia che lo portavano al delirio. La sera del 29 giugno (1849 NDC), padroni dei bastioni e di tutte le alture, i Francesi videro la città ardere per ogni finestra e per ogni terrazza dei fuochi votivi e multicolori in gloria del santo patrono: poi a notte un acquazzone si rovesciò a spegnere razzi e lampioncini, sola emerse luminosa nella tenebra la cupola del Tempio.Mazzini lanciò il suo terribile anatema: "Chiunque tocca da nemico il sacro suolo di Roma, è maledetto da Dio! ….Allora Mazzini discese all'Assemblea riunita in comitato segreto sul Campidoglio. C'era tra i deputati chi non lo vedeva da più settimane, e c'era chi lo vedeva ogni giorno. Apparve a tutti trasfigurato, più pallido, più scarno e acceso. Il volto dell'insonnia. Non era mutata la sua voce: nell'angoscia che gli mozzava il respiro, netta e armoniosa. I due capi (Mazzini e Garibaldi) si incontrarono fuor dell'aula, e lo sguardo che scambiarono non fu d'accordo. Allora accadde una scena impressionante: un uomo che su le barricate delle 5 giornate aveva combattuto intrepido, e ancora in quei giorni a Castel Sant'Angelo era stato animatore del popolo, apparve disperato e come demente, implorando la fine della resistenza inutile e inumana, che avrebbe distrutto la città senza salvare la repubblica. Era Enrico Cernuschi. E la capitolazione fu votata.....contro il suo parere (di Mazzini NDC)Ministri, deputati, molti capi militari lasciarono la città e ripresero la via dell'esilio. Mazzini, ormai in minoranza,discese dal Quirinale, ma non uscì da Roma».

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1 commenti:

  • Anonimo scrive:
    31 maggio 2018 23:51

    Articolo denso e argomentato,che riporta in auge,come si dovrebbe,la riflessione critica su Mazzini propria della migliore storiografia risorgimentale. N.D.B.

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