domenica 28 maggio 2017

LA PIÙ BELLA MANIFESTAZIONE D'ITALIA di Sandokan

[ 28 maggio 2017 ]

Ieri si è svolta a Roma l'annunciata manifestazione di solidarietà con le maestranze di Alitalia, per l'esattezza, con quelle che hanno votato NO all'accordo truffa del 24 aprile. Con i lavoratori che oggi, malgrado le intimidazioni, stanno incrociando le braccia —mi dicono che questo sciopero è stato un successo, se è vero, com'è vero che solo a Fiumicino ben 242 voli sono stati cancellati.

Di passata mi viene da fare una proposta: facciamo santi Fabio Frati e Antonio Amoroso, della CUB Trasporti, due sindacalisti che si tengono sulle spalle quasi tutto il peso della resistenza di quest'azienda che il governo vuole squartare per venderla a pezzi ai concorrenti. Di loro due scrivevo già il 26 aprile scorso.


E' grazie alla tenacia di questi due sindacalisti, al loro vero e proprio apostolato combattente che la manifestazione di ieri è stata un successo.

Mi dicono che fino all'ultimo istante i due, per quanto potessero contare sull'appoggio di un manipolo di precari e di lavoratori decisi a vendere cara la pelle, temevano il peggio. Invece anche questa volta hanno avuto la meglio, hanno avuto ragione. In migliaia e migliaia hanno risposto al loro appello alla mobilitazione. Ed è stata una manifestazione rumorosa, festosa, combattiva, bella.

I media di regime l'hanno completamente oscurata — niente, nemmeno nelle loro cronache locali -  giornali come Repubblica, Il Messagero o il Corriere. Un caso? No, un disegno preciso del nemico e dei suoi pennivendoli. Deve calare un tombale silenzio sulla resistenza dei lavoratori Alitalia. Non solo perché essi disprezzano chi si guadagna da vivere col proprio lavoro, non solo per fare un favore ai tre commissari liquidatori. Questa volta c'è una ragione in più, una ragione tutta politica. 

Questi lavoratori non si limitano a resistere, chiedono la nazionalizzazione della compagnia, avanzano misure e proposte precise, fattibili, in merito al rilancio di Alitalia. E' quindi, la loro, una lotta che ha oramai uno spessore tutto politico. Non è in ballo soltanto questo o quel diritto, è in ballo il destino della compagnia di bandiera. Non è questa una mera vertenza sindacale, è una partita nazionale, strategica. Da una parte un governo che in ossequio ai suoi padroni e ai dogmi liberisti ti dice che deve decidere "il mercato". Dall'altra chi lavora che risponde che Alitalia è un bene comune, un patrimonio nazionale.


A nessuno deve sfuggire che lo striscione d'apertura del corteo suonava "Giù le mani da Alitalia! Giù le mani dall'Italia". Segno di un orgoglio al tempo stesso, proletario e patriottico.
Forse è proprio per questo che si sono viste tante assenze, la ragione, infine, di chi ha dovuto fare buon viso a cattivo gioco.

Una grande e bella manifestazione, dicevo, anche perché è stato il punto di raccolta (inatteso) di tante realtà del mondo del lavoro di Roma e dintorni. C'erano infatti almeno una ventina di delegazioni di aziende in lotta, di cui nessuno parla né vuole parlare, e che ieri hanno fatto sentire le loro voce, la loro rabbia contro il precariato, contro salari di fame spesso saldati in ritardo, contro i tanti soprusi che si debbono subire in ambienti di lavoro diventati da anni vere e proprie palestre di schiavismo.

Chi conosce il clima nei posti di lavoro, chi conosce quanto la città di Roma sia puttana e maligna, sa che questa manifestazione è stata un mezzo miracolo, un evento.

Che essa segni davvero una svolta, verso un'unione dei lavoratori, verso un riscatto dei senza voce, non sono in grado di dirlo. Lo vedremo nei prossimi mesi. Sugli arditi del popolo di Alitalia che l'hanno promossa sembra gravi ora un'altra grande responsabilità: fungere da punto di raccordo di tutte queste realtà del mondo del lavoro metropolitano disperso e atomizzato. Ciò senza dimenticare che Alitalia è adesso il centro geometrico di quella polvere d'umanità che è diventato il mondo del lavoro a Roma e dintorni.

Ora serve continuità, alzare il tiro inventandosi azioni esemplari e intelligenti.



CONTRO IL NEOLIBERISMO E LA SUA VISIONE DEL MONDO di Papa Francesco

[ 28 maggio 2017 ]

«Perché quando non si lavora, o si lavora male, si lavora poco o si lavora troppo, è la democrazia che entra in crisi, è tutto il patto sociale. E’ anche questo il senso dell’articolo 1 della Costituzione italiana, che è molto bello: “L’Italia è una repubblica democratica, fondata sul lavoro”. In base a questo possiamo dire che togliere il lavoro alla gente o sfruttare la gente con lavoro indegno o malpagato o come sia, è anticostituzionale. Se non fosse fondata sul lavoro, la Repubblica italiana non sarebbe una democrazia, perché il posto di lavoro lo occupano e lo hanno sempre occupato privilegi, caste, rendite».

Questo, tra le altre cose, ha affermato Papa Francesco, ieri, incontrando a Genova operaie e impiegati dell'ILVA. 
Una visita, quella del Papa all'ILVA, il cui significato simbolico non deve sfuggire, che fa da contraltare alla riunione  "sette grandi" ladroni a Taormina.
Il discorso di ieri è in linea con prese di posizione già note e impegnative, contenute nell'Esortazione apostolica Evangeli Guaudium del 24 novembre 2013 (in particolare i capitoli: No a un’economia dell’esclusione [53-54]; No alla nuova idolatria del denaro [55-56]; No a un denaro che governa invece di servire [57-58]) e l'Enciclica Laudato si', del 24 maggio 2015 (in particolare i capitoli sulla crisi ecologica e l'ambiente come bene comune, la critica delle nuove tecnologie e della cattiva globalizzazione neoliberista).

Qui sotto la versione integrale di quanto detto ieri da Papa Francesco.
I nostri lettori si chiederanno perché mai diamo spazio, su SOLLEVAZIONE, alle parole del Papa. Semplice: perché riteniamo che la chiesa bergogliana sia un alleato di grande importanza nella battaglia titanica contro il mostro satanico del neoliberismo —ciò malgrado il nostro dissenso con l'universalismo metafisico radicale di cui il cattolicesimo si fa portatore.


VISITA PASTORALE DEL SANTO PADRE FRANCESCO A GENOVA
INCONTRO CON IL MONDO DEL LAVORO
DISCORSO DEL SANTO PADRE
Stabilimento Ilva
Sabato, 27 maggio 2017


1) L'imprenditore Ferdinando Garré del distretto Riparazioni Navali
Nel nostro lavoro ci troviamo a lottare contro tanti ostacoli - l'eccessiva burocrazia, la lentezza delle decisioni pubbliche, la mancanza di servizi e infrastrutture adeguate - che spesso non consentono di liberare le migliori energie di questa città. Condividiamo questo impegnativo cammino con il nostro cappellano e siamo incoraggiati dal nostro Arcivescovo, Cardinal Angelo Bagnasco. Ci rivolgiamo a Lei, Santità, per chiedere una parola di vicinanza. Una parola che ci conforti e ci incoraggi di fronte agli ostacoli in cui ogni giorno noi imprenditori ci imbattiamo.

Papa Francesco
Buongiorno a tutti!
E’ la prima volta che vengo a Genova, e essere così vicino al porto mi ricorda da dove è uscito il mio papà… Questo mi dà una grande emozione. E grazie dell’accoglienza vostra. Il signor Ferdinando Garré: io conoscevo le domande, e per alcune ho scritto idee per rispondere; e tengo anche la penna in mano per riprendere qualcosa che mi venga in mente al momento, per rispondere. Ma a queste domande sul mondo del lavoro ho voluto pensare bene per rispondere bene, perché oggi il lavoro è a rischio. E’ un mondo dove il lavoro non si considera con la dignità che ha e che dà. Per questo risponderò con le cose che ho pensato e alcune che dirò al momento.
Faccio una premessa. La premessa è: il mondo del lavoro è una priorità umana. E pertanto, è una priorità cristiana, una priorità nostra, e anche una priorità del Papa. Perché viene da quel primo comando che Dio ha dato ad Adamo: “Va’, fa’ crescere la terra, lavora la terra, dominala”. C’è sempre stata un’amicizia tra la Chiesa e il lavoro, a partire da Gesù lavoratore. Dove c’è un lavoratore, lì c’è l’interesse e lo sguardo d’amore del Signore e della Chiesa. Penso che questo sia chiaro. E’ molto bella questa domanda che proviene da un imprenditore, da un ingegnere; dal suo modo di parlare dell’azienda emergono le tipiche virtù dell’imprenditore. E siccome questa domanda la fa un imprenditore, parleremo di loro. La creatività, l’amore per la propria impresa, la passione e l’orgoglio per l’opera delle mani e dell’intelligenza sua e dei lavoratori. L’imprenditore è una figura fondamentale di ogni buona economia: non c’è buona economia senza buon imprenditore. Non c’è buona economia senza buoni imprenditori, senza la vostra capacità di creare, creare lavoro, creare prodotti. Nelle Sue parole si sente anche la stima per la città – e si capisce questo – per la sua economia, per la qualità delle persone dei lavoratori, e anche per l’ambiente, il mare… E’ importante riconoscere le virtù dei lavoratori e delle lavoratrici. Il loro bisogno – dei lavoratori e delle lavoratrici – è il bisogno di fare il lavoro bene perché il lavoro va fatto bene. A volte si pensa che un lavoratore lavori bene solo perché è pagato: questa è una grave disistima dei lavoratori e del lavoro, perché nega la dignità del lavoro, che inizia proprio nel lavorare bene per dignità, per onore. Il vero imprenditore – io cercherò di fare il profilo del buon imprenditore – il vero imprenditore conosce i suoi lavoratori, perché lavora accanto a loro, lavora con loro. Non dimentichiamo che l’imprenditore dev’essere prima di tutto un lavoratore. Se lui non ha questa esperienza della dignità del lavoro, non sarà un buon imprenditore. Condivide le fatiche dei lavoratori e condivide le gioie del lavoro, di risolvere insieme problemi, di creare qualcosa insieme. Se e quando deve licenziare qualcuno è sempre una scelta dolorosa e non lo farebbe, se potesse. Nessun buon imprenditore ama licenziare la sua gente – no, chi pensa di risolvere il problema della sua impresa licenziando la gente, non è un buon imprenditore, è un commerciante, oggi vende la sua gente, domani vende la propria dignità –, ci soffre sempre, e qualche volta da questa sofferenza nascono nuove idee per evitare il licenziamento. Questo è il buon imprenditore. Io ricordo, quasi un anno fa, un po’ di meno, alla Messa a Santa Marta alle 7 del mattino, all’uscita io saluto la gente che è lì, e si è avvicinato un uomo. Piangeva. Disse: “Sono venuto a chiedere una grazia: io sono al limite e devo fare una dichiarazione di fallimento. Questo significherebbe licenziare una sessantina di lavoratori, e non voglio, perché sento che licenzio me stesso”. E quell’uomo piangeva. Quello è un bravo imprenditore. Lottava e pregava per la sua gente, perché era “sua”: “E’ la mia famiglia”. Sono attaccati…
Una malattia dell’economia è la progressiva trasformazione degli imprenditori in speculatori. L’imprenditore non va assolutamente confuso con lo speculatore: sono due tipi diversi. L’imprenditore non deve confondersi con lo speculatore: lo speculatore è una figura simile a quella che Gesù nel Vangelo chiama “mercenario”, per contrapporlo al Buon Pastore. Lo speculatore non ama la sua azienda, non ama i lavoratori, ma vede azienda e lavoratori solo come mezzi per fare profitto. Usa, usa azienda e lavoratori per fare profitto. Licenziare, chiudere, spostare l’azienda non gli crea alcun problema, perché lo speculatore usa, strumentalizza, “mangia” persone e mezzi per i suoi obiettivi di profitto. Quando l’economia è abitata invece da buoni imprenditori, le imprese sono amiche della gente e anche dei poveri. Quando passa nelle mani degli speculatori, tutto si rovina. Con lo speculatore, l’economia perde volto e perde i volti. E’ un’economia senza volti. Un’economia astratta. Dietro le decisioni dello speculatore non ci sono persone e quindi non si vedono le persone da licenziare e da tagliare. Quando l’economia perde contatto con i volti delle persone concrete, essa stessa diventa un’economia senza volto e quindi un’economia spietata. Bisogna temere gli speculatori, non gli imprenditori; no, non temere gli imprenditori perché ce ne sono tanti bravi! No. Temere gli speculatori. Ma paradossalmente, qualche volte il sistema politico sembra incoraggiare chi specula sul lavoro e non chi investe e crede nel lavoro. Perché? Perché crea burocrazia e controlli partendo dall’ipotesi che gli attori dell’economia siano speculatori, e così chi non lo è rimane svantaggiato e chi lo è riesce a trovare i mezzi per eludere i controlli e raggiungere i suoi obiettivi. Si sa che regolamenti e leggi pensati per i disonesti finiscono per penalizzare gli onesti. E oggi ci sono tanti veri imprenditori, imprenditori onesti che amano i loro lavoratori, che amano l’impresa, che lavorano accanto a loro per portare avanti l’impresa, e questi sono i più svantaggiati da queste politiche che favoriscono gli speculatori. Ma gli imprenditori onesti e virtuosi vanno avanti, alla fine, nonostante tutto. Mi piace citare a questo proposito una bella frase di Luigi Einaudi, economista e presidente della Repubblica Italiana. Scriveva: “Migliaia, milioni di individui lavorano, producono e risparmiano nonostante tutto quello che noi possiamo inventare per molestarli, incepparli, scoraggiarli. E’ la vocazione naturale che li spinge, non soltanto la sete di guadagno. Il gusto, l’orgoglio di vedere la propria azienda prosperare, acquistare credito, ispirare fiducia a clientele sempre più vaste, ampliare gli impianti costituiscono una molla di progresso altrettanto potente che il guadagno. Se così non fosse, non si spiegherebbe come ci siano imprenditori che nella propria azienda prodigano tutte le loro energie e investono tutti i loro capitali per ritirare spesso utili di gran lunga più modesti di quelli che potrebbero sicuramente e comodamente ottenere con gli altri impegni”. Hanno quella mistica dell’amore…
La ringrazio per quello che Lei ha detto, perché Lei è un rappresentante di questi imprenditori. State attenti voi, imprenditori, e anche voi, lavoratori: state attenti agli gli speculatori. E anche alle le regole e alle leggi che alla fine favoriscono gli speculatori e non i veri imprenditori. E alla fine lasciano la gente senza lavoro. Grazie.

2)     Micaela, rappresentante sindacale
Oggi di industria si parla nuovamente grazie alla quarta rivoluzione industriale o industria 4.0. Bene: il mondo del lavoro è pronto ad accettare nuove sfide produttive che portino benessere. La nostra preoccupazione è che questa nuova frontiera tecnologica e la ripresa economica e produttiva che prima o poi verrà, non portino con sé nuova occupazione di qualità, ma anzi contribuiscano nell'incrementare precarietà e disagio sociale. Oggi la vera rivoluzione invece sarebbe proprio quella di trasformare la parola "lavoro" in una forma concreta di riscatto sociale.

Papa Francesco:
Mi viene in mente di rispondere, all’inizio, con un gioco di parole… Tu hai finito con la parola “riscatto sociale”, e mi viene il “ricatto sociale”. Quello che dico adesso è una cosa reale, che è accaduta in Italia circa un anno fa. C’era una coda di gente disoccupata per trovare un lavoro, un lavoro interessante, di ufficio. La ragazza che me lo ha raccontato – una ragazza istruita, parlava alcune lingue, che era importante per quel posto – e le hanno detto: “Sì, può andare…; saranno 10-11 ore al giorno…” – “Sì, sì!” – ha detto lei subito, perché aveva bisogno di lavoro – “E si incomincia con – credo che abbiano detto, non voglio sbagliare, ma non di più – 800 euro al mese”. E lei ha detto: “Ma… 800 soltanto? 11 ore?”. E il signore – lo speculatore, non era imprenditore, l’impiegato dello speculatore – le ha detto: “Signorina, guardi dietro di Lei la coda: se non le piace, se ne vada”. Questo non è riscatto ma ricatto!
Adesso dirò quello che avevo scritto, ma l’ultima parola tua mi ha ispirato questo ricordo. Il lavoro in nero. Un’altra persona mi ha raccontato che ha lavoro, ma da settembre a giugno: viene licenziata a giugno, e ripresa a ottobre, settembre. E così si gioca… Il lavoro in nero.
Ho accolto la proposta di fare questo incontro oggi, in un luogo di lavoro e di lavoratori, perché anche questi sono luoghi del popolo di Dio. I dialoghi nei luoghi del lavoro non sono meno importanti dei dialoghi che facciamo dentro le parrocchie o nelle solenni sale convegni, perché i luoghi della Chiesa sono i luoghi della vita e quindi anche le piazze e le fabbriche. Perché qualcuno può dire: “Ma questo prete, che cosa viene a dirci? Vada in parrocchia!”. No, il mondo del lavoro è il mondo del popolo di Dio: siamo tutti Chiesa, tutti popolo di Dio. Molti degli incontri tra Dio e gli uomini, di cui ci parlano la Bibbia e i Vangeli, sono avvenuti mentre le persone lavoravano: Mosè sente la voce di Dio che lo chiama e gli rivela il suo nome mentre pascolava il gregge del suocero; i primi discepoli di Gesù erano pescatori e vengono chiamati da Lui mentre lavoravano in riva al lago. E’ molto vero quello che Lei dice: la mancanza di lavoro è molto più del venire meno di una sorgente di reddito per poter vivere. Il lavoro è anche questo, ma è molto, molto di più. Lavorando noi diventiamo più persona, la nostra umanità fiorisce, i giovani diventano adulti soltanto lavorando. La Dottrina sociale della Chiesa ha sempre visto il lavoro umano come partecipazione alla creazione che continua ogni giorno, anche grazie alle mani, alla mente e al cuore dei lavoratori. Sulla terra ci sono poche gioie più grandi di quelle che sperimentano lavorando, come ci sono pochi dolori più grandi dei dolori del lavoro, quando il lavoro sfrutta, schiaccia, umilia, uccide. Il lavoro può fare molto male perché può fare molto bene. Il lavoro è amico dell’uomo e l’uomo è amico del lavoro, e per questo non è facile riconoscerlo come nemico, perché si presenta come una persona di casa, anche quando ci colpisce e ci ferisce. Gli uomini e le donne si nutrono del lavoro: con il lavoro sono “unti di dignità”. Per questa ragione, attorno al lavoro si edifica l’intero patto sociale. Questo è il nocciolo del problema. Perché quando non si lavora, o si lavora male, si lavora poco o si lavora troppo, è la democrazia che entra in crisi, è tutto il patto sociale. E’ anche questo il senso dell’articolo 1 della Costituzione italiana, che è molto bello: “L’Italia è una repubblica democratica, fondata sul lavoro”. In base a questo possiamo dire che togliere il lavoro alla gente o sfruttare la gente con lavoro indegno o malpagato o come sia, è anticostituzionale. Se non fosse fondata sul lavoro, la Repubblica italiana non sarebbe una democrazia, perché il posto di lavoro lo occupano e lo hanno sempre occupato privilegi, caste, rendite. Bisogna allora guardare senza paura, ma con responsabilità, alle trasformazioni tecnologiche dell’economia e della vita e non rassegnarsi all’ideologia che sta prendendo piede ovunque, che immagina un mondo dove solo metà o forse due terzi dei lavoratori lavoreranno, e gli altri saranno mantenuti da un assegno sociale. Dev’essere chiaro che l’obiettivo vero da raggiungere non è il “reddito per tutti”, ma il “lavoro per tutti”! Perché senza lavoro, senza lavoro per tutti non ci sarà dignità per tutti. Il lavoro di oggi e di domani sarà diverso, forse molto diverso – pensiamo alla rivoluzione industriale, c’è stato un cambio; anche qui ci sarà una rivoluzione – sarà diverso dal lavoro di ieri, ma dovrà essere lavoro, non pensione, non pensionati: lavoro. Si va in pensione all’età giusta, è un atto di giustizia; ma è contro la dignità delle persone mandarle in pensione a 35 o 40 anni, dare un assegno dello Stato, e arràngiati. “Ma, ho per mangiare?”. Sì. “Ho per mandare avanti la mia famiglia, con questo assegno?” Sì. “Ho dignità?” No! Perché? Perché non ho lavoro. Il lavoro di oggi sarà diverso. Senza lavoro, si può sopravvivere; ma per vivere, occorre il lavoro. La scelta è fra il sopravvivere e il vivere. E ci vuole il lavoro per tutti. Per i giovani… Voi sapete la percentuale di giovani dai 25 anni in giù, disoccupati, che ci sono in Italia? Io non lo dirò: cercate le statistiche. E questo è un’ipoteca sul futuro. Perché questi giovani crescono senza dignità, perché non sono “unti” dal lavoro che è quello che dà la dignità. Ma il nocciolo della domanda è questo: un assegno statale, mensile che ti faccia portare avanti una famiglia non risolve il problema. Il problema va risolto con il lavoro per tutti. Credo di avere risposto più o meno…

3)     Un lavoratore che fa un cammino di formazione promosso dai Cappellani
Non raramente negli ambienti di lavoro prevalgono la competizione, la carriera, gli aspetti economici mentre il lavoro è un'occasione privilegiata di testimonianza e di annuncio del Vangelo, vissuto adottando atteggiamenti di fratellanza, collaborazione e solidarietà. Chiediamo a Vostra Santità consigli per meglio camminare verso questi ideali.

Papa Francesco:
I valori del lavoro stanno cambiando molto velocemente, e molti di questi nuovi valori della grande impresa e della grande finanza non sono valori in linea con la dimensione umana, e pertanto con l’umanesimo cristiano. L’accento sulla competizione all’interno dell’impresa, oltre ad essere un errore antropologico e cristiano, è anche un errore economico, perché dimentica che l’impresa è prima di tutto cooperazione, mutua assistenza, reciprocità. Quando un’impresa crea scientificamente un sistema di incentivi individuali che mettono i lavoratori in competizione fra loro, magari nel breve periodo può ottenere qualche vantaggio, ma finisce presto per minare quel tessuto di fiducia che è l’anima di ogni organizzazione. E così, quando arriva una crisi, l’azienda si sfilaccia e implode, perché non c’è più nessuna corda che la tiene. Bisogna dire con forza che questa cultura competitiva tra i lavoratori dentro l’impresa è un errore, e quindi una visione che va cambiata se vogliamo il bene dell’impresa, dei lavoratori e dell’economia. Un altro valore che in realtà è un disvalore è la tanto osannata “meritocrazia”. La meritocrazia affascina molto perché usa una parola bella: il “merito”; ma siccome la strumentalizza e la usa in modo ideologico, la snatura e perverte. La meritocrazia, al di là della buona fede dei tanti che la invocano, sta diventando una legittimazione etica della diseguaglianza. Il nuovo capitalismo tramite la meritocrazia dà una veste morale alla diseguaglianza, perché interpreta i talenti delle persone non come un dono: il talento non è un dono secondo questa interpretazione: è un merito, determinando un sistema di vantaggi e svantaggi cumulativi. Così, se due bambini alla nascita nascono diversi per talenti o opportunità sociali ed economiche, il mondo economico leggerà i diversi talenti come merito, e li remunererà diversamente. E così, quando quei due bambini andranno in pensione, la diseguaglianza tra di loro si sarà moltiplicata. Una seconda conseguenza della cosiddetta “meritocrazia” è il cambiamento della cultura della povertà. Il povero è considerato un demeritevole e quindi un colpevole. E se la povertà è colpa del povero, i ricchi sono esonerati dal fare qualcosa. Questa è la vecchia logica degli amici di Giobbe, che volevano convincerlo che fosse colpevole della sua sventura. Ma questa non è la logica del Vangelo, non è la logica della vita: la meritocrazia nel Vangelo la troviamo invece nella figura del fratello maggiore nella parabola del figliol prodigo. Lui disprezza il fratello minore e pensa che deve rimanere un fallito perché se lo è meritato; invece il padre pensa che nessun figlio si merita le ghiande dei porci.

4)     Vittoria, disoccupata
Noi disoccupati sentiamo le Istituzioni non solo lontane ma matrigne, intente più ad un assistenzialismo passivo che a darsi da fare per creare le condizioni che favoriscano il lavoro. Ci conforta il calore umano con cui la Chiesa ci è vicina e l'accoglienza che ognuno trova presso la casa dei Cappellani. Santità, dove possiamo trovare la forza per crederci sempre e non mollare mai nonostante tutto questo?

Papa Francesco:
E’ proprio così! Chi perde il lavoro e non riesce a trovare un altro buon lavoro, sente che perde la dignità, come perde la dignità chi è costretto per necessità ad accettare lavori cattivi e sbagliati. Non tutti i lavori sono buoni: ci sono ancora troppi lavori cattivi e senza dignità, nel traffico illegale di armi, nella pornografia, nei giochi di azzardo e in tutte quelle imprese che non rispettano i diritti dei lavoratori o della natura. Come è cattivo il lavoro di chi è pagato molto perché non abbia orari, limiti, confini tra lavoro e vita perché il lavoro diventi tutta la vita. Un paradosso della nostra società è la compresenza di una crescente quota di persone che vorrebbero lavorare e non riescono, e altri che lavorano troppo, che vorrebbero lavorare di meno ma non ci riescono perché sono stati “comprati” dalle imprese. Il lavoro, invece, diventa “fratello lavoro” quando accanto ad esso c’è il tempo del non-lavoro, il tempo della festa. Gli schiavi non hanno tempo libero: senza il tempo della festa, il lavoro torna ad essere schiavistico, anche se superpagato; e per poter fare festa dobbiamo lavorare. Nelle famiglie dove ci sono disoccupati, non è mai veramente domenica e le feste diventano a volte giorni di tristezza perché manca il lavoro del lunedì. Per celebrare la festa, è necessario poter celebrare il lavoro. L’uno scandisce il tempo e il ritmo dell’altra. Vanno insieme.
Condivido anche che il consumo è un idolo del nostro tempo. E’ il consumo il centro della nostra società, e quindi il piacere che il consumo promette. Grandi negozi, aperti 24 ore ogni giorno, tutti i giorni, nuovi “templi” che promettono la salvezza, la vita eterna; culti di puro consumo e quindi di puro piacere. E’ anche questa la radice della crisi del lavoro nella nostra società: il lavoro è fatica, sudore. La Bibbia lo sapeva molto bene e ce lo ricorda. Ma una società edonista, che vede e vuole solo il consumo, non capisce il valore della fatica e del sudore e quindi non capisce il lavoro. Tutte le idolatrie sono esperienze di puro consumo: gli idoli non lavorano. Il lavoro è travaglio: sono doglie per poter generare poi gioia per quello che si è generato insieme. Senza ritrovare una cultura che stima la fatica e il sudore, non ritroveremo un nuovo rapporto col lavoro e continueremo a sognare il consumo di puro piacere. Il lavoro è il centro di ogni patto sociale: non è un mezzo per poter consumare, no. E’ il centro di ogni patto sociale. Tra il lavoro e il consumo ci sono tante cose, tutte importanti e belle, che si chiamano dignità, rispetto, onore, libertà, diritti, diritti di tutti, delle donne, dei bambini, delle bambine, degli anziani… Se svendiamo il lavoro al consumo, con il lavoro presto svenderemo anche tutte queste sue parole sorelle: dignità, rispetto, onore, libertà. Non dobbiamo permetterlo, e  dobbiamo continuare a chiedere il lavoro, a generarlo, a stimarlo, ad amarlo. Anche a pregarlo: molte delle preghiere più belle dei nostri genitori e nonni erano preghiere del lavoro, imparate e recitate prima, dopo e durante il lavoro. Il lavoro è amico della preghiera; il lavoro è presente tutti i giorni nell’Eucaristia, i cui doni sono frutto della terra e del lavoro dell’uomo. Un mondo che non conosce più i valori e il valore del lavoro, non capisce più neanche l’Eucaristia, la preghiera vera e umile delle lavoratrici e dei lavoratori. I campi, il mare, le fabbriche sono sempre stati “altari” dai quali si sono alzate preghiere belle e pure, che Dio ha colto e raccolto. Preghiere dette e recitate da chi sapeva e voleva pregare ma anche preghiere dette con le mani, con il sudore, con la fatica del lavoro da chi non sapeva pregare con la bocca. Dio ha accolto anche queste e continua ad accoglierle anche oggi.

Per questo, vorrei terminare questo dialogo con una preghiera: è una preghiera antica, il “Vieni, Santo Spirito”, che è anche una preghiera del lavoro e per il lavoro.
“Vieni, Santo Spirito,
manda a noi un raggio di luce.
Vieni, padre dei poveri,
Padre dei lavoratori e delle lavoratrici.
Vieni, datore dei doni,
vieni, luce dei cuori.
Consolatore perfetto,
ospite dolce dell’anima,
dolcissimo sollievo.
Nella fatica, riposo,
nella calura, riparo,
nel pianto, conforto.
Lava ciò che è sporco,
bagna ciò che arido,
sana ciò che sanguina;
piega ciò che è rigido,
scalda ciò che è gelido,
drizza ciò che è sviato.
Dona virtù e premio,
dona morte santa,
dona gioia eterna.
Amen”.
Grazie!
E adesso, chiedo al Signore che benedica tutti voi, benedica tutti i lavoratori, gli imprenditori, i disoccupati. Ognuno di noi pensi agli imprenditori che fanno di tutto per dare lavoro; pensi ai disoccupati, pensi ai lavoratori e alle lavoratrici. E scenda questa benedizione su tutti noi e su di loro.
[Benedizione]

Grazie tante!

* Fonte: Vaticano

sabato 27 maggio 2017

LEGGE ELETTORALE: PERCHÉ NO AL MODELLO S/PROPORZIONALE TEDESCO

[ 27 maggio 2017 ]

Giorni addietro nell'articolo "Porcata alla tedesca", mettevamo in evidenza come lo sbarramento elettorale al 5% equivalesse de facto ad un grosso e grasso premio ai partiti maggiori.

Lo dicevamo agli amici a Cinque Stelle, che  che il modello tedesco sia accettabile —singolare sintonia con berluscones e renziani. Posizione purtroppo ribadita proprio ieri sul blog delle stelle.
Che invece quel modello sia un proporzionale camuffato, una truffa, ce lo ricorda candidamente il Corriere della Sera di ieri, con un articolo istruttivo di Dino Martirano. Leggiamo:
«Lo sbarramento al 5%, sotto il quale i partiti non hanno rappresentanza, produce un "premio" per le forze politiche più grandi. Si chiama "Tasso di disproporzionalità". il 22 settembre del 2013, la Cdu di Angela Merkel ottenne il 41% dei consensi nelle urne ma il suo partito ha avuto una rappresentanza parlamentare dl 49% grazie ai vuoti nell'emiciclo lasciati dai piccoli. i piccoli hanno lasciato nel frezeer ben il 15% dei voti utilizzati in buona parte per rimpinguare il gruppo Cdu».
NO! quindi ad un modello SPROPORZIONALE, spacciato per "proporzionale".

A maggior ragione se esso verrà "renzusconizzato".

Qui sotto la dichiarazione della Confederazione per la Liberazione Nazionale (CLN)




No a nuovi imbrogli
Per una legge elettorale proporzionale
Dichiarazione del Coordinamento della Confederazione per la Liberazione Nazionale
26 maggio 2017



A sei mesi dal referendum che ha rottamato la truffa dell'Italicum il PD ci riprova. Stavolta con una sorta di nuovo Mattarellum, addirittura peggiorativo della pessima legge che, nel 1993, aprì la strada alla Seconda Repubblica voluta dalle oligarchie finanziarie. Il peggioramento sta sia nell'eliminazione dello scorporo (che renderebbe ancor più maggioritario il sistema), sia nella determinazione dei seggi della quota proporzionale in base ai voti dei collegi uninominali (un enorme premio ai potentati locali, siano essi di carattere economico, clientelare o mafioso).

La forzatura di Renzi, e del sistema di potere che lo sostiene, va denunciata con forza. Poiché il Pd non ha i consensi per governare, si vuol trasformare una minoranza del 30% in una maggioranza assoluta. Poiché i partiti sistemici, quelli fedeli ai poteri economici nazionali ed esteri, sono tutti in declino, ecco che ci si inventa un sistema per tenerli a galla in ogni modo.

Tutto ciò è tanto più grave alla luce di tre fatti:

Il primo è che la riproposizione di un sistema maggioritario cozza frontalmente con la volontà popolare espressasi con tanta nettezza nel voto del 4 dicembre, con il quale gli elettori si sono pronunciati per una democrazia parlamentare basata sul principio della rappresentanza.

Il secondo è che si chiama a legiferare su questa decisiva materia un parlamento delegittimato, eletto con una legge dichiarata incostituzionale, formato in larga parte da deputati pronti a vendersi al miglior offerente per mettere magari in piedi risicatissime maggioranze, unicamente finalizzate a mandare in porto l'ennesima legge truffa.

Il terzo è che, al di là della sentenza pasticciata sull'Italicum, la stessa Corte Costituzionale ha più volte affermato la necessità di tutelare i principi della rappresentanza e dell'uguaglianza del voto, esattamente quelli che ci si vuol mettere sotto i piedi ancora una volta.

Chiari sono dunque i motivi per opporsi con tutte le forze al nuovo progetto truffaldino congegnato da Renzi e dalle èlite al potere. Ma il problema non è solo il Pd. Se la Lega salviniana si è messa a far da sponda al disegno renziano, ancor peggio fanno i Cinque Stelle con la loro proposta (esplicitata sia da Di Maio che da Grillo) di ripristinare l'Italicum, abbassandone addirittura al 35% la soglia per ottenere il premio di maggioranza al primo turno.

Ora, siccome le contraddizioni presenti tra e nelle forze politiche sono comunque notevoli, è possibile che si arrivi alla fine al cosiddetto "sistema tedesco" voluto dal redivivo Berlusconi. Un'ipotesi che trova estimatori anche in luoghi apparentemente insospettabili (vedi, ad esempio, le dichiarazioni del segretario di Sinistra Italiana).

E' quello tedesco un sistema democratico? No, non lo è. Lo sbarramento al 5% non solo terrebbe fuori dal parlamento forze politiche con 2 milioni di voti, ma determinerebbe di nuovo una forte accentuazione maggioritaria nella distribuzione dei seggi. Non solo, è pressoché certo che quel sistema verrebbe in qualche modo "italianizzato", o meglio "renzizzato" e "berlusconizzato" per favorire con trucchi e trucchetti i contraenti di questa possibile intesa.

In conclusione, la nuova legge truffa può assumere forme diverse, ma tutte volte a garantire gli attuali assetti di potere, a svuotare ancor di più la funzione del parlamento, a tenere a debita distanza dai palazzi dove si prendono le decisioni le istanze ed i bisogni popolari.

Per contrastare al meglio questo disegno oligarchico bisogna dire con chiarezza che l'unico sistema elettorale democratico è quello proporzionale. Occorre dunque contrapporre il principio della rappresentanza al dogma antidemocratico della "governabilità". E bisogna anche ricordare che le classi dominanti vogliono stravolgere quel principio democratico non tanto per ottenere la certezza di avere un governo, quanto piuttosto per assicurarsi che si tratti di un loro governo.

La Confederazione per la Liberazione Nazionale (CLN), nel denunciare il disegno antidemocratico in corso, figlio di una degenerazione della politica italiana del tutto funzionale al dominio delle oligarchie euriste di Berlino, Bruxelles e Francoforte, dice dunque no ad ogni forma di legge maggioritaria e sì invece al ritorno ad una legge elettorale proporzionale. Quella che non a caso vide la luce in parallelo con la Costituzione Repubblicana del 1948.


APPROVATO IL CETA, ALLA CHETICHELLA di Guido Rossi

[ 27 maggio 2017 ]

L’ultimo consiglio dei ministri ha approvato ddl di ratifica del trattato di libero scambio con il Canada, un provvedimento dalle nefaste ripercussioni di cui nessuno dei grandi e piccoli media nazionali ha dato notizia

E’ arrivato il CETA (COMPREHENSIVE ECONOMIC AND TRADE AGREEMENT), ma non ditelo in giro. Il governo ha approvato il disegno di legge per la sua ratifica ed attuazione, ossia per l’accordo economico e commerciale tra l’Unione europea e il Canada. Ma piano – per favore! – non strillatelo. Eh già, perché il temuto trattato, firmato lo scorso 30 ottobre a Bruxelles e ratificato dal parlamento europeo questo febbraio sta per arrivare al parlamento italiano. Chi lo dice? Il consiglio dei ministri che si è riunito mercoledì sera in fretta e furia e senza neanche un minuto di preavviso; quel cdm di cui i rappresentanti solitamente si affrettano a propagandare i risultati e per il quale invece non è stata convocata neanche l’ombra di una conferenza stampa. E come mai, c’è da chiedersi, neanche il più ridicolo e scarso dei media (provare per credere? Fatevi un giro su google) ha dato questa notizia di epocale importanza? Perché è meglio farlo passare in sordina, o perché forse questo “gran valore” economico non lo ha? Per entrambi i motivi.

Scopo dell’Accordo – si legge nel comunicato del governo – “è stabilire relazioni economiche avanzate e privilegiate, fondate su valori e interessi comuni, con un partner strategico”. Si creano nuove opportunità per il commercio e gli investimenti tra le due sponde dell’Atlantico – si legge ancora – “grazie a un migliore accesso al mercato per le merci e i servizi e a norme rafforzate in materia di scambi commerciali per gli operatori economici”. Accidenti, che grande occasione, addirittura la sola Italia potrebbe beneficiare in termini di maggiori esportazioni verso il Canada “per circa 7,3 miliardi di dollari canadesi”. Ripetiamolo insieme: sette miliardi. Per avere un’idea, l’IMU che noi italiani abbiamo pagato sui nostri immobili, nel solo 2016, è costata 10 miliardi di euro; circa la stessa cifra è stata spesa dal governo Renzi per pagare i famigerati “80 euro”. Il governo Gentiloni ha recentemente “salvato” il sistema bancario creando con estrema facilità un fondo da 20 miliardi di euro. Di esempi se ne potrebbero fare a bizzeffe, ma il concetto è chiaro: questo accordo economicamente non vale la carta su cui è stampato, e il problema maggiore è che a fronte di un così ridicolo guadagno – nemmeno sicuro, considerato che si tratta di stime – stiamo per svendere completamente la nostra nazione, e non è un esagerazione. Perché ciò che più fa male è che i nostri governanti si affrettino a specificare come l’accordo “garantirà comunque espressamente il diritto dei governi di legiferare nel settore delle politiche pubbliche, salvaguardando i servizi pubblici (approvvigionamento idrico, sanità, servizi sociali, istruzione) e dando la facoltà agli Stati membri di decidere quali servizi desiderano mantenere universali e pubblici e se sovvenzionarli o privatizzarli in futuro”. Peccato che la cosa, oltre a suonare palesemente come una “escusatio non petita”, è oltremodo falsa.

Spieghiamoci. E’ vero che “espressamente” il testo del Ceta – nelle sue premesse – “riconosce” agli Stati membri il diritto di prendere autonome decisioni in materie di interesse pubblico come appunto la sanità e il resto, ma in maniera altrettanto precisa descrive il funzionamento del “dispute settlement”, ossia di un arbitrato internazionale cui una “parte” (che può essere uno Stato ma anche un’azienda che opera sul suo territorio) può fare ricorso in caso sia in disaccordo con decisioni prese da altre parti. Tradotto, un’altra nazione o peggio una semplice società, spesso multinazionale, può impugnare una decisione di uno Stato anche quando adottata “nel diritto di legiferare nel settore delle politiche pubbliche”, qualora questa vada a “discriminare” il business dell’azienda. Il funzionamento di questo “tribunale privato” fa diretto richiamo al DSS, identico strumento previsto dall’Organizzazione Mondiale del commercio (o “WTO”, accordo simile al Ceta ma su scala globale). Quest’ultimo prevede la selezione di un “panel” di giudici, composto da esperti provenienti solitamente dal mondo della consulenza privata (esatto, delle multinazionali) o da atenei altrettanto privati. Il panel redige un rapporto contenente la propria opinione circa l’esistenza o meno di un’infrazione alle regole del WTO.

Esso non ha la forza legale di una vera e propria sentenza eppure la procedura di appello ha una durata massima prevista in novanta giorni, e la sentenza, dopo l’approvazione, è definitiva. Sintetizzando: l’Organizzazione Mondiale del Commercio (cui l’Europa e l’Italia hanno aderito da più di vent’anni, nel 1995) ha fini prettamente economici e finanziari; gli Stati, si dice, sono sovrani, eppure i principi che regolano gli scambi internazionali sono al di sopra delle leggi nazionali, ed internazionali; in caso di controversie, le parti (non gli Stati in realtà, quanto le società multinazionali “discriminate”) possono rivolgersi al WTO e chiedere se sia giusto o meno non applicare il suo regolamento; il WTO, privato e- sicuramente -imparzialissimo, emette la sentenza, che, per carità, non ha forza legale vera e propria (non essendo un vero tribunale), però è ad ogni modo inappellabile e definitiva. Democraticamente. E quel che è previsto per il Wto vale per il CETA. Il tribunale del WTO è stato mai adito per questioni sugli scambi internazionali? Oh sì! Solo gli Stati Uniti sono stati coinvolti in più di 95 casi contro società private, e di questi processi gli USA, in qualità di nazione, ne ha persi 38 e vinti appena 9. Gli altri o sono stati risolti tramite negoziazioni preliminari oppure sono ancora in dibattimento. In circa 20 casi il Panel addirittura non è mai stato formato, e la maggior parte dei processi che hanno perso riguarda livelli di standard ambientale, misure di sicurezza, tasse e agricoltura.

Questo panegirico forse può risultare oscuro pertanto è utile fare una semplificazione: lo Stato italiano, al contrario di quanto dice il governo Gentiloni, non può decidere autonomamente alcunché, prima di tutto perché fa parte dell’Unione europea e ha siglato accordi comunitari come il Patto di stabilità e il fiscal compact, oltre a far parte di un’unione monetaria, quindi di partenza non ha alcun potere decisionale in termini di politiche monetarie, fiscali, economiche e sociali. Secondo poi, pur godesse di una simile sovranità, comunque rischierebbe di trovarsi contro cause miliardarie– private –e di perderle, con tanti saluti al “potere politico”. Quel che allora il misero comunicato stampa del consiglio dei ministri dice in parte è vero, ossia che il governo può “decidere quali servizi mantenere universali e pubblici e se sovvenzionarli o privatizzarli in futuro”. Scopo dell’accordo è infatti di liberalizzare completamente qualsivoglia tipo di merce o servizio, inclusi quelli che teoricamente uno Stato soltanto dovrebbe garantire, e che invece già stanno finendo in mano ai privati (cliniche sanitarie, scuole, ecc ecc), in un mondo che sempre più sarà alla portata di poche persone e tasche. Ed ecco che la nostra carta Costituzionale si trasforma in carta igienica.

Quanto alle “potenzialità” di esportazione la nostra bella Penisola, da sempre caratterizzata da una grande vocazione all’export, già da tempo ha incrementato la vendita dei propri beni all’estero. Siamo più competitivi? Facciamo cose migliori? Ne più ne meno come prima, semplicemente gli italiani non hanno più una lira (i consumi domestici sono drasticamente calati, grazie a politiche iniziate da Mario Monti che in una celebre intervista ammise di “distruggere la domanda interna”) e quindi le imprese (quelle che non hanno chiuso) si sono arrangiante puntando ancor più sui mercati forestieri; solo pochi giorni fa l’Istat ha registrato nei suoi dati la “morte” della classe media italiana. Nel frattempo, visto che le merci di qualità come quelle nostrane non ce le possiamo permettere, nei nostri negozi arrivano tonnellate di merce a basso costo ma di pessima qualità che viene assoggettata a controlli scarsi o addirittura nulli, poiché già siamo in un’unione di libero scambio, l’Unione europea, che stiamo per estendere al Canada. Inutile dire che simili politiche danneggiano direttamente le nostre imprese, dunque il lavoro e in generale il benessere del nostro popolo. Tutto questo per – forse – sette miseri miliardi. Neanche i 30 denari di Giuda.

venerdì 26 maggio 2017

LA FASE STORICA IN CUI SIAMO E LA NOSTRA STRATEGIA POLITICA (seconda parte) di Manolo Monereo

[ 26 maggio 2017]

La prima parte QUI.

«Non v'è nulla di arbitrario nella speranza. E’ costruzione dal reale e dal concreto. Si genera speranza nelle lotte di tutti i giorni, nei fallimenti, nelle piccole vittorie e nel che fare quotidiano. In sostanza, dare un senso alla vita e lottare per ottenerlo. Siamo l'unico animale che deve dare un senso al vivere e lottare per esso. La nostra crisi è crisi di civilizzazione e il pericolo ci perseguita. Il nodo che intreccia la crisi ecologico-sociale con la decadenza economica e la guerra deve essere tagliato. Non possiamo credere, come Hölderlin, che "dove c'è il pericolo cresce ciò che ci salva". No, ci salverà invece un'azione cosciente, una speranza che combini grandi verità materiali che rendano degna la vita delle persone con verità spirituali che danno senso a ciò che facciamo. Comunità, appartenenza, come patria di tutti i giorni e azione collettiva per un mondo abitabile e giusto. Pietro Barcellona ci disse più e più volte: il difetto più grande degli intellettuali è sempre l'élitarismo e il disprezzo per la gente comune».

3. Governare nella periferia dell'Unione europea: la strategia dei poteri sociali e la
costruzione nazional-popolare

La grande sfida di Podemos è stata, fin dall'inizio, il suo impegno chiaro, la sua pretesa di essere una forza politica con volontà di governo e di potere. Di fatto, il combattimento reale, quello che segna la congiuntura attuale, è la disputa per l'egemonia nella sinistra. Il problema si potrebbe porre così: cosa significa governare in un paese periferico dell'Unione europea egemonizzata dallo Stato tedesco? Da un altro punto di vista: quale potere reale ha la democrazia spagnola per promuovere un progetto politico, sociale ed economico alternativo al neoliberismo dominante nell'UE?

La domanda non è facile e ha molti aspetti. Per iniziare, converrà tenere conto che l'UE è stata il modo in cui la globalizzazione è stata applicata in una parte del nostro continente. Questo non è il luogo per aprire un dibattito approfondito sulla natura dell'UE, del sistema dell'euro e del ruolo della Germania. Basterà indicare che l'Unione europea appare come una forma di dominio politico che gestisce gli interessi generali del capitale, che organizza e dirige le classi dirigenti dei vari paesi e che assicura un tipo specifico di capitalismo che, per brevità, chiamiamo neoliberismo. La chiave è sempre stata quella di espropriare la sovranità monetaria ed economica degli Stati in un doppio processo di "depoliticizzazione" della politica economica e di "naturalizzazione" dell'economia, come Jacques Sapir ha sottolineato molti anni fa. Era il nucleo del progetto difeso da Von Hayek, l'Europa federalizzata che sottrae alla sovranità popolare  la politica economica e il controllo sull'economia, imponendo uno Stato minimo alle diverse nazioni e, questo spesso si dimentica, che impedisce la costruzione di Stati Uniti d'Europa, vale a dire uno stato europeo in senso stretto.

L’esperienza di Syriza insegna molto. Si davano almeno due alternative: eseguire una serie di politiche che, in un modo o nell'altro, fossero funzionali ai parametri prevalenti nell'Unione o uscire dall'Unione e dall'euro con un processo più o meno unitario. Ci sarebbe una terza posizione un po' più complessa, vale a dire, l’attuazione di politiche che avrebbero potuto mettere in discussione il modello neoliberista e che anche, in una forma o in un'altra, avrebbero finito per scontrarsi con i poteri dominanti dell’Unione, innescando una dinamica sociale e politica che avrebbe organizzato i settori popolari in difesa di un governo legittimo con un programma democratico al servizio delle maggioranze e delle classi lavoratrici. La chiave, il vero problema per tutti i paesi del sud  della UE è lo stesso, l'UE si configura in ultima ratio, come un ostacolo di dimensioni enormi a cambiamenti politici, sociali ed economici che mettono in discussione il modello neoliberista.

Il modello di integrazione proprio della UE lo si riconosce dal modo come essa si pone davanti all'ipotesi di un governo che dichiara di voler difende i diritti sociali, la democratizzazione dell'economia e la sovranità popolare. 
L'europeismo delle classi dominanti è qui che ha il suo vero fondamento: assicurare che nessun governo possa sfidare il capitalismo neoliberista e, ciò che è fondamentale, lo Stato tedesco come custode, guardiano dell'Unione europea. Per dirla con più precisione: in epoche precedenti la paura era quella di un colpo di stato militare organizzato dalle forze armate, sotto la supervisione di una NATO guidata dagli Stati Uniti. Oggi il colpo di stato lo compie la Banca Centrale Europea, lo organizza la Troika e lo effettua lo Stato tedesco, sempre, mantenendo le classi dominanti dei diversi Stati come alleati strategici. La Germania fa il lavoro sporco che nessuna borghesia del sud della zona euro potrebbe realizzare da sola, in cambio si garantisce predominio economico e supremazia politica.

Gli obiettivi delle forze popolari e democratiche del sud dell’Unione hanno molto a che fare con i programmi dei Comitati di Liberazione Nazionale e sociale dei movimenti di resistenza al nazifascismo europeo. Occorre ricostruire lo Stato su nuove basi, dotandolo di potere per regolare l'economia, sottomettere i poteri finanziari parassitari e assicurare politiche che garantiscano la piena occupazione, la redistribuzione del reddito e i diritti sociali. C’è da rifondare la democrazia dando nuovo slancio al potere costituente del popolo, con riforme costituzionali che rafforzino il costituzionalismo sociale e che
garantiscano l'efficacia dei diritti fondamentali, che impediscano che ci siano poteri sovraordinati rispetto alla sovranità popolare democraticamente organizzata. Una democrazia, per farla breve, di donne e uomini liberi e uguali impegnati per la giustizia e una relazione armonica con la natura.

Il tempo guadagnato, lo hanno sottolineato con forza W. Streeck e in un certo senso Colin Crouch, è quello che serve per evitare lo scontro tra democrazia così come la conosciamo e il capitalismo realmente esistente. Il capitalismo come problema appare dove meno te lo aspetti, vale a dire, per il peso delle sue proprie contraddizioni e per l’enormità del suo trionfo. Si può dire che il capitalismo ha minato le basi sociali che lo hanno reso possibile e che, ora senza nemici, non tiene specchio dove guardarsi né meccanismi autocorrettivi che lo guidino. Il paradosso è grande e con conseguenze strategiche importanti. Ciò che è fondamentale non può essere trascurato: la questione del nostro tempo, il centro nodale del conflitto, è la contraddizione sempre più forte tra democrazia e capitalismo. Non è la prima volta, ma può essere l'ultima.

Dobbiamo tornare alla domanda radicale: che cosa significa governare qui e ora? Nella nostra tradizione si è sempre posta  una distinzione tra accesso al governo e conquista del potere. Il problema di oggi è, se si vuole, più profondo, più difficile: i governi hanno meno potere, perché non dirigono Stati sovrani, i poteri reali risiedono fondamentalmente nella UE e questa ha meccanismi coercitivi per imporre ad ogni Stato l’attuazione di politiche economiche neoliberiste. Per dirla in altro modo, l'unica opzione che offre l'Unione europea è quella di scegliere la forma più adeguata per applicare la sue ricette neoliberiste, e questo sempre sotto la supervisione della Commissione e sotto la minaccia di sanzioni.

Molti anni fa, nel pieno del dibattito sul Programma Comune francese, l'economista S. Ch Kolm disse che quando la sinistra arrivava al governo finiva sempre per dover scegliere tra perire o tradire; perire, per la sua incapacità di condurre una sana politica economica; tradire, per rinunciare ad una parte sostanziale del suo programma, o per inadeguatezza rispetto all’esistente o per la forza dei poteri dominanti. Ma in questa Unione europea, la Grecia di Syriza sembra essere diversa: tradire e perire. Nell'Unione europea si dà una politica e una sola, tutto il resto sono sogni ad occhi aperti e diverse modi di ingannarsi.

Il problema rimane quindi il potere. Un governo democratico deve accumulare potere, creare ed organizzare potere contro la troika; deve fare passi intelligenti e coraggiosi che gli diano più autonomia macroeconomica; deve definire una serie di proposte sociali possibili, volte ad aumentare il potere dei lavoratori e dei sindacati; organizzare una fiscalità realmente progressiva e lottare contro la frode e l'elusione; intervenire sulla povertà con strumenti efficaci e rapidi come il reddito o il lavoro garantito; creare le condizioni per un nuovo modello di sviluppo sociale ed ecologicamente sostenibile. La chiave è unire programma e costituzione dei soggetti politico-sociali. La dialettica soggetto-programma è essenziale. Il conflitto deve essere lo strumento, il mezzo che permetta di organizzare poteri sociali e il programma, il dispositivo che genera le condizioni per l’egemonia. Programma-soggetti-poteri sociali che definiscano un progetto nazional-popolare capace di sfidare il potere ad un’oligarchia finanziaria egoista, parassitaria e senza progetto di Paese. 
 
  
4. Alleanze, programma, partito: “volere è potere”

Non si da altra possibilità, si debbono fare tre cose in una volta, con più difficoltà: l'accelerazione del tempo, dei tempi politici e elettorali. Oggi Unidos Podemos rappresenta la più ampia alleanza elettorale dalla fine della seconda Repubblica —Podemos, Izquierda Unida, le Mareas galiziane e En Comun-Podem— con 71 deputati e 21 senatori, una significativa forza parlamentare impari dato il nostro sistema elettorale ingiusto e sleale. Cosa c'è dietro? I due principali problemi dalla cui risoluzione dipenderà in gran parte la soluzione dei dilemmi politici del paese: la "questione sociale e di classe" e la "questione nazionale", vale a dire, le rivendicazioni sociali e le esigenze nazionali per un nuovo progetto di Paese, per un nuovo tipo di Stato e un nuovo modello sociale più giusto ed egualitario. Tutto questo nel bel mezzo di una crisi estremamente grave del progetto della Ue.

Le alleanze sono sempre complesse, molto di più nel nostro caso quando esprimono fratture nazionali che cercano di costruire un nuovo Stato. L'alternativa federale è una vecchia aspirazione e sempre rinviata, che richiede riforme costituzionali molto profonde. La definizione del demos, quella del soggetto costituente stesso è problematica in sé e richiede mediazioni politiche complicate. Il fattore decisivo è la necessità di un programma comune che annodi il sociale ed il nazionale in un nuovo progetto Paese che recuperi la sovranità dello Stato per attuare politiche che assicurino un lavoro dignitoso, diritti sociali fondamentali per tutti e lo sviluppo del nostro debole Stato sociale. Quando parliamo di programma, come prima è stato indicato, si fa riferimento a un insieme di idee-forza coerentemente articolate, comprensibili dalla maggioranza, capaci di trasformare il senso comune e diventare una convinzione per cui si può combattere e impegnarsi.

"Volere è potere" è un vecchio adagio castigliano che significa che quando le persone s’impegnano per idee o progetti possono cambiare la realtà. Fondamentale è l'azione collettiva, l'organizzazione, la creazione di comunità, di appartenenza, di identità intorno ad un nuovo progetto collettivo. Nelle nostre società c'è sempre un deficit di soggettività. La rassegnazione e la passività rovinano tutto. Lo stesso discorso sulla corruzione è ambivalente. Da un lato, spinge all’indignazione contro il controllo esercitato dai poteri forti sulla politica fino a corromperla; d'altra parte, il fenomeno invita alla passività, il discorso che tutti sono uguali, che non c'è salvezza nella politica e che ognuno deve fare i conti con i propri guai provando a liberarsi individualmente. I poteri continuano nella loro vecchia strategia del ritorno alla democrazia censitaria espellendo le persone dalla politica.

Partito, programma e alleanze vanno riscattate nella loro originalità come una proposta democratico-plebea che cerca di unire, organizzare e dare un senso di appartenenza ad un nuovo blocco storico-culturale attorno ad un progetto politico di liberazione sociale. Ora, come sempre, un progetto chiaro, trasparente, intelligibile, comprensibile agito collettivamente e, questo è vitale, pubblicamente esemplare. La virtù repubblicana è sempre stata quella della difesa dell’etica pubblica che non ci considera angeli in un mondo imperfetto, ma uomini e donne liberi che credono che la politica ha un fondamento morale, incompatibile con la corruzione, con l'uso privato di beni pubblici, con i privilegi economici e sociali che non hanno nulla a che fare con l'esercizio di un servizio alla comunità. In breve, scegliere la migliore tradizione del movimento democratico-socialista, che incorporava nella vita pubblica gli umiliati e gli sfruttati, dando loro una voce e diritti e che tendeva a socializzare la vita pubblica. La chiave è sempre stata un impegno politico e di classe forte; organizzarsi e agire collettivamente; fare la grande politica per cambiare il mondo dalle fondamenta, per costruire una società giusta, egualitaria, libera dallo sfruttamento e dal dominio.

Per il partito Podemos ciò è molto difficile. Esso deve costruirsi nel bel mezzo di un'alleanza di cui è la spina dorsale e organizza; definire la struttura organizzativa tra scadenze elettorali e immaginando e inventando quadri e direzioni in battaglie politiche molto dure, a volte drammatiche. Essere partito senza cadere nel partitismo fazioso e vuoto, costruirsi dal basso senza allontanarsi da elettori e alleati; farsi nel conflitto sociale senza settarismo e aprire nuovi spazi più difficili e complessi. Ci sono tre problemi che richiedono un’attenzione immediata: a) i circoli (organizzazione di base), il loro funzionamento e il loro inserimento nel territorio, con un occhio alle elezioni locali che saranno decisive; b) la formazione rapida e sistematica di centinaia di quadri politici e amministratori pubblici; c) consolidare una squadra dirigente autorevole, capace, plurale e unita.

5. Epilogo. La speranza come problema

Non v'è nulla di arbitrario nella speranza. E’ costruzione dal reale e dal concreto. Si genera speranza nelle lotte di tutti i giorni,nei fallimenti, nelle piccole vittorie e nel che fare quotidiano. In sostanza, dare un senso alla vita e lottare per ottenerlo. Siamo l'unico animale che deve dare un senso al vivere e lottare per esso. La nostra crisi è crisi di civilizzazione e il pericolo ci perseguita. Il nodo che intreccia la crisi ecologico-sociale con la decadenza economica e la guerra deve essere tagliato. Non possiamo credere, come Hölderlin, che "dove c'è il pericolo cresce ciò che ci salva". No, ci salverà invece un'azione cosciente, una speranza che combini grandi verità materiali che rendano degna la vita delle persone con verità spirituali che danno senso a ciò che facciamo. Comunità, appartenenza, come patria di tutti i giorni e azione collettiva per un mondo abitabile e giusto. Pietro Barcellona ci disse più e più volte: il difetto più grande degli intellettuali è sempre l'elitarismo e il disprezzo per la gente comune.


* Fonte: Rebelion
** Traduzione a cura di SOLLEVAZIONE

NUMERO CHIUSO ALL'UNIVERSITÀ di Giovanni Paglia*

[ 26 maggio 2017]

Raccomandiamo ai lettori di leggere un'inchiesta di tempo addietro sulla GRANDE FUGA DALL'UNIVERSITÀ. Il crollo delle immatricolazioni è un sintomo dello sfascio sociale che vive l'Italia, del suo declino.
In questo contesto viene introdotto il NUMERO CHIUSO. Ecco qual è il disegno "folle" che c'è dietro...

L'introduzione del numero chiuso alla Statale di Milano segna un passaggio di fase che ricorderemo. Si dice infatti spesso che l'Italia in questi ultimi anni ha negato il futuro ai propri figli. È vero solo in parte.

Da un lato ha infatti permesso una ristrutturazione selvaggia della propria base produttiva, accettando sostanzialmente di uscire dalla fascia alta del mondo globalizzato, per posizionarsi su una più comoda fascia intermedia. Questo significa aver meno bisogno di capitale finanziario e umano, essere inseriti in condizioni subordinate nella catena di produzione di valore, avere la necessità di manodopera a basso costo, dover ridurre il peso del welfare.

Dall'altro ha continuato, seppur fra difficoltà crescenti, a garantire ai giovani la possibilità di accedere a costi relativamente contenuti a un'istruzione di livello universitario di buona qualità, poco spendibile sul territorio nazionale, ma certamente non all'estero.

Mentre si creava il deserto in Italia, si continuava a garantire un buon passaporto a chi volesse lasciarla. Se ce la fai, studia e vattene: questo è stato
il vero patto generazionale degli ultimi anni, e ha funzionato, perlomeno sotto il profilo della stabilità sociale e politica.

È un fatto noto che la nostra vera classe dirigente viva e lavori prevalentemente all'estero, costretta a disinteressarsi del destino collettivo del paese d'origine.

Il problema di questo sistema è che non può protrarsi all'infinito, perché una base improduttiva impoverita in regime di mercato globale non regge lo sforzo fiscale necessario ad alimentare un sistema di istruzione e ricerca che le è sostanzialmente inutile. D'altra parte anche l'importazione dall'estero di lavoratori a basso costo e media scolarizzazione prima o poi incontra un limite sia interno che esterno.

Si arriva quindi alla doppia necessità di rilanciare l'istruzione tecnico-professionale superiore e tagliare drasticamente l'accesso all'Università. Quello appunto che sta accadendo, sotto la copertura retorica insopportabile del "saper fare".

Le ragioni del merito, evidentemente, non sono minimamente dirimenti, se non nella retorica di politica e apparati mediatico-accademici che farebbero un altro mestiere secondo qualsiasi concezione meritocratica.

Il punto è strettamente politico e attiene al modello di società che abbiamo in mente, alla distribuzione del potere, al rapporto fra classi e ceti sociali. Le attuali classi dirigenti non hanno alcun obiettivo collettivo, se non la perpetuazione della rendita per chi ne possiede una e la valorizzazione delle singole eccellenze produttive nel sistema della concorrenza globale.

Non ci si può aspettare niente da loro e niente ci daranno, se non il peggioramento continuo delle condizioni di vita. Dovrebbero emergerne di nuove, che ripartano dal desiderio di ribaltamento del capitalismo all'italiana, recuperando la necessità di una direzione politica dell'economia e quindi dell'intervento diretto dello Stato, come condizione di una nuova via alta allo sviluppo. Questo tuttavia comporta la necessità di un vecchio arnese: il partito.

Consiglio a tutti e a me stesso di rileggere Gramsci nelle prossime settimane, per farne uso nei prossimi mesi.

* Deputato di Sinistra Italiana
** Fonte: Huffington Post

ALITALIA: DOMANI IN PIAZZA A ROMA

[ 26 maggio ]

GIÙ LE MANI DA ALITALIA 
GIÙ LE MANI DALL'ITALIA

MANIFESTAZIONE 27 MAGGIO

 ORE 16 AL COLOSSEO
SARANNO TANTE LE REALTÀ DI LAVORATORI IN LOTTA 
UNITI SI VINCE!

No a svendita, licenziamenti e riduzione dei salari
Si alla NAZIONALIZZAZIONE




giovedì 25 maggio 2017

EURO: LA PAZZA IDEA DI FASSINA di Enrico Grazzini

[ 25 maggio ]

Scrive Grazzini tirando in ballo Fassina:"La sinistra si gingilla ancora con l’ipotesi fantasiosa ed irrealizzabile dello scioglimento ordinato dell’euro". Concordiamo. E tuttavia, la soluzione proposta, quella della moneta fiscale, non ci pare vada alla radice. E' un palliativo, fermo restando che a volte i palliativi possono essere necessari. Serve la piena sovranità monetaria e politica.


«Nel suo recente intervento sul Sole 24 Ore il parlamentare ed economista Stefano Fassina critica radicalmente (e giustamente) l’euro come prodotto nocivo del mercantilismo tedesco. Poi suggerisce una serie di (improbabili) riforme dell’eurozona:introduzione di avanzati standard sociali e ambientali, equiparazione dei poteri della Banca Centrale Europea a quelli della Federal Reserve americana, meccanismi punitivi per i saldi commerciali in surplus (per esempio della Germania), incremento degli investimenti pubblici al di fuori dei vincoli sui deficit, conferenza europea per la sostenibilità dei debiti sovrani, ecc, ecc[1].

In conclusione, dal momento che lo stesso Fassina è molto scettico sulle possibilità di euroriforma, e ritiene (come Joseph Stiglitz nel suo ultimo libro sull’euro[2]) che la Germania non accetterà alcuna riforma sostanziale della moneta unica europea, allora, alla fine, propone lo scioglimento concordato dell’eurozona.

Scrive Fassina: “In assenza di correzioni, per evitare il naufragio, il Titanic Europa deve provare a negoziare un piano B per il divorzio amichevole per tutti gli sposi senza rotture unilaterali della moneta unica”. Insomma: un divorzio amichevole, tra coniugi che rimangono amici cordiali e si spartiscono con grande correttezza i beni comuni.

In economia come in politica mai dire mai: tuttavia – al di fuori della tattica diplomatica e della retorica del discorso politico – questa soluzione appare del tutto improbabile se non incredibile. E desta stupore che venga suggerita dal maggiore esperto di economia e di finanza della Sinistra Italiana! L’eurozona non si scioglierà con un minuetto e un gentile e raffinato ballo di corte! Credo che lo scioglimento ordinato dell’euro non ci sarà. E’ assai probabile invece che, di fronte alla prossima crisi finanziaria, l’euro crolli come potrebbe franare fragorosamente un muro senza cemento. Trascinando nel crollo le economie più deboli e impreparate.

Ma che l’euro si dissolva in maniera regolata grazie a decisioni prese in pacate e serene riunioni di 19 ministri finanziari, di 19 primi ministri e capi di stato europei, appare impensabile.

L’euro è diventato lo strumento dell’egemonia tedesca sull’Europa. Grazie all’euro e alle sue politiche di riduzione dei salari interni – dovute al piano Hartz promosso dal socialista Gerhard Schröder - la Germania è diventata la potenza egemone in Europa. Perché il governo popolar-socialdemocratico della signora Merkel e del socialista Sigmar Gabriel dovrebbe concordare lo scioglimento dell’eurozona? Per fare un favore ai “terroni europei”, cioè ai cosiddetti PIGS (i maiali del sud, Portogallo, Italia, Grecia, Spagna)? Il governo tedesco non andrà mai contro il suo interesse nazionale e nazionalistico: qualunque sarà la sua composizione dopo le elezioni del prossimo settembre, non accetterà uno scioglimento ordinato dell’eurozona.

Wolfgang Schäuble, l’ineffabile ministro delle finanze germaniche, sta progettando di trasformare l’European Stability Mechanism in una specie di Fondo Monetario Europeo che attui nei paesi in difficoltà, come appunto l’Italia, la dura politica del Berlin Consensus: taglio netto e deciso delle spese pubbliche e dei salari per pagare i debiti alle nazioni europee più forti. Privatizzazioni. Chi non si adegua verrà buttato fuori dalla moneta unica. E Fassina propone lo scioglimento ordinato dell’Eurozona? Ma quando mai?

L’euro è troppo conveniente per la Germania. E troppo nocivo per l’Italia. Grazie ai vincoli dell’euro imposti dal trattato di Maastricht sotto dettatura tedesca, l’Italia non può fare deficit di bilancio e investimenti pubblici per rilanciare la sua economia. Sta vendendo e ha venduto le sue maggiori industrie e le sue banche al capitale internazionale, francese, tedesco, anglosassone, cinese.

Grazie allo statuto della BCE deciso a Maastricht – statuto che impedisce alla stessa BCE di acquistare i titoli di stato dei Paesi in deficit -, i titoli pubblici italiani sono sempre nel mirino della speculazione, mentre i capitali fuggono verso i ben più sicuri titoli tedeschi. Così lo stato tedesco può raccogliere ingenti capitali esteri pagando interessi zero.

Grazie all’euro, l’Italia non può più svalutare e riallineare i suoi prezzi a quelli dei concorrenti. Grazie all’euro, lo stato italiano non può più ripagare i suoi debiti in valuta nazionale debole, ma li deve invece pagare in una valuta straniera (l’euro) forte. Grazie all’euro forte – rispetto alla debole lira – l’Italia deve frenare le sue esportazioni.

La Germania è il principale paese concorrente dell’Italia: perché l’industria tedesca e i politici nazionalisti tedeschi dovrebbero farci il favore di sciogliere ordinatamente l’euro rinnegando addirittura Maastricht? Piuttosto, quando l’euro cadrà, il governo tedesco cercherà di fare pagare molto caro ai concorrenti italiani il crollo della valuta unica europea; approfitterà della crisi italiana così come ha approfittato della crisi greca (che hanno in gran parte provocato e amplificato) per mettere in ginocchio il concorrente.

A suo tempo giustamente Fassina, per difendere la possibilità che l’Italia uscisse dalla camicia di forza dell’euro, ha rivendicato il fatto che anche il principale scienziato sociale italiano, il compianto Luciano Gallino, fosse per l’uscita dell’Italia dall’euro[3].

Fassina tuttavia non ha contemplato nel suo intervento sul Sole 24 Ore la possibilità di perseguire la soluzione che proprio Gallino su Micromega aveva previsto in alternativa allo scioglimento dell’euro e all’Italexit: la moneta fiscale[4].

La moneta fiscale può essere decisa in piena autonomia dal Parlamento e dal Governo italiano senza dovere chiedere il permesso a Berlino o a Bruxelles o a Francoforte. E può essere adottata senza uscire dall’euro, e quindi senza provocare una pericolosa crisi sociale e politica.

La moneta fiscale è un progetto che Gallino ha promosso nell’ultimissima parte della sua vita per uscire dalla trappola della liquidità e dalla crisi. Forse, al posto di sognare una soluzione pacifica e concordata tra i gentiluomini della finanza e della politica dei 19 diversi paesi europei, Fassina farebbe bene a prendere in maggiore considerazione il progetto avanzato da Micromega e dallo stesso Gallino nell’ebook “Per una moneta fiscale gratuita. Come uscire dall’austerità senza spaccare l’euro”.

Tra l’altro il progetto di moneta fiscale prevede di assegnare in media a ogni famiglia Titoli di Sconto Fiscale per 90 euro al mese. I lavoratori e le famiglie del ceto medio farebbero salti di gioia se finalmente – a parte la mancetta degli 80 euro del governo Renzi (che tuttavia ha fruttato al PD il 40% dei voti alle scorse elezioni europee) – qualcuno di sinistra proponesse di aumentare i redditi monetari delle famiglie falcidiati dall’austerità. E la moneta fiscale potrebbe trovare ottima accoglienza non solo in Italia ma in Europa.

Eppure la sinistra si gingilla ancora con l’ipotesi fantasiosa ed irrealizzabile dello scioglimento ordinato dell’euro. Senza considerare che, se anche la Germania ci facesse il favore di concordare con noi e con gli altri paesi una gentile disdetta dalla moneta comune, i mercati finanziari e valutari ci farebbero subito pagare comunque molto caro lo scioglimento. La speculazione si scatenerebbe subito, e anche in anticipo, di fronte alla “caduta ordinata” dell’euro: non ce la farebbe passare liscia.

Ripeto: perché Fassina, Sinistra Italiana e tutto l’arco variegato della sinistra nazionale, non valutano meglio la proposta di moneta fiscale di Micromega? Forse è l’unica possibilità concreta, realizzabile e veramente efficace per fare uscire l’Italia e il lavoro dalla crisi».

* Fonte: Micromega

NOTE

[1] Sole 24 Ore, Stefano Fassina “Necessario un piano B per il divorzio amichevole”, 20 maggio 2017

[2] Joseph Stiglitz, “L’euro. Come una moneta comune minaccia il futuro dell’Europa”, Einaudi, 2017

[3] Vedi Fassina sul Manifesto del 3 settembre 2016: “Luciano Gallino, nel suo testamento politico, è stato rimosso anche dai discepoli più intimi: «Come (e perchè) uscire dall’euro ma non dall’Unione europea».

[4] Vedi eBook edito da MicroMega: “Per una moneta fiscale gratuita. Come uscire dall’austerità senza spaccare l’euro” a cura di Biagio Bossone, Marco Cattaneo, Enrico Grazzini e Stefano Sylos Labini, con la prefazione di Luciano Gallino.

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