lunedì 28 dicembre 2015

RAMADI RESISTE ANCORA di Campo Antimperialista

[ 28 dicembre ]

«Ramadi è stata liberata e le unità anti-terrorismo delle forze armate hanno issato la bandiera irachena sul palazzo del governo». Questa la pomposa dichiarazione del generale Yahya Rasool alla Tv di stato irachena questa mattina. Gli ha subito fatto eco il colonnello americano Steve Warren:
«La conquista del centro governativo di Ramadi è un significativo successo, risultato di diversi mesi di duro lavoro».

Esultano, assieme al governo filo-iraniano di Baghdad, tutte le centrali imperialiste dell’Occidente. Se ne ha una prova aprendo le pagine dell’edizione odierna di tutti i quotidiani, nessuno escluso. Stessa musica sulle TV. Canta vittoria addirittura il babbeo, alias Ministro degli esteri italiano.

In verità l’offensiva delle forze speciali irachene (pare sostenute da mercenari di tribù sunnite assoldate dal governo), dopo scontri durissimi ed a fronte di una resistenza accanita (4-500 miliziani del Califfato hanno tenuto testa per due settimane a più di 10mila soldati nemici), si è fermata sulle rive dell’Eufrate, che taglia in due la città. La parte nord-orientale è infatti ancora saldamente in mano alle milizie del califfato.

Una mezza vittoria, dunque, per quanto importante, ottenuta grazie al contributo decisivo della supervisione e dell’aviazione americana (e quelle degli altri paesi occidentali che aderiscono alla coalizione anti-Stato Islamico: Gran Bretagna, Francia, Australia, Canada, Giordania) che ha martellato con devastanti bombardamenti le postazioni delle milizie dello Stato Islamico, aprendo così i varchi alla fanteria corazzata irachena per penetrare nel centro storico della città e proteggendola dunque dall’alto. 

Baghdad 22 luglio 2015: il Segretario alla Difesa Ashton Carter
coi comandi militari iracheni discute il piano di attacco su Ramad
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La conquista di Ramadi da parte dello Stato Islamico aveva seminato il panico tra le sgangherate fila dell’esercito iracheno. Il “pericolo” era che dopo Ramadi sarebbe toccato a Baghdad. Ciò che spinse la Casa Bianca ad abbandonare la linea ponziopilatesca del “lasciamoli scannare tra loro”, per passare a quella dell’intervento diretto contro il Califfato.

Detto fatto. In luglio Obama spediva a Baghdad il Segretario alla Difesa Ashton Carter [vedi foto accanto] per pianificare, fin nei minimi dettagli, assieme ai generali iracheni, la controffensiva su Ramadi. Pochi giorni dopo il portavoce del Pentagono spiegherà le ragioni per cui la riconquista di Ramadi, esattamente come chiedevano i generali iracheni, aveva la priorità su quella di Mosul.

Che l’ausilio militare americano sia stato determinante, lo negano solo certi complottisti islamofobi che sarebbero disposti a negare anche che la Terra è tonda pur di confermare la loro idea paranoide che lo Stato islamico sarebbe una “invenzione della Cia”.
«Un campo di battaglia, quello di Ramadi, sul quale gli americani avevano, però, con droni e satelliti, non solo una visione dall’alto che consentiva di coordinare al meglio le mosse a terra ma anche un dominio pieno dell’aria che ha permesso di mettere fuori gioco centinaia di jihadisti. (…) E’ evidente che gli attacchi aerei della coalizione guidata dagli Usa, notevolmente intensificatisi negli ultimi mesi in Iraq, ma anche quelli russi in Siria, hanno obbligato l’Is a fare i conti con problemi nuovi: dalla dislocazione delle forze su un fronte vasto alla logistica, dalla disponibilità di effettivi ai rifornimenti». [Renzo Guolo. Il triangolo sunnita e la via verso Mosul, La Repubblica del 28 dicembre 2015]
Ramadi: miliziani sciiti anti-Is
Guido Olimpio, gola profonda dell’intelligence, parla addirittura della presenza sul terreno, “… a fianco dei locali delle Special forces” a stelle e striscie.

Quanti civili, bambini donne e vecchi sono periti in questa offensiva? Quanti cittadini sono sfollati verso il deserto? Mai lo sapremo. Sono tutti figli di un Dio minore, anzi del demonio, colpevoli di aver accettato, nel maggio scorso, i miliziani dell’IS come liberatori. Colpevoli di aver raccolto la bandiera della Resistenza irachena contro l'aggressione americana del 2003.

  

Più precari, più sfruttati: benvenuti tra i lavoratori del Quinto Stato di Carlo Formenti

[ 28 dicembre ]

Sharing Economy - independent contractor - freelancing - Gig Economy - startup: più precari, più sfruttati, benvenuti tra i lavoratori del Quinto Stato

Il lavoro del futuro? 
Saremo tutti freelance, indipendent contractor o, per dirla con gli entusiasti italiani del lavoro “autonomo”, membri del Quinto Stato? Questa la tesi della Freelancers Union (FU) americana che, citando i risultati di uno studio condotto dalla stessa FU in collaborazione con la società Upwork —un’agenzia privata di collocamento che mette in contatto i freelance con i potenziali committenti (la parola padroni è politically incorrect)—, sostiene che negli Stati Uniti i freelance sarebbero ben 54 milioni (cioè un terzo abbondante della forza lavoro) e così commenta il dato:
«Stiamo entrando in una nuova era in cui il lavoro sarà a progetto, indipendente, appassionante, potenzialmente rischioso ma ricco di opportunità».
È una sinfonia che negli Stati Uniti risuona sempre più spesso, fra gli squilli di tromba di Uber, il marchio principe della Sharing Economy (ma c’è chi preferisce definirla Gig Economy), e dei giovani startupper del settore, come Marco Zappacosta, “l’italiano da un miliardo di dollari” felicemente sbarcato a Silicon Valley, convocato sempre più spesso da deputati e senatori che chiedono di essere illuminati sul futuro del lavoro.

Peccato che quel dato sia una clamorosa bufala, come spiega la giornalista dell’Huffington Post che dedica un articolo all’argomento. Un altro studio pubblicato dal sinistrorso Economic Policy Institute sostiene infatti che attualmente i freelance sono in realtà poco più di 18 milioni, in calo di oltre un milione e mezzo dall’anno scorso. Si tratta di una cifra comunque notevole ma che non consente di sostenere, scrivono quelli dell’EPI, che “in un vicino futuro una quota crescente di persone avrà la fonte principale di reddito nelle attività di freelancing o nella Gig Economy”.


Come è possibile arrivare a risultati statistici tanto diversi? Semplice, spiega l’autrice dell’articolo: quelli della FU hanno inserito nella categoria dei freelance anche tutti coloro che svolgono solo saltuariamente lavori da indipendent contractor, per rimpinguare il magro stipendio che ricevono come lavoratori dipendenti (tipico il caso degli insegnanti che fanno i taxisti per Uber nel tempo libero). Con questo criterio, ironizza l’autrice del pezzo, io stessa che pure ho un regolare lavoro full time ma scrivo ogni tanto un pezzo per questo giornale, potrei essere definita una freelance.

Il punto non sta però nella guerra delle cifre. 
Battere la grancassa sulla Sharing Economy e sul freelancing serve soprattutto: a legittimare le nuove forme di sfruttamento messe in atto dal capitalismo delle startup; a rendere ancora più “normali” i rapporti di lavoro precari; a ricattare quelli che hanno un lavoro dipendente di tipo classico (i soldi non ti bastano? Datti da fare nel “tempo libero”); a sancire la fine di ogni contrattazione sulla durata del tempo di lavoro (vedi le recenti dichiarazioni del ministro del lavoro Poletti sull’anacronismo di simili pretese sindacali); a diffondere l’ideologia secondo cui essere imprenditori di sé stessi è cosa giusta e bella (in questo modo, scrivono, Dardot e Laval, l’egemonia liberista costruisce il suo progetto di “uomo nuovo”). 

Forse quelli che celebrano le magnifiche sorti e progressive del lavoro autonomo “da sinistra” dovrebbero cominciare a nutrire qualche dubbio.

* Fonte: Micromega

domenica 27 dicembre 2015

SPAGNA: IL BIPARTITISMO ARRETRA MA RESISTE, L'ALTERNATIVA PERÒ AVANZA di Manolo Monereo

[ 27 dicembre ]


«La politica consiste in una dura e prolungata
penetrazione per mezzo di una tenace resistenza, e questo richiede, allo stesso tempo, passione e temperanza.
E’ certamente vero, e la storia lo dimostra,
che in questo mondo non sarà mai raggiunto il possibile
se non si tende ripetutamente all'impossibile».
Max Weber

1. Protesta sociale e mobilitazione elettorale, sono i motori del cambiamento. È stato detto molte volte e non sempre rigorosamente: le lezioni 20 dicembre chiudono un ciclo aperto, in ultima analisi, dalla protesta di 15M [ degli indignatos, Ndr]. Lotta sociale e confronto elettorale sono cose diverse ma correlate. Nella nostra grammatica tradizionale diremmo che la lotta sociale prepara quella elettorale e la qualifica. Questo concetto va tuttavia chiarito. Se consideriamo il 15M come una ribellione sociale pacifica e democratica, dobbiamo concludere che esso ha avviato un ciclo di mobilitazioni che si sono concluse in un ciclo elettorale oggi solo all’inizio. 
Nel mezzo, c’è Podemos.

Lotta sociale e mobilitazione elettorale si sono concluse, non senza contraddizioni, coincidendo. Questo è quanto caratterizza Podemos: espressione di un movimento sociale che, tuttavia, non può essere ridotto ad esso; entrambi i fenomeni procedono insieme, con ritmi, forme e contenuti diversi ma che alla fine convergono. Podemos —è bene insistere su questo—  è un processo, una forza politica in costruzione e in definizione, con relazioni complesse con una base sociale eterogenea ed estremamente ampia.

2. Il sistema elettorale ed il bipartitismo, sono il vero catenaccio della Costituzione del 1978. La tesi sostenuta in un recente libro di Javier Perez Royo sulla riforma costituzionale, per quanto già nota, conserva una grande validità oggi visti i risultati delle elezioni 20D. Quanto sostiene il Professore di Diritto Costituzionale dell'Università di Siviglia è chiaro: la Costituzione del ‘78 è uno strumento che serve, in ultima analisi, al fine di garantire il bipartitismo, il centralismo e la monarchia borbonica; ed in quanto tale è impossibile riformarla.

Nella sostanza il bipartitismo, inteso come un modo di organizzare il potere affinché continuino a comandare coloro che non si presentano alle elezioni, la cosiddetta “governabilità”, che altro non è se non la perpetuazione della monarchia. Il sistema elettorale favorisce e organizza il bipartitismo e quando, per vari motivi (queste elezioni lo dimostrano) si producono cambiamenti nel sistema dei partiti, la tendenza è quella di sfoderare il discorso sull’ingovernabilità, ciò che favorisce il ritorno al bipartitismo, ovvero il dominio dei partiti dinastici.

3. Arretramento del bipartitismo e concrezione elettorale dell'alternativa. Superare il bipartitismo è, in un certo senso, un modo di nominare la rottura del regime. Non è mai stato facile e non lo sarà ora. Sono necessarie specifiche condizioni. Al centro, un movimento sociale che sostiene e spinge l'alternativa politica elettorale. Questo sta già avvenendo in Spagna. Nulla cade se non viene fatto cadere. Dobbiamo perseverare, con tenacia e coraggio.

Il 20 dicembre il bipartitismo indietreggia ma mostra una forte capacità di recupero. È naturale, è la potenza del sistema. Eppure, PP e PSOE, hanno perso più di 5 milioni di voti; a sua volta, Podemos raggiungere più del 20%, con 69 seggi e supera i 5 milioni di voti. Ciudadanos ottiene quasi il 14% con 3,5 milioni di voti. Izquierda Unida (IU) ha perso più di 600.000 voti e, come sempre, punita dal sistema elettorale, ottiene solo due deputati.

Dietro a questi dati generali in quanto vi sono realtà che non possiamo discutere in questo articolo, ma di cui si deve tener conto. In particolare, due dati: in primo luogo, che il nuovo emerge con forza nelle grandi città e poi che quando si realizzano grandi alleanze elettorali si ottengono ottimi risultati. Questo lo abbiamo già verificato in occasione delle elezioni comunali e viene  confermato con più forza dalle elezioni generali. Che Podemos sia la prima forza in Catalogna e nei Paesi Baschi è un'impresa non da poco e, a sua volta, che sia la seconda in Galizia, Valencia e Madrid. Non è necessario scendere nei dettagli, ci sarà tempo.

La cosa sostanziale, a mio parere, è che vengono avanti tre nodi che andavano sciolti e sembravano antagonistici. Mi riferisco al legame tra 'questione sociale', 'questione nazionale' e 'nuovo progetto di Paese'. Podemos —ed è un fatto cruciale— pretende di superare il bipartitismo unendo queste tre questioni, con una chiara vocazione a intrecciare l’aspetto sociale e quello nazionale, in quella che potremmo chiamare "ampia alleanza delle sinistre sovraniste", come un mezzo per costruire un nuovo potere, un nuovo Stato federale (auto)istituito.

Un altro aspetto che va sottolineato è che, seppur non in modo del tutto lineare, mentre il bipartitismo arretra grazie all’avanzata della sinistra, il progetto Ciudadanos s’impantana. L’operazione guidata da Rivera è stata molto importante e aveva alle spalle, tutti lo sapevano, le grandi potenze economiche e i media. L'obiettivo era chiaro:  indebolire Podemos dal centro destra e promuovere una nuova maggioranza PP-Ciudadanos. Al di là degli errori della campagna —uno è stato notevole— [la dichiarazione che Ciudadanos avrebbe appoggiato un governo del PP, Ndr], l'operazione di Ciudadanos non ha funzionato come sperato perché non potevano nascondere la suo carattere di destra, in molti sensi, più di destra del PP.

La resistenza del PSOE, nonostante abbia ottenuto il risultati peggiori della sua storia, ha a che fare, a mio parere, con due ragioni strettamente correlati: da un lato, perché la campagna puntava a contenere l’esodo verso Ciudadanos e, in secondo luogo, perché è sempre avuto chiaro che il nemico principale veniva da sinistra, da Podemos. Di qui l'ossessione di Pedro Sanchez Mariano di polarizzarsi con Mariano Rajoy tentando di apparire come la vera alternativa al PP. Si potrebbe dire—e ciò è stato un grande servizio al bipartitismo— che Pedro Sánchez ha preferito perdere voti verso destra piuttosto che alla sua sinistra, ben sapendo che non alla sua destra sta il nemico di un sistema di potere che ha sempre beneficiato il PSOE e che dunque andava perpetuato.

4. Podemos e Izquierda Unida. Come ho già detto, i risultativi IU sono stati brutti. Come sempre, ciò non si spiega solo con un singolo fattore ma la sconfitta ha molto a che fare con l'incapacità del nucleo dirigente di IU ci connettersi con il nuovo che è emerso col 15M, quindi la sua profonda incomprensione del fenomeno Podemos. Quando IU poteva cambiare, non comprese il treno passa una volta sola, che poi molto difficile prenderlo di nuovo. Podemos —vale la pena insistere— è, sotto molti profili, prodotto delle lacune di IU, una organizzazione politica e un apparato che non hanno capito i cambiamenti sociali e culturali in atto nella nostra società e che tutto quello che cercato di fare, alla fine, è stato rappresentarli elettoralmente.

Malgrado il treno sia ripassato, lo si lasciò andare. Con gli accordi raggiunti in Catalogna, Galizia e quasi conclusi in Valencia, hanno alla fine prevalso la tradizionale inerzia del Sud, il richiamo all’identità, la presunzione di autosufficienza. La percezione è stata, ancora una volta, sbagliata. Si è pensato che Podemos era un progetto in declino elettorale e che IU sarebbe stata in grado di ottenere gruppo parlamentare nello Stato. Quello che è accaduto è già noto. In qualche modo, si è ripetuta la strategia del 1982, dimenticando che Podemos non è il PSOE e che è nato contro esso, e che IU non è, neanche lontanamente, il PCE del 1982.

In queste condizioni, la strategia elettorale era facilmente prevedibile: distinguersi in negativo da Podemos rivendicando, ancora una volta, con l’utilizzo di teoria cospirativa della storia, una identità in pericolo. E’ vero che questa strategia ha sempre funzionato bene. Se c’è una tradizione di IU è il suo orgoglio e il senso di appartenenza dei suoi membri. Possiamo dire, senza sbagliarci, che le donne e gli uomini di IU hanno dato anima e sangue in questa campagna elettorale. Un altro problema è che la conseguenza più negativa di una tale politica si materializza nella “cattiva notizia” che l'unità è indispensabile e che si debbono forgiare alleanze con i "nemici" di ieri. Non sarà facile.

In un certo senso, si può dire che quella di IU è stata la strategia più funzionale a Podemos perché non gli contestava l'egemonia del cambiamento e si auto-isolava da una base sociale che aspirava a profonde trasformazioni sociali e politiche con uno stato d'animo aperto, unitario e plurale. Gli spazi si costruiscono e mai, soprattutto ora, sono determinati per sempre. Questo è stato sperimentato nelle elezioni comunali e si è riprodotto in Catalogna, Galizia, Paesi Baschi, Valencia ...

Dobbiamo insistere: Podemos e UI, per molti versi, sono complementari e insufficiente da soli per costruire l'alternativa. In queste elezioni Podemos ha avanzato molto. Un'organizzazione che si costruisce in piena campagna  elettorale vive, per dirla così, un cambiamento permanente. Podemos di oggi non è già più quello del passato e certamente quello di domani non sarà quello di oggi. IU può tentare, ancora una volta, di procedere contro Podemos, ma può anche, ferma la sua autonomia, allearsi, mescolarsi, intervenire, essere parte di un progetto che è l'unico che in grado di egemonizzare un cambio di regime.


Il prossimo treno è già partito. Questa legislatura sarà molto complessa e anche breve. L’unità di IU e Podemos può moltiplicare voti, speranze e illusioni. Presto dovremo scegliere. Ci vorranno passione e temperanza; e decisione, soprattutto decisione.

* Fonte: Cuarto poder
** Traduzione a cura della redazione

sabato 26 dicembre 2015

IL CALIFFATO, LA TURCHIA DI ERDOGAN ED IL GRANDE KURDISTAN di Martin Sebastiano*

[ 26 dicembre ]

Riceviamo da un nostro lettore, Martin Sebastiano, questo intervento sulla guerra in corso in Medio oriente, ed in particolare sulle dinamiche interne al mondo curdo e sul ruolo della Turchia di Erdogan. Sulle stesse questioni consigliamo anche la lettura dell' articolo da noi pubblicato il 5 dicembre scorso. 


Nella duplice bipolarità – mitologica “procurda” e complottista pura – che sembra caratterizzare la gran parte delle analisi occidentali sui fatti del Vicino Oriente il presidente turco Erdogan è ormai divenuto il nemico pubblico, subito dopo il Califfato nero di Raqqa, di cui sarebbe un fiancheggiatore strategico. In realtà, la questione è molto più complessa di quanto il mainstream consolidato vorrebbe far passare. 

Il lettore ci segua in questo quadro di pensiero in movimento che tentiamo di fornire. Dalla nostra posizione, il complottismo, come il parteggiare con tutto il cuore appassionato per il Kurdistan, per la Russia, per l'Islam e così di seguito, tutto questo è inessenziale, se non si comprende la sostanza dinamica delle forze.

Immaginiamo dunque una Quadratura come movimento del mondo; quadratura ovvero l'insieme dinamico dei Quattro. Terra, Cielo, mortale, immortale. Non sempre, anzi raramente domina l'equilibrio. L'equilibrio si ha nel momento di intervallo tra le forze. Per quanto paia assurdo, la guerra è questo; infatti evangelicamente, chi non ha la guerra dentro di sé deve sperimentarla fuori di sé. 

L'equilibrio della Quadratura è lo squadrare – die Verung; lo squadrare non è una sintesi addizionale, astratta, statica e metafisica. E' invece un gioco fluente di specchi, danza circolare di puri essenti che non rispondono a logiche predeterminate ma che vorrebbero guerreggiare, mondeggiare per fare dello specchio un'essenza semplice nell'Essere. Ma non vi riescono quasi mai: troppo grande è la loro paura di smarrirsi. 

Occorre dunque rilasciare le cose all'ignoto, all'incompreso, senza giudicare troppo. Osservare. Le potenze, le forze finanziarie sono gli specchi. Il soldato puro è il solo mortale. Il soldato ha superato il sé. Ha vinto la paura di perdersi. Solo i mortali possono morire, dice Holderlin. E il soldato è colui che può morire. Gli altri periscono non muoiono. Le potenze spariranno. Il gioco degli specchi le risucchierà nel fondo abissale. Il soldato no, poiché la morte, quale fortezza del nulla, custodisce in sé l'essenziale dell'originario, come insegna la Gita.

Dunque la Squadratura: non è il complotto; quest'ultimo, quand'anche esista, ammesso e non concesso, è un riflesso del mero specchiarsi. Non è nemmeno la strategia politico-economica; questa è lo specchio specchiato nel suo divenire ondeggiante. E' l'essere del soldato come puro spirito mondo: la Squadratura. E' il mondo nella sua nudità. Lo scacco del soldato alla metafisica è non puntare alla vittoria: agire invece verso la mortalità del mortale, che è l'immortalità. Egli è l'unico che gioca marciando verso la frantumazione del gioco di specchi. E' da tener presente tutto ciò. Non è un esempio letterario, ma una realtà. Lo spirito del soldato, non il semplice soldato, è il fuoco eracliteo. 

Fatta tale necessaria premessa, tornando alla presunta complicità tra Erdogan e Califfato, nel numero della rivista dell’IS Dabiq uscito dopo la decisione della Turchia di entrare in azione a fianco della Coalizione internazionale “anti-IS” a guida occidentale, vi si poteva leggere una chiara condanna di apostasia contro il governo turco e in un video si invitavano i fedeli a «conquistare Istanbul», seppur in modo non violento, senza spargimento di sangue. Allo stesso tempo, il regime turco poneva l’Is alla medesima stregua del Pkk curdo e del Dhkp-c, movimenti considerati terroristi non solo dal regime ma da gran parte della popolazione turca, compresi i milioni di curdi cittadini turchi sostenitori dell’AKP. 

Riguardo la questione curda, occorre innanzitutto sgombrare il campo da interessati equivoci. Come da più di un anno avvertono lucidamente riviste turche è scorretto e disonesto parlare di una guerra tra curdi ed Isis. All'interno di Is militano infatti centinaia e centinaia di combattenti curdi che combattono per l'espansione del Califfato anche, molto spesso, contro altri curdi. In realtà la guerra in corso riguarderebbe talune specifiche milizie curde e l’Isis. Quali milizie curde? Quelle che secondo il megafono propagandistico di Ankara sarebbero tradizionalmente sostenute da Israele, Usa e più di recente dalla Russia con il chiaro fine di assolutamente debellare dalla zona mediorientale la mala pianta dell’Islam nero di Abu Bakr Al Baghdadi. 

Ciò è percepito da Ankara come un vero e proprio shock, non perché Erdogan simpatizzi occultamente per il Califfato, come vorrebbe farci credere certa stampa occidentale o russa, ma perché significherebbe la legittimazione politica di un Kurdistan in potenza e dunque la certa destabilizzazione della Turchia.[1]

Ma quanto vi è di propaganda antisionista mascherata da curdofobia e quanto di vero in ciò che Ankara denuncia? Vediamolo. Il doppio shock di Erdogan è rappresentato in primo luogo dalla temporanea “riconquista” da parte della popolazione curda della Rojava di Kobane, ad opera del movimento delle Yekîneyên Parastina Gel (Ypg) – Unità di protezione popolare –; movimento affiliato, come sappiamo, al PKK, impegnato contro l’Is e supportato nell’intero periodo del duro assedio da continui raid americani contro i militanti dello Stato islamico. In seconda battuta, dalla successiva avanzata del movimento delle YPG, di nuovo costantemente supportato dai raid della coalizione occidentale-araba anti-Is,  sino al controllo delle città di confine di Tall Abyad, con la conseguente unificazione dei due cantoni del Rojava di Cezire e Kobani.

In questo contesto è avvenuta la decisione di Erdogan di riaprire l’ostilità con i “terroristi” curdi. E’ questa la linea rossa su cui Ankara non può essere morbida o non può transigere, non per affinità ideologica con il Califfato, come vuole far credere la propaganda occidentale e russa, ma evidentemente per la sopravvivenza stessa della Turchia. Nonostante le pressioni e le velate minacce di Erdogan, tanto gli americani quanto i russi hanno continuato negli ultimi mesi a sostenere logisticamente e militarmente una vasta componente curdo siriana di cui le Ypg costituiscono la punta di lancia. 

Anche all’Iran, come è nella logica delle cose, non è parso vero poter mettere le mani sul movimento curdo siriano. Recentemente, vari organi di informazione [2] hanno messo in luce un coordinamento strategico tra le Ypg, l’Unione patriottica del Kurdistan di Talabani e il generale iraniano Qasem Soleimani. Quest’ultimo e Talabani del resto sono in contatto dai primissimi anni ’80, dai tempi cioè della guerra Iran Iraq. Durante l’invasione americana dell’Iraq (2003), nel Kurdistan iracheno controllato dall’Upk di Talabani operava la brigata Badr, ala militare di circa 15 mila combattenti, controllata dall’esponente sciita iracheno ayatollah Muhammad Baqr al Hakim (nato nel 1939 a Najaf), del Consiglio supremo della rivoluzione islamica in Iraq (noto con l’acronimo inglese Sciri).
«Gli Stati Uniti si sono largamente basati sul contributo militare dei peshmerga. Un funzionario curdo  rimarca con orgoglio: “Noi siamo il secondo gruppo della coalizione per numero di combattenti”. Pdk-Iraq e Upk avrebbero fornito complessivamente circa 80 mila peshmerga a supporto delle 3-4 mila forze speciali…statunitensi, di cui circa 2 mila assegnate al controllo di Kirkuk, dei pozzi petroliferi e della base aerea militare». [3]
Pdk e Upk svolgevano e svolgono un ruolo di mediazione intrairachena per l’Iran; ruolo certamente antitetico a quello del Pjak di Abdul Rahman Armadi, la cui guerra anti-persiana è costata a Tehran la vita di importanti generali. E l'Iran dovrebbe dunque essere più cauta nel maneggiare così, con tale leggerezza, la “bomba curda”. Come ormai noto, l’ayatollah sciita iracheno al Hakim era allora l’elemento “moderato”, di mediazione, tra l’imperialismo americano ed il neo-colonialismo safavide persiano, finalizzato alla spartizione dell’Iraq che fu baathista e sovrano. 

Non a caso, quando Muqtada al Sadr, con il suo Esercito del Mahdi, dava avvio a una potenzialmente esplosiva guerriglia interna antiamericana, Tehran, mediante al Hakim, seppe richiamarlo all'ordine. Non deve così meravigliarci il fatto che oggi troviamo nel vertice militare Is l’intero reparto baathista saddamista. In questo gioco di potenze – la Danza degli Specchi, appunto, che non quadra se il soldato frantuma la mediazione astrattamente equidistante -  i curdi iracheni giocarono il loro ruolo nel quadro della coalizione tattica americano-iraniana. Ma gli specchi si son frantumati, poiché l'elemento sunnita baathista dell'Iraq ha preferito la guerra senza speranza al dominio colonialista sciita iraniano, sostenuto da Occidente e Russia. Ciò ha significato, del resto, la totale dissoluzione dell'astorico accordo Sykes Picot, che —grazie alla rinascita di forza del neobaathismo saddamista il quale non si può affatto appiattire strategicamente sulle posizioni del Califfato o di altri movimenti islamisti— [4]  è finalmente scomparso come neve al sole. 

Allo stesso modo, pare si stia comportando oggi nel Rojava la componente curdo-siriana. Probabilmente, sviluppandosi così gli eventi, tastato il gran timore dei vertici politici e militari di Ankara, la posta in gioco promessa dalle grandi e medie potenze all’Ypg  sul piano della guerra globale ad Is, ed indirettamente alla Turchia,  potrebbe proprio essere la benedizione della comunità internazionale di un Grande Kurdistan, che frantumerebbe la Turchia. 

Poniamo tutta questa diveniente danza di specchi riflessi  in senso logico e dubitativo, senza dare nulla per scontato. Ma ci sembra quanto di più meno lontano dagli eventi possa esservi. 

Passando ad Israele, questo ha nel Kurdistan iracheno un punto fisso di convergenza strategica. Qui l’entità sionista ha modo di rifornire non solo il Pkk ma anche il Pyd curdo-siriano. Il leader del Pyd, Saleh Muslim, di recente dal Kurdistan iracheno ha appoggiato i raid russi in Siria e nel Kurdistan iracheno è solito incontrare ministri esteri delle varie nazioni. E’ comunque da anni che la stampa di Ankara vicina ad Erdogan accusa Israele di sostenere in ogni modo il Pkk; almeno dai giorni dell’attacco israeliano alla nave Mavi Marmara, conosciuta come Freedom Flottila per Gaza (maggio 2010). 

Probabilmente Erdogan rimane, dopo la morte del presidente Saddam Hussein, lo statista più sensibile alla causa palestinese. Ben più, probabilmente, del Califfo di Raqqa che non pone affatto come strategica la lotta per la libertà del popolo di Palestina. Spessissimo i vertici, sia interni che esteri, di Hamas si riuniscono ad Ankara e vengono ricevuti in pompa magna da Erdogan. L’ultimo incontro è avvenuto appena cinque giorni fa;[5] i primi a complimentarsi con il recente successo elettorale del presidente Erdogan son stati proprio i vertici di Hamas: ciò non può certamente far felici gli israeliani. Lo stesso Abu Shakra ha più volte visto in Erdogan l’unico riferimento della lotta di liberazione palestinese. [6]

L’Hdp, il partito filocurdo di Selahattin Demirtas, già sostenuto dalle varie fondazioni Soros, [7] ha di recente  messo in programma un viaggio a Mosca, per sostenere Putin nella sua crociata. [8] Del resto, per quanto la scena mediorientale rimanga centrale, questa finisce per estendere i suoi pericolosi tentacoli anche in Ucraina. Da settembre ad oggi, almeno 14 volontari “separatisti” del Donbass sono caduti nella lotta contro l’Is; son stati schierati da Mosca, che non vuol rischiare truppe russe sul terreno, a fianco delle YPG; mentre in vari casi, neofascisti ucraini si son detti disposti anche a marciare a fianco di Ankara pur di combattere l’“imperialismo russo”. Ad esempio, lo scorso 5 dicembre Biletsky, leader di Azov ha dichiarato normale che “la Turchia cerchi sostegno e contatti con i patrioti ucraini e quelli della Cecenia” e che “Azov è pronto a svolgere la funzione organizzativa in Siria  di unità combattente contro russi e iraniani”. 

Il quadro è dunque molto complesso e quantomeno ingarbugliato: risolvere illusoriamente il tutto con la visione “mitologica” dei curdi guerrieri senza macchia può mettere a posto la fangosa coscienza di un Occidente patologico e nichilista, ma sicuramente ci allontana ancora di più dalla analisi fredda e rigorosa e da quella verace comprensione, che ci son richieste.

Occorre dunque fare attenzione. La Danza circolare è talvolta trascesa dal Gioco. La squadratura allora irrompe. L'unità dei Quattro è imposta con altri metodi rispetto a quelli, inessenziali ed entici, a cui ci si è ormai assuefatti. L'oscuro trasmuta nel Chiaro. 


Note

1     D. Santoro, Per Erdogan, malgrado tutto, l’Is resta il male minore in LIMES, 11/2015 La strategia della paura.
2     http://mebriefing.com/?p=1825
3     M. Galletti, Storia dei curdi, Roma 2004, pag. 279. 
4  http://archiviostorico.corriere.it/2015/novembre/20/radici_dell_odio_nel_dopo_co_0_20151120_ac706eb2-8f50-11e5-81bb-1a209d1f41b1.shtml
5     http://www.vosizneias.com/224361/2015/12/20/istanbul-turkeys-erdogan-meets-hamas-leader-meshaal-in-istanbul/; 
http://www.dailystar.com.lb/News/Middle-East/2015/Dec-19/328194-turkeys-erdogan-meets-hamas-leader-meshaal-in-istanbul.ashx.
6     http://www.lastampa.it/2015/12/23/esteri/noi-arabiisraeliani-in-prima-linea-per-i-luoghi-sacri-di-gerusalemme-SdHtchrnmYdXaOFc3U19GI/pagina.html
7     http://www.noreporter.org/index.php?option=com_content&view=article&id=23445:le-narcomilizie-di-soros&catid=6:conflitti&Itemid=16
8     http://www.todayszaman.com/diplomacy_hdps-demirtas-to-meet-russian-fm-lavrov-in-moscow_407485.html

PERCHÉ GLI OPERAI VANNO A DESTRA di Carlo Formenti

[ 26 dicembre ]

«Il populismo non è un fenomeno degenerativo dei sistemi democratici, è la forma politica che la lotta di classe assume nell’era dell’economia finanziarizzata e globalizzata e della conversione liberista di tutte le élite tradizionali».

Due articoli – il primo del Corriere della Sera (Giuseppe Sarcina, “Obama: Trump mi attacca perché sono nero”, martedì 22 dicembre) il secondo del New York Times – commentano l’intervista che il presidente Obama ha rilasciato alla “National Public Radio”, nel corso della quale è andato decisamente all’attacco di Donald Trump, il miliardario in corsa per la candidatura repubblicana alle elezioni presidenziali del 2016. Il Corriere si concentra sulle accuse di razzismo che Obama rivolge a Trump, anche se l’autore del pezzo sottolinea che, nell’ultimo dibattito fra i nove candidati repubblicani, nessuno (nemmeno Trump) ha rispolverato le vecchie insinuazioni in merito all’inaffidabilità di un presidente nero nella conduzione della lotta contro il terrorismo islamico. Invece il New York Times dà più peso (fin dal titolo: “Obama accusa Trump di sfruttare le paure della classe operaia”) alla polemica sulle sirene populiste che Trump utilizza per catturare il consenso dei bianchi poveri.
Il secondo argomento mi è parso decisamente più interessante, perché riguarda un nodo nevralgico dei conflitti sociali e politici dei Paesi occidentali degli ultimi decenni. Nell’intervista Obama riconosce che i mutamenti indotti dalla Nuova Economia hanno penalizzato in particolare i colletti blu, falcidiandone salari e livelli di occupazione e rendendone sempre più problematico il ruolo di capi famiglia. Non a caso, si sottolinea in un’altra parte dell’articolo, solo il 36% dell’elettorato bianco privo di educazione secondaria ha votato per lui nella campagna del 2012 che lo ha riconfermato alla presidenza. Ciò che colpisce, tuttavia, è  soprattutto il fatto che Obama, mentre si affanna a dimostrare che le critiche sul suo modo di condurre la guerra all’Isis sono infondate, non spende parola per respingere le critiche sugli effetti che certe scelte di politica economica hanno avuto sulle condizioni di vita e di lavoro dei bianchi poveri, né accenna a cosa si dovrebbe fare per affrontarne i problemi. L’immiserimento dei colletti blu, insomma, viene considerato alla stregua di una catastrofe naturale, del prezzo inevitabile che il “progresso” economico impone alla società (un prezzo che, evidentemente, contempla anche la strumentalizzazione elettorale del fenomeno da parte della destra).
Questo è, del resto, il punto di vista condiviso da tutti i partiti della sinistra tradizionale in Occidente: dai Laburisti inglesi (fino alla svolta di Corbyn) ai Democratici italiani, dai Socialisti francesi ai Socialdemocratici tedeschi. La conversione liberista delle sinistre negli ultimi trent’anni ha fatto sì che il loro elettorato di riferimento siano divenute soprattutto le classi medie delle vecchie e nuove professioni, per il cui consenso competono con i partiti di centrodestra, mentre le vecchie classi lavoratrici (per tacere di precari e migranti) vengono abbandonate al destino che viene loro riservato dal “libero” mercato (oltre che attivamente penalizzate dai tagli alla spesa pubblica). Nessuno stupore, quindi, se Marine Le Pen raccoglie voti nelle vecchie roccaforti del Partito Comunista Francese, se una consistente quota del voto operaio italiano si riversa sul Movimento 5 Stelle o addirittura sulla Lega, se Podemos avanza impetuosamente in Spagna e se Trump spaventa l’establishment dei partiti tradizionali americani.
Il populismo non è un fenomeno degenerativo dei sistemi democratici, è la forma politica che la lotta di classe assume nell’era dell’economia finanziarizzata e globalizzata e della conversione liberista di tutte le élite tradizionali. Il fatto poi che esso assuma prevalentemente connotati di destra è la conseguenza del ritardo culturale delle sinistre radicali che, salvo eccezioni, sono apparse finora incapaci di comprendere questo inedito scenario e di sfruttarne le opportunità.
* Fonte: Micromega

venerdì 25 dicembre 2015

IL REGALO DI BABBO NATALE di Campo Antimperialista

[ 25 dicembre ]

Rapimento di Abu Omar: Mattarella grazia il capocentro CIA di Milano

A Natale, si sa, siamo tutti più buoni. Proprio tutti? Questo è più difficile a dirsi. Al Quirinale, però, non vengono mai meno ai loro doveri. Ed alla loro bontà, specie quando c'è in ballo un farabutto a stelle e strisce. Ecco allora la grazia concessa al sig. Bob Seldon Lady, ex capocentro della CIA a Milano.

Grazia richiesta dal diretto interessato, ci informa entusiasta la stampa. Ma da quale carcere il sequestratore ha scritto la sua commovente lettera, tesa a porre fine alla sua dura e prolungata prigionia? Domanda ingenua: il sig. Lady ha scritto le sue implorazioni rivolte alle severe orecchie presidenziali niente meno che da casa sua, negli States.  

Dunque, il sig. Lady - condannato da un tribunale italiano a 9 anni di carcere per il sequestro dell'imam Abu Omar - non ha scontato neppure un giorno in prigione? No, no, ci mancherebbe, non si pensi mai ad una simile bestialità. Egli ha pagato, eccome! Arrestato a Panama il 18 luglio 2013 è stato rilasciato soltanto il giorno dopo, per venire gentilmente imbarcato su un aereo diretto... a casa sua.

Ventiquattrore di carcere per un agente della CIA! Ovvio che di fronte a tanta ingiustizia Mattarella si sia subito attivato. Ma siccome egli è un uomo misurato e giudizioso non gli ha concesso la grazia completa. No, no, non penserete mica a tanto servilismo quirinalizio? Il Mattarella ha infatti concesso al sig. Lady una "grazia parziale" di soli 2 anni. C'è solo un dettaglio: togliendo due anni dalla pena di nove si arriva a sette, meno tre già ridotti con l'indulto e si giunge a quattro, soglia raggiunta la quale è certo che il ministro della Giustizia, Andrea Orlando (altra sicura sentinella del diritto), revocherà la richiesta di estradizione.
Abu Omar

Ora non penserete mica che la Presidenza della Repubblica si sia abbassata a simili calcoli! Ma ce lo vedete il presidente con la calcolatrice in mano? Non scherziamo, che al Quirinale l'imparzialità è di casa. Volete la dimostrazione? Per far contenti tutti il Mattarella ha graziato anche un'altra agente CIA, la signora Betnie Medero, anch'essa condannata a tre anni per il sequestro Omar.

E poi perché prendersela con il solo Mattarella, quando il suo predecessore - l'indimenticabile golpista Napolitano - graziò nell'aprile 2013 il colonnello Joseph Romano, comandante della base NATO di Aviano, dove i rapiti delle extraordinary rendition americane transitavano prima di essere destinati alle torture nelle carceri di qualche paese compiacente.

Per Abu Omar quel paese si chiamava Egitto, dove l'imam subì le peggiori torture che si possano immaginare. Ma questo al Quirinale interessa assai poco. Di certo molto meno della libertà - peraltro mai venuta a mancare - di coloro che agendo indisturbati sul territorio italiano, con l'evidente complicità dei
servizi segreti nostrani, sequestravano ed inviavano agli aguzzini le vittime da loro prescelte.

Ci viene in mente chi pensava che con il nuovo presidente le cose sarebbero cambiate. Certo, rispetto al suo predecessore Mattarella parla meno. E quando parla non si capisce bene cosa abbia da dire. Ma quando arrivano gli ordini da Washington si obbedisce e basta. Come con Napolitano. Come innumerevoli volte nella storia italiana dal 1945 in poi.

Il servizietto natalizio del Mattarella non deve dunque stupire. Ma che almeno se ne parli e ci si rifletta un po'. 

giovedì 24 dicembre 2015

FINANZIARIA RENZI-PADOAN: NUMERI SCRITTI SULLA SABBIA di Emmezeta

[ 24 dicembre ]

A proposito della Legge di Stabilità approvata dal parlamento


Renzi festeggia, la Confindustria pure: la loro "Legge di Stabilità" è stata, come previsto, approvata. L'ultimo assalto alla diligenza - la solita pioggia di regali natalizi ad amici e compagni di merende - è la pittoresca ciliegina sulla torta, messa lì quasi a volerci mostrare quel che già conoscevamo: la spudorata arroganza di un gruppo di potere famelico e corrotto, che pensa solo ai propri interessi mentre attorno tutto va in rovina.
Volete alcuni esempi? I regali concessi al casinò di Campione d'Italia (9 milioni) ed al Gran Premio di Monza, gli sgravi fiscali sulla compravendita dei calciatori, i 10 milioni dati a Radio Radicale. Tutte misure attese dal popolo, si direbbe. Soldi dati brevi manu ad istituzioni evidentemente meritorie e decisive per il Paese... Sono queste le priorità del governo Renzi, e di un parlamento da mandare a casa.


Naturalmente, tutto ciò non fa altro che confermare l'impianto di fondo della Finanziaria 2015: una manovricchia di stampo berlusconiano e di classe, come già era evidente all'atto della sua presentazione (leggi QUI).


In breve: perché manovricchia, perché berlusconiana, perché di classe? Chi volesse approfondire non ha che da rileggersi le argomentazioni dell' articolo appena citato, che qui ci limitiamo a riassumere.


Quella appena approvata è e resta una manovricchia. Si parla impropriamente di misure per 32/33 miliardi, ma in realtà 16,8 di questi sono solo il frutto della provvisoria (si noti bene, provvisoria) eliminazione delle clausole di salvaguardia, cioè dell'impegno preso con l'Europa ad aumentare l'IVA e le accise in modo da ottenere la suddetta cifra. La rimozione di questa clausola per il 2016 è stata compensata dalla cosiddetta "flessibilità" concessa dall'UE. Una flessibilità che ha portato a lievitare il deficit dei conti pubblici per il 2016: era previsto all'1,4% ad aprile, poi all'1,8% a maggio, al 2,2% a settembre, per arrivare (con la cosiddetta "clausola migranti") al 2,4%. Insomma, un punto percentuale in più rispetto alla base di partenza, 16 miliardi e rotti che andranno ad incrementare il debito nel prossimo anno.


Ora, che si sia scelto di forzare le regole europee, a partire da quelle del Fiscal compact, non è certo un male. L'economia italiana ha assolutamente bisogno di una politica espansiva. Ma si può definire tale la Legge di Stabilità di Renzi? Assolutamente no. Intanto perché buona parte delle risorse liberate vanno semplicemente nelle tasche di lorsignori (decontribuzione sulle assunzioni, deduzione extra sugli ammortamenti, riduzione dell'Ires dal 2017, eccetera). In secondo luogo perché il grosso delle riduzioni fiscali si concentra sull'IMU. In terzo luogo perché sono previsti comunque tagli di spesa per circa 8 miliardi, con il loro inevitabile effetto recessivo. Infine, perché manca proprio quella cosa di cui ci sarebbe invece estremo bisogno: un grande piano di investimenti pubblici.


Poteva andare diversamente? Certamente no, se si vuole restare nella gabbia europea. Per fare una politica davvero espansiva, volta ad azzerare la disoccupazione, non c'è che la strada dell'uscita dall'euro e del ritorno alla sovranità monetaria. Ma questa non poteva certo essere la strada di Renzi, la cui linea sta nel barcamenarsi tra le regole europee, strappando qua e là qualche decimale di spesa in deficit, ma senza un vero piano alternativo. In più, il cialtrone di Rignano ci ha messo ovviamente del suo, varando appunto una finanziaria non solo di classe - non a caso accolta da Squinzi e dai suoi con una autentica ola -, ma anche di stampo prettamente berlusconiano. Basti pensare alla pioggerella di mini-bonus pensati solo in funzione elettorale.


Dunque questa finanziaria non è affatto espansiva, anche se questo non vuol dire che accontenterà i tecnocrati di Bruxelles. Anzi, non tutte le clausole di flessibilità sono state autorizzate, e la Commissione europea si pronuncerà in proposito solo nel prossimo mese di aprile. Sarà dunque necessaria una correzione dei conti in corso d'opera? Al momento conosciamo solo il giudizio espresso dalla Commissione a novembre nel Draft budgetary Plan, secondo cui la Legge di Stabilità italiana presenta «un rischio di deviazione significativa rispetto all'obiettivo di medio termine». Parole abbastanza pesanti, che annunciano problemi in primavera.


Parole che ci rimandano al problema di fondo: la confisca della sovranità nazionale da parte di un potere tecnocratico, assolutamente impermeabile a qualunque istanza democratica, pienamente al servizio delle oligarchie finanziarie dominanti. 


Detto questo, resta forse la cosa più importante: i numeri della "Stabilità 2016" sembrano davvero scritti sulla sabbia. Le previsioni in termini di deficit (2,4%) e di debito (131,4%, per la prima volta in discesa dopo molti anni) si basano su una crescita del Pil dell'1,6% e su un tasso di inflazione dell'1,2%. Sulla crescita siamo semplicemente a chi la spara più grossa, ma gli ultimi dati del 2015 (leggi QUI) confermano quel che abbiamo sempre detto in proposito, e cioè che le attese del governo sono del tutto irrealistiche. In quanto all'inflazione siamo appena sopra lo zero, e lo stesso Draghi non sa più a quale santo votarsi.


Crescono inoltre le nubi all'orizzonte. Una gigantesca bolla finanziaria si va da tempo preparando, mentre non è per niente chiaro come Renzi e Padoan pensino di affrontare la delicatissima e decisiva questione bancaria. Anzi, è proprio per il vicolo cieco in cui il governo si è messo su questa questione, ad aver costretto il premier italiano ad alzare la voce nel recente vertice europeo. Ma alzare il volume di qualche protesta di certo non basta. E sulla questione bancaria, sul rischio di nuovi e devastanti crac, Renzi cammina davvero sui carboni ardenti. Ma di questo ci occuperemo meglio in un prossimo articolo.  

LA "QUESTIONE MERIDIONALE" A SCALA EUROPEA di Emiliano Brancaccio

[ 24 dicembre ]

Una ricerca sulla “mezzogiornificazione” delle aree deboli d’Europa pubblicata sul Cambridge Journal of Economics. E un commento sulle politiche dei governi, che accentuano le sperequazioni tra Nord e Sud.

Intervista a Emiliano Brancaccio a cura di Emanuele Imperiali

Un’Italia spaccata in due, con il Settentrione che finalmente registra qualche timido segnale di ripresa mentre il Mezzogiorno anche quest’anno rimane al palo. E’ il quadro che emerge dall’ultimo rapporto di Bankitalia sulle economie regionali. Dell’allargamento della forbice tra Nord e Sud discutiamo con Emiliano Brancaccio, docente di Economia politica presso l’Università del Sannio e autore di ricerche pubblicate a livello internazionale dedicate alla divergenza tra aree economicamente più forti e aree più deboli d’Europa.
Professore, per Bankitalia e altri istituti di ricerca a fine anno il Centro-Nord segnerà un aumento del Pil di circa un punto percentuale, mentre al Sud dovremmo registrare crescita zero. L’uscita dal tunnel della crisi riguarda solo le regioni più ricche del paese?
Per nessuna zona del paese parlerei di “uscita dal tunnel”: anche lì dove si manifesta, la ripresa risulta molto fragile. E’ vero tuttavia che nella crisi generale del paese la frattura tra Nord e Sud tende ad accentuarsi. Il problema principale riguarda il crollo degli investimenti delle imprese: rispetto al 2007 nel Mezzogiorno sono precipitati di oltre un terzo, una caduta di dieci punti percentuali più pesante di quella, già di per sé drammatica, che si è registrata al Nord.
Le misure di rilancio adottate dal governo Renzi sembrano accentuare i divari: gli ultimi dati evidenziano uno spostamento di risorse pubbliche a favore del Centro-Nord. Penso al bonus di 80 euro. Come mai?
In alcuni casi si tratta di un risultato scontato. Prendiamo il famigerato bonus di 80 euro ai lavoratori dipendenti: era prevedibile che il beneficio fiscale andasse a vantaggio soprattutto delle regioni caratterizzate da più elevati livelli di occupazione. In altri casi il meccanismo è più sottile. Un esempio interessante è il modo in cui i fondi pubblici vengono oggi ripartiti tra le università. L’attuale sistema tende a penalizzare gli atenei in cui si registra un numero più elevato di iscritti fuori corso. Il problema è che nelle realtà meridionali gli studenti vanno un po’ più a rilento non tanto a causa di una inefficienza delle strutture universitarie, quanto piuttosto per la carenza di occasioni di lavoro offerte dai territori in cui operano. Il risultato è che l’istruzione pubblica superiore subisce tagli più accentuati proprio nelle aree economicamente più deboli, dove rappresenta una delle pochissime vie per l’emancipazione sociale. Potremmo descrivere molti altri esempi di meccanismi sperequativi, che determinano uno spostamento dei fondi pubblici a favore delle regioni più forti. Una parte rilevante di essi è stata ideata dall’attuale governo, ma a ben guardare si tratta di una linea di politica economica consolidata, che si reitera ormai da anni.
Un caso ulteriore è rappresentato dalla sanatoria fiscale dei capitali esportati illegalmente. A quanto pare i benefici andranno soprattutto a favore di contribuenti del Nord. Ma non era il meridione a detenere il record di evasione fiscale?
In termini assoluti l’evasione fiscale si concentra soprattutto al Nord, specialmente se si tratta di mancato gettito sui redditi da capitale. Era inevitabile, quindi, che la sanatoria sul rientro dei capitali espatriati provocasse un ulteriore effetto distributivo favorevole al Settentrione. Ma gli effetti negativi sul Sud non si limitano a questo.
In che senso?
Una sanatoria sui capitali fuoriusciti illegalmente avalla il convincimento che viga ormai una competizione fiscale senza regole, in cui pur di attrarre risorse finanziarie un paese è disposto a negare la certezza del diritto. E’ una delle forme più deteriori di quella concorrenza al ribasso che governa l’attuale sistema di rapporti internazionali, e che danneggia soprattutto le aree economicamente più deboli dell’Unione europea. Oggi ci illudiamo che permettendo agli evasori di rimpatriare i capitali a costi irrisori favoriremo gli investimenti in Italia, in particolare nel Sud. Domani ci renderemo conto che la sanatoria ha solo alimentato un clima di impunità, e che gran parte dei capitali è nuovamente fuoriuscita all’estero a caccia di rendimenti più elevati in paesi più spregiudicati del nostro non soltanto in ambito fiscale ma anche sul versante dei salari e delle condizioni di lavoro.
In una ricerca recentemente pubblicata sul Cambridge Journal of Economics, Lei ha parlato di “mezzogiornificazione europea”. Che cosa intende con questa espressione?
E’ lo sviluppo di una tesi sostenuta fin dagli anni Settanta dal compianto Augusto Graziani, che è stata in seguito riproposta dal premio Nobel Paul Krugman. L’idea centrale è che lo storico divario tra Nord e Sud Italia non rappresenta un’eccezione a livello europeo ma andrebbe piuttosto intesa come fenomeno anticipatore di una forbice che oggi si riproduce su scala continentale, tra i paesi del Nord e i paesi del Sud Europa. Anche questo è il risultato di politiche che invece di contribuire a ridurre i divari fra i territori tendono ad amplificarli.
Quali ricette per affrontare  questi divari che caratterizzano la “questione meridionale”, in Italia e in Europa?
Bisognerebbe riconoscere che le soluzioni “di mercato” adottate in questi anni non hanno dato i risultati attesi, e che i tagli alla spesa pubblica in conto capitale hanno prodotto più danni che benefici. La Svimez in questo senso fa bene a invocare una discontinuità di politica economica, basata sulla ripresa degli investimenti statali per la reindustrializzazione delle zone depresse. A mio avviso, però, questa richiesta di discontinuità andrebbe collocata in una riflessione più generale sul rapporto tra la cosiddetta globalizzazione e l’ampliamento dei divari tra aree ricche e aree povere. In questo senso domando: una credibile politica di rilancio dei Sud, in Italia e più in generale in Europa, può realisticamente svilupparsi in un contesto di indiscriminata libertà di circolazione internazionale dei capitali da e verso paesi che accumulano surplus verso l’estero a colpi di deflazione e concorrenza al ribasso? Molti studiosi, tra cui Dani Rodrik, ritengono che la risposta sia negativa. Forse è ora di aprire una discussione in merito.

* Fonte: Emiliano Brancaccio
Corriere del Mezzogiorno – Economia, 21 dicembre 2015

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