venerdì 23 maggio 2014

ELEZIONI: E SE IL PD PERDE IL PIEMONTE? di Fabrizio Tringali

23 maggio. «Domenica non si voterà solo per il rinnovo del Parlamento Europeo, ma anche per alcuni comuni e per i consigli regionali di Abruzzo e Piemonte.

Quest'ultima votazione non è politicamente meno importante di quella che coinvolge l'intero territorio nazionale. Tutti hanno capito che, in questo momento, la vera sfida è quella fra PD e M5S.


Non che non vi siano altri aspetti di una certa importanza (per esempio un risultato negativo dei partiti minori della maggioranza potrebbe portare a un collasso del governo), ma ciò che davvero conta è pesare il consenso reale che il PD riesca a raccogliere in questo momento, e poi confrontarlo con quello del Movimento 5 Stelle, unico soggetto politico potenzialmente in grado di buttarne all'aria i piani.

Il risultato delle europee sarà determinante, ma anche quello del Piemonte ci dirà parecchie cose.

Chiamparino è senza dubbio un candidato forte, e soprattutto è un politico schietto. Le sue posizioni sui tempi principali sono assolutamente chiare. E' assolutamente favorevole alla TAV, è totalmente dalla parte di Marchionne.

Questo ovviamente non impedisce a SEL di sostenerlo. Magari qualcuno ricorderà che, sulla scorta della vicenda FIAT, alle scorse elezioni politiche la segreteria nazionale della FIOM ha infilato il proprio responsabile del settore auto nelle liste vendoliane, portandolo in Parlamento.


E chi sostiene egli oggi? Ovvio. Anche lui scondinzola al candidato PD che stende tappeti rossi ove passa Marchionne, rifiutandosi perfino di chiedere le primarie e sfidarlo, con la poco originale scusa che il nemico da battere è la destra (non certo Chiamparino che sta con la TAV e Marchionne...).

Il Piemonte è quindi la regione dove, ancora più che altrove, il ceto politico mostra con assoluta chiarezza che le politiche reali (che vinca il centro, la destra o la sinistra) possono seguire una sola direzione: distruzione del territorio, delle condizioni di lavoro, della vita della stragrande maggioranza della popolazione.
E lo fa, appunto, con la schiettezza di Chiamparino, senza tergiversare o annacquare i messaggi.

E' chiaro quindi che misurare la forza del M5S in questo contesto è di fondamentale importanza. Il M5S ha ottenuto qui ottimi risultati un anno fa, ed anche le scorse regionali erano andate bene. In consiglio erano entrati in due, fra cui Davide Bono [nella foto], l'attuale candidato alla presidenza della giunta.

Davide è stato fra i primi militanti del M5S ad affrontare temi relativi alle relazioni fra economia e democrazia (non a caso propone l'adozione di una moneta complementare), si è impegnato a fondo in moltissime battaglie ed ha acquisito l'esperienza istituzionale necessaria per ricoprire anche incarichi di governo.
La sua vittoria non avrebbe solo l'effetto, importantissimo, di liberare i cittadini piemontesi dalle grinfie dell'intreccio politica-affari che governa da decenni , ma costituirebbe un primo, fondamentale, passo verso la costruzione di una reale alternativa di governo.

In bocca al lupo Davide!»

* Fonte: mainstream

giovedì 22 maggio 2014

25 MAGGIO: LA POSTA IN PALIO (in risposta agli astensionisti) di Moreno Pasquinelli

 22 maggio. Molti sono i fattori che determinano la scelta di voto dei cittadini. Si può votare questa o quella lista per adesione alla visione del mondo di cui è portatrice, per prossimità coi suoi principi etico-culturali, per il vincolo determinato dall’appartenenza ad una classe sociale, per simpatia verso uno specifico candidato, per un atteso vantaggio clientelare, perché votando questa lista si fa un dispetto a quell’altra. E si potrebbe proseguire.

Un fatto è certo: non siamo più nell’Italia del ‘900, dove al potente bipolarismo sociale tra le classi corrispondeva un’altrettanto radicale polarizzazione politica tra blocchi politici, ognuno dei quali era portatore di una visione della società, capitalista da una parte, socialista dall’altra.

Caduti il Muro di Berlino e l’Urss, trasformato, anche formalmente, il partito comunista in un partito borghese, squagliata la comunità proletaria coi suoi organismi difensivi, con la nascita della “Seconda Repubblica”, si riproponeva il bipolarismo di un tempo ma tra due blocchi entrambi capitalisti.

Poi è sopraggiunta la grande crisi sistemica la quale, come noi facilmente intuimmo, era destinata a terremotare l’intero contesto e quel peloso bipolarismo. Sarebbero cresciuti disoccupazione, precarietà, miseria, povertà, disperazione, rabbia, ciò che avrebbe creato lo spazio per un terzo campo politico.

Chi abbia occupato questo campo è evidente: il Movimento 5 Stelle il quale, nel giro di due o tre anni, è diventato il primo partito con influenza di massa: il partito più votato dagli operai, dai disoccupati, dai giovani, dagli studenti, dal popolo delle partite Iva, dai piccoli imprenditori.

Certo contano, e molto, le qualità istrioniche e pirotecniche di Grillo, ma il carburante della sua avanzata è la decomposizione sociale causata dalla crisi sistemica. Chi non capisce questo, come dire, è un cretino, e coi cretini discutere è solo tempo perso.

In poche parole proprio la grande crisi sta dando forma ad un blocco sociale, al blocco di chi sta sotto, di contro a quello di chi sta sopra. Questo organismo ancora informe, ma pulsante, sarà pure microcefalo, non è già un blocco antagonista, tuttavia solo nel “non ancora” c’è la potenza che può diventare atto, l’embrione dell’Italia che sarà.

Chi abbia davvero a cuore la possibilità di trasformare da cima a fondo questo Paese è accanto e con questo nuovo organismo vivente che deve stare, per dargli una forma adeguata, una testa, e non invece marcire nel regno dei morti. Noi di MPL questa scelta abbiamo fatto da tempo, e le prossime elezioni, per quel che valgono (e varranno) confermeranno che siamo nel giusto.

È forse più chiaro, ora, perché abbiamo deciso, l’anno passato, di dare indicazione di voto per M5S. Quanto accaduto da un anno in qua non ci ha fatto cambiare idea, al contrario! 


Gli amici che fanno una scelta elettorale astensionista (stendiamo un velo pietoso su quelli che voteranno gli zombi della Lega o Fratelli d’Italia) si sbagliano profondamente. 
In base al criterio binario “euro sì euro no”, considerata a torto la questione dell'euro il solo metro di giudizio, sono schiacciati sul presente, quindi lo distorcono e, del tutto incapaci di guardare in avanti, non riescono ad intuire o ad immaginare quali saranno le future dinamiche dello scontro sociale. 
In secondo luogo il difetto del discorso astensionista è quello di fermarsi ad osservare con la lente potentissima la superficie dei fenomeni politici, mentre la lente a poco serve, poiché occorre il bisturi per squarciarla, e quindi capire cosa pulsi sotto la pelle e sia destinato a manifestarsi, a trasformarsi, quindi a mutare la pelle medesima. In terzo luogo c’è di mezzo una concezione della tattica e della funzione di una posizione politica. Per una piccola organizzazione rivoluzionaria una scelta è anzitutto il modo per posizionarsi (accanto ai vivi? accanto ai morti? accanto al nulla?), e quindi uno strumento, una leva, per incidere sui processi politici di massa. L’astensione, in questo caso, è una non-posizione, è una leva sul puro niente. E niente potrà produrre.


ADDENDUM 



Se sono stati colossali i fattori oggettivi la causa più profonda del successo di M5S, adesso, alle porte del 25 maggio, dobbiamo chiederci: i fattori oggettivi che hanno determinato lo sfondamento dei Cinque Stelle sono scemati? si sono affievoliti? oppure hanno aumentato la loro potenza? Io ritengo che questi fattori oggettivi sono ancora più determinanti di un anno fa.

Solo pochi ma indicativi dati.

La disoccupazione è cresciuta senza freni. Migliaia di aziende continuano a chiudere. Come dimostra la ridicola vicenda della TASI, la pressione fiscale continua a crescere (le entrate tributarie sono salite nel trimestre del 5,6% a 27,6 miliardi). Nel frattempo il debito pubblico ha sfondato la quota di 2.120 miliardi, con il particolare che è cresciuta la dipendenza dalla speculazione finanziaria (gli “investitori” esteri detengono ora 652 miliardi di titoli). I consumi, invece di salire, tra gennaio e marzo sono scesi del 3,7%. Il Pil è di nuovo sceso, compreso l’export (-0,8%. Parlavano di “ripresa” e l’inizio 2014 dice che l’Italia è sempre dentro la recessione.

In poche parole abbiamo sotto gli occhi non solo la crescita del pauperismo sociale, ma il totale fallimento delle cure da cavallo mercantiliste.

Le urne non potranno che fotografare questo stato di cose, portando consensi al partito della protesta sociale e diminuendo quelli al fronte della conservazione, approfondendo la crisi di regime e forse gettando il Palazzo nel panico.

I primi ad essere consapevoli che questa sia la tendenza sono proprio le forze dominanti le quali, dopo lo tsunami elettorale del febbraio 2013, sono corse ai ripari, muovendosi su due direttrici: primo, passare di corsa ad un sistema politico compiutamente oligarchico e post-democratico, che quindi blindasse il regime dalla possibilità di una sua caduta; secondo, hanno tirato fuori e fatto scendere in campo la “grande novità”, il “rottamatore” Matteo Renzi.

Per quanto attiene alla prima direttrice, di concerto, le forze di regime, hanno escogitato una legge elettorale fascista che ha uno scopo preciso: fare fuori il Movimento 5 Stelle. Lo ammettono gli stessi Lorsgnoori. L’ex- Ministro della difesa Mario Mauro, a fine gennaio, nella trasmissione Porta a Porta, apertis verbis, affermò: “Non è vero che la nuova legge elettorale è contro i piccoli partiti, è una legge per far fuori un grande partito, il Movimento Cinque Stelle”. Non fosse chiaro il concetto, il viceministro alle infrastrutture Riccardo Nencini ha ribadito: “L’Italicum è nato per mettere fuori gioco M5S”.

A chi convenga una sconfitta elettorale di M5S dovrebbe essere chiaro. Se il blocco dei dominanti terrà le sua posizioni (se cioè il Pd avanzasse in modo consistente) esso si sentirà legittimato a proseguire sulla strada tracciata. Se invece avanzerà M5S e il Pd non ottenesse la vittoria campale attesa, il regime potrebbe piombare in una crisi senza uscita.

Per quanto attiene alla seconda direttrice, i dominanti hanno puntato tutto su Matteo Renzi, considerato l’ultima risorsa prima del diluvio. Partito lancia in resta convinto di stravincere, man mano che la data fatidica del 25 maggio si è avvicinata, egli è passato dalla ostentata tranquillità ad un palese nervosismo. Nel suo comizio del 14 maggio a Palermo, tra i fischi, come in altre piazze, Renzi ha affermato minaccioso: “Le prossime elezioni europee del 25 maggio sono un referendum dove si sceglie la nostra Italia o l’Italia di Grillo“.

Non si poteva esprimere meglio il senso di queste elezioni.

La sera del 21 maggio, ospite della Gruber, Renzi ha ammesso che non spera nemmeno di raggiungere i risultati che il Pd ottenne come Veltroni. Indicativo! Ma ancor più significativo è quando, a domanda sui risultati che si attende, ha affermato: “Grilllo prenderà, in voti assoluti, meno dell’anno scorso. Il Pd un po’ di più di quelli che prese con Bersani”. Un ridimensionamento evidente della aspettative iniziali.

Vedremo. Di certo ai voti assoluti che occorre fare attenzione quando si dovrà capire come saranno andate le cose. Ammesso e non concesso che vada come prevede Renzi, per lui sarà una mezza sconfitta.

E se invece, come ritengo, 
M5S, i voti li aumentasse?
Significherebbe che i fattori oggettivi della crisi si imporranno nelle scelte di milioni di elettori, a scapito dei tentativi diabolici e cosmetici del regime.
La sconfitta apparrebbe inoppugnabile. E quindi saremmo entrati in una nuova fase della crisi, col regime indebolito e le forze sociali del cambiamento più forti.

mercoledì 21 maggio 2014

VADEMECUM: COSÌ USCIREMO DALL'EURO

Perché il nostro paese deve uscire dall'euro?
Come può riprendersi la sua sovranità?


60 RISPOSTE
AI SOSTENITORI 

DELL'EURO-DITTATURA

Siamo ben lieti di presentare ai nostri lettori un documento formidabile del Coordinamento nazionale della sinistra contro l'euro. Esso è stato elaborato da Leonardo Mazzei, Mimmo Porcaro e Beppe De Santis.

scarica il VADEMECUM
Stampalo! Diffondilo!




Non c'è quasi più nessuno che difenda l'Unione Europea (UE) così com'è. I suoi trattati, le sue regole, i suoi diktat, i suoi sacrifici sono ormai indifendibili.
E, tuttavia, la casta oligarchica che l'ha costruita e che la governa non intende fare marcia indietro. Ma è riformabile l'UE? Noi pensiamo di no. L'Unione ha infatti una natura ben precisa, che non è modificabile dall'interno. Questa è la ragione per cui ai tanti propositi di renderla "più democratica" e "più solidale", non segue mai alcun cambiamento concreto. Non a caso l'Unione Europea nasce con il Trattato di Maastricht, ed i suoi scopi sono chiari fin dall'inizio: creare uno spazio continentale in cui le politiche liberiste non abbiano più alcun freno; assegnare ogni potere ad una casta di tecnocrati al servizio dei centri decisionali di un capitalismo sempre più dominato dalla finanza; distruggere progressivamente ogni diritto ed ogni conquista sociale.

Se negli anni l'UE si è rivelata sempre più per quel che è, un mostro scatenato contro il popolo lavoratore e contro la democrazia, questo non è avvenuto per caso bensì perché questa è la sua funzione e la sua natura. In questo progetto di dominio sui e contro i popoli un ruolo fondamentale lo gioca l'euro, la moneta unica in nome della quale ogni sacrificio viene chiesto ed imposto. Noi pensiamo che si debba uscire dall'euro e dall'UE, come primo passo per impedire una catastrofe economica e sociale ancora più grave di quella già in corso da anni. Il passo decisivo per riconquistare la sovranità nazionale, popolare e democratica, è oggi l'uscita dall'euro.

A corto di argomenti, il regime eurista ha scatenato una vera e propria campagna terroristica contro chi mette in discussione la moneta unica. I temi di questa propaganda martellante occupano ogni giorno le pagine dei giornali e gli schermi televisivi. E spesso, talvolta in buona fede, vengono ripresi anche da chi si dice critico sulle politiche dell'UE. Abbiamo perciò raccolto le principali domande ed obiezioni che vengono rivolte a chi, come noi, si batte per l'uscita dall'euro. Ed abbiamo cercato di farlo senza sfuggire alle questioni più spinose. Buona lettura.

martedì 20 maggio 2014

LA TRAPPOLA DI VESPA di Maria Gargano

20 maggio. Riceviamo e pubblichiamo.

Sulle prime i media di regime hanno gongolato. Secondo loro la partecipazione di Grillo a Porta a Porta si è risolta per lui in una specie di Caporetto per il leader di M5S. Vero o falso?

Per i pennivendoli e i loro padroni vale quel che ha ribadito anche ieri il loro nuovo vate Renzi: queste elezioni sono un derby, anzi un referendum, tra lui e Grillo. L’erede del Cavaliere ha lasciato intendere che se non ottiene una vittoria campale e rotonda su Grillo, dopo ci sarebbe il diluvio. Si capisce dunque lo stato d’animo della folta schiera di pennivendoli: presi dal panico si sono messi a satanizzare Grillo, e poi a fare riti apotropaici per scongiurare un’avanzata di M5S. Bilanci tirati da simili giornalisti esprimono più i loro desiderata che un’opinione obiettiva.

Ciò non esime alcuno dal tentare di dire com’è andato il rientro di Grillo in Rai dopo vent’anni di esilio. La domanda è la seguente: la partecipazione al salotto di Vespa porterà più voti a M5S o, al contrario li farà perdere? Secondo me non ne porterà di nuovi ma non ne farà perdere. Chi era già convinto di votare M5S “per mandarli tutti a casa” non ha ragioni per cambiare idea. Tuttavia la performance di Grillo non ha aiutato M5S a fare breccia in quel poliforme campo della paura e della conservazione, sia che voti per il Pd, che per Forza Italia o per gli altri loro “cespugli”. Se poi Grillo sia stato in grado di strappare nuovi consensi tra la massa di astensionisti, per questo attendiamo il responso delle urne.

Di certo Vespa è stato astuto. Sapendo che Grillo avrebbe vestito i suoi soliti panni, quelli del tribuno del popolo, egli ha scelto quelli (che non gli sono certo propri visto il suo proverbiale servilismo) del giornalista anglosassone che rivolge all’interlocutore domande fastidiose, pungenti, senza mai perdere il suo flemmatico aplomb. La mossa, nel più ovattato dei salotti televisivi, si è rivelata appropriata. Vespa ha infatti lasciato che Grillo, com’è nel suo stile, svolgesse il suo comizio veemente, per poi punzecchiarlo, interrogandolo con quesiti ficcanti, nessuno che non fosse indovinato.

Ad un Vespa che si era studiato meticolosamente si è opposto un Grillo che la lezione, invece, non se l’era studiata come avrebbe dovuto. Un errore grave per uno che conosce il teatrino televisivo. Cosa avrebbe dovuto fare Grillo? Avrebbe dovuto svestirsi dei suoi soliti panni, quelli del comico prestato alla lotta politica con la facile battuta ad effetto, e vestire quelli del preparato e pacato dirigente politico, che non sfugge alle domande più insidiose, che risponde con cognizione di causa, dimostrando di meritare la fiducia non solo di chi è arrabbiato, ma di chi si chiede se egli sia in grado di governare un paese dell’importanza e della complessità dell’Italia.

Grillo non poteva non sapere che Vespa si era preparato il compitino e lo avrebbe incalzato con domande del tipo: dove prendete i soldi per il reddito di cittadinanza? Lei come risolve la questione dell’immigrazione? Come pensate di svolgere un referendum sull’euro? Che senso, oramai, ha annullare l’expò? Lei è per la flessibilità del lavoro o per il posto fisso? Vuole forse la “decrescita felice”? Con chi pensate di allearvi per governare il Paese? Puntate mica all’impossibile 99% dei consensi? Ma si rende conto di quale sarà la reazione dei mercati nel caso applicaste le vostre politiche?

A ben vedere Vespa ha picchiato su due lati, apparentemente opposti: da una parte voleva mettere in mostra l’aspetto eversivo del suo discorso, dall’altro quello che ampie parti dello stesso discorso erano del tutto simili se non equivalenti a quelli che fanno i parti che combatte —un caso su tutti: quello del rapporto con l’Unione europea.

Grillo è stato costretto sulla difensiva, oscillando tra un formale radicalismo verbale e la moderatezza sostanziale della sua proposta politica, obbligato più volte a cambiare discorso, per riportarlo sul terreno a lui più congeniale.

Un’affermazione a me ha colpito, più o meno questa: “Il comunismo è fallito perché è stato applicato male. Il capitalismo invece è proprio così, fatto male di suo”. La qual cosa ci aiuta forse a comprendere, oltre ai giudizi sui fascismi vecchi e nuovi, quali siano le radici di questo istrionico personaggio.

USCIRE O NO DALL'EURO: GLI EFFETTI SUI SALARI di Emiliano Brancaccio e Nadia Garbellini

Uno studio sugli effetti salariali e distributivi della permanenza o dell’uscita dall’euro. Il pericolo di una “grande inflazione” in caso di uscita, evocato da Draghi, non trova riscontri adeguati. Ma anche l’opinione secondo cui gli effetti salariali e distributivi di un abbandono dell’euro non dovrebbero destare preoccupazioni è smentita dalle evidenze empiriche. Se si vuole salvaguardare il lavoro, la critica della moneta unica deve essere accompagnata da una critica del mercato unico europeo.

Negli ultimi cinque anni la Germania ha conseguito una crescita del Pil di quasi tre punti percentuali, a fronte di una caduta superiore ai sette punti in Italia. Si tratta di una divaricazione che non ha precedenti dal secondo dopoguerra. Giovedì scorso, gelando gli ottimisti al governo, Eurostat ha confermato la tendenza: confrontando il Pil del primo trimestre 2014 rispetto allo stesso trimestre dell’anno precedente, si rileva una crescita superiore ai due punti percentuali in Germania e una ulteriore diminuzione di mezzo punto in Italia [1]. Semmai ve ne fosse stato bisogno, siamo di fronte all’ennesima conferma del “monito degli economisti” pubblicato sul Financial Times nel settembre scorso: le politiche di austerity e di flessibilità del lavoro non riescono a ridurre le divergenze tra i paesi membri dell’Eurozona, ma per certi versi tendono persino ad accentuarle [2].

L’allargamento della forbice macroeconomica tra i paesi dell’euro tiene vivo il dibattito sulla sostenibilità futura dell’Unione monetaria europea e sulle implicazioni di una sua possibile deflagrazione. Ma se un paese abbandonasse l’eurozona quali sarebbero gli effetti sul potere d’acquisto dei salari e sulla distribuzione del reddito tra salari e profitti? Come talvolta accade, anche su questo tema si sono formate due opposte fazioni di ultras. I sostenitori dell’uscita dall’euro senza se e senza ma confidano nella opinione di quei commentatori secondo i quali «l’esperienza storica non presta particolare supporto alle preoccupazioni» riguardanti i salari e la distribuzione dei redditi [3]. Di contro, gli apologeti della permanenza nell’euro a tutti i costi hanno sostenuto che una uscita dalla moneta unica determinerebbe un crollo inesorabile del potere d’acquisto delle retribuzioni, che sarebbe avvalorato dalla previsione di Mario Draghi secondo cui «i paesi che lasciano l’eurozona e svalutano il cambio creano una grande inflazione» [4].

Quale di queste visioni contrapposte trova conferme nei dati? Uno sguardo alle passate crisi valutarie può aiutare a rispondere. In due studi di prossima pubblicazione abbiamo selezionato i casi di “crisi valutaria” che si sono verificati nell’arco di oltre un trentennio, a partire dal 1980. Dai 28 episodi individuati è emerso un quadro decisamente più complesso rispetto alle semplificazioni delle opposte tifoserie in campo [5].

In primo luogo, il pericolo di una “grande inflazione” evocato da Draghi non trova riscontri adeguati. Guardando l’intero campione di episodi, il tasso d’inflazione mediano dell’indice dei prezzi al consumo in effetti aumenta di quattordici punti percentuali, passando dal 10,6 percento nell’anno prima della crisi al 24,6 nell’anno della svalutazione. Si tratta di un incremento rilevante. Tuttavia, se si confrontano i valori mediani nei cinque anni prima della crisi con quelli relativi ai cinque anni successivi alla crisi, l’aumento dell’inflazione è più modesto: meno di tre punti, dal 16,0 al 18,9 percento. Ma soprattutto, se si escludono i paesi meno sviluppati dal campione e si concentra l’attenzione sui soli paesi ad alto reddito procapite, la crescita dell’inflazione nell’anno della crisi risulta decisamente più contenuta: poco più di due punti percentuali, dal 4,5 al 6,7 percento. Inoltre, confrontando i cinque anni precedenti alla crisi con i cinque successivi, si scopre che nei paesi ad alto reddito l’inflazione tende addirittura a diminuire, dal 6,4 al 4,1 percento. Dunque, almeno per quanto riguarda l’Italia e i paesi relativamente più ricchi, lo spauracchio più volte evocato secondo cui lasciando l’euro saremmo costretti a far la spesa con una carriola piena di soldi svalutati, non trova conferme nell’evidenza storica.

Tabella 1 – 28 episodi di uscita da aree valutarie (1980-2013): variazioni mediane dell’inflazione

                                  Nell’anno dell’uscita      confronto 5 anni prima
                                                                              vs. 5 anni dopo

Tutti i paesi                         +14,0                                 +2,9
Paesi ad alto reddito              +2,2                                  -2,3

Fonte: Brancaccio e Garbellini (2014)


D’altro canto, gli episodi esaminati rivelano che le uscite da regimi di cambio associate ad aumenti temporanei e relativamente contenuti dell’inflazione, possono comunque indurre cambiamenti rilevanti dei salari reali e della distribuzione dei redditi. Osservando l’intero campione di episodi, abbiamo calcolato che le crisi valutarie sono correlate a una riduzione media del salario reale di 5,0 punti percentuali nell’anno dell’uscita, che viene riassorbita solo dopo cinque anni; inoltre, le crisi risultano correlate a una caduta media della quota salari – cioè della quota di reddito nazionale spettante ai lavoratori subordinati – che non subisce inversioni di rotta e che dopo cinque anni ammonta a 5,5 punti percentuali. Guardando i soli paesi ad alto reddito la situazione non è molto migliore: in media il salario reale cade di 4,0 punti nell’anno dell’uscita dal regime di cambio, anche se dopo cinque anni recupera e supera di 1,7 punti il livello pre-crisi; la quota salari continua a cadere e dopo cinque anni risulta diminuita di 5,2 punti percentuali rispetto al livello pre-crisi. Infine, sia per quanto riguarda il salario reale che la quota salari, dopo l’uscita gli andamenti di queste variabili si collocano su un sentiero nettamente inferiore rispetto a quello precedente all’abbandono dell’area valutaria. Chi ha sostenuto che non ci dovremmo preoccupare troppo degli effetti salariali e distributivi di una eventuale uscita dall’euro farà bene a ridare uno sguardo alle evidenze storiche.

Tabella 2 – Correlazione tra uscita da aree valutarie e variazioni medie dei salari reali e della quota salari
Paesi ad
alto reddito                         Nell’anno dell’uscita              Dopo 5 anni

Salario reale                                     -4,0                                 +1,7
Quota salari                                     +1,0                                  -5,2

Fonte: Brancaccio e Garbellini (2014)


Oltretutto questi sono dati medi. Tra paese e paese la variabilità delle dinamiche può essere anche molto elevata. Ciò significa che la risposta dei salari reali e della quota salari dipende anche dai sistemi di contrattazione e dalle politiche economiche adottate. Se al momento dell’uscita dall’area valutaria un paese lascia sguarnite le retribuzioni, e magari affida la fluttuazione della moneta nazionale alle famigerate “libere forze del mercato”, il rischio è che si assista a una caduta dei salari ancor più accentuata. Per citare due esempi opposti, nel 2002 l’Argentina affrontò l’abbandono della parità con il dollaro con una politica salariale espansiva, che comportò un notevole incremento delle retribuzioni e della quota salari. Al contrario, dopo l’uscita dallo SME del 1992 l’Italia adottò una politica salariale restrittiva che in cinque anni contribuì a una riduzione del salario reale di 3 punti percentuali e a un crollo della quota salari di 6,3 punti. In definitiva, stando alle evidenze disponibili, possiamo affermare che in assenza di opportune politiche di salvaguardia dei lavoratori subordinati, gli effetti salariali e distributivi di una uscita dall’euro potrebbero rivelarsi significativi e duraturi, in misura anche più accentuata rispetto ai dati medi. Questi effetti, peraltro, non sembrano giustificati in termini di efficienza economica: il nostro studio contrasta la tesi ortodossa secondo cui la ripresa del Pil sarebbe tanto maggiore quanto maggiore sia la riduzione dei salari reali causata dalla svalutazione. Se esiste una correlazione tra gli andamenti dei salari reali e del Pil dopo una crisi valutaria, essa al limite ci dice che il Pil aumenta quando i salari reali aumentano, e non viceversa [6].

La nostra analisi sottolinea però anche un altro aspetto. L’indagine sui costi di un eventuale abbandono della moneta unica dovrebbe sempre essere effettuata in termini comparati, ossia confrontandoli con i costi che già si sostengono all’interno dell’eurozona. Da questo punto di vista occorre tener presente che dal 2009 stiamo assistendo a fenomeni di deflazione salariale che in alcuni paesi periferici dell’Unione hanno già raggiunto dimensioni importanti: in cinque anni i salari reali medi lordi sono diminuiti del 2,2 percento in Italia, del 3,8 in Portogallo, del 3,9 in Irlanda, del 5,4 in Spagna e sono crollati del 22 percento in Grecia; la quota salari è diminuita di appena 0,3 punti percentuali in Italia, ma è caduta di 4,2 punti in Spagna, di 4,4 punti in Portogallo, di 5,7 punti in Irlanda ed è precipitata di 7,7 punti in Grecia.

Tabella 3 – La deflazione salariale dentro l’eurozona (2009-2013)
                        Italia    Portogallo    Irlanda    Spagna    Grecia

Salario reale      -2-2         -3,8          -3,9         -5,4       -22,0
Quota salari       -0,3         -4,2          -4,4         -5,7        -7,7

Fonte: Brancaccio & Garbellini (2014)


Queste tendenze non rappresentano solo un riflesso della recessione. Esse sono anche il frutto di una precisa dottrina, che altrove abbiamo definito di “precarietà espansiva”. Secondo questa visione, sarebbe possibile accrescere la competitività e la connessa solvibilità dei paesi periferici dell’Unione a colpi di ulteriore flessibilità del lavoro e conseguenti riduzioni dei salari, nominali e reali [7]. Stando a questa ricetta, l’Italia in un certo senso sarebbe addirittura in ritardo, nel senso che dovrebbe cercare di adeguarsi più rapidamente alle cadute salariali che già si registrano negli altri paesi periferici dell’Unione. Il recente Jobs Act, del resto, trova la sua ragione di fondo non certo nella fantasiosa pretesa di creare direttamente occupazione, ma proprio nel tentativo di adeguarsi alla linea deflazionista prevalente in Europa [8].

Quali risultati ci si può attendere da questa linea d’azione? Il caso della Grecia ci pare emblematico: nello stesso periodo in cui attuava una spaventosa deflazione salariale, questo paese ha fatto registrare nuove cadute del reddito nazionale e un aumento conseguente dei rapporti tra debito estero e debito pubblico da un lato e reddito dall’altro. Il caso greco, si badi, è estremo ma non rappresenta un’eccezione logica. Come Fisher e Keynes ben sapevano, e come oggi ricorda lo stesso Krugman, la riduzione dei salari non necessariamente corregge gli squilibri ma anzi può accentuarli, e può portare dritti verso una deflazione da debiti [9]. Ciò nonostante, negli indirizzi delle istituzioni e dei governi europei non si intravede il benché minimo ripensamento. Gli interessi prevalenti, in Germania e non solo, sono avversi a qualsiasi inversione di rotta, che sia ad esempio basata su uno “standard retributivo europeo” [10] o che sia pure solo fondata su una generica politica di reflazione. Si insiste pertanto con l’idea perniciosa che la corsa al ribasso dei salari porterà in equilibrio l’Unione. La conseguenza è che gli effetti perversi delle tendenze deflazioniste proseguiranno. Di questo passo, il “monito degli economisti” prevede che la deflagrazione dell’attuale eurozona prima o poi sarà inevitabile.

L’implicazione è chiara: a lungo andare, come è già avvenuto in altri paesi, la reiterazione delle politiche di deflazione salariale potrebbe provocare anche in Italia una caduta dei salari reali e della quota salari persino superiore a quella che potrebbe scaturire dall’abbandono della moneta unica. Ma l’accentuazione della deflazione salariale in un paese grande come l’Italia potrebbe avere effetti ancor più destabilizzanti sulla tenuta complessiva dell’Unione. La conclusione ha un che di ironico: i salari potrebbero subire una doppia decurtazione, in un primo momento dovuta alla deflazione dentro l’eurozona e in un secondo momento dovuta alla svalutazione fuori dall’Unione. Se così davvero andasse, per i lavoratori sarebbe una vera beffa.

In linea di principio non è affatto detto che debba per forza andare in questo modo. Abbiamo già osservato che i paesi che hanno gestito le crisi valutarie tramite politiche di salvaguardia delle retribuzioni hanno fatto registrare dinamiche dei salari e delle quote distributive molto migliori degli altri. Ma al di là degli andamenti salariali si può anche trarre una riflessione più generale. Seguendo Althusser, potremmo dire che la crisi di un’area valutaria costituisce un tipico esempio di crocevia, di “congiuntura” del processo storico che può esser governata secondo modalità alternative tra loro, ognuna delle quali può avere ben diverse ripercussioni sui diversi gruppi sociali in gioco. A tale riguardo, torna utile recuperare le riflessioni di quegli studiosi che, dopo un travagliato percorso intellettuale, giunsero alla conclusione che al fine di salvaguardare i lavoratori le fluttuazioni del cambio dovrebbero esser sostituite da una politica di controllo degli scambi di capitali e di merci [11]. Chi la consideri un’indicazione fuori dal tempo storico farà bene a notare che dal 2008 sono state adottate ben 700 nuove misure protezionistiche a livello mondiale [12]. E’ la riprova delle difficoltà di tenuta dell’attuale modello globale di accumulazione e della sperimentazione in atto di regimi di sviluppo almeno in parte diversi. Con l’eccezione degli eredi della tradizione del movimento operaio novecentesco, di questa tendenza sembrano essersene accorti tutti.

La lezione che possiamo trarre, per l’attuale fase politica, è chiara. Al di là della grancassa mediatica, le divergenze macroeconomiche in atto segnalano che occorre prepararsi a una prospettiva di deflagrazione dell’eurozona. Al tempo stesso, bisogna riconoscere che non vi è molta differenza tra i retori europeisti che propongono di preservare l’eurozona a colpi di deflazione salariale e i gattopardi che esortano ad abbandonare la moneta unica ma non osano mettere minimamente in discussione il mercato unico europeo. Gli uni e gli altri, dopotutto, costituiscono il prodotto di un liberoscambismo manicheo che ha avallato in questi anni una indiscriminata libertà di circolazione internazionale dei capitali e delle merci e che ha già fatto tanti danni. Nel crocevia che stiamo attraversando, la critica del liberoscambismo non dovrebbe esser lasciata in esclusiva alle forze reazionarie. Tale critica può esser declinata in senso progressivo e potrebbe costituire la premessa per una svolta di politica economica favorevole al lavoro.

Emiliano Brancaccio* e Nadia Garbellini**
* Università del Sannio; ** Università di Bergamo


Bibliografia
[1] Eurostat (2014). Flash estimate for the first quarter of 2014, Eurostat news release, 76, 15 may.
[2] AA.VV. (2013). The Economists’ Warning: European governments repeat mistakes of the Treaty of Versailles, Financial Times, 23 September (www.theeconomistwarning.com).
[3] Bagnai, A. (2012). Il Tramonto dell’euro. Imprimatur, Reggio Emilia.
[4] Draghi, M. (2011a). FT Interview Transcript, Financial Times, edited by Lionel Barber and Ralph Atkins, 18 December.
[5] La nostra definizione di “crisi valutaria” combina due criteri di selezione largamente adoperati in letteratura. Abbiamo infatti adottato la classificazione dei regimi di cambio proposta dal Fondo Monetario Internazionale per individuare gli episodi di transizione da un regime di cambio relativamente rigido ad uno più flessibile, e tra questi episodi abbiamo ulteriormente selezionato i casi in cui si siano verificate svalutazioni superiori al 25 percento rispetto al dollaro nell’anno del cambio di regime, oppure nell’anno precedente o in quello immediatamente successivo. Scopo di questo duplice criterio è di contemplare sia il fenomeno della svalutazione che i decisivi cambiamenti politico-istituzionali che in genere contraddistinguono gli abbandoni dei regimi di cambio. Gli episodi selezionati sono i seguenti. Sette casi hanno riguardato paesi ad alto reddito procapite: Australia (1985), Finlandia (1993), Islanda (1985), Italia (1993), Corea del Sud (1998), Spagna (1983), Svezia (1993). Gli altri 21 casi hanno riguardato paesi a basso reddito procapite: Argentina (2002), Bielorussia (1999), Brasile (1999), Cile (1982), Costa Rica (1981), Costa Rica (1991), Egitto (2003), Guatemala (1990), Honduras (1990), Indonesia (1998), Kazakistan (1999), Messico (1995), Paraguay (1989), Perù (1988), Polonia (1990), Romania (1990), Sud Africa (1984), Suriname (1994), Turchia (1999), Uruguay (1982), Uruguay (2002). L’anno di “crisi” è quello in cui si verifica la svalutazione superiore al 25%. La soglia di svalutazione è quella suggerita da Frankel e Rose ed è ampiamente utilizzata in letteratura. Ad ogni modo, i risultati delle nostre analisi non cambiano se si adotta una soglia diversa, ad esempio del 20%, e risultano robusti alla rimozione di eventuali outliers. Il caso del Regno Unito (1992) non è contemplato poiché la svalutazione della sterlina fu inferiore al 20%. Gli unici episodi che rispettano il nostro criterio di selezione ma non sono stati contemplati riguardano paesi per i quali mancano dati sui salari reali o sulla quota salari (è il caso ad esempio della Russia 1998). Per approfondimenti rinviamo a Brancaccio, E., Garbellini, N. (2014a), Sugli effetti salariali e distributivi delle crisi dei regimi di cambio, e Brancaccio, E., Garbellini, N. (2014b), Currency regime crises, real wages, functional income distribution and production, entrambi di prossima pubblicazione.
[6] Cfr. Brancaccio, E., Garbellini, N. (2014b), cit.
[7] Draghi, M. (2011b), Introductory statement by Mr Mario Draghi, President of the European Central Bank, ECB press conference, Frankfurt am Main, 3 November. Blanchard, O. (2012), The Logic and Fairness of Greece’s Program, iMFdirect, 19 March.
[8] Del resto, che il Jobs Act e in generale le politiche di flessibilità del lavoro non abbiano effetti diretti sull’occupazione è un dato che trova da anni conferme nella ricerca empirica. Per un recente contributo sul tema, cfr. Realfonzo, R., Tortorella Esposito, G. (2014), Gli insuccessi nella liberalizzazione del lavoro a termine, Economia e politica, 13 maggio.
[9] Eggertsson, G.B., Krugman, P. (2012). Debt, Deleveraging, and the Liquidity Trap: A Fisher-Minsky-Koo Approach, Quarterly Journal of Economics, 127, 3.
[10] Brancaccio, E. (2012). Current account imbalances, the Eurozone crisis and a proposal for a “European wage standard”, International Journal of Political Economy, vol. 41, 1.
[11] Kaldor, N. (1978). The effects of devaluations on trade in manufactures, in Further Essays on Applied Economics, Duckworth, London. Sui possibili vantaggi derivanti da moderne forme di limitazione degli scambi cfr. anche Rodrik, D. (2011). The Globalization Paradox: Democracy and the Future of the World Economy, W. W. Norton & Company.
[12] European Commission (2013), EU Report: Trade protectionism still on rise across the world, 2 September. E’ interessante notare che l’invocazione di clausole di controllo politico degli scambi è stata recentemente avanzata anche da Sergio Marchionne in qualità di presidente della associazione dei costruttori automobilistici europei (Reuters, European car market needs EU-led restructuring -Fiat boss, 10 October 2012).

*** FONTE: economiaepolitica.it

lunedì 19 maggio 2014

L'ASTENSIONE È PEGGIO DI UN CRIMINE, È UN ERRORE di Leonardo Mazzei

19 maggio. Leonardo Mazzei (nella foto) membro della segreteria nazionale del MOVIMENTO POPOLARE DI LIBERAZIONE.

«25 maggio, elezioni europee. Si tratta di un voto ordinario? Difficile sostenerlo dopo un quinquennio in cui l'Europa è stata, e rimane tutt'oggi, il centro della crisi. Difficile sostenerlo in particolare in Italia, dove la crisi è più grave e c'è un governo ultra-liberista che ne farà il banco di prova per lanciarsi nell'attacco più duro ad ogni diritto sociale.

Non voto alle elezioni europee dal 1994, dunque non mi pare di soffrire particolarmente del germe elettoralista, meno che mai nutro qualche considerazione per la ridicola assemblea di Strasburgo. A differenza di certi sinistrati non penso che l'astensionismo sia un crimine, ma questa volta - per dirla con Talleyrand - l'astensionismo è molto peggio di un crimine, è un errore. E, sinceramente, non sembra difficile capire il perché.

Si dirà: c'è forse sulla scheda una lista in cui ritrovarsi ideologicamente? No, non c'è. Ce n'è una in cui riconoscersi appieno politicamente? No, purtroppo non c'è. E allora, perché votare? Semplicemente per una ragione un po' più grande: perché non siamo in tempi ordinari, perché siamo nel mezzo di una battaglia per il futuro dell'Europa, ed ancor di più di quello del nostro Paese. Una battaglia che non si deciderà di certo con le elezioni, ma nella quale anche il voto del 25 maggio ha un'importanza non secondaria.

Piaccia o non piaccia, le prossime elezioni ci diranno due cose: qual è il grado di consenso sul quale possono ancora contare le oligarchie euriste nei vari paesi dell'Unione, qual è quello di cui dispone il governo Renzi in Italia.

Noi siamo per porre fine al mostro chiamato "Unione Europea" ed al suo principale strumento di dominio antipopolare chiamato euro. Possiamo essere indifferenti di fronte alla crisi di consenso che indebolirà il blocco eurista che guida l'UE? Certo, le larghe intese tra PSE (Partito Socialista Europeo) e PPE (Partito Popolare Europeo) - un fronte che, tanto per capirci, va da Vendola alla Merkel! - non sono in discussione. Ma è in discussione la sua forza, soprattutto in alcuni decisivi paesi. Tra i quali spicca l'Italia.

Gli eurocrati hanno già messo nel conto una debacle in Francia e Gran Bretagna, cioè nel secondo e nel terzo paese per abitanti dell'Unione. Una debacle che, anche per responsabilità della sinistra, verrà incassata principalmente da forze di destra. E il quarto paese, che è poi il primo dei vituperati PIIGS? Ecco, in questo quarto paese, l'Italia, gli euristi sperano di sfangarla. E, ci mettiamo nei loro panni, non sarebbe un risultato da poco.

Dopo aver bruciato due loro uomini in soli due anni (Monti e Letta), hanno ora contribuito ad insediare il berluschino fiorentino, un populista in salsa eurista che non potrà andare troppo lontano, ma che potrebbe dichiararsi vincitore la sera del 25 maggio. Glielo possiamo consentire?


Chi ha compreso che la questione dell'euro e dell'Europa è quella centrale, non può non capire come proprio il risultato italiano sarà quello più significativo su scala europea. Se Renzi vincerà (poi vedremo in quali termini andrà valutata la vittoria e la sconfitta) a Bruxelles ed a Berlino potranno dire che, sì, gli "euroscettici" sono cresciuti, ma che dall'Italia viene un chiaro consenso ad andare avanti. Con che cosa andare avanti lo sapete già e non mi ci soffermo. E chi, oltre alla centralità della questione europea, ha compreso la pericolosità sociale e democratica del governo Renzi, ha ulteriori motivi per impedire un successo del governo.

Sia chiaro, comunque vada, dalle urne uscirà un governo di minoranza. Anche secondo i sondaggi più generosi la somma dei voti di Pd, Ncd e Sc non supererà in ogni caso il 43%. Ma che bel segnale sarebbe se il terzetto fosse sotto la simbolica soglia del 40%! Che l'attuale esecutivo sia di fatto in minoranza nel paese è cosa nota, ma vi sembra indifferente che venga sancita dal voto?

C'è però un trucco che il sistema mediatico sta congegnando. Ed è su questo che Renzi sta giocando. Dato che il risultato complessivo dei governativi di certo non potrà essere un granché, quel che verrà messo in luce sarà solo il risultato del Pd. Risultato che, mediaticamente, non verrà neppure assegnato al partito, ma semplicemente al suo leader. Un modo certo sfacciato, ma non per questo inefficace, di trasformare in vittoria una sostanziale perdita di consensi del blocco eurista.

Possiamo impedire che il 25 sera questo trucco possa avere successo? Possiamo impedire che Renzi brindi con i suoi accoliti, e che a Bruxelles e Berlino si faccia altrettanto in nome di un'Italia piegata e riportata all'ordine eurista? Sì, possiamo farlo. E siccome possiamo farlo, dobbiamo batterci perché ciò avvenga. Ed il modo per ottenere questo risultato è uno solo: votare M5S.

Ora, al M5S si possono fare molte critiche. Ed è giusto continuare a farle. Le sue modalità di funzionamento di certo non convincono. La sua concezione istituzionalista è un limite innegabile. La sua posizione sull'Europa è insufficiente. E, tuttavia, solo un successo del M5S potrà fare davvero male tanto allo sbruffone fiorentino, quanto alla casta eurista che ci governa per conto delle oligarchie finanziarie. Vi pare poco?

Di fatto il governo attuale si basa su una maggioranza Renzi-Berlusconi, come il soccorso "azzurro" in occasione del voto sul Senato non elettivo ha dimostrato in abbondanza. I due del segretissimo "patto del Nazareno" si tengono ben stretti per cercare di ricostruire un bipolarismo che non c'è più. Il modo per realizzare questo disegno, con la legge elettorale super-truffa che insieme hanno congegnato, si basa sull'azzoppamento dell'unica opposizione parlamentare esistente, quella del M5S. Se l'azzoppamento non ci sarà, se il Pd non riuscirà a prendere il largo, quel disegno andrà in crisi. Forse in frantumi. Vi sembra poco?

A me sembra molto. La sinistra contro l'euro sta muovendo solo i primi passi, in Italia come in altri paesi europei. E' qui che si gioca la nostra partita, con un progetto di alternativa che tenga insieme la questione di classe con quella nazionale. Difesa degli interessi delle classi popolari e riconquista della sovranità nazionale sono due facce della stessa medaglia, due fari che illuminano la stessa strada. Ma la battaglia contro gli euro-oligarchi pensiamo di farla e di vincerla da soli? No, sappiamo che bisognerà costruire un fronte ampio di forze democratiche e costituzionali, che prenda in mano le sorti del Paese sottraendole alle grinfie euriste. E non è il M5S un alleato naturale in questa lotta in cui tutto si decide? E, comunque, non dobbiamo fare tutto il possibile affinché lo sia? La risposta mi pare evidente.

Ricapitolando: se è vero che non avremo sulla scheda elettorale un simbolo in cui riconoscerci appieno, è altrettanto vero che avremo a disposizione un voto che potrà incidere non poco nella lotta politica che stiamo conducendo. Non utilizzarlo sarebbe davvero un errore imperdonabile.

Alla lunga le illusioni diffuse dal berluschino fiorentino andranno certo a cozzare con la realtà dei fatti, con i vincoli europei, con il Fiscal compact, con una recessione ben lungi dall'essere finita. Ma se la sera del 25 avrà raggiunto la quota simbolica del 33%, ed avrà staccato il M5S di quei 10 punti percentuali attesi, avrà la strada spianata per portare a termine tutte le controriforme messe in campo, dal lavoro alla legge elettorale.

Tanto più il Pd sarà sotto quella soglia, tanto più il M5S avrà successo, tanto più il disegno di Renzi andrà in crisi. Possiamo restare indifferenti?

Lo so, ci sono anche altre obiezioni al voto al M5S. Tralascio quella, davvero demenziale, secondo cui il movimento di Grillo sarebbe solo una specie di diga messa lì come contenimento ad un'incipiente insorgenza. E' questa una tesi complottista, da residuati bellici un po' svitati e mentalmente bolliti. Se proprio vogliamo tagliare con l'accetta, la verità è che il M5S non solo non ha neutralizzato la sollevazione, ha piuttosto impedito che la cosiddetta ondata "anti-politica" andasse a destra come in Francia. Vi sembra poco?

C'è invece una seconda critica che merita di essere presa in considerazione, anche perché riguarda l'Europa ed è sull'Europa che si dovrà esprimere il voto il 25 maggio. Secondo molti anti-euro il programma del M5S per le europee è confuso ed inadeguato. Questa critica ha un fondamento, ma solo fino ad un certo punto. Non c'è bisogno di dire che anche noi avremmo preferito una maggiore chiarezza sull'assoluta necessita di uscire dall'euro-dittatura, ma quella del M5S è senza dubbio la posizione più avanzata in campo.

Entriamo nel merito, facendo alcuni confronti. Sui 7 punti del programma del Movimento Cinque Stelle, 4 sono quelli decisivi: 1) referendum per la permanenza nell'euro, 2) abolizione del fiscal compact, 3) abolizione del pareggio di bilancio, 4) adozione degli eurobond. Sicuramente i punti 2 e 3 sono condivisi da tutti i no-euro, mentre il punto 4 è condiviso anche dalla Lista Tsipras, che parla però di "sospensione" anziché di abolizione del Fiscal compact. Il punto 1 trova invece l'opposizione (per opposti motivi) sia di una parte dei no-euro che degli tsipriti.

Dico subito che il punto 4 è una vera ingenuità. Non solo non va bene per chi, come noi, si batte per l'uscita dalla gabbia europea. Non va bene anche perché con l'European Redemption Fund, che l'UE sta approntando per dare concretezza al Fiscal compact, arriveranno probabilmente anche gli eurobond, ma serviranno solo come specchietto per le allodole per far passare il più gigantesco piano di sacrifici e di asservimento economico di interi popoli mai concepito fino ad ora. Dunque, attenzione agli eurobond!

Ma è il punto 1 quello veramente decisivo. Se gli altreuristi alla Tsipras lo rifiutano proprio perché visceralmente contrari all'uscita dalla moneta unica, anche certi no-euro alla Bagnai (per intenderci, quelli che si sono innamorati di Salvini) lo respingono. A mio modesto avviso si tratta invece di una posizione giusta ed intelligente. Vediamo il perché.

Lasciamo da parte, ed al loro prevedibile destino, gli tsipriti. E' bene che chi non sa imparare dai propri errori vada incontro ad una nuova capocciata. Gli amici di Repubblica cercheranno di impedirla, ma miracoli non ne possono fare. Esaminiamo invece la critica dei no-euro alla Bagnai (li chiamiamo in questo modo giusto per capirsi). Secondo costoro il referendum è un errore per due motivi: primo perché toglierebbe "segretezza" all'ora x dell'uscita dall'euro, secondo perché non sarebbe facile vincere quel referendum.

Penso che sia venuta l'ora di dire che queste due motivazioni sono semplicemente reazionarie. Se si pensa che l'uscita dalla moneta unica possa avvenire all'improvviso, nell'assoluta segretezza, vuol dire che si pensa ad un'uscita pilotata dallo stesso blocco dominante oggi al potere, magari da un governo eurista fino al giorno prima. Che razza di uscita sarebbe quella? Sarebbe un'uscita di stampo liberista, che affiderebbe non solo il cambio valutario, ma il futuro del paese ai voleri dei mercati finanziari.

Non di questo abbiamo bisogno, ma di un governo popolare d'emergenza, frutto di una vera sollevazione, portatore di un chiaro programma di alternativa, che per sua natura non potrebbe né dovrebbe nascondere i propri intenti. E' evidente che solo in questo quadro il referendum potrebbe svolgersi. Prima di allora il blocco eurista lo impedirebbe in ogni modo. Ma questo significa che è sbagliato chiederlo? E perché mai? Non è questo il modo migliore per smascherare l'antidemocraticità, la paura del voto popolare da parte di costoro?

Ma, dicono le argute volpi del "facciamo tutto in una notte", non si rischierebbe in questo modo di perderlo il referendum? Certo che si rischierebbe, tenuto anche conto della potenza mediatica dell'avversario. Si rischierebbe come in tutte le battaglie politiche, ma qual è l'alternativa al pronunciamento popolare? Sinceramente ne vedo solo una: affidarsi alla "saggezza" dello stesso blocco dominante che ci ha portati fin qui, che è poi l'idea bagnaiana di chi alle europee voterà Lega Nord. Un partito (vedi QUI) che da Maastricht in poi, e fino all'altro ieri, ha sempre votato per il "più Europa", smarcandosi solo ora per provare a passare la soglia del 4%. Con un programma che dedica all'euro un quarto dello spazio utilizzato per motivare l'opposizione all'ingresso nell'UE della Turchia...

La forza e l'intelligenza della proposta del M5S sta invece in questo: nello scommettere sulla capacità di un popolo ammutolito per decenni di riprendere in mano il proprio destino. Si tratta di una scommessa illusoria? Non necessariamente, visto che la crisi sta facendo breccia anche nelle menti più refrattarie. E comunque, se l'alternativa è quella del tradizionale gattopardismo, del "tutto cambi per nulla cambiare", non sarà difficile capire dove sta la posizione democratica e rivoluzionaria e quella antidemocratica e reazionaria.

C'è poi un'ultima cosa che dobbiamo ricordare. Se la Lista Tsipras non ha certo reciso i legami con il Pd, se la stessa cosa vale per la Lega nei confronti di Berlusconi, ben diversa è la collocazione del M5S, del quale tutto si potrà dire, ma non che non abbia mantenuto la promessa di non allearsi con le forze e gli schieramenti del ventennio della seconda repubblica. Al Pd che implorava in qualche modo un sostegno, il M5S ha risposto seccamente di no. Magari un no che poteva essere spiegato meglio dal punto di vista comunicativo, ma di sicuro un no. Ed è questo quello che conta.

Dopo vent'anni di mezze opposizioni, sempre pronte all'inciucio, si è vista finalmente in parlamento una forza di opposizione coerente. Non è tutto, ma non è poco. Un motivo in più per votare 5 stelle, l'unico voto che potrà azzoppare il governo, con un bello schiaffo sul faccione falso e melenso del boy scout della P2.

domenica 18 maggio 2014

OLTRE IL BUIO DEGLI "ILLUMINATI" di Vincenzo Baldassarri

18 maggio. Quello che sto per dire è frutto di una mera illazione che parte da questo esatto presupposto: i paesi occidentali, negli anni, hanno causato e fomentato guerre nei paesi africani e in quelli arabi, creando dapprima conflitti di vario genere e poi rifornendo di armi le varie fazioni venutesi a creare.
Il meccanismo è semplice, e quello che ho detto fin qui è oramai di dominio pubblico. L'errore che comunemente si fa, è pensare che questo dipenda solo dal petrolio o dal commercio delle armi.
Purtroppo si è troppo buoni per arrivare a vedere la verità che si nasconde dietro una realtà così grottesca, da far rifiutare alla mente umana che esista.

Iniziamo dal dire che non solo i soldi guidano queste azioni, ma anche una viscerale voglia di potere, una volontà di essere superiori, di controllare e di sottomettere da parte di chi i soldi li ha già e non si accontenta, ma vuole prendere tutto finanche le vite degli altri, forse in una spirale discendente che porta alla distruzione degli oppressi, ma alla fine anche degli oppressori.
Qualcuno, per semplificare o forse per non andare fin in fondo alla questione, e vederne i risvolti filosofici, duri da affrontare, dato che prevedono una conoscenza di se stessi difficile da acquisire e anche un'autocritica a volte quasi distruttiva, preferiscono appunto dare delle etichette, individuare, anche se erroneamente, un comun denominatore a tutto e proprio qui nasce il complottismo, o meglio quello che per me è il complottismo nell'accezione piu negativa del termine.
Da questo nasce la teoria degli Illuminati, che è quanto di più esemplificativo per non spiegare nulla.
Di solito chi appoggia questa teoria ha un atteggiamento dogmatico, che non prevede critica o dubbio su chi o che cosa sia la causa di tutti i mali del mondo, un dogma che vede come unico male un gruppetto di persone, che con azioni più o meno nascoste, sia l'unica causa di tutte le disgrazie del mondo.
Una volta, non molti anni fa, si sarebbe detto che in realtà questi conflitti e questi "scompensi" fossero dovuti a una lotta tra classi sociali ben distinte, e queste classi erano identificate in capitalisti e proletari.
E' chiaro che questi termini sono passati di moda e che in un qualche modo sono stati usati male, tanto da generare una repulsione comune verso gli stessi, forse perché giustamente identificati come propri di una terminologia esclusiva di una certa fazione politica.
Certo ora dire che sia tutta colpa degli illuminati è più semplice, non inimica i potenti e fa si che molti dei "cattivi" non vengano neanche presi in considerazione e che non venga preso in considerazione neanche il fattore socio culturale che c'è alla base dei veri problemi del pensiero occidentale.
Insomma basta dire che è colpa degli illuminati, delle loro banche, del club bildemberg ecc., per esaurire ogni forma di pensiero analitico riguardo alla situazione in cui versa l'occidente e non solo.
Tutto molto semplice, basta aggiungere che tutto questo è segreto, per dare un'aria da film di spionaggio di terza classe e arrivare a non dover spiegare più nulla.
Ma purtroppo le cose non sono così segrete e tanto meno sono così facilmente esemplificabili, il fatto è che esiste un pensiero moderno della società che ci ha portato a questa situazione e non tanto delle singole persone, che certo saranno e sono criminali, ma piuttosto si tratta di una vera e propria filosofia della concezione del mondo, errata.

Quindi, detto questo, ecco l'illazione con la i maiuscola, una teoria alternativa che non vede come unici responsabili delle tragedie del nostro paese e del mondo solo un gruppo di persone ristrette, ma invece vede come responsabile una dottrina, un pensiero, una filosofia, che per comodità chiameremo neo-liberal-capitalismo.
Questo pensiero, questa filosofia o come la si voglia chiamare, parte dal presupposto che il mondo sia una specie di immenso supermarket pieno zeppo di ogni ben di dio e che abbia all'interno una clientela quasi sconfinata e molto eterogenea, ci sono ricchi, poveri, neri, bianchi, rossi, gialli, ...
Nessun problema finché questo posto venga gestito da un direttore che cerchi di dare un qualche ordine alle cose, che cerchi di accontentare la clientela, finché non pensi solo al profitto e permetta una variazione dei prezzi affinché tutti possano accedere ai beni di largo consumo; tutto andrebbe bene se fosse sempre così.
Questo direttore in realtà non dobbiamo identificarlo come una persona, ma come un pensiero, diciamo che il direttore di cui sopra si chiami "sociale" cioè un pensiero che metta in primo piano la collettività e l'aspetto umano e in secondo piano, senza però dimenticarsene, l'aspetto materiale ed economico.
Quindi il direttore ipotetico uno è il SOCIALE. Se questo "direttore" fosse appoggiato dalla maggior parte delle persone nel supermercato, queste persone, applicando il pensiero del sociale, probabilmente darebbero vita ad un movimento per definire il quale potremmo forse usare il termine del pensiero stesso, cioè Sociale, e se aggiungessimo il fatto che questo pensiero è diventato un movimento, utilizzando perciò il suffiso -ismo, avremmo che quindi il supermarket sarebbe vissuto e gestito da persone socialiste con un pensiero di socialismo.
Mettiamo che però il supermarket sia gestito da un direttore che non ha a cuore le persone ma gli incassi e ammettiamo sempre che questo direttore non sia un individuo, ma anche qui solo un pensiero e che questo pensiero per comodo adesso lo chiamiamo capitale.
Naturalmente se la maggior parte delle persone fossero convinte che questo direttore sia buono e giusto, lo eleggerebbero e quindi condividerebbero questo pensiero, dando vita anche in questo caso ad un movimento che dovremmo, sempre aggiungendo il suffisso greco -ismo, chiamare CAPITALISMO.
Quest'ultimo direttore avrebbe naturalmente più a cuore il capitale, gli incassi del supermarket e quindi tenderebbe ad escludere dallo stesso chi, per un motivo o per l'altro, non avesse i soldi per pagare, in più anche a creare una classe di consumatori ben definita che dividerebbe il supermercato per comodità in fasce di reddito e per non urtare gli affari creerebbe anche dei divisori precisi tra un reparto e l'altro.
Naturalmente l'escusione inizierebbe da chi non ha soldi per nulla, ma ben presto si passerrebbe a chi ne ha pochi, cioè una clientela scomoda, che si lamenta e che non produce abbastanza affari e che spesso tenta di intrufolarsi nei reparti che non gli appartengono. Allora si inizierebbe ad esculdere anche questi.
Chiaramente tutta questa massa di persone messa alle porte del supermarket potrebbe ribellarsi man a mano che i reparti si selezionano ulteriormente. Per avere un maggior profitto e meno problemi si metterebbe alla porta sempre più gente non solo gli indigenti, ma anche i troppo esigenti, quelli che vogliono prodotti che non si possono vendere. Alla fine si avrebbe una gran maggioranza di persone estromesse dal supermarket, queste persone sarebbero affamate e giustamente arrabbiate, esasperate e molto nervose e darebbero con il loro chiasso, fastidio ai clienti altolocati del supermarket.
Come risolvere il problema? Si dovrebbe neutralizzare questo baccano. Naturalmente non si potrebbe andare semplicemente fuori con un fucile e uccidere queste persone, perché questo indignerebbe comunque i clienti del supermercato e farebbe apparire sbagliato il direttore, il che potrebbe portare ad un cambio di direttore e quindi di pensiero, allora cosa fare?
La soluzione sarebbe che queste persone si facciano fuori da sole o che la loro pericolosità fosse riconosciuta tale dai clienti del supermarket.
Fare questo con persone esasperate, nervose e affamate è semplice, basta convincere una parte di loro che è possibile entrare nel supermarket se un'altra parte di loro non ci fosse, basta dare delle etichette che nel supermercato non mancano a qualcuno e poi fornirgli le armi che gli servono a prevalere.
Intanto la clientela cresce, gli affamati generano altri affamati, la selezione nel supermercato cresce e qualche disperato riesce a sfondare le porte e ad arrrivare ai reparti dei meno abbienti e così inizia una guerra nel reparto "stiamo ancora bene ma non abbastanza".
Beh nulla di male, questo conflitto farà un po' di pulizia dei meno abbienti e dei disperati, lasciamoli combattere.
Non mi voglio dilungare oltre, il pensiero è questo, qualcuno lo sa, qualcuno lo ignora finché non rischia di essere estromesso dal supermercato, alcuni semplicemente erano al bagno e non hanno visto nulla, ma tutto questo non è sicuramente opera di poche persone, tutto questo è opera di un modo di vedere le cose, di vedere o di non vedere il mondo, tutto questo è il risultato diretto del valore che si da alle cose e alle persone.
E' facile dire che chi sta sulla cresta dell'onda di un pensiero ne sia il responsabile.
E' piu difficile rendersi conto che volenti o no, quell'onda siamo noi e che noi l'abbiamo generata creando quel movimento che teneva in considerazione solo l'aspetto materiale del mondo.
Buona spesa a tutti.

sabato 17 maggio 2014

«PER FORTUNA CHE C'È M5S» Intervista a Giuseppe Zupo

17 maggio. «In Europa il malcontento si sta riversando verso partiti reazionari, fascisti o addirittura neonazisti mente qui da noi prende le sembianze del M5S che è invece antifascista, democratico e progressista». 

Giuseppe Zupo, 73 anni, responsabile nazionale giustizia del Pci ai tempi di Berlinguer ci spiega perché vota Movimento 5 Stelle.
“A miei tempi l’onestà era un dna che andava preservato accuratamente, oggi è un optional fastidioso. Il pensiero di Berlinguer è attualissimo e l’unico erede della questione morale è il Movimento 5 Stelle”. E Renzi? “E’ il nulla e sul niente c’è poco da dire”. Mentre Vendola? “Sull’Ilva di Taranto ha fatto uno scivolone terribile e avrebbe dovuto trarne immediatamente le conseguenze, non si ride con i padroni che hanno inquinato una città e prodotto morti su morti”. A parlare né Grillo né altro attivista pentastellato ma l’avvocato 

Avvocato, Lei è stato dirigente ai tempi del Partito comunista di Berlinguer. Alla luce di questa esperienza come valuta i recenti casi - per l’ultimo l’Expo - di corruzione nella politica italiana?
Allora la corruzione non aveva il peso devastante che ha assunto negli anni successivi, il maggior problema da fronteggiare per noi era quel terrorismo che generava danni e apprensione. Serpeggiava grande tensione per la risposta dei partiti alle richieste sociali: il terrorismo trovava terreno fertile tra l’insoddisfazione dei giovani e delle masse popolari. E quindi il Pci di Berlinguer si è preoccupato di riguadagnare la fiducia dei cittadini nei confronti dello Stato, da qui la questione morale e l’intransigenza sull’onestà delle Istituzioni.

Il Berlinguer della questione morale lo considera ancora attuale o superato?
E’ attualissimo. La questione morale non era ascrivibile solamente al “non rubare”, era la concezione che lo Stato e le istituzioni democratiche fossero un bene pubblico e quindi da preservare con attenzione essendo di proprietà di una comunità, frutto di sforzi di generazioni che nel passato hanno costruito le fondamenta per quelle future.
Ciò ispirava Berlinguer e il Pci: la questione morale era figlia di una grande tradizione liberale – che proviene dalla Rivoluzione francese, almeno prima che degenerasse – non relegabile al campo della sinistra ma a chiunque amasse lo Stato e le istituzioni democratiche. Come Berlinguer anche Natta, suo ultimo segretario di fiducia, si batté per tali principi. Lui fu defenestrato, mentre era in ospedale, dai vari D’Alema, Occhetto e Veltroni: lo dichiararono dimissionario – mentre era un falso - e lui apprese dal giornale radio di non essere più segretario del Pci. Prima di morire, nel 2001, ha rilasciato una bellissima intervista all’Unità in cui ha ricostruito quelle concitate giornate e si diceva preoccupato dalla degenerazione che si era creata con Occhetto. 

Tra le forze politiche organizzate di oggi, vede qualcosa che abbia preso il testimone di Berlinguer sulla questione morale?
Lo so, farò inorridire i miei compagni di una volta. Sono comunista semel semperberlingueriano e dopo il Pci non mi sono iscritto a nessun partito perché nessuno ha portato più avanti quei valori. Ora vedo nel M5S l’unico possibile erede. Ho votato il movimento alle ultime elezioni nazionali e – pur non essendo un uomo ricco – l’ho finanziato. Sono andato al comizio di San Giovanni a Roma, prima del voto, e sono rimasto colpito dall’enorme partecipazione e dalla composizione della piazza: cittadini, lavoratori, giovani. La rappresentanza come servizio nelle istituzioni, a termine, per poi ritornare al proprio status di prima. Senza fortune politiche come avviene per gli altri partiti. I parlamentari 5 stelle sono persone normalissime: casalinghe, ingegneri, impiegati, gente dalla porta accanto, non arruffoni di soldi e poltrone. Per questo sono del M5S e tornerò a votarlo. Dall’altra parte abbiamo quel Pd che, tra l’incostituzionale Porcellum e la nuova legge elettorale, ha abrogato le preferenze togliendo alle persone il diritto di poter selezionare la propria classe dirigente. Il nominare loro i parlamentari è solo l’ennesimo atto di autoreferenzialità di una politica ormai lontana dai cittadini.

Qualcuno le potrebbe fare l’obiezione che nella sinistra ci sono ancora personaggi come Renzi, Civati, Vendola… Lei come risponderebbe?
Berlinguer riteneva che Occhetto fosse solo un venditore di slogan e non un costruttore di politiche. Io penso lo stesso del premier Matteo Renzi, non aggiungo altro perché per me rappresenta il nulla e sul nulla c’è poco da dilungarsi. Civati è una persona simpatica ed educata ma è compatibile al sistema, ogni volta è lì lì per rompere e poi rientra nei ranghi: voto il M5S perché voglio una forza capace di ribaltare il tavolo su cui questi signori consumano la politica e non qualcuno che cambi loro le stoviglie. Per quanto riguarda Vendola… Sull’Ilva di Taranto ha fatto uno scivolone terribile e avrebbe dovuto trarne immediatamente le conseguenze, non si ride con i padroni che hanno inquinato una città e prodotto morti su morti.

Mi scusi, una curiosità. Negli anni ’90 prima del M5S cosa votava?
Per i Comunisti italiani. Non ho mai votato né il Pds né il Pd. Poi ho smesso di sostenere anche il Pdci perché oltre a testimonianze simpatiche e colorate ci vuole ben altro.

E così l’infatuazione per il M5S… 
Al M5S sono stati tesi dei trabocchetti e sorprese, come da Bersani, e i neoparlamentari hanno commesso degli errori per inesperienza e ingenuità, invece il movimento va sostenuto e fatto crescere. Il Pd ha disperso un immenso patrimonio, quello del Pci. Come diceva Natta, non hanno tenuto conto che eravamo il punto di arrivo di una particolarità storica, significativa ed apprezzata a livello internazionale: un partito socialdemocratico, sul modello scandinavo, che aveva con sé la classe operaia. E penso che tutto ciò non deve essere per forza perduto, il M5S è un’occasione. In Europa il malcontento si sta riversando verso partiti reazionari, fascisti o addirittura neonazisti mente qui da noi prende le sembianze del M5S che è invece antifascista, democratico e progressista. Basta osservare come Grillo ha replicato al corteggiamento di Marine Le Pen. Questa specificità del M5S andava compresa e sostenuta e non osteggiata come fatto dal Pd. Anche le istituzioni che continuano ad accusare il movimento di populismo sbagliano in maniera grossolana.


* Fonte: Micromega

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