domenica 23 giugno 2013

BAGNAI E IL «FRAIOLISMO METODOLOGICO» di Fiorenzo Fraioli

23 giugno. Volentieri pubblichiamo questo intervento di Fraioli. Egli non tira in ballo la teoria economica, ma la dimensione necessariamente politica della battaglia per salvare il nostro paese. Fiato sprecato, sospettiamo. Il salto della quaglia e i "compagni di merende", che il Bagnai si è scelto dimostrano quale sia la concezione di quest'ultimo, che potremmo così definire: "non importa di che colore sia il gatto, basta che acchiappi i topi". Non importa come se ne esce da questa crisi, da destra o da sinistra. Abbiamo scoperto poi che per Bagnai, venendo meno a tutta la sua recente predicazione, non importa se ne usciamo abbandonando l'euro o invece tenendocelo. L'importante sarebbe attenersi alla... "razionalità economica". Dietro a questa presunta "razionalità" non c'è solo l'inciucio conclamato con i liberisti, c'è pure la condivisione della loro idea reazionaria che spetti ai "tecnici" guidare il paese. Bagnai ce ne farà veder delle belle!

«Mio malgrado sono costretto intervenire in merito a un commento pubblicato sul blog di Alberto Bagnai nel quale vengo "tirato in mezzo". Rispondendo a un lettore (Grecale) che auspica "l'idea di un'azione concreta che abbia il potere di riunire le mille voci disperate che chiedono un cambiamento netto e clamoroso in italia" proponendo di "chiedere ai migliori economisti italiani (o quelli ancora sani di mente), di abbandonare ideologismi teorici o politici per riunirsi e discutere, e decidere insieme quali sono le azioni urgenti che un governo realmente interessato a salvare l'Italia dovrebbe immediatamente prendere", il buon Bagnai risponde così: «Il fraiolismo metodologico è bandito da questo sito. Ho fretta anch'io, quindi vado lento».

Sono certo di soddisfare, con quanto vado a scrivere, la curiosità dei tanti che mi hanno inutilmente chiesto, nei mesi scorsi, spiegazioni circa la rottura dei miei rapporti con Alberto Bagnai. A tutti loro ho sempre risposto glissando, derubricando l'accaduto a mera incompatibilità di carattere. Li invito a mettersi comodi e a godersi la tanto agognata "spiegazione". La chiave interpretativa è tutta in una frasetta di Bagnai: "Ho fretta anch'io, quindi vado lento". Sia ben chiaro, non la considero affatto offensiva, e inoltre essa ha il merito di sintetizzare ottimamente il caso "Bagnai-Fraioli".

Ma cos'è il "fraiolismo metodologico"? E' un atteggiamento di interesse (mentale, psicologico, caratteriale e politico) nei confronti di tutti coloro che, non essendo disposti ad arrendersi, si attivano per fare qualcosa. Qualsiasi cosa. Ed è, pertanto, l'esatto contrario della strategia di Alberto Bagnai, il quale pensa che, soprattutto in questo momento, essere in molti sia non solo inutile, ma addirittura controproducente, se non dannoso. Secondo Alberto Bagnai l'unico strumento efficace è la razionalità macroeconomica. Questa, tradita dai chierici della triste scienza perché asserviti agli interessi dell'ideologia eurota, deve tornare a svolgere il suo ruolo di indirizzo delle scelte di politca economica, una volta che la verità scientifica sia stata ristabilita.

Ovviamente "€uro delendum est", e qui siamo d'accordo. Il dissidio comincia nel momento in cui si comincia a ragionare su quali possano essere le forze sociali ed economiche sulle quali far leva per distruggere l'euro e tornare alla "razionalità macroeconomica", ammesso che questa esista. I grandi interessi economici danneggiati, anch'essi, dal fallimento della moneta unica? La borghesia produttiva? Il mondo dei salariati e delle professioni? Tutte queste classi, e altre ancora, tutte insieme danneggiate dalla mancanza di "razionalità macroeconomica"? Io non so cos'abbia in mente Bagnai, forse l'idea che la "verità", una volta arrivata alle orecchie di un numero sufficiente di persone, sarà così abbagliante da persuadere tutti. Ci affideremo, quel giorno, ai migliori economisti i quali, forti della loro competenza e non più asserviti ai poteri forti, ci indicheranno la strada per uno sviluppo equilibrato ed equo. Tutto molto bello, ma mi sorge, spontanea, una domanda: Alberto, chi deciderà, nel tuo mondo macroeconomicamente equilibrato, chi dovrà andare a pulire i cessi? Sai, anch'io nel mio piccolo sono un "agente economico", e ti assicuro che farò di tutto per non andarci; aprendo così, sempre nel mio piccolo, una piccola lotta di classe. E pensi che, per non andare a pulire i cessi, io mi limiterei a fare appello alla sola "razionalità", macroeconomica, microeconomica o di qualsiasi altro genere?

Il fatto è che gli "agenti economici" sono, come Alberto ben dovrebbe sapere, guidati dal cieco egoismo, e non c'è razionalità micro o macro economica che possa mai riuscire a mediarne gli interessi. Consiglio a Bagnai, se mai ne ha avuto occasione, di frequentare qualche assemblea di condominio. Se c'è un luogo dove fare la vera gavetta politica, ebbene sono le assemblee condominiali. Mille accordi sottobanco, mediati da simpatie, odi nascosti, amori clandestini, simbiosi di bizzarra natura tra condomini, costituiscono la base delle maggioranze che vi fanno regolarmente a pezzi la famosa "razionalità economica" cui tanto tiene Alberto Bagnai. Questo non significa, ovviamente, che la razionalità economica non serva a niente, anzi, essa è pur sempre la protagonista nelle assembleee condominiali, tanto è vero che in esse si discute accanitamente di numeri e tabelle, appellandosi a norme e regolamenti, ma è pur vero che, anche di fronte all'evidenza più lampante, il peso della fazioni condominiali resta enorme e, quasi sempre, determinante. Siamo, cioè, davanti a un dato ineludibile: la politica è un'altra cosa.

Bagnai potrebbe ribattere che, visti i risultati, quelli che "fanno politica" hanno dato ben misera prova di sé, ed avrebbe pienamente ragione. Anzi, no, mi correggo: hanno dato misera prova di sé quelli che hanno fatto politica in difesa delle classi sociali sconfitte, non certo quelli che sono riusciti a vendere ai lavoratori l'idea che il cambio fisso sia nel loro interesse. Noi siamo grati a Bagnai di averci spiegato questo e tanti altri concetti, così come saremmo grati a un amico avvocato che ci rivelasse il fatto che il librone delle norme di legge, cui si appella il nostro amministratore di condominio, per sòlarci, è un testo farlocco. Ma, giunti a quel punto, cosa dovremmo fare, secondo Bagnai? Aspettare che la vecchina del terzo piano si legga il testo unico delle norme condominiali? Oppure, più concretamente, utilizzare quel fatto per costruire un'alleanza tra tutti i nemici dell'amministratore, anche quelli che lo detestano per ragioni che non hanno nulla a che vedere con le nostre, per riuscire a buttarlo fuori?

Quello che Bagnai non capisce, o fa finta di non capire, è che in politica (che si sia o meno in democrazia) non è mai la maggioranza a comandare, ma una minoranza che riesce a raccogliere, intorno a sé, una maggioranza composita di forze e interessi, ricevendo da questa la delega ad esercitare una sorta di principato. Per riuscire in questo intento è indispensabile muoversi con tempismo, intercettando fin dal loro sorgere le istanze di ribellione al fine di canalizzarle in un progetto politico. Questo è quello che sto facendo (sempre nel mio piccolo: non sono il grande Bagnai) con la mia adesione all'Associazione Riconquistare la Sovranità (ARS), avvenuta dopo una lunga riflessione. Considero l'ARS un interessante tentativo di aggregare una parte della dissidenza politica italiana, e mi auguro che possa avere successo, come pure lo auguro ad altri gruppi. Sono consapevole delle difficoltà, dei limiti, talvolta anche delle ambiguità di alcune di queste iniziative, ma penso che non vi sia altra strada possibile che non passi per il ritorno alla politica, attiva e militante, di un congruo numero di cittadini.

Alla fine, la ragione del mio dissidio con Alberto Bagnai è tutta qui: nell'aver aderito all'ARS, nel seguire con interesse le mosse di un altro piccolo gruppo di dissidenti politici (MPL) e, in generale, di considerare come un fatto positivo tutti i movimenti che sorgono dal basso, schierandomi contro di loro solo quando, come nel caso del M5S, giungo alla conclusione di essere stato ingannato perché non di movimenti dal basso si trattava, ma di rivoluzioni colorate eterodirette (forse esterodirette).

Vi è, inoltre, una puntualizzazione. Alberto Bagnai mi rimprovera di non essere sufficientemente convinto della necessità di far pagare un conto politico molto salato ai chierici della triste scienza che hanno tradito la razionalità marcoeconomica. Si tratta di una questione che non mi appassiona minimamente, essendo del tutto estraneo al mondo dell'accademia e, soprattutto, non in grado di cogliere le finezze delle diverse posizioni sostenute dai grandi protagonisti del dibattito economico. Mi limito ad ascoltare tutti cercando di imparare le cose che non so, ma più che esprimere la mia opinione, schierandomi (con il beneficio del dubbio) per questa o quella posizione, non posso lecitamente fare.

Questo, amici miei, è il famigerato "fraiolismo metodologico". Estote parati (trad. in napolitano: stateve accuorte)».


Fonte: Eco della Rete

sabato 22 giugno 2013

SFIDUCIATI, VI INSEGNA QUALCOSA IL BRASILE? di Piemme

22 giugno. C'è diversa gente in giro che pensa che il governo del Partito dei lavoratori brasiliano sia un esempio se non un modello da seguire. Ogni volta che mettevamo in guardia da queste illusioni ci si rispondeva con la solita musica: "non vi va mai bene un cazzo". Ci sono poi altri che ci criticano come visionari perché pensiamo che solo con una sollevazione popolare sarà possibile cambiare lo stato di cose esistente. "Non si vede all'orizzonte alcuna sollevazione! Campa cavallo..."

Ma andiamo con ordine.

Scrivevo nell'ottobre 2010, a margine delle elezioni che portarono Dilma Roussef alla vittoria su Marina Silva:
«Il miracolo brasiliano, se ha parzialmente risolto il problema della povertà assoluta per milioni di cittadini, ha infatti prodotto nuovi squilibri sociali e devastazioni ambientali crescenti (di qui il successo della Marina Silva). Sul medio lungo periodo questo sviluppo accelerato e distorto è destinato a produrre nuove povertà e nuove contraddizioni sociali. (...)
Ci sarà un momento, come dicevamo, in cui i nodi verranno al pettine, e gli enormi squilibri sociali per adesso attutiti dal miracolo, esploderanno in maniera deflagrante. Il boom infatti dipende non solo dall'arguta politica estera sud-sud di Lula (per farsene un'idea vedi l'articolo di Celso Amorin su Il sole 24 Ore del 2 ottobre 2010) ma dalla congiuntura internazionale. La crisi valutaria (la divisa brasiliana continua ad apprezzarsi minacciando la spinta esportativa mentre dollaro euro e yen si svalutano e il cinese renminbin non si rivaluta che a passo di lumaca) e un nuovo crollo del sistema fianziario, metterebbero anche l'economia brasiliana in ginocchio. Addio boom, bye bye lulismo». Brasile l'altra faccia del miracolo
Atene 2010....
L'enorme ondata di proteste popolari, esplosa una settimana fa dopo che diverse amministrazioni avevano deciso di aumentare il costo dei trasporti urbani per finanziare le grandi opere in vista dei mondiali di calcio è anzitutto la prova provata del carattere essenzialmente neoliberista del modello sociale lulista. All'ombra del governo del Pt il capitalismo brasiliano si è fatto strada nel mondo, la borghesia carioca si è ingrassata, ampi settori di ceto medio hanno avuto accesso al consumismo. C'è poi l'altra faccia della medaglia, non solo questa "crescita" è avvenuta sulle spalle di un proletariato, urbano e rurale, enormi masse di diseredati si sono accalcati nelle periferie delle metropoli, senza accesso, non solo ai consumi, nemmeno ad una vita minimamente dignitosa.

In poche parole, il Pt ha favorito un colossale ciclo di accumulazione capitalistica, per lanciarlo nella sfida dei mercati globali, ma questo a spese del proletariato e della maggioranza del popolo.

Che ci sarebbe stata l'esplosione sociale non avevamo dubbi. E così è stato infatti. Un'ondata straripante di cui la gioventù è la testa d'ariete e che ha visto i mille rivoli dell'indignazione sociale confluire nell'impetuoso fiume in piena della sollevazione.

Non sono servite né la marcia indietro demagogica della Dilma Roussef: "Capiamo le ragioni della protesta"... né la cancellazione degli aumenti. Questa piccola vittoria ha fatto invece ingrossare il movimento di massa, e l'ha fatto ingrossare per la semplice ragione che quella dell'aumento del costo dei trasporti urbani era solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso. E' il modello sociale stesso del governo del Pt che è messo sotto accusa, un modello che, sopraggiunta la recessione mondiale, fa acqua da tutte le parti.
... Londra 2011...


Alcuni commentatori esecrano gli atti di "violenza cieca", i saccheggi e gli espropri, fanno il verso alla Roussef che tenta come può di dividere i "buoni" dai "cattivi" e di riportare l'ordine sociale. Vedremo come andrà a finire. Di certo questa enorme e fuliminea sollevazione popolare fa da spartiacque, il Brasile è entrato in una nuova fase politica.

Questa sollevazione parla ai tanti rassegnati, sfiduciati, scettici, demoralizzati del nostro paese, quelli che ci fanno una capa tanta sostenendo che siamo dei visionari quando diciamo che ci vuole una sollevazione di popolo. Questi pessimisti di mestiere sanno bene che solo se il popolo si sveglia si cambierà lo stato di cose esistente, solo che essi argomentano che la sollevazione in Italia è impossibile, oppure, dimenticando la storia, dicono che "il popolo italiano è un popolo bue", che "non ha mai fatto una rivoluzione".

Questi pessimisti sono uno dei fattori che ritardano la sollevazione, l'altro fattore essendo la vasta schiera di politicanti e di intellettuali che ciurlano nel manico (vogliamo metterci anche i "grillini"?), invocando la pace sociale, condannando in linea di principio ogni rivolta sociale. Essi temono l'entrata in scena del popolo lavoratore e della gioventù, sono spaventati, vorrebbero loro rappresentare il popolo e, coi guanti bianchi, essere i piloti del cambiamento.
.. Rio De Janeiro: TUTTO IL MONDO E' PAESE

Il fatto è che essi scambiano il proprio sentimento di prostrazione e di impotenza con quello delle larghe masse, che sono invece, secondo noi, sul punto di esplodere, e non c'è nulla che il potere possa fare per evitare la deflagrazione. Può solo procastinarla.

Non ci chiedete quando la goccia farà traboccare il vaso, né quale potrà essere questa goccia. L'importante è individuare qual è la tendenza principale, ovvero che tutto congiura verso una grande resa dei conti. Compito delle forze politiche che hanno la testa sulle spalle, per quanto oggi minoritarie, è andare incontro, senza avventurismi ma con coraggio, alla rivolta sociale incipiente. Quelli che oggi sono maggioritari diventeranno minoritari, mentre quelli che sono oggi ai margini del teatrino politico occuperanno il centro della scena sociale.













venerdì 21 giugno 2013

LA GERMANIA NON CAMBIERA' LA SUA POLITICA, QUINDI.... di Sergio Cesaratto

21 giugno. Un importante articolo di Sergio Cesaratto (nella foto). Sergio —economista di fama che non ha mai nascosto di essere di sinistra nonché la sua attenzione a quanto accade nel pianeta Partito democratico—, è noto per la sua titubanza rispetto ad un'uscita dall'eurozona.  In questo articolo fresco di stampa, non solo denuncia duramente il governo Letta, supino alla tirannia mercantilista euro-tedesca. Egli prende atto che l'euro è sulla via della dissoluzione e per la prima volta, pur tra le righe, sostiene che l'uscita dall'eurozona è oramai il minore dei mali.

1. Come recentemente denunciato da Giorgio La Malfa su Il Sole, nel governo e nel paese appare emergere una mesta rassegnazione a un futuro in cui ci si dovrà adeguare a standard di vita sempre più modesti e in cui l’emigrazione sarà il premio per i più bravi. 
Le contorsioni della politica, dalle fumosità di Enrico Letta, alle purghe del M5S, alle sparate di Berlusconi, testimoniano un mix d'impotenza e d'ignoranza.
Gli elettori percepiscono questo senso d’impotenza della politica e di qui l’esteso sentimento di anti-politica. Finché la politica aveva risorse da distribuire gli elettori italiani non si erano sentiti così diffusamente Soloni. Ma errato sarebbe concluderne, come si fa spesso soprattutto in area PD, che troppo si è sperperato nel passato per cui la crescita potrà solo tornare quando avremo tutti imparato a scialare meno. E’ un moralismo pernicioso che non porta da nessuna parte.
Sostenere che se fossimo stati virtuosi come la Germania ora non saremmo nei guai è un ragionamento da “se mio nonno avesse le ruote”. E trascura il fatto che se tutti i paesi si comportassero come la mercantilista Germania solo l’apertura di mercati su Marte consentirebbe un generalizzato sviluppo export-led. Le vere occasioni il nostro paese le ha probabilmente perdute quando mezzo secolo fa, per inadeguatezza della classe dirigente, i frutti del boom economico non furono utilizzati per indirizzarlo su un sentiero di sviluppo moderno e socialmente equo. Ma basta piangere, ognuno a modo suo, sul latte versato. Guardiamo ai problemi dell’oggi.

2. A fronte di questi problemi il governo Letta appare persino più inetto del governo Monti – che ci aveva addirittura illuso a un tratto di voler alzare la voce con Berlino, prima di relegarsi nella spazzatura della storia. L’impotenza del governo è palese, malamente mascherata con un gran parlare di disoccupazione giovanile, quasi che quella adulta non fosse parimenti grave e non facendo comunque nulla per entrambe.
L’ipocrisia di Letta nel rivendersi immaginari successi al G8 è sfacciata, e chissà quanto fumo ci rivenderà dopo il prossimo vertice europeo. Il decreto “del fare” è un “facite ammuina”. C’è in questo un inquietante misto d’ignoranza e cinismo verso il futuro del nostro paese. Eppure il precisino Enrico Letta ha a disposizione fior fiore di economisti internazionali a mostrargli quanto la situazione sia tragica mentre ormai quasi più nessuno difende l’ossimoro delle “austerità espansive”. Non hanno, tuttavia, a mio avviso, neppure ragione coloro che se la prendono con i vincoli europei come tali, invitando il governo a sforarli. Prima che l’Europa sarebbero i mercati a punirci per aver tentato un’espansione in un paese solo. La verità è che questa espansione non è possibile nell’ambito di un’unione monetaria che è un vero e proprio gold-standard (come diverse ricerche hanno messo in luce istituendo un parallelo fra sistema aureo e Unione Monetaria Europea).

3. In un sistema aureo i livelli di occupazione di ciascun paese sono vincolati al pareggio della bilancia dei pagamenti: tanto oro guadagni esportando, tanto ne puoi spendere per importare. Ogni espansione in solitudine porterebbe a maggiori importazioni e fuoriuscita del metallo prezioso solo temporaneamente sostenibile attraverso l’indebitamento estero. Nel gold-standard se un paese ha uno squilibrio commerciale, l’unico aggiustamento possibile è attraverso una caduta di occupazione, salari e prezzi (deflazione) che diminuisca le importazioni – più incerto essendo l’effetto positivo sulle esportazioni. Per questo l’opzione per la piena occupazione, che la sfida sovietica impose ai paesi occidentali, comportò il ripudio del gold-standard a favore di un sistema di cambi fissi ma aggiustabili quale quello di Bretton Woods. In esso gli aggiustamenti del cambio s’incaricavano della risoluzione di squilibri esterni “fondamentali”. L’assenza di tale possibilità assimila l’UME al sistema aureo. Qui come lì (e come nell’esperienza argentina del currency board) copiosi flussi di capitale dai paesi in surplus, rassicurati dalla fissità del cambio, sembrarono illudere di una natura di tale sistema favorevole allo sviluppo della periferia. Ma qui come lì
l’esito è stato una crisi debitoria della periferia. Vero che nell’UME quando i flussi di prestiti esteri vengono meno, la BCE in un qualche modo li sostituisce (la famosa questione attorno ai saldi Target 2), ma questo può solo procrastinare il redde rationem degli squilibri esterni, e alla lunga gli aggiustamenti sono inevitabili. E, coerentemente con il sistema aureo, la deflazione è la via di aggiustamento prescelta dall’Eurozona.

4. Ma se respingiamo l’opzione A della deflazione come strumento di aggiustamento degli squilibri europei, in quanto controproducente, insostenibile socialmente e che non può che culminare nella desertificazione produttiva della periferia, cosa rimane? L’opzione B è quella di una garanzia della BCE sui debiti sovrani che riduca drasticamente il rischio di default di questi paesi (e/o di fuoriuscita dall’euro) determinando un immediato calo dei tassi di interesse. A seguire vi dovrebbe essere un’espansione della domanda aggregata in Europa, guidata dalla Germania, con gli obiettivi della piena occupazione e del riequilibrio delle bilance dei pagamenti dei paesi periferici. Alternativamente o congiuntamente, opzione C, la Germania si dovrebbe impegnare a sussidiare gli squilibri esteri della periferia, come essa fa con i suoi land orientali, o fa la Lombardia con la Calabria (nella sostanza è questa l’Europa federale vagheggiata dai radicali). L’opzione A è inaccettabile per la periferia europea, quelle B e C lo sono per la Germania. Essa non è stata (se non nella triste parentesi Hitleriana), non è e non sarà mai un paese keynesiano, e tantomeno si può chiedere al contribuente tedesco di sostenere un’immensa periferia (sebbene i proventi del sostegno tornerebbero in Germania come acquisto di prodotti). Il keynesismo i tedeschi l’han sempre lasciato volentieri fare agli altri a sostegno del proprio mercantilismo. Che fare dunque?

5. Un governo minimamente consapevole della tragicità della situazione almeno tenterebbe di mettere la Germania con le spalle al muro delle proprie responsabilità, che non sono peraltro solo verso l’Europa poiché le politiche deflazionistiche che essa impone si riverberano anche sugli equilibri commerciali globali. E questi sono vieppiù esposti ai venti dell’instabilità, come accade in questi giorni in seguito ai tentennamenti della politica monetaria americana, della tenuta del modello cinese, dell’incerto successo dell’Abenomics e, appunto, delle assurde politiche europee. Ragioni politiche e intellettuali – la sopravvivenza del modello sociale europeo e la stabilità mondiale – depongono dunque per una posizione forte e autorevole. C’è da essere pessimisti circa le reazioni tedesche. E allora l’avvio di trattative segrete per un esito diverso può diventare ineludibile. Lo faremmo sotto un inaudito ricatto di Germania e, ahimè, Francia di ritorsioni commerciali. Ma un po’ di schiena dritta si dovrà pur cominciare a mostrarla. In questo quadro e con poche eccezioni, il dibattito congressuale nel PD appare poco più di una lotta fra conventicole che ambiscono al potere, mentre la segreteria appare inadeguata a sollevare il livello del dibattito volta com’è a non far mancare il sostegno a un governo inetto. 


* Fonte: il manifesto 

giovedì 20 giugno 2013

PERCHE' LA GERMANIA NON ABBANDONERA' L'EURO di Maximilian Cellino*

20 giugno. La tabella qui accanto (clicca per ingrandire) mostra la somma di denaro che il sistema bancario tedesco ha investito nei paesi cosiddetti PIIGS. 750 miliardi di euro. Essa ci dice perché l'abbandono dell'euro da parte della Germania è un'ipotesi del tutto irrealistica.


«Non saranno i Paesi in crisi ad abbandonare l'euro, ma la Germania a lasciare il resto dell'Europa al proprio destino». Negli ultimi mesi molti commentatori si sono lasciati andare a considerazioni simili: con tutta probabilità si tratta di ipotesi di fantafinanza o di pure provocazioni e niente più, perché in fondo i legami di Berlino con il resto del Vecchio Continente sono così stretti e irreversibili che una "fuga" tedesca resta improponibile. E proprio per questo motivo il mercato non sta adeguatamente prezzando il "rischio Paese" della stessa Germania.

Un legame ormai indissolubile

Un buon motivo per cui la Germania non può permettersi colpi di testa simili sono proprio i suoi stretti legami nei confronti dell'Europa "periferica". Calcola Filippo Lanza, gestore di HI Numen Credit Fund, che l'esposizione della Germania verso i periferici (vedi tabella sopra) sia nel complesso pari a circa 750 miliardi di euro. A questo valore si arriva considerando i diversi salvataggi effettuati negli ultimi due anni (Grecia, Irlanda, Portogallo, Spagna e Cipro), lo squilibrio del sistema Target 2 che misura i prestiti concessi oltre frontiera dalle banche commerciali e la quota a carico della Bundesbank del piano di riacquisti di titoli europei della Bce (il cosiddetto Smp) e del meccanismo Ela (Emergency Liquidity Assistance) utilizzato da alcune banche centrali dei paesi in difficoltà. Non si tratta di poco, perché una cifra simile è l'equivalente di qualcosa come il 28% dell'intera ricchezza prodotta entro i confini teutonici (vedi grafico).

Se a questo valore si dovessero poi aggiungere i rapporti commerciali e gli investimenti che Berlino ha nei confronti dell'Italia, il bilancio sarebbe ancora più pesante e i legami con l'Europa ovviamente ancora più stretti. «Del resto – conferma Lanza – al di là delle schermaglie, Berlino ha sempre votato, con larghe maggioranze, in favore delle soluzioni proposte alle diverse problematiche emerse in Europa e i due membri più critici, Juergen Stark e Axel Weber, sono stati di fatto allontanati dalla Bce per essere rimpiazzati con figure più "allineate" come Joerg Asmussen e Jens Weidmann».

Il mercato prezza correttamente il «rischio Germania»?

Ma il fatto che il legame fra la Germania e l'Europa sia così indissolubile apre un altro interrogativo piuttosto interessante: viste le premesse, siamo davvero sicuri che il rischio di credito dell'emittente tedesco sia stato analizzato correttamente dal mercato? Che i Bund abbiano beneficiato della "fuga dal rischio" e i loro rendimenti si siano ridotti oltre quanto realmente meritato sulla base dei fondamentali macroeconomici del Paese è una ovvietà della quale si è ampiamente parlato nei mesi scorsi. A un risultato del tutto analogo si può però arrivare anche analizzando i Credit default swap (Cds), i derivati che funzionano alla stregua di un'assicurazione contro il fallimento di un emittente.


«Allo stato attuale – spiega Lanza - i valori dei Cds implicano una probabilità di default di circa il 20% nei prossimi 5 anni per l'Italia e attorno al 2,5% per la Germania». Quando però analizziamo gli eventi in maniera congiunta (vedi grafico qui sotto), le possibilità di un

default tedesco a seguito di un insolvenza italiana salgono all'11-12% che rimane, secondo Lanza, un valore estremamente ridotto se si tiene conto proprio di quanto analizzato in precedenza sulla convergenza europea e sui legami indissolubili fra Berlino e il resto del Vecchio Continente (Italia compresa).

I pesi con cui il mercato misura il rischio tedesco e quello italiano sono quindi palesemente differenti, così come è evidente che in un mondo più equilibrato si debba andare verso un riavvicinamento di questi valori. Come possa avvenire la convergenza fra Italia e Germania (intesa come rendimenti dei titoli di Stato, o di spread se preferite) resta il nodo cruciale del discorso. Le alternative sono evidenti: o Roma assomiglierà più a Berlino (la convergenza "buona"), oppure il contrario (lo scenario "critico"). «La sensazione è che con l'impianto costruito non senza fatica dalla Bce di Mario Draghi, che offre aiuto ai Paesi in difficoltà con il debito in cambio di riforme strutturali, si stia andando nella direzione giusta», osserva con fiducia Lanza. Il problema, probabilmente, è che la strada per arrivare a questo traguardo rischia di essere ancora molto lunga.

* Fonte Il Sole 24 Ore punto it del 19 giugno 2013

mercoledì 19 giugno 2013

ECCO CHI SONO! QUELLI CHE... LA GERMANIA DEVE USCIRE DALL'EURO di Eleonora Sacchiti

19 giugno. RICEVIAMO E VOLENTIERI PUBBLICHIAMO.

«Seguo assiduamente il vostro blog, come quello di Alberto Bagnai. Lì per lì sono rimasta perplessa leggendo le critiche dure di Pasquinelli, per quanto anch'io sia rimasta stupita dalla svolta di Bagnai che, dal ritorno alla lira è passato... a quello della Germania al marco.

Per capirme di più sono andata al sito ufficiale del manifesto per la solidarietà europea. In questo sito c''è una pagina dedicata all'incontro di Parigi del 15 giugno, quello in cui veniva presentato il suddetto manifesto. Quello a cui era presente Alberto Bagnai.
Sono anda a spulciare per vedere chi fossero i relatori dell'incontro, quelli che voi avete chiamato "compagni di merende".

Una schiera di liberisti di vecchia data che Claudio Borghi ci fa la figura della mammoletta e Sapir il paravento di sinistra. Vedere Bagnai in sodalizio con chi critica da destra l'euro e l'Unione europea mi fa un certo effetto. Di sicuro mi ero illusa.

Qui sotto i profili degli oratori all'incontro di Parigi.


José Piñera Echenique 
 
Ministro del governo di Pinochet dal 1978 al 1981. Noto liberista. Applicò in Cile la dottrina di Milton Friedman e dei Chicago Boys. Ancora nel 2010 difese Pinochet sostenendo che il golpe era necessario. Suo fratello è Presidente del Cile per la destra post-pinochettista.

 

Charles Beigbeder

Noto imprenditore e affarista francese. Liberista. Nominato nel 2007 da Sarkozy Chevalier de la Légion d'honneur. Esponente dell’UMP, il partito di Sarkozy.

 




Aurélien Véron

Libersita francese, esponente del partito Liberal-Democratico. Noto per aver lanciato una campagna contro il debito pubblico, per la riduzione della spesa, per la riduzione delle tasse e per la privatizzazione del sistema pensionistico.

 





Hans-Olaf Henkel

Ex manager dell’Ibm Deutschland, dal 1994 chef di Ibm Europa. Dal 1995 al 2000 presidente del Bundesverbandes der Deutschen Industrie (BDI), la Confindustria tedesca.

 



Stefan Kawalec

Polacco, liberista. Chief Advisor di Bank Handlowy SA (Gruppo Citibank). Vice ministro delle finanze dal 1991 al 1994. Consulente a più riprese della Banca Mondiale. Esperto di privatizzazioni e di tagli alla spesa.

 





Daniel J. Mitchell

Economista anarco-liberista nordamericano del CATO Institutes. Difensore della supremazia assoluta del mercato, teorico dello "Stato leggero" (poche tasse poca spesa pubblica)

 







Barbara Kolm

Liberista austriaca, presidente del V. Haiek Institut —Hayek, uno dei padri del pensiero liberista— vedi sopra il logo. Esponente del partito nazionalista xenofobo Freiheitliche Partei Österreichs (Fpo) fondato da Jorg Haider.

 





Jean- Michel Fourgous

Uomo politico francese. Liberista, deputato dall’Ump sarkozista.

 








Jean-Philippe Delsol

Fiscalista liberista francese.  In polemica con l'aumento delle tasse per i milionari deciso dal governo Holland scriveva qui

« Gli esuli francesi a Londra sono in primo luogo dei giovani che vogliono lavorare e che sono stanchi dei vincoli del sistema francese, che vogliono essere in grado di assumere con facilità, che vogliono assumere per costruire il loro business senza la paura di dover chiudere».


Lascio a voi spiegare perché e per come l'idea che la Germania esca lei dall'euro è, come dite, sbagliata oltre che utopistica. Quello che ho verificato io mi basta e mi avanza».

TURCHIA: DIO CE NE SCAMPI DI UN RITORNO AL KEMALISMO di Wilhelm Langthaler

19 giugno. Va assolutamente condannato il pugno di ferro del governo di Erdogan contro il movimento di Gezi park. Tuttavia  non è condivisibile l'apologia sperticata del movimento che predomina a sinistra. Langthaler mostra che le cose sono molto più complesse, mette in guardia dai rischi che la Turchia passi dalla padella di Erdogan alla brace del kemalismo.

Possibilità e pericoli per una sinistra sociale rivoluzionaria

La vecchia sinistra aveva sbagliato di fronte alla sfida dell’AKP, perchè erroneamente lo ha ritenuto una lineare prosecuzione della dittatura militare. Dato che le tendenze autoritarie e culturalmente repressive di Erdogan stanno emergendo, si profila una nuova possibilità per i democratici rivoluzionari. Ma ad una condizione: non cadere nella trappola allestita dal Kemalismo, che già era sembrato essere in punto di morte.

Il punto di partenza delle proteste di massa, ostacolare la distruzione di un parco nel centro politico di Istanbul, ha offerto una piattaforma ampia e flessibile. Poiché il movimento è multiforme, può evolvere in direzioni diverse e non si sa ancora dove andrà. Di seguito alcune riflessioni sul carattere degli eventi e su come agire su di essi.

Le diverse anime delle proteste

Innanzitutto l’azione di massa è diretta contro il capitalismo scatenato e i suoi scriteriati megaprogetti che non tollerano obiezioni. La gente in piazza ha preso di mira la nuova elite islamica, che ha promesso di essere diversa rispetto al suo predecessore laico ma che , alla fine, si è rivelata molto simile. Ma ciò non significa automaticamente che tutto consista in una rivolta dei poveri. Ragionando in termini sociologici e culturali, il movimento è fondato sulla sinistra liberale, sulla classe media europea, urbana, spesso chiamata Turchia bianca, contrapposta alla Turchia nera, rurale, povera e islamica. Anche se il contesto non è identico, si può evocare l’analogia con il movimento ambientalista tedesco contro l’energia nucleare, che in seguito generò il partito dei Verdi.

Ovviamente l’aspetto democratico contro l’autoritarismo e l’arroganza del potere è decisivo e determinante. Ciò implica la difesa delle libertà culturali dei settori laici della società. Per un certo periodo l’AKP è parso rimuovere gli elementi di autoritaritarismo del suo predecessore laico, come l’assurdo divieto del velo, pur mantenendo una certa tolleranza. Ma ora sembra che esso voglia capovolgere tutto.

Il movimento contiene sicuramente una componente Kemalista vendicativa, che non rappresenta la gente in piazza ma con la quale ci sono punti di convergenza.

I conti sbagliati e gli errori di Erdogan

Fino ad ora Erdogan aveva goduto di uno straordinario consenso anche fuori dall’ambiente islamico. Questo ampio sostegno all’islamismo moderato era dovuto non solo ad una crescita economica rapida e costante, ma anche ad una cauta democratizzazione e alla disponibilità alla coesistenza culturale con la laicità, che continua ad esercitare un’importante influenza sulla Turchia. Infine, ma non meno importante, ci sono tentativi di distensione con i Kurdi, che sono quelli che hanno patito di più a causa del nazionalismo estremista kemalista.

Questo generale rilassamento delle tensioni sociali è passato inosservato per la sinistra radicale. Essa ha interpretato il governo dell’AKP come una lineare prosecuzione della dittatura militare o anche come fascismo. Il che ha condotto alla fine alla sua emarginazione.

Il primo grande errore che ha danneggiato l’ascesa di Erdogan è stata la sua avventura siriana. Prestando pieno sostegno alla rivolta popolare era convinto di poter ottenere un pieno trionfo e di vedere un governo omologo al suo a Damasco. In nessun modo egli ha previsto di esser trascinato in una guerra civile settaria, con ritorni di fiamma in vari modi nel suo paese. La mobilitazione di milioni di alawiti turchi (comunità molto vicina agli alawiti arabi), che fino ad ora non apparivano settari, è stata un colpo. Inoltre l’immagine di Erdogan indipendente dall’Occidente è andata perdendo credibilità, poiché ha mendicato un intervento occidentale anche militare in Siria. Mentre la sua politica estera fondata su “nessun problema con i nostri vicini” aveva goduto di una schiacciante approvazione in Turchia, la sua posizione interventista sulla Siria no. Una sorta di scissione 50 a 50 percorre l’Asia Minore. A questo potrebbe aggrapparsi il kemalismo per la sua sopravvivenza.

In realtà prima del pantano siriano una significativa opposizione turca aveva cessato di esistere, se si escludono i Kurdi. L’attuale protesta popolare è divenuta possibile solo sulla base della divisione sulla Siria. La tracotante e onnipotente linea dura di Erdogan gli costerà cara. Il che non investe i suoi sostenitori accaniti né più di tanto quelli islamici, ma distruggerà la specifica forza che ha reso unico l’AKP e che ha elevato la Turchia a modello di riferimento: l’alleanza con un largo settore delle classi medie liberali e laiche. Esse ne hanno avuto abbastanza dei decenni di dittatura militare e hanno sostenuto il cauto ma costante processo di democratizzazione di Erdogan, mantenendo sotto controllo le elites kemaliste. Quando egli allestì il referendum contro l’esercito nel 2010, ottenne una vittoria di 60 a 40. Questa classe media urbana e laica ora lo ha abbandonato. Più Erdogan si infuria, più aumenta il danno.

(Non è un caso che la comunità che votò in senso più favorevole all’esercito fu quella alawiita di Dersim/Tunceli. Essi agirono così per paura dell’islamismo sunnita, paura che le classi medie urbane non condividevano, almeno nella stessa misura) (1)

Non può esserci dubbio sul fatto che da un punto di vista democratico, sociale e rivoluzionario il movimento merita partecipazione e sostegno. Ma restano insidie considerevoli, dato che il kemalismo è in agguato dietro l’angolo per cogliere la sua occasione.

Insidie

Ancorché diretto contro gli eccessi del capitalismo, si tratta sostanzialmente di un movimento dei turchi bianchi. Ciò non significa che dobbiamo respingerlo, ma occorre stare in guardia per evitare uno scontro fra Turchia bianca e Turchia nera. Sotto attacco gli islamisti tendono a ricorrere ad una lotta culturale, cercando di appropriarsi della rappresentanza dei poveri, dei neri. Questa trappola va evitata, perché non imbelletta solo i laici ma anche i democratici in quanto bianchi. Le rivendicazioni democratiche dovrebbero essere indirizzate anche ai neri, per coinvolgerli nel campo sociale rivoluzionario e non respingerli. Se i democratici non riusciranno ad evitare il distacco dalla Turchia nera, finiranno di nuovo fra le braccia del padre di tutti i turchi, Kemal Ataturk.

Peggio ancora: oltre la vecchia frattura fra laicismo e islamismo, la deriva settaria in Turchia sta lievitando. Non si può escludere che il peso dei milioni di Alawiti aumenti. Allora la Turchia diverrà parte dello scisma fra Sunniti e Sciiti, tipico del mondo arabo e la costruzione di un fronte comune antimperialista sarà impossibile.

Fino ad oggi l’ambiente kurdo che ruota intorno al partito BDP partecipa al movimento di Gezi. Ma i kurdi lottano prima di tutto per i loro diritti nazionali, che non godono di alcuna popolarità fra le classi medie. Ci sono voluti diversi decenni per superare il nazionalismo sciovinista di matrice kemalista, che dette classi avevano scambiato per una posizione post – moderna scettica verso il nazionalismo. Tale superamento non implica il sostegno al diritto dei kurdi all’autodeterminazione. I kurdi restano estranei al movimento. Sono stati coinvolti dalla sinistra radicale, che a sua volta è una subcultura delle classi medie urbane. In un certo senso i kurdi incarnano la parte più nera della Turchia, però il culto di Apo (2) e la bohemien borghese non collimano.

Se Erdogan è intelligente, dovrebbe proseguire nella distensione con i kurdi e questo potrebbe portarli dalla sua parte, isolando così i kemalisti. Il PKK, dal canto suo, difficilmente potrebbe rifiutare una simile offerta.

La cosa più importante in questo conflitto è tenere bene a mente i rapporti di forza. L’AKP ha perso gran parte dei suoi sostenitori laici, il che per gli islamisti moderati significa una grande perdita, un danno strategico di cui essi potrebbero non aver piena consapevolezza. Per il modello turco la campana suona a morto. Nel mondo arabo non c’è stato alcun paese in cui gli islamisti siano riusciti a forgiare una simile alleanza, con l’eccezione forse della Tunisia dove ci sono stati timidi tentativi in questa direzione (la coalizione di governo di En Nahda con il centrosinistra). Allo stesso tempo non può esserci alcun dubbio sul fatto che il blocco socio - politico dell’AKP resta il più forte, con l’Islam come potente collante. Cercare di rovesciare Erdogan vuol dire andare contro la forza dominante nella società, poiché il suo governo è legittimato da tutta una serie di elezioni. Non solo è inutile, ma è anche sbagliato politicamente perché compatterebbe ulteriormente il blocco dell’AKP, dato che potrebbe difendersi contro la prospettiva di un colpo di stato laicista. (3)

Ciò che proponiamo è una linea di opposizione democratica e sociale, senza un’immediata rivendicazione di potere di governo. Si tratta solo di fare appello almeno ad una parte della Turchia nera, sia nella sua componente islamica che in quella kurda, per coinvolgerla in un progetto rivoluzionario sociale e democratico. In tal modo il blocco dirigente capitalista dell’AKP può essere scomposto ed eventualmente diviso. La sua pretesa di rappresentare la Turchia nera va contestata e ne va dimostrata la falsità. Ciò diverrà più chiaro non appena il boom capitalistico cesserà e la Turchia andrà in rovina.

Inoltre qualunque infondata pretesa di potere spinge inevitabilmente l’opposizione di Gezi fra le braccia delle vecchie elites kemaliste, compresi alcuni generali con i loro colpi di stato. Questa sarebbe la fine di ogni sinistra rivoluzionaria. La rivoluzione si rivelerà impossibile qualora sia fondata esclusivamente sulla comunità alawita.






* Fonte: Campo Antimperialista

Note

(1) http://en.wikipedia.org/wiki/Turkish_constitutional_referendum,_2010
(2) Apo è il soprannome di Abdullah Öcalan, leader del PKK prigioniero.
(3) In realtà questa sarebbe la logica del kemalismo.


Traduzione di Maria Grazia Ardizzone

martedì 18 giugno 2013

LE RIPARAZIONI TEDESCHE E IL DEBITO ITALIANO di Giorgio Cremaschi

18 giugno. Punti politici importanti ci dividono da Giorgio Cremaschi, tra cui il suo rifiuto (frutto di un pregiudizio dottrinario tardo-operaista) di impugnare l'uscita dall'euro e la riconquista della sovranità monetaria —parte integrante di quella nazionale e democratica. Il più delle volte invece dice cose e svolge analisi perfettamante condivisibili.
 
«Negli anni 20 del secolo scorso la Germania democratica di Weimar fu affamata dalle potenze occidentali che pretendevano il pagamento di colossali riparazioni di guerra.

Il sistema politico di quel paese , fondato sulle larghe intese tra socialdemocrazia e centrodestra democratico, cercò di barcamenarsi un po’ pagando il debito e un po’ cercando di dilazionarlo. La crisi economica degli anni trenta travolse la giovane democrazia tedesca e portò al potere Hitler, che subito dichiarò la denuncia unilaterale del pagamento delle riparazioni di guerra. Le potenze democratiche occidentali subirono e concessero al dittatore tedesco quello che avevano rifiutato ai governi democratici.

Silvio Berlusconi non ha alcuna credibilità personale e politica quando afferma che l’Italia deve ignorare i vincoli europei e sforare il tetto al 3 % al deficit pubblico, e così non aumentare l’Iva.

Non è credibile non solo per quello che è e rappresenta, ma anche per quello che ha votato sia come presidente del consiglio, sia nell’anno di sostegno al governo Monti.

Il pareggio di bilancio inserito nella Costituzione, che secondo il primo ministro conservatore britannico significa mettere fuori legge le politiche keynesiane. L’adesione al fiscal compact e a tutti i patti e ai vincoli connessi, il sostegno a Draghi e prima a Trichet e alla politica della BCE, sono tutti atti condivisi e votati da Berlusconi e dalla destra, Lega compresa. Quindi anche questa sua ultima affermazione fa parte del teatrino della politica, e magari troverà correzioni e smentite, anche perché è accompagnata dal rinnovato e caloroso sostegno al governo Letta, che del vincolo europeo ha fatto una bandiera.

Se dunque Berlusconi non è credibile e creduto quando parla di ignorare i vincoli europei, nulla toglie al fatto che essi siano oramai insostenibili per noi, come le passate riparazioni di guerra della Germania.

L’Italia è in una recessione senza fine, che si aggrava anche per le politiche di austerità e rigore di bilancio. Ogni anno dobbiamo trovare circa 80 miliardi di euro solo per pagare gli interessi sul debito. Dal 2014, secondo il patto fiscale europeo, dovremmo anche cominciare a ridurre lo stesso ammontare del debito, almeno di 50 miliardi di euro all’anno. In tutto ben 130 miliardi di euro che vengono sottratti al paese e alla economia reale per foraggiare benché è finanza. E per di più dovendo avere il bilancio pubblico in sostanziale pareggio.

Si è facili profeti a prevedere che lo stato dovrà ancor più programmare tagli di spesa e massacro sociale, con l’effetto che la crisi si aggraverà e paradossalmente il debito continuerà ad aumentare. Stiamo seguendo esattamente la via della Grecia, che ogni giorno chiude qualche istituzione pubblica, ultime le orchestre sinfoniche, dopo aver chiuso le fabbriche, abbassato il salario a 500 euro al mese e svenduto alle multinzionali tutto ciò,che poteva essere messo all’asta.

Quella nota associazione marxista che è il Fondo Monetario Internazionale ha recentemente rimproverato le istituzioni europee di aver esagerato con l’austerità in Grecia. Ha risposto stizzito il “progressista” Draghi, rivendicando tutto. Quindi in Italia come in Grecia si va avanti, la guerra continua fino alla distruzione finale. A meno di non dire un chiaro no alla continuazione di queste politiche economiche criminali.

O saranno le forze democratiche a dire basta al pareggio,di bilancio e al fiscal compact, magari presentando a Giorgio Napolitano il conto di quanto sono aumentati il debito pubblico, la disoccupazione e la povertà da quando rigore e austerità sono diventate bandiere costituzionali.

O saranno le forze democratiche a rompere i vincoli europei, o questi ultimi distruggeranno la nostra democrazia.

E allora sarà un potere autoritario quello che sbeffeggerà la BCE e le istituzioni europee, che a quel punto, come nel .passato, vilmente si piegheranno.

Ps. La Germania recentemente ha pagato tutto ciò che restava delle riparazioni della prima guerra mondiale. Ha sanato il suo debito con poche centinaia di milioni di euro, un saldo tra condoni, sconti e guerre…».


* Fonte: Per un Movimento anticapitalista e libertario

SIRIA: UNA PACE DIFFICILE A FARSI

18 giugno. La Casa Bianca, col pretesto dell'uso di armi chimiche da parte dell'esercito siriano, dopo aver tenuto una posizione di apparente equidistanza, sta per decidere di sostenere il frammentato fronte delle opposizioni al governo di Bashar al-Assad inviando armi leggere. Un gesto più che altro simbolico, visto che le svariate milizie dei ribelli già ricevono, via Turchia, tonnellate di armi leggere. Si tratta tuttavia di un gesto che rischia di far saltare i già deboli tentativi di trovare una soluzione politica.
 

Nel novembre scorso venne lanciato, da prestigiosi intellettuali di vari paesi tra cui due premi nobel, un Appello dal titolo «SIRIA: sì alla democrazia no all’intervento straniero».
In Italia venne sottoscritto da centinaia di cittadini. 

Sulla base di quell’Appello ed in suo nome, dopo un intenso lavorio e con tre mesi di ritardo sul previsto a causa delle numerose traversie, una delegazione internazionale si è recata in Siria dal 2 al 8 giugno scorso. *
Ne davamo conto in un breve resoconto dal titolo «Tornando da Damasco col cuore spezzato».


Sulla base dei numerosi incontri avuti in Siria, sia con esponenti delle diverse opposizioni che con le autorità governative, tra cui il Presidente Bashar al-Assad, la Delegazione internazionale ha diffuso la DICHIARAZIONE che alleghiamo qui sotto.




LE NOSTRE PROPOSTE PER UNA PACE GIUSTA

«Dal settembre 2012, “L’Iniziativa internazionale Pace-in-Siria” ha intrapreso consultazioni dentro e fuori la Siria. Tra il 2 e l’8 giugno “L’Iniziativa” ha incontrato funzionari di alto rango del governo, esponenti dell'opposizione e autorità religiose.

“L’Iniziativa” è composta da figure di spicco della società civile provenienti da Europa e America latina (vedi l’elenco allegato) in rappresentanza di tutte le parti interessate alla pace e alla giustizia in Siria. Il suo scopo è quello di contribuire alla fine della guerra e delle sofferenze aiutando a creare le condizioni favorevoli per l'avvio di un processo politico attraverso il dialogo e i negoziati.

Per raggiungere tale scopo, ci siamo incontrati con funzionari statali ad alto livello e vari gruppi e partiti di opposizione dentro e fuori il paese, come pure con le organizzazioni religiose e gli organismi internazionali e non governativi.

Siamo stati ricevuti, informati sugli aspetti e l'essenza del conflitto, e siamo stati ascoltati.

Sulla base delle discussioni avute l'Iniziativa ha individuato le aree chiave per un accordo e ha tratto le seguenti conclusioni:

1. Il conflitto non può essere risolto con mezzi militari.

2. Vi è la necessità di una soluzione politica praticabile basata sul dialogo e i negoziati allo scopo di elaborare un quadro per una transizione politica.

3. Una guerra settaria ora è in divenire e c’è una reale possibilità che essa possa diventare transnazionale, rendendo la pace ancora più urgente.

4. Il conflitto ha avuto un impatto catastrofico sul popolo siriano dato che 6,8 milioni di persone, secondo i funzionari delle Nazioni Unite consultati, hanno bisogno di assistenza.

5. L'afflusso di finanziamenti, armi, soldati, combattenti stranieri e milizie dall'esterno finalizzati alla continuazione della guerra, dev’essere fermato del tutto.

6. L'embargo ha aumentato la miseria tra la popolazione ed è un fattore, tra gli altri, che colpisce gravemente l’assistenza necessaria.

7. La riunione di Ginevra II deve essere partecipata e sostenuta da tutte le parti interessate, in modo che soddisfi realmente le aspirazioni sociali del popolo siriano basate sulla giustizia per gli oppressi, i diseredati, e gli sfollati.

L'iniziativa pace-in-Siria è d'accordo con le considerazioni di cui sopra.

Nel corso delle sue discussioni, sono state presentate alle parti varie proposte tra cui:

- Organizzare una conferenza della società civile siriana che si terrà probabilmente in Austria a sostegno della costruzione della pace e della ricostruzione delle infrastrutture siriane con particolare enfasi sul ruolo delle donne nel processo di costruzione della pace.
- Zone locali di non violenza intorno a luoghi come ospedali, scuole, centri religiosi e culturali, ciò con l'aiuto della Mezzaluna Rossa.

- Atti di buona volontà sostenuti dalle forze in campo per il rilascio dei prigionieri, degli ostaggi e delle persone rapite, in particolare quelle tra loro più vulnerabili.

- Formazione di una delegazione parlamentare europea per incoraggiare il dialogo tra le parti interessate.


L'Iniziativa ritiene che non vi sia imperativo morale più alto in questo momento che quello di porre fine alle uccisioni ed alle sofferenze in Siria. L’aumento della miseria dev’essere evitato ponendo fine alla distruzione delle infrastrutture sanitarie e del patrimonio culturale. Ogni giorno che la guerra continua significa una ulteriore erosione del tessuto sociale della nazione e quindi della capacità di costruire una pace duratura basata sulla giustizia.

Riteniamo inoltre che una vera soluzione al conflitto dovrà sorgere da un processo politico il cui risultato sia coerente con i diritti democratici e umani fondamentali, con i principi della sovranità siriana, del diritto internazionale e del diritto umanitario internazionale.

Ci uniamo nel sostenere la sicurezza di tutti i civili, in particolare dei gruppi più vulnerabili, chiediamo l'adesione rigorosa al diritto internazionale umanitario tra cui la fine degli attacchi indiscriminati contro obiettivi non militari e l'accesso umanitario alla Mezzaluna Rossa siriana e di altri per la consegna e la distribuzione dei farmaci ponendo fine all'embargo sugli stessi.

Crediamo fortemente nell'importanza fondamentale del principio di autodeterminazione, nel quadro della sovranità e integrità territoriale e politica della Siria, basato anche sulla libertà di espressione e il rispetto dei diritti culturali, economici e sociali.

Noi rifiutiamo ogni intervento straniero nel conflitto siriano. Mettiamo in guardia contro i tentativi imperiali e regionali di creare stati confessionali e di ridisegnare la mappa del Medio Oriente, al fine di controllare le risorse e il futuro di questa regione, ignorando così i diritti inalienabili del popolo palestinese. La continuazione delle azioni militari non può che aumentare la dipendenza dall'esterno, l'intervento straniero e la moltiplicazione del numero delle vittime che portano al caos incontenibile e distruzione.

L'iniziativa proseguirà il suo lavoro per promuovere la discussione tra le parti e l’adozione di misure immediate per alleviare la sofferenza e promuovere la riconciliazione tra i siriani.

Beirut, 14 giugno 2013»



* Facevano parte della delegazione:

José Raul Vera López, vescovo cattolico ed esponente della teologia della Liberazione (Messico); Alejandro Benjamin Bendana Rodriguez, storico, (Nicaragua); Evangelos Pissias, Coordinatore internazionale della Flotilla per Gaza (Grecia); Leo Gabriel, antropologo, membro dell’esecutivo internazionale del Social forum mondiale (Austria); Maria Dimitropoulou, sociologa (Grecia);  Wilhelm Langthaler, pubblicista, esperto di questioni mediorientali, portavoce del Campo Antimperialista;  Moreno Pasquinelli, Coordinatore internazionale della Global March on Jerusalem (Italia); Jaqueline Campbell Davila, attivista per i diritti umani (Messico); Engel Christiane Reymann, Consulente parlamentare (Germania); Odyssefs Nikos Voudouris, parlamentare (Grecia); Francois Houtart, sociologo e prete cattolico (Belgio); Mireille Cécile Agnés Fanon ep. Mendes France, giurista (Francia).

Per ogni informazione visita il sito:
http://www.peaceinsyria.org

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