venerdì 15 novembre 2019

I NAZIONALISMI, LE SINISTRE E NOI

[ venerdì 15 novembre 2019 ]

Abbiamo avuto spesso modo, negli anni, di polemizzare con l'editorialista del CORRIERE DELLA SERA Ernesto Galli della Loggia. L'ultima volta il 1 novembre. Lo abbiamo fatto perché lo consideriamo una delle menti più lucide tra le teste pensanti della borghesia liberal-liberista del nostro Paese.
Sul CORRIERE di oggi, 15 novembre, Della Loggia ha scritto un editoriale che vale davvero la pena leggere.
Offre una chiave di lettura perspicace dei risorgenti nazionalismi sovranisti, sarebbe impeccabile se non avesse taciuto e assolto l'Unione europea in quanto fondamentale concausa. Per certi liberali europeisti, che della Ue hanno fatto un principio sacro e meta-storico, essa resta un inviolabile tabù.
Ma veniamo a noi. Il nostro afferma concetti che noi, da almeno un decennio, siamo andati sostenendo — per questo ostracizzati da certe sinistre transgeniche

Quali sono questi concetti?

1) Sbagliato equiparare questi nuovi nazionalismi a quelli fascisti e nazisti del '900. Questi ultimi furono violenti, espansionistici (imperialistici) "estroflessi e offensivi", mentre gli attuali nazionalismi sono "introversi e difensivi".

2) I nuovi nazionalismi esprimono un profondo bisogno di sicurezza e protezione davanti alla globalizzazione sfrenata. La nazione e lo stato nazionale vengono invocati come "rifugio", "scudo protettivo", non solo economico-sociale ma culturale e spirituale.

3) Ecco dunque spiegato come mai essi abbiano fatto breccia, anzitutto, tra le classi subalterne, classe operaia e classi medie pauperizzate e ferite dalla globalizzazione.

4) questi neo-nazionalismi esprimono infine, a loro modo, un rifiuto della modernità, contestano il "nuovo" ed il cosiddetto "progresso", di qui una certa nostalgia del passato che fu.

5) Di qui la crisi "fatale" delle sinistre, visto che da Marx in poi hanno sempre sostenuto "progresso e innovazione", e che sarebbero state le classi dominanti ad opporsi al nuovo, "al cammino della storia (sempre infallibilmente positivo)". 

Come detto, è da almeno un decennio che SOLLEVAZIONE, poi MPL-Programma 101  sostiene concetti del tutto simili. Non ci siamo tuttavia limitati a pronosticare la rinascita dei nazionalismi, non abbiamo solo respinto gli esorcismi cosmpolitici, abbiamo sostenuto che l'arma da utilizzare contro i neo-nazionalismi non è l'astratto internazionalismo bensì un programmatico patriottismo democratico, repubblicano e rivoluzionario.



*  * *

Perché la destra è così forte in Europa

La posizione polemica è fatta propria dagli strati disagiati della società 
contro il nuovo, contro la modernità

di Ernesto Galli della Loggia


(...)

«Ma il fattore cruciale dell’ascesa della destra antiliberale è il nazionalismo. È il nazionalismo, non il fascismo, il suo vero orizzonte. È il nazionalismo il «punto di raccolta dell’ira» – per usare l’espressione che fa da leitmotiv dell’importante libro di Peter Sloterdijk «Ira e tempo» appena uscito da Marsilio – con cui la destra anima la sua propaganda e la sua influenza nell’opinione pubblica. È un nazionalismo, tuttavia, che ha perso completamente il carattere centrale che fu suo nella storia del Novecento, e che consistette essenzialmente nell’espansionismo, nella competizione aggressiva sul terreno della politica estera. È un nazionalismo nuovo, per così dire: tutto introflesso e difensivo quanto l’altro, invece, era estroflesso e offensivo. Oggi la nazione, insomma, non è più il luogo dove «armare la prora e salpare verso il mondo». È un rifugio dal mondo. La sua invocata sovranità un’arma di difesa, una protezione. E proprio per questo la nazione è un valore sempre più sentito e apprezzato specialmente da chi di protezione ha costituzionalmente bisogno, cioè dalle classi popolari, in genere dai settori più sfavoriti della popolazione, inclusi all’occasione anche settori impoveriti del ceto medio.

Spagna, benvenuta in Europa: VOX avanza
Oggi la nazione è invocata come un rifugio dalle novità che sottratte a ogni nostro controllo e contro ogni nostra volontà fioriscono e impazzano nel mondo «là fuori», finendoci poi rovinosamente addosso. Novità economiche, innanzi tutto. Un rifugio quindi principalmente dagli effetti negativi della globalizzazione: dalla chiusura incomprensibile di fabbriche che ancora ieri sembravano andare bene; dal brutale ridimensionamento dell’organico impiegatizio per l’arrivo dei computer; un rifugio dall’improvviso venir meno, deciso in una lontana capitale europea, di quella spesa pubblica che poteva permettere a un Comune di aggiustare una scuola o di assumere qualcuno; una difesa dal passaggio in mani straniere di aziende che erano tutt’uno con i luoghi e ora invece si trovano a dipendere da chi di quei luoghi fino a ieri non conosceva neppure il nome.

Ma il nazionalismo odierno serve soprattutto come un rifugio culturale. Serviva a questo anche un tempo, ma mai nella misura attuale, così radicale e coinvolgente sul piano emotivo. Il che accade perché radicale e capillare è stato il mutamento intervenuto nei modi di vivere e di sentire delle società occidentali negli ultimi decenni. In pratica si è dissolto quasi del tutto un modello culturale che per più aspetti durava da secoli. Proprio ciò ha prodotto e sta producendo nel corpo sociale una frattura assai più profonda di quanto si creda. La frattura tra una parte, dotata di maggiori risorse, in stretto rapporto con la modernità e i suoi linguaggi, orientata al nuovo, familiare con la più ampia diversità degli stili di vita, impregnata di individualismo permissivo, insofferente di ogni vincolo, passabilmente anglofona, insomma psicologicamente e culturalmente cittadina del mondo; e un’altra parte, invece, perlopiù dotata di assai minori risorse, maggiormente legata a una dimensione comunitaria, a un modo di pensare tradizionale e a un rapporto con il passato; ancora convinta – pur se tutt’altro che osservante – della propria identità cristiana, della bontà delle regole da sempre a presidio della riproduzione e dei rapporti tra i sessi e tra le generazioni, aderente al significato tramandato della gerarchia e dei ruoli sociali.

Ungheria, manifestazione di Jobbik
È per l’appunto questa parte della società orientata culturalmente al passato la quale, di fronte alla perdita di presentabilità sociale che colpisce il suo modo di pensare, di fronte alla critica sovente sommaria quando non duramente censoria a cui questo viene sottoposto specie dai media, di fronte alla scomparsa pressoché dovunque del cattolicesimo politico che in qualche modo rappresentava in precedenza i suoi valori, ha cominciato da tempo a vedere nella nazione, nell’ovvia radice antica dell’identità nazionale, un utile scudo protettivo contro una modernità percepita come qualcosa di ostile e distruttivo che giunge da «fuori».

Il cuore del nazionalismo attuale, insomma, è costituito in tutti i sensi da una posizione polemica, perlopiù fatta propria dagli strati disagiati della società, contro il nuovo, contro la modernità. E allora si capisce la radice della difficoltà che ha la sinistra a farci i conti. Dimentica del Manifesto di Marx ed Engels, la sinistra, infatti, nel corso della sua lunga vicenda si è sempre più andata rafforzando nell’idea che a opporsi al nuovo, al cammino della storia (sempre infallibilmente positivo) non potessero essere che i grandi interessi, le classi dominanti, conservatrici per definizione, mai le classi inferiori. E che quindi il proprio posto non potesse che essere sempre dall’altra parte, a favore di ogni innovazione, comunque nelle schiere della modernità. Un calcolo sbagliato che rischia di esserle fatale».

giovedì 14 novembre 2019

UNA TRUFFA IN "CONTANTE" video di Guido Grossi

[ venerdì,15 novembre 2019 ]

Guido Grossi, del Coordinamento di LIBERIAMO L'ITALIA, ci spiega il perché della campagna in difesa del contante, che culminerà on una assemblea pubblica manifestazione sotto il Parlamento venerdì 6 dicembre a cominciare dalle ore 15:30

Buona visione




COME HANNO ROVESCIATO EVO? di Pablo Molina

[ giovedì 14 novembre 2019 ]


Quella di Evo Morales è stata una rivoluzione politica anti-elitaria. La situazione attuale non era prevedibile e indica che siamo di fronte a un movimento controrivoluzionario. Il leader più visibile è Luis Fernando Camacho, un uomo d’affari di 40 anni che non ha partecipato al processo elettorale ed è arrivato a Palazzo Quemado (sede della presidenza della repubblica boliviana) con una Bibbia e una scorta della polizia. Mentre celebravano il rovesciamento del presidente a La Paz, per strada venivano bruciate bandiere Whimpala (rappresentativa dei popoli nativi che vivono nei territori andini che facevano parte dell’impero Inca) al grido di “abbasso il comunismo”.

*  *  *

Cominciamo dalla fine (o quanto meno dalla fine provvisoria di questa storia): domenica, nelle ultime ore della notte, il leader di Santa Cruz de la Sierra Luis Fernando Camacho ha sfilato su un’auto della polizia per le strade di La Paz, scortato da poliziotti ammutinati e sostenuto da settori della popolazione contrapposti a Evo Morales. È stata così messa in scena una controrivoluzione civico-poliziesca che ha spodestato il presidente boliviano dal potere. Morales si è precipitato nel suo territorio, la regione cocalera di El Chapare che ha visto il suo esordio nella vita politica, dove ha cercato rifugio dai rischi di vendetta. È una parabola – almeno transitoria – nella sua vita politica. In questo modo, quello che è iniziato come un movimento che esigeva un secondo turno elettorale dopo la controversa e confusa elezione del 20 ottobre si è concluso con il “suggerimento” di dimissioni al presidente da parte del capo delle forze armate.
Nessuno avrebbe potuto prevedere una rivolta contro Evo Morales. Tuttavia, in tre settimane, l’opposizione si è mobilitata più fermamente delle basi “eviste”, che dopo quasi 14 anni al potere hanno progressivamente perso capacità di mobilitazione nella misura in cui lo Stato è andato a sostituire le organizzazioni sociali come fonte di potere, burocratizzando così l’appoggio per il “processo di cambiamento”. In poche ore, quello che è stato il governo più forte del ventesimo secolo in Bolivia è crollato (ci sono molti ex funzionari rifugiati nelle ambasciate). Vari ministri hanno rassegnato le dimissioni denunciando al contempo che le loro case erano state bruciate e gli oppositori hanno fatto dei tre morti negli scontri tra gruppi civili un motivo di indignazione contro quella che chiamano “dittatura”. Infine, domenica Evo Morales e Álvaro García Linera si sono dimessi e hanno denunciato un colpo di stato in corso.
***
Il Movimento al Socialismo (MAS), formato negli anni ’90, è sempre stato un partito profondamente contadino – più che indigeno – e questo si è tradotto in molti modi nel governo di Evo Morales. Il sostegno urbano è sempre stato condizionato – nel 2005 per via della scommessa di una nuova leadership “indigena” a fronte della profonda crisi che viveva il paese; successivamente perché Evo ha mantenuto ottime performance economiche -, ma il tentativo di Morales di rimanere ancorato alla presidenza – sommato all’antico substrato razzista e al senso di esclusione del potere – ha incoraggiato le classi medie urbane a scendere in piazza contro Morales. Oggettivamente parlando, il cosiddetto “processo di cambiamento” non ha favorito la classe media tradizionale né l’establishment “biancoide” – come si sogliono denominare i “bianchi” in Bolivia -, anzi ha tolto loro potere. Quella di Morales è stata una rivoluzione politica anti-elitaria. Questo è il motivo per cui si è scontrato con le precedenti élite politiche e le ha sostituite con altre, più plebee e indigene. Questo fatto ha svalutato fino al punto di far scomparire il capitale simbolico ed educativo con cui contava la “classe burocratica” che esisteva prima del MAS. Nel frattempo, le sue vittorie elettorali con oltre il 60 percento gli hanno permesso di prendere il pieno potere dello stato.
Con Morales c’è stata una vittoria della politica sulla tecnica. Se il neoliberismo credeva nel diritto dei “più capaci” di imporre le proprie visioni, il “processo di cambiamento” ha creduto nel diritto della Bolivia popolare di imporsi ai “più capaci”. Per farlo, ha fatto ricorso alla politica (egualitarismo) e alla distribuzione corporativa delle nomine tra vari movimenti sociali piuttosto che alla tecnica (elitismo). Per questo motivo, non ha colmato in modo meritocratico i posti lasciati vacanti dal ripiegamento della burocrazia neoliberista. E non ha fatto neppure ricorso in modo sistematico e ampio alle università per dotarsi di un capitale culturale che, invece, considerava sacrificabile. Ciò ha esasperato la classe media, in particolare il suo segmento accademico-professionale, la cui massima aspettativa era di ottenere un chiaro riconoscimento sociale ed economico delle conoscenze che possiede.
Infine, il MAS è diventato sempre più statalista. L’approccio statalista con cui il governo ha affrontato i problemi e le esigenze che sorgevano nel paese lo ha portato a ignorare e spesso a scontrarsi con le piccole imprese private, cioè con le imprese della classe media. Per questo motivo c’era attrito tra il “processo di cambiamento” e i settori imprenditoriali non indigeni e non corporativi (al contrario di quelli indigeni e corporativi che invece hanno tratto beneficio dagli aspetti politici del cambiamento, indignando così la “classe media”). È vero che c’era un patto di non aggressione e supporto tattico tra il “processo di cambiamento” e l’alta borghesia o le classi alte, ma ciò si basava su ragioni politiche piuttosto che commerciali o economiche.
D’altra parte, diverse misure adottate da Evo Morales hanno destabilizzato la dotazione dei capitali etnici, a scapito dei bianchi: sebbene non abbia promulgato una riforma agraria, ha favorito i poveri concedendo loro terreni pubblici; c’è stata una ridistribuzione del capitale economico – attraverso le infrastrutture e le politiche sociali – a favore di settori più indigeni e popolari; la politica educativa attuata dal governo ha migliorato la dotazione di capitale simbolico agli indigeni e ai meticci mediante la rivalutazione della loro storia e della loro cultura ma, allo stesso tempo, il governo ha fatto ben poco per aumentare il livello di istruzione pubblica e, pertanto, per strappare l’attuale monopolio bianco dell’educazione (privata) di alta qualità. Così, le precedenti élite hanno perso spazi nello Stato e hanno visto debilitati il proprio capitale simbolico e le vie di accesso al potere. In sintesi: il Golf Club ha perso qualsiasi rilevanza come spazio per la riproduzione di potere e status.
Numerosi sondaggi avevano già mostrato la sfiducia dei settori medi nei confronti del presidente. Non per la gestione, che approvavano, ma per la durata del dominio dell’élite che Evo dirigeva. Questa era la questione che interessava la classe media, una questione che l’ostinazione rielezionista di Morales ha reso impossibile risolvere, portando la classe media alla sedizione. A ciò si è aggiunto che il “processo di cambiamento” non ha indebolito i microdespotismi presenti nell’intera struttura dello Stato boliviano. L’uso di impiegati pubblici nelle campagne elettorali e, più in generale, nella politica di partito del MAS ha indebolito il pluralismo ideologico tra i funzionari, persino tra quelli di rango inferiore.
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La Bolivia è un paese quasi geneticamente anti-rielezionista: neppure Victor Paz Estenssoro, il leader della Rivoluzione Nazionale del 1952, ottenne due mandati consecutivi. In parte questa tendenza sembra essere una sorta di riflesso repubblicano dal basso e in parte la necessità di una maggiore rotazione del personale politico. Quando qualcuno non se ne va, limita l’accesso degli “aspiranti”. Tutti i partiti popolari che salgono al potere hanno lo stesso problema: ci sono più militanti che cariche da distribuire. Lo Stato è debole ma è uno dei pochi modi per ascendere socialmente.
La Bolivia è anche il paradiso della logica delle equivalenze di Laclau: non appena la situazione esce dai binari e lo Stato dimostra la propria debolezza, tutti tendono a sommare le proprie domande, indignazioni e frustrazioni, che sono sempre molte dato che si tratta di un paese povero con molte carenze. Così è stato anche questa volta. Gli ammutinamenti della polizia esprimono un astio di lunga tradizione dei settori bassi verso le cupole più alte, per problemi relativi alla disuguaglianza economica e agli abusi di potere tra le “classi”: è accaduto nel 2003, nella rivolta del 2012 e nell’ultimo fine settimana. Anche la regione del Potosí, in scontro con Evo da anni, poiché avverte che dai tempi della Colonia la propria ricchezza – ora il litio – svanisce mentre continua ad essere sempre povera, si è unita alla ribellione. Lo stesso è accaduto con i settori dissidenti di tutte le organizzazioni sociali (coltivatori di coca Yungas, ponchos rojos, minatori, trasportatori). Ciò si aggiunge a una cultura corporativa che fa sì che le domande di una regione o di un settore pesino di più rispetto alle posizioni più universalistiche, il che rende possibili alleanze inaspettate: nell’ultima rivolta, Potosí e Santa Cruz si sono alleate, qualcosa di impensabile durante la crisi del 2008, quando Potosí era un bastione “evista”.
Dopo diversi anni di impotenza politica ed elettorale della tradizionale opposizione – ossia i vecchi politici come Tuto Quiroga, Samuel Doria Medina o lo stesso Carlos Mesa – appare una nuova “leadership carismatica”: quella di Fernando Camacho. Questo personaggio sconosciuto fino a poche settimane fa al di fuori di Santa Cruz si è proiettato inizialmente occupando un vuoto nella dirigenza di Santa Cruz, che dalla sua sconfitta contro Evo nel 2008 aveva concordato una certa pax. Messo in risalto da una nuova fase di radicalizzazione giovanile, il “macho Camacho”, un uomo d’affari di 40 anni, è diventato il leader del Comitato Civico della regione che raggruppa, sotto l’egemonia imprenditoriale, le forze vive della società e difende gli interessi regionali. Più di recente, di fronte alla debolezza dell’opposizione, Camacho ha esibito un misto di Bibbia e “palle” per affrontare “il dittatore”. Per prima cosa ha scritto una lettera di dimissioni “affinché Evo la firmasse”; poi è andato a portarla a La Paz ed è stato respinto dalle mobilitazioni delle forze di governo; ma è tornato alla carica il giorno successivo per entrare alla fine di domenica in un Palazzo Quemado deserto – l’edificio del potere oggi si è trasferito nell’edificio Casa Grande del Pueblo – con la sua Bibbia e la sua lettera; lì si è inginocchiato sul pavimento affinché “Dio ritorni al Palazzo”.
Camacho ha siglato patti con i “ponchos rojos” aymara dissidenti, si è fatto fotografare con indigeni e coltivatori di coca anti-Evo e ha giurato di non essere razzista e di differenziarsi dall’immagine di una Santa Cruz bianca e separatista (“Noi cruceños siamo bianchi e parliamo inglese”, disse una volta una Miss). Infine, in una strategia produttiva, Camacho si è alleato con Marco Pumari, il presidente del Comitato Civico di Potosí, figlio di un minatore che aveva guidato la lotta in quella regione contro gli “oltraggi di Evo”. Così, questo leader emergente e istrionico ha finito per essere l’architetto della rivolta civico-poliziesca. Per questo, ha preso il posto dell’ex presidente Carlos Mesa, secondo alle elezioni del 20 ottobre, il quale, sotto l’incidere accelerato degli eventi, si è radicalizzato ma senza convinzione né grandi possibilità di essere accettato nel club più conservatore in quanto considerato un “tiepido”.
 ***
René Zavaleta diceva che la Bolivia era la Francia del Sud America: lì la politica si svolgeva nel suo senso classico, cioè come rivoluzione e controrivoluzione. Tuttavia, il paese ha vissuto più di un decennio di stabilità, un periodo che ha messo in dubbio la validità del pensiero di Zavaleta. Nel 2008 Evo Morales risolse la contesa con le vecchie élite neoliberiste e regionaliste che si erano opposte alla sua ascesa al potere e diede avvio al suo ciclo egemonico: un decennio di crescita economica, fiducia del pubblico nel proprio futuro, approvazione maggioritaria della gestione del governo, un mercato interno con ingenti investimenti finanziati da entrate straordinarie in un’epoca di alti prezzi delle esportazioni e un miglioramento del benessere sociale.
Ma la ribellione è tornata e si è articolata con un movimento conservatore e controrivoluzionario. A differenza di Gonzalo Sánchez de Lozada nel 2003, Evo Morales non ha dispiegato l’esercito per le strade. Ha mobilitato i militanti del MAS, mentre veniva diffusa attraverso le reti sociali l’immagine delle “orde masiste” – ormai non si può più dire contadine o indigene. Il rapporto dell’Organizzazione degli Stati Americani (OSA) sul risultato elettorale, avvertendo delle alterazioni, ha minato la fiducia in se stesso del partito al potere: così, ha perso la strada e le reti allo stesso tempo. Questo audit, che avrebbe potuto pacificare la situazione, era stato inizialmente respinto dall’opposizione, che considerava Luis Almagro (segretario generale dell’OSA) un alleato di Evo Morales per aver appoggiato la sua ricandidatura. L’organizzazione si è appena pronunciata per respingere “qualsiasi risoluzione incostituzionale della situazione”.
Uno dei motivi dell’insurrezionalismo è il caudillismo, cioè l’assenza di istituzioni politiche consolidate. Non c’è altro che una logica immediatista, di “somma zero”: si vince o si perde tutto, non si cerca mai di accumulare vittorie e sconfitte parziali con un occhio al futuro. Evo Morales non ha superato quella cultura ed è per questo che ha cercato di continuare nella sua posizione, ma ciò è vero anche per l’opposizione, la quale emerge ora con un altro “caudillo” di destra come Camacho. Non sappiamo quale futuro politico lo aspetti, ma ha già realizzato una “missione storica”: che le città pongano fine all’eccezione storica di un governo contadino nel paese. Non a caso dopo il rovesciamento di Evo, sono state bruciate le Whipala, la bandiera indigena trasformata in una seconda bandiera nazionale sotto il governo del MAS. Un altro obiettivo è quello di cacciare il nazionalismo di sinistra al potere: “abbasso il comunismo”, ripetevano i manifestanti per le strade, alcuni con Cristo e Bibbie.
La Bolivia non è solo il paese delle insurrezioni, ma anche delle rifondazioni. Solo l’idea di una “rifondazione” consente di compattare quelle forze che chiedono soluzioni insurrezionali e cercano di annullare l’influenza sociale e politica di coloro che hanno perso. D’altra parte, la “rifondazione” e l’inerente “distruzione creativa” delle istituzioni statali e politiche, consentono una mobilitazione di promesse e prebende dalle dimensioni che i nuovi vincitori richiedono per “occupare” (esercitare) davvero il potere. Ma il paradosso è che il paese cambia poco in ogni rifondazione. Soprattutto in termini di cultura politica. Ora il pendolo ha virato verso il lato conservatore, vedremo se la frammentata opposizione a Evo Morales riuscirà a strutturare un nuovo blocco di potere. Ma le ferite etniche e sociali del rovesciamento di Evo rimarranno a lungo.
* Fonte: Senso Comune
** Da www.revistaanfibia.com. Traduzione a cura di Samuele Mazzolini

mercoledì 13 novembre 2019

SOLIDARIETÀ CON GAZA E IL JIHAD ISLAMICO di Campo Antimperialista

[Giovedì 14 novembre 2019]

Ci segnalano e volentieri pubblichiamo
Un nuovo “omicidio mirato” sionista. Con un missile lanciato da un aereo le forze armate israeliane hanno ucciso Baha Abu al-Ata, uno dei capi militari delle Brigate al-Quds, braccio militare del Jihad Islamico Palestinese a Gaza. Dopo HAMAS il movimento più forte e combattivo nel campo della resistenza palestinese. Con lui sono periti sua moglie e uno dei figli. “Una bomba ad orologeria perché si accingeva a compiere attentati terroristici contro Israele”, così ha giustificato l’assassinio Benyamin Nethanyau.
Il capo di stato maggiore dell'IDF, Ten. Gen. Aviv Kochavi ha precisato che l'uomo "ha minato la quiete nel sud di Israele" e che "ha agito in tutti i modi per sabotare i tentativi di quiete con Hamas. Era una bomba vivente e fino ad oggi ha funzionato e pianificato attacchi. Era responsabile della maggior parte degli attacchi avvenuti nell'ultimo anno”... “La sua abitazione è stata attaccata in una operazione congiunta delle nostre forze armate e dei servizi segreti... La sua uccisione, è stata decisa per sventare una minaccia immediata".

“Oggi Hamas non è più la minaccia numero uno nella Striscia di Gaza. Jihad Islamico è stato responsabile di numerosi attacchi violenti contro le truppe IDF durante le proteste della "Grande Marcia del Ritorno" lungo la recinzione del confine di Gaza, inclusa la prima morte di un soldato nel 2014”. [the Jerusalem Post del 12 novembre 2019]

Un’azione di vendetta a lungo preparata. Infatti Abu al-Ata è sopravvissuto a numerosi tentativi di assassinarlo e i sionisti giustificano l’omicidio definendo la vittima pericolosa quanto il generale iraniano Soleimani o il libanese Nasrallah. I media israeliani sottolineano poi che per l’intelligence israeliano il Jihad Islamico Palestinese, a causa delle innumerevoli e spesso vincenti azioni di resistenza e sabotaggio, è il movimento più pericoloso in circolazione.
Baha Abu al-Ata

Gli israeliani non lo dicono ma lasciano capire che il loro attacco è anche un messaggio all’Iran. La rottura dei rapporti tra Tehran ed il Jihad Islamico Palestinese — determinata dal rifiuto di quest’ultimo nel 2015 di sostenere il fronte anti-saudita nel conflitto in Yemen — è oramai acqua passata. Essi precisano infatti che Jihad Islamico non solo è il principale responsabile delle azioni di resistenza messe in atto da Gaza nell’ultimo periodo (violando la tregua sottoscritta da HAMAS), ma che è un braccio dell’Iran, e da questi finanziato. Una vicinanza, quella tra Jihad Islamico e l’Iran che gli israeliani non ritengono solo strategica ma spirituale. Malgrado il movimento sia sorto nel 1979 come scissione del sunnita HAMAS, aperte sono sempre state le sue simpatie per la rivoluzione iraniana. Ne è prova il famoso libro del fondatore del movimento, Fathi Shaqaqi — assassinato nell’ottobre 1995 a Malta da una micidiale operazione israeliana — Khomeni: la rivoluzione islamica e l’alternativa.

I sionisti, Israele e le potenze imperialiste senza il cui appoggio strategico non sopravviverebbe a lungo, considerano non solo Jihad Islamico ma tutte le organizzazione combattenti palestinesi come terroristiche a causa dei mezzi che usano e dei fini che si pongono. Se questo metro di misura è valido che dire dei metodi e dei fini degli israeliani, della politica da essi seguita verso Gaza — un grande campo di concentramento sotto assedio — e i palestinesi delle zone occupate, veri e propri paria, vittime di ogni tipo di sopruso?

I palestinesi non fanno che rispondere pan per focaccia. Quello che fa la differenza, decisiva per gli antimperialisti, che quello palestinese è un popolo oppresso mentre quello israeliano è un popolo oppressore.

Per questo sosteniamo e continueremo a sostenere la causa della liberazione della Palestina fino alla vittoria finale.

13 novembre 2019

"LA FACCIO FINITA AFFINCHÉ QUESTA MERDA FINISCA" di Giovine Italia

[ mercoledì 13 novembre 2019 ]

DUE GIORNI FA UNO STUDENTE FRANCESE, ANAS K., SI È DATO FUOCO CONTRO MACRON E L'UNIONE EUROPEA...

Di seguito quanto scritto dai compagni di Movimento 48, di cui Giovine Italia è ora la testata telematica.
È incredibile come un ragazzo che si dia fuoco, incolpando esplicitamente il capitalismo come causa delle proprie condizioni economiche, possa passare inosservato dai media e dalla Popolazione in generale.

Tutti ricorderanno probabilmente Jan Palach, il ragazzo Cecoslovacco che si diede alle fiamme per esprimere contrarietà verso l’occupazione Sovietica in atto in quel periodo.


Pochi sanno, altrettanto probabilmente, che quel ragazzo ora preso come simbolo anti-comunista o addirittura come esempio dall’estrema destra, era in realtà socialista.
Pochi sanno che le proteste che avvennero in quei periodi nacquero come proteste contro il riformismo messo in atto da Kruscev dopo la morte di Stalin, continuate senza sosta anche durante la presidenza di Breznev, costringendo purtroppo quest’ultimo ad intervenire militarmente sul territorio Cecoslovacco.


Le dichiarazioni di un compagno di Palach ne sono la testimonianza: 

“Il gesto di Jan Palach non era soltanto un modo di protestare contro l’infondatezza morale della censura e contro i politici, che stavano tradendo una riforma dietro l’altra, per rimanere più a lungo al governo ma anche contro il pericolo, che ognuno di noi correva, di riconciliazione con la situazione di allora», 
ricorda Jan Kavan, uno dei leader del movimento studentesco praghese.
Chiudendo questa piccola parentesi sul perenne revisionismo storico che continuiamo a lottare, ritorniamo sulla questione del ragazzo Francese 22enne che si è dato fuoco a Lione di fronte ad un ristorante il pomeriggio dell’8 novembre.


Le notizie cominciano a girare ora, 10-11 novembre, probabilmente per via della cassa di risonanza di internet, anche se in maniera più velata possibile. Non sono riusciti a far trattenere questa notizia scioccante.


Nella lettera-testamento il ragazzo incolpa, senza girarci intorno, il sistema neoliberista, i suoi mezzi e i suoi burattini. Che sono appunto l’unione europea e il presidente francese. Ma non si ferma solo a Macron: accusa i suoi predecessori Hollande e Sarkozy, ed anche Marine Le Pen, che seppure non sia ancora stata eletta presidente viene accusata dal ragazzo come una leader di estrema destra che sfrutta la paura e la disperazione della Popolazione per conquistarsi consensi e quindi voti.

«Combattiamo contro l’ascesa del fascismo, che non fa altro che dividerci… e il liberalismo che crea disuguaglianze», scrive. «Accuso Macron, Hollande, Sarkozy e l’Ue di avermi ucciso, creando incertezze sul futuro di tutti, e accuso anche Le Pen e i media di generare paura».

Il ragazzo è ancora in vita, “salvato” dai pompieri; ma ha ustioni sul 90% del proprio corpo.

Sicuramente non ci sono parole per descrivere il nostro dispiacere verso il ragazzo, che ha combattuto per quel che poteva militando per il sindacato studentesco “Solidaires Etudiant” ed essendone addirittura il segretario federale oltre che attivista.
Un ragazzo con delle idee ben precise, che sa chi sia il colpevole che l’ha costretto alla miseria.
Vi lasciamo la lettera tradotta oltre a quella originale in Francese 
[vedi sotto] 
Riflettete.



“Oggi, commetteró l’irreparabile. Se punto, dunque, all’edificio del CROUS a Lione, non è per caso: miro ad un luogo della politica, il ministero dell’educazione superiore e della ricerca e, per estensione, al governo.
Quest’anno, frequentando “la terza l2”, non avevo borse(di studio),e, anche quando ne avevo, 450 euro al mese, erano abbastanza per vivere?
Ho avuto la fortuna d’avere delle persone formidabili intorno a me, la mia famiglia e il sindacato, ma dobbiamo continuare a sopravvivere come facciamo oggi?
E dopo questi studi, per quanto tempo dovremo lavorare per una pensione decente?
Potremo pagare i contributi con una disoccupazione di massa?
Mi approprio oggi , dunque, di una rivendicazione della mia federazione dei sindacati , come studente lavoratore ma trattando anche di un tema più generale, chi ha uno stipendio a lungo termine , affinché non perdiamo questa rivendicazione.
Dobbiamo passare a 32 ore alla settimana di lavoro, per evitare l’incertezza di un faccia a faccia con la disoccupazione, che conduce ogni anno persone come me a questa situazione, le quali muoiono nel silenzio più assordante (completo).
Lottiamo contro la salita (al potere) del fascismo, che non fa che dividerci, ed il liberalismo che crea diseguaglianze.
Io accuso Macron, Hollande, Sarkozy e l’UE di avermi ucciso, creando incertezza nell’avvenire di tutti, accuso anche la Le Pen e gli editorialisti di aver creato delle paure più che secondarie.
La mia ultima speranza è che i miei compagni continuino a combattere, per farla finita con tutto ciò definitivamente.
Viva il socialismo, l’autogestione e la SECU(Sicurezza sociale in Francia).
E sono veramente dispiaciuto di dovermi sottoporre a questa prova
Arrivederci.”

YEMEN: PUNTA AVANZATA DELLA GUERRA ANTIMPERIALISTA di Angelo Vinco

[ mercoledì 13 novembre 2019 ]

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

 
Dopo la vittoria politica di Bashar Al Asad e del fronte della Resistenza socialnazionale siriana, lo Yemen è divenuto il punto più avanzato del fronte dei resistenti.


Nasrallah, segretario generale dell’Hezbollah, ha detto di recente che il fuoco della questione palestinese è tenuto in vita dalla Rivoluzione antisaudita yemenita guidata da Ansar Allah (Partito di Dio nato nel 1992 in riferimento alla Sura 3:52 riguardo ai discepoli di Gesù in Islam), fronte patriottico e sociale di liberazione antimperialista e non confessionale o etnico, e gli stessi quotidiani israeliani, da Haaretz a Jerusalem Post, hanno rilevato nell’agosto 2019 che l’arretramento saudita in Yemen è una pessima notizia per i sionisti, con possibili effetti di destabilizzazione interna per la società civile israeliana. 

Sono moltissimi, infatti, i volontari sunniti della Resistenza palestinese — da Hamas alla Jihad palestinese passando per vari militanti del Fronte popolare — attivi a fianco della Rivoluzione yemenita, alcuni tra loro peraltro son stati torturati e uccisi dalle forze militari reazionarie saudite o emiratine (recente il caso tragico di Salim Ahmed Ma’arouf). 

E’ semplicistico e potrebbe essere fuorviante parlare esclusivamente di Huthi dello Yemen del Nord o di clan confessionale zaydita sciita da integrare in una fantomatica “mezzaluna sciita”, poiché all’originario nucleo zaydita si integreranno poi frazioni antimperialiste arabe che
combattenti houthi
anteporranno la strategia della liberazione al resto; siamo in presenza, perciò, di un esercito popolare rivoluzionario che è sotto feroce attacco concentrico saudita e sionista dal 2015. La vittoria della Controrivoluzione saudita o emiratina in Yemen avrebbe infatti significato la liquidazione della causa palestinese: Gerusalemme capitale del sionismo globale, affermazione del blocco reazionario arabo a trazione sionista, accerchiamento dell’Iran sciita. 


L’attacco agli impianti petroliferi sauditi, realizzato dai rivoluzionari yemeniti nel settembre 2019 in coincidenza con le elezioni israeliane, ha posto di contro al centro dell’attenzione mondiale la spregiudicatezza strategica, la determinazione e l’arte della deterrenza antimperialiste del Partito di Dio. Il movimento Huthi deriva il proprio nome dall’omonima famiglia originaria del governatorato di Sa’da, che confina con l’Arabia Saudita e in cui sono scaricate le tensioni di frontiera, e di rito sciita zaydita che appartenendo all’èlite dei Seyyed rivendica una discendenza diretta dal profeta Maometto. 


Il conflitto armato ha avuto inizio nel 2003, quando l’azione antimperialista ed antioccidentale del Partito di Dio prese piede nella Moschea Saleh, nella capitale San’a, dopo la preghiera collettiva del venerdì a causa dell’invasione americana dell’Iraq. Circa 1000 militanti del partito di Dio o Gioventù Credente vennero arrestati e il presidente Ali Abd Allah Saleh invitò Husayn al Huthi ad un incontro nella capitale yemenita, ma quest’ultimo rifiutò il chiarimento. Divampò così il conflitto, quando agli inizi del 2004 Saleh, egli stesso zaydita ben si noti, con la complicità statunitense e israeliana, inviò forze governative per arrestare Husayn: l’arresto non fu portato a termine a causa della rivolta popolare organizzata dal Partito di Dio, ma Husayn fu però ucciso il 10 settembre 2004. 

La rivolta antimperialista, basata sulla classica guerra di guerriglia, proseguì ininterrottamente sino al fragile accordo del 2010. 

Con la rinascita universale araba denominata “primavere arabe” o ancora meglio Risveglio islamico globale, la rivolta yemenita si radicalizza in tutto il paese come partito degli Oppressi e dei diseredati. La Rivoluzione Yemenita, guidata ora da Mohammed Alì al-Huthi, presidente del Comitato rivoluzionario e dalla guida politica Salih Habra, iniziava così ad espandersi a macchia d’olio battendosi su tutta la linea sia contro gli jihadisti secessionisti qaidisti nel governatorato di Al-Baidhah (1), sia contro i filogovernativi di obbedienza saudita e occidentale. 

Il 20 gennaio 2015 i rivoluzionari yemeniti conquistano il palazzo presidenziale di San’a ed il presidente, sunnita, ‘Abd Rabbih Mansur Hadi, che si trova nel palazzo, durante l’assalto riesce a mettersi in salvo e poi si dimette trasferendosi ad Aden. Nonostante sia delegittimato e isolato, la comunità internazionale, su diktat statunitense, continua a considerare arbitrariamente Hadi presidente del paese. 

L’interventismo saudita architettato dal nuovo monarca Salman e dal figlio Mohammed bon Salman (MBS) ministro della difesa, prima discontinuo, entra da allora direttamente in scena, con impressionante continuità in Yemen, con una terribile e furiosa tattica di bombardamenti su civili. Ne nascerà una tragedia umanitaria di dimensioni colossali che mette i brividi. Lo Yemen, che già prima del 2010 aveva visto la nutrita presenza di vari campi profughi di civili Huthi che fuggivano dalle bombe occidentali dell’aviazione saudita ed anche di somali in fuga dal Corno d’Africa, dal 2015 vedrà impennare in modo esponenziale la mortalità e le mutilazioni infantili. 


L’Occidente fa affari d’oro con sauditi ed emiratini, arma la cosiddetta “coalizione araba” a trazione sionista-statunitense ma al tempo stesso, seppur a fasi alterne, gli organi di informazione europeistica e vaticana grondano, evidentemente, di ipocrita retorica sulle stragi di bambini Huthi in Yemen. Lo Yemen è la Nazione delle stragi legittime e degli infanticidi del supercapitalismo imperialista. Legittime, agli occhi di tutto il mondo occidentale, perché l’Iran, che sostiene attivamente dal 2015 i rivoluzionari yemeniti, deve essere annientato e abbattuto nel suo espansionismo difensivista antisanzionista ed antimperialista. 

La politica saudita ha sempre puntato ad avere sulla propria soglia uno Yemen debolissimo, sfruttando le reti tribali e il separatismo sudista, per esercitare il controllo assoluto sul governo di Saleh, un maestro di funambolici tatticismi ai limiti dell’assurdo e del suicidio politico. La frammentazione religiosa, come detto, è relativa e secondaria. Saleh, zaydita e “nordista” convinto, è stato il regista delle sei guerre sporche (dirty wars) contro gli Huthi dal 2004 al 2010; una volta allontanato dal potere non ha però esitato a stringere alleanze con i suoi antichi nemici per rovesciare il “sudista” Hadi. 

Il ruolo iraniano, in un paese sovrarmato come quello yemenita, in cui vi sono sei fucili automatici per ogni maschio adulto, era del tutto relativo prima dell’interventismo stragista saudita; in seguito all’assalto saudita, benedetto dagli Usa di Obama prima di Trump poi e quindi da Israele nel tentativo di stabilizzare una Nato mediorientale antipersiana, diviene però mirato e saggiato alla luce della tradizionale arte della difesa della Repubblica iraniana ed islamica. Lo Yemen fu infatti la tomba dei turchi, costretti a limitare il loro controllo sulle aree delle costa ed al compromesso con l’imamato sciita, sostenuto dalle grandi confederazioni tribali del Nord. Nel 1918, con il crollo dell’impero ottomano, l’imamato colmò il vuoto di potere, espandendosi nelle aree controllate dai turchi, arrivando sino ai confini con i protettorati britannici, sorti dal 1839 attorno ad Aden e estesi nel Sud-Est. Il patto militare-tribale-repubblicano, così lo storico Stephen W. Day professore al Rollings College in Winter Park (The future Structure of the Yemeni State, 14 Aug 2019) definisce il compromesso che ha chiuso la guerra civile a trazione nordista dal 1990 con l’unificazione dei due Yemen, è stato esteso al Sud con un generale processo di centralizzazione politica. Gli incentivi sono stati rappresentati dalla rendita petrolifera e dalle entrate derivanti dalle rimesse dei lavoratori emigrati, assieme all’uso dell’apparato militare e statale, per consolidare la centralità di San’a. Il sistema tribale si è fondato su una imprenditoria reticolare di natura capitalistica clanica subordinata alle petromonarchie del Golfo; circa seimila su dieci mila sceicchi tribali yemeniti sarebbero direttamente finanziati da Ryad. Il patto subimperialista con Ryad del capitalismo clanico interno non regge però più e il fallimento strategico di MBS sembra rivelarlo. Dopo il fulmineo attacco antimperialista del Partito di Dio e degli Oppressi del settembre 2019, che spiazza il modernissimo ed elaboratissimo sistema di difesa tecnologico saudita, il Generale Soleimani ha definito il patto volontarista ed antimperialista tra l’Ansar Allah yemenita e le Forze Quds persiane come il patto dei seguaci del martirio di Karbala dell’imam Hosayn. (2) 

NOTE

1)
      Il secessionismo qaidista è particolarmente forte nel Sud. La storia del Sud secessionista nel Novecento meriterebbe una trattazione a se, e non è detto che non ci si torni su, anche perché strettamente correlata alla storia stesso del “comunismo storico” con le sue lotte di frazione. ‘Abdul Hameed Bakier, esperto di intelligence specializzato in antiterrorismo, sostiene che il secessionismo del Sud sarebbe sostenuto da Al Qaeda e dai salafiti con il pretesto di “aiutare gli abitanti del Sud per evitare che tornino ad essere comunisti”. Isil svolgerebbe invece, in Yemen, il lavoro sporco di milizia mercenaria filosaudita e dunque filosionista e filoccidentale. Significativo il fatto che molti ex militanti baathisti iracheni della famosa rete Al Douri, trapiantati in Yemen dopo l’invasione americana, sarebbero filoIsil.
2)      https://www.memri.org/tv/irgc-quds-force-commander-qasem-soleimani-yemeni-drone-attacks-imam-hussein-path-abqaiq-khurais

martedì 12 novembre 2019

SPAGNA: PERCHÉ AVANZA LA DESTRA POPULISTA di Manolo Monereo

[ martedì 12 novembre 2019 ]

Avevamo appena concluso di tradurre questo importante articolo di Monereo a commento delle elezioni spagnole che le agenzie battono la notizia che nella notte Pedro Sanchez (POSE) e Pablo Iglesias (Podemos) avrebbero raggiunto un accordo per formare un governo congiunto con Sanchez primo ministro e Iglesias Vice. 
LEGGI IL TESTO DELL'ACCORDO
Vedremo come andrà a finire questa sceneggiata. La sensazione è che sia un presagio di sventura. Di sicuro un'esito opposto a quello augurato da Manolo Monereo.


*  *  *

SCENE DOPO LA BATTAGLIA


La storia conta e molto. Quando i cambiamenti democratici diventano frustrati, le società reagiscono in vari modi e forme. Viene alla ribalta quello un grande italiano ha chiamato "aspetti morbosi della politica". Per far sì che l'ordine regnasse, hanno dovuto piegare le volontà, forzare gli abbandoni e propiziare ogni tipo di opportunismo. Sì, lo ripeto, la frustrazione di un cambiamento tanto atteso e auspicato è all'origine di ciò che ci accade. VOX non è una casualità. Molti di noi sapevano che si venivano creando in Spagna le condizioni per un populismo di destra duro e puro. Forse siamo rimasti sorpresi dalla sua velocità e dalla forma che oggi come oggi ha preso, neofranquista e neoliberista.

Non tornerò sull'irresponsabilità di Pedro Sánchez e del PSOE. Ha fatto parte di una strategia che aveva due obiettivi fondamentali: riportare il PSOE ad essere l'asse della ricomposizione del regime e limitare, quindi rimpiccolire e rompere Unidas Podemos. Questa è stata la politica di Pedro Sánchez sin dall'inizio, apparire come garante di un sistema politico in crisi e assicurarne l'egemonia sulle vecchie rotaie del bipartitismo politico. L'operazione non ha avuto il successo previsto; ciò di cui non si può dubitare è che questa strategia, in un modo o nell'altro, continuerà a costituire il fondamento del PSOE nei prossimi anni.
La prima pagina di EL PAIS on line, ore 15:00 di oggi 12 novembre

È la mappa politica spagnola che è cambiata di nuovo. In molti modi rassomigliamo all'Europa. Va detto fin dall'inizio di non farsi ingannare: il tutti contro VOX favorirà il partito di Santiago Abascal. Come altre esperienze europee hanno mostrano in più di una occasione, i fronti antifascisti aggiungono solo più confusione, adottano una tattica sbagliata e finiscono per rafforzarlo. Si tratta di diagnosticare con precisione perché un partito come VOX raddoppia i suoi risultati e diventa la terza forza politica nel paese. A mio avviso, ha a che fare con tre elementi correlati: la crisi della globalizzazione e le crescenti richieste di protezione, sicurezza e ordine; la cosiddetta "questione territoriale" [ci si riferisce al secessionismo catalano, NdR] e la violenze utilizzata che ha scandalizzato gran parte della popolazione ritenendo che il loro Stato, la loro identità e il loro futuro come popolo siano in pericolo; in terzo luogo, la rabbia e l'indignazione crescente di una parte sostanziale della popolazione nei confronti di una classe politica separata, dipendente dalle grandi potenze e senza un vero progetto in grado di risolvere i grandi problemi che le persone normali e ordinarie incontrano, sempre più, con la paura di un futuro peggiore del presente.

Lo scenario sta diventando sempre più simile a quello di alcuni paesi europei. Destre sempre più dure, estreme destre populiste e sinistre senza alcuna spina dorsale politica, organicamente deboli e senza capacità propositiva. Unidas Podemos non ha fatto molto per invertire la tendenza che l’ha ficcato sempre più nel vecchio spazio della Izquierda Unida. Grave non è solo la diminuzione dei voti e dei seggi, ma la perdita di reale influenza nella società, la mancanza di forti legami sociali e la progressiva dissoluzione del poco che restava della militanza attiva incarnata nei circoli. Ora come in aprile, si pretende di correggere questa debolezza con campagne fantasiose sulle reti sociali e l'appello, ancora e ancora, della necessità di governare con il PSOE.

C'è una contraddizione che vale la pena spiegare. Mi riferisco a un mantra che si ripete mille volte: se siamo forti, non rimarrà altro a Pedro Sánchez che governare con Unidas Podemos. Intendiamoci: si dice che non c’è da fidarsi del PSOE e che la sua tendenza naturale è o la grande coalizione [col Partito Popolare, NdR] o il grande patto con le destre; si dice che ciò è possibile perché Pedro Sánchez è debole di fronte alle pressioni dei poteri forti economici; si dice che l'unico modo per superare tutto ciò sia rafforzare Unidas Podemos. Il paradosso di così tante ipotesi è che ogni campagna elettorale focalizzata sul governo con il PSOE ci rende più deboli e con una correlazione di forze (nella società, nell'opinione pubblica o nelle istituzioni) sempre più sfavorevole.
I seggi nel nuovo Parlamento spagnolo

Questa campagna elettorale è stata una grande opportunità. Pedro Sánchez e il suo governo hanno lasciato un’autostrada alla sinistra e l’hanno lasciata tutta allo Unidas Podemos. Mas Pais [la neonata formazione politica guidata da Iñigo Errejon sorta dalla recente scissione di destra di Unidas Podemos, NdR] non vi è entrata mai e ha perso vigore man mano che la campagna elettorale procedeva. Era giunto il momento dell'alternativa, di disputare al PSOE l'egemonia a sinistra e sollevare una bandiera del Paese, dei diritti sociali e delle libertà pubbliche, di una proposta socio-economica radicale, delle critiche alle politiche austericide dell'UE e della difesa della sovranità popolare e del patriottismo repubblicano. Alla fine, la routine e la mancanza di immaginazione si sono nuovamente imposte: governare con un Partito socialista al quale non si riconosce né qualità né un progetto proprio, del quale pubblicamente (giustamente) non ci si fida e al quale viene chiesto di far parte di un governo in evidenti condizioni di minoranza.

Ciò che è accaduto ora lo abbiamo vissuto molte volte: un Partito socialista che vuole governare da solo cercando sostegni parlamentari e Unidas Podemos che chiede di governare in coalizione. Nel mezzo, i partiti nazionalisti e indipendentisti che, logicamente, richiederanno concessioni in tutti i settori che li riguardano dopo una campagna — non dimentichiamolo — in cui Pedro Sánchez li ha affrontati apertamente.

La domanda deve essere posta: non sarebbe meglio per Unidas Podemos lasciare, per ora, le poltrone ministeriali e concordare un programma strutturato gestito da un'opposizione efficace, dedicando tempo e lavoro per ricostruire un progetto dal basso che affronti i poteri forti economici?


Manolo Monereo Pérez

Madrid, 11 novembre 2019

* Traduzione a cura della Redazione

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SALVINI: "DRAGHI? WHY NOT?" di Sandokan

[ martedì 12 novembre 2019 ]

Giorni addietro, commentando la richiesta di Salvini di ripristinare lo "scudo penale" per i manager di Arcelor Mittal, lo definivo IL SOVRANISTA DI SUA MAESTA'.

Le cose accadute negli ultimi giorni mi pare lo confermino.

Che l'immunità penale in caso di non rispetto dei vincoli ambientali (come nell'accordo sottoscritto col governo) fosse un pretesto, è mostrato con ogni evidenza dal fatto che ora la multinazionale "per non andarsene" annuncia un taglio drastico della produzione con tanto di dimezzamento degli addetti. 

Un ricatto che fa tremare il governo e che sta smascherando tutti i politicanti neoliberisti, tra questi il Salvini. Chi non è accecato dal neoliberismo sa che la nazionalizzazione dell'impianto siderurgico è la sola soluzione fattibile. Contro questa soluzione si sono subito schierati tutti i neoliberisti: la Confindustria ovviamente, il Ministro dell'economia, renziani, il Pd e quindi Matteo Salvini. Tutti concordi che lo Stato non deve impicciarsi, che deve lasciare mano libera all'impresa. Tutti concordi nel rispettare il divieto europeo ad "aiuti di Stato". E Salvini rincara la dose perorando, da perfetto montiano che "invece di creare ostacoli il governo deve favorire gli investimenti di aziende estere". Viva quindi la globalizzazione, viva il libero scorazzare dei capitali, viva il liberoscambismo!

E fin qui eravamo alla torta. Ci mancava la ciliegina e Salvini non ce l'ha fatta mancare.

Il 6 novembre scorso, ospite del cyborg Mario Giordano (trasmissione "Fuori dal coro" di rete 4), alla domanda secca del conduttore: 
«Mario Draghi prossimo presidente della Repubblica?". E il leader della Lega risponde senza esitazioni: "Why not? Diamoci un tocco di inglese"». 
Salvini insomma vede bene l'ex presidente della Banca centrale europea al Quirinale dopo Sergio Mattarella. 

Altro che fuori dal coro! Salvini ha conquistato un posto di prima fila nel folto gruppo di voci bianche che da settimane sta perorando l'ascesa di Draghi al Quirinale.

Il Salvini che tuonava fuoco e fiamme contro Draghi e la Bce è solo un pallido ricordo.

Cosa non si fa per salire al governo... e non cambiare nulla.








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