martedì 5 febbraio 2019

MAGISTRATURA DEMOCRATICA (?) di Alessandro Chiavacci

[ 5 febbraio 2019 ]

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

Il silenzio dei giuristi.
Riflessioni su alcune tesi congressuali di Magistratura Democratica


Lo spunto per questo articolo mi è venuta da un “social”. Un contatto, sovranista, aveva pubblicato il link del sito di Magistratura Democratica, per mostrare come tanti dei problemi attribuiti alla giustizia in Italia avessero origine in quella corrente giudiziaria e in quelle posizioni. Il motivo scatenante era probabilmente la notizia, ampiamente diffusa, e di non poco conto, che i tre giudici del Tribunale dei ministri che contro le indicazioni del Pubblico ministero di Catania, avevano deciso di procedere contro Matteo Salvini per il presunto “sequestro” dei migranti della nave Diciotti, erano iscritti a Magistratura Democratica.

E, in effetti, il sito di quella corrente della magistratura era pieno di articoli e di argomenti che giustificavano il rivolgersi delle critiche verso la giustizia a questa corrente dei magistrati. Dal tema del prossimo congresso, che si svolgerà a marzo, “Il giudice nell’epoca dei populismi”, con tanto di vignetta di Vauro con giudice che mette la toga ad un naufrago, allo sgombero del Cara, all’attualità dell’antifascismo, alle preoccupazioni per il caso Battisti, alla critica al decreto sicurezza e contro l’estensione della legittima difesa, ai minori stranieri non accompagnati, alla sicurezza dei carcerati, all’”ospite straniero” e tutti gli argomenti che costituiscono la vulgata dell’identità del giudice “di sinistra”.

Io, in effetti, mi sono chiesto per anni, nel corso degli eventi che hanno segnato gli ultimi decenni della storia italiana, che fine avessero fatto i giudici di Magistratura Democratica. Che fine avessero fatto quando il Pm Di Pietro e il pool di Milano istituiva quel processo farsa chiamato Mani Pulite, dove i giudici di Milano raccoglievano fatti corruttivi e concussivi di alcune centinaia di esponenti politici, raccogliendoli presso di sé con la tecnica dell’avocazione in ragione della loro primazia nella conduzione del processo di Tangentopoli, in modo tale da includere gli uni e da escludere gli altri, invocando per alcuni il principio del “non sapeva” e per altri il principio del “non poteva non sapere”; quando si sottraevano alla ispezione ministeriale inviata dal ministro Castelli con la surreale spiegazione di non avere un archivio dei loro procedimenti; quando non avevano niente da dire sugli undici mesi in carcere senza un interrogatorio di Lorenzo Necci, poi liberato e vittima di un incidente sospetto, subito seguito dal furto dei suoi documenti nella sua abitazione. Quando non avevano niente da dire sulla svolta maggioritaria del sistema elettorale nel 1994; quando non avevano niente da dire sulla persecuzione giudiziaria di Berlusconi; quando non avevano niente da dire sulle strane procedure di alcune procure che, in attesa dell’autorizzazione a procedere verso qualche parlamentare o ministro, producevano fughe di documenti processuali con la complicità di qualche organo di stampa; oppure, pubblicavano intercettazioni non autorizzate su qualche politico con la scusa che il sorvegliato era l’interlocutore al telefono; quando, oggi,  non hanno niente da dire sulle pesantissime censure operate dalle proprietà dei social media nei confronti di esponenti cattolici o non liberal-progressisti, come se Facebook o altri social media fossero degli organi di stampa privati e non dei servizi di pubblico interesse; quando non hanno niente da dire se il ministro Orlando istituisce un organo di controllo dei social media formato da 150 associazioni conformi alla sua visione del mondo; quando i magistrati compiono interpretazioni creative della legge riguardo alla fecondazione eterologa, al riconoscimento dei figli nati dalla “gravidanza per altri”…(!!!) o pubblici ufficiali disattendono la legge sulla concessione della residenza; quando la magistratura realizza una plateale difformità nel giudizio riguardo all’uso dei fondi pubblici fra Margherita e Lega nord; quando il Global Compact prevede di punire opinioni critiche rispetto all’immigrazione, alla faccia dell’articolo 21 della nostra Costituzione; e in tanti altri casi che la memoria collettiva potrebbe richiamare.
Berlusconi risolve in modo semplicistico la questione: “ I giudici comunisti…”; ma io, che da quella definizione non mi sono ancora dissociato, e non ho tuttora seri motivi per dissociarmi, provo un certo disagio quando la mia identità politica viene associata a questi politicanti del diritto, a questi soggetti che hanno deciso di far strame dello stato di diritto in Italia.

Eppure l’attribuzione di Berlusconi non è infondata. Chi ha l’età per ricordare sa bene che Magistratura Democratica non è nata in modo estemporaneo, né come corrente del Pci o dei suoi eredi politici; ma come una corrente di orientamento marxista all’interno della magistratura. I maggiori esponenti di magistratura democratica fra gli anni ’70 e ’80 (credo di ricordare Ferrajoli, Bevere, Canosa, Marrone fra gli altri) erano oltre che magistrati o studiosi del diritto anche militanti politici a tutto tondo, che la loro militanza fosse sancita da una appartenenza di partito oppure no. E il loro ruolo era stato importante nella lotta contro i licenziamenti politici, nella tutela dell’ambiente e in molte altre battaglie di rilevante significato popolare.

Tuttavia, la corrente di Magistratura Democratica ha vissuto sicuramente molte vicissitudini, travagli e cambiamenti negli anni successivi a quella epoca.

Per capire come si posiziona oggi Magistratura Democratica nello scenario presente, credo che sia decisivo considerare la posizione che ha assunto all’interno dello scontro globale oggi in atto, quello fra globalismo guidato dalla finanza e resistenze nazionali e sovranitarie. In tal senso, considero fondamentale per la comprensione il documento per il congresso del “Gruppo Europa”, approvato al XIX congresso di Magistratura Democratica, tenutosi a Roma fra il 31 gennaio e il 3 febbraio del 2013, di cui qui si può leggere il testo integrale

Presento il testo accompagnato da commenti brevi, contrassegnati dalle parentesi quadre e in colore azzurro, e da commenti più lunghi, sempre in azzurro.



*  *  *

XIX CONGRESSO DI MAGISTRATURA DEMOCRATICA: QUALE GIUSTIZIA AL TEMPO DELLA CRISI

Come cambiano diritti, poteri e giurisdizione
Roma, 31 gennaio/3 febbraio 2013

DOCUMENTO PER IL CONGRESSO DEL GRUPPO EUROPA
 a cura di Valeria Piccone, Papi Bronzini e Giovanni Diotallevi


Le due fasi della riforme istituzionali dell’Unione europea
Il complesso e certamente non lineare percorso di revisione istituzionale in Europa può essere distinto in due fasi: la prima, segnata da una progettualità ambiziosa e da una linea di continuità con gli elementi evolutivi del processo di integrazione europea, ma costantemente frenata o da dissensi tra gli stati e dalla loro indisponibilità a cedere maggiori porzioni di sovranità o da inattese frenate dovute alle resistenze popolari ed alle difficoltà di coinvolgere l’opinione pubblica continentale; la seconda, connotata da spinte improvvise dettate dall’emergenza e dominata dai tentativi di superare ostacoli giuridici ed istituzionali ad una gestione immediata ed efficace della crisi, senza però un disegno unitario e prospettico sulle mete da raggiungere.

Il primo itinerario di mutamenti istituzionali, iniziato proprio al volgere del millennio con la decisione del Consiglio europeo di Colonia di nominare una Convenzione per la redazione di una Carta dei diritti fondamentali, prosegue poi con la redazione ad opera di una seconda Convenzione di un “ Trattato- costituzione”, respinto nel 2005 nei due referendum popolari in Francia ed il Olanda, e si conclude con la ratifica e poi l’entrata in vigore il I dicembre 2009 del Trattato di Lisbona che, pur non utilizzando il termine “ Costituzione”, recepisce tutte le principali e più significative migliorie che la seconda Convenzione aveva previsto.

Si muove, infatti, dall’importante promozione del ruolo del Parlamento europeo con la sanzione della codecisione come regola ordinaria di approvazione della legislazione Ue, alla soppressione della divisione in “pilastri” dell’ordinamento, alla conferita obbligatorietà della Carta dei diritti e alla previsione dell’adesione dell’Ue alla Cedu, nonché all’istituzione di due nuovi organi che si volevano rappresentativi di istanze unitarie e comuni come la Presidenza Ue e il Responsabile per la politica estera, sino ad arrivare ad un significativo incremento della partecipazione democratica mediante la previsione della possibilità di lanciare una ICE ( iniziativa del cittadino europeo), cioè una raccolta di firme su scala continentale per proporre un’azione legislativa alla Commissione (una sorta di referendum propositivo, sconosciuto in genere negli stessi ordinamenti interni).


[Va precisato che, al di là dell’entusiasmo di Magistratura Democratica, l’ ICE non è affatto un referendum propositivo, ma una proposta di legge di iniziativa popolare, simile a quella dell’ordinamento italiano, con l’aggravante che non deve essere promossa da partiti o da associazioni (a Bruxelles amano la spontaneità), e che dell’iniziativa di legge popolare ha lo stesso destino]

Viene, tuttavia, solo marginalmente toccata dalla Riforma la parte più complessa dell’ordinamento europeo riguardante l’euro, il coordinamento delle politiche economiche e sociali, in una parola, la governance economica,  nella convinzione o, forse, nella azzardata scommessa che il quadro legale varato a Maastricht ed ad Amsterdam sia sufficiente per realizzare gli ambiziosi programmi della Agenda di Lisbona e che il consolidamento ottenuto degli organi sovranazionali (Parlamento, Commissione e Corte di giustizia) sia comunque idoneo a conferire un carattere unitario ed efficiente anche per una moneta ed ad una Banca “senza stato”.

[Aggiungiamo qui un primo commento. Se considerassimo questa distinzione di due fasi come un tentativo di storicizzare la costruzione europea dovremmo definirla “di pura fantasia”. Sul piano reale, degli avvenimenti storici, dobbiamo individuare una prima fase progressiva, o keinesiana, che va dai trattati di Roma (1957) alla creazione dello Sme nel ‘’79, una fase “padronale”, che va dal 1979 al ’99, in cui si affermano le tesi monetariste in coincidenza di analoghe svolte negli Usa e nel Regno Unito, ma in cui i singoli paesi mantengono la possibilità di svalutare la propria moneta nazionale), e una fase, quella successiva al ’99, che io chiamerei nazi-tecnocratica, in cui la moneta unica e la libera circolazione dei capitali si affiancano alla completa assenza di strumenti di solidarietà fra paesi. In termini più soft, Stefano Fassina e molti altri paragonano questa fase a quella ottocentesca del Gold Standard, una volta fatta l’importante specificazione che i capitali non avevano nell’ ‘800 la stessa fluidità di oggi, e quindi il vincolo che la libera circolazione dei capitali esercita sulle politiche economiche nazionali è estremamente più forte.

Il discorso di magistratura Democratica va dunque inteso così: “Assunto come positivo il processo di creazione di un super stato europeo, riconosciamo una fase, quella che va dalla carta dei Diritti di Nizza del 2000 fino al Trattato di Lisbona del 2009, in cui si manifestano elementi giuridici e istituzionali suscettibili di un loro possibile uso democratico, e la fase successiva in cui questi elementi sembrano vanificarsi”]


L’euforia sull’essere l’Unione uscita dal guado istituzionale con le nuove regole del Trattato di Lisbona è però durata pochi mesi. […]

Sul piano generale l’Unione nel suo complesso è sembrata nel 2008  e 2009 sopportare molto meglio rispetto agli USA l’impatto della crisi economica internazionale grazie al suo sistema di welfare  ed al modello sociale europeo inteso come linea di convergenza delle esperienze nazionali più virtuose contraddistinto ( per dirla con le note parole del Premio Nobel per l’Economia Paul Krugman nell’articolo “Salvare l’Europa”) da tutele nel contratto incentrate sul divieto del licenziamento ingiustificato e da tutele del mercato che culminano nel diritto ad un reddito minimo a garanzia della dignità della persona (e che quindi contribuiscono sinergicamente a conferire una certa sicurezza ai soggetti anche in caso di turbolenza economica).

Tuttavia l’illusione è durata poco: la crisi si è ben presto manifestata nel vecchio continente come una crisi del debito sovrano generata anche dalla mancata predisposizione di una rete di solidarietà e di protezione dei paesi in situazione di difficoltà . L’attacco speculativo all’euro si è alimentato da un lato delle  gravissime disfunzioni istituzionali politiche e sociali di alcuni paesi -dalle menzogne della Grecia sullo stato dei propri conti, alla bolla speculativa spagnola, agli enormi sprechi connessi a corruzione ed evasione fiscale generalizzata dell’Italia, alle estrosità finanziarie delle banche irlandesi — […!] dall’altro delle carenze regolative nella costruzione monetaria dell’euro il cui organo direttivo, la BCE, non gode delle prerogative che hanno le altre Banche centrali [quali dovrebbero essere…? Il fatto che non acquisti direttamente i titoli emessi dagli stati è un incidente di percorso, una dimenticanza…? ] ed il cui statuto limita l’azione al controllo della sola stabilità dei prezzi.

Da quel momento si sono avuti una serie di tentativi di rattoppare l’originaria  carenza di elementi di coesione e solidarietà interna tra i paesi aderenti alla moneta unica e di promuovere tra mille difficoltà, ripensamenti e ostacoli, anche di ordine costituzionale, un primo nucleo di un governo economico per lo meno nella eurozone, capace di irradiare politiche economiche e fiscali (nonché sociali, almeno riguardo ad alcuni trattamenti “minimi” di base, secondo le aspirazioni del Trattato di Amsterdam) convergenti ed unitarie.


[come l’ Esm e il Fiscal Compact “rattoppino la carenza di elementi di coesione e solidarietà” è una bella astrazione, ma “almeno paghino una bella indennità di disoccupazione..!” dicono a MD ]

L’esplodere della crisi dell’euro e le ricadute sul diritto dell’Unione

Dall’esplodere della caso Grecia l’Unione ha adottato svariati strumenti di diritto europeo ed internazionale come il six pack e il two pack ( con il Patto euro-plus del Marzo del 2011) una revisione semplificata del Trattato ( l’art. 136 del TFUE, onde consentire ai paesi dell’euro di varare misure per rafforzare la moneta unica)

[già…]

e da ultimo ben due Trattati internazionali come il Fiscal compact e il Trattato sull’ESM (sottoscritto da soli 25 paesi esclusi la Gran Bretagna e la Repubblica ceca) , introducendo nuovi organismi inediti ( come il Board dell’ESM composto dai Governatori delle Banche centrali) e regole d’emergenza.

Si sono così delineate importanti fratture sia nel diritto dell’Unione che nella stessa geometria del processo di integrazione. E’ emersa ancor più radicalmente che nel passato l’indisponibilità britannica
[ perfida Albione…!] a far compiere all’Unione significativi passi in avanti rispetto al quadro di Lisbona, rendendo inevitabile il ricorso al diritto internazionale per evitare l’immobilismo e con esso la resa all’assalto dei mercati.

Tuttavia, più in generale, la crisi improvvisa ed imprevista dell’euro ha mostrato una profonda divisione di interessi tra paesi che hanno la moneta unica (che è divenuta ben presto il baricentro di tutti gli sforzi degli organi comunitari) e che coloro che ne sono al di fuori ( anche se non hanno abdicato all’intenzione di entrarvi come la Polonia): i primi sono avvinti in un comune destino che, spinto paradassalmente dalla speculazione, li conduce, in molti casi obtorto collo, verso una più stretta integrazione, i secondi diventano sempre più estranei all’agenda delle istituzioni Ue. Inoltre si è a questa aggiunta un’altra divisione piuttosto netta tra paesi del nord, solidi economicamente e che godono ancora di robusti sistemi di tutela sociale incentrate sulle cosidette politiche attive per il lavoro e su tassi di indebitamento sotto controllo ed un sud-europa in estrema difficoltà in termini di competitività economica, di solidità di bilancio ed anche di “ tenuta” dei sistemi sociali molto sperequati, inefficienti e poco inclusivi.

La risposta a tale divario è stata ricercata selettivamente [ perché secondo MD data la struttura istituzionale della Ue e dell’ Eurozona si sarebbero potute fare delle scelte keinesiane…] nelle politiche di austerity e di risanamento, non affiancate però da strumenti di sorta ( se non il classico Fondo sociale) per aiutare la crescita economica e lo sviluppo e la tenuta dei livelli occupazionali.

[per la cronaca il Fondo Sociale Europeo che la Ue versa all’ Italia per il periodo 2014-2020 consiste in 10,17 miliardi di euro, rispetto agli oltre 100 che l’ Italia versa alla Ue nello stesso periodo. Un bell’aiuto, non c’è che dire…]

L’abbandono della cornice del diritto dell’Unione attraverso la necessitata porta stretta del diritto internazionale ha portato sostanzialmente alla sterilizzazione delle prerogative del Parlamento europeo su materie oggi nevralgiche che assegnano – soprattutto per i paesi dell’eurozona –poteri penetranti di controllo sui bilanci nazionali ed anche sulle connesse politiche economiche interne in primis al Consiglio ed alla Commissione: il già previsto potere di coordinamento, prima con il varo del cosiddetto “ semestre europeo” poi con il Fiscal compact ha visto un deciso irrobustimento nel quadro delle politiche di salvaguardia dell’euro e di aiuti ai paesi in difficoltà all’insegna del rigore di bilancio e del rispetto delle indicazioni sovranazionali che assumono carattere sempre più perentori.

Quale paese a rischio di default potrebbe oggi permettersi di ignorare quelle Raccomandazioni annuali (in vista dei Piani nazionali di riforma) che sino al 2009 sembravano avere carattere meramente indicativo e comunque venivano interpretate all’insegna della massima elasticità , visto che dal loro rispetto può dipendere il suo salvataggio? I nuovi meccanismi costruiti attorno alla vigilanza dei bilanci nazionali e nella gestione di nuovi organi di gestione della crisi dal “Fondosalvastati” all’ESM ruotano attorno ad una nuova centralità intergovernativa ed, al suo interno, sul pluspotere di diritto (come nelle quote del Board dell’ESM) e di fatto detenuto da Francia e Germania, [menomale se ne sono accorti] mentre talvolta si utilizzano strumentalmente, pur in un contesto formalmente di diritto internazionale, gli altri organi dell’Unione più connotati in senso sovranazionale come il Parlamento europeo ( chiamato a collaborare con quelli nazionali per conferire efficacia alle misure disposte nei confronti di paesi in difficoltà) , alla Commissione, cui spetta un ruolo quasi da “gendarme dei conti pubblici”, alla Corte di giustizia cui si chiede di verificare i piani di rientro dal deficit dei singoli paesi.

Come ha scritto Jürgen Habermas a proposito del Fiscal compact, per la prima volta nel processo di integrazione rilevanti cessioni di sovranità dagli Stati all’Unione non sono stati accompagnati da un incremento del potere di partecipazione e controllo dei cittadini europei, visto che l’organo a mandato universale deputato ad esprimere tale potere è stato in sostanza esautorato dai nuovi meccanismi della governance della eurozona.

Le occasioni “ costituenti” della crisi: verso un salto federale?
Ma sarebbe un gravissimo errore vedere solo questo lato della vicenda: sotto l’incedere della crisi l’Europa si è comunque mossa, evitando la catastrofe, scegliendo strade inedite (anche a causa dell’incompletezza del disegno istituzionale terminato con Lisbona), ha creato nuovi organi e nuovi meccanismi sia pure con legami troppo deboli con il diritto comunitario, non si è arresa al diktat della Gran Bretagna di ridimensionare l’Unione ad uno spazio di libero mercato. Gli Stati che hanno seguito il nuovo sentiero dell’integrazione sono stati gettati in un orizzonte di tipo nuovo, verso una comune governance sia sul fronte fiscale, che delle politiche economiche che sociali.

E’ ormai tramontata per sempre l’idea che, rimanendo nell’euro, i Paesi possano fare da soli, sabotare la disciplina sovranazionale, ignorare i piani comuni: questi possono e debbono essere certamente cambiati, resi più equi e solidaristici, [già, come…?...] ma il pensiero sovranista in questo momento è null’altro che un pensiero della catastrofe, della resa alla speculazione, del ritorno regressivo ad un costituzionalismo in “ paese solo”….

[Questa del “costituzionalismo in un paese solo” è una frase molto rivelatrice. In primo luogo, è sorprendente che una associazione di magistrati che ha fatto della tutela delle garanzie e dei diritti del singolo il baricentro della sua funzione dica “Beh, in fondo cosa sono le Costituzioni dei singoli paesi…” (!!!) In realtà, il significato da attribuire a questa frase è il seguente: essendo stati i giuristi europeisti sconfitti dai giuristi sovranisti sul tema della compatibilità fra Costituzione e Trattati europei (con speciale riferimento, fra gli altri, agli interventi di Luciano Barra Caracciolo), Magistratura “ Democratica” (scusate per le virgolette, ma qualche volta ci vogliono) tenta di aggirare l’ostacolo dicendo “Beh, in fondo, le singole Costituzioni…] (!!!)

…del tutto inefficace ed escludente, rovinoso per i più deboli posto che i più ricchi e potenti certamente non rimarrebbero mai imbrigliati nelle follie di governi populisti che mirano al default. 

[ovvero, esporterebbero i capitali, ma non esistono le clausole di salvaguardia…? E non possono essere modificate…? ]

Occorre quindi praticare davvero le occasioni costituenti della crisi.- come ha scritto Barbara Spinelli [toh…?...] - fare di essa un bivio necessario, una presa di coscienza autocritica del sistema Europa, moneta compresa.


Oggi finalmente è entrato in agenda il tema dell’Europa politica e costituzionale, che non è più appannaggio di élites culturali essendo visibile la sua intima connessione con il benessere dei cittadini europei e l’effettività dei loro diritti fondamentali non più tutelabili negli asfittici confini nazionali:

[effettivamente, lo volevo dire io: non vi pare che le economie della Svizzera, della Corea del Sud, e di tutti i paesi mondiali che non hanno l’ Euro siano, come dire: un po’ asfittiche…? (!!!)]

quali passi possono pragmaticamente essere compiuti per avvinarci il più possibile a questa meta recuperando o rettificando quanto si è costruito in questi due anni vissuti pericolosamente, dai primi elementi di un controllo sulla Banche europee alla cooperazione rafforzata sulla Tobin tax europea, all’interpretazione adeguatrice che dello Statuto della BCE di fatto ci ha offerto il suo Governatore? […]

Grandi questioni si aprono per la sfera pubblica europea, in primis quella dell’eurozone e, fra questi:

a) come possono i Trattati internazionali essere fatti rientrare nell’alveo del diritto dell’Unione (con la piena operatività della Carta dei diritti), considerando anche il veto perdurante della Gran Bretagna ed in questo quadro che ruolo assegnare al Parlamento europeo;

b)come può completarsi la costruzione di un governo economico, che dal piano fiscale a quello bancario si estenda alle politiche economiche e sociali; 

[già, come fare…?]

c) come si può corredare gli impulsi unitari sul piano finanziario e bancario con interventi che aiutino lo sviluppo e l’innovazione del “ sistema Europa” attraverso piani ad hoc sostenuti economicamente dall’Unione (project bond, eurobond, Union bond…) 

 [la Germania è sicuramente molto interessata alla questione…]

d) quale strada, per introdurre davvero standard minimi di trattamento sociale in modo che le politiche di risanamento dei bilanci pubblici interni non si traducano, come spesso sta accadendo, in riduzione di tutele sociali e nella compressione del welfare europeo.

[ovvero: le politiche austeritarie imposte ai paesi europei comportano deindustrializzazione e disoccupazione, ma almeno una indennità di disoccupazione uguale per tutti…! (e magari poi sono contrari al reddito di cittadinanza introdotto dal governo giallo-verde…)]


Il primo report della Commissione europea sul raggiungimento degli obiettivi sociali della Strategia 20-20 segnala in tutti i paesi iniziative di tale natura che stanno portando all’incremento (anche di notevole entità in alcuni Stati) di coloro che sono a rischio di povertà. 

[ma che combinazione…]

Non può pensarsi ad un governo economico d’Europa senza che questa svolta e “ cambio di passo” faccia al tempo stesso cessare il pericolo di social dumping , evitabile solo conferendo certezza ed esigibilità sovranazionale a tutti i diritti socio-economici protetti dalla Carta dei diritti .

Se si intende salvaguardare il modello sociale europeo occorre accettare il piano costruttivo di una sua reale definizione a livello sovranazionale, il che vuol dire superare il particolarismo che ha sempre segnato le esperienze nazionali in questo settore.

[…]

La questione della carta dei Diritti di Nizza

In ultima analisi Magistratura Democratica aderiva al progetto europeista intorno all’anno 2000, cioè proprio all’inizio della sua fase più antipopolare e autoritaria. Lo faceva ipotizzando che la Carta dei Diritti di Nizza, e il suo successivo recepimento da parte del Trattato di Lisbona, che le assegnava lo stesso rango dei trattati europei, consegnassero ai magistrati un nuovo ruolo nella difesa dei diritti individuali e sociali, ruolo che evidentemente, nella loro visione, avrebbe potuto compensare l’annullamento degli strumenti nazionali di politica economica che la moneta unica, la libera circolazione dei capitali e le regole fiscali europee congiuntamente operavano.

Se questo è vero, viene spontanea una domanda: ma Magistratura Democratica, crede veramente, intende veramente farsi interprete della Carta dei Diritti di Nizza…? Perché se così non fosse, si rivelerebbe che il richiamo a tale Carta è solo strumentale alla rivendicazione di un ruolo di maggiore protagonismo dei magistrati rispetto alle legislazioni nazionali; si rivelerebbe cioè come una aspirazione di casta.

Guardiamo dunque alla Carta dei Diritti Fondamentali della Ue, che a partire dall’ articolo 6 del Trattato dell’ Unione Europea rivisto a Lisbona, è pienamente parte dei trattati europei.

All’ articolo 2 si proclama il “diritto alla vita”per ogni individuo. E’ compatibile questa affermazione con la pratica dell’ eutanasia estesa anche ai sani con le cliniche della morte svizzere (che sono fuori dell’ Unione Europea, ma alle quali ricorrono cittadini dell’ Unione Europea) oppure all’affermazione olandese del diritto a “considerare conclusa la propria esperienza vitale”, perciò, ancora, a praticare l’eutanasia sui sani? E’ compatibile tale pratica con l’art. 25 sui diritti degli anziani ad una vita dignitosa e indipendente? E’ compatibile con l’art. 34 sulla sicurezza sociale e abitativa? Quando mai Magistratura Democratica ha iniziato una lotta contro queste aberrazioni…? E cosa ha detto Magistratura Democratica sulla questione dell’aborto “a nascita parziale”, con la quale, per difendere la libera scelta della donna, si pone fine dopo il 6° mese alla vita del bambino (o del feto, a vostra discrezione) che se “abortito” per via cesarea avrebbe una vita autonoma…?

All’articolo 3 si proclama il diritto all’integrità fisica e psichica, il divieto di pratiche eugenetiche e di fare del corpo umano o delle sue parti fonte di lucro. E’ compatibile questo con gli interventi ormonali sui bambini volti a rinviare lo sviluppo puberale al fine di consentire il cambio di sesso? Il divieto di pratiche eugenetiche riguarda o non riguarda la selezione degli embrioni per l’inseminazione artificiale? Il divieto di fare di parti del corpo umano una fonte di lucro vale anche per organizzazioni come Planned Parenthood? Non ho sentito i giuristi di Magistratura Democratica festeggiare per la fine delle sovvenzioni statali a Planned Parenthood decisa da Trump. Il divieto di fare del corpo umano una fonte di lucro vale anche per la pratica della c.d. “gestazione per altri”, e anche quando chi vi ricorre è un personaggio dello spettacolo o un ex-parlamentare, o quei casi si devono considerare esenti? Eppure notizie di stampa li indicano come estremamente lucrosi…

E fra i diritti del bambino affermati all’art. 24, non rientra quello di vivere con i propri genitori naturali…? E il “preminente diritto del bambino” viene tutelato anche nella “gestazione per altri”…? E il diritto alla proprietà (art. 17) vale anche per i depositi dei cittadini cancellati dalle regole europee sul bail-in…?

Sono tutte domande alle quali magistratura Democratica non potrebbe rispondere.

In conclusione

Magistratura Democratica aderiva al progetto di costruzione europea proprio nella sua fase più reazionaria e antipopolare. Lo faceva con la dichiarata intenzione di usare gli spazi aperti dalla Carta dei Diritti Fondamentali della Ue e dal suo inserimento nei Trattati come leva di un autonomo intervento “progressivo” del magistrato rispetto alle legislazioni nazionali. Ma questo richiamo alla “Carta dei Diritti” era puramente strumentale, in quanto l’ideologia dominante in MD non è quella del diritto “progressivo” (mi scuseranno i giuristi per queste definizioni senz’altro improprie) ma quella del diritto “evolutivo”, ovvero dell’adeguamento della giurisprudenza alle mutevoli pretese dei mercati, e oggi dunque, alle pressanti esigenze del capitalismo su base transnazionale.

L’adesione ideologica alla Ue e l’ideologia del diritto “evolutivo” ne fanno oggi in Italia un efficace strumento di ordine della globalizzazione capitalistica.






lunedì 4 febbraio 2019

9 FEBBRAIO: CAROVANA DI SOLIDARIETÀ CON I GILET GIALLI

[ 5 febbraio 2019 ]


SABATO A NIZZA 

CON I GILET GIALLI

Confermiamo che Sabato prossimo, 9 febbraio, in occasione del XIII Atto di mobilitazione dei Gilet Gialli, su invito dei fratelli francesi, come Programma 101 organizziamo una CAROVANA DI SOLIDARIETÀ. 

La Carovana farà tre tappe. La prima, alle ore 12:30, sulla frontiera di Ventimiglia, dove si svolgerà una manifestazione congiunta coi fratelli francesi; la seconda a Nizza, ore 14:30, per partecipare alla manifestazione cittadina; la terza sarà la conferenza pubblica alle ore 19:00 organizzata con la CAROVANA (Hotel Splendid in Bd Victor Hugo n.50). 
Nel video messaggio Fabio Frati spiega perché siamo vicini ai cittadini francesi in lotta e perché è importante portargli direttamente la solidarietà dei cittadini italiani.
Per informazioni su come partecipare alla carovana (logistica, orari, punto di raccolta, ecc.) chiamare il 334 81 43 745.
Non si accettano casinisti e provocatori d'ogni risma.











CONTRO LE AUTONOMIE REGIONALI di Marco Bulletta

[ 4 febbraio 2019 ]

Siamo alla minaccia incombente del "regionalismo differenziato". Ne abbiamo scritto diverse volte nell'ultimo periodo. Il Comitato centrale di Programma 101 ha dichiarato di recente il suo netto NO spiegando che si tratta di un serio pericolo alla sovranità del nostro Paese. Diversi di noi, assieme ad altre decine e decine di cittadini hanno promosso e sostenuto la petizione «NO ALLO SPEZZATINO! DIFENDIAMO L'UNITÀ DELL'ITALIA rivolta a Conte, Di Maio e Salvini affinché bloccassero la procedura avviata dal governo Gentiloni.
C'è di mezzo, com'è evidente, la Costituzione, quindi la questione della natura e della forma dello Stato. Di contro alla tendenza, che l'Unione europea favorisce, all'indebolimento se non smembramento degli stati nazionali, vien fuori una resistenza "sovranista" che ripudia ogni concezione federalista dello Stato nazione. 
Volentieri pubblichiamo questo contributo dell'amico Marco Bulletta. Di contro a chi punta a spezzettare la nazione egli si spinge a chiedere la soppressione delle stesse regioni a statuto speciale — c'è anche chi, nel dibattito su come dovrebbe essere l'Italia di domani, propone l'abolizione, sic et simpliciter, delle regioni per invece ripristinare a pino titolo le province. Qui vale ribadire che per i sinceri democratici la sola sede per ridisegnare l'assetto della Repubblica, la sia voglia centralista su modello francese, o federalista alla Svizzera o alla Tedesca, si deve necessariamente passare per un processo serio che coinvolga cittadini, giuristi, politici e giunga a conclusioni ponderate e condivise; quindi per un'Assemblea costituente in quanto massima espressione della sovranità popolare  — non quindi lasciando le decisione alla maggioranza parlamentare del momento, tantomeno ad un qualche governo  di dilettanti come avviene da tempo in Italia.



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Altro che autonomia a Lombardia Veneto ed Emilia
abolire lo Statuto Speciale

Sta andando in scena un’ennesima assurda farsa italiota: la concessione dell’autonomia a Lombardia Veneto ed Emilia Romagna, a seguito dei referendum regionali tenutisi nell'ottobre del 2017. Si sta, cioè, andando in direzione esattamente opposta a quella in cui, nell’anno Domini 2019, il buonsenso suggerirebbe di andare in ossequio alla semplice, banale considerazione che lo “statuto speciale”e l’autonomia di alcune regioni, nell’attuale situazione internazionale appaiono come un anacronismo inammissibile e lesivo dei principi costituzionali. Si, perché lo statuto speciale seguita a regalare anacronistici e inammissibili privilegi a cittadini di alcuni territori, togliendone, per evidenti considerazioni di “relatività”, a tutti gli altri, e alimentando in tal modo quelle odiose asimmetrie economiche imposte dal paradigma neoliberista, che oggi vengono giustamente combattute dalle spinte “sovran-populiste”.

Pochi hanno finora avuto il coraggio di portare alla ribalta queste incongruenze, che, se un tempo, all’indomani della guerra, potevano, forse, avere un senso, per ragioni in parte geopolitiche, culturali, economiche, oggi non hanno più ragione di sussistere, viepiù nell’attuale contingenza geopolitica economica e finanziaria.
Viene infatti spontanea la considerazione che, alle soglie della terza decade del ventunesimo secolo, con problemi di ben altra natura rispetto a quelli che quasi ottant’anni prima il Paese si trovava a fronteggiare, il buonsenso e la logica spingerebbero ad andare verso una, seppur graduale, eliminazione delle differenze fra territori e cittadini in essi residenti.
E allora ci si domanda: Per quale ragione, in un simile frangente, si sta procedendo in fretta e furia all’espletamento degli iter per concedere alle tre regioni Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna quell’autonomia che invece andrebbe tolta a quelle realtà territoriali locali che, secondo le considerazioni anzidette, non hanno più motivo di fruirne?
Andiamo con ordine. Vediamo in breve gli aspetti storici, giuridici e fiscali.
Qual è la principale differenza fra lo statuto ordinario e quello speciale? Lo statuto ordinario, detto statuto di diritto comune, è adottato e modificato con legge regionale, mentre lo statuto speciale è adottato con legge costituzionale, così come avviene per ogni sua modifica.

Le cinque Regioni autonome hanno quindi fondamento nei rispettivi statuti, derivanti da leggi Costituzionali; quelle a statuto ordinario fanno invece riferimento dall’articolo 117 della Costituzione. Sono tutte soggetti giuridici per cui valgono tre tipi di potestà legislativa: Potestà legislativa Primaria, che spetta alle Regioni a Statuto Speciale, e riguarda le materie deliberate dagli statuti speciali, dove la legge regionale è la fonte normativa preminente. I limiti sono nel rispetto dei principi generali dell’ordinamento giuridico. Potestà legislativa Concorrente: la normativa nelle materie indicate dall’art.117 deriva dal concorso di una legislazione per principi che spetta allo Stato e di una legislazione dettagliata che spetta alle Regioni a statuto speciale, e non va sottoposta alla preventiva emanazione di leggi quadro. Potestà legislativa integrativa – attuativa: c’è un limite che si identifica con tutta la legislazione statale, di principio e di dettaglio. L’art 117 prevede inoltre che le leggi della Repubblica possano demandare alle Regioni a statuto speciale il potere di emanare norme per la loro attuazione. Lo Stato può comunque avvalersi delle leggi regionali in vista di una legislazione integrativa simile a quella del secondo tipo.
La legge n. 59/97 ha poi ampliato i poteri legislativi delle Regioni a statuto speciale, che hanno così ancor più autonomia legislativa, comprendente in tal modo anche il potere di diffondere norme attuative ai sensi del secondo comma dell’art 117.
Le Regioni a statuto speciale, rispetto alle ordinarie, hanno poi l’importante privilegio fiscale di poter trattenere quasi tutte le imposte (Irpef e Iva) pagate dai cittadini sul loro territorio. Privilegio non eguale per tutte: la Sicilia trattiene il totale delle imposte, Valle d’Aosta e Trentino i nove decimi, la Sardegna i sette decimi, il Friuli i sei decimi.
Vediamo nel dettaglio. Lo statuto speciale della Regione Sicilia  proviene dal R.D. n.455 del 15.05.1946, recepito dalla Legge Costituzionale n.2 del 1948, e originato dalle spinte indipendentiste che, presenti da molto tempo e represse dal Fascismo, riemersero con lo sbarco alleato del ‘43. La Sicilia, oltre ad un’ampia autonomia amministrativa, gode della maggiore autonomia fiscale, essendo la regione che trattiene localmente la maggior quantità dei tributi raccolti nel territorio regionale, compresi introiti di gioco e lotterie, ottenendo ulteriori risorse dallo stato centrale. Le aziende con sedi produttive in Sicilia, ma sede fiscale in altre regioni, versano una quota delle imposte sugli utili direttamente alla Regione Sicilia.

Le aspettative indipendentiste della Sardegna nacquero dopo la I Guerra mondiale, che costò all’isola un  notevole tributo di vite. Vennero poi represse dal Fascismo e riemersero dopo la II Guerra, portando al riconoscimento dello Statuto Speciale con la Legge Costituzionale n. 3 del 1948. Dal punto di vista fiscale, la Regione Sardegna trattiene il 70% dell’imposizione Irpef e Irpeg raccolta sul territorio e il 90% dell’imposizione derivante dalle altre tasse.
La Valle d’Aosta, ceduta dalla Francia al Regno Piemontese nel 1860 e di seguito entrata nel neonato Regno d’Italia, vide ridursi l’originale cultura francofona con le migrazioni interne prima, e con la politica di “italianizzazione” del Fascismo poi. Sul finire della II Guerra, lo Stato Italiano concesse un’ampia autonomia anche a questa regione per scongiurare un ritorno sotto l’amministrazione francese. La Legge Costituzionale n. 4 del 1948 sancì lo statuto speciale anche per questa che è la più piccola regione italiana, non suddivisa in province. Fiscalmente la regione Valle d’Aosta trattiene il 90% di tutti i tributi raccolti sul territorio regionale.

Il Trentino e l’Alto Adige entrarono, come noto, a far parte dello Stato Italiano dopo la I Guerra Mondiale. La provincia di Bolzano è prevalentemente di lingua e cultura tedesche, con minoranze di lingua e cultura ladine. Durante il Fascismo, ed in seguito durante la guerra, le popolazioni alto atesine hanno subito prima le politiche di italianizzazione, in seguito l’invito a spostarsi nella Germania allora alleata dell’Italia, prima di essere travolte dal dramma della Guerra, a cui gli abitanti di questa regione hanno partecipato sia tra le file tedesche sia tra quelle partigiane. L’Italia uscita dalla guerra non esitò a concedere larghe autonomie per smorzare le pulsioni indipendentiste, che hanno continuato ad esprimersi anche attraverso atti di terrorismo fino agli anni ’80, e che tutt’ora si manifestano col largo consenso attribuito ai partiti indipendentisti. Dal 1972 la Regione Trentino-Alto Adige/SudTirol si articola nelle due province autonome di Trento e Bolzano, la prima di maggioranza linguistica italiana e la seconda a maggioranza linguistica tedesca, che hanno incorporato la maggioranza delle competenze in precedenza attribuite alla Regione. La Provincia di Bolzano ha scuole divise tra i gruppi linguistici italiano, tedesco e ladino, così come mantiene delle ripartizioni in merito alle posizioni amministrative, o nell’assegnazione delle case popolari. A tutti funzionari pubblici è inoltre prescritto il bilinguismo italo-tedesco. Fiscalmente il Trentino-Alto Adige, in forma unitaria o sotto forma delle due province che la compongono, trattiene il 90% della maggior parte delle tasse raccolte sul territorio, e il 100% delle imposte ipotecarie e delle imposte sul consumo dell’energia elettrica.

Il Friuli-Venezia Giulia ottenne lo statuto speciale solo nel 1963, anche per ragioni geopolitiche derivanti dalla divisione del mondo in due blocchi vigente a quell’epoca. Differisce dalle altre 4 regioni a statuto speciale per vari motivi. Fiscalmente trattiene molto meno del gettito locale rispetto alle altre: solo 4 tipi di tasse, e in misura più ridotta: 60% dell’Irpef; 45% dell’Irpeg; 80% dell’IVA e 90% dell’imposta di consumo dell’energia elettrica. Riguardo alla suddivisione amministrativa, le 4 amministrazioni provinciali verranno soppresse e non è passata nemmeno la proposta di suddividere la regione in 2 province autonome come per il Trentino-Alto Adige. Come forma di suddivisione amministrativa rimarranno le 18 Unioni Territoriali Intercomunali, facenti capo alle città principali e composte ciascuna da un numero di comuni compreso tra 6 e 22. L’articolazione delle materie di esclusiva competenza ricalca quelle delle altre regioni a statuto speciale.
La traduzione in cifre di questi privilegi fiscali dà il senso delle dimensioni. Le cifre divulgate relativamente agli ultimi anni presi in esame, evidenziano ad esempio che per la Sicilia l’Irpef si aggira oltre i 5 miliardi di euro; per la Sardegna intorno a 2,8 miliardi. Il  totale delle loro entrate è intorno a 42 miliardi, laddove per l’insieme delle 15 regioni ordinarie si aggira sui 125 miliardi.
Se si prendono in considerazione le spese, le Regioni autonome hanno ampia libertà di azione. Ad esempio la Valle d’Aosta ha una spesa pro-capite che si aggira intorno a 11.700 euro e dunque è oltre quattro volte quella di una Regione ordinaria pur importante come la Lombardia, che si attesta intorno ai 2.200 euro; la spesa pro-capite di Trento e Bolzano è circa tre volte a quella lombarda, mentre in Sardegna e in Friuli è circa il doppio.
Ma è l’efficacia che la dice lunga sulle disparità che tutto questo genera: in Trentino-Alto Adige e in Valle d’Aosta i soldi della Regione alimentano servizi sociali di livello “scandinavo”, mentre in Sicilia sostengono il classico “carrozzone” tutto sprechi e inefficienza, per usare eufemismi.

In ogni caso i dati attestano il passivo di tutte e sei le realtà autonome, le quali, ancorché beneficiarie di ampia elasticità di introiti e spese, nonché di potestà legislativa, sono tutte in rosso, seppur con grosse differenze fra loro; infatti il deficit pro-capite di Friuli-Venezia Giulia e Trentino-Alto Adige si aggira sui 2.000 euro; le altre sono oltre i 4.000, con il primato negativo della Valle d’Aosta che sfiora i 5.000 euro. Se si prendono in considerazione i valori assoluti, evidentemente più indicativi del peso che questa situazione ha sull’economia del Paese, il quadro cambia ancora. Il deficit della Valle D’Aosta risulta di appena 617 milioni di euro, quello della Sicilia di quasi 22 miliardi, la Sardegna è sui 7 miliardi, le altre due regioni si attestano sui 2 miliardi ciascuna.
Dunque la spesa pubblica delle tre Regioni Autonome del nord è eccessiva, ma almeno garantisce efficienza, laddove nel meridione l’inefficienza e lo spreco, superiore al 50%, non giustificano l’ingente  utilizzo delle risorse finanziarie. E a proposito di sprechi, il dato riguardante i dipendenti è ancor più esplicito: la Sicilia ne ha tanti quanti tutte le altre regioni a statuto speciale messe assieme. Nel 2011 sono costati 1,27 miliardi di euro. Nello stesso anno, e per la stessa causa, la Lombardia ha speso 171,5 milioni: l’amministrazione ai lombardi è costata 13 euro a testa, ai siciliani 204.

Le Regioni autonome, insomma, costano molto a tutti, ma sicuramente molto di più a chi vive nelle Regioni ordinarie, che spende per garantire un welfare da sogno a trentini, altoatesini e valdostani, e sprechi alla Sicilia, oltre a una serie di facilitazioni varie a sardi e friulani.
Dai dati emerge dunque una “Casta a Statuto Speciale”, che stavolta comprende diffusa non solo politici ed amministratori ma una decina di milioni di cittadini “di serie A” a cui tutti gli altri, inevitabilmente definibili “di serie B”, pagano molti privilegi. Tutto ciò da quasi tre quarti di secolo, un po' perché a causa delle varie garanzie statutarie lo Stato non ha potuto chiedere alle Regioni autonome i sacrifici richiesti alle altre Regioni, un po’ a causa della tradizionale debolezza della politica italiana, che negli anni non solo non è riuscita a ricondurre le anacronistiche e ingiustificabili asimmetrie economiche interne a quel logico ridimensionamento che il volgere dei tempi avrebbe richiesto, ma non è riuscita nemmeno a frenare le successive pretese di questi realtà privilegiate, che così hanno visto crescere anziché ridursi i propri immotivati e odiosi privilegi.

Risultato: esistono due Italie. Una, “ordinaria”, in cui le imprese, gravate da troppe tasse,  fronteggiano alla meno peggio il “moloch neoliberista globalitario” incarnato dall’UE, e quando, a causa dell’oppressione del “dogma” da esso imposto son costrette a chiudere i battenti, come tristemente si è verificato nell’ultimo decennio, i lavoratori perdono il posto, e tutti, comunque, scontano le restrizioni e i tagli allo stato sociale che da decenni le scellerate politiche neoliberiste impongono. L’altra Italia, “a statuto speciale”, in cui il settore pubblico offre facili posti di lavoro ai soliti amici (è il caso dell'esorbitante numero dei dipendenti della Regione Sicilia, che paiono essere intorno ai ventimila, ossia sette volte più della Lombardia, senza contare i trentamila “operai forestali stagionali”), le aziende fronteggiano una pressione fiscale inferiore (ad esempio in Trentino le “startup” hanno enormi agevolazioni fiscali) e nel caso di difficoltà si può contare su una serie di aiuti e sostegni pubblici nemmeno lontanamente immaginabili “nell'Italia ordinaria”, oltre a beneficiare, nelle tre regioni”speciali” del nord, di uno stato sociale altrettanto inimmaginabile altrove.

Una sorta di Eden, nel quale le famiglie che vivono nelle regioni Autonome trovano molti benefici. I valdostani, ad esempio, beneficiano da parte della Regione del finanziamento di una parte del riscaldamento domestico; i trentini beneficano di contributi sulle spese odontoiatriche, sulle badanti, sui pannolini per i bambini, della possibilità di un reddito minimo e di alloggi per chi si separa. Sempre in Valle d'Aosta è a carico della Regione addirittura la “tata” familiare. Un “welfare” efficientissimo, ma costoso per le casse pubbliche, in parte per gli abitanti delle Regioni Autonome, ma in buona parte anche a carico di quelli delle atre Regioni.
Talora lo Stato centrale ha tentato di limitare questi privilegi, ma dieci milioni di abitanti sono altrettanti voti, e nessuno ha avuto la forza di intaccarne i privilegi, che, anzi, sono cresciuti.
Le regioni a statuto speciale hanno avuto un senso in un’epoca diversa, ormai alle nostre spalle da molto tempo. Si trattasse di un dopoguerra con annessioni o di una guerra fredda, di sostegno economico o di rischio di separatismo. Ma oggi le cose sono molto diverse e non ha più alcun senso l’esistenza di statuti speciali che violano i principi costituzionali e creano solo disparità tra cittadini, accentuando le differenze mai colmate sin dall’inizio della storia unitaria.

Del resto anche fra le regioni ordinarie sussistono notevoli squilibri fra loro sulla sanità, bilanci, fisco, ecc. Oggi queste disparità sono anacronistiche e dannose. Tutte insensatezze, e alcune più di altre. Le sbandierate “ragioni storiche” e i vari diritti acquisiti ormai sono soltanto il paravento di inammissibili privilegi, che cozzano con i ben più importanti principi di giustizia ed equità sanciti dalla Costituzione.
Sorgono ordunque, “alla fine della fiera”, alcune considerazioni spontanee.
Innanzitutto a proposito dell’incoerenza della cosiddetta sinistra, che ben lungi dal difendere gli interessi del popolo come entità unica, da un lato ha sempre protetto, durante questi decenni, le suddette autonomie per prendere voti (prova ne sia che in Trentino-Alto Adige il crollo del PD non ha avuto le proporzioni che ha avuto nel resto d’Italia) e dall’altro si ostina ottusamente a farsi improbabile paladina del dogma neoliberista-eurocratico-globalitario che schiaccia ogni istanza di identità culturale dei popoli.
Inoltre a proposito dell’incoerenza della Lega, che ad onta di un presunto rinnovamento mostrato in occasione delle elezioni politiche dello scorso anno e volto all’apertura ad un progetto di ricostruzione della dignità nazionale basata sul sovranismo, appare irrevocabilmente dominata dalle tendenze separatiste e dalle mentalità asfittiche degli innumerevoli inquietanti personaggi che da sempre ne animano le politiche, che in ultima istanza conducono all’asservimento ai modelli imposti da parte delle èlites eurocratiche germanocentriche.
Ancora, osservando che il secondo comma dell’articolo 3 della Costituzione recita: “E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la liberta` e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.” e pertanto l’assurda scelta di favorire le mire “autonomistiche” di Lombardia Veneto ed Emilia suona apertamente come una violazione di questo sacrosanto principio.

Dunque, con buona pace delle varie incoerenze, da quelle della pseudo sinistra neoliberista e globalista, serva sciocca delle élites, a quelle della Lega, che malgrado gli sforzi del suo attuale capo politico è ancora evidentemente ostaggio di miopi e asfittiche convinzioni diffuse in buona parte dei suoi elettori del nord, sarebbe ora, anziché di accentuare i divari economici e le anacronistiche a assurde disparità di trattamento dei cittadini, sempre più discriminati in base alle collocazioni territoriali (questione del resto storicamente “datata” e mai risolta), sarebbe, dunque,  veramente ora di affrontare in modo serio, razionale, aperto e scevro da stupidi egoismi un problema che amplifica le asimmetrie economiche e geopolitiche già ampiamente consolidate dal paradigma neoliberista e sottaciute dalla politica codarda e opportunista. Sarebbe ora di tracciare  una volta per tutte la strada per restituire dignità e giustizia a quei “cittadini di serie B” che si vedono vessati anche dall’ingiusto mantenimento dei privilegi dei “cittadini di serie A”. Sarebbe ora di voltare pagina nella storia di questo Paese e cogliere l’opportunità di questo momento politicamente fluido per saldare un cambio di paradigma politico-economico con un cambio di mentalità, e comprendere che un nuovo modello sovranista di economia mista e di politica volta a colmare le ingiustizie e i divari può essere la strada per restituire dignità a questo Paese e alla gente che ci vive.




domenica 3 febbraio 2019

PIL: HANNO TUTTI TORTO di Leonardo Mazzei


[ 4 febbraio 2019 ]




Se ne leggono di tutte: il Pil cala a causa della politica del governo; no, è colpa di quello precedente. E' per l'incertezza sui conti, sentenzia Visco; per i cantieri che sono chiusi, sproloquia Confindustria. Ma sarà solo per un altro semestre, tranquillizza Conte. No, sarà finché non ve andrete, dicono le opposizioni. (Nel grafico l'andamento del Pil dal 2006)

E' come un impazzimento generale dove tutti, ma proprio tutti, hanno torto. Ed hanno torto perché anziché vedere la trave che opprime l'economia italiana da un ventennio, preferiscono guardare la pagliuzza che più gli confà per il quotidiano teatrino della politica.

Ma che è successo di così strano al Pil? Come leggere il calo degli ultimi mesi del 2018 (-0,1% nel terzo, -0,2% nel quarto trimestre)? E' successo che il ciclo economico capitalistico volge verso il basso. E, come avviene da anni, il calo è più marcato in Europa. All'interno della quale l'Italia paga più degli altri la gabbia dell'euro. Insomma, la verità è che siamo nella norma. Quella norma da cui non si può uscire, altrimenti i "mercati" (cioè l'oligarchia finanziaria) ci puniscono con lo spread.

Ma davvero è così difficile da capire? Certo, non c'è peggior sordo di chi non vuol sentire, ma qui non c'è più alcun limite alle sciocchezze.

Vediamone alcune.

Per il governatore di Bankitalia il problema è quello dei conti, cioè del debito, cioè di un allentamento secondo lui eccessivo dell'austerità. Follia pura. Se fosse così, ci spieghi come mai l'austero Monti, nei suoi sei trimestri di governo, collezionò i seguenti risultati sul Pil: -0,9% (IV 2011), -0,9% (I 2012), ancora -0,9% (II 2012), -0,5% (III 2012), -0,5% (IV 2012), -1,0% (I 2013). Conte avrà tanti difetti, ma come capacità di deprimere l'economia nazionale è davvero un dilettante a confronto del professionista col loden. Per ora ha cumulato un -0,3% a fronte del -4,7% di Monti. Ma questo non si può dire, mica si può contestare la religione eurista!

Altra bufala: è colpa del governo perché non ha dato priorità agli investimenti. Sulla centralità degli investimenti, su quali settori puntare, abbiamo scritto a dicembre. Senza dubbio l'Italia deve recuperare, e molto, sia per quanto riguarda gli investimenti pubblici, che per quelli privati. Ma non vi pare che tutta questa improvvisa litania sugli investimenti (tutti ne parlano senza specificare alcunché) sia piuttosto sospetta?

Partiamo da Confindustria. Prima di parlare gli industriali dovrebbero infatti spiegarci due cose. Primo, come mai investono così poco nell'economia "reale", preferendo invece la speculazione finanziaria? Secondo, com'é che si esalta sempre il privato, ma a tirar fuori i soldi dev'essere invece solo lo Stato?

Passiamo ora alle opposizioni. Facile parlare ora di investimenti, ma perché quando eravate al governo - cioè fino all'altro ieri - nulla avete fatto in tal senso? Non sarà per la vostra sacra osservanza ai vincoli europei? Eh già, perché il buffo è che tutti quelli che vogliono +Europa sono anche quelli che ora si lamentano per gli scarsi investimenti. Ma che forse le regole di bilancio europee non valgono anche, salvo qualche minuscola e temporanea eccezione, per gli investimenti?

Noi siamo per gli investimenti pubblici, ma Confindustria ed attuali oppositori dovrebbero almeno tacere sul punto. Che poi, diciamolo chiaro, anche se il governo fosse stato più coraggioso, come sarebbe stato necessario con la Legge di bilancio, che forse i risultati si sarebbero visti nell'immediato? Ma non scherziamo, che tra la decisione degli investimenti e la loro concretizzazione passano mediamente anni.

Dunque sono altri i motivi per cui il Pil cala. Tra questi ce n'è uno, il più importante, che giova ricordare sia agli industriali che a tutti gli adoratori del Beato Marchionne. Il Pil cala soprattutto per la diminuzione della produzione industriale. Un calo ciclico, come abbiamo detto, anche se magari qualche investimento (privato, in questo caso) male non avrebbe fatto.

L'industria è in calo costante fin dal primo trimestre 2018, ma prendiamo i dati di novembre, gli ultimi disponibili. In quel mese tutti i settori industriali, con le uniche eccezioni del farmaceutico e dell'alimentare, sono calati. Alcuni pesantemente, ma quello che ha battuto ogni record negativo è stato il settore auto. Il suo -19% (meno diciannove percento) ci spiega meglio di ogni altra cosa sia la debolezza strutturale dell'industria italiana che l'andamento negativo del Pil. E ci dice chi sono stati i grandi distruttori di quello che un tempo era il settore di punta dell'industria manifatturiera nazionale: la famiglia Agnelli e Sergio Marchionne. Ma di questo, ovviamente, non si parla mai.

Il "partito del Pil", questo pittoresco raggruppamento che unisce tutti gli specialisti del "predicare bene, razzolando male", ha dunque torto marcio. Ciò significa che abbia ragione il governo nell'immaginare un deciso boom nella seconda parte dell'anno? Vorrei sbagliarmi, ma temo proprio di no.

Sia chiaro, sia il Reddito di cittadinanza che "Quota 100", nonostante i palesi limiti di queste due misure, daranno un discreto impulso alla crescita. Ma da quale base muoverà questo impulso? Questo è il vero problema. A spanne un contributo minimo del +0,5% appare più che ragionevole, ma se nel frattempo gli altri fattori spingono verso un -0,5% ecco che arriveremo ad uno zero tondo. E potrebbe anche andare assai peggio.

Il fatto è che oltre ai fattori ciclici - ai quali, finché stiamo nel capitalismo, è impossibile sfuggire -, oltre ad altri fattori esogeni, sui quali poco si può fare, resta il problema della gabbia europea e quello dell'aperto sabotaggio delle nostrane oligarchie. Da Bruxelles e Francoforte non hanno mai smesso di pressare sull'Italia, mentre i potentati nazionali nulla intendono concedere al governo. Vogliono riprendere in mano il bastone del comando politico, e per farlo sono disposti a tutto, anche a pagare un prezzo economico nell'immediato.

Inutile illudersi di addomesticare la bestia europea, come pure la borghesia compradora di cui sopra. Inutile illudersi sulla crescita, se non si ha il coraggio di rompere con gli uni e con gli altri. Per invertire il segno del Pil occorrerebbe intanto una nuova manovra anticiclica, dunque fortemente espansiva. Ovvio che non si potrà fare senza scontrarsi col blocco eurista, che infatti chiede già una "manovra correttiva", ma esattamente di segno opposto: con nuovi tagli e nuova austerità.

Vedremo nelle prossime settimane se e come reagirà il governo alla recessione in arrivo. Di certo servirebbe una risposta seria e forte, cioè l'esatto opposto delle polemichette da bar di questi giorni.




sabato 2 febbraio 2019

GILET GIALLI: "ECCO COSA VOGLIAMO"

[ 2 febbraio ]

UN BEL PASSO AVANTI


Sabato 26 gennaio e domenica 27 — a Sorcy-Saint-Martin, vicino a Commercy, nella Meuse [vedi foto accanto] —, si è svolta la prima "Assemblea delle assemblee" dei Gilet Gialli — QUI IL VIDEO.

Più sotto la PIATTAFORMA politica approvata, frutto di un non facile compromesso. Secondo i nostri compagni francesi — che sostengono la piattaforma malgrado certi evidenti limiti — ha la possibilità di essere approvata quasi dappertutto.

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          sabato 9 febbraio        
CAROVANA DI SOLIDARIETÀ CON I GILET GIALLI

Per informazioni su come partecipare alla carovana 
(logistica, orari, punto di raccolta, ecc.) 
chiamare il 334 81 43 745


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APPELLO DELLA PRIMA ASSEMBLEA NAZIONALE DEI GILET GIALLI

«Noi, Gilets Jaunes delle rotatorie, dei parcheggi, piazze, delle assemblee, delle manifestazioni, ci siamo riuniti il 26 e 27 gennaio 2019 nella “Assemblea delle assemblee”, riunendo un centinaio di delegazioni, che hanno risposto all’appello dei Gilets Jaunes de Commercy.

Dal 17 novembre, dal più piccolo villaggio, dal mondo rurale alla città più grande, ci siamo sollevati contro questa società profondamente violenta, ingiusta e intollerabile. Noi non staremo più a guardare! Ci ribelliamo contro il caro vita, la precarietà e la povertà. Vogliamo vivere dignitosamente per i nostri cari, le nostre famiglie e i nostri figli. 26 miliardari possiedono quanto la metà dell’umanità, il che è inaccettabile. Distribuiamo la ricchezza e non la miseria! Mettiamo fine alle disuguaglianze sociali! Esigiamo un aumento immediato dei salari, dei minimi sociali, delle indennità e delle pensioni, il diritto incondizionato all’alloggio e alla salute, l’istruzione, servizi pubblici gratuiti per tutti.

É per tutti questi diritti che noi occupiamo quotidianamente le rotatorie, che organizziamo azioni e manifestazioni e che facciamo dibattiti ovunque. Con i nostri giubbotti gialli, noi riprendiamo la parola, noi che non ce l’abbiamo mai.

E qual è la risposta del governo? Repressione, disprezzo, denigrazione. Morti e migliaia di feriti, l’uso massiccio di armi da fuoco teso che mutilano, accecano, feriscono e traumatizzano. Più di 1.000 persone sono state arbitrariamente condannate e imprigionate. E ora la nuova legge cosiddetta “anti-casseur” mira semplicemente a impedirci di dimostrare. Condanniamo ogni forma di violenza contro i manifestanti, sia da parte della polizia che di piccoli gruppi violenti. Niente di tutto ciò ci fermerà! Manifestare è un diritto fondamentale. Basta con l’impunità per le forze dell’ordine! Amnistia per tutte le vittime della repressione!

E che vergogna che questo “grande dibattito nazionale”, sia in realtà una campagna di comunicazione del governo, che strumentalizza la nostra volontà di discutere e decidere! La vera democrazia, noi la pratichiamo nelle nostre assemblee, alle nostre rotatorie, non è né nei salotti televisivi né nelle pseudo tavole rotonde organizzate da Macron.

Dopo averci insultato e averci trattato come meno di niente, ecco che ora ci presenta come una folla piena di odio, fascistoide e xenofoba. Ma noi siamo esattamente il contrario: né razzisti, né sessisti, né omofobi, noi siamo orgogliosi di stare insieme con le nostre differenze per costruire una società solidale.

Siamo forti della diversità delle nostre discussioni, in questo stesso momento centinaia di assemblee stanno sviluppando e proponendo le proprie rivendicazioni. Queste riguardano la democrazia reale, la giustizia sociale e fiscale, le condizioni di lavoro, la giustizia ecologica e climatica e la fine delle discriminazioni. Tra le rivendicazioni e le proposte strategiche più discusse ci sono: l’eliminazione della povertà in tutte le sue forme, la trasformazione delle istituzioni (Referendum di Iniziativa Cittadina, costituente, fine dei privilegi dei rappresentanti eletti…), la transizione ecologica (precarietà energetica, inquinamento industriale…), l’uguaglianza e la considerazione di tutte le persone indipendentemente dalla loro nazionalità (persone con disabilità, uguaglianza di genere, fine dell’abbandono dei quartieri popolari, del mondo rurale e dei territori oltremare…).

Noi, Gilets Jaunes, invitiamo ciascuno con le proprie risorse, a modo suo, ad unirsi a noi. Facciamo appello alla continuazione degli atti (atto 12 contro le violenze della polizia davanti ai commissariati, atti 13, 14….), la continuazione delle occupazioni delle rotatorie e il blocco dell’economia, la costruzione di uno sciopero massiccio e rinnovabile a partire dal 5 febbraio. Facciamo appello alla formazione di comitati nei luoghi di lavoro, di studio e in qualsiasi altro luogo, affinché questo sciopero possa essere costruito sul campo dagli stessi scioperanti. Prendiamoci cura dei nostri affari! Non restare da solo, unisciti a noi!

Organizziamoci in modo democratico, autonomo e indipendente! Questa assemblea delle assemblee è un passo importante che ci permette di discutere le nostre rivendicazioni e i nostri mezzi d’azione. Federiamoci per trasformare la società!

Proponiamo a tutti i Gilets Jaunes di far circolare questo appello. Se siete interessati, come gruppo di gilets jaunes, inviate la vostra sottoscrizione a Commercy (assembleedesassemblees@gmail.com). Non esitate a discutere e formulare proposte per le prossime “assemblee delle assemblee”, che stiamo già preparando.

Macron Démission! Viva il potere popolare, per il popolo e dal popolo.

Appello proposto dall’Assemblea delle assemblee di Commercy.

Sarà quindi proposto per l’adozione in ciascuna delle assemblee locali».

* Traduzione a cura di Andrea Mencarelli (Potere al Popolo)
** Fonte: Contropiano

venerdì 1 febbraio 2019

BOLOGNA: IDENTITÀ, SOVRANITÀ, COSMOPOLITISMO....

[ 2 febbraio 2019 ]

VOLENTIERI SEGNALIAMO CHE L'EVENTO DI OGGI, SABATO 2 FEBBRAIO, PROMOSSO DA ALETHEIA, SARÀ TRASMESSO IN DIRETTA SUL CANALE DI BYOBLU CON INIZIO ALLE ORE 16:30.




«Il neoliberismo cosmopolitico non è un’ideologia fra le altre; esso pretende di essere l’ultima, suprema visione del mondo. Suoi capisaldi sono che la politica debba ubbidire all’economia e che l’economia debba seguire le leggi di mercato. 
Affermatosi come sistema, l’ordine neoliberista ha quindi mercificato, cartolarizzato, sfasciato i tradizionali legami sociali, tolto alla sfera politica ogni autonomia, snaturato la democrazia, privato gli stati nazionali delle loro sovranità, trasferendola a ristrette oligarchie mondiali. 
Il tutto è stato presentato non solo come progresso, ma come destino irreversibile, con L’Unione Europea considerata come suo luminoso risultato. Oggi questo processo è in affanno, sotto attacco da parte di forze opposte che sono venute crescendo man mano che esso avanzava.
Forze diverse e potenti ma tutte accomunate dal fare appello al popolo contro l’élite. Esse vengono bollate come “sovraniste”. L’opposizione sovranismo-globalismo avrebbe addirittura sostituito la tradizionale dicotomia destra-sinistra. E’ davvero così? E quale sarà l’esito di questa lotta? Sul serio sarebbe regressiva l’avanzata del sovranismo? Davvero non ci sarebbe alternativa tra globalismo e revanchismi nazionalistici?»



PAOLO BECCHI Filosofo del Diritto
DIEGO FUSARO Filosofo e Opinionista
ALESSANDRO SOMMA Docente di Diritto Comparato e Giornalista

Modera l’incontro MORENO PASQUINELLI Editorialista Politico


INGRESSO GRATUITO

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